ROZZANO (MILANO): PRESIDIO CONTRO LA PEDEMONTANA LOMBARDA, WEBUILD E IL SISTEMA DELLE GRANDI OPERELa Rete di lotte territoriali della Lombardia in presidio mercoledì 29 aprile in
via San Bernardo a Rozzano, Milano, in occasione dell’assemblea degli azionisti
Webuild, colosso italiano nel settore delle costruzioni e presente in oltre 50
paesi nel mondo. L’azienda è parte attiva nella costruzione della Pedemontana
lombarda, progetto autostradale che dalla provincia di Varese, nei pressi
dell’aeroporto di Malpensa, dovrebbe arrivare nella provincia di Bergamo per
collegarsi con l’autostrada A4.
Un’opera la cui realizzazione è solo all’inizio e che stenta a proseguire anche
per mancanza di fondi.
Si tratta di una delle tante maxi opere inutili e dannose cui costruzione
interessa i grandi capitali: non soltanto “manufatti tecnici e tecnologici,
bensì di paradigmi politici, dove la conoscenza tecnica viene utilizzata per
concretizzare e convincere della bontà del modello di sviluppo che genera questi
progetti”, scrivono in una lettera aperta gli attivisti e le attiviste della
Rete di lotte territoriali. La lettera aperta vuole rilanciare una critica al
sistema delle grandi opere in Italia e invitare coloro che hanno esperienza
diretta dei danni causati da questo sistema a partecipare a una discussione
corale e allargata.
L’appuntamento con il presidio promosso dalla Rete di lotte territoriali è
mercoledì 29 aprile, ore 10, via Gran San Bernardo, angolo strada 8, Rozzano,
provincia di Milano. Maggiori informazioni sul sito nowebuild.noblogs.org.
Approfondiamo il tema e presentiamo l’iniziativa con Davide Biggi dei comitati
No Pedemontana lombarda e con Gabriel del movimento No Tav della Val di Susa.
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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta della Rete di lotte territoriali.
“LETTERA APERTA CONTRO LE GRANDI OPERE E CHI LE REALIZZA
Abbiamo un problema che si chiama Webuild.
Con il presente testo vogliamo rilanciare una critica al sistema delle Grandi
Opere in Italia, e invitiamo coloro che hanno esperienza diretta dei danni
causati da questo sistema a partecipare a una discussione corale e allargata. Le
Grandi Opere sono oggi elemento cardine di un modello di sviluppo che sta
dimostrando in tutta la sua crudezza il carattere estrattivista del capitalismo,
disposto a sacrificare i territori e chi li abita, al fine di aumentare
significativamente le opportunità di estrazione di profitto.
Tra tutte le società, c’è un nome in particolare che svetta sugli altri:
Webuild, nata come evoluzione di Salini Impregilo, oggi un vero e proprio
colosso internazionale delle costruzioni. Ponte sullo Stretto, Pedemontana
Lombarda, Tunnel del Brennero, il TAV di Vicenza, il Terzo Valico, la
Torino-Lione, per non parlare delle decine e decine di opere in giro per il
mondo, e, forse, un domani, anche a Gaza, l’ennesima truce torta da spartire.
Vogliamo porre l’ accento sul prezzo pagato dai territori. Non solo per i danni
causati dall’ambiente, ma anche per lo svuotamento sociale chea vviene quando un
mega progetto sottrae pezzi di territorio per farne cantieri e discariche.
Soprattutto, denunciamo la nuova configurazione del potere che si sta facendo
strada grazie e queste Grandi Opere: dalla Legge Obiettivo ai decreti sicurezza,
l’ago della bilancia pende sempre di più verso i promotori delle Grandi Opere e
i loro sostenitori nella politica. Ormai, è come se questi progetti fossero
diventati l’unico canale attraverso cui ci è concesso immaginare un futuro.
Questo sistema non colpisce un unico territorio, li colpisce tutti. Per questo
abbiamo bisogno di metterci in rete, e lanciamo una giornata di mobilitazione
diffusa sui territori colpiti da Webuild per mercoledì 29 aprile, giorno che
coincide con l’assemblea degli azionisti della società a Rozzano (MI).
Cosa sono le grandi opere oggi?
Le grandi opere vengono presentate come mere soluzioni tecniche e tecnologiche,
volte alla velocizzazione e all’efficientamento della produzione e degli
spostamenti funzionali all’economia. Siano esse ferrovie, impianti energetici e
sportivi, ponti e strade vengono sempre accompagnati da dichiarazioni che
rimarcano la loro apparente necessità in funzione di un progresso che possa
generare uno sviluppo di cui collettivamente si potrà godere in un futuro
prossimo.
Negli ultimi anni, con l’ avanzare della crisi climatica, le grandi opere
vengono anche presentate come il simbolo della transizione ecologica: secondo i
loro promotori, una volta terminati, questi progetti permetterebbero di
abbassare notevolmente le emissioni inquinanti prodotte dalle attività umane.
Secondo la propaganda di chi spinge per realizzare le grandi opere in Italia,
possiamo vedere che non si tratta di semplici manufatti tecnici e tecnologici,
bensì di paradigmi politici, dove la conoscenza tecnica viene utilizzata per
concretizzare e convincere della bontà del modello di sviluppo che genera questi
progetti.
Secondo le parole di Arturo Escobar e David Harvey, lo sviluppo infrastrutturale
rappresenta spesso il volto concreto dell’ accumulazione per espropriazione e il
“discorso dello sviluppo” serve a mantenere relazioni di dominio sotto la
maschera del progresso. Infatti, il rovescio della medaglia che si accompagna
alle grandi opere (e che viene scientemente taciuto dalla propaganda che le
accompagna) è che questo fantomatico progresso ha un elevato costo
chevienepagato dai territori dove tale progetti vengono imposti dalla classe
politica locale e nazionale.
Oltre i rendering e le presentazioni pubblicitarie che dipingono un futuro
desiderabile, una grande opera comporta la sottrazione del territorio,
cancellandone l’uso sociale che ne fanno le comunità, per rimodellarlo in
funzione di logiche di accumulazione capitalistica e dell’ estrazione di
profitto.
I tentacoli di una multinazionale.
Webuild è presente attualmente in oltre 50 paesi in tutti e 5 i continenti. E’
il principale colosso italiano nel settore delle infrastrutture, uno dei più
grandi insieme a realtà come Eni ed Enel e condivide con queste la propensione
espansionistica, e inevitabilmente gli intrecci con la politica e la
geopolitica. Progetti come la Gerd, la grande diga in Etiopia o la Neom in
Arabia Saudita sono al centro di controversie e critiche di movimenti
ambientalisti, associazioni e sindacati. In aggiunta, nello scorso autunno
Webuild è stata menzionata tra le aziende italiane in pole position per la
“ricostruzione” di Gaza, uno scenario che porta la dinamica di appropriazione e
svuotamento alla sua conclusione più mortifera, una Grande Opera resa possibile
solo dal genocidio e dalla devastazione di uno dei territori storicamente più
marginalizzati al mondo.
Qual è il ruolo della politica?
In quest’operazione la classe politica collabora strettamente con le grandi
società di costruzioni che si aggiudicano gli appalti, al fine di rimuovere gli
ostacoli che si potrebbero mettere di traverso nella realizzazione di una grande
opera. Da una legislazione ad hoc in grado di produrre un’ eccezione normativa
come la Legge Obiettivo del 2001 che creò una corsia preferenziaria per tante
grandi opere ritenute di importanza “strategica” , alla predisposizione di un
dispositivo securitario, più o meno visibile, che occupa militarmente il
territorio a difesa delle recinzioni dei cantieri, la classe politica si adopera
strenuamente al fine di garantire che la predazione di risorse e l’ estrazione
di profitto a scapito delle comunità possa avvenire indisturbata.
Questo permette alle società che si occupano di realizzare le grandi opere di
drenare risorse dell’erario pubblico che, invece di essere destinate al
soddisfacimento dei bisogni della collettività, vengono dirottati verso opere
che, a causa della dilatazione dei tempi di progettazione e realizzazione,
assumono i connotati di vere e proprie incompiute programmate. Vale a dire,
progetti pensati non per essere realizzati ma per trasformare i territori in cui
vengono imposti e ridefinirne le geografie del potere politico e
imprenditoriale, spogliando chi abita quei luoghi della possibilità di decidere
sui propri destini. Possibilità che può riacquistare solo attraverso il
conflitto e attraverso la costruzione di immaginari diversi, fuori dalle logiche
delle grandi opere.
Nel corso degli anni, il rapporto tra politica e lobby economica delle grandi
opere si è ulteriormente sviluppato, e oggi ci sono alcune sostanziali novità.
Come dimostrano i casi di Webuild e della crisi del gruppo Pizzarotti, lo Stato
non ricopre esclusivamente il ruolo di finanziatore di progetti e attore che
interviene per garantire la solidità economica delle società di costruzioni che
si occupano della realizzazione delle grandi opere. Oggi, lo stato agisce con
rinnovato protagonismo nella definizione delle strategie industriali e operative
che producono la devastazione dei nostri territori. Lo vediamo palesemente nel
fatto che rappresentanti degli apparati statali siedono direttamente nei
consigli di amministrazione oppure rilevano la proprietà delle grandi società
costruttrici. In questo modo si viene a creare una situazione in cui lo Stato è
presente in ogni aspetto della filiera che compone il processo di una Grande
Opera: ideazione, progettazione, commissionamento, occupazione del territorio e
realizzazione.
Verso una mobilitazione diffusa.
Di fronte a questo quadro, all’avviso di chi scrive, inizia ad emergere la
necessità di affiancare alla denuncia dell’inutilità intrinseca delle singole
grandi opere e della logica che le produce la consapevolezza del bisogno di
costruire un piano generale per mettere in difficoltà quelle che si stanno
andando a configurare sempre più come le braccia operative dello Stato all’
interno dei territori che viviamo: le società di costruzioni realizzatrici di
grandi opere e, sopra tutte, Webuild, che grazie a Cassa Depositi e Prestiti ha
potuto acquisire un ruolo di primaria importanza.
La giornata del 29 aprile è una tappa lungo un percorso che, come Rete di Lotte
Territoriali, si sta articolando da Nord a Sud ormai da quasi un anno. Di fronte
alla presenza diffusa di un colosso come WeBuild, che si manifesta attraverso
progetti diversi ma simili per grandezza, voracità e nocività, il nostro
percorso ci porta a fare rete, a unire i puntini e creare nuovi legami. Questi
primi mesi di indagine e auto-formazione sul tema ci hanno mostrato quanta poca
consapevolezza ci sia intorno alle società che, di fatto, realizzano le Grandi
Opere. Si parla tanto di questo o di quel progetto, ma molto meno di chi ci
guadagna, e del sistema clientelare e di collusione che sorregge oggi il sistema
delle Grandi Opere. Puntiamo il dito a WeBuild, ma teniamo nella cornice anche
tutti gli altri grandi colossi imprenditoriali che sono coinvolti nella
sistematica distruzione dei nostri territori”.