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La conquista delle élite. Dov’è andata a finire la neutralità della Finlandia?
> Non sono i carri armati e i missili a decidere il futuro dell’Europa, ma le > sue élite e di chi esse siano al servizio. La Finlandia mostra a che punto > questa questione possa portare – e la Svizzera è già da tempo nella stessa > situazione. Oggigiorno le conquiste militari iniziano raramente con i soldati. Cominciano nelle aule universitarie, nei programmi delle borse di studio, nelle think tanks e attraverso relazioni esclusive. Chi conquista le teste, spesso poi non ha più bisogno di ricorrere alla violenza. L’autore finlandese Olli Tammilehto ha elaborato questa tesi controversa prendendo come esempio il proprio Paese – e non manca di destare attenzione anche in Svizzera. Per decenni la Finlandia è stata considerata un intelligente esempio di neutralità politica. Oggi il Paese fa parte della NATO e, con un accordo sulla difesa, ha concesso agli Stati Uniti l’accesso a 15 basi militari. Una di queste si trova nelle immediate vicinanze della Flotta del Nord russa. Dal punto di vista di Mosca, la Finlandia passa così ad essere un obiettivo prioritario. Il prezzo da pagare per una maggior sicurezza potrebbe essere, paradossalmente, meno sicurezza. Per Tammilehto questo sviluppo non è casuale. Egli lo considera il risultato di un coinvolgimento pluridecennale della leadership politica nelle relazioni transatlantiche. Programmi di scambio, università d’élite, fondazioni e organizzazioni come Atlantik-Brücke, German Marshall Fund, Fulbright o l’International Visitor Leadership Program del governo statunitense avrebbero plasmato, nel corso di generazioni, politici, funzionari, studiosi e addetti ai media. Senza alcuna imposizione, ma grazie a valori condivisi, carriere e relazioni personali. Chi viene socializzato in questo modo, ad un certo punto inizia a vedere gli interessi americani come se fossero i propri. Come esempio, l’autore cita l’attuale presidente finlandese Alexander Stubb. Quest’ultimo ha trascorso anni formativi negli Stati Uniti e descrive lui stesso quanto il modo di pensare americano lo abbia influenzato. In seguito ha intrattenuto rapporti con Valerie Plame, successivamente rivelatasi un’agente della CIA, e durante la guerra in Georgia del 2008 è stato in stretto contatto con l’allora segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice. Per Tammilehto queste non sono coincidenze, ma tasselli di una strategia a lungo termine. Spetta a ciascuno giudicare se le sue conclusioni, nel dettaglio, siano convincenti. È tuttavia indiscutibile che da decenni gli Stati Uniti investano ingenti risorse in programmi di scambio internazionali, networks di dirigenti e forum sulla politica di sicurezza. L’obiettivo è quello di conoscere fin da subito i futuri leaders, creare una rete di contatti e convincerli a sostenere idee strategiche comuni. Ciò avviene in modo trasparente, legale e, nella maggior parte dei casi, con grande successo. La Svizzera non fa eccezione. Anche qui le think tanks transatlantiche, le fondazioni, i programmi universitari, le conferenze sulla sicurezza e le reti di relazioni internazionali fanno parte da tempo della quotidianità politica. Numerosi leaders provenienti dal mondo della politica, dell’amministrazione, dell’economia, dell’esercito e dei media si muovono con naturalezza in questi ambienti. Il networking internazionale è prezioso, purché non si trasformi in dipendenza intellettuale. A maggior ragione un Paese neutrale deve porsi una domanda scomoda: chi influenza veramente quelle persone che decidono in questioni di politica estera, di sicurezza ed economiche? L’indipendenza, infatti, non è una questione di confini nazionali. Inizia nella mente. Se le élite politiche assumono la prospettiva delle grandi potenze prima ancora che vengano prese le decisioni, un Paese perde la propria sovranità molto prima che venga firmato il primo trattato. La vera difesa della neutralità non inizia quindi con nuove armi. Inizia con uno spirito libero – e con élite che abbiano il coraggio di rappresentare innanzitutto gli interessi del proprio Paese. Fonte: Olli Tammilehto: Finland and the Results of Elite Capture. 13.7.26 -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. ZEITPUNKT
July 26, 2026
Pressenza
In Svizzera l’acqua potabile se la beve l’intelligenza artificiale
> Un villaggio, un data center, un accampamento di protesta sgomberato e una > trasformazione del territorio mai deliberata dai suoi abitanti, e tuttavia > concessa, pratica dopo pratica. Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo, montate per protestare contro un data center per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sono state sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, per poi essere rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri dal confine, come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende»: La protesta si svolge all’estero, i lavori proseguono. Scritto su un cartellone che una manifestante mostra alle telecamere: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi». 36 MEGAWATT, TRE MESI A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta realizzando un impianto da 36 megawatt di potenza che, secondo quanto emerso da una ricerca di SRF Data (servizio di analisi dati della Radio e Televisione Svizzera, N.d.T.), consumerà in futuro una quantità di energia pari a tre quarti del fabbisogno dell’intero cantone di Sciaffusa nel 2022. Si tratta quindi di un impianto che, come si legge nel rapporto, «dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento». L’autorizzazione a costruirlo è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Svizzera prescrive una valutazione di impatto ambientale. I data center, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di legge che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna segnalata dall’ONG Algorithm Watch in un’indagine. Le macchine, che tra le altre cose calcolano il nostro futuro, nel presente sfuggono ai controlli. UNA FORNACE CHE NESSUNO VUOLE Il Consiglio comunale di Beringen ha autorizzato per il data center 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la quantità domandata inizialmente era sei volte superiore. E alla fine spetterà al meteo decidere se questa quantità sarà sufficiente: l’impianto è collegato alla rete pubblica di acqua potabile, in altre parole, alla stessa rete delle abitazioni. Durante un’estate torrida, il fabbisogno dei server di acqua per il raffreddamento è al massimo. E un’estate torrida è solitamente anche secca: in quel caso, le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità dalle falde acquifere che si stanno prosciugando. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Carenza d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’intelligenza artificiale cosa dobbiamo fare in caso di carenza d’acqua. E che ne sarà di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta via dal complesso? Un data center è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore: 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte. Ci si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure semplicemente li si disperde nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che si sapesse dove smaltire. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il 30 % del calore verrebbe utilizzato a livello locale. Il resto va sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a migliorare il progetto: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi paga, chi ne è responsabile: tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi la fattura. UN DATA CENTER CHE CONSUMA PIÙ ELETTRICITÀ DI LOSANNA Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 data center e altri 20 sono in fase di costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 questi centri consumano 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 % dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore all’Università di Lucerna e autore dell’autorevole studio dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il 6 e l’8 %, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al 15 % entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore a quella consumata dall’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna. Tra il 2014 e il 2030, le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i data center. Prima è stato il servizio di cloud a stimolare questo appetito, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad accrescerlo. Contro alcune tende di protesta nella campagna zurighese c’è solo una soluzione: una dozzina di agenti di polizia e un’unità cinofila. © zVg È possibile ricontrollare i calcoli e le affermazioni di Algorithm Watch: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora in più di energia elettrica rinnovabile. Ognuno degli impianti fotovoltaici montati sui tetti, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: ogni sforzo, sommato insieme, porta a questa cifra come risultato. I data center, tuttavia, consumerebbero nello stesso periodo oltre 4’000 gigawattora addizionali di energia. Il surplus di energia derivante dalla transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica era destinata ad un compito: sostituire il vecchio sistema – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se ora si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero surplus, la nuova energia elettrica non sostituirà più nulla. Alimenterà il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continueranno a funzionare, per un altro anno, altri due anni, chissà. I data center non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. Per ora il ritmo. Perché oggi nessuno può dire come si svilupperà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta dell’incremento. Una transizione che rallenta sempre di più, mentre il suo concorrente raddoppia: da quando si tratta ancora di un ritardo e da quando si tratta di un arresto completo? Uno scontro politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore è in piena corsa. IL CAMPO DI PROTESTA COME SISMOGRAFO In un rapporto del 2025, il Consiglio Federale svizzero ammette di non avere idea in merito a quali modelli di IA siano effettivamente in uso in Svizzera, per non parlare di quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che innanzitutto gli indichi cosa sta accadendo nel proprio Paese. In assenza di dati concreti, la politica rimane impantanata nella disputa sulle competenze, e la discussione è in pieno svolgimento. La consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter dichiara alla SRF: «In Svizzera assistiamo ad una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo energetico e di risorse». Schlatter chiede norme nazionali in materia di elettricità, acqua e calore residuo. Il consigliere alla Camera dei Cantoni della FDP (N.d.T. in Italiano: PLR.I Liberali Radicali), di Sciaffusa, Severin Brüngger, ritiene che invece i Cantoni abbiano il dovere e la competenza per intervenire; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno delibera sulle questioni fondamentali. Gli attivisti e le attiviste – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno dovuto verificare: che il cloud è un’entità concreta, che consuma acqua, energia termica e terra, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta la rivista «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici per una volta sarebbero d’accordo nell’opposizione ai data center. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa per dire “No ai data center”. Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa particolare industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. Ci sono state solo concessioni edilizie, un comune dopo l’altro. Esempio Beringen: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste concessioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende di chi protesta tuttavia sono piantate in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette INFOsperber
July 23, 2026
Pressenza
Trump sabota il suo accordo, ma si va avanti
Trattare con le bombe è un’arte, ma né Trump né, a maggior ragione, il genocida Netanyahu, sono degli artisti. Neanche il tempo di far incontrare nella stessa stanza la delegazione iraniana – di altissimo livello, come vedremo – e quella statunitense che già il tycoon prendeva a minacciare la controparte […] L'articolo Trump sabota il suo accordo, ma si va avanti su Contropiano.
June 22, 2026
Contropiano
La gabbia di Ginevra
Dopo la manifestazione contro il G7, centinaia di persone accerchiate per tutta la notte dalla polizia, identificate una a una e trattenute senza distinzione tra manifestanti, giornalisti, famiglie e semplici …
GINEVRA: DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL G7 DELLA VICINA EVIAN. SCONTRI CON LA POLIZIA
Domenica 14 giugno 2026 decine di migliaia di persone hanno dato vita a un’imponente manifestazione contro il G7 a Ginevra, in Svizzera, vista l’impossibilità di arrivare nella blindatissima Évian-les-Bains (una quarantina di km a est, sulla sponda francese del lago Lemàno) dove – dal 15 al 20 giugno – si svolge il vertice. Il corteo si è diretto verso la sede dell’Onu di Ginevra. A questo punto sono iniziati intensi scontri con la polizia che sono andati avanti fino a tarda sera tra lanci di oggetti, barricate e lanci di lacrimogeni. La polizia, poi, ha accerchiato e tenuto immobilizzate per ore centinaia di persone in una piazza della città. “Le persone sono state costrette dalla polizia a dormire sull’asfalto tutta la notte”, ha raccontato il giornalista indipendente Thibaud Mabut in un video su Instagram. Centinaia di persone, molte delle quali erano turisti o persone che erano andate al lago solo per fare un bagno, sono state bloccate anche fino alle 6 del mattino per essere identificate. “Non sono stati messi a disposizione dei bagni, la gente ha dovuto fare i propri bisogni nei fiori del molo, abbiamo sofferto la mancanza di acqua e cibo, solo verso l’una di notte ci hanno portato bottiglie d’acqua. Anche le coperte di sopravvivenza per resistere al freddo sono arrivate dopo molto tempo”. Abbiamo tradotto un’estratto del suo racconto. Ascolta o scarica  Su Radio Onda d’Urto è intervenuta per raccontare la giornata di lotta Sonia Frisco, attivista del collettivo “La grève féministe” di Ginevra. Ascolta o scarica.  
June 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Ricordo di Jean Ziegler, studioso marxista e militante della sinistra anticapitalistica e altermondialista. L’altra Svizzera
Il 10 giugno scorso è scomparso all’età di 92 anni Jean Ziegler. Ecco un breve ricordo per rendere omaggio a una figura che ci ha molto influenzato e che abbiamo molto ammirato. Dopo la scelta giovanile per il socialismo e per il comunismo, la sua militanza è stata nel segno della critica radicale del capitalismo e della sua logica di funzionamento come sistema mondiale. Da qui la sua costante attenzione al rapporto Nord-Sud. La scelta di sostenere i movimenti di liberazione nazionale e la rivoluzione cubana lo rese popolare presso noi terzomondisti in questa parte del pianeta. È celebre l’episodio con il Che nel 1964. In quanto militante comunista, fu incaricato di guidare Ernesto Guevara nella visita a Ginevra, dove il ministro della Cuba rivoluzionaria si era recato per un incarico istituzionale. Preso dal fervore rivoluzionario, Ziegler esternò al Che il proposito di seguirlo in America Latina e lui fermamente lo dissuase. “Il tuo posto di lotta è qui. Qui c’è la testa del mostro”. La Svizzera delle banche, della finanza internazionale, sede di multinazionali, rifugio, con il segreto bancario, dei capitali illegali mafiosi, delle dittature di mezzo mondo, sede di mercanti del commercio mondiale delle armi e via elencando. Il suo libro che fece epoca per noi fu Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, uscito nel 1976 con Oscar Mondadori e pertanto di larga diffusione. Lo conobbi nel 1980 a Milano in occasione di un convegno internazionale promosso dalla benemerita e formativa Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli, fondata da Lelio Basso e allora animata da Piero Basso. Ci siamo ritrovati nei primi anni 2000 come Associazione Culturale Punto Rosso per il movimento altermondialista e per i Forum Sociali Mondiali. È nota la sua lunga militanza quale consigliere socialista in varie legislature presso il Consiglio Nazionale (Parlamento) della Svizzera. Tra il 2000 e il 2008 è stato incaricato all’Onu quale “Relatore speciale per il diritto al cibo” e in questa veste ha denunciato la fame nel mondo e le malefatte del capitalismo. Nella sua visione, si tratta di un sistema economico e sociale sicuramente irriformabile e pertanto semplicemente da superare. Il suo rapporto costituisce uno studio accurato e un’indagine scrupolosa. Oggi nel mondo si produce cibo in quantità e in qualità tale da poter sfamare 12 miliardi di esseri umani. Nel 2008 la popolazione mondiale era di 6,8 miliardi di persone, oggi è 8,3 miliardi. Con il corollario necessario: lo scandalo, l’abominio della morte per fame di una parte dell’umanità, non solo ovviamente nel Sud Globale, ma addirittura anche nel Nord Globale. Non si può dire pertanto, come si fa di solito, che un bimbo/una bimba è morto/morta per fame. È stato ucciso/uccisa. È così che ogni cinque secondi un bambino/una bambina di età inferiore ai dieci anni muore di fame in un pianeta che abbonda di cibo e di ricchezza materiale a causa di un sistema profondamente ingiusto, appunto da superare. Tra i tanti suoi libri, ne rammentiamo solo alcuni: La Svizzera lava più bianco (Mondadori) del 1990, La privatizzazione del mondo (Marco Tropea Editore) del 2003 (poi Il Saggiatore), Il capitalismo spiegato a mia nipote. Nella speranza che ne vedrà la fine (Meltemi) del 2021. Proprio alla speranza ha dedicato la sua ultima fatica. Où est l’espoir? Dov’è la speranza ? (Seuil 2024), con la bellissima epigrafe che riporta i versi della canzone di Mercedes Sosa, monito per ognuno/ognuna di noi, militante e non. Solo le pido a Dios Que el dolor no me sea indiferente Que la reseca muerte non me encuentre Vacía y sola sin haber hecho lo suficiente. Chiedo solo a Dio Che il dolore non mi lasci indifferente Che la morte rinsecchita non mi trovi Vuota e sola senza aver fatto quello che occorreva. Giorgio Riolo
June 14, 2026
Pressenza
contro il g7 di Ginevra
il g7 approda a Evian sulla costa del Lago di Ginevra. Per l’occasione la Svizzera chiuderà moltissimi varchi e dispiegherà 4000 militari sul territorio, un assetto da guerra per impedire qualsiasi risposta popolare alla conferenza. I cortei e le manifestazioni sono state di fatto impossibilitate. In quel weekend i cittadini svizzeri sono anche chiamati al voto su due questioni: la prima per il reintegro della leva obbligatoria; il secondo per la campagna “10 milioni”, ossia promuovere una politica razzista e velocizzare le deportazioni con la scusa della sostenibilità. Contro il g7 si svolgeranno diverse mobilitazioni, per maggiori info: NOG7 Genève – Du 13 au 17 juin 2026, construire la résistance internationaliste à Genève Radio Contre-sommet, un suivi radiophonique contre le G7 – Renversé a 15 chilometri da Evian dove ci sarà il G7 c’è anche una ZAD, occupazione contro la costruzione di un’autostrada che si solidarizza e chiama delle settimane di costruzione e occupazione sul posto. dall’8 al 21 giugno. https://renverse.co/infos-locales/article/re-juin-la-chab-8859