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A Cuba riprende la produzione di farmaci anti cancro
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha annunciato la ripresa della produzione di 16 farmaci essenziali per il trattamento del cancro nell’ambito del programma per il  controllo di questa malattia. La misura mira a rafforzare la disponibilità di terapie nel sistema sanitario pubblico in un contesto di limitazioni economiche e di recrudescenza del blocco degli Stati Uniti. Ad aprile, l’impresa farmaceutica BioCubaFarma aveva annunciato l’espansione delle capacità dell’impianto di produzione di citostatici della società Laboratorios Farmacéuticos AICA. Questo evento costituisce “un passo strategico per la garanzia di questi farmaci”, contemplati dal Programma Integrale per il Controllo del Cancro (PICC). “L’inasprimento del blocco ha senza dubbio un impatto sui tempi di conformità, ma stiamo lavorando per poter riavviare queste produzioni e consegnare questi farmaci al sistema sanitario. Questo è il nostro impegno”, avevano assicurato dall’azienda. Meno di due mesi dopo, la promessa ha cominciato a concretizzarsi. Il 7 giugno AICA ha ripreso la produzione di citostatici al fine di garantire l’accesso ai trattamenti oncologici a Cuba. È “una notizia che ratifica la volontà dello Stato cubano di dare priorità alla vita e alla salute del suo popolo”, sottolinea il quotidiano Granma. Lo stesso presidente cubano ha descritto questo risultato come il “frutto di un investimento” che amplia le capacità, garantendo allo stesso tempo la sovranità sanitaria e la speranza per il popolo. Il programma denominato PICC è la principale politica pubblica di Cuba per la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il controllo del cancro. È nato dalla riorganizzazione del sistema oncologico iniziata nel 2006 con la creazione dell’Unità nazionale per il controllo del cancro, che nel 2010 è diventata la Sezione indipendente per il controllo del cancro (SICC). La SICC è la struttura del Ministero della Salute Pubblica di Cuba incaricata di dirigere e coordinare l’attuazione del PICC. Supervisiona l’attuazione delle politiche oncologiche e articola il lavoro delle istituzioni coinvolte nella prevenzione, nella diagnosi, nel trattamento, nella ricerca e nelle cure palliative. Il PICC stabilisce cosa deve fare il sistema sanitario per combattere il cancro, mentre il SICC si occupa di mettere in pratica tali politiche. L’implementazione di questo programma di controllo viene effettuato attraverso la Strategia nazionale per il controllo del cancro (ENCC), che coordina le azioni di prevenzione, diagnosi, trattamento, riabilitazione e cure palliative. L’obiettivo principale della strategia è contribuire allo sviluppo delle capacità nelle istituzioni e nelle persone per migliorare la gestione del controllo del cancro, ma anche: – A livello politico: rafforza il coordinamento istituzionale e il lavoro intersettoriale. – A livello economico: ottimizza l’uso delle risorse e migliora l’efficienza del sistema sanitario. – A livello sociale: promuove la prevenzione, la partecipazione della comunità e una migliore qualità della vita della popolazione. Tra le maggiori sfide per il sistema sanitario cubano ci sono le restrizioni derivanti dal blocco economico, commerciale e finanziario  imposto all’isola dagli Stati Uniti, che influenzano l’assistenza ai malati di cancro ostacolando l’accesso ai farmaci per il trattamento oncologico e agli input necessari per la loro produzione locale. La riattivazione a Cuba della produzione di 16 citostatici dimostra la volontà del governo di continuare a lavorare per il benessere e la salute del popolo, ha sottolineato il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. “Si svolge in mezzo a gravi limitazioni economiche, causate dall’estremo recrudescenza del blocco e da un assedio  energetico senza precedenti. Ogni farmaco prodotto in questo impianto rappresenta la sovranità, la speranza e l’impegno per il diritto alla salute di tutti i cubani”, ha scritto sul suo account X. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha definito preoccupante la situazione a Cuba e ha avvertito che le difficoltà energetiche stanno influenzando la fornitura di servizi sanitari sull’isola. “La salute deve essere protetta a tutti i costi e non deve mai essere lasciata in balia della geopolitica, dei blocchi energetici e delle interruzioni di corrente”, ha scritto sul suo account X. “L’inasprimento del blocco statunitense colpisce servizi essenziali come l’oncologia e la salute materna, oltre a contribuire all’aumento della mortalità infantile”, ha avvertito l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk.”Ci sono bambini che stanno morendo perché i medici non hanno accesso a materiale medico e farmaci essenziali. Questo è inaccettabile”, ha sottolineato. Nonostante le limitazioni derivanti dal blocco degli Stati Uniti, Cuba non ferma la sua lotta contro il cancro. Al contrario, estende la cooperazione internazionale con la firma di un memorandum con la Russia per lo sviluppo congiunto di vaccini contro questa malattia. La biotecnologia e l’industria farmaceutica sono tra le aree chiave della cooperazione bilaterale tra i due Paesi, ha sottolineato il vice primo ministro russo Dmitri Chernishenko nell’ambito del recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo. “La nostra partnership è destinata a diventare un esempio di una nuova architettura per la cooperazione economica internazionale in un mondo multipolare,” ha spiegato. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
July 6, 2026
Pressenza
AI e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta. Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA […] L'articolo AI e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico su Contropiano.
May 30, 2026
Contropiano
Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra. Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec […] L'articolo Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
L’Osservatorio contro la militarizzazione denuncia aumento della produzione e del traffico di armi
È uscito pochi giorni fa l’ultimo documento sul commercio di armi redatto dal Sipri ( https://www.sipri.org/media/press-release/2026/global-arms-flows-jump-nearly-10-cent-european-demand-soars), puntualmente commentato dal quotidiano Avvenire con un articolo di Elisa Campisi reperibile online qui. Vanno intanto registrate alcune novità, prima tra tutte il più significativo aumento dei flussi di armamenti degli ultimi anni con l’Ucraina che riceve quasi il 10% dell’intero trasferimento di armi tra il 2021 e il 2025. La parte del leone nel trasferimento di armi la fa l’Ucraina con un grande flusso di esportazioni provenienti dai Paesi europei. A guidare la classifica della produzione ed esportazioni di armi gli USA con il 42% di tutti i trasferimenti internazionali. E arriviamo alla seconda notizia rilevante ossia che quasi il 40% delle armi statunitensi sono destinate ai Paesi europei, percentuale che supera il flusso di armamenti verso l’area del Medio Oriente. Gli Stati Uniti si confermano come il primo Paese al mondo nella produzione e nel commercio di armi mettendo a frutto i processi di innovazione tecnologica degli ultimi anni, spinta dalle aggressive politiche imperialiste dell’Amministrazione Trump. Le esportazioni di armi non sono solo un fattore economico rilevante, ma anche un vero e proprio strumento di politica estera, di continua pressione sugli altri Paesi. Il secondo esportatore di armi è la Francia con quasi il 10% delle esportazioni globali, vendite in particolare rivolte all’India (24%), all’Egitto (11%) e alla Grecia (10%) oltre ai paesi europei verso i quali l’export non è mai stato così florido. La Russia è stata l’unico fornitore top 10 a vedere diminuire le esportazioni di armi (–64%), questo dato dovrebbe indurre a qualche riflessione se pensiamo che produzione e vendita di armi sono in calo da quasi un decennio. E la maggioranza assoluta delle esportazioni di armi russe va a tre soli paesi: India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%). La Germania superato la Cina e diviene il quarto più grande esportatore di armi, un quarto delle quali direttamente all’Ucraina sotto forma di aiuti (e un altro 17% è andato ad altri Stati europei). Le esportazioni di armi dell’Italia sono aumentate del 157%, passano dal decimo maggior esportatore nel 2016–20 al sesto nel 2021–25. Israele vede crescere di poco le esportazioni ma intanto supera il Regno Unito e si concentra su sistemi di difesa aerea di ultima generazione per i quali in continua crescita è la domanda globale. Dovrebbe far pensare il fatto che invece gli stati europei siano destinatari del 33% delle importazioni globali di armi. Nonostante ciò, gli stati europei importano armi statunitensi in misura crescente. E se la Russia perde posizioni nella tragica lista dei paesi produttori ed esportatori di armi, la Cina esce dalla top 10 degli importatori di armi e sviluppa la produzione nazionale soprattutto nei settori che impiegano maggiore tecnologia di ultima generazione.  Nel frattempo, la domanda europea cresce come non mai e la produzione di armi risulta in continua crescita, dati eloquenti dei quali dobbiamo preoccuparci Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’impatto della guerra sui prezzi dell’energia
Ultim’ora. Sulle piazze asiatiche, alla riapertura dei mercati, il prezzo del petrolio è arrivato a sfiorare i 120 dollari al barile. Di fatto il doppio di dieci giorni fa, prima che iniziasse l’aggressione sionista e statunitense. ***** La guerra Stati Uniti-Israele contro l’Iran potrebbe far sì che consumatori e imprese […] L'articolo L’impatto della guerra sui prezzi dell’energia su Contropiano.
March 9, 2026
Contropiano
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
Oltre l’illusione della pace
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Dialogo Caracas-Washington risultato della Diplomazia Bolivariana di Pace, Rodriguez: “Il popolo venezuelano rimanga unito”
Rodriguez: “Non abbiamo paura di dialogare con gli USA” La Presidente vicaria (facente funzioni) del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito venerdì 16 gennaio che il suo Paese non ha paura di stabilire “relazioni” bilaterali con gli Stati Uniti, perché, nonostante siano state segnate da difficoltà nel corso della loro esistenza, si tratta di legami “storici”.  “Non abbiamo paura di stabilire relazioni con un Paese di questo emisfero, con gli Stati Uniti. Si tratta di relazioni storiche, mantenute persino dal nostro liberatore Simón Bolívar. Sono relazioni storiche, che hanno indubbiamente subito battute d’arresto, credo dovute alla scarsa comprensione da parte della [Casa Bianca] della realtà politica, economica e sociale del Venezuela” – ha affermato la Presidente durante un incontro con i membri del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Alla vigilia dell’incontro con gli USA, ha affermato che le autorità venezuelane sono consapevoli che gli Stati Uniti “sono molto potenti, una potenza nucleare letale”, ma nonostante questa differenza di potere, Caracas è convinto che sia possibile negoziare su un piano di parità.  Delcy Rodríguez (a sinistra) saluta il Ministro dell’Industria e della Produzione Nazionale del Venezuela, Alex Saab. Caracas, 16 gennaio 2026. Ufficio stampa presidenziale venezuelano “Abbiamo visto il loro operato nella storia dell’umanità. Lo sappiamo. E  non abbiamo paura di affrontarlo diplomaticamente, attraverso il dialogo politico, come è opportuno, e  di risolvere una volta per tutte questa contraddizione storica “ – ha sostenuto, riferendosi al contrasto tra, da un lato, la Dottrina Monroe (e la attuale e vergognosa Dottrina Rubio, in violazione con il diritto internazionale) difesa dal Paese nordamericano e, dall’altro il bolivarismo venezuelano e la Diplomazia Bolivariana di Pace. Dialogo Caracas – Washington su energia, commercio e cooperazione economica, ma al servizio del popolo venezuelano Sebbene si debba ammettere che da 18 trimestri consecutivi il Venezuela, guidato dal governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro fosse in crescita economica – diventando il primo Paese in crescita in Sudamerica nel 2025 – e che la Legge di Bilancio 2026 (presentata dalla stessa Delcy Rodriguez, in qualità di vicepresidente) aveva già previsto un futuro investimento del 77,8% del bilancio in piani sociali, l’aggressione USA del 3 gennaio ha scombussolato i piani del governo bolivariano.  Rodríguez, garantendo la continuità con il governo Maduro, soprattutto per quanto riguarda il Programma di Ripresa Economica del 2018, ha dichiarato: “Ratifichiamo pienamente il programma di ripresa economica , prosperità e crescita presentato al Paese dal Presidente Nicolás Maduro nel 2018, che ci ha permesso di essere dove siamo; che ha permesso all’economia venezuelana di essere un’economia leader nella crescita in America Latina”. Con l’avvio degli attuali dialoghi con gli USA, Rodriguez ha rivelato al pubblico che Caracas e Washington stanno “affrontando questioni di energia, commercio e cooperazione economica in vari modi”, sebbene abbia sottolineato che “questa agenda economica deve essere al servizio del popolo venezuelano”, in conformità con le linee guida definite dal presidente Nicolás Maduro.    Delcy Rodríguez saluta un membro del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Caracas, 16 gennaio 2026.Ufficio stampa presidenziale venezuelano Il modello, ha spiegato, si basa sulla produzione nazionale di cibo, manufatti, medicinali e altri beni strategici, attraverso un’alleanza tra il settore pubblico e gli enti privati. Ha inoltre riferito che sono stati implementati programmi di assistenza sociale, sottolineandone l’importanza nel fornire  supporto psicologico e alimentare alla popolazione di fronte all’impatto dell’attacco di Washington (2). In questo modo, ha sostenuto, ci si aspetta che “i nuovi investimenti che potrebbero arrivare nel Paese saranno volti a potenziare i processi produttivi nazionali attorno a ciò che si produce in Venezuela “, perché questa espressione di sovranità ha permesso “di superare le gravi condizioni generate dal blocco criminale” degli Stati Uniti.  Quest’anno si prevedono maggiori risultati, investimenti e benessere per il popolo venezuelano, ha assicurato la presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, attraverso i suoi social media: “Nel 2025, la nostra industria degli idrocarburi e i 14 motori dell’economia hanno registrato una performance straordinaria e quest’anno si prevedono risultati, investimenti e benessere ancora maggiori per la nostra gente”. Ha inoltre sottolineato che, dopo il Primo Consiglio Nazionale dell’Economia Produttiva del 2026 (3), ha ascoltato attentamente i rappresentanti dei vari settori produttivi del Paese e che questi hanno presentato la tabella di marcia che guiderà il cammino di crescita economica a beneficio dei venezuelani. Ogni centesimo ricevuto e investito dai fondi sovrani verrà reso noto Per quanto riguarda i ricavi che il Paese otterrà dalla vendita del suo petrolio greggio, Rodriguez ha sottolineato che saranno destinati a “due fondi sovrani”, uno destinato a “migliorare il reddito dei lavoratori “ e un altro a migliorare le infrastrutture e i servizi.  La presidente vicaria ha ribadito che i due fondi sociali sovrani, recentemente annunciati, avranno lo scopo di “equilibrare le disuguaglianze”. Lo ha annunciato sabato durante una giornata di assistenza completa nell’agglomerato urbano di Ciudad Tiuna, i cui spazi sono stati colpiti dall’attacco militare perpetrato dagli Stati Uniti (USA) contro il Venezuela. “Abbiamo creato due fondi sociali. Questa settimana lavoreremo con il Consiglio dei Ministri dell’Economia e il Consiglio dei Servizi Pubblici. Il primo fondo sovrano sarà destinato alla protezione sociale; qualsiasi reddito derivante dalla produzione di petrolio e gas andrà direttamente a sostenere il reddito dei nostri lavoratori, i programmi sanitari, la sicurezza alimentare, l’istruzione e l’edilizia abitativa. Il secondo fondo sovrano sarà destinato ai servizi pubblici, alle infrastrutture, all’acqua, al gas, all’elettricità e alle strade” – ha sottolineato, sottolineando anche che il governo nazionale riferirà su ogni centesimo che entra e viene investito dai due fondi sovrani. “Quello che vogliamo è che queste valute estere siano destinate allo sviluppo economico e sociale del Venezuela attraverso la creazione dei fondi sovrani che ho annunciato ieri […]. Le entrate petrolifere devono essere per tutto il Venezuela e per tutto il popolo venezuelano , in tutte le sue circostanze” – ha sottolineato .  A sostegno della sua tesi, ha spiegato che un aumento del reddito dei lavoratori ha un impatto positivo sui consumi – e quindi sui settori industriale e commerciale – mentre la rivitalizzazione economica consentirà “la sostituzione strategica delle importazioni” e l’aumento delle casse pubbliche attraverso la “riscossione delle imposte”, nell’interesse di “colmare i divari fiscali”.  “Nessuno impazzisca qui , perché il piano di diversificazione della nostra economia lontano dalle entrate petrolifere deve proseguire, e questo Consiglio economico nazionale deve diventare il motore affinché le piattaforme industriali abbiano accesso al credito, affinché i settori economici abbiano accesso al credito, affinché i comuni, attraverso consultazioni popolari, abbiano la garanzia di un sostegno finanziario per gli imprenditori […], affinché il credito diventi un motore dell’apparato produttivo del Venezuela” – ha aggiunto.  Il popolo venezuelano rimanga unito contro l’estremismo golpista Sabato 17 gennaio 2026, la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha esortato i venezuelani a restare uniti, sottolineando che “l’estremismo sta lavorando” per dividere il popolo venezuelano. “L’appello è a restare uniti. Il nemico è all’opera, sia il nemico esterno che l’estremismo interno; stanno lavorando per dividere il nostro popolo, e la migliore risposta è la calma, la pazienza e la prudenza strategica ” – ha affermato durante una visita alla comune di Heroínas de la Patria a Fuerte Tiuna, uno dei quartieri colpiti dall’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026, culminata nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores (1). Rodríguez ha affermato che il Paese sudamericano è la “terra dei liberatori” e ha quindi esortato “il popolo di Simón Bolívar a continuare a fornire esempi storici di superamento delle difficoltà “. “Che nulla ci abbatta, nulla ci sconfigga e che quello spirito, lo spirito di Bolívar, che era uno spirito vittorioso e indistruttibile, sia lo spirito del Venezuela di oggi”, ha aggiunto. La presidente ad interim ha ribadito il suo appello, chiedendo il rilascio di Maduro e Flores. “È la volontà del popolo venezuelano: che il presidente Maduro torni, che la primera combatiente torni” – ha affermato. La centralità della Diplomazia Bolivariana di Pace nel dialogo Fin da subito, il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha uno scopo, da parte del sistema mediatico occidentale e del suo establishment: frammentare ancora di più il movimento in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana facendo leva su uno scetticismo emotivo e non ragionato. Rodriguez è sostenuta dalla base chavista ed è sostenuta dal 91% dei venezuelani godendo di stima, oltre che di territorialità, cosa di cui pochi capi di stato godono. Come ha ribadito recentemente Rodriguez, la Diplomazia Bolivariana di Pace – ossia la “filosofia del dialogo” con chiunque – è parte delle grandi innovazioni umanistiche della Rivoluzione Bolivariana che ha segnato una svolta in politica estera rispetto ai governi pre-chavisti in Venezuale, oltre che ha segnare un esempio per chiunque in ambito esterno uscendo dalle logiche dell’unilateralismo ed aprendo al multipolarismo. Lo strumento diplomatico usato come prevenzione esclusiva ai conflitti militari, diplomatici, economici e geopolitici. Questo è lo strumento che è applicato ora dal governo bolivariano nel dialogo con Washington. Diosdado Cabello Rondón, segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il 13 ottobre 2025 ha espresso la sua posizione quando era stato consultato in merito alla convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite promossa dal Paese nei giorni precedenti. Cabello aveva sottolineato che “il Venezuela utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo. Il Venezuela si è sempre caratterizzato, durante la rivoluzione, per avere una diplomazia di pace”, e ha esortato le persone a ricordare “come i diplomatici venezuelani sono stati utilizzati in passato, ad esempio in El Salvador, dove gli squadroni della morte sono stati creati dall’ambasciata venezuelana”. Ha ricordato: “Quando Luis Herrera Campins era presidente, negli anni ’70 e ’80 c’erano gli squadroni della morte; persone che non avevano scrupoli di alcun tipo e usavano il corpo diplomatico per creare squadroni della morte insieme alla CIA, per assassinare figure religiose, leader popolari e leader sindacali. Con il Comandante Chávez siamo entrati in una nuova fase; prima di non ingerenza, ma anche di una diplomazia di pace, dove il nostro attuale presidente Nicolás Maduro ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri per sette anni. È una scuola. Abbiamo presentato il nostro Paese come una forza di pace davanti a tutti gli organismi competenti” – ha concluso. Oggi, più che mai, il governo bolivariano guidato dalla Presidente vicaria Delcy Rodriguez è questo: governare dialogando in pace per la pace senza dimenticare la sovranità del proprio Paese e il diritto all’autodeterminazione dei popoli.   (1) Con il pretesto di combattere il narcoterrorismo, il 3 gennaio gli Stati Uniti  hanno lanciato  una massiccia aggressione militare in territorio venezuelano (1), colpendo Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, che sono stati condotti a New York. Le aree prese di mira erano di interesse militare, ospitavano sistemi di difesa aerea e infrastrutture di comunicazione, sebbene anche le aree urbane siano state colpite e vi siano state vittime civili. Caracas ha descritto le azioni di Washington come una ” aggressione militare molto grave ” e  ha avvertito  che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. Molti Paesi in tutto il mondo, tra cui Russia e Cina,  hanno chiesto  il rilascio di Maduro e di sua moglie. (2) Il Ministero degli Esteri russo  ha sottolineato  che al Venezuela deve essere garantito il diritto di decidere autonomamente del proprio destino, senza alcuna ingerenza esterna. Secondo il Ministero degli Interni, della Giustizia e della Pace del Venezuela, nell’attacco  sono morte almeno 100 persone , tra cui 32 cubani appartenenti alla squadra di sicurezza che proteggeva Maduro. (3) incontro con i leader aziendali nazionali, pubblici e privati, per coordinare e promuovere gli investimenti nel Paese.   Fonti: https://actualidad.rt.com/actualidad/582571-delcy-rodriguez-no-tener-miedo-relaciones-eeuu https://actualidad.rt.com/actualidad/582706-extremismo-trabaja-delcy-rodriguez-llama-union   Lorenzo Poli
January 19, 2026
Pressenza
Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
L’articolo di Zichen e Haijun pubblicato da “Contropiano” ( Il Proletariato digitale, ndr) affronta in modo ingenuo – mi permetto di definirlo tale soprattutto perché accampa infondate pretese di novità – un interrogativo teorico complesso e controverso sul quale, in campo marxista, si discute da decenni, vale a dire: in […] L'articolo Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano su Contropiano.
January 15, 2026
Contropiano
L’ex-Ilva come specchio del fallimento delle politiche industriali italiane
Per comprendere la vertenza dell’ex-Ilva è importante inquadrare la situazione dell’industria dell’acciaio in Europa. Come dice Matteo Gaddi nel libro Tornare alla pianificazione. Politiche industriali dopo la globalizzazione, la mappa globale della produzione siderurgica ha subito, negli ultimi vent’anni, un ribaltamento epocale. La posizione di relativo equilibrio all’alba del nuovo millennio si è trasformata in uno scenario di schiacciante predominio asiatico, mentre il continente europeo ha visto contrarsi progressivamente la sua importanza fino a diventare marginale. LA DISTRIBUZIONE DELLA PRODUZIONE I dati del 2023 dicono che i paesi dell’Unione Europea contribuiscono appena per il 6,7% alla produzione mondiale di acciaio grezzo mentre gli altri stati europei non superano complessivamente il 2,3%. Si tratta di una performance radicalmente diversa rispetto al 2001, quando l’Europa deteneva ancora una quota del 24,2%. A questo declino fa da contraltare l’inarrestabile ascesa dell’Asia. La Cina, da sola, rappresenta oggi il 53,9% della produzione globale, avendo triplicato la sua quota rispetto al 2001 (17,6%). Se a questa si sommano le percentuali dell’India (4,9%), del Giappone (6,7%) e del resto dell’Asia (7,8%) si arriva ad uno schiacciante 73,3% del totale mondiale. Tra il 2000 e il 2023 il volume complessivo di acciaio grezzo prodotto in Europa è diminuito di 58,4 milioni di tonnellate, passando da 185,4 a 127 milioni, con una contrazione del 31,5%. Il calo ha colpito quasi tutti i principali attori europei: il Regno Unito ha subito la riduzione più marcata (-63%), Francia e Belgio hanno visto dimezzarsi la propria produzione mentre Germania (-23,7%), Italia (-21,7%) e Spagna (-28,3%) hanno registrato riduzioni comprese tra il 20% e il 30%. Fanno eccezione solo Austria e Slovacchia, uniche nazioni ad aver aumentato i propri volumi produttivi. Eurostat Questa riconfigurazione degli equilibri produttivi ha generato pesanti ricadute occupazionali. Tra il 2000 e il 2022, in un paniere di sei paesi chiave (Germania, Italia, Spagna, Francia, Belgio e Austria) si è verificata una contrazione significativa. Il numero di dipendenti è diminuito del 14,73% (-98.423 unità) e le ore lavorate sono calate del 21,95% (-244 milioni di ore). Parallelamente si è assistito a un aumento significativo della profittabilità aziendale. I costi del personale per ora lavorata sono cresciuti del 75,29% ma il margine operativo lordo (MOL) per ora è aumentato in misura ben maggiore, del 158,61%, delineando un paradosso tra contrazione occupazionale e aumento della redditività. A completare il quadro due ulteriori elementi risultano cruciali. Il primo riguarda le importazioni europee di prodotti siderurgici. A fronte del marcato declino produttivo interno il valore delle importazioni nell’UE è cresciuto del 267% tra il 2000 e il 2023. > Questo incremento nasconde però una radicale riconfigurazione geografica > perché crollano le importazioni da Russia (in seguito al conflitto ucraino) e > Stati Uniti mentre esplode la quota della Cina (passata dal 5,97% al 16,46% > del totale), accompagnata da aumenti significativi da Turchia, India, Corea > del Sud e Vietnam (la cui quota è passata dallo 0,05% al 2,4%). Il secondo elemento concerne la redistribuzione geografica degli impianti produttivi. Per quanto riguarda la capacità produttiva installata a livello globale l’Asia-Pacifico domina incontrastata con il 55,92% della capacità di acciaio grezzo, seguita dal Medio Oriente (18,42%). L’Europa occupa solo il quarto posto con l’8,38%, superata dall’Africa. La situazione appare ancora più critica per gli impianti DRI (ferro preridotto), tecnologia a minore impatto ambientale, dove oltre il 64% della capacità mondiale è concentrato tra Asia e Medio Oriente. Anche l’ultimo rapporto Syndex sull’industria europea classifica come “sotto minaccia” il settore. La produzione europea di acciaio grezzo ha subito ripetuti shock, con cali bruschi a ogni crisi economica. Eurostat Dopo ogni contrazione la capacità produttiva viene ridotta attraverso la chiusura degli impianti meno competitivi, stabilizzandosi poi a livelli inferiori rispetto al passato. Questo meccanismo di aggiustamento è più ampio del calo della domanda e la quota persa viene sostituita da importazioni, specialmente di prodotti laminati piani. La Cina mantiene un enorme eccesso di capacità grazie a sussidi pubblici massicci, dieci volte superiori a quelli dei paesi Ocse, che generano dumping, mentre gli Stati Uniti hanno chiuso il proprio mercato con dazi protezionistici. IL RUOLO IMPORTATORE DELL’EUROPA L’Europa, al contrario, rimane un mercato aperto ed è diventata un importatore netto di tutti i prodotti siderurgici. La decarbonizzazione, senza un intervento pubblico deciso, potrebbe avvenire fuori dall’Europa tramite l’importazione di DRI, minacciando la base industriale continentale. Il rapporto ci dice che il panorama siderurgico europeo è frammentato. Accanto al gigante ArcelorMittal operano sussidiarie di gruppi extraeuropei come Tata, player regionali come Thyssenkrupp (con una produzione di 10 milioni di tonnellate annue) e acciaierie familiari italiane specializzate nella produzione elettrica. > Le strategie divergono tra questi gruppi. ArcelorMittal, che ha perso il > primato mondiale a favore della cinese Baowu, ha privilegiato una logica > finanziaria di distribuzione di dividendi, Thyssenkrupp è in una > ristrutturazione aggressiva, con la vendita al gruppo indiano Jindal, > Voestalpine, SSAB e Salzgitter mostrano un approccio più industriale, con > piani di decarbonizzazione in corso (SSAB è considerata leader in questo > campo). Per rispondere a tutte queste sfide la Commissione Europea, nel marzo 2025, ha presentato lo European Steel and Metals Action Plan, concepito come risposta strategica per una transizione verde e per la resilienza del settore. Si articola attorno a sei pilastri fondamentali: garantire energia pulita, abbondante e a costi accessibili, prevenire il carbon leakage, tutelare e potenziare la capacità produttiva europea, accelerare la transizione verso l’economia circolare, difendere i posti di lavoro industriali di alta qualità e ridurre i rischi attraverso lead markets e sostegno agli investimenti. L’ITALIA E L’EX-ILVA: UNA CRISI DI CUI NON SI VEDE LA FINE Tutto ciò fa da sfondo alla crisi del gruppo dell’ex-Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. Riprendendo riflessioni sindacali o di esperti come Fernando Liuzzi su “Il diario del lavoro” possiamo dire che l’attuale situazione è il frutto avvelenato di un decennio di gestioni fallimentari, visioni industriali miopi e un clamoroso vuoto di strategia nazionale ed europea. Il rischio che corriamo è il collasso di un pilastro dell’industria pesante italiana, perché l’acciaio rappresenta un input di base la cui disponibilità, competitività e sostenibilità condizionano intere filiere a valle, come automotive, edilizia ed energie rinnovabili, la cui crisi rischia di minare la transizione ecologica. > Martedì 11 novembre si è svolto un incontro tra il governo e i sindacati per > discutere gli ultimi sviluppi della crisi del gruppo. Dall’incontro con il > ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, l’unica chiarezza > emersa, secondo i sindacati, era la volontà governativa di portare il numero > dei lavoratori di Acciaierie d’Italia in cassa integrazione fino a 6.000 > unità, su un organico totale di circa 10.000 addetti. Il governo non solo non è stato in grado di fornire rassicurazioni concrete sull’arrivo di nuovi acquirenti per il gruppo ex-Ilva ma ha anche comunicato una modifica sostanziale al piano di decarbonizzazione, aggiungendo l’imminente fermata delle batterie di cokeria. Di fronte a questo scenario i sindacati avevano preso la decisione di organizzare assemblee informative unitarie in tutti gli stabilimenti per venerdì 14 e lunedì 17 novembre, con l’obiettivo di rendere noti ai lavoratori questi sviluppi preoccupanti e decidere le successive mosse. Fb Cgil Genova A questa iniziativa il governo aveva reagito proponendo una nuova convocazione dei sindacati per il primo pomeriggio di martedì 18 novembre. In attesa di questo nuovo confronto Fim, Fiom e Uilm avevano quindi sospeso le assemblee indette, lasciando al governo uno spazio di riflessione per riconsiderare le sue decisioni. Quando i sindacati sono tornati a Palazzo Chigi chiedendo esplicitamente il ritiro del nuovo piano la risposta governativa è stata netta: nessuna intenzione di tornare indietro. L’unico elemento nuovo, rispetto all’incontro dell’11 novembre, è stata la proposta di avviare corsi di formazione relativi alle nuove tecnologie green per una parte dei lavoratori che sarebbero invece finiti in cassa integrazione. Davanti a questo netto rifiuto i sindacati hanno fatto ricorso all’arma dello sciopero per tutto il gruppo di Acciaierie d’Italia. La drastica riduzione della produzione a Taranto, finalizzata a fare cassa, senza nessun investimento per la bonifica ambientale, rischia di privare di materia prima gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e altri siti del Nord Italia, condannandoli alla chiusura. > Il cuore del contendere, tuttavia, risiede nella radicale divergenza sui piani > industriali e di transizione ecologica. Il piano di decarbonizzazione originario, elaborato dai Commissari straordinari, prevedeva una serie di passaggi ineludibili da compiersi in un arco temporale di otto anni: la costruzione di quattro nuovi forni elettrici (tre a Taranto e uno a Genova), la realizzazione di quattro impianti per la produzione di DRI e le relative infrastrutture energetiche, accompagnate dallo spegnimento progressivo degli attuali altiforni. Il nuovo piano del governo comprime invece questo complesso processo in soli quattro anni, un dimezzamento dei tempi che, secondo i sindacati, non è stato in alcun modo argomentato in maniera comprensibile o tecnicamente sostenibile. A tutto ciò va aggiunta l’incognita della cassa integrazione in essere per migliaia di lavoratori, la quale scade alla fine di febbraio, creando un pericolosissimo vuoto. Gli scioperi hanno prodotto un decreto relativo all’ex-Ilva che la Fiom definisce assolutamente inadeguato a risolvere la vertenza ed è strumentale al conseguimento del piano di chiusura degli impianti. Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom, in audizione al Senato ha sottolineato come la mobilitazione dei lavoratori prosegua con l’obiettivo preciso di far ritirare quel piano di chiusura e di riaprire a Palazzo Chigi un confronto sul piano industriale originario presentato a luglio. Il decreto in discussione, con i suoi 108 milioni di euro, viene giudicato insufficiente a garantire la continuità industriale e una ripartenza effettiva. > La Fiom ribadisce, da due anni, la propria proposta alternativa: abbandonare > l’idea di una vendita a soggetti privati disinteressati alla continuità > produttiva e costituire invece un’azienda pubblica partecipata, unica strada > ritenuta percorribile. Per quanto riguarda i 20 milioni aggiuntivi per ammortizzatori sociali e formazione, si prende atto che l’accordo precedente viene superato da una normativa di legge sull’importo della cassa integrazione, tema peraltro mai discusso con i sindacati. La formazione, pur essendo una richiesta sindacale in funzione della decarbonizzazione, non deve diventare un modo per aumentare il numero di lavoratori lontani dagli stabilimenti. La Fiom rilancia quindi la necessità di tornare a ragionare su un piano industriale concreto che preveda la produzione di 6-8 milioni di tonnellate utilizzando forni elettrici e impianti DRI, unica via per coniugare continuità produttiva, tutela occupazionale e transizione ecologica. Fb Cgil Genova Dal fronte di Genova, dopo le mobilitazioni, sono arrivati invece segnali parzialmente distensivi dopo l’incontro al ministero del Made in Italy con il ministro Urso e il presidente della Regione Bucci. La sindaca Silvia Salis ha riferito che, sul brevissimo termine, il commissario si è impegnato a far ripartire la linea dello zincato, bilanciandola con quella della banda stagnata e mantenendo i livelli occupazionali. Sul lungo periodo Salis ha colto un’apertura del governo a intervenire per stabilizzare eventuali offerte private insufficienti o instabili, pur rimanendo la preoccupazione per una operazione complessa e delicata. La chiusura, dunque, non è dichiarata scongiurata ma si chiederanno rassicurazioni sempre più forti su un possibile intervento pubblico di sostegno. I lavoratori genovesi hanno reagito con sollievo alla notizia della ripartenza dello zincato, sciogliendo il presidio permanente di piazza Savio e sospendendo lo sciopero, dopo cinque giorni di protesta. I problemi però non sono finiti. La lotta continuerà, anche se si riprende l’attività a pieno regime con 585 persone al lavoro, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione. La ripartenza dello zincato, con un carico di lavoro che garantirà attività fino al 28 febbraio, è un risultato importante ma lascia aperta la questione di fondo: la necessità di un piano industriale di lungo respiro che assicuri un futuro stabile all’ex-Ilva e ai suoi dipendenti, tema sul quale le posizioni dei sindacati e del governo rimangono ancora molto distanti. Foto di copertina via facebook CGIL Genova SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’ex-Ilva come specchio del fallimento delle politiche industriali italiane proviene da DINAMOpress.
December 19, 2025
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