Rivolte senza rivoluzione
«Grande è la ricchezza di un mondo in agonia», scriveva Ernst Bloch. Per il
momento, con l’iniziativa che è ancora nelle mani di Stati e tecnocrati, questa
«agonia» è ricca soprattutto di disastri, di coercizioni e di guerre, il cui
tessuto di silicio copre letteralmente la vista. Se quella di uscire
progressivamente da questa «infermità sovra-equipaggiata», con l’accumulazione
quantitativa delle lotte e delle forze, è un’illusione fuori tempo massimo,
anche l’idea che gli scossoni delle rivolte riannodino improvvisamente i fili
dell’esperienza umana e del giudizio critico risulta a suo modo consolatoria.
Serve più che mai la lucidità di far proprie delle verità scomode. Ad esempio,
che non c’è alcun progetto rivoluzionario bell’e pronto da ereditare dal
passato; e che non esistono delle capacità umane meta-storiche su cui fare
affidamento. Il dominio ha scavato a fondo. Non solo per estorcere sotto tortura
i segreti della vita biologica, sfruttata fin nelle sue particelle sub-atomiche;
ma anche per condizionare fin nell’intimo degli individui il senso della
libertà. Nondimeno, le forme autoritarie di organizzazione fanno sempre più
fatica a imporsi nei movimenti, e lo spazio-tempo dentro il quale questi si
sviluppano tende ad assomigliarsi sul piano internazionale. Resta probabilmente
vero quello che diceva Gustav Landauer, e cioè che nelle epoche di rottura i
rivoluzionari nascono per germinazione spontanea. Ma questo non è
necessariamente vero per le rivoluzioni. Continua a leggere→