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[Atene, Grecia]: Nuclei di Azione Diretta – Rivendicazione dell’attacco incendiario contro l’OPEKEPE
> Da Indymedia Atene, 22.05.26 I Nuclei di Azione Diretta rivendicano l’attacco incendiario all’edificio dell’OPEKEPE* in via Domokou. Il nucleo che ha eseguito l’attacco si è mosso in una zona piuttosto sorvegliata e ha agito in un edificio protetto da una pattuglia della polizia, eppure il piano è stato portato a termine con successo. L’attacco è dedicato a chi soffoca nella tetra situazione del Paese, a chi è oppresso dall’ansia di arrivare a fine mese, a chi sogna lampi di vendetta contro la barbarie di una quotidianità ingiusta e sorride al pensiero di un atto di resistenza politica. Ma soprattutto a coloro che, con le loro azioni, cercano di plasmare il grande mosaico della resistenza radicale al capitalismo e ai rapporti che esso riproduce nel corpo sociale. A coloro che, con o senza motivo, attaccano le strutture e il potenziale umano del nemico. Faro e guida di tutti i nostri attacchi è e sarà sempre il combattente armato Kyriakos Xymitiris. Chiediamo ancora una volta a chi lotta di organizzare subito la resistenza contro il totalitarismo moderno. Di utilizzare lo strumento dell’azione diretta contro le strutture del sistema che ci opprime e passare all’attacco. Che l’esempio di altruismo di Kyriakos sia per tutti noi una fonte di energia per combattere la battaglia per la sopravvivenza contro la tirannia del cappio economico e la mannaia dell’assimilazione e dell’indifferenza. Del resto, in questi giorni bui che stiamo vivendo, la vittoria consiste semplicemente nel rimanere umani. La vittoria consiste semplicemente nel lottare per la libertà. Questa volta non abbiamo scelto come obiettivo uno dei tanti rappresentanti del sistema. Abbiamo colpito questo organismo specifico perché riteniamo che racchiuda in sé tutto il marciume contro cui lottiamo in ogni aspetto della nostra vita. Ma è anche un modo per attaccare simbolicamente uno dei tanti pilastri del regime di Mitsotakis che ha devastato la scena politica nazionale negli ultimi sette anni. Per evitare equivoci, precisiamo che la definizione di “regime” che attribuiamo al governo di Nea Democratia degli ultimi anni tiene conto dei limiti esistenti in un sistema politico democratico-borghese di uno Stato membro dell’Unione Europea, come la Grecia. Tuttavia, la concentrazione di un grande potere politico ai vertici del governo, il controllo dei media, l’assegnazione diretta di incarichi a persone di fiducia e amici, l’aumento della repressione e la limitazione dei diritti democratici fondamentali, il controllo delle carceri da parte della polizia, il controllo assoluto della giustizia civile e il modo generale di esercitare il potere, insieme alle forti somiglianze con altri politici che la pensano allo stesso modo (come Orbán in Ungheria), ci portano a ritenere che, al di là di un governo formale che opera nell’ambito del sistema capitalistico, nel nostro Paese ci siano segni di degenerazione verso un regime completamente corrotto, rigido e repressivo, pur rimanendo nel contesto occidentale. Ma come funziona questo regime e quali sono i suoi pilastri? Una delle prime mosse di Nea Democratia, appena un mese dopo la sua vittoria alle elezioni nell’agosto del 2019, è stata l’approvazione della legge 4622 sul cosiddetto “Stato Esecutivo”. Questa legge, tra le altre cose, ha istituito la cosiddetta Presidenza del Governo, che risponde direttamente al primo ministro. Si tratta di un organismo extra-istituzionale che opera al di sopra di tutti e che, oltre ad accontentare centinaia di funzionari di nomina conservatrice, concentra un grande potere nelle mani del primo ministro e del suo gruppo (le cosiddette segreterie di governo). Con lo stesso atto legislativo, l’EYP, l’ERT** e l’Agenzia di stampa Atene-Macedonia sono passati sotto il controllo della Presidenza del Governo, ovvero del primo ministro. Come è facile intuire, questa legge e la struttura di esercizio del potere statale che ha creato hanno concentrato un’enorme potenza politica nelle mani di pochi, svolgendo un ruolo catalizzatore nel funzionamento del regime descritto sopra. I segretariati istituiti costituiscono i pilastri di questo sistema. Un esempio emblematico è il controllo dell’EYP e di altri meccanismi parastatali che toccano anche la criminalità organizzata, esercitato tramite il nipote del primo ministro, Grigoris Dimitriadis. Dimitriadis ha ricoperto la carica di Segretario Generale del Primo Ministro per i primi tre anni. Era, cioè, a capo di tutte le segreterie che abbiamo descritto come pilastri dello Stato Esecutivo. Le intercettazioni illegali di esponenti istituzionali del Paese, giornalisti o nemici del regime a scopo di ricatto, il controllo di circuiti illegali, gli appalti diretti di opere pubbliche di piccola o grande entità a specifiche società che sono in buoni rapporti con i vertici del governo (come la GEK TERNA del testimone di nozze di Gerapetritis), l’influenza sulla “giustizia”, l’“acquisizione” di gran parte dei media tradizionali tramite la lista di Petsas e la creazione di meccanismi parastatali con denaro pubblico come Ομάδα Αλήθειας*** [Squadra della Verità] hanno un unico e comune obiettivo. Il controllo assoluto della vita politica ed economica del Paese. La sua trasformazione in un feudo per pochi eletti. La repressione ha un ruolo fondamentale per il consolidamento di queste formazioni. La repressione, infatti, può essere un fattore fondamentale per il consolidamento di ogni potere politico, ma in un sistema in cui la politica praticata ha una visione autoritaria, essa occupa una posizione centrale nel suo nucleo. Possiamo avere un ministro che ha fallito completamente nel garantire la presunta “sicurezza” dei cittadini, con un aumento della “criminalità” interna, dei “contratti di morte”, dei morti per violenza tra tifosi, dei decessi in carcere, della “criminalità” minorile, del consumo di droga, e così via; eppure, rimane al suo posto come “uomo di successo”, perché svolge fedelmente il suo ruolo di ingranaggio fondamentale nella protezione del regime. L’unica cosa che interessa a qualsiasi governo capitalista, e tanto più a Nea Democratia con la sua concezione autoritaria del potere, è blindare il sistema da qualsiasi minaccia. In questo contesto si inseriscono il divieto di manifestazioni, l’occupazione militare di zone del centro di Atene da parte della polizia, la repressione nelle università, i numerosi posti di blocco quotidiani nelle strade delle grandi città, gli omicidi dei rom, il nuovo codice penale, i cimiteri di rifugiati alle frontiere e i campi di concentramento per immigrati, e l’elenco non finisce qui. In poche parole, il dogma “Legge e Ordine” del regime non ha nulla a che vedere con la “sicurezza” dei cittadini, come invece viene spacciato; al contrario, costituisce il suo scudo protettivo contro chiunque, uomo o donna, si senta soffocare al suo interno e lotti per rovesciarlo. Un altro pilastro è l’OPEKEPE, un’organizzazione corrotta. Non ci dilungheremo in descrizioni dettagliate della parte “tecnica” di questo enorme scandalo. Del resto, sono cose note a tutti. È però scandaloso il modo in cui questi farabutti agivano. In un Paese in cui i segni della crisi economica sono ancora visibili. Con l’inflazione e il caro vita che strangolano una parte significativa della popolazione. Con le bollette, il fisco e i beni di prima necessità che sembrano inaccessibili, mentre allo stesso tempo un esercito di ministri, parlamentari, dirigenti e anche elettori si arricchisce con il denaro pubblico, che altrimenti odiano così tanto e per il quale gridano alla privatizzazione di tutto. È esasperante constatare che, dalle dichiarazioni patrimoniali dei politici e dei dirigenti di Nea Democratia, risulta che il loro patrimonio si sia raddoppiato, triplicato o quadruplicato negli ultimi 7 anni. È scandaloso che ogni appalto, piccolo o grande che sia, venga assegnato direttamente ai membri di Nea Democratia a prezzi anche dieci volte superiori a quelli di mercato. È scandaloso che tutti questi approfittatori abbiano accesso al catasto per dichiarare appezzamenti inesistenti e incassare migliaia di euro. È scandaloso che tanti agricoltori, allevatori, vittime di incendi e gente comune siano stati esclusi dai sussidi, così che potessero essere incassati “a mani piene” da chi aveva accesso al “sistema blu” [blu è il colore di ND, Ndt]. È scandaloso che, nonostante si supponesse che il sistema fosse stato smantellato, secondo le denunce la spartizione dei sussidi illegali continui come se nulla fosse. È scandaloso che, a seguito dello scandalo dell’OPEKEPE, in cui è già coinvolto il 20% della maggioranza di governo, Mitsotakis tenga un discorso in cui dichiara che continuerà la battaglia contro lo Stato profondo senza che si muova una foglia. Il re è morto… Viva il re. Lui e la sua famiglia, che sono la definizione stessa dello Stato profondo, ripuliranno il Paese. L’arcivescovo della corruzione e capo del regime sporco che abbiamo descritto punta il dito, mentre in questo specifico scandalo sono coinvolti non solo deputati e ministri del suo partito, ma anche membri della sua cerchia ristretta. Per noi, il modo in cui funzionano tutte queste organizzazioni, come l’OPEKEPE e il Fondo di Rilancio [corrispettivo greco del PNRR, NdT], gli appalti diretti a specifici amici e persone di fiducia, al di là dei fenomeni di marciume e corruzione evidente, sono in un certo senso pilastri di stabilizzazione e perpetuazione del regime. Non è certo un caso che la maggior parte dei sussidi venga destinata alle regioni in cui il partito di governo ha bisogno di rafforzare i propri consensi e a persone influenti, attraverso le quali una parte di quel denaro sporco verrà distribuita a vari destinatari. Come è facile intuire, questo meccanismo non solo crea condizioni di disparità nelle competizioni elettorali, ma genera anche interessi particolari “di classe” o, meglio, interessi economici in una parte dell’elettorato che, con la logica del “io sto bene e chi se ne frega del mio vicino”, compie le proprie scelte. Non siamo qui per dire cose piacevoli. Non crediamo in alcun ruolo storico di alcun soggetto, specialmente nel mondo contemporaneo. Riteniamo che ognuno di noi venga giudicato in base alle scelte che compie nella vita di tutti i giorni. La maggior parte degli elettori di ND non vota il partito nonostante gli scandali, ma proprio a causa di essi. Sanno molto bene, con il passare degli anni, che, che si tratti di briciole o di una buona fetta, anche loro hanno qualcosa da aspettarsi dalla “torta”. Il voto a Nea Democratia è un compromesso. Che si tratti di un vantaggio individuale o familiare, non si tratta mai di un processo che mira a un profitto o a un interesse collettivo. Chi acquista il pacchetto economico “governo ND” vuole ardentemente che lui – e magari anche i suoi cari – godano dei frutti della fetta di torta, non una collettività più ampia; e se accadesse qualcosa di diverso, si sentirebbe tradito, persino un imbecille. Da qui le risate che dovrebbero suscitare le analisi di sinistra sul costo elettorale che gli scandali comportano per il governo. Puri desideri. Anche in questo caso, l’unico vantaggio verrà dal grande zoccolo duro di opportunisti che invade il Paese, con tutta la destra e la frangia apolitica che desiderano ardentemente una nuova elezione di Mitsotakis, per rinnovare il “contratto” di profitto. Anche coloro che si atteggiano a puri e immacolati e sostengono di volere uno Stato affrancato dagli scandali e pulito dal letame dell’Augea clientelare, in realtà o vogliono entrare anche loro nel gioco, o insistono nella purezza del loro inganno per l'”europeizzazione” dell’apparato statale. L’unica cosa certa è che non abbandoneranno il gregge per amore della stabilità della loro vita. Per questa stabilità, per la sopravvivenza dei privilegi di cui godono, venderebbero anche la madre. Non si tratta di una critica moralista. Non ci interessa dividere il mondo in buoni e cattivi, onesti e disonesti. Una grande fetta di greci ci campa, e alcuni di loro si arricchiscono grazie alla riscossione di affitti o altri redditi passivi, mentre il fiore all’occhiello dell’economia nazionale riguarda le attività legate al turismo (compresa la ristorazione) e al settore immobiliare che guardano costantemente ai fondi europei, agli accordi e ai contratti con lo Stato e gli enti locali. Lo sviluppo e lo sfruttamento capitalistico sfrenato, finalizzato al profitto di determinate caste, richiede arbitri e amministratori politici che, naturalmente, a loro volta, talvolta entrano nella danza del denaro. Ma, soprattutto, come le mafie, creano i famosi rapporti clientelari per acquistare influenza politica e voti. Gli elettori accettano volentieri questo patto e tutti insieme formano un rapporto di scambio che la gente comune, ormai assuefatta, non è affatto disposta a perdere, insieme alle briciole che le vengono offerte dai servizi governativi in nome di una società di pari opportunità e trasparenza. Naturalmente, tutto questo non comporta responsabilità orizzontali, né benefici orizzontali, siano essi economici o politici. L’intero sistema è regolato da una verticalità e da una gerarchia che, ovviamente, avvantaggiano pochi eletti, in questo caso il governo Mitsotakis. Nel 2010, con i memorandum, questo “patto” tra l’apparato statale e gli elettori si è infranto, poiché alla crisi economica generale si è aggiunta l’incapacità di attuare politiche “di sviluppo” opportunistiche e predatorie, insieme alla perdita, in larga misura, delle relazioni clientelari e delle relative aspettative. Naturalmente, l’intero sistema non è scomparso né ha smesso di funzionare, ma si è semplicemente ridotto e ha continuato a esistere in misura più limitata. Ora, però, si è completamente ripreso e sta vivendo giorni di gloria con il regime di Mitsotakis. Lo scandalo dell’OPEKEPE è un esempio lampante e clamoroso di questa situazione, essendo uno degli strumenti più efficaci del governo per ridefinire la propria politica di influenza nelle province non tradizionalmente blu (come Creta) e per rafforzare la propria base elettorale tra gli elettori più tradizionali. Il risultato sono stati due mandati consecutivi di quattro anni senza un vero avversario e ora, matematicamente, ci stiamo dirigendo verso il terzo. Ribadiamo che gli scandali costituiscono il trampolino di lancio per la nuova vittoria elettorale di ND e non un peso morto per il nucleo indissolubile dell’ala destra nella popolazione generale, che ne costituisce la maggioranza. Le illusioni e le favole su un popolo stanco degli scandali lasciamole ai bambini, che hanno sempre bisogno di belle storie per addormentarsi la sera. Ci sono sicuramente parti del tessuto sociale che ribollono sotto la superficie e che hanno bisogno solo di una scintilla per esplodere. Ma nulla arriverà da sé, nulla cadrà come un frutto maturo. Al diavolo gli auguri e le fanfare per il popolo innocente in generale e in modo vago. La santificazione di un soggetto confuso come questo sacco nebuloso chiamato “popolo” ci ha stancato. Lì dentro incontreremo tanti utili idioti e fanatici di una vita appariscente e immortalata in ogni momento su social media soffocanti e privi di ossigeno, ovvero il nulla assoluto. Il regno della distrazione e della bolla del denaro facile e veloce. Per molti, il valore della crescita economica e del successo, spesso a spese degli altri, costituisce la loro Terra Promessa, e la loro indifferenza per la morsa della vita costosissima e insopportabile del prossimo è una ricompensa e una dolce pacca sulla spalla in una quotidianità spietatamente competitiva. Mors tua, vita mea. La tua infelicità, la mia elevazione. I rifiuti possono essere paragonati con zelo per creare un valore distorto, ma rimangono sempre nella discarica. Leggere la realtà con occhio lucido non significa arrendersi o accettare la sconfitta. Creare schemi immaginari e soggetti collettivi, al giorno d’oggi, oltre a essere una concezione incapace di comprendere il modo in cui si evolve la vita e il funzionamento del sistema, riteniamo contribuisca alla delusione che tutti noi proviamo. Perché quando ti aggrappi a modelli del passato e a situazioni inesistenti, prima o poi la realtà busserà alla tua porta. Agire nel presente è fondamentale perché riteniamo che la dignità umana e il modo in cui si attraversa la propria epoca siano i valori supremi della vita. Se con le nostre poche forze cerchiamo di mantenere viva la fiamma in tempi difficili, è perché crediamo profondamente che, affinché i movimenti rivoluzionari abbiano un presente e soprattutto un futuro, sia dovere di tutti noi alimentare la resistenza combattiva nel presente. Manteniamo sempre viva la sfida della lotta radicale e sovversiva. Se ci rivolgiamo a qualcuno al di là dei nostri compagni e delle nostre compagne, ci rivolgiamo a chiunque abbia occhi e orecchie aperte. A chiunque si senta soffocato da questo sistema, ma che non ha ancora trovato un modo per combatterlo. A chiunque non si preoccupi del proprio tornaconto personale, ma riconosca l’ingiustizia, le discriminazioni, lo sfruttamento e l’offesa alla dignità umana che stanno diventando un rullo compressore ai nostri giorni. Contro la putrefazione che abbiamo descritto poco fa, staremo al fianco di chiunque desideri assaporare un po’ di giustizia individuale di fronte allo spauracchio di questa vita soffocante. Al fianco di chi, in modo spontaneo e viscerale, sogna di riprendersi ciò che gli spetta di diritto, di escogitare piani di vendetta irrealizzabili e audaci contro il padrone che li ha rovinati, contro il banchiere che ha ordinato il pignoramento della casa di uno di loro, contro il Delta o il Matatzis che vivono nel loro quartiere, contro i mercanti di sogni che, in qualità di deputati o ministri, si divertono a rovinare le vite delle persone. Molti arrivano a un punto di svolta estremo, in cui credono di non avere più nulla da perdere, e compiono la loro personale esplosione di ribellione. Il passaggio alla prospettiva rivoluzionaria avverrà solo da parte di chi comprende di avere molto da perdere e rischierà tutto per una fiamma che non riuscirà a vedere. P.S. Dedichiamo la nostra energia agli anarchici arrestati per la rapina in banca a Kato Tithorea. FORZA E CONVINZIONE FINO ALLA FINE. Solidarietà alle compagne Marianna Manoura e Dimitra Zaraveta. Onore al combattente armato Kyriakos Xymitiris. Vittoria alla lotta della comunità di Prosfygika! Forza ad Aristotelis Hantzis e Suzanne Doppagne in sciopero della fame! COMPLICITÀ CON TUTTI I GRUPPI DI AZIONE DIRETTA CHE HANNO MANTENUTO VIVA LA SCOMMESSA DELLA SOVVERSIONE Nuclei di Azione Diretta -------------------------------------------------------------------------------- *L’OPEKEPE è l’organismo statale incaricato della distribuzione degli aiuti UE agli agricoltori greci, in altre parole si tratta dell’ente che gestisce e distribuisce in Grecia i fondi della Politica agricola comune (PAC) dell’Unione europea. Curiosamente, solo tre giorni dopo l’uscita di questa rivendicazione è esploso un nuovo scandalo intorno alle frodi milioniarie sui fondi UE da parte dell’OPEKEPE, con decine di arresti tra Creta, Salonicco e Atene. ** EYP e ERT sono rispettivamente il servizio di intelligence nazionale e il servizio radiotelevisivo pubblico in Grecia. *** Omada Alithias, è una piattaforma di social media creata per influenzare l’opinione pubblica greca con disinformazione e fake news per fare propaganda per il governo di Mitsotakis e screditare le voci dissidenti. Questa ossimorica “Squadra-Verità” sembra del resto ricalcare in modo inquietante la meglio nota “Truth” di Trump.
[Nantes, Francia] : Rivendicazione del sabotaggio di betoniere – Primavera di lotte locali
> Da Indymedia Nantes, 25.05.26 Nella notte tra sabato e domenica, insieme ai miei peluche del cuore, abbiamo dato fuoco a quattro betoniere a nord di Nantes. Lottiamo contro il cemento e il mondo che rappresenta. Distruggiamo le industrie ecocidi. È stato fantastico! Vi consigliamo vivamente di riprodurlo a casa vostra! -------------------------------------------------------------------------------- Nonostante gli impegni presi a favore della “zero artificializzazione” e della conservazione della vita, la realtà è sconcertante: la Francia continua a cementificare massicciamente i propri terreni agricoli e naturali. Ogni anno, più di 24.000 ettari vengono cementificati, ovvero cinque campi da calcio all’ora, e questa distruzione su larga scala non accenna a diminuire. La cementificazione rende i suoli impermeabili, mentre l’estrazione degli inerti cementifica i terreni agricoli e distrugge le falde acquifere, spesso in modo irreversibile. Il cemento, ingrediente indispensabile per la produzione del calcestruzzo, è responsabile dell’8% delle emissioni mondiali di CO2 e della scomparsa degli habitat naturali, la principale causa dell’estinzione della biodiversità.
[Parigi, Francia]: Attacco contro i complici dell’ICE
> Da Indymedia Nantes, 20.05.26 Tra l’8 e il 15 maggio abbiamo condotto diverse azioni a Parigi (graffiti, scritte con l’acido e vetri rotti) contro i complici dell’ICE: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. Dalla sua creazione nel 2003 per mano di George W. Bush, l’ICE (l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione e delle dogane) terrorizza le persone immigrate negli Stati Uniti, braccandole nei luoghi di lavoro, per strada e a casa, sequestrandole, rinchiudendole, torturandole, uccidendole e deportandole in massa. Con ogni nuovo governo, sia esso democratico o repubblicano, il budget e la gamma di strumenti a sua disposizione sono aumentati costantemente fino a raggiungere diverse decine di miliardi di dollari durante il secondo mandato di Trump. Solo nel 2025, l’ICE ha espulso oltre mezzo milione di persone dal territorio statunitense. Di fronte alla caccia quotidiana, ai sequestri in strada, agli scandali dei bambini rinchiusi in gabbie e delle famiglie separate e a molte altre violenze istituzionalizzate e quotidiane, le pratiche di autodifesa e resistenza si sono moltiplicate negli Stati in cui opera l’ICE. Gli/le abitanti dei quartieri presi di mira si organizzano per avvertire i/le vicini/e dell’arrivo delle pattuglie e delle retate, si aiutano a vicenda per evitare che le persone più vulnerabili escano di casa, si oppongono fisicamente agli arresti, manifestano davanti ai centri di detenzione e attaccano i veicoli e gli agenti. Questo movimento di resistenza si è ampliato quando, lo scorso gennaio, gli agenti dell’ICE hanno ucciso Renee Nicole Good e Alex Pretti in Minnesota. Da allora, si sono moltiplicate le azioni anche contro le aziende che traggono profitto dalla fascistizzazione in atto, fornendo all’agenzia veicoli, edifici, armi, software e tutti gli altri strumenti indispensabili per il suo operato. Questi appelli all’azione vanno oltre i soli Stati Uniti, poiché le aziende collaborazioniste sono presenti in tutto il mondo. Da un lato, aziende americane di sorveglianza come Palantir aprono i loro uffici in Europa per lavorare a stretto contatto con i servizi di intelligence locali. Dall’altro lato, multinazionali francesi come Capgemini, da oltre dieci anni, accumulano decine di milioni di euro grazie alla loro collaborazione con l’ICE. Mentre i media sembrano perdere progressivamente interesse per queste mobilitazioni, nove persone, coinvolte in una manifestazione contro il centro di detenzione dell’ICE a Prairieland e dichiarate colpevoli in un caso di terrorismo montato ad arte, attendono ancora la sentenza che stabilirà la durata delle pene detentive che dovranno scontare. Qui a Parigi, in molti/e ci siamo ritrovati/e spinti/e dal desiderio di dimostrare solidarietà a chi resiste all’ICE in modo concreto e pertinente: attaccando i complici dell’ICE ovunque si trovino. Siamo anche preoccupati/e per l’ascesa del fascismo intorno a noi e non abbiamo dubbi sul fatto che le tecnologie attualmente al servizio dell’ICE saranno utilizzate anche dai fascisti francesi, dato che sono già impiegate dal potere in carica (ad esempio, in Francia, Palantir rinnova il suo contratto con la DGSI e Capgemini aiuta a rintracciare i disoccupati). Agire contro i complici di Trump significa quindi anche agire contro la fascistizzazione in Francia. Per tutti questi motivi, tra l’8 e il 15 maggio, abbiamo colpito tre aziende presenti a Parigi: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. * Palantir Technologies: oltre a fornire all’ICE software per rintracciare gli immigrati, questa azienda, specializzata in strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale, sta attualmente collaborando con lo Stato israeliano nella sua guerra genocida. Palantir ha diverse sedi registrate a Parigi. Ci siamo diretti/e all’edificio degli uffici «F-hive» (5, rue Charlot, 3° arrondissement), uno degli indirizzi associati all’azienda, e abbiamo inciso con l’acido sulle loro vetrate: «Palantir collaborazionista, Fuck ICE» e altri slogan. * Capgemini: al centro dello scandalo della complicità francese con l’ICE, questo altro gigante della tecnologia ha stipulato, dal 2007, contratti per decine di milioni di euro con l’agenzia. Da gennaio, i suoi dirigenti promettono di vendere la filiale «Capgemini Government Solutions» coinvolta, ma ad oggi non abbiamo alcuna notizia di questa vendita e non abbiamo alcuna intenzione di aspettare che l’azienda si arricchisca ancora di più sulle spalle dei deportati. Nel cuore del 13° arrondissement, in rue Jean-Antoine de Baïf 6-8, abbiamo visitato “Future4Care”, un acceleratore di start-up nel campo della digitalizzazione della sanità (ovvero la sorveglianza digitale dei pazienti), co-gestito da Capgemini, Orange, Sanofi e Generali. Inizialmente abbiamo imbrattato le vetrine dell’edificio, ma, poiché i nostri messaggi venivano cancellati rapidamente, qualche giorno dopo siamo tornati/e con dei martelli e abbiamo rotto diverse finestre vicino all’ingresso. * Parrot Drones: quest’altra azienda, come suggerisce il nome, produce i droni utilizzati dall’ICE al confine con il Messico e ha sede al terzo piano dell’edificio al 174-178 di Quai de Jemmapes, nel X arrondissement. Abbiamo imbrattato la sua facciata sia in alto che al piano terra con le scritte: “Fuck Drones, Fuck ICE, Parrot collaborazionista, fuoco alle frontiere”. Per questa serie di azioni, abbiamo privilegiato le aziende che operano nel campo delle tecnologie di sorveglianza, in particolare i software basati sull’IA e i droni, un settore chiave coinvolto nel controllo delle frontiere, nella repressione statale e nelle guerre genocidarie. In realtà, sono molti gli attori che collaborano con l’ICE: pensiamo a Thales, Deloitte, Enterprise, ecc. Gioiamo nel vedere iniziative simili in altre parti della Francia, come a Lione lo scorso aprile. Con l’avvicinarsi dell’estate, invitiamo i nostri compagni e le nostre compagne a moltiplicare e intensificare le azioni contro i complici della sorveglianza, dell’ascesa del fascismo e del razzismo di Stato. Dimostriamo loro che non li dimentichiamo. Impediamo ovunque il loro lavoro mortale e roviniamo la loro partenza per le vacanze, per preparare un caloroso rientro! Vendetta per Renee Nicole Good, Alex Pretti, le decine di morti in detenzione e tutti/e coloro che sono stati/e deportati/e dall’ICE. Libertà per i 9 di Prairieland e per tutti/e! ICE out of everywhere! P.S. Ecco il link per informarsi sul caso Prairieland e sostenere gli/le imputati/e: https://prairielanddefendants.com/
[Salonicco, Grecia]: Attacco contro la società HERON, controllata del gruppo GEK TERNA
> Da Indymedia Atene, 16.04.26 Da due settimane assistiamo a un processo che il potere cerca di sminuire dal punto di vista politico, deviando l’attenzione su presunti terroristi armati e ricorrendo a noti stereotipi per rafforzare la narrazione secondo cui le persone accusate per il caso di Ambelokipi rappresenterebbero un potenziale pericolo per la società. In realtà, i/le nostri/e compagni/e hanno mantenuto intatta la loro dignità politica e la memoria del compagno Kyriakos con il loro comportamento in aula e durante tutta la detenzione. È già passato più di un anno dall’esplosione nell’appartamento di via Arkadias, un evento che ha cambiato la vita di decine di persone. Poche ore dopo l’esplosione, l’edificio viene sigillato per essere ispezionato dall’antiterrorismo e, alcuni giorni dopo, il condominio viene dichiarato inagibile. I lavori di riparazione dell’edificio sono stati affidati alla TERNA, un gruppo che, tra le altre cose, ha collaborato con lo Stato assassino di Israele, è coinvolto nello scandalo delle dighe vuote a Volos, nella costruzione delle carceri di tipo C, nel ripristino del luogo del crimine di Tembi e nel saccheggio di intere aree in nome della “riqualificazione verde”. Tuttavia, in questo anno e mezzo, i lavori di ripristino dell’edificio non sono avanzati affatto, al fine di rafforzare la demonizzazione dei compagni e delle compagne come terroristi che hanno messo in pericolo la vita delle persone, ma anche della sfera pubblica che riproduce costantemente le difficoltà degli abitanti che ancora non possono tornare alle loro case. È evidente che, in collaborazione con lo Stato, la TERNA sta intenzionalmente perpetuando le difficoltà degli inquilini, al fine di dimostrare l’entità dei costi causati dall’esplosione, nonostante in altre circostanze (vedi Tembi) abbiano proceduto all’immediata esecuzione degli ordini ricevuti. A questo punto, desideriamo sottolineare che esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alle persone che hanno perso la propria casa, poiché la nostra lotta, così come quella che si è svolta il 31 ottobre in quell’appartamento, è universale e si schiera al fianco di tutte le persone che subiscono ingiustizie da parte dello Stato. Per questi motivi, nella notte tra martedì e mercoledì 15 aprile, abbiamo scelto di distruggere l’intera facciata della sede della società elettrica HERON, filiale del gruppo TERNA, in via Voulgari, come minimo segno di solidarietà verso gli/le imputati/e del caso di Ampelokipi, ma anche in memoria del compagno Kyriakos Xymitiris. La memoria rivoluzionaria è storia viva. I combattenti che hanno dato la vita non sono solo fonte di ispirazione, ma anche forza motrice per l’azione odierna. Persone come Kyriakos Xymiteris, Christos Kasimis, Lambros Fountas saranno per sempre un grido di guerra sul sentiero irto di spine verso il rovesciamento sociale, saranno in prima linea nelle nostre lotte, guardando sempre alla via della resistenza. E se ne sono andati come hanno vissuto. In questa guerra, sono caduti combattendo, scegliendo la vita. GLI STATI SONO GLI UNICI TERRORISTI GIÙ LE MANI DA PROSFYGIKA FORZA AI/ALLE IMPUTATI/E DEL CASO DI AMPELOKIPI KYRIAKOS XYMITIRIS PRESENTE Anarchici/che -------------------------------------------------------------------------------- NdT: Pur avendo lo stesso nome e la stessa funzione, non sembra che la GEK TERNA sia collegata con il gruppo TERNA, principale holding italiana operatrice delle reti di trasmissione elettrica (sono per esempio suoi tutti i tralicci e tutti i km di linee dell’alta tensione sul territorio nazionale, così come 915 stazioni di trasformazione e smistamento e, tra gli altri, il progetto Thyrrenian Link che devasterà il territorio sardo). Non è d’altronde la prima volta che la GEK Terna viene colpita dai/lle compagni/e in Grecia. Ad Heraklion, ad esempio, il 14.01.25 è stato incendiato un autobus appartenente alla ditta, in quanto responsabile della deforestazione e della distruzione dell’ambiente.
[Mühldorf, germania]: sabotaggio della ferrovia monaco-freilassing
> Da Act for freedom now!, 14.05.2026 Martedì pomeriggio, alcuni sconosciuti hanno appiccato il fuoco a dei cavi in diversi punti della linea ferroviaria che collega Mühldorf a Freilassing. Il traffico ferroviario sulla linea è stato quindi sospeso. La polizia ritiene che l’atto abbia motivazioni politiche e sta cercando possibili collegamenti con altri casi di incendio doloso. Sospesi i treni passeggeri tra Mühldorf e Freilassing Secondo la questura della Bassa Baviera meridionale, inizialmente era stato rilevato un guasto elettrico. Quando la polizia federale ha controllato l’impianto di segnalamento, ha scoperto cavi bruciati e fusi all’interno dei canali di scolo lungo vari punti del tracciato ferroviario. Il danno era stato chiaramente causato intenzionalmente. A seguito dell’incendio doloso, gli impianti di segnalamento avevano smesso di funzionare. Tutti i treni passeggeri tra Mühldorf e Freilassing sono stati quindi sospesi. Il servizio dovrebbe essere ripristinato rapidamente Secondo un portavoce delle ferrovie, la polizia giudiziaria ha concluso le indagini sul posto. I lavori di riparazione stanno per iniziare. I cavi di ricambio sono già stati procurati. Le ferrovie prevedono che il servizio possa riprendere completamente questa sera. Al momento la linea Mühldorf-Burghausen è ancora fuori servizio. È stato istituito un servizio di emergenza con autobus e treni. Si registrano ritardi anche sulle linee Mühldorf-Freilassing e Mühldorf-Traunstein. Non sono ancora disponibili informazioni sull’entità dei danni. Il commissario di polizia dello Stato, competente per i reati di natura presumibilmente politica, assumerà la direzione delle indagini. Esiste un collegamento con altri attacchi incendiari alle ferrovie? La polizia sta indagando anche su possibili collegamenti con altri attacchi incendiari alle ferrovie. Nel mese di ottobre 2023 sono stati appiccati incendi ai cavi lungo la linea ferroviaria Tüßling-Mühldorf. Contemporaneamente, in un cantiere per la realizzazione di un impianto geotermico nella vicina Polling, sono state bruciate diverse macchine edili. All’epoca, il danno era stato stimato in circa 2,5 milioni di euro. Poco dopo, le indagini sono state affidate all’Ufficio centrale bavarese per la lotta all’estremismo e al terrorismo (ZET) sotto l’autorità del procuratore generale di Monaco e al gruppo investigativo “Raute” della questura di Monaco. Finora non sono stati identificati sospetti.
[New orleans, usa]: bottiglia molotov contro un ufficio vendite tesla
> Da The Dirty South, 24.04.2026 14 aprile 2026 Qualcuno ha lanciato quello che sembra essere un cocktail Molotov contro un ufficio vendite Tesla a New Orleans, provocando un incendio che ha danneggiato la facciata dell’edificio, secondo quanto riferito dalle autorità. L’incidente è avvenuto nelle prime ore del mattino del 14 aprile, secondo l’ufficio dell’ATF di New Orleans. Il Dipartimento di Polizia di New Orleans ha dichiarato di essere intervenuto intorno alle 7:52 del mattino, quando il proprietario dell’attività ha scoperto i danni causati dall’incendio. Non sono stati segnalati feriti né danni oltre alla porta d’ingresso
[Germania]: Due anni di «Switch Off» – un bilancio provvisorio
> Da Sans Nom, 09.05.25 [Testo originale in tedesco pubblicato sul sito di Switch Off, 16.04.25] Sono passati due anni da quando abbiamo preso la parola per la prima volta. Quella chiamata era stata scritta nel bel mezzo del dibattito strategico in corso all’interno del movimento per il clima. All’epoca, dopo le occupazioni delle foreste di Hambi e Danni e sulla scia di Lützerath, il potenziale delle azioni di massa sembrava ormai esaurito per molti/e. In questo contesto, abbiamo voluto proporre un progetto che ponesse l’accento su azioni dirette decentralizzate. In quel momento, la consapevolezza del collasso climatico e la paura di fronte a questa minaccia ci hanno spinto a considerare l’urgenza di adottare metodi radicali e di intensificare le pratiche rivoluzionarie all’interno del movimento per il clima. Abbiamo elaborato prospettive antistatali, autonome e anarchiche di sabotaggio e volevamo metterle in pratica con maggiore forza in questo contesto. Per quanto riguarda i contenuti, ci siamo concentrati/e su un’analisi anticoloniale e critica della tecnologia. Ci siamo lasciati/e ispirare dalle lotte indigene e dalle loro pratiche di resistenza contro lo sfruttamento (neo)coloniale e la distruzione dei loro territori. Lo sfruttamento coloniale non solo fa parte della storia ideologicamente razzista dell’Occidente, ma continua a essere parte integrante delle velleità di espansione economica e imperialista di grandi aziende come la Deutsche Bahn con il megaprogetto Tren Maya. Con la nostra analisi e il nostro appello, ci siamo schierati in solidarietà con le lotte di ogni angolo del mondo. La costante distruzione del pianeta ci ha mostrato la necessità di attaccare le infrastrutture industriali e le opportunità che ciò offriva per rafforzare un coinvolgimento internazionale in queste lotte. In quel momento, le proposte per un Green New Deal dominavano da parte dello Stato, mentre la propaganda delle aziende cercava di venderci la mobilità elettrica e la digitalizzazione come soluzioni utopiche; i potenti promettevano ipocritamente al movimento per il clima di compiere i passi necessari per raggiungere l’obiettivo di [contenere il surriscaldamento globale a] 1,5 gradi. In questo contesto, caratterizzato dall’intreccio tra collasso climatico con l’aumento dell’autoritarismo nel mondo e dal cambiamento di strategia del movimento per il clima, abbiamo lanciato una chiamata con lo slogan “Switch-Off the system of destruction“, invitando a unire le forze e a collocare le nostre lotte e le nostre azioni in una cornice comune. UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SU DUE ANNI DI PRATICHE Nel corso di questi due anni sono successe molte cose. L’appello ha avuto ampia risonanza e molti lo hanno ripreso nelle loro azioni. Le azioni intraprese sono state molteplici e hanno spaziato da attacchi concreti contro l’industria automobilistica (elettrica) e il sabotaggio di infrastrutture importanti come le ferrovie e le reti elettriche, ad azioni contro progetti di costruzione di grandi profittatori della devastazione della natura, come l’industria del cemento, i lavori stradali e lo sfruttamento della lignite. Sono stati inoltre colpiti gli attori e le filiere dell’industria degli armamenti. Numerose azioni sono state condotte in solidarietà con lotte al di fuori dell’Europa. Attacchi contro veicoli, uffici e infrastrutture della Deutsche Bahn, contro la Siemens o contro il consolato del Messico ad Amburgo hanno fatto riferimento in particolare al progetto del Tren Maya. Parole e azioni hanno portato vicinanza e gioia, trovando eco in diversi luoghi del mondo e collegandosi concretamente attraverso l’iniziativa Switch-Off. Tale ispirazione e tali relazioni internazionali di solidarietà si ritrovano, ad esempio, in: * le lotte contro l’industria del cemento e del calcestruzzo che saccheggiano la terra e avvelenano le acque nel territorio di Abya Yala; Gli attacchi ai giganti del calcestruzzo in Francia e in Germania hanno dimostrato che azioni ben mirate possono infiammare le lotte locali e avere un impatto internazionale. * Le azioni di protesta contro il grande progetto della linea [ferroviaria] della Botnia settentrionale nel nord della Svezia, che attraversa il territorio della popolazione indigena Sami, e che frammenta le loro terre spedisce su scala industriale le materie prime verso gli impianti di trasformazione verde. * Ci sono poi i movimenti di protesta persistenti contro lo sfruttamento del carbone, sia nel bosco di Sünden, adiacente alla miniera a cielo aperto di Hambach, sia nei territori degli Yukpa in Abya Yala. * Oppure negli attacchi al gasdotto Coastal Gaslink nei territori dei Wet’suwet’en e in quelli che si oppongono allo stesso progetto in Germania. Nel testo “Il conflitto in Abya Yala e la sua vicinanza a Switch-Off” si legge a questo proposito: > «Considerati i nostri punti in comune e le nostre peculiarità, e date le > emergenze e le necessità che ci spingono ad agire, ci sembra opportuno > collegare le azioni contro il meccanismo di saccheggio del continente e della > terra alla campagna “Switch Off!”, al fine di rafforzare le nostre lotte e > approfondire la battaglia contro l’esistente e il suo carattere storicamente > internazionalista, rendendo visibile in tutto il mondo l’urgente necessità di > rifiutare nella pratica questa realtà con tutti i mezzi a nostra disposizione > e dimostrando con le azioni che è possibile combatterla, ribaltando la > distruzione contro i principali responsabili e autori di queste condizioni e > mostrando anche che è possibile abbracciare una vita dignitosa, rompendo con > la miseria in cui vogliono soffocarci e seppellirci. » Il fatto che le azioni provenienti dall’area di lingua tedesca siano state percepite e che l’appello sia stato discusso anche a livello internazionale, talvolta con una partecipazione attraverso le azioni, ci ha riempito di gioia e coraggio. Gli ultimi due anni ci hanno dimostrato ancora una volta che la lotta internazionalista contro questa miseria non è un’astrazione, ma si esprime in lotte e attacchi concreti. Eppure, nonostante la gioia che queste numerose azioni dalle molteplici sfaccettature possano procurare, si può osservare che le grandi proteste e le mobilitazioni per il clima sono diminuite negli ultimi anni nell’area di lingua tedesca. Contemporaneamente, la repressione contro le azioni di blocco e di disobbedienza civile si è inasprita notevolmente, contribuendo sicuramente a questo calo. La questione ecologica sembra essere scomparsa dalla coscienza collettiva. Senza voler occultare i rapporti di sfruttamento all’interno delle società occidentali, è evidente che non possiamo aspettarci che le “masse” si mobilitino nel prossimo futuro, dal momento che gran parte della popolazione dei centri capitalisti non intende rinunciare ai propri privilegi. Tuttavia, è emerso che le azioni dirette continue non provocano solo danni materiali, ma possono anche alimentare una forza e una dinamica che vanno oltre i confini (statali). L’OBIETTIVO ERA QUELLO DI APRIRE UN DIBATTITO – HA FUNZIONATO? Switch-Off ha invitato a mettere in discussione, sabotare e attaccare in modo duraturo l’infrastruttura del capitalismo. In modo duraturo, inteso come distruzione a lungo termine delle infrastrutture industriali, e in modo diversificato, inteso come impiego di diversi tipi di mezzi. Abbiamo constatato che una parte degli attacchi che hanno ripreso questo slogan sono stati caratterizzati da una forte spettacolarità, grande finezza e convinzione, ma non hanno dimostrato una grande varietà di mezzi né una riproducibilità sufficientemente semplice. Il problema dell’appello e delle pratiche che ne sono seguite è stato, e rimane, il parziale isolamento nell’ambito delle lotte radicali. Abbiamo bisogno di tecniche sovversive riproducibili. Le forme di azione non devono essere riservate a un gruppo esclusivo che possiede già le conoscenze e gli strumenti per mettere in atto questi sabotaggi. Ecco perché riteniamo che sia necessario moltiplicare gli spazi sicuri in cui parlare di forme di azione offensive, condividere competenze e sostenersi a vicenda. Le conoscenze sulle infrastrutture critiche e sui modi per distruggerle devono essere rese più accessibili. È più facile a dirsi che a farsi. I momenti di azioni offensive spettacolari, condotte in comune durante movimenti di massa e incontri come quello di Lützerath, sono importanti e significativi, e spesso rappresentano un punto di congiunzione verso la politicizzazione, la creazione di reti e una pratica politica diversificata. Tuttavia, non possiamo aspettare questi grandi eventi. Le nostre discussioni devono svolgersi anche al di fuori di questi momenti. Negli ultimi anni, il movimento per il clima ha perso gran parte della sua importanza. Un tempo, le occupazioni di foreste, villaggi e strade erano “il punto focale numero uno” e attiravano le calunnie di politici, grandi aziende e stampa, ma il cambiamento climatico è stato ormai soppiantato dall’attualità e dalla coscienza collettiva dalle ultime guerre, dalle crisi economiche e dal dibattito razzista sull’immigrazione. Eppure, ci sono sviluppi attuali che, nel campo di tensione tra le lotte ecologiche e la crescente fascistizzazione, mostrano prospettive di resistenza. È il caso, ad esempio, delle proteste a Grünheide contro la Gigafactory di Tesla e dell’attacco incendiario del gruppo Volcan, che ha sicuramente fatto irruzione in molte discussioni attorno al tavolo della cucina, dimostrando ancora una volta l’efficacia dell’azione diretta. Gli attacchi a Tesla, che hanno già tolto dalla circolazione centinaia di queste auto in diverse parti del mondo, mostrano l’enorme forza che può scaturire da azioni dirette, attacchi, sabotaggi, testi e gesti di ribellione di ogni tipo, quando tutto questo viene messo in relazione. In una certa misura, siamo riusciti/e a portare l’azione diretta e il sabotaggio al centro del dibattito strategico del movimento per il clima come metodi di lotta contro la distruzione del pianeta. Ma è difficile determinarne gli effetti. Alcune azioni e comunicati hanno avuto una certa diffusione anche al di fuori del movimento, ma hanno anche incontrato una reazione negativa diffusa a livello sociale. SWITCH-OFF NEL CONTESTO DELLA FASCISTIZZAZIONE, DELLA MILITARIZZAZIONE E DELLA POLITICA DELLE FRONTIERE Le previsioni di un aggravamento delle crisi globali più disparate si sono quasi accalcate alla porta. Dal 17 febbraio 2022, la seconda invasione dell’Ucraina da parte della Russia si è intensificata. Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, Israele ha lanciato una guerra distruttiva contro la Striscia di Gaza, il Libano e la Siria. Altre guerre ad alta intensità in Congo, Kurdistan, Yemen, Myanmar e Sudan delineano una militarizzazione generale e un aumento dei conflitti militari. I politici riconoscono, sfruttano e alimentano questa dinamica. Ripetendo il ben noto ritornello dell’assenza di alternative, ci offrono una prospettiva molto limitata: in un momento in cui incombe la minaccia di una guerra mondiale, sarebbe più importante chiudersi in se stessi, essere in grado di difendersi e garantire la propria supremazia. In questo modo, utilizzano una retorica che presenta eloquenti parallelismi con la guerra fredda e cercano di dividere il mondo in leader buoni e cattivi. Questa logica militare si ritrova anche nel modo di affrontare altre crisi. Consiste nel garantire risorse con mezzi bellici. La “questione della difesa” viene utilizzata in modo efficace e palese per mettere da parte tutti gli altri conflitti sociali. Il secondo governo Trump sta attualmente dimostrando con quanta rapidità le conquiste (riformiste) ottenute con una lotta durata decenni possano essere semplicemente gettate a mare. Stiamo assistendo a un massiccio contraccolpo patriarcale che vorrebbe distruggere i risultati ottenuti dai movimenti antirazzisti, femministi e queer dopo decenni di lotte. Pochi padroni in questo mondo hanno il potere di abolire i “diritti umani”, come il diritto all’aborto, all’autodeterminazione di genere, all’obiezione di coscienza, al diritto d’asilo, ecc. Questa fragilità mostra l’enorme dipendenza dallo Stato e che non esiste, né può esistere, una dignità umana universale nell’ambito dei rapporti esistenti. I “diritti umani” non sono altro che semplici concessioni da parte dello Stato. La situazione attuale mostra chiaramente che, anche quando sono stati ottenuti al prezzo di duri sforzi e di sangue, i diritti civili sono, nel migliore dei casi, una scommessa sul tempo e non possono quindi essere l’obiettivo delle nostre lotte. Questa fascistizzazione si osserva in tutto il mondo. Ovunque, le forze fasciste e autoritarie si rafforzano e si insediano al potere. I partiti borghesi si distinguono per la loro politica razzista alle frontiere e per la repressione sociale contro le persone povere, stigmatizzate ed emarginate dal sistema, che non fa che aumentare. I governi che agiscono in modo sempre più autoritario provengono dal “vecchio centro borghese” che ha cercato di superare a destra i populisti di estrema destra. Allo stesso tempo, la militarizzazione e il riarmo dell’esercito e delle frontiere, di cui si è parlato in precedenza, vengono presentati come inevitabili. Ovunque si sta conducendo una guerra sempre più accesa contro le persone sfollate a causa delle catastrofi. Queste ultime sono sempre più bersaglio della propaganda fascista e della politica migratoria razzista. CONFLITTI PER LE RISORSE. L’INDUSTRIA DEI MICROCHIP COME SETTORE CHIAVE Gli Stati e le imprese esigono sempre più apertamente che le risorse siano protette militarmente. Non si tratta solo di litio e terre rare, ma anche di siti per le industrie chiave ad alto valore aggiunto. L’intelligenza artificiale è considerata uno di questi elementi: una tecnologia che non potrebbe esistere senza la potenza di calcolo dei microprocessori più moderni. Questi ultimi sono progettati da Nvidia nella Silicon Valley e prodotti esclusivamente a Taiwan da TSMC e altri (con macchine di esposizione uniche al mondo prodotte da ASML a Eindhoven). Attualmente, gli Stati Uniti e l’UE stanno investendo ingenti somme di denaro per sviluppare un’industria “nazionale” dei microchip, con l’obiettivo di assicurarsi la supremazia tecnologica nei confronti della Cina, considerata un “rivale sistemico”. La produzione di microchip richiede terre rare e grandi quantità di energia. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni, la natura viene sfruttata ancora più intensamente nelle periferie europee. L’opposizione locale alla miniera di Jadar del gruppo anglo-australiano Rio Tinto in Serbia ha messo in evidenza lo squilibrio di potere all’interno dell’Europa. Nonostante la resistenza contro la miniera avesse avuto successo e il progetto fosse stato annullato, Olaf Scholz si è recato personalmente a Belgrado per dare nuovo impulso alla ripresa del progetto. Le case automobilistiche tedesche, infatti, hanno bisogno di litio per le loro auto elettriche. Questa dinamica si riscontra anche in altri progetti legati al litio in Portogallo e in diverse miniere presso i Sapmi. Tuttavia, l’aumento dello sfruttamento minerario non riguarda solo i margini dell’Europa, ma anche il suo centro, e le possibilità di resistenza sono infinite. Un esempio lampante della brutalità con cui l’Occidente sfrutta le risorse è dato dalle condizioni poste dagli Stati Uniti per continuare a sostenere militarmente l’Ucraina: > «[Così] il senatore repubblicano [Lindsey Graham] della Carolina del Sud ha > spiegato perché l’Occidente dovrebbe assolutamente vincere la guerra in > Ucraina: il Paese sarebbe una “miniera d’oro”. Solo nei territori occupati > dalla Russia si troverebbero materie prime strategiche per un valore di 12 > trilioni di dollari americani. “Non vorrei lasciare questa manna a Putin > affinché la divida con la Cina […] Se aiutiamo l’Ucraina ora, essa potrà > diventare il partner economico che abbiamo sempre sognato”. Fin dai loro esordi, i microprocessori costituiscono un’importante tecnologia militare. Bisogna quindi considerare gli stabilimenti di produzione di chip come parte della necessaria apertura economica in vista dei preparativi di guerra. Tuttavia, le tecnologie chiave non giocano un ruolo determinante solo nell’intreccio geopolitico tra clima e guerra. Sempre più tecnologie chiave per uso “civile” e “militare” vengono prodotte da piccole start-up. Queste ultime si attribuiscono spesso un’immagine di modernità e progresso. Si vantano di contribuire a un futuro ecologico e rispettoso dell’ambiente. Tuttavia, omettono volentieri il fatto che queste tecnologie contribuiscono eccellentemente anche all’industria degli armamenti e vengono utilizzate per uccidere. In alternativa, le aziende produttrici di armi diventano immediatamente “woke” e, con un cinismo a malapena credibile, si danno una sverniciata di ecologismo. Esistono già munizioni biodegradabili e una produzione “sostenibile” di missili e sembra che sia solo questione di tempo prima che il primo carro armato elettrico esca dalle linee di produzione. Se un tempo i settori trainanti erano il gas e il carbone, oggi sono l’intelligenza artificiale e l’alta tecnologia a fare la differenza. In una fitta rete di interconnessioni, diverse aziende e start-up collaborano tra loro, dando vita a un’industria degli armamenti tecnologicamente avanzata e caratterizzata da complesse catene di approvvigionamento. In un certo senso, consideriamo anche questo come un’opportunità per combattere questa industria tecnologica degli armamenti. Infatti, le tecnologie chiave, sempre più specializzate, dipendono da catene di approvvigionamento sempre più diversificate. Ed è proprio qui che si può intervenire per provocare interruzioni e attaccare la produzione delle piccole start-up. L’IA COME TECNOLOGIA CHIAVE E ARMA DA GUERRA La più grande e rilevante di queste tecnologie è senza dubbio l’intelligenza artificiale, che i tecnocrati considerano la soluzione a tutti i problemi. Come si potrebbero altrimenti gestire le quantità inimmaginabili di dati necessarie per pilotare droni-taxi autonomi nel traffico urbano, così come su un campo di battaglia? Come può funzionare la gestione del flusso di energia elettrica in una rete con un numero sempre maggiore di consumatori e fornitori non lineari senza l’intelligenza artificiale? E come si possono analizzare le immagini riprese ovunque e in ogni momento? Ovviamente, si presta ben poca attenzione al fatto che questa tecnologia assorba un’enorme quantità di risorse. La produzione di chip elettronici richiede molta acqua e i centri di calcolo dell’intelligenza artificiale consumano così tanta energia che Microsoft è stata la prima azienda a installare una centrale nucleare per alimentarli. I programmi “Lavender” e “Where’s Daddy“, utilizzati da Israele nella guerra di Gaza, gestiscono per l’esercito la quasi totalità della scelta degli obiettivi per gli attacchi aerei. Su una scala da 1 a 100, la macchina valuta l’appartenenza a gruppi militanti di tutti gli abitanti della Striscia di Gaza. Il tutto sulla base dei dati dei servizi di intelligence. Il software propone quindi degli obiettivi e segnala la presenza della vittima a casa, nella sua cerchia familiare. Anche il numero di vittime civili che si ritiene accettabile e l’importanza militare di un obiettivo sono fattori che giocano un ruolo. Sono state così giustiziate diverse decine di migliaia di palestinesi, su proposta di un computer e con l’approvazione degli ufficiali israeliani. Questo esempio dimostra ancora una volta che l’IA non potrà mai essere uno strumento di emancipazione, poiché dopo aver controllato la distruzione e l’annientamento della vita, produce subito dopo un video pubblicitario che mostra come si potrebbe progettare una località balneare sulle rovine di Gaza. È difficile cogliere appieno l’orrore di questi processi. LA PAURA DEVE CAMBIARE CAMPO Abbiamo paura: paura del fascismo, della crescente repressione, della guerra, di quel fucking Trump e dei fanatici che governano il mondo. Ci sentiamo incapaci di muoverci, perché tutto sembra precipitare: siamo paralizzati/e dalla catastrofe climatica che degenera. Sappiamo che i dominanti vogliono vederci incapaci di agire, neutralizzati/e e impotenti, ma non gli daremo questa soddisfazione. Vogliamo farla finita con lo Stato e la sua società. Tuttavia, le nostre vite sono così intrecciate con le strutture statali e l’industria che è difficile pensare al di fuori di questa logica. Eppure, sappiamo anche che non dovremmo lasciarci guidare da questa paura. Ci spinge a tornare verso vecchie certezze, perché abbiamo paura di perdere i nostri privilegi. Sappiamo anche che la miglior difesa è l’attacco. Facciamo fatica a individuare una strada chiara per i nostri progetti e a elaborare una prospettiva che ci conduca a un futuro migliore. Ci sentiamo deboli e indifesi di fronte ai rapporti di forza esistenti, ma abbiamo imparato che non ha senso rivolgersi allo Stato, perché non fa altro che riprodurre le condizioni che ci rendono impotenti. E nonostante tutta questa miseria, sappiamo di poter contare gli uni sugli altri, di poter attingere forza e vigore dalle nostre lotte, dalla nostra solidarietà e dalla nostra diversità. Non abbiamo bisogno di una linea unica, ma di idee chiare e di un senso di mutuo appoggio. Cerchiamo la reciprocità, l’incontro, la critica, l’ispirazione e i legami tra le nostre lotte. Non perché vogliamo diventare un partito, ma perché abbiamo bisogno gli uni degli altri e perché ci riconosciamo nella rabbia che divampa in tutto il mondo, rinnovandosi ogni volta. Amore a chi è là fuori, nel caos delle lotte, delle azioni e dei progetti; là fuori nella notte, nelle galere, nella clandestinità, nelle foreste, nelle strade, per mari e alle frontiere. Abbiamo intrapreso questa strada: chissà dove ci porterà? Abbiamo imparato dai/lle guerrieri/e indigeni/e che il mondo è già sprofondato molte volte. Qualunque cosa accada, ci rivedremo là fuori. > «Dimentichiamo l’avanguardia, non ci serve a nulla: una rivolta generalizzata, > senza leader né centro di gravità, è precisamente ciò che nessun esercito o > polizia potrà mai sperare di domare» (Total Liberation). Switch off the system of destruction
[Kato Tithorea, Grecia]: Esproprio di una banca e arresti di 8 compagni/e
> Da Act for Freedom Now!, 14.05.26 La mattina dell’11 maggio è stata espropriata una filiale bancaria a Kato Tithorea, in Grecia centrale. Poche ore dopo, otto compagni/e sono stati/e arrestati/e a seguito di un’operazione repressiva simultanea condotta dalla polizia nella zona circostante e di perquisizioni domiciliari ad Atene. Testo dei/lle compagni/e: Nelle prime ore dell’11 maggio 2026, un gruppo di compagni/e ha espropriato una banca a Kato Tithorea. Circa cinque ore dopo, cinque di loro sono stati arrestati in seguito a un’operazione repressiva coordinata da parte della polizia e a irruzioni nelle abitazioni. Otto compagni/e anarchici/he si sono ritrovati/e ostaggi nelle mani dello Stato. Ci è stato letto un capo d’accusa gonfiato che include espropri di banche e il possesso di armi. I compagni sono detenuti nel GADA (questura centrale di Atene) e le compagne nel centro di detenzione di Vyronas. Oggi, 12 maggio, siamo stati/e convocati/e dal PM e ci è stata fissata una data per la comparizione davanti al giudice istruttore venerdì 15/05 alle 9:00 in Evelpidon, edificio 9. VIVA L’ANARCHIA SPYROS DRAVILAS PRESENTE CHARIS TEMPEREKIDIS PRESENTE SEBASTIAN OVERSLUIJ PRESENTE Gli 8 compagni/compagne per il caso dell’11 maggio -------------------------------------------------------------------------------- TESTO E MANIFESTO DI ANARCHICI/E DI SALONICCO. LA RAPINA IN BANCA È L’AZIONE PIÙ ETICA ALL’INTERNO DEL CAPITALISMO. > Da Act for Freedom!, 14.05.26 La mattina dell’11 maggio 2026, i nostri compagni anarchici hanno compiuto un esproprio in una banca a Kato Tithorea. Poche ore dopo, le forze dell’ordine hanno inseguito i/le compagni/e per diversi chilometri, per poi circondarli/e. Sono seguite delle irruzioni domiciliari durante le quali i/le compagni/e rimasti/e sono stati/e arrestati./e Le accuse vanno dal possesso di armi al coinvolgimento in rapine. Riteniamo che sia responsabilità di chi fa parte dell’ambiente anarchico difendere politicamente e moralmente le scelte dei/lle compagni/e che hanno optato per questi mezzi di lotta, a prescindere dalle critiche che potremmo ricevere dalla “buona” società. Dagli illegalisti anarchici dell’inizio del XX secolo alla guerriglia metropolitana odierna, l’espropriazione delle risorse del capitale è stata, è e sarà sempre una pratica scelta dai movimenti rivoluzionari. È nostro dovere costruire al più presto un vero muro di solidarietà con i/le nostri/e compagni/e in carcere. Fino alla totale distruzione del capitale. Fino all’anarchia. Anarchici/che -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito, per chi ha il gusto dell’orrido, i link di alcuni articoli di media di regime (tovima.com) usciti in inglese. Police Detain 8 Suspects in Armed Bank Robbery in South-Central Greece Kato Tithorea Robbery: How Greece’s FBI Cracked the Case The Dark Past of the Kato Tithorea Bank Robbery Gang
[San Francisco, Stati Uniti]: Attacco con molotov contro la casa di Sam Altman, fondatore e capo di OpenAI
> Da Switch Off!, 10.04.26 Articolo di Die Zeit del 18 aprile 2026 BISOGNA DISTRUGGERE LE MACCHINE? Un uomo attacca la casa di Sam Altman e i taxi autonomi vanno in fiamme. La reazione contro l’IA diventa violenta e unisce persone che altrimenti non avrebbero nulla in comune. Cosa fare quando il futuro appare minaccioso? Ci si dispera, si entra in politica o si fugge subito nella natura selvaggia? Un giovane negli Stati Uniti ha recentemente trovato una risposta diversa: dare fuoco a tutto. Venerdì scorso [10 aprile, NdT], nelle prime ore del mattino, ha lanciato una bottiglia molotov contro la casa di Sam Altman [a San Francisco, NdT], poi è fuggito a piedi ed è stato arrestato poche ore dopo con una tanica piena di cherosene davanti alla sede centrale di OpenAI. Secondo quanto riferito dall’FBI, con sé aveva un manifesto in cui si scagliava contro l’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato, l’uomo ha 20 anni e si chiama Daniel M. [Moreno-Gama, NdT]. I media hanno rintracciato la sua impronta digitale [ovvero la sua presenza online, NdT] trovando un account Instagram e una newsletter Substack che presumibilmente gli appartengono e che contengono diversi post sul nostro presente e futuro tecnologico. Il rischio esistenziale dell’IA è il titolo di un lungo saggio in cui l’autore mette in guardia dalla superintelligenza in arrivo e raccomanda il libro If Anyone Builds It, Everyone Dies del profeta dell’apocalisse dell’IA, Eliezer Yudkowsky. Un altro saggio si intitola Elogio funebre dell’umanità, in cui l’autore distingue tra la figura del nobile “martire”, disposto a morire per i propri ideali, e quella del “guerriero”, pronto a combattere e a uccidere per essi. Il testo si conclude con una presa di posizione: «Noi, l’umanità, meritiamo di essere difesi». Ora M. è accusato, tra le altre cose, di tentato omicidio ai danni di Sam Altman e probabilmente trascorrerà molti anni in prigione. Solo pochi giorni dopo, due sconosciuti hanno sparato contro la casa di Altman. Il movente è ancora sconosciuto. Per quanto riprovevole sia la violenza contro Altman, questo attacco sembra comunque essere anche un sintomo. Non è solo in M. che ribollono rabbia e paura di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale, in cui l’elemento umano sembra essere facoltativo. Si tratta di un sentimento ormai radicato nell’intera società, persino a livello globale: si teme che le macchine possano sostituirci o che, per stare al passo con i tempi, dobbiamo funzionare sempre più come macchine. Questa pressione non si scarica necessariamente contro gli sviluppatori, anche se si tratta di un caso particolarmente estremo, ma spesso contro le tecnologie stesse: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, infatti, si sono recentemente moltiplicati gli attacchi contro i robot di consegna autonomi, presi a calci, picchiati e imbrattati di graffiti. In California, culla di molte delle nostre tecnologie future, i taxi a guida autonoma sono stati sabotati o addirittura distrutti. A Indianapolis, qualcuno ha sparato 13 colpi nel cuore della notte contro la casa di un consigliere comunale, lasciando un biglietto sullo zerbino con la scritta: “NO DATA CENTERS!”. Meno militanti, ma in una sorprendente alleanza, nel Midwest degli Stati Uniti gli elettori MAGA e i socialisti, come il democratico Bernie Sanders, stanno improvvisamente remando nella stessa direzione per protestare contro la costruzione di data center per l’intelligenza artificiale ad alto consumo energetico da parte delle grandi aziende tecnologiche, e stanno vincendo: secondo un rapporto di Data Center Watch, le proteste hanno impedito o ritardato la realizzazione di data center per un valore di 64 miliardi di dollari. Paura della fine del mondo o dello sfruttamento? La controffensiva [backlash] anti-IA è ampia e, come ha recentemente scritto la rivista Fortune, forse addirittura «rivoluzionaria», nell’accezione di «assalto alla Bastiglia». Tuttavia, le persone coinvolte non formano affatto un gruppo omogeneo. Per comprendere meglio cosa si mescoli al suo interno, è utile distinguere innanzitutto due fazioni: i doomer e i luddisti. A giudicare dal suo Substack, M. apparteneva ai primi. I “doomer” dell’IA, dal termine inglese “doom” (rovina), sono talvolta utilizzati proprio come autodescrizione e guardano all’intelligenza artificiale nella sua accezione più ampia. Le loro preoccupazioni sono apocalittiche, sebbene riferite ai software, e intrise di un sentimento quasi religioso. Condividono l’ottimismo tecnologico con i più grandi sostenitori della tecnologia: sono convinti che l’IA diventerà sempre più efficace e potente, solo che non vogliono promuoverla né accelerarne lo sviluppo, ma temono che ciò avvenga. Il momento specifico che li spaventa è quello in cui un’ipotetica IA sarà in grado di riprogrammarsi e migliorarsi autonomamente. Ciò produrrebbe un’esplosione di intelligenza che farebbe sì che l’IA continui a migliorarsi fino a diventare, di fatto, Dio. I “doomer” non usano necessariamente questo termine, ma parlano piuttosto di AGI (Intelligenza Artificiale Generale) o di Singolarità. Ciò che ipotizzano per il nostro futuro è talmente lontano da ogni cosa umana che nessun termine, se non quelli teologici, sembra renderlo adeguatamente. Gli stessi amministratori delegati delle aziende tecnologiche attingono spesso alle previsioni dei “doomer” per fare marketing, combinando abilmente argomenti di destra e di sinistra. In primo luogo: «Quello che stiamo costruendo è terribilmente pericoloso!». E subito dopo: «Ma solo noi possiamo controllarlo!» Nel frattempo, però, loro continuano a sviluppare l’IA a un ritmo sempre più frenetico e con sempre meno misure di sicurezza. Una parte disillusa dei doomer, quindi, si è sempre più radicalizzata nelle proprie previsioni: Nel Substack di M. si legge che permetteremmo ai CEO del settore tecnologico di “spingerci verso l’estinzione”. Nel libro di Eliezer Yudkowsky, If Anyone Builds It, Everyone Dies, il titolo è già di per sé esplicativo; inoltre, nel 2025, l’influente documento AI 2027 ha profetizzato la catastrofe dell’IA già per l’anno prossimo. Secondo una delle due interpretazioni, alcuni onesti guerrieri lottano per un futuro umano; secondo l’altra, invece, si tratta di fanatici religiosi che, come tante sette prima di loro, sospettano che l’Armageddon sia sempre dietro l’angolo. La visione della seconda fazione anti-IA ha un carattere meno cosmico. I luddisti sono in realtà un gruppo storico di lavoratori che prende il nome da Ned Ludd, un maestro tessitore quasi mitico che, secondo la leggenda, nel 1779 distrusse due telai meccanici. Quando, nel 1810, i tessitori britannici si ribellarono all’inizio della meccanizzazione del loro lavoro, assaltarono le fabbriche e distrussero le macchine, rivendicando il leggendario generale Ludd come loro leader. In Germania, questi lavoratori distruttori di telai sono noti con un altro nome: i Maschinenstürmer. Negli Stati Uniti, sempre più esponenti della sinistra si rifanno ora a quel movimento e si definiscono neo-luddisti. Le analisi storiche dimostrano infatti che i luddisti non erano, come spesso si racconta oggi, nemici ingenui del progresso. Erano artigiani altamente qualificati che capivano perfettamente come i proprietari delle nuove macchine mirassero attivamente a svalutare la loro professione attraverso la meccanizzazione. Per molto tempo protestarono pacificamente, ma quando lo Stato avviò la repressione e i datori di lavoro continuarono a spingere sempre più in basso i salari, i tessitori iniziarono a distruggere le macchine, ma solo quelle dei datori di lavoro che prima non avevano voluto negoziare. Lasciarono intatte le altre. Fallirono. Il governo britannico represse ben presto le loro proteste con l’intervento dell’esercito. Eppure, come sostiene lo storico dell’economia Carl Benedikt Frey nel suo libro The Technology Trap, avrebbero avuto ragione: il tenore di vita dei lavoratori subì un drastico calo e ci vollero tre generazioni prima che le ricchezze del nuovo capitalismo raggiungessero i lavoratori. La rivolta contro le macchine non fu una lotta contro la tecnologia, ma contro le sue conseguenze sociali. Di questo spirito è permeata anche l’odierna coalizione di coloro che temono le conseguenze sociali dell’intelligenza artificiale più del suo potenziale distruttivo, come lo sciopero di successo dei sindacati di Hollywood contro l’uso dell’IA nella produzione cinematografica nel 2023. Ci sono state proteste contro i taxi a guida autonoma e i robot di consegna autonomi, perché presumibilmente rubano posti di lavoro o perché, a causa delle loro numerose telecamere, sono visti come parte di uno stato di sorveglianza nascente. Ci sono state manifestazioni contro i data center, perché sono la parte tangibile della rivoluzione dell’IA che viene rifiutata, o perché il loro consumo di energia e acqua è paragonabile a quello di una città di medie dimensioni, o semplicemente perché deturpano il paesaggio. Eppure, l’espansione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale procedono senza ostacoli. Il contraccolpo, sia da parte dei luddisti che dei doomer, si fa sempre più violento e, nella loro impotenza, alcune persone sembrano trovare sempre più accettabile anche la violenza. Chi ha dato un’occhiata alle sezioni dei commenti su Facebook, Instagram o TikTok sotto gli articoli relativi all’attacco con bombe Molotov alla casa di Altman, non ha trovato molte espressioni di cordoglio, ma piuttosto esultanze e commenti sarcastici. Questo fatto ricorda immediatamente l’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, Brian Thompson, avvenuto nel dicembre 2024, che è stato celebrato in modo trasversale da molti utenti statunitensi sui social media. La frustrazione nei confronti dell’industria sanitaria statunitense era così forte che si è persino esultato per un omicidio. Il presunto autore della sparatoria, Luigi Mangione, è diventato un beniamino del web. Ma non è solo Mangione a rappresentare un sorprendente punto di accordo negli Stati Uniti divisi: negli ultimi anni, una carriera trasversale ai partiti l’ha fatta proprio Ted Kaczynski, meglio conosciuto come l’Unabomber, che tra il 1978 e il 1995 inviò pacchi bomba negli Stati Uniti a persone che, secondo lui, promuovevano la diffusione delle moderne tecnologie. Il curioso fronte trasversale della resistenza alla tecnologia La campagna di Unabomber, morto in carcere nel 2023, all’epoca uccise tre persone e ne ferì oltre venti. Eppure, il suo manifesto Industrial Society and Its Future, che si scaglia contro il “progresso” tecnologico e inizia con la frase “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state una catastrofe per l’umanità”, ha riscosso un successo trasversale, soprattutto negli ultimi anni. È stato pubblicamente elogiato da personaggi come Elon Musk, il profeta del movimento MAGA Tucker Carlson, anticapitalisti di sinistra e persino Luigi Mangione, che hanno poco in comune, se non, a quanto pare, la convinzione che qualcosa sia andato storto nel nostro presente tecnologico. La resistenza alla tecnologia, anche quella militante, crea fronti trasversali curiosi: ma perché? Una risposta si può forse trovare nel libro Techno-Negative, pubblicato di recente dal geografo umano Thomas Dekeyser. In questo libro, Dekeyser priva l’attuale backlash contro l’IA di ogni unicità, facendo risalire il desiderio di distruggere le macchine fino all’antichità. Ogni nuova tecnologia, infatti, ridefinisce sempre anche cosa significa essere umani, perché ci definiamo sempre anche attraverso lo scambio e la demarcazione rispetto al non umano, come spiega Dekeyser. Oggi gli sviluppatori di intelligenza artificiale pubblicizzano apertamente la loro tecnologia, che da un lato sostituirà l’uomo come apice della creazione e dall’altro fagociterà ogni lavoro che dia senso e crei valore, riducendo l’uomo a un semplice fardello di carne. Nella resistenza contro una tecnologia che pretende di essere onnipotente, forse tutti possono ritrovarsi, anche se hanno poco in comune e forse non sono affatto d’accordo sui metodi della loro alleanza improvvisata. Sulla base di una consapevolezza condivisa, possono trovare un accordo: alcune macchine devono essere distrutte.
[Atene, Grecia]: Attacco esplosivo contro l’EFKA di Kallithea
> Da Abolition Media, 08.05.26 «La resistenza violenta è affascinante, è speranza in un mondo disperato e silenzioso». Mentre la maggioranza della società cerca di adattarsi a un mondo soffocante, un mondo in cui nemmeno il respiro è scontato, in cui la morte è all’ordine del giorno, in cui l’industria bellica rapidamente si sviluppa, in cui i governanti calpestano la dignità umana e in cui il sangue scorre come acqua, imponendo tutto ciò come normalità, alcuni scelgono di ribellarsi all’oppressione, di rifiutare la sottomissione e di non accettare l’assimilazione della miseria. Alcuni scelgono di combattere, di correre dei rischi, di combattere chi li spoglia dei loro sogni… con orgoglio e combattività. Uno di loro era il combattente armato Kyriakos Xymitiris, ucciso da un’esplosione il 31 ottobre del ’24 mentre maneggiava materiali esplosivi in un appartamento ad Ampelokipis. A ciò ha fatto seguito la vendetta del potere statale , con la custodia cautelare di Marianna Manoura, ferita dall’esplosione, e di Dimitra Zaraveta, nonché di Dimitris, Nikos Romanos e A.K. Dopo un anno e mezzo di carcere, il processo è finito con l’assoluzione degli ultimi tre, mentre le due compagne sono stati giudicate colpevoli di appartenenza a un’organizzazione terroristica. Marianna M. è stata condannata a 19 anni di carcere, mentre Dimitra a 8. Non dovremmo sorprenderci né degli arresti senza prove né delle condanne. Questa è la guerra del potere e chiunque combatte verrà represso, e questo è il minimo. Innumerevoli le vittime della repressione di Stato, migliaia i morti. Modificando e inasprendo il codice penale, lo Stato preannuncia un regime totalitario moderno in cui chi non si adegua rischia la morte o il carcere. I giudici, in quanto eterni difensori dei padroni, condannano ogni esistenza delinquente, tutto ciò che si discosta dalla monotona realtà distopica, dall’esistenza priva di libertà che ci costringono ad accettare. Con le loro decisioni infami, condannano le persone al confinamento in una cella, all’esposizione alla violenza dilagante all’interno delle carceri, alla recisione violenta dei legami familiari e di amicizia e all’orrore della sparizione nel nulla. Nei tribunali, dove il debole vede la propria vita distrutta per reati minori, ministri, parlamentari e ricchi la fanno franca. Dimostrando che l’essenza della giustizia civile è quella di non voltare mai le spalle agli sporchi interessi dei governanti. Alcuni dei loro interessi più importanti sono indiscutibili: il soffocamento dell’azione politica anarchica, la repressione delle lotte per la libertà, il logoramento dei combattenti con accuse inconsistenti, detenzioni arbitrarie e pene pesanti. Ma l’azione politica non si piega. Nelle prime ore del 23 aprile, un ordigno esplosivo è stato collocato nell’EFKA* di Kallithea, i motivi sono evidenti e innumerevoli. L’EFKA, in quanto ulteriore struttura dello Stato, è complice della schiavitù salariale e, dall’altro lato, responsabile del nostro dissanguamento economico attraverso le tasse. Il congegno si è innescato, provocando l’incendio all’ingresso dell’edificio, ma non è esploso perché, secondo alcuni media di regime, qualcuno all’interno ha cercato di “neutralizzarlo” con un tubo dell’acqua prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. È un dato di fatto che, nei tempi cupi in cui viviamo, esiste una sorta di uomo contemporaneo delle grandi città capitalistiche, un uomo schiacciato dal potere e dalla miseria che esso stesso crea, sottomesso a ogni decreto dei governi, che a causa della monotonia della sua vita tende a compiere azioni che lo facciano sentire utile. Così, quindi, si affretterà a spegnere gli incendi negli edifici statali, anche se al loro interno si alimenta la sua stessa soffocante repressione… Questo piccolo gesto, il posizionamento dell’ordigno, non è nemmeno la minima vendetta per la violenza che subiamo ogni giorno. Ha però un carattere determinante per le migliaia di azioni che stanno per scuotere i potenti e i loro tirapiedi. Abbiamo 2026 – e più – motivi per attaccare lo Stato e diffondere l’azione diretta in ogni angolo della Terra. Ricordando che i nemici sono vulnerabili. La nostra promessa è che non rinunceremo a nulla senza combattere, e diventa concreta in ogni azione. Con ogni mezzo distruggiamo ciò che incarna il nostro soffocamento con sabotaggi, attacchi, agitazione politica tra gli oppressi, iniziative di solidarietà e tanta voglia di fare. Il 19 marzo si è diffusa la triste notizia della morte dell’anarchico Alessandro Marcogliano e dell’anarchica Sara Ardizzone, a causa dell’esplosione di un ordigno che stavano costruendo in una fattoria abbandonata a Roma. Un evento che suscita tristezza, ma anche passione e ispirazione per intensificare la controffensiva. Coloro che cadono combattendo il potere non saranno dimenticati/e: la loro memoria e il loto spirito rimarranno vivi nelle strade della ribellione, nelle lotte contro l’oppressione e in ogni momento in cui ci mettiamo in gioco e non molliamo. Nella consapevolezza che in un mondo in cui tutto ci è stato rubato… non abbiamo molto da perdere. [Mandiamo] un segno di solidarietà alla comunità dei rifugiati occupanti e con Aristos Hantzis e Suzon Dopaggne, in sciopero della fame. Al di là delle divergenze politiche che possono sorgere, l’essenza è che prosfygika [quartiere occupato di Atene attualmente sotto sgombero, NdT] rimane una viva controproposta di collettivizzazione dei nostri bisogni nel qui e ora, dove fiorisce la solidarietà e dove si combatterà fino alla fine. Poliziotti, padroni e altra feccia fuori dai territori liberati. Lotte incessanti, fino a quando l’ultima galera non sarà data alle fiamme, fino a quando la nostra oppressione non sembrerà solo un brutto ricordo. Andiamo avanti con discorsi e azioni incendiarie per la liberazione, per un mondo senza confini, nazioni, stati, discriminazione e sfruttamento. Contro le logiche riformiste che ci fanno adagiare, le condizioni per la rivoluzione stanno maturando grazie a noi, con ogni nostra azione, con ogni momento di disobbedienza. Il momento è qui e ora, sempre e ovunque. Forza illimitata e rispetto a coloro che percorrono le strade del fuoco, il loro passo saldo e deciso è fonte di ispirazione per tutti noi. Solidarietà ai/lle ribelli di tutto il mondo. La libertà sboccia tra le macerie del potere, e anche se abbiamo ancora molta strada da fare… coloro che hanno osato sognare la illumineranno con l’azione. Onore al combattente armato Kyriakos Ximitiris, all’anarchica Siniša Paraskevaidou, al compagno Alessandro Marcogliano e alla compagna Sara Ardizzone. FORZA E INGEGNO AD OGNI ESISTENZA CHE RESISTE MARIANNA, DIMITRA, FORTI FINO ALLA LIBERTÀ FUOCO ALLE PRIGIONI E AGLI OSPEDALI PSICHIATRICI Cammino Ardente e Ostinato Testo originale su Indymedia Atene -------------------------------------------------------------------------------- *L’EFKA è il fondo assicurativo governativo che in Grecia si occupa di assicurazione sanitaria, pensioni e sussidi di disoccupazione.
[Portland, Stati Uniti]: Una lettera d’amore
> Da Rose City Couter Info, 05.05.26 1 maggio 2026 – Abbiamo salutato il Primo Maggio nelle prime ore del mattino, accompagnati dal canto degli allocchi barrati e dai passi svelti dei coyote che si aggiravano nel quartiere intorno all’autonoleggio Enterprise di Portland, all’incrocio tra Sandy Boulevard e la 29ª strada nord-est. Sono bastati meno di cinque minuti per scavalcare il filo spinato e la recinzione metallica ormai arrugginita, squarciare ogni pneumatico del parcheggio e scomparire nella notte. In tutto il Paese e qui a Portland, Enterprise noleggia migliaia di veicoli agli agenti dell’ICE, fornendo consapevolmente i mezzi per rapire, maltrattare e terrorizzare la nostra comunità. Finché Enterprise continuerà a noleggiare all’ICE, continueremo ad attaccarli. E così, con taglierini e coltelli in mano, su ciascuno dei fianchi dei vostri pneumatici, su ogni veicolo che ingombra il vostro parcheggio mal sorvegliato, come mosche che punteggiano la carta moschicida, abbiamo scritto una lettera d’amore: alla terra, che inghiotte gli imperi, agli alberi, che un giorno reclameranno il cadavere del vostro piccolo, merdoso, leccaculo ufficio di autonoleggio alla morte di ogni agente e profittatore che perpetra violenza in nome di “confini” che non separeranno mai la terra da se stessa gli uni agli altri, vagabondi e canaglie, momenti fugaci condivisi in veglia e celebrazione alla gloria dei Martiri di Haymarket, in memoria dei 19 di Negros*, in solidarietà con gli imputati di Prairieland e con tutti coloro che il DHS [Department of Homeland Security, Dipartimento della Sicurezza Interna, NdT] e le potenze colonizzatrici hanno espropriato, brutalizzato, ucciso e rinchiuso dietro le sbarre. E così, ai dannati della terra diciamo: ¡DESOBEDECE! ¡INCENDIA! -------------------------------------------------------------------------------- * Il riferimento è al massacro indiscriminato, a Toboso nel Negros Occidentale, di 19 persone da parte delle Forze Armate filippine, il 19 aprile 2026, in un’operazione contro il New Peopole’s Army, braccio armato del partito comunista filippino. * *Si riferiscono alle persone sotto processo per una vivace manifestazione fuori dal centro di detenzione dell’ICE di Prairieland il 4 luglio 2025, durante la quale uno sbirro ha riportato ferite da arma da fuoco. L’accusa è di terrorismo (relativamente al fantomatico gruppo ‘antifa’) e le prove principali l’abbigliamento da black bloc, l’utilizzo di Signal, l’utilizzo di una tipografia per la stampa di opuscoli anarchici. A marzo 2026 otto persone sono state condannate per ‘sostegno materiale al terrorismo’ e una per tentato omicidio.
[Montréal, Canada]: Ci siamo dati oggi il nostro pane quotidiano: rifiutiamo il «Pane-opticon» di Mamie Clafoutis
> Da Montréal Contre-Information, 02.05.26 Da invio anonimo a MTL Contre-info In linea con tutti gli espropri del 1° maggio che ci hanno preceduto, questa mattina abbiamo fatto irruzione nel Mamie Clafoutis di rue Saint-Denis, riempiendo i nostri sacchi in aperta sfida allo sguardo invadente della sorveglianza e ai falsi dei del capitalismo. In collaborazione con Leav, una start-up specializzata in tecnologie per il commercio al dettaglio, Mamie Clafoutis si vanta di essere «pioniera di una nuova era di negozi intelligenti automatizzati». Questo modello è simile a quello di Amazon Go e ha già contagiato altre città, oltre a essere salutato dai media come una nuova innovazione. Registrandosi tramite il riconoscimento facciale sulla loro app, si può ottenere il “privilegio” di acquistare il pane 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nelle loro panetterie automatizzate e senza cassa. Sempre attivo e senza bisogno di personale, il sistema Scan & Go di Mamie Clafoutis vi spinge a partecipare alla vostra stessa sorveglianza. Non accetteremo questo meccanismo di controllo e reclusione, neanche con il pretesto di qualche istante di comodità. Deve essere stroncato sul nascere, prima che questo stile di vita tecnofilo si diffonda in ogni panetteria, in ogni mercato e in ogni momento di scambio di tempo, attenzione e consenso nelle nostre vite. Abbiamo quindi preso d’assalto facilmente quel negozio gentrificato che trasforma beni di prima necessità in articoli di lusso per i quali è necessario il riconoscimento facciale e una carta di credito per potervi accedere. Queste azioni non sono imprese eroiche, ma semplici e alla portata di chiunque voglia provarci, e spetta a noi ripeterle ancora e ancora. Il nostro sostentamento non è un prodotto da scansionare. Vogliamo ispirare chi si sente schiacciato dal giogo del capitale a prendere tutto ciò che le loro mani, le loro borse e le loro menti possono trasportare. Abbasso le telecamere, abbasso i padroni, abbasso Mamie Clafoutis! Possiamo prendere tutto! Buon 1° maggio!