AL PORTO DI RAVENNA 20 TONNELLATE DI MATERIALE DESTINATE A ISRAELE E AL SUO ESERCITO. “FERMARE L’ECONOMIA BELLICA NON PORTA ALLA RECESSIONE, ANZI”I porti italiani si stanno trasformando in hub per la guerra. Un nuovo caso è
emerso presso lo scalo marittimo di Ravenna, dove si trovano attualmente 16
sacchi di materiale refrattario destinati ad una acciaieria israeliana che
fornisce l’esercito di Tel Aviv.
La destinazione delle 20 tonnellate del materiale dual use, proveniente
dall’Austria, è l’acciaieria Hod assaf metals, con stabilimenti a Kiryat Gat,
che opera come fornitore certificato del Ministero della Difesa israeliano e
delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), specializzata in prodotti in acciaio
durevoli e ad alta sicurezza.
Il 12 maggio un lavoratore del porto di Ravenna ha denunciato la presenza del
materiale. “Questa acciaieria rifornisce direttamente l’esercito israeliano.
L’acciaio serve a creare munizioni. Il porto di Ravenna è fulcro del traffico
verso Israele, ogni settimana passano navi dirette ai porti di Haifa e Ashdod.
Già nel 2025 avevamo scoperto il transito di materiale bellico, munizioni, armi
e dual use, come in questo caso”, fa sapere la giornalista freelance Linda
Maggiori ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Secondo il regolamento europeo 821/2021 anche il materiale dual use ha bisogno
di una autorizzazione, “soprattutto se viene destinato a un paese in guerra che
sta violando i diritti umani”, sottolinea Linda Maggiori. “Io ho chiamato le
dogane e la Guardia di Finanza per chiedere che venisse fatta una ispezione, se
questo materiale che proviene dall’Austria aveva tutte le autorizzazioni. Non
sappiamo i risultati di questa ispezione ma sappiamo che la GDF questa ispezione
l’ha fatta”.
Cosa cambia, per lavoratori e lavoratrici, che operano in poli logistici
divenuti in hub bellici? “E’ una trasformazione che almeno da qualche anno va
avanti con questo traffico di armi e scambio di merci belliche”, fa sapere il
lavoratore del porto di Ravenna, Stefano Cobelli, ai nostri microfoni. “Ci sono
tanti portuali che non riescono a sapere che materiale stanno trasportando. Va
da sè che l’informazione che arriva al lavoratore sulla piazza è inesistente”.
Cosa pensano lavoratori e lavoratrici del porto? “C’è molta insicurezza e
sfiducia nella possibilità di organizzare una lotta dal basso, c’è una totale
mancanza di supporto sia dei sindacati e sia delle istituzioni. Già il fatto che
le segnalazioni di questi viaggi vengono dai lavoratori e non da chi dovrebbe
essere preposto attivamente al controllo è abbastanza imbarazzante, anche il
silenzio è imbarazzante. Viene sfruttato il solito di ritornello che non far
girare queste merci equivale al danno economico e alla recessione. La minaccia e
il ricatto sono sempre quelli e hanno successo, sfortunatamente“, aggiunge
Stefano Cobelli.
L’intervista completa a Linda Maggiori, giornalista freelance e attivista del
Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, e Stefano
Cobelli, lavoratore del porto e anch’egli attivista del Coordinamento. Ascolta o
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