Tag - elezioni

Fadwa Barghouti in Francia «aiutateci a liberare Marwan»
Avvocatessa e attivista palestinese, Fadwa Barghouti è alla guida della campagna per la liberazione di suo marito, Marwan Barghouti, detenuto dal 2002 nelle carceri israeliane. È in Francia da una settimana per incontrare la popolazione, personalità politiche e sindacali. Fadwa Barghouti qual è lo scopo del suo viaggio in Francia? […] L'articolo Fadwa Barghouti in Francia «aiutateci a liberare Marwan» su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
Bombardare sperando che serva a qualcosa
Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala. Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo […] L'articolo Bombardare sperando che serva a qualcosa su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
Trump evoca il “complotto” e accusa l’intelligence di lavorare per la Cina
Washington, abbiamo un problema… Molto serio e tutto interno agli Stati Uniti. Il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Donald Trump è stato di fatto una dichiarazione di guerra interna rivolto genericamente contro il «deep state». ovvero l’insieme di agenzie, strutture amministrative di vario livello, media, militari, servizi segreti, […] L'articolo Trump evoca il “complotto” e accusa l’intelligence di lavorare per la Cina su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande
Quando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28 luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821], non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico), presentandosi al contempo come garante dell’ordine. > La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al > governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al > Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale. Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere. UNA VOTAZIONE BLINDATA Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi. La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal padre tra il 1990 e il 2000. Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse mobilitazioni in tutto il territorio nazionale. Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore. Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei 60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati. > La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo > al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza > proporzionata alla sua effettiva dimensione. Si ritroverà con un blocco di minoranza a dover affrontare una coalizione che sa già, perché lo ha fatto in passato, come cambiare le regole, proteggere le proprie forze di sicurezza e aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi esito avverso. I risultati consentiranno al fujimorismo di governare con contrappesi istituzionali minimi ma con la massima impunità possibile. Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di sé. FANTASMI E BERSAGLI FACILI Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica più solida del Perù. Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato. Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti. > In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad > aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani > residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la > presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà > le immediate conseguenze di quel governo è significativo. Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria di indagare sugli stessi reati. Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90 sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione che questo comporta. Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano. È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni presidenziali. LA MEMORIA COME RESISTENZA Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una delle sue prime reazioni. È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento. Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere. Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente possesso del Palazzo Presidenziale. La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da quello che era. Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito indipendente Ojala.mx lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina di © Connie France, foto del19 giugno 2026, quando un cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto. Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg per il Cono Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande proviene da DINAMOpress.
July 16, 2026
DINAMOpress
FRANCIA: CONDANNA DEFINITIVA PER MARINE LE PEN, USÒ I FONDI DEL PARLAMENTO UE PER PAGARE I SUOI DIPENDENTI
La Corte d’Appello di Parigi ha giudicato colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici Marine Le Pen, estremista della destra francese e leader del Rassemblement National, nel caso dei falsi impieghi all’Europarlamento. Confermata la condanna di prima istanza a quattro anni di carcere, due con la condizionale. Per quanto riguarda la sua ineleggibilità – in primo grado era stata condannata a cinque anni – secondo i giudici è “già stata scontata”: la leader del Rassemblement National potrebbe infatti candidarsi alle Presidenziali del 2027, che nei sondaggi la vedono favorita. Ma dovrà portare per un anno il braccialetto elettronico e lei stessa ha dichiarato più volte di non voler fare campagna elettorale con questo obbligo. Intanto scalda i motori il delfino Bardella nella corsa all’Eliseo, che dal 2021 ha preso il suo posto al vertice del partito. La sentenza “permette di mantenere al centro del dibattito il partito fascista come se fosse la principale minaccia o la principale salvezza” del paese. Alle concrete possibilità che il Rassemblement National possa prendere possesso della Presidenza il prossimo anno, si aggiunge “il sostegno massiccio dell’oligarchia francese e dei media tutti”. Così il giornalista e nostro collaboratore dalla Francia Cesare Piccolo che interpellato ai nostri microfoni, ricorda anche l’enorme potere che si concentra nelle mani del Presidente della Repubblica Francese. Che dal prossimo anno potrebbe essere un fascista! L’intervista a Cesare Piccolo, giornalista italiano che vive da anni in Francia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari
Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas […] L'articolo Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano
La guerra in Iran fa sballare tutti i calcoli di Trump
Le adunate da regime per il 4 luglio e la rivitalizzazione delle campagne anticomuniste negli USA, potrebbero non salvare Trump da una severa sconfitta nelle elezioni di medio termine a Novembre. Un sondaggio commissionato dal Financial Times e realizzato dall’agenzia Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori […] L'articolo La guerra in Iran fa sballare tutti i calcoli di Trump su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano
Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto occupazione sionista. I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista per Il Manifesto.
Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti. Il cuore del trattato prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte dell’esercito libanese, che dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese. Tuttavia, il ritiro delle forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo dopo la verifica del disarmo da parte di Israele, con la concreta possibilità che questo non avvenga e che la fascia lungo il confine meridionale, la cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto occupazione sionista. I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista per Il Manifesto.
June 29, 2026
Radio Blackout
Colombia: Il popolo colombiano non si arrende, cazzo!
Malely Linares Sánchez In più di 26,3 milioni di colombiane e colombiani siamo andati a votare in questo secondo turno delle presidenziali, con una partecipazione di circa il 63,6 per cento, la più alta da decenni. E anche se il pre-conteggio non ha ancora un valore giuridico definitivo, i risultati ci mostrano la realtà di […]