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Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone
Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del […] L'articolo Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Processo Naufragio Cutro, non era una barca con migranti… anzi sì
La differenza lessicale tra dubbio e incertezza sullo sfondo di una certezza, purtroppo, indubbiamente certa: 94 persone morte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. È stata caratterizzata anche da questa discussione semantica la tredicesima udienza del processo ai sei militari (quattro della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto) accusati dei presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio, avvenuto il 26 febbraio 2023 sulla spiaggia di Cutro, ha causato 94 morti accertati e decine di dispersi. Protagonista, nella tredicesima udienza svolta il 30 giugno, è stato ancora il capitano di fregata Gianluca D’Agostino, all’epoca dei fatti capo dell’Italian Maritime Rescue Coordination Center. La sua è stata una deposizione proseguita nel segno delle contraddizioni in merito alla valutazione dei fatti di quella notte. “L’aereo di Frontex aveva avvistato una decina di barche quella notte, ma segnalò solo il caicco perché faceva rotta verso terra, era stata intercettata una telefonata verso la Turchia e sottocoperta c’erano altre persone”, ha dichiarato il capitano di fregata rispondendo a una domanda diretta e precisa del presidente del collegio penale del Tribunale di Crotone, Alfonso Scibona. Una risposta che ha destato un boato di sorpresa nell’aula – nella quale era presente anche l’europarlamentare Mimmo Lucano – perché fino a quel momento D’Agostino aveva sempre sostenuto che, a suo avviso, su quella barca non ci fossero persone, né tantomeno migranti. Le divergenze con Frontex nel processo di Cutro D’Agostino ha ribadito di aver avallato la valutazione dell’International Coordination Centre (struttura interforze istituita presso il Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza), secondo cui non si trattava di una barca di migranti. Questo nonostante – come emerge dagli atti, ma anche dal dibattimento e dalle stesse parole di D’Agostino – l’imbarcazione viaggiasse senza Ais acceso (il sistema di tracciamento automatico), non avesse una bandiera visibile, presentasse un’alta risposta termica sottocoperta e da Frontex fossero giunti messaggi che descrivevano il caicco come “possible migrant vessel”. Rispondendo all’avvocato di parte civile Lidia Vicchio, il capitano di fregata è arrivato a sostenere che: “Frontex cita i migranti solo per un errore di trascrizione”. Inoltre, replicando a una domanda dell’avvocato di parte civile Stefano Bertone, ha contestato le dichiarazioni fatte dal direttore di Frontex, Hans Leijtens, durante un’audizione del 23 maggio 2023 alla commissione Libe dell’Europarlamento (vedi il Crotonese del 26 maggio 2023), secondo il quale c’erano molte persone sottocoperta: “Il direttore di Frontex è un poliziotto, la sua affermazione è eccessiva”, ha chiosato D’Agostino. Ha poi ripetuto che il calore registrato dall’Eagle 1 di Frontex poteva essere provocato anche da due o tre persone, da stufette o dalla porta della sala macchine aperta: “Che ci siano due o 300 persone, la colorazione del rilievo termico non fa differenze”. La Finanza non era dove avevano detto che si trovava A proposito della sigla IM posta davanti al numero della segnalazione di Frontex, ha dichiarato: “È un codice usato perché Frontex di quello si occupa. Non è il codice IM solo perché sono immigrati. Si deve andare a controllare… e nella maggior parte dei casi si tratta di migranti.” Ricordando di aver visto in diretta il video di Frontex “un’ora prima della segnalazione ufficiale”, D’Agostino ha ribadito più volte che il caicco Summer Love – senza Ais, senza bandiera e con telefonate dirette verso la Turchia – “non era la barca tipica dello scenario e della rotta turca”. Quindi si è sfogato sulla mancata presenza di unità in mare durante il controesame del pm Matteo Staccini: “L’informazione che avevo ricevuto era che la V5006 fosse indicata nell’area delle operazioni dalle 20:00 del 25 febbraio alle 6:00 del 26 febbraio. Invece, sedici minuti dopo la telefonata che ci informava di questo, era agli ormeggi a Crotone. Vuol dire che, quando ci hanno chiamato, era praticamente in porto. Questo ha fatto scattare la mia domanda di chiarimento al generale Caci e quella mia dichiarazione di cui mi scuso: perché io sapevo che fino alle 6:00 avevo una barca lì, e invece quella barca era in un posto diverso. Una nave del genere, quando esce, non va a fare bunkeraggio (operazione di rifornimento di combustibile). Se so che dalle 20:00 alle 6:00 sei lì, fare bunkeraggio due ore dopo l’inizio delle operazioni stride un po’”. I dettagli anomali: salvagenti e telefonate nel naufragio di Cutro Il presidente Scibona, anche sulla scorta della sua esperienza nei processi agli scafisti, ha sollecitato il testimone su alcuni particolari, come l’assenza di salvagenti in coperta e la mancanza di telefonate dalla barca ai parenti o ai numeri di emergenza, elementi che D’Agostino aveva utilizzato per spiegare i motivi per cui il caicco non era stato considerato una barca di migranti. “Quanti salvagenti vengono posizionati sulla coperta di una nave di migranti? Sono sempre abbandonati in modo caotico? Ci sarebbero dovuti essere 200 salvagenti?”, ha domandato Scibona. D’Agostino ha replicato: “Solitamente sulla coperta c’è grande caos, con salvagenti di ogni tipo. Non avevo mai visto prima una barca di migranti i cui passeggeri fossero nascosti in questo modo, né una simile capacità degli scafisti di interdire le comunicazioni telefoniche.” Il presidente Scibona ha ribattuto: “Mi risulta che, proprio per evitare che telefonino e vengano intercettati, si tolgano i telefonini ai migranti. L’ho riscontrato in diversi processi.”   Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri
…Interessante vero? I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri. A chi abbaiano? Alla negazione dell’altro compiuta dal ricco. Sto usando il termine ‘ricco’ per riferirmi a una persona che nega l’altro perché ha paura di perdere quello che possiede. Il mio cane sa esattamente chi sono i miei nemici.  Sono parole estratte da Emozioni e linguaggio in educazione e politica. L’autore è Humberto Maturana, biologo e filosofo morto il 6 maggio del 2021 a Santiago nel Cile. Durante il mio soggiorno nei pressi di Abano Terme alla periferia di Padova ero stato colpito dalla moltitudine dei cartelli ‘attenti al cane’. La messa in guardia, con tanto di disegno esplicativo, si voleva come un deterrente per eventuali visite indesiderate nelle ricche (e ben difese elettronicamente) ville dei vicini. Anche la nostra ‘ricca’ società o civiltà occidentale ha deciso quali sono i suoi nemici e le frontiere di questo particolare spazio geopolitico ne assumono compiutamente le scelte. Ad esempio nella cosiddetta ‘Rotta Balcanica’, che incammina a Trieste e, più in generale nell’Est europeo, sono i migliaia di esiliati dall’Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Nepal. In molti dei musei o istituzioni preposte alla memoria degli anni della ‘Cortina di Ferro’, c’è sempre la figura del cane inteso come unità cinofila legata alle polizie di frontiera. Memoria e politica camminano assieme e non è difficile cogliere il legame con i nazisti, i cani, i campi e la caccia al povero e al diverso. Un rapporto a cura di Border Violence Monitoring Network è un elenco di testimonianze raccolte di brutali attacchi di cani che da allora si sono susseguiti sul confine con la Bosnia-Erzegovina. Frontex, la gestione delle frontiere esteriori europee, ha eseguito diversi programmi di formazione canina a Zagabria, in Croazia, durante l’estate del 2019. In Tunisia invece dei cani c’è il mare, preso come ostaggio dalle politiche esterne dell’Europa e degli accordi bilaterali. Per una questione di giustizia le mamme dei giovani che scompaiono in mare hanno creato nel 2016 l’Associazione delle madri dei dispersi. Cercano di dare un senso al dolore di chi non ha più notizie dei figli partiti per avere un futuro e ingoiati da un Mediterraneo che spesso non restituisce neppure i corpi. In Tunisia tante mamme, tanti famigliari, non riescono ad accettare che il proprio ragazzo scomparso, a volte giovanissimo, sia morto. Non riescono a mettere la parola ‘fine’ al dramma di un distacco, a volte senza neanche un saluto, un abbraccio, e continuano a cercare. Come una nuova versione delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, girano con le foto dei propri figli per uffici ministeriali, prefetture, sedi di Ong, e attendono. Molti giovani, almeno una volta nella vita, programmano l’ḥarga, come si chiama il ‘viaggio’ irregolare, dal verbo ḥaraqa ‘incendiare’, utilizzato per indicare l’atto di bruciare i confini europei e al tempo stesso i documenti sostanzialmente inutili per l’impossibilità di ottenere visti regolari. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati e Israele ha pubblicato il 23 giugno scorso un rapporto dettagliato di 100 pagine. In esso si documenta il sistematico uso della violenza brutale contro i bambini palestinesi da parte dello Stato d’Israele e del suo esercito. Il titolo del rapporto è eloquente: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. La Commissione indipendente ha esaminato violenze e attacchi sui bambini nei diversi territori palestinesi occupati, non solo a Gaza, e i crimini che essi hanno subito, compresi i crimini psicologici. Si nota l’uso strumentale di termini come ‘terrorista, animale, bestia, abusivo’ o il temine di ‘prostituta’ usato come insulto nei confronti di attiviste. Il numero stesso dei casi indagati e documentati dalla Commissione evidenzia un chiaro schema secondo cui i bambini sono stati presi di mira direttamente dalle forze di sicurezza israeliane. Ciò costituisce un elemento chiave dell’intento genocida delle autorità israeliane di eliminare il gruppo palestinese a Gaza. La Commissione ritiene che l’uccisione e le gravi lesioni fisiche e mentali inflitte ai bambini palestinesi facciano parte di una strategia volta a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese a Gaza. Le autorità israeliane e le sue forze di sicurezza hanno commesso il crimine di genocidio a Gaza uccidendo e causando gravi lesioni fisiche o mentali ai membri del gruppo, compresi i bambini palestinesi, ivi presenti. (Kritica, giugno 2026) Beninteso i cani come tali sono esenti da colpe o responsabilità poiché non fanno che accompagnare, appunto da cani fedeli e amici dell’uomo, le emozioni e le scelte del padrone. Lo sguardo dovrebbe centrarsi, invece, su colui che Maturana definisce il ricco e cioè colui che nega l’altro perché teme di perdere quello che possiede. Detto in altri termini ciò implica l’adesione attuale alla spesso dimenticata ‘lotta di classe’ che molti hanno interesse a trattare come relitto ideologico del passato. Lo ricordava bene il citato miliardario americano Warren Buffet in una intervista di vent’anni fa: La lotta di classe esiste, ed è stata la mia classe, quella dei ricchi, a vincerla. Questo scritto è pubblicato nel giorno anniversario della morte di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. Ha offerto gli ultimi anni della sua vita, minata dalla leucemia, consacrandola ai figli di contadini che lui ardeva dalla voglia di vedere crescere e camminare come uomini liberi sui sentieri del mondo. Amandoli tanto che in punto di morte si preoccupò di aver forse voluto più bene a loro che a al Signore. Espresse il bisogno di giustificarsi nel suo testamento col dire: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze.           Redazione Genova
June 27, 2026
Pressenza