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Lo spazio elettorale avvelenato
Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura. Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata […] L'articolo Lo spazio elettorale avvelenato su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Perché il fujimorismo continua a tormentare il Perù?
Un fantasma si aggira per il Perù. Non è lo stesso che terrorizzava le élite del XX° secolo, né quello delle rivoluzioni che promettevano di spazzare via il vecchio ordine. È un altro, più strano e inquietante: il fantasma del fujimorismo. Il 12 aprile 2026, nessuno dei 35 candidati alla presidenza del Perù è riuscito ad andare oltre un quinto dell’elettorato. Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori e candidata presidente di Fuerza Popular, ha ottenuto la percentuale più alta al primo turno delle elezioni generali con circa il 17% dei voti validi, accedendo così al secondo turno per la quarta volta consecutiva dal 2011. Al ballottaggio si troverà in compagnia di Roberto Sánchez, candidato presidente del centrosinistra di Juntos por el Perú che ha ottenuto il 12% dei voti, superando di poco il candidato di estrema destra Rafael López Aliaga, del partito Rinnovamento Popolare, il quale ha denunciato brogli senza però presentare prove. Per comprendere questo momento, è importante fare un passo indietro nella storia e capire che il Perù è arrivato agli anni 1990 in una specie di coma. L’iperinflazione durante il governo di Alan García [1985-1990 – ndt] aveva sgretolato il potere d’acquisto delle famiglie lavoratrici e il conflitto armato tra lo Stato e i guerriglieri di Sendero Luminoso aveva reso inabitabili vaste aree del Paese. Il governo – debole, centralizzato a Lima e storicamente distante dalla maggioranza della cittadinanza – era stato sopraffatto. In tale contesto, Fujimori padre si presentò come un outsider: ingegnere, figlio di immigrati giapponesi e senza un partito consolidato alle spalle. Sconfisse, anche con il sostegno di una parte della sinistra –la casta – rappresentata nel 1990 da Mario Vargas Llosa [scrittore e candidato presidente per la coalizione Frente Democratico – ndt]. Quando si parlava del sistema clientelare di Fujimori negli anni ’90, si faceva spesso riferimento ai pacchi alimentari. Si diceva che il dittatore comprasse voti distribuendo questi pacchi nei quartieri più poveri. Ci sono stati anche momenti in cui l’elettorato ha rifiutato il fujimorismo: nel 2011 con Ollanta Humala, nel 2016 con Pedro Pablo Kuczynski e nel 2021 contro Pedro Castillo, un’ampia maggioranza sociale ha riattivato la memoria storica che associa il nome Fujimori a crimini contro l’umanità, sparizioni forzate, corruzione senza scrupoli e decadenza morale delle istituzioni repubblicane. > Si potrebbe affermare che l’identità politica peruviana più forte sia > l’antifujimorismo. Nonostante questo, il fujimorismo rimane protagonista in > ogni elezione presidenziale in Perù e ha sempre una possibilità di vittoria. > La domanda che ci inquieta così tanto è: perché ne siamo ancora sorpresi? L’ARCHITETTURA DEL VOTO DI FUJIMORI Nelle recenti campagne presidenziali, Jorge Nieto, uno də diversə candidatə di sinistra del partito Buen Gobierno, ha sollevato un tema che ci ha creato non pochi problemi. Le misure redistributive attuate durante le dittature nel Perù del XX secolo sono state, sistematicamente, superiori a quelle implementate durante i periodi democratici. Nieto, a tratti in maniera un po’; forzata, ha tracciato un parallelo tra la dittatura militar-populista di Juan Velasco Alvarado, salito al potere con un colpo di stato nel 1968 e che ha varato la Riforma Agraria nel 1969, e la dittatura di Fujimori, dove la crisi macroeconomica venne scongiurata. La legittimità politica del fujimorismo è direttamente correlata all’importanza che i diversi settori della popolazione attribuiscono alla pacificazione e alla stabilità economica raggiunte durante quel governo. Quel ricordo fondativo (per quanto accompagnato da autoritarismo, corruzione sistemica e gravi violazioni dei diritti umani) è rimasto impresso nella memoria di un’intera generazione come il momento in cui qualcuno “ha ristabilito l’ordine”. Ecco perché Keiko Fujimori non governa: eredita. In un sistema politico nel quale le altre forze si sono screditate da sole, ereditare qualcosa (per quanto sporco, per quanto discutibile) rappresenta un vantaggio strutturale che nessuna campagna elettorale può erodere facilmente. Non è un caso che il programma di governo di Keiko Fujimori per queste elezioni, che rafforza il ricordo dell’eredità paterna, si chiami “Perù in ordine”.. > Oggi, le principali basi di sostegno del fujimorismo sono distribuite tra le > associazioni di piccole e medie imprese, insieme a una parte del settore > informale della vendita ambulante informale e a vari gruppi di credenti > evangelici. Questa coalizione è più rivelatrice e complessa di quanto sembri: il grande capitale sostiene il fujimorismo, così come altri candidati di destra come l’estremista López Aliaga, però rappresenta anche il voto di coloro che hanno costruito il proprio sostentamento ai margini dello Stato. Il fujimorismo è privo di un fondamento ideologico concreto: è una macchina identitaria piuttosto che un programma politico. Non offre alcuna visione per il Perù ma si limita a decifrare un riconoscimento: la promessa che il caos possa essere scongiurato risvegliando vecchi fantasmi per garantire che quel poco che si è costruito non venga spazzato via dai comunisti di Sendero Luminoso nelle loro nuove versioni democratiche. Questa promessa, in un Paese dove oltre il 70% dell’economia è informale e quasi tre peruviani su dieci vivono in povertà, non viene scalfita dall’;accusa (l’ennesima) di corruzione. CAMPAGNE DI SICUREZZA «Il Perù non vota “male”, vota come vive: a stomaco vuoto e con la mente sotto assedio», ha dichiarato Héctor Béjar non appena sono stati annunciati i risultati delle elezioni di aprile. Béjar è stato uno dei fondatori dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) negli anni ‘70 e ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri [estate 2021 – ndt] nel governo di Pedro Castillo [2021- 2022 – ndt]. In questa tornata elettorale in Perù, non è stata soltanto la destra a incentrare la propria campagna elettorale su criminalità, giustizia e sicurezza. Persino la sinistra ha adottato una strategia incentrata sulla sicurezza, credendo erroneamente che “il popolo”; desideri un pugno di ferro fine a se stesso. Durante i dibattiti televisivi Ronald Atencio, candidato dell’alleanza elettorale Venceremos, si è spinto fino ad affermare che, se eletto presidente, avrebbe guidato una “squadra di annientamento”; per combattere la criminalità organizzata. Si tratta della stessa retorica utilizzata da Fujimori padre negli anni 1990. In un Paese dove l’estorsione è diventata di fatto una tassa sul lavoro, questo appello trova riscontro in un pubblico reale, ma sa anche smascherare gli impostori. Sebbene questo ordine promesso non affronti nessuna delle cause profonde del disordine, le pressioni della vita quotidiana rendono possibili candidature sempre più estreme, e non solo tra i partiti di destra. Anche la sinistra afferma alcune cose vere: che l’attuale modello politico ed economico è escludente, che la ricchezza non viene ridistribuita e che la Costituzione del 1993 protegge gli stessi privilegi di sempre. Ma queste verità non bastano. Non riescono a convincere i territori, non riescono a raggiungere le emozioni, non riescono ad affermarsi nel momento in cui qualcuno deve decidere, nella solitudine dell’urna, chi rappresenta la sua paura più immediata. Esiste un divario tra la veridicità dell’analisi e la capacità di coinvolgere chi vive ai margini della società, e questo divario rappresenta anche una responsabilità politica, non solo un problema di comunicazione o di campagna elettorale. IL FANTASMA CHE NON SE NE VA, UN RICORDO CONTROVERSO In tutte e tre le precedenti candidature alla presidenza, Keiko Fujimori è andata vicina alla vittoria. Dispone di una base solida che nessuna crisi può intaccare completamente, perché non si fonda sull’entusiasmo bensì su qualcosa di più resiliente: la memoria, le reti di contatti e un’identità costruita in opposizione a tutto il resto. Il fujimorismo 1.0 ha colto qualcosa di reale: l’energia dei settori esclusi che rivendicavano un posto nell’economia e nella politica. Non si è trattato soltanto del periodo in cui il Consenso di Washington venne implementato alla lettera (con la violenza e la repressione che le sue misure comportarono): si trattava anche degli anni in cui si sviluppò un capitalismo popolare, concepito inizialmente da Hernando de Soto [Direttore della Banca Centrale del Perù dal 1978 al 1980 durante il governo militare di Francisco Morales Bermúdez (1975-1985) – ndt] per Vargas Llosa e che rimane rilevante non solo a livello teorico ma anche pratico. Marx ed Engels scrissero che uno spettro infestava l’Europa e che tutte le potenze si erano unite per esorcizzarlo. Lo spettro peruviano è più difficile da esorcizzare perché non viene dall’esterno: viene dall’interno, da una ferita non rimarginata, da una domanda a cui nessuno è ancora riuscito a dare una risposta definitiva. Ogni volta che il fujimorismo arriva al ballottaggio, una parte dell’analisi progressista latinoamericana compie lo stesso gesto automatico: diagnostica l’alienazione popolare, pronuncia la parola clientelismo, fa riferimento a mafie e corruzione e chiude rapidamente il dibattito. > Ma il voto per Fujimori è trasversale e sfida la segmentazione di classe e le > semplici divisioni elettorali. Invece di essere il voto dei poveri manipolati > e impotenti o quello delle élite compiacenti, il sostegno al partito ora > chiamato Fuerza Popular attraversa classi sociali e regioni (sulla costa e > nella parte orientale del Perù). Sta accadendo qualcosa di più complesso. Il voto a Fujimori non è stato frutto di circostanze fortuite; si tratta di una preferenza espressa con coerenza nel tempo. La mera ipotesi di manipolazione dell’elettorato di Fujimori, che infantilizza le complesse razionalità dei settori popolari in contesti di espropriazione e violenza quotidiana, è anch’essa un pretesto per non riflettere. Il 7 giugno, alcunə də 27 milioni di elettorə peruvianə aventi diritto al voto torneranno alle urne. Voteranno per scegliere tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez in un ballottaggio che, secondo l’istituto di sondaggi Ipsos, inizia con un sostanziale pareggio al 38%. La domanda rimane la stessa: basterà ancora una volta l’antifujimorismo a contenere lo spettro che incombe sul Perù? Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. La versione originale in spagnolo è stata pubblicata sul sito messicano www.ojala.mx La copertina è di Nestor Soto (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 25, 2026
DINAMOpress
Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione
Nella giornata di ieri, la polizia turca ha fatto irruzione nella sede nazionale del CHP, il principale partito di opposizione al governo di Erdogan, con tanto di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’azione che ha lasciato molti senza parole, per la sua immediatezza e per l’audacia con cui il […] L'articolo Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Proposta di legge elettorale: l’Audizione di Carteinregola in Commissione Affari Costituzionali
Il 19 maggio 2026 l’Associazione elettorale è stata audita nell’ambito dell’esame delle proposte di legge C. 157 Magi, C. 2236 Pavanelli, limitatamente all’articolo 5, e C. 2822 Bignami, recanti «Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica», nel gruppo delle associazioni di cui facevano parte anche ARCI nazionale e ACLI nazionale. Riportiamo il testo dell’intervento di Carteinregola e i link per scaricare gli interventi delle altre associazioni e quelle dei costituzionalisti che spesso hanno partecipato alle nostre iniziative: Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Roma «Sapienza», Enrico Grosso, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino, Francesco Pallante, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino, Massimo Villone, professore emerito di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli «Federico II». Nella sezione Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali sono presenti i materiali di tutte le audizioni. SCARICA Atto Camera: 2822 La registrazione dell’audizione sulla web tv della Camera Legge elettorale – Azzariti, Clementi, Caruso, Grasso, Violini, professori; Carte in Regola, ACLI, ARCI, associazioni Intervento Carteinregola a 1h 43′ ca da inizio Scarica Memoria ACLI, Memoria ARCI Memoria Azzariti Memoria Villone, Memoria Pallante, Memoria Grosso scarica Memoria The Good Lobby per il voto ai fuori sede TESTO INTERVENTO ASSOCIAZIONE CARTEINREGOLA ALL’AUDIZIONE INFORMALE DEL 19 MAGGIO 2026 PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI NELL’AMBITO DELL’ESAME DELLE PROPOSTE DI LEGGE C. 157 MAGI, C. 2236 PAVANELLI, LIMITATAMENTE ALL’ARTICOLO 5, E C. 2822 BIGNAMI, RECANTI «DISPOSIZIONI IN MATERIA DI ELEZIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E DEL SENATO DELLA REPUBBLICA» Egregio Presidente, Illustri Onorevoli, desidero ringraziarvi per aver invitato l’Associazione di cui sono Presidente, Carteinregola, all’Audizione informale nell’ambito dell’esame dei progetti di legge riguardanti  “Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, un tema molto importante per la cittadinanza e per la nostra democrazia. Carteinregola è un’associazione di cittadini attivi senza connotazioni partitiche, nata 13 anni fa principalmente con l’obiettivo della  promozione della trasparenza e della partecipazione, e per il monitoraggio delle norme che riguardano  la tutela del patrimonio collettivo, i diritti e la qualità della vita dei cittadini. Il nostro intervento non tratterà aspetti tecnici e giuridici,  che altri relatori hanno già affrontato e affronteranno con competenza e profondità, ma intende osservare la proposta di legge dal punto di vista della trasparenza e della partecipazione dei cittadini e delle cittadine, che  sono chiamati a  eleggere i propri rappresentanti, un  punto di vista che in democrazia deve essere ostinatamente preservato.   Il progressivo aumento dell’astensionismo  è un dato allarmante, che dovrebbe far preoccupare chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia in Italia,  di cui il voto della cittadinanza  è il fondamento e la condizione essenziale. I dati sull’affluenza ci dicono che siamo passati dal 92% nel 1948, all’83% nel 2006, al 73% nel 2018 e al 64% nel 2022. Una flessione assai  preoccupante. Per quanto questa tendenza sia la conseguenza di più fattori, resta  indiscutibile che il  dato rifletta un progressivo allontanamento delle persone dalla politica, soprattutto dai partiti,  una manifestazione della sfiducia di una grossa fetta dell’elettorato nella possibilità che il proprio voto possa contribuire alla costruzione di una società che rispecchi le sue aspirazioni. Da anni in Italia si motivano le  numerose modifiche delle leggi elettorali, così come  anche questo Disegno di legge 2822 di cui oggi parliamo, con l’esigenza di “governabilità”, di “stabilità”.   Come già osservato anche in questa sede  da voci autorevoli di cui condividiamo molti punti di vista, la “stabilità”, ammesso che questo disegno di legge possa assicurarla, non può essere a discapito della rappresentanza, fondamento della nostra democrazia e della Costituzione italiana. Privare le cittadine e i cittadini della possibilità di dare la propria preferenza a chi si   candida,  imponendo scelte calate dall’alto dai vertici dei partiti;  moltiplicare  candidature che  spesso non hanno alcun rapporto con i territori; mandare in Parlamento percentuali di eletti  che non rispecchiano le percentuali dei voti  espressi dall’elettorato; ridimensionare  il ruolo del parlamento  con il continuo ricorso ai  decreti-legge  spesso convertiti attraverso la  fiducia;  sono tutti aspetti  che fanno sì che la cittadinanza percepisca il parlamento come  un  consesso di personaggi che poco hanno  a che fare non solo con le loro scelte elettorali, ma anche con le loro vite e con i loro problemi. La sorprendente  partecipazione  al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, un referendum su un tema assai complesso, con connotazioni tecniche incomprensibili ai più  e che fino a meno di tre mesi dalla data della consultazione era  rimasto fuori dai radar dell’informazione,  ha dimostrato che la crescita dell’ astensionismo non è  un ineluttabile fenomeno del nostro tempo, ma che al contrario, quando sono in ballo valori costituzionali assai sentiti dall’elettorato, anche da quello più giovane, le persone  rispondono e si mobilitano. Come Carteinregola ad ogni appuntamento elettorale,  con il nostro gruppo di lavoro, Laboratorio per una politica trasparente  e democratica,   cerchiamo di promuovere una approfondita informazione sulle modalità del voto,  sui programmi elettorali di ogni partito –  mettendo a confronto le proposte sui temi di cui ci occupiamo -, sulle liste e sui  profili di chi si candida (nel Lazio), sollecitando candidati e partiti a impegnarsi  a loro volta per la partecipazione dei cittadini, non solo in occasione del voto ma sempre, con una presenza costante  sui territori,  rendendo le  campagne  elettorali  solo  il  passaggio di un percorso. Ci stiamo impegnando per far conoscere anche questo  Disegno di legge elettorale 2822, perché  solleva temi  che a nostro avviso meriterebbero  un dibattito assai più importante e diffuso, mentre  finora sono rimasti in un ambito strettamente parlamentare o partitico. Le principali  fonti di informazione, se ne parlano,   si soffermano soprattutto sulle contrapposizioni  tra maggioranza e  opposizione, senza spiegare i contenuti del provvedimento. Ma senza un adeguato dibattito pubblico sui provvedimenti che si adottano, non si avranno elettrici ed elettori  consapevoli, capaci di comprendere  le ricadute per la nostra democrazia di quanto si sta apparecchiando. Venendo alla proposta di legge, il nostro primo rilievo  riguarda il momento  scelto per l’approvazione di una legge elettorale. Come altri hanno già osservato, non si può approvare una legge elettorale   che cambia le regole, a meno di un anno dalle consultazioni elettorali. E’ una prassi irrispettosa delle istituzioni e degli elettori. Entrando nel merito, ponendoci dal  punto di vista della cittadinanza  condividiamo anche molte delle obiezioni mosse al DDL da altre autorevoli persone audite. Quale  rappresentanza  Come ricordato da alcuni interventi che ci hanno preceduto,   il valore primario della legge elettorale in un sistema parlamentare è l’effettiva rappresentatività dell’assemblea rappresentativa, non la stabilità governativa. Questo disegno di legge a nostro avviso comprime ulteriormente la rappresentanza, con il “premio di governabilità,   definito giustamente “abnorme”, dato che può produrre artificialmente  maggioranze che non riflettono  le scelte  dell’elettorato, creando  un evidente squilibrio tra i voti raccolti  da partiti e schieramenti nelle urne e i seggi attribuiti alla Camera e al Senato. Il diritto  di scegliere i propri rappresentanti Suscita in noi grande preoccupazione la scelta, che continua ad essere operata anche in questa proposta di legge, delle liste bloccate.  “L’elettore può  esprimere  il proprio voto solo in favore di una lista di partito”, da sola o incoalizione con altre, “su una scheda dove sono già prestampati  i nomi dei candidati delle liste” di collegio, con  il blocco dei candidati sulle liste circoscrizionali per l’attribuzione del premio.  Persone candidate  scelte dai partiti e imposte all’elettorato, facendo venir meno il rapporto, che dovrebbe essere necessario,  tra elettore ed eletto. Distorsioni accentuate dalla possibilità per chi si candida di presentarsi in più collegi. Infatti la proposta prevede che “sono confermate le pluricandidature: il medesimo candidato può presentarsi nelle liste circoscrizionali per l’assegnazione del premio e, contemporaneamente, in fino a cinque liste di collegio plurinominale”. Ciò significa che il seggio, al quale l’elettore  pensa di aver contribuito con il suo voto, potrà essere assegnato a una figura  diversa da quella indicata nella scheda. Il “premierato mascherato” Altro elemento di preoccupazione è la richiesta di indicare nel programma elettorale il nome del candidato proposto come Presidente del Consiglio. Concordiamo con chi  l’ha definito “premierato mascherato” e con chi ha giustamente osservato  che “le elezioni servono a eleggere il Parlamento, non il Governo”. Non bisogna temere il  pluralismo In questi anni abbiamo assistito all’approvazione di leggi che a nostro avviso scardinano principi costituzionali,  come l’Autonomia Regionale Differenziata, contro cui  la nostra associazione si batte da tempo, ma anche come la riforma costituzionale della magistratura, fallita grazie al referendum, riforme  blindate dalla maggioranza, senza alcun confronto con le opposizioni.  Vediamo in questa proposta di  legge elettorale  un ulteriore slittamento verso un sistema  che, oltre a  comprimere  una effettiva rappresentanza, annulla il necessario pluralismo: il parlamento dovrebbe riflettere l’articolazione delle opinioni politiche del corpo elettorale ed essere sede di dialogo e di confronto tra tutte le forze politiche, nella misura in cui rappresentano parti dell’elettorato, non un agone dove prevale una maggioranza creata artificialmente. Questa proposta di legge quindi, a nostro parere,  non è migliorativa di nessuno degli aspetti critici che riguardano i diritti dei cittadini e il rapporto fra chi vota e chi viene eletto o eletta. Sarebbe auspicabile che le forze politiche ne fermassero l’iter  e avviassero una riflessione ampia e condivisa. Chiediamo di restituire alle cittadine e ai cittadini la possibilità di scegliere chi li rappresenterà  e di sapere a chi danno il voto. Chiediamo di riaprire le porte del confronto  politico, non solo  nei consessi ristretti dei partiti, o nei salotti televisivi, o negli happening elettorali,  ma  di riportarlo  nei territori, tra le persone,  con  uno scambio che non teme critiche.   Chiediamo di favorire la partecipazione al voto, con un’informazione trasparente e facilmente accessibile sui programmi  e sulle persone candidate, abbandonando  la narrazione che mette al centro della scena solo i  leader e i ping pong  sul fatto del giorno. Infine ci uniamo alle associazioni che da anni portano avanti proposte  sul tema, per chiedere  un impegno  per rendere effettivo il diritto di voto anche per i cosiddetti “fuori sede”,   un diritto che riguarda molte categorie che per lavoro o per esigenze personali vivono lontani dal luogo di residenza, ma che riguarda  soprattutto i giovani,  cui spetta farsi parte attiva  nelle scelte per il  futuro del nostro Paese e raccogliere il testimone dei valori che ci sono stati tramandati, a cominciare da quelli  della nostra Costituzione. Associazione Carteinregola Anna Maria Bianchi, Presidente con Isabella Pierantoni Roma, 19 maggio 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
May 21, 2026
carteinregola
Brescia. Tutti assieme appassionatamente? Noi no
Apprendiamo dai giornali locali che i rappresentanti bresciani del M5S hanno chiesto al PD di essere  accolti nella maggioranza che sostiene e ricandiderà a sindaca Laura Castelletti. È un Campo ancora più Largo di quello nazionale, perché a Brescia un ruolo importante nella giunta comunale lo ha Azione, che a […] L'articolo Brescia. Tutti assieme appassionatamente? Noi no su Contropiano.
May 16, 2026
Contropiano
“Torniamo alla Costituzione”, l’ Appello di 140 costituzionalisti sulla legge elettorale
Pubblichiamo l’appello di 140 costituzionalisti che esprimono “una forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei Deputati”, pubblicato sul sito di Articolo 21,in calce alla pagina il form per sottoscriverlo. (AMBM) > vai a Dossier Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali Noi professori di Diritto costituzionale riteniamo necessario esprimere una forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei Deputati. Essa presenta rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa. La legge elettorale non è una legge ordinaria come le altre: incide direttamente sul rapporto tra corpo elettorale e Parlamento, sull’eguaglianza del voto e sull’equilibrio complessivo della forma di governo. È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto e soprattutto, dopo il risultato della straordinaria partecipazione al referendum, si voglia costruire un sistema elettorale che, anziché combattere l’astensionismo, rischia di incrementarlo, con meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica, trasformando le elezioni in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori. Tre sono i punti più critici. Il primo riguarda il premio di governabilità o di maggioranza. La giurisprudenza della Corte costituzionale non ha escluso in assoluto la possibilità di meccanismi premiali, ma li ha sottoposti a condizioni rigorose: il premio deve essere proporzionato, deve operare in presenza di una soglia ragionevole di consenso e deve essere effettivamente idoneo a perseguire l’obiettivo della governabilità. Il pericolo maggiore sta nel fatto che il premio possa risultare eccessivo, fino a portare la lista o coalizione vincente verso il 60% dei seggi, incidendo così anche sulle “maggioranze di garanzia” previste dall’ordinamento costituzionale. Altro aspetto fortemente critico è quello dell’incompatibilità del premio con il bicameralismo disciplinato dalla Costituzione. Il secondo profilo riguarda l’aver pensato un sistema basato unicamente su liste bloccate, e che consente pluricandidature (fino a cinque collegi!). La proposta accentua i difetti principali dell’attuale sistema, affidando l’intera selezione dei parlamentari a liste bloccate e introducendo un premio potenzialmente abnorme e rigido con l’attribuzione di 70 e 35 seggi assegnati rispettivamente nelle due Camere prescindendo dall’esito del voto per le diverse liste. Un sistema fondato integralmente su liste bloccate, aggravato da pluricandidature e da liste premiali di dimensione sostanzialmente nazionale, consegna ancora una volta la selezione dei parlamentari alle leadership di partito e svuota il rapporto tra elettori ed eletti. Il terzo profilo riguarda l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del Governo, che dipende dagli equilibri parlamentari risultanti dalla composizione delle Camere, oltre che dall’esercizio delle prerogative del Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92 Cost. e dal successivo rapporto fiduciario con il Parlamento. È proprio dalla combinazione di questi fattori che scaturisce un Premierato di fatto, prospettiva che dopo il risultato referendario sembrava ormai abbandonata. Per queste ragioni, riteniamo che la proposta di legge elettorale all’esame della Camera dei deputati sia gravemente lesiva dei valori costituzionali, aggravi il distacco tra cittadino ed istituzioni e rafforzi le preoccupazioni per la crisi del Parlamento. È nostro dovere di costituzionalisti segnalare all’opinione pubblica che questo progetto di riforma elettorale costituisce una forzatura inaccettabile delle regole democratiche e costituzionali 1. Cheli Enzo 2. De Siervo Ugo 3. De Fiores Claudio 4. Volpi Mauro 5. Cabiddu Maria Agostina 6. Grosso Enrico 7. Tarli Barbieri Giovanni 8. Zaccaria Roberto 9. Romboli Roberto 10. Angiolini Vittorio 11. Calvano Roberta 12. Spadacini Lorenzo 13. Mastromarino Anna 14. Pallante Francesco 15. Pinelli Cesare 16. Caretti Paolo 17. Biondi Francesca 18. Ruggeri Antonio 19. Rossi Emanuele 20. De Minico Giovanna 21. Pertici Andrea 22. Adamo Ugo 23. Allegretti Umberto 24. Algostino Alessandra 25. Amirante Carlo 26. Armanno Marco 27. Azzariti Gaetano 28. Balboni Enzo 29. Baroncelli Stefania 30. Bartole Sergio 31. Benedetti Auretta 32. Bergonzini Chiara 33. Bianchi Paolo 34. Bianco Giovanni 35. Bin Roberto 36. Bonini Monica 37. Brunelli Giuditta 38. Buffoni Laura 39. Buzzacchi Camilla 40. Caldirola Debora 41. Califano Licia 42. Cantaro Antonio 43. Campanelli Giuseppe 44. Cardone Andrea 45. Cariola Agatino 46. Carli Massimo 47. Carloni Enrico 48. Casamassima Vincenzo 49. Casanova Daniele 50. Cavasino Elisa 51. Cervati Angelo Antonio 52. Cherchi Roberto 53. Chieffi Lorenzo 54. Ciolli Ines 55. Cosulich Matteo 56. Cuccodoro Enrico 57. D’Alessandro Giovanni 58. D’Amico Giacomo 59. D’Amico Marilisa 60. D’Andrea Antonio 61. De Martin Gian Candido 62. Decaro Carmela 63. Dal Canto Francesco 64. Della Morte Michele 65. Di Cosimo Giovanni 66. Di Gaspare Giuseppe 67. Di Salvatore Enzo 68. Famiglietti Gianluca 69. Ferraiuolo Gennaro 70. Gambino Silvio 71. Ganino Mario 72. Giangaspero Paolo 73. Mario Gorlani 74. Grasso Nicola 75. Grisolia Cristina 76. Groppi Tania 77. Guarini Cosimo Pietro 78. Gulotta Carla 79. Gusmai Antonio 80. Iacovelli Danila 81. Imarisio Luca 82. Ladu Marco 83. Lamberti Armando 84. Lollo Andrea 85. Longo Fabio 86. Loprieno Donatella 87. Lorello Laura 88. Losana Matteo 89. Losurdo Federico 90. Lucarelli Alberto 91. Maci Paolo 92. Malfatti Elena 93. Malo Maurizio 94. Manetti Michela 95. Marcenò Valeria 96. Marone Francesco 97. Massa Pinto Ilenia 98. Mastropaolo Antonio 99. Matucci Giuditta 100. Moschella Giovanni 101. Napoli Cristina 102. Parisi Stefania 103. Pezzini Barbara 104. Pinna Pietro 105. Pioggia Alessandra 106. Pizzolato Filippo 107. Podetta Marco 108. Politi Fabrizio 109. Pugiotto Andrea 110. Quirino Camerlengo 111. Raveraira Margherita 112. Regasto Saverio 113. Rinaldi Eleonora 114. Rochetti Laura 115. Sabbioni Paolo 116. Saitta Antonio 117. Schillaci Angelo 118. Serges Giovanni 119. Serges Giuliano 120. Siclari Massimo 121. Sobrino Giorgio 122. Tarchi Rolando 123. Torre Alessandro 124. Tripodina Chiara 125. Verde Giuseppe 126. Veronesi Paolo 127. Vigevani Giulio Enea 128. Villone Massimo 129. Woelk Jens 130. Ziller Jacques 131. Di Gregorio Angela 132.  Filippini Caterina 133. Paolo Scarlatti 134.  Tira Elisa 135.  Ferro Giancarlo 136. Arconzo Giuseppe 137. Palici di Suni Elisabetta 138. Apostoli Adriana     Aderiscono all’appello altri appartenenti al gruppo                      “Costituzione e Democrazia” 1. Giovagnoli Agostino Professore di storia contemporanea 2. Passarelli Gianluca Professore di Scienza Politica 3. Belli Paci Luciano Avvocato 4. Condorelli Luigi Professore di diritto internazionale 5. Corasaniti Giuseppe Professore di filosofia del diritto 6. Colombo Gherardo Magistrato 7. Falcone Anna Avvocato 8. Filippi Paola Magistrata 9. Gallo Domenico Magistrato 10. Giannini Massimo Giornalista 11. Grisolia Filippo Magistrato 12. Lerner Gad Giornalista 13. Parrini Dario Senatore della Repubblica 14. Tria Lucia Magistrata 15. Scalabrino Michelangela Professoressa di Diritto internazionale 16. Scaramucci Barbara Giornalista 17. Spataro Armando Magistrato 18. Stasio Donatella Giornalista 19. Varano Enzo Professore di Diritto comparato 20. Marco Filippeschi, ex sindaco di Pisa, parlamentare in due legislature 14 maggio 2026 Per osservazionie precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com
May 14, 2026
carteinregola
Scosse elettorali in Gran Bretagna: il crollo laburista, l’incubo Farage e la speranza verde e indipendentista
Il 7 maggio scorso si sono svolte le elezioni amministrative in Inghilterra e Scozia e quelle per il rinnovo dei parlamenti locali in Galles e Scozia. Prima di qualsiasi riflessione sui risultati, una doverosa premessa riguardante l’affluenza: in Inghilterra è stata del 42% (+ 7-8% rispetto alla tornata amministrativa precedente), in Scozia è stata del 53,2% (-10,1%), mentre in Galles del 51,6 (+ 5,1%). Un dato basso in valore assoluto, ma in ascesa rispetto al passato, a eccezione della Scozia, dove probabilmente gli scandali e le scelte politiche controverse del governo (a guida indipendentista) potrebbero avere influito sul calo sensibile dei e delle votanti. Secondo le analisi di media come BBC o The Conversation, l’aumento dell’affluenza è attribuibile a 3 fattori: la competizione tra i piccoli partiti, segnatamente Reform UK e i Verdi; la disillusione verso i partiti tradizionali; l’accresciuta rilevanza locale della competizione, con una maggiore attenzione a come le politiche locali influenzano la vita quotidiana. Ad esempio, è ragionevole presumere che l’aumento dell’affluenza a Birmingham (45%, con punto del 50% in alcuni quartieri) sia dovuta alla biennale vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici della raccolta rifiuti, su cui torneremo più avanti. > La maggiore affluenza fa il paio coi risultati di questa tornata elettorale, > contrassegnati dal pessimo risultato del Partito Laburista in Inghilterra e > Galles. È ormai banale ricordare come l’esito di queste elezioni, peraltro > annunciato, sia animato fondamentalmente dalla repulsione popolare nei > confronti del Partito Laburista. A questo si lega la trasformazione dell’isola in una “democrazia multipartitica” amministrata da un sistema storicamente concepito per un duopolio. I risultati hanno messo a nudo un panorama politico frammentato (sono diverse le amministrazioni che non hanno maggioranze politiche e la situazione è tecnicamente analoga negli stessi parlamenti di Galles e Scozia). Abbiano un Paese che il Partito Laburista non è più in grado di tenere unito. Una repulsione popolare, dicevamo. Le giovani generazioni vivono in un Paese più povero, meno mobile socialmente e meno ottimista di quello ereditato dai loro genitori. Se il settore universitario sopravviverà abbastanza a lungo da permettere loro di proseguire gli studi, si laureeranno con debiti inimmaginabili in passato. Hanno poca percezione di progressi sul lavoro: la disoccupazione giovanile si attesta al 15,8% per la fascia 16-24 anni (713.000 giovani senza lavoro), mentre il tasso di inattività economica è salito al 21,0%. I loro salari, già spesso inadeguati al costo della vita, varranno sempre meno con il passare degli anni. Molti faranno fatica a lasciare la casa dei genitori e quelli che ci riusciranno vedranno il loro reddito prosciugato dagli affitti pagati ai proprietari. Se si ammaleranno, il loro governo li tratterà come simulatori. Le loro ambizioni e i loro sogni rimarranno irrealizzati; il risentimento si insinuerà in loro. Viaggeranno meno liberamente e conosceranno meno il mondo. Le loro vite si svolgeranno in una sfera pubblica inquinata da frodi e inganni e in un mondo sconvolto da guerre e catastrofi ecologiche. Come da noi, si risponderà: sì, ma mal comune non fa mezzo gaudio in questa occasione. La prima vittima annunciata di questo rifiuto dell’attuale sistema politico non poteva che essere, lo abbiamo scritto, il Partito Laburista, che ha perso ovunque e malamente: è stato spazzato via in Galles, a Birmingham (dove ha gestito in modo disastroso il già citato lungo sciopero dei bin workers), nelle West Midlands e nelle aree metropolitane di Manchester e Liverpool. La disfatta in Galles, l’incapacità di riprendersi in Scozia e le perdite in tutto il nord dell’Inghilterra sottolineano un fatto evidente nelle ultime tre elezioni generali: la fedeltà al partito è morta e le “roccaforti” (il famoso Red Wall) sono un ricordo del passato. L’unica, esigua, fonte di conforto per il Partito Laburista arriva da Londra, dove i risultati sono stati meno disastrosi di quanto avrebbero potuto essere, sebbene anche lì siano stati persi numerosi consigli comunali (Barnet, Brent, Enfield, Haringey, Lambeth, Lewisham, Newham, Southwark, Hackney, Wandsworth e Westminster). Molti e molte al governo pensano che i critici di sinistra del Partito Laburista non apprezzino a sufficienza i suoi successi, illudendosi che un nuovo pacchetto (seppur annacquato) di diritti dei lavoratori, un aumento del salario minimo, il ripristino dei diritti degli inquilini, la rinazionalizzazione di (parte delle) ferrovie e quella (solo annunciata) dell’industria dell’acciaio possano compensare la macelleria sociale compiuta in questi due anni sulle famiglie numerose povere, sulle persone disabili, anziane e migranti, su studenti e studentesse, sul Servizio sanitario nazionale, su lavoratori e lavoratrici, fino alle misure liberticide nei confronti dei movimenti antirazzisti e di solidarietà con la Palestina. > Starmer ha ribadito di non avere alcuna intenzione di dimettersi, nonostante > le numerose richieste di deputati e deputate della Socialist Campaign Group > (la corrente parlamentare di sinistra nel Labour Party), da Richard Burgon di > Leeds a Nadia Whittome di Nottingham, da Apsana Begun di Poplar e Limehouse a > John McDonnell eletto a Hayes and Harlington, entrambi distretti di Londra. Ma > anche fra i “blairiani” cominciano ad emergere i distinguo. È di poche ore fa la notizia che 70 parlamentari del partito e quattro componenti del governo hanno chiesto ufficialmente a Starmer di dimettersi. La situazione è fluida, ma “Sir Keir” sembra avvantaggiato da una parte dalla consistenza minoritaria della sua opposizione interna di sinistra e dall’altra dalla debolezza dei candidati che si contendono la sua successione, nessuno dei quali sembra intenzionato a tentare un “colpo di stato”. Il numero sempre più esiguo di sostenitori del primo ministro sostiene che sostituirlo non risolverebbe nulla. In un certo senso hanno ragione: chiunque lo dovesse sostituire al momento dovrebbe portare avanti le sue stesse politiche, perché questa è la cambiale che deve essere pagata a industriali e finanzieri che ne finanziarono la campagna elettorale del 2024. Le informazioni provenienti da Downing Street sono contraddittorie: alcune preannunciano una svolta a sinistra nel tentativo di rafforzare il blocco progressista; altre suggeriscono che il mondo sta entrando in tempi bui e che dobbiamo rassegnarci a vivere in un Paese meno generoso. REFORM UK SEMPRE PIÙ A DESTRA Il primo vincitore è senza ombra di dubbio Reform UK, le cui affermazioni a Blackburn e Oldham, entrambe città storicamente a sinistra, sono ad esempio particolarmente simboliche, perché impediscono al Partito laburista di continuare a governare e lasciano un quadro frantumato. Secondo il British Election Study, solo il 5% degli elettori che hanno votato per il Partito Laburista alle politiche del 2024 ha votato Reform UK nel 2026. Quasi un terzo di questi ha semplicemente deciso di non votare e un altro 10% ha votato per i Verdi. > Il successo di Farage, quindi, si basa sul mantenimento di gran parte del suo > elettorato precedente, arricchito prima dalla cannibalizzazione di molti > candidati conservatori e poi da una consistente fetta di ex-elettori > conservatori. Di fatto, Reform ha ridotto i Tories a un partito marginale, > radicato ormai prevalentemente nel sud-est dell’Inghilterra. Il dato inquietante è che nemmeno le frequentazioni con l’estrema destra dei candidati faragisti si sono rivelate un ostacolo insormontabile. Reform si è premurato di escludere gli ex-membri del BNP (British National Party); quando è emerso che due ex membri erano candidati per Reform nel sud-ovest di Londra, il partito li ha espulsi. Tuttavia, il rapporto di Reform con l’estrema destra è molto più permeabile di quanto Farage voglia far sembrare: una candidata a Blackburn ha elogiato Enoch Powell definendolo «profetico»; un’altra ha affermato che «Oswald Mosley aveva ragione al 100%». Un candidato suprematista bianco nell’Essex ha dichiarato che «i musulmani sono feccia» e ha descritto il genocidio di Gaza come «autodifesa». Tutti e tre sono ora consiglieri comunali. > Un candidato di Reform a Barnet, a Londra, vuole cacciare tutti i musulmani > dall’Europa; un altro a Gateshead crede che i richiedenti asilo debbano essere > annegati e desidera ardentemente restaurare una Gran Bretagna bianca. La semplice documentazione di questi fatti sembra avere scarso impatto elettorale, ma le conseguenze ideologiche sono reali, perché rivalutano velocemente il “powellismo” nella politica elettorale tradizionale. C’è l’aspetto organizzativo da non sottovalutare: come ha affermato l’analista Aaron bastani su Novara Media, Reform UK è «un’azienda tanto quanto un partito: questa è un’organizzazione gestita come una startup finanziata da venture capital». A differenza dell’UKIP e del Brexit Party prima di esso, il nuovo partito di Farage sta costruendo una propria base di dirigenti. Certo, gran parte di ciò dipende dal denaro: non bisogna infatti dimenticare che Reform UK ha ricevuto somme enormi e in grado di condizionare in maniera determinante gli esiti della politica britannica. IL CROLLO DEL SISTEMA BIPARTITICO Un discreto successo è stato anche quello dei Liberal Democratici, che hanno già più seggi a Westminster che in qualsiasi altro momento della loro storia, compresa l’epoca dello storico Partito Liberale, che risale a un secolo fa. Questo è il risultato di una discreta “efficienza elettorale”, con il partito che ha ottenuto molti meno voti nel 2024 rispetto a quando era guidato da Nick Clegg, ma ha guadagnato più parlamentari. Il problema per il partito guidato da Ed Davey, però, è che non ha una propria identità politica. Finché si tratta di fare opposizione a determinate cose – ad esempio, Brexit, Corbyn, i Conservatori e ora Reform UK – può essere redditizio dal punto di vista elettorale. Ma il limite è quello di essere una specie di Azione o Italia Viva in salsa britannica, anche se sicuramente più presentabile. > L’altro vero vincitore è però il Partito dei Verdi e questa è sicuramente una > buona notizia. Sotto la guida di Zack Polanski, i Greens hanno raggiunto > risultati straordinari in meno di un anno. oltre 230.000 iscritti/e, la prima vittoria in assoluto in un’elezione suppletiva e sondaggi a Westminster che si attestano regolarmente su percentuali a due cifre, le prime cariche di sindaco municipale nelle circoscrizioni londinesi di Hackney e Lewisham, avanzamenti sostanziali a Manchester, il controllo di Waltham Forest e lo spodestamento dei feudi laburisti a Southwark e Lambeth, anche se continuano a essere penalizzati dall’ostacolo del sistema elettorale maggioritario. In prospettiva, il Partito guidato da Zack Polanski si sta costruendo la forza per contendere diversi seggi parlamentari, incluso quello della deputata socialista Diane Abbott a Hackney, qualora ella decidesse di ritirarsi alle prossime elezioni. Il successo dei Verdi è particolarmente significativo anche alla luce di una notevole ostilità da parte della stampa in seguito al recente successo nelle elezioni suppletive di Manchester e al conseguente aumento di consensi nei sondaggi. Lo scopo complessivo di questa campagna politico-mediatica – che in piccolo ricorda quella contro Corbyn del 2015-2019 – è quello di presentare Polanski come un opportunista e un naïf politico, e che il suo partito non sia “affidabile”. Il percorso politico di Polanski – che ricordiamo ha iniziato come liberaldemocratico – viene talvolta bollato come opportunistico, ma in realtà molte delle posizioni politiche degli attivisti Verdi più radicali riecheggiano quelle di un decennio fa: opposizione all’austerità, controllo degli affitti, edilizia sociale, ecc. Inoltre, elemento non marginale, i Verdi sono riusciti a intercettare la maggioranza relativa dei giovani votanti fra i 18 e i 24 anni, pari al 46% (tanto per tornare al discorso “generazionale” che facevamo all’inizio dell’articolo). Su questo, bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che molto si deve all’ombra lunga di Corbyn e a come ha cambiato il discorso pubblico a sinistra anni fa, resuscitando l’impegno di base (grassroot). > In realtà, la questione più difficile per il partito di Polanski non è la > “affidabilità”: le contraddizioni tra gli elettori ed elettrici verdi delle > zone rurali e urbane e quelli legati ai movimenti su Gaza, sulla giustizia > climatica (la cosiddetta “base di Greta”) e LGBTQ+, evidenziano l’esistenza > ancora di due “anime” nel partito che difficilmente potranno coesistere > all’infinito. Ma soprattutto, il grosso problema è la frammentarietà della > struttura organizzativa. Gli attivisti e le attiviste del partito hanno portato avanti un’estenuante campaigning sul territorio, ma spesso non c’erano abbastanza candidati per i seggi: in alcune zone la membership triplicava ma non c’era nessuno da votare. Se è vero che il crollo del sistema bipartitico è in atto – e tutto sembra confermarlo – ciò rappresenta una grande opportunità per i Verdi, a patto di essere in grado di sciogliere gli ultimi nodi politici interni e di dotarsi di una struttura organizzativa all’altezza. L’esperienza di Your Party sembra invece destinata al naufragio: Corbyn e Sultana, per motivi diversi e già analizzati in precedenza, non hanno “sfondato” (a differenza dei Verdi) e Your Party ha potuto solo appoggiare un piccolo numero di candidati indipendenti, fra i quali 86 risultano essere stati eletti, sebbene anche in collegi significativi dal punto di vista della composizione sociale, come Tower Hamlets o Newham a Londra. Rimane quindi il dubbio che purché non votare Reform o i Tories, alcune comunità locali abbiano comunque preferito votare candidati indipendenti che potevano vincere, più che dare un segnale di sostegno a Your Party. > Infine, un doveroso ragionamento va fatto sull’esito elettorale in Scozia, ma > soprattutto in Galles: qui la vittoria di Plaid Cymru alle elezioni del Senedd > rappresenta un cambiamento epocale nella politica gallese, ponendo fine a > oltre un secolo di dominio del Partito Laburista. Il partito indipendentista non solo si è presentato come l’unica alternativa credibile a Nigel Farage, ma lo ha fatto con un programma che, non discostandosi dai temi classici dell’indipendentismo, si è centrato su nuova visione per i servizi pubblici, in particolare sul sistema sanitario nazionale (NHS).In Scozia, lo Scottish National Party (SNP) pur perdendo 6 seggi, si conferma nettamente il primo partito. Ora la situazione è che nei tre Paesi “periferici” del Regno Unito sono al governo tre partiti indipendentisti di impronta socialista: Plaid Cymru, SNP e Sinn Fèin. Questa affermazione, insieme a quella dei Verdi, è un segnale abbastanza chiaro che una politica progressista vera, che dialoga coi movimenti pur non rinunciando alle proprie specificità, è possibile nel Regno Unito, saranno mesi duri, ma la “materia” è in movimento, come si diceva in passato… Immagine in copertina tratta da WikiCommons QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO. PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo Scosse elettorali in Gran Bretagna: il crollo laburista, l’incubo Farage e la speranza verde e indipendentista proviene da DINAMOpress.
May 12, 2026
DINAMOpress
Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente
Le elezioni locali tenutesi in Gran Bretagna sono state un vere e proprio referendum sulla leadership del primo ministro laburista Starmer e ne hanno restituito una sua bocciatura clamorosa. Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles.  Ma […] L'articolo Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano
Elezioni in Palestina: la vittoria senza avversari di Fatah
di Eliana Riva (*) Le recenti consultazioni elettorali municipali in Palestina hanno confermato la frammentazione politica e la crisi di legittimità che investe l’intero spettro della leadership nazionale. Il voto, svoltosi in un contesto di occupazione militare persistente e, nel caso di Gaza, sotto il peso di una disumana devastazione, restituisce l’immagine di un popolo profondamente distante dalle proprie istituzioni,
Elezioni amministrative in Palestina
Con un compagno palestinese, commentiamo la recente tornata di consultazioni amministrative che si sono svolte in Cisgiordania per l'elezione delle rappresentanze municipali: con ogni evidenza, non poteva trattarsi di libere elezioni democratiche, dal momento che non esiste democrazia in regime di occupazione; del resto Israele, che non ha mai rispettato il cessate il fuoco, continua a bombardare e a uccidere proseguendo, sia pure in forme differenti, il genocidio della popolazione di Gaza, mentre le violenze dei coloni in Cisgiordania non conoscono sosta. L'affluenza alle elezioni è stata, dunque, molto bassa, anche perché le urne sono state boicottate dalle principali organizzazioni palestinesi: in diverse località, infatti, era presente un'unica lista, spesso espressione di interessi collegati a Fatah o all'ANP, che non hanno nulla a che fare con la resistenza della popolazione Palestinese all'occupazione israeliana.
April 29, 2026
Radio Onda Rossa