In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espandeQuando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28
luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821],
non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di
un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei
suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle
opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri
parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e
revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini
legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico),
presentandosi al contempo come garante dell’ordine.
> La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al
> governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al
> Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale.
Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza
retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per
succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non
avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere.
UNA VOTAZIONE BLINDATA
Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte
dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo
turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si
sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto
Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza
di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi.
La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di
Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito
Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta
contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal
padre tra il 1990 e il 2000.
Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico
di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da
una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato
una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi
internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa
appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse
mobilitazioni in tutto il territorio nazionale.
Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli
elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero
stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva
ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore.
Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei
60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú
si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati.
> La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo
> al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza
> proporzionata alla sua effettiva dimensione.
Si ritroverà con un blocco di minoranza a dover affrontare una coalizione che sa
già, perché lo ha fatto in passato, come cambiare le regole, proteggere le
proprie forze di sicurezza e aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi
esito avverso. I risultati consentiranno al fujimorismo di governare con
contrappesi istituzionali minimi ma con la massima impunità possibile.
Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha
il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di
sé.
FANTASMI E BERSAGLI FACILI
Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del
fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente
eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema
dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle
sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica
più solida del Perù.
Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento
che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni
precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro
tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e
Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato.
Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che
si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora
il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e
sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al
secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti.
> In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad
> aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani
> residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la
> presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà
> le immediate conseguenze di quel governo è significativo.
Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta
sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo
cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai
risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una
legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono
essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni
soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria
di indagare sugli stessi reati.
Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90
sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a
favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante
ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità
che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco
generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà
essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione
che questo comporta.
Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali
casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale
aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti
alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano.
È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le
istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo
attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa
e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni
presidenziali.
LA MEMORIA COME RESISTENZA
Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto
nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un
passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di
disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al
Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione
dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una
delle sue prime reazioni.
È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati
ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal
quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a
impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria
che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento.
Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere.
Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità
di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice
aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce
superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente
possesso del Palazzo Presidenziale.
La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga
chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del
fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una
ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire
che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da
quello che era.
Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito
indipendente Ojala.mx lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di
Michele Fazioli per DinamoPress.
Immagine di copertina di © Connie France, foto del19 giugno 2026, quando un
cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko
Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La
forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un
edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto.
Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio
Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e
pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg
per il Cono Sud.
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