Il caso di Invernizzi Presse SrlAbbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione
di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento
che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha
contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con
stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco.
Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche
uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che
nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze
d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per
produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state
vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il
Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno
trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come
Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a
fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a
impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo.
In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono
elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da
Invernizzi Presse.
Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese
nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato
industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che
oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra
i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito
israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto
internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese,
violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio.
Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi
e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si
è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della
famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio
paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione
(Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di
produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018
l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di
euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione
militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024).
Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da
parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni,
proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con
Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori
dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta
militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e
nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al
giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta
cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su
questo tema un referendum popolare.