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Notturno cileno
Le prime difficoltà del governo di José Antonio Kast. di Marco Consolo (*) In Cile, dopo meno di un mese dal suo insediamento nel palazzo de La Moneda, il governo del neo-pinochetista José Antonio Kast naviga già in acque tempestose. La luna di miele è stata molto breve. Mentre scrivo, l’approvazione del governo è passata dal 47,5% all’inizio del suo
Il Sudamerica ora guarda agli Usa
Il nuovo presidente del Cile, José Antonio Kast, ha un piano per contrastare l’immigrazione. Basterà creare un fossato al confine con le nazioni vicine (Perù e Bolivia in primis), e successivamente servirà erigere una barriera: «Le ruspe costruiranno la nostra sovranità», ha dichiarato alla stampa nazionale e internazionale a neanche una manciata di giorni dalla propria elezione. Sarebbero 336.000 gli immigrati irregolari secondo le stime (rigorosamente approssimative) che il nuovo esecutivo cileno ha fornito il 19 [marzo] in esclusiva alla «Bbc». Kast, eletto da neanche venti giorni, ha chiarito sin da subito la sua rottura coi governi precedenti (tutti di sinistra) strizzando l’occhio a Trump, al periodo della dittatura di Pinochet e alle «cose buone» di quel periodo. Ammesso che ve ne siano. Sebbene voci critiche si siano alzate dei confronti della decisione del Presidente, l’opinione pubblica non sembrerebbe reagire significativamente. A poco è valso il monito del deputato degli umanisti Tomas Hirsch che ha criticato il modo di fare di Kast parlando di «frasi facili per risolvere problemi complessi». Le ruspe sarebbero lo strumento con cui non solo il Cile si separerà idealmente da Perù e Bolivia ma con cui «riconquisterà la propria identità». La prima trincea è stata scavata alla frontiera col Perù, nel mezzo del deserto valico di frontiera di Chacalluta ma il messaggio è rivolto anche e soprattutto a Rodrigo Paz Pereira, presidente boliviano. Da quel punto i due paesi distano meno di duecento chilometri. Sebbene Kast e Paz Pereira abbiano portato la destra in auge, le storiche ruggini tra Cile e Bolivia potrebbero riemergere a causa della questione migratoria, impossibile da sostenere ulteriormente per Santiago del Cile. Triangolazione venezuelana Dalle città di El Alto e La Paz, la capitale più alta del mondo, transita la rotta della migrazione proveniente dal nord-est del Sudamerica. Ad intraprendere i viaggi all’interno della regione sono perlopiù persone di nazionalità venezuelana in cerca di stabilità e di lavoro. Tentare di attraversare a piedi il Darién, la terra di nessuno che separa la Colombia da Panama (dunque dal Messico e infine dagli Usa), è sempre più sconsigliato: il tratto è nelle mani dei trafficanti e i governi dei paesi interessati non si stanno occupando della questione, che nel frattempo volge sempre di più in un crogiolo di complessità. Ma se la via che porta verso Messico e Usa è bloccata, cosa rimane a chi ha deciso di lasciare il proprio paese? L’unica alternativa è quella di tentare l’approdo dall’altra parte della costa, cioè in Cile, al netto dell’ira di Kast, passando per la Bolivia. Paese, quest’ultimo, spesso meta d’approdo per l’immigrazione venezuelana, così come viene registrato nella città di El Alto grazie alla presenza della «Casa Luz Verde» (Casa Luce Verde), punto d’accoglienza, di assistenza alle madri e ai minori, nonché d’assistenza legale, cogestito da Fundacion Munasim Kullakita e da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Guardando a Trump Le strutture d’accoglienza possono tuttavia essere messe in discussione a causa dei repentini cambi di governo dell’intera regione. Il Cile è solo l’ultimo dei paesi che nell’ultimo periodo ha abbracciato la ‘dottrina Trump’ in ambito economico, in politica interna ed estera. Ora, infatti, il presidente Usa sta sfruttando a proprio vantaggio la condizione di frammentazione politica del Sudamerica. Lo ha fatto ad inizio mese a Miami con la costituzione dello “Shield of the Americas (Scudo delle Americhe)”, formalmente uno strumento volto a contrastare «traffico di droghe, criminalità internazionale e immigrazione illegale» ma nei fatti una «alleanza militare» con gli Usa, come ribadito dagli stessi sottoscrittori dell’accordo. Argentina, Cile, Bolivia, Guyana e Paraguay hanno aderito entusiasticamente allo «scudo» e nei fatti stanno portando i loro paesi sempre più sotto l’orbita statunitense. I tempi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana anti statunitense, parrebbero essere tramontati da un pezzo. Il Brasile nel frattempo, proprio a margine della riunione di Miami a cui il presidente Lula non ha partecipato, ha raggiunto un accordo economico con la Bolivia di Paz Pereira. I due, sebbene distanti politicamente, si sono ritrovati nella firma di un accordo che possa guardare «al benessere dei due paesi» e che sappia «andare oltre le differenze politiche». Un ponte necessario per entrambi: per il Brasile, così da non rimanere isolato politicamente, per la Bolivia per un rilancio che non sia solo a stelle e strisce. Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» del 30.3.2026. Marco Piccinelli
March 31, 2026
Pressenza
A Cuba soffocata dall’embargo si tratta ,in Cile gli studenti in piazza contro il neo pinochetismo di Kast
A Cuba soffocata dall’embargo petrolifero si parla di trattative in corso e sembrerebbe che Diaz Canel ,il presidente, sia destinato ad essere sacrificato ;la figura emergente potrebbe essere Raulito Castro detto ” el Cangrejo” ,nipote di Raul, figlio del direttore del GAESA, il Grupo de Administración Empresarial S.A., un conglomerato gestito dalle forze armate che secondo le stime controlla tra il 40 e il 70 per cento dell’economia cubana. GAESA domina il settore alberghiero, la distribuzione di carburante, le catene di supermercati, i cambi di valuta e il porto principale dell’isola. La trattativa ha indispettito gran parte della popolazione che subisce le continue interruzioni di energia elettrica, perchè in un primo momento era stata negata dal governo distintosi per un sostanziale immobilismo di fronte alla crisi . Nonostante le timide liberalizzazioni l’economia cubana è rimasta sostanzialmente dipendente dall’estero ,non possedendo materie prime e legata al settore turistico e alla produzione di canna da zucchero (anche la “zafra” il raccolto del 2026 è stato deludente a causa della mancanza di combustibile). Al netto dell’embargo criminale che assilla l’isola da decenni sono sfuggite occasioni di riforme economiche a causa della mancanza di visione di lungo periodo e di ricambio generazionale . Dalla parte opposta del continente in Cile gli studenti si sono mobilitati contro i tagli all’istruzione e alle spese sociali del governo del neopresidente Kast ammiratore del cupo periodo pinochetista . Il neopresidente pensa di realizzare la crescita economica con una drastica riduzione della spesa pubblica, una riforma fiscale a favore del mondo imprenditoriale, la deregolamentazione delle norme di tutela ambientale e di restrizione all’espansione immobiliare. Kast ha firmato una serie di decreti che abilitano la costruzione di muri di frontiera e il rafforzamento della presenza militare sui confini. Ha inoltre già ritirato 43 regolamenti di protezione ambientale, ha firmato decreti per accelerare le valutazioni d’impatto ambientale di 51 progetti per un valore di circa 16 miliardi di dollari, e ha approvato un accordo con gli Stati Uniti per lo sfruttamento di terre rare e minerali critici come litio e rame. Non si è limitato a questi provvedimenti di stampo neoliberale ma ha anche concesso l’indulto a Carabineros e militari condannati per la repressione delle rivolte del 2019 il cosidetto “estallido social” che aveva portato Boric alla presidenza . La radicale svolta a destra in Cile si spiega anche come la conseguenza di una fallimentare strategia del progressismo rappresentato da Gabriel Boric che aveva inizialmente incanalato la crisi sociale esplosa nel paese verso una soluzione istituzionale, l’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione firmato il 15 novembre 2019 mentre in tutto il paese continuavano le mobilitazioni e le violazioni dei diritti umani. Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista esperto di America Latina
March 30, 2026
Radio Blackout - Info
[Santiago, Cile] Il compagno sovversivo Tomás González evade dall’ex Penitenciaría
> Da informativo anarquista, 26.02.26 Ricevuto via e-mail Il 25 febbraio 2026, l’ex prigioniero sovversivo Tomás González, insieme a un altro detenuto, è evaso dall’ex Penitenciaría* travestito da gendarme. Il compagno Tomás è stato condannato a più di 21 anni di carcere: 16 anni per aver sparato ai poliziotti nel tentativo di evitare l’arresto nel maggio 2022 e 5 anni (in attesa di giudizio definitivo) per possesso di bombe Molotov. Di fronte alle maglie repressive che iniziano a stringersi dentro e fuori, l’appello è quello di non fornire alcuna informazione utile alla repressione. Nessuna collaborazione è accettabile! Nessuna foto del compagno, nessun dato sul suo ambiente e sui suoi legami deve essere consegnato alla polizia! Lunga fuga e lunga vita ax compagnx fuggitivx e latitantx. Tutta la nostra forza e complicità a chi resiste ancora in prigione.     “Conservo ogni momento in cui posso imparare, insieme ai miei compagni, dalle esperienze che, da tempo immemorabile, diverse generazioni hanno trasmesso sulla base della complicità e dell’umiltà. Nulla è finito, perché il compito continua: contribuire sempre in modo concreto. Chi vive lottando apre strade ovunque, e come autonomi e illegali questo è il nostro orizzonte”. Tomas González Quezada *NdT: la ex Penitenciaría è tra le prigioni più vecchie e sovraffollate del Cile; è stata costruita a metà ‘800 sul modello architettonico del Panottico. E’ oggi anche nota come Centro di Detenzione Preventiva di Santiago Sur.  
Berlinale 1/ Hangar rojo di Juan Pablo Sallato
Creata da soli due anni alla Berlinale, la sezione “Perspectives” è dedicata alle opere prime e rivela quest’anno alcune delle sorprese più interessanti della 76° edizione del festival tedesco. Tra queste non è passato inosservato il lungometraggio Hangar rojo del cileno Juan Pablo Sallato, thriller sui giorni bui del golpe fascista che, nel settembre 1973, ha spazzato via uno dei più coraggiosi governi sudamericani di sempre, quello di Salvador Allende e, con esso, ha falciato un’intera generazione, ipotecando il futuro del paese per decenni. Sallato era già impegnato sulla storia politica del suo paese come produttore di Matar a Pinochet (2020) di Juan Ignacio Sabatini (a sua volta co-produttore di questo film). Insieme alla cilena TVN e all’Argentina Brava Cine, partecipano alla produzione anche le toscane Rain Dogs, Berta Film e Caravan. Realtà indipendenti di tre paesi che ne sanno qualcosa di fascismo, vecchio e nuovo, e che in questa collaborazione mostrano coraggio e intelligenza, credendo in un’opera prima su un tema per niente scontato. > La sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán si basa sul libro autobiografico di > Fernando Villágran Disparen a la bandada, dedicato ai crimini commessi nelle > prigioni del regime, soprattutto contro il gruppo di ufficiali e sottufficiali > dell’aeronautica che restarono fedeli al governo costituzionale, rifiutandosi > di sostenere il golpe e pagando in prima persona le conseguenze. Il film si concentra su un personaggio realmente esistito, il capitano Jorge Silva, paracadutista celebrato per le imprese compiute in gioventù e rispettato istruttore all’epoca dei fatti. Già inviso (si capirà perché) ai superiori golpisti, Silva si rifiuta di trasformare l’accademia da lui diretta in un centro di tortura, nel quale finirà dunque per entrare egli stesso come una vittima, insieme ad altre vittime. Senza correre il rischio di troppo svelare, credo che due immagini colgano perfettamente lo spirito di questo enigmatico capitano, che non è certo un uomo di sinistra, ma che è guidato da una profonda fedeltà al governo costituzionale. La prima è una foto incorniciata che si intravede fugacemente, sulla sua scrivania. Atterrato su un campo di calcio, un paracadutista ha appena toccato terra. In piedi, leggermente sbilanciato ma ancora saldo sulle proprie gambe, prosegue la sua corsa, il paracadute ancora gonfio aperto alle sue spalle. > Sullo sfondo si intravedono le gradinate di uno stadio – tristemente > premonitore – gremito di pubblico a festeggiare l’impresa di un atterraggio > che, ritenuto estremamente difficile se non impossibile, è stato eseguito con > perfetta eleganza. Tuttavia, a guardarlo bene, non si capisce se sia l’uomo a tirare a sé il paracadute o questo a intralciarne la corsa, a impedirne il movimento, ad avvolgerlo e trattenerlo allo stesso tempo, forse a proteggerlo da qualcosa di sinistro che non era impossibile intuire. La seconda immagine è quella di un soldatino di plastica, di nuovo la piccola effigie di un paracadutista in posizione di caduta libera, ma questa volta senza paracadute, appeso invece con un filo allo specchietto retrovisore dell’auto del capitano Silva, pendaglio sballottato da una parte e dall’altra e come in una spasmodica ricerca della libertà, come se volesse staccarsi da quello specchietto per completare infine il suo salto nel vuoto, vada come vada. > La libertà ha un prezzo, ci dicono queste due immagini, ed è come se ci > fossero sempre delle forze a imbrigliarla, impedirla, minacciarla, anche > quando sembra ormai di volare in piena libertà, come forse sembrava al Cile in > quel glorioso inizio degli anni ’70. Piccoli revanscismi, vendette personali, meschine e risentite, altro che gloria nazionale e amor di patria: anche questo sono i golpe, che qui vediamo dispiegarsi in tutta la loro banalità, non soltanto contro gli odiati marxisti, ma anche all’interno dello stesso esercito, quando la violenza si scatena cieca e tutto rimette in discussione, quando tutto diventa possibile perché tutto viene distrutto: viva la morte e muoia la vita. Intelligenti alcune scelte formali, come il movimento di camera che a lungo ci inchioda alle spalle del capitano Silva, obbligandoci a seguirne i passi, nel suo avanzare silenzioso e deciso tra i corridoi e nelle piazze, nel chiuso dell’hangar o nello spazio aperto dell’aerodromo, come se non potessimo alzare gli occhi, come se fosse ancora troppo presto per levare lo sguardo e guardare in faccia la storia ancora traumatica di questo periodo. > Proprio come i prigionieri in fila, umiliati e percossi, possiamo avanzare > solo con gli occhi bassi, sbirciando timidamente al di là di quest’uomo dalle > spalle larghe, che sembra far di tutto per proteggerci, ma che il peso > dell’oppressione finirà per schiacciare. Notevole la fotografia di Diego Pequeno che restituisce con un gelido bianco e nero il clima di violenza, terrore, arbitrio, paralisi. Si è fatto riferimento al bianco e nero di Frankenheimer e Pakula, per le atmosfere da guerra fredda. Aggiungerei il primo Cacoyannis, con i suoi minacciosi palazzi del potere e le inquietanti architetture che schiacciano gli umani sotto il peso del loro tragico destino, imprigionandoli in minacciosi coni di luce e ombra. Bella riuscita complessiva per questo primo lungometraggio che dovrebbe avere anche in Italia la distribuzione che merita, perché non è mai abbastanza il ricordare che cosa sia il fascismo. In copertina un fotogramma del film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Berlinale 1/ <em>Hangar rojo</em> di Juan Pablo Sallato proviene da DINAMOpress.
February 20, 2026
DINAMOpress
La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre 2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della Repubblica. Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante i quasi 17 anni di dittatura. Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un passo indietro di quasi sei anni. LE PROTESTE DEL 2019 Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il 2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a esplodere. > Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del > sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che > saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre. Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del 19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già esplosa. > Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e > l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e > reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro > un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo. Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle. di Luca Profenna IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale, giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet. L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio, battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento climatico. In poche parole, un nuovo Cile. L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna mediatica contro la riforma costituzionale. A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato. > Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con > quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno > dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande > fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo > costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del > cambiamento. L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale, producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile, non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in vigore. Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza sociale solida e riconoscibile. di Luca Profenna Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono la narrativa originaria. Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico, riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però, queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti. > Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con > riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare. > Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e > costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione > cilena. È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili. L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che voleva superare. Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza trovare una forma duratura. di Luca Profenna IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del 37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria, espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast; infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di centro-destra con posizioni anti-establishment. > La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della > criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a > far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche > offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente. Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi. José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e, visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso, chiaro riferimento alla candidata di sinistra. Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei, come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi, dalle Ande al mare. Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì, immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più lontani che mai. Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra proviene da DINAMOpress.
December 22, 2025
DINAMOpress
Il Pinochet dal volto democratico
Articolo di Karina Nohales, Pablo Abufom Domenica 14 dicembre, il candidato di estrema destra José Antonio Kast ha vinto con ampio margine (58,2%) al secondo turno delle elezioni presidenziali contro la sua avversaria, la candidata filogovernativa e membro del Partito Comunista, Jeannette Jara (41,8%). Il risultato rientra nelle previsioni dei principali istituti di sondaggi, ma conferma anche una tendenza politica più ampia, visibile fin dalle primarie del partito al governo di giugno. Come osservato allora “la sfida per la candidatura di Jeannette Jara è enorme su diversi livelli. Il primo e più importante è trasformare gli 825.835 voti delle primarie nei 7 milioni necessari per vincere il ballottaggio presidenziale, che per la prima volta dal 2012 si svolgerà con voto obbligatorio, un sistema che, secondo tutte le tendenze, ha favorito la destra”. Da parte nostra, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, abbiamo constatato che “i risultati elettorali di domenica 16 novembre mostrano chiaramente l’entità della vittoria della destra. Alle elezioni presidenziali, questo blocco ha raggiunto il 50,3% dei voti, distribuito tra José Antonio Kast (23,9%, Partito Repubblicano), Johannes Kaiser (13,9%, Partito Libertario Nazionale) ed Evelyn Matthei (12,5%, Chile Vamos)”. Con un’affluenza alle urne dell’85%, Jeannette Jara ha aumentato i suoi voti di circa 1,7 milioni tra il primo e il secondo turno. Tuttavia, questa crescita si è rivelata chiaramente insufficiente contro l’avanzata di Kast, che ha guadagnato oltre quattro milioni di nuovi elettori e ha vinto in ogni regione del Paese, senza eccezioni. Analizzare la distribuzione dei voti per genere ed età consente di comprendere più precisamente questa dinamica. Kast ha ottenuto i risultati migliori tra gli elettori maschi in tutte le fasce d’età, ma ha registrato anche una performance particolarmente positiva tra le donne di età compresa tra 35 e 54 anni. Jara, d’altra parte, ha prevalso tra le elettrici sotto i 35 anni e sopra i 54 anni, con una base di sostegno conseguentemente più frammentata e localizzata socialmente. CHI È JOSÉ ANTONIO KAST? José Antonio Kast non è un outsider . È stato membro dello storico partito pinochetista, l’Unione Democratica Indipendente (Udi), per oltre due decenni, è stato deputato per sedici anni consecutivi (2002-2018) e si è candidato alla presidenza tre volte. Nel 2016, si dimise dall’Udi sostenendo che il partito avesse abbandonato i suoi principi fondanti – ultraconservatore in materia morale, cattolico in materia culturale e neoliberista in materia economica – a favore di una strategia di mobilitazione di massa e moderazione retorica. Poco dopo, nel 2017, lanciò la sua piattaforma presidenziale, Republican Action, che nel 2019 si costituì formalmente come partito politico con il nome di Republican Party, la sua attuale forza politica. In linea con questo percorso, nel 2020 Kast è stato uno dei firmatari della cosiddetta Carta di Madrid, un’iniziativa promossa dall’estrema destra internazionale con l’obiettivo esplicito di fermare “l’avanzata del comunismo” in America Latina. Kast è il più giovane dei dieci figli di immigrati tedeschi Kast-Rist. Suo padre, Michael Kast, era un soldato delle forze armate naziste (Wehrmacht) ed era affiliato al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Sia i suoi genitori che diversi suoi fratelli sono stati coinvolti in attività commerciali nel settore agricolo del Cile centrale. Inoltre, documentate indagini giornalistiche e giudiziarie collegano i membri della famiglia Kast alle attività criminali del Centro Nazionale di Informazione (Cni) durante la dittatura di Pinochet, inclusa la loro partecipazione a pattugliamenti civili a fianco delle forze repressive del regime e a operazioni associate a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui sparizioni forzate. Il fratello maggiore di José Antonio, Miguel Kast, economista formatosi all’Università di Chicago, ha ricoperto posizioni chiave durante la dittatura: è stato ministro del Lavoro e in seguito presidente della Banca Centrale. Nel suo ruolo di ministro dell’Ufficio Nazionale di Pianificazione (Odeplan) tra il 1978 e il 1980, Miguel Kast Rist è stato uno dei principali fautori della categoria statistica di “povertà estrema”, che indirizzava la spesa sociale verso i settori più poveri della società. Questa definizione ha istituzionalizzato una politica di spesa sociale minima, orientata alla mera sopravvivenza, pienamente coerente con il programma di aggiustamento strutturale e di smantellamento dello stato sociale attuato dalla dittatura. Proveniente da una famiglia dal background politico ultra-cattolico, Kast si identifica come un fedele discepolo del principale ideologo civile della dittatura cilena e fondatore del partito Udi, il defunto ex senatore Jaime Guzmán. In questo quadro di riferimenti Guzmán ha mantenuto una posizione estrema sull’aborto: “La madre deve avere il figlio anche se nasce con anomalie, non è voluto, è frutto di uno stupro o se averlo comporta la sua morte”. Come membro del parlamento, Kast si è costantemente opposto all’estensione dei diritti civili e sessuali. Ha votato contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la legge antidiscriminazione, ha condotto una campagna attiva contro l’educazione sessuale completa, ha respinto la distribuzione gratuita della pillola del giorno dopo e ha sostenuto l’abrogazione della legislazione vigente sull’aborto in tre circostanze specifiche. Questo orientamento si è riversato anche nelle sue proposte politiche. Durante la sua seconda campagna presidenziale ha proposto di eliminare il ministero per le Donne e l’Uguaglianza di Genere, sostituendolo con un ministero per la Famiglia, e di riservare alcuni programmi di assistenza sociale – particolarmente rilevanti per le donne povere – esclusivamente alle donne sposate. Nel 2017, durante la sua prima campagna presidenziale, sua moglie, Pía Adriasola, raccontò in un’intervista che, dopo aver espresso il desiderio di posticipare la gravidanza prima del terzo figlio – la coppia ne ha nove – consultò un medico che le prescrisse contraccettivi orali. Secondo la sua testimonianza, quando comunicò a Kast questa decisione, lui reagì con la frase: «Sei pazza? Non è possibile», e poi la portò da un prete, che le disse che l’uso di quelle pillole era proibito. Nell’agosto dello stesso anno, José Antonio Kast fu proclamato candidato da gruppi di militari in pensione e da organizzazioni di familiari di condannati per crimini contro l’umanità. In un evento tenutosi al Teatro Caupolicán, dichiarò: «Mi chiamo José Antonio Kast e difendo con orgoglio l’operato del governo militare. Credo che molti militari e membri delle forze armate siano perseguitati e, se sarò presidente, mi impegno a proteggere le forze armate», promettendo di perdonare «tutti coloro che sono ingiustamente o disumanamente imprigionati». Tra i condannati c’è Miguel Krassnoff Martchenko, generale di brigata dell’esercito al momento del colpo di stato del 1973, in seguito agente della Direzione Nazionale dell’Intelligence (Dina) – la polizia segreta della dittatura – e condannato a oltre 1.060 anni di carcere in ventisette casi per rapimento, tortura e sparizione forzata. A Kast, che ha fatto visita a Krassnoff in carcere, è stato ripetutamente chiesto durante quest’ultima campagna presidenziale se intendesse ancora perdonarlo. Si è sempre rifiutato di rispondere. Tutto questo ci permette di caratterizzare José Antonio Kast come un difensore esplicito e coerente della dittatura di Pinochet, non solo in termini di rivendicazione simbolica della lotta anticomunista del passato, ma anche come tentativo consapevole di recuperare il quadro programmatico pinochetista per affrontare le molteplici crisi che la società cilena sta affrontando oggi. La sua proposta combina la mano pesante per ripristinare «lo stato di diritto», la deregolamentazione e la mercificazione dei servizi sociali per «migliorare le condizioni per gli investimenti e la creazione di posti di lavoro», e una concezione della società fondata sulla centralità della famiglia, il diritto preferenziale alla proprietà privata, l’imprenditorialità individuale e il controllo patriarcale su donne e bambini. COSA ASPETTARSI DAL PROSSIMO GOVERNO? Nel 2023, in seguito alla sconfitta del processo costituente scaturito dalla rivolta sociale, ebbe luogo un secondo tentativo di riforma costituzionale che fu, in ogni senso, l’antitesi del precedente. L’organismo noto come consiglio costituzionale era composto da cinquanta consiglieri, ventidue dei quali appartenenti al Partito repubblicano, che ne presiedeva anche la presidenza. La proposta costituzionale emanata da quell’organismo, elaborata a immagine e somiglianza degli ideali repubblicani, consisteva in un ritorno al testo originale della Costituzione Pinochet del 1980, spogliata delle riforme introdotte durante il periodo democratico. Il progetto fu respinto nel plebiscito del dicembre 2023 con il 55,7% dei voti. Questo risultato ha concluso il ciclo costituzionale iniziato nel 2019. Tuttavia, il processo ha permesso di mettere alla prova il grado di dogmatismo del progetto repubblicano e ha portato alla ribalta diverse figure politiche che, con ogni probabilità, svolgeranno un ruolo significativo nei prossimi quattro anni di governo. Domenica sera, nel suo primo discorso da presidente eletto, Kast ha optato per un tono moderato. Ha dichiarato il suo rispetto per la democrazia, per gli avversari politici e per il pluralismo, ha espresso una presunta volontà di raggiungere accordi e ha riconosciuto il contributo dei suoi predecessori. A tratti, è sembrato adottare la cosiddetta «politica degli accordi» che ha caratterizzato la governance post-dittatura: un quadro sostenuto da un centro-sinistra che aveva abbracciato l’economia sociale di mercato e da una destra che aveva gradualmente cercato di prendere le distanze dall’eredità esplicita del pinochetismo per gestire la transizione democratica. Tuttavia, questa retorica conciliante contrasta nettamente con le iniziali dichiarazioni programmatiche della sua squadra. Il piano annunciato per i primi tre mesi della sua amministrazione è in linea con il Kast, della campagna elettorale, ed è strutturato attorno a quattro pilastri centrali: controriforma fiscale, deregolamentazione, offensiva contro il lavoro e aggiustamento fiscale. In materia fiscale, Kast propone di invertire la riforma attuata durante il secondo mandato di Michelle Bachelet, riducendo le tasse per le medie e grandi imprese ed eliminando l’imposta sugli utili individuali per gli imprenditori. Questo approccio rafforza la natura regressiva del sistema fiscale e consolida il trasferimento di reddito verso i settori più ricchi. In termini di regolamentazione, il programma di Kast mira a smantellare i limiti esistenti al potere del capitale, con particolare attenzione alla deregolamentazione dei quadri normativi di tutela ambientale e all’allentamento delle restrizioni al settore immobiliare. Si tratta di un programma a lungo sostenuto dalle grandi imprese, che negli ultimi anni hanno diffuso il neologismo “permsologia” per delegittimare i processi di valutazione dell’impatto ambientale applicati a progetti con potenziali effetti negativi sui beni tutelati dalla normativa vigente. Al centro dell’attacco al mondo del lavoro, l’obiettivo principale è ridurre la capacità di controllo e di applicazione delle leggi contro le pratiche antisindacali e anti-lavorative, indebolendo la Direzione del Lavoro. A ciò si aggiunge l’intenzione esplicita di limitare l’applicazione della legge sulla settimana lavorativa di 40 ore, approvata durante l’attuale amministrazione, vanificando persino i limitati progressi che questa legge ha rappresentato nel porre la questione del tempo libero al centro della lotta del movimento sindacale. Infine, per quanto riguarda la riduzione della spesa pubblica, la proposta è stata volutamente grandiosa: un taglio di 6 miliardi di dollari. L’entità della cifra ha rapidamente generato sospetti e richieste di chiarimenti. In risposta, uno dei portavoce della campagna è stato esplicito nel giustificare il rifiuto di dettagliare gli aggiustamenti: «Ovviamente, non li diremo perché ci paralizzerebbero il giorno dopo. Se dite ‘Metto fine al programma X’, avremo le strade in fiamme». Al di là di questa cinica franchezza, le prime misure annunciate non sono altro che vaghe dichiarazioni: promesse di limitare la cosiddetta «spesa politica», aumentare l’efficienza della spesa pubblica, rafforzare i poteri dell’Ufficio del Controllore Generale di supervisionare la spesa comunale e licenziare funzionari etichettati come «operatori politici». Nel complesso, si tratta di un programma di austerità il cui contenuto concreto rimane volutamente opaco, ma i cui effetti prevedibili avranno un impatto sull’occupazione pubblica, sulle politiche sociali e sulla capacità di regolamentazione dello Stato. IL PRIMO GIORNO: PROTOCOLLO KAST E INTERNAZIONALE Lunedì 15 dicembre, il suo primo giorno da presidente eletto, Kast ha visitato il Palazzo della Moneda e ha incontrato i rappresentanti dei partiti che hanno sostenuto la sua candidatura. Niente di straordinario in termini istituzionali. I segnali politici più significativi della giornata, tuttavia, sono arrivati dalla scena internazionale. Kast ha ricevuto esplicite congratulazioni da figure chiave della cosiddetta «internazionale fascista»: Javier Milei, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno celebrato apertamente la sua vittoria elettorale e lo hanno presentato come un alleato nell’offensiva contro il socialismo latinoamericano. Il Wall Street Journal ha fatto eco a questo sentimento, interpretando il trionfo di Kast come parte di una «cattiva stagione democratica per il socialismo in America Latina», suggerendo che l’ondata di «violenza di sinistra» e di stagnazione economica si stia attenuando.  Tutto indica che Kast diventerà una figura chiave nel riallineamento della destra latinoamericana al potere, con almeno due conseguenze che fungono da campanelli d’allarme. In primo luogo, un’adesione inequivocabile al nuovo orientamento della politica estera statunitense, il cosiddetto Corollario Trump alla Dottrina Monroe, il cui obiettivo immediato è il cambio di regime in Venezuela e l’appropriazione delle sue risorse energetiche. In secondo luogo, l’avvio di un processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, anche a costo di compromettere lo storico impegno del Cile per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo impegno si è recentemente espresso nella partecipazione del Cile alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio, nonché nella sospensione di alcune forme di cooperazione diplomatica e militare con lo Stato occupante. Nel concerto dissonante dell’estrema destra globale, ogni paese contribuisce con la propria tradizione e una specifica forma di legittimazione. In Cile, tutto indica che questa forma sia il Pinochet. Lì, l’estrema destra ritrova il suo passato glorificato, le sue esperienze di governo più riuscite dal punto di vista delle classi dirigenti e la memoria strategica – economica, militare e culturale – che le consente di radicarsi nel nuovo panorama globale. COSA SIGNIFICA LA VITTORIA DI KAST Il governo di José Antonio Kast sarà il primo governo democratico del pinochetismo. La sua vittoria segna la realizzazione, per la prima volta, di un’aspirazione di lunga data dei fondatori dell’Unione Democratica Indipendente (Udi), il partito creato da Jaime Guzmán insieme a Miguel Kast e ad altre figure chiave del cattolicesimo autoritario della dittatura. Kast incarna il ritorno di quel progetto, ora aggiornato dall’esperienza dell’ondata reazionaria internazionale e dalle nuove sensibilità di un’estrema destra più giovane, ideologicamente coesa e politicamente disinibita. È importante prestare attenzione al ruolo che le figure storiche dell’Udi svolgeranno nella formazione del governo e delle squadre ministeriali. Proprio come un Fronte Ampio, ancora inesperto, un tempo si affidava a figure della Concertación per mantenere il funzionamento dell’apparato statale, è probabile che un Partito Repubblicano relativamente giovane dovrà fare affidamento sui suoi vecchi compagni: ex ministri della dittatura e dell’amministrazione Piñera, portatori di un’esperienza fondamentale nel governo in condizioni di conflitto sociale e di restaurazione conservatrice. Ma il trionfo di Kast non rappresenta solo la vittoria elettorale del pinochetismo. In queste elezioni, l’anticomunismo ha prevalso anche come ingrediente centrale del  buon senso politico. Non c’è dubbio che la campagna elettorale si sia incentrata sui timori di violenza, disoccupazione e aumento del costo della vita, fenomeni sistematicamente attribuiti a criminalità, narcotraffico, corruzione e migrazione. La domanda cruciale è perché queste ansie siano riuscite a coalizzarsi politicamente attorno a Kast e contro Jeannette Jara. L’idea è che la spina dorsale che ha unificato queste paure sia stata un’idea semplice e persistente: che, al di là di qualsiasi aspetto preoccupante di Kast, «il comunismo è peggio» e che un governo comunista avrebbe inevitabilmente portato a maggiore miseria. Il collante ideologico di queste paure indotte era la minaccia – inesistente in termini reali – di un governo guidato da un comunista, meccanicamente associato al Venezuela, a Cuba, al governo di Unità Popolare o all’Unione Sovietica. In questo modo, le critiche, spesso ragionevoli, alla gestione del governo e alle difficoltà quotidiane affrontate da ampi settori della società sono state riassunte in un argomento profondamente irrazionale: l’anticomunismo come eredità vivente della dittatura, forgiata nel contesto della Guerra Fredda e ancora efficace nell’immaginario popolare cileno. Nelle settimane successive alla sconfitta, analisi retrospettive e scaricabarile abbonderanno. Superata questa fase iniziale, la sinistra cilena sarà costretta a ripartire da zero. Gli aggiustamenti tattici tentati negli ultimi anni non saranno più sufficienti. Lo scenario è estremamente complesso e potrebbe diventare ancora più contraddittorio se si confermassero maggiori investimenti nell’industria del rame, trainati da una maggiore domanda globale, inaugurando potenzialmente un superciclo favorevole al governo entrante. Allo stesso tempo, l’assenza di elezioni per almeno tre anni concede a Kast un ampio margine di manovra per imporre la sua agenda come fulcro della politica nazionale. In questo contesto, le sfide immediate per la classe lavoratrice cilena si concentreranno su due fronti strettamente interconnessi: la resistenza alle riforme regressive del nuovo governo e la capacità di articolare un’opposizione sociale che non sia subordinata alla stessa leadership progressista che ha guidato quelli che ora sembrano quattro anni persi nella lotta contro l’avanzata dell’estrema destra. Il ciclo che si apre richiede più di difese parziali: richiede una ricomposizione strategica della sinistra cilena commisurata a questo nuovo momento storico. L'articolo Il Pinochet dal volto democratico proviene da Jacobin Italia.
December 17, 2025
Jacobin Italia