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USA Elezioni Midterm: negli Stati chiave gli elettori chiedono stop alle armi per Israele
Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il […] L'articolo USA Elezioni Midterm: negli Stati chiave gli elettori chiedono stop alle armi per Israele su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali
Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese. La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe […] L'articolo Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali  su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
SERBIA: LA PROTESTA STUDENTESCA GUIDA LE MOBILITAZIONI IN VISTA DEL VOTO
La protesta studentesca continua e si allarga anche in Serbia, dove studenti e studentesse guidano le mobilitazioni in vista dell’imminente voto anticipato. Tre colonne di studenti e studentesse si sono mosse dal nord, dall’ovest e dall’est del Paese per raggiungere ieri, mercoledì 21 ottobre, Belgrado e partecipare alla chiusura della campagna elettorale della Lista Studentesca – Gli studenti vincono! che, domenica 25 ottobre, sfiderà alle urne il “listone” dell’ultranazionalista di destra Aleksandar Vučić. Migliaia le persone scese in strada per accoglierli e accompagnarli al Palazzo del rettorato dell’Università di Belgrado, tra applausi, musica e fuochi di artificio. Di fatto, sembrano gli unici e veri avversari dell’ex presidente dimissionario. L’appuntamento più atteso è, però, quello del comizio finale, previsto per questa sera, dalle 18, in Piazza Slavija, teatro in passato di storiche manifestazioni. La votazione è stata indetta dopo quasi due anni di mobilitazioni guidate da studenti e studentesse in tutto il Paese. Proteste scaturite dal crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad, che aveva causato la morte di 16 persone. Era il primo novembre 2024. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, abbiamo fatto il punto con Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Ispi Ascolta o scarica
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi
Diciannove giorni dopo che i sondaggi hanno negato quasi tutti i sondaggi, Flávio Bolsonaro ha poco più di un punto dal vantaggio che aveva preso al primo turno. Il senatore del Partito Liberale (PL) ha concluso il 4 ottobre con quasi due punti di vantaggio su Luiz Inácio Lula da […] L'articolo Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Sulle proteste della Gen Z in India
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli “scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza, ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale indiana (Eci). Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
October 19, 2026
Radio Blackout - Info
Sulle proteste della Gen Z in India
Non si fermano le proteste contro i censimenti elettorali in India, che hanno superato la terza settimana consecutiva. Narendra Modi non è mai stato così in crisi come dopo le ultime, intense, settimane di mobilitazione che hanno attraversato l’India e soprattutto le strade della capitale, Nuova Delhi. Nei giorni scorsi, la polizia ha nuovamente arrestato il leader della protesta degli “scarafaggi”, dopo che era stato arrestato e rilasciato a ridosso della grande manifestazione convocata per sabato scorso. In occasione delle manifestazioni annunciate contro il governo, Nuova Delhi è stata trasformata in una fortezza, ed è stato impedito ai manifestanti di radunarsi. Nonostante questo, migliaia di manifestanti sono stati arrestati dalla polizia, mentre continuano le rivendicazioni contro Modi, contro l’operato della Commissione elettorale indiana (Eci). Abbiamo parlato di queste proteste, e di altre questioni che toccano la popolazione indiana, con Matteo Miavaldi, giornalista esperto del subcontinente indiano, autore del libro “Un’altra idea dell’India”.
October 19, 2026
Radio Blackout
Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca
Dopo un’elezione combattuta segnata da geopolitica e alto astensionismo, ci sarà un secondo turno in Brasile. Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra imprigionato a Brasilia per un fallito colpo di stato nel gennaio 2023, ha ottenuto il 47,06% dei voti contro il 45,13% di Luiz Inacio Lula da […] L'articolo Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Francia: debito pubblico e scelta democratica
di FANT PRECARIO. Le condizioni alle quali la Francia ottiene finanziamenti da investitori/mercato possono incidere sulle alternative offerte agli elettori. Per comprendere occorre partire dai conti pubblici, distinguere rischio tasso e rischio credito e chiarire il ruolo dei Credit Default Swap al fine di analizzare il potere delle condizioni di finanziamento sui programmi politici (c’è, non c’è, chissà…). 1. Che cos’è l’avanzo primario? L’avanzo primario è la differenza positiva fra le entrate pubbliche e le spese pubbliche escluse quelle per interessi sul debito. Si calcola dopo aver contabilizzato pensioni, sanità, stipendi, forniture, investimenti e tutte le altre spese diverse dagli interessi. Se la differenza è negativa, si parla di disavanzo primario (puro Carlo). Se uno Stato incassa 100 e spende 98 prima degli interessi, ha un avanzo primario di 2. Se deve inoltre pagare interessi per un importo di 5, il saldo complessivo diventa negativo per 3. Quel 5 è una spesa/numero, non un tasso percentuale: il tasso si applica al capitale sul quale maturano gli interessi, altra storia…. Se invece le entrate sono 100 e le spese prima degli interessi sono 103, il disavanzo primario è già 3. Gli interessi aggravano uno squilibrio esistente. Quindi osserviamo che la distinzione fra spese primarie e interessi è contabile e non descrive l’ordine materiale dei pagamenti. 2 Il rapporto tra avanzo/disavanzo e emissione di obbligazioni Quando le entrate non coprono le spese complessive, lo Stato deve finanziare la differenza. Lo fa principalmente emettendo obbligazioni: riceve denaro dagli investitori e assume l’obbligo di pagare gli interessi e rimborsare il capitale a scadenza secondo le condizioni del titolo. Di solito, contemporaneamente, lo Stato deve anche rimborsare le obbligazioni precedentemente emesse che arrivano a scadenza, spesso sostituendole con nuove emissioni. Il rimborso del capitale non è classificato come “una nuova spesa” nel calcolo del deficit, ma richiede liquidità. Quindi il fabbisogno di finanziamento può essere molto superiore al disavanzo annuale. L’emissione di obbligazioni non è una destinazione dell’avanzo primario, è un’operazione di finanziamento. Anche uno Stato con avanzo primario può dover emettere nuovi titoli, perché gli interessi superano quell’avanzo oppure perché deve rifinanziare debito in scadenza. 2 bis La domanda diventa: a quali rendimenti e per quali scadenze gli investitori sono disposti a prestare? 3 Il rischio tasso e il rischio credito Il rischio tasso riguarda la variazione del valore di un’obbligazione quando cambiano i rendimenti di mercato. Se salgono i rendimenti di titoli comparabili tra loro, il prezzo di un’obbligazione a tasso fisso generalmente scende. Chi la vende può subire una perdita anche se il debitore paga regolarmente. Il rischio credito riguarda invece la possibilità che il debitore non rispetti integralmente e puntualmente i propri obblighi (oppure, sorpresa!, che ristrutturi il debito a condizioni sfavorevoli ai creditori?). Quindi un premio maggiore può essere richiesto per compensare questo specifico rischio. Per lo Stato, rendimenti più elevati aumentano il costo delle nuove emissioni e del rifinanziamento, e non modificano immediatamente le cedole dei titoli a tasso fisso già emessi (Carlo di nuovo): infatti il costo medio del debito cambia gradualmente, in funzione delle scadenze e della composizione del debito (serie di emissioni e relativi tassi). Il passaggio dal rischio tasso al rischio credito indica un cambiamento nella preoccupazione dominante: il peso si sposta dalla perdita di valore del titolo al dubbio sul rimborso. I due rischi possono rafforzarsi, perché interessi più elevati possono peggiorare i conti (ma un deficit non fa primavera) e non equivale automaticamente a insolvenza. 4 Che cosa sono i Credit Default Swap (for dummies… eh!) I Credit Default Swap, o CDS, sono contratti derivati che trasferiscono il rischio credito: chi acquista protezione paga un premio e chi la vende si impegna a compensarlo se si verifica un “evento di credito” previsto dal contratto, come un mancato pagamento. Non occorre necessariamente un default per guadagnare (vincere?): se cresce il valore della protezione acquistata, la posizione può essere chiusa prima, al netto dei premi pagati e dei costi. Il premio del CDS è una questione regolata sul mercato, non dal Tesoro dello Stato di riferimento, qui nasce appunto la speculazione… (divieti?). 5 Il caso francese La Francia presenta un disavanzo già prima degli interessi, dunque le entrate francesi non coprono la spesa pubblica ancora prima di aggiungere gli interessi. La Francia, quindi, deve finanziare lo squilibrio annuale e rifinanziare i titoli in scadenza. Se aumenta la sfiducia, gli investitori hanno più strade: possono chiedere rendimenti maggiori o ridurre l’esposizione o virare su CDS e proteggere le esposizioni. Il loro rincaro (il premio di cui sopra) può amplificare la tensione sulle obbligazioni e quindi sul soggetto che le ha emesse. 6 Le condizioni di finanziamento e la scelta democratica Se prevale il rischio tasso, la discussione riguarda soprattutto come affrontare un costo del denaro elevato, e questo è un problema condiviso con altri paesi: ne consegue una maggiore “indifferenza” da parte degli investitori nei confronti dei programmi elettorali. Se però aumenta il peso del rischio credito, gli investitori valutano più direttamente la compatibilità dei programmi con il rimborso del debito e la capacità politica di attuarli, e il gioco diventa meno indifferente. Lineare (non so, dica lei) questa distinzione; però: se i tassi (non il rischio tasso) diminuiscono oppure diminuisce il rischio credito? O, per complicare, diminuisce uno solo dei due? Una riduzione del rischio credito può diminuire il premio richiesto e ampliare i margini politici anche se i tassi generali restano elevati. Una discesa dei tassi europei può invece dare un beneficio limitato se persiste la sfiducia specifica verso il paese emittente (qui c’è una certa indifferenza) Arriviamo al conflitto: chi deve sopportare gli aggiustamenti per raddrizzare la situazione? Lavoratori, pensionati, imprese, grandi patrimoni o creditori/investitori. Arriviamo alla democrazia, al voto e ci chiediamo: quanto la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori resti effettivamente determinabile dagli elettori? 7 Un precedente: Léon Blum e il “muro del denaro” Quanto detto finora pesa in modo particolare se a Parigi arrivasse un governo guidato da La France Insoumise. Ritorno della pensione a sessant’anni, aumento del salario minimo, disponibilità dichiarata a disattendere le regole fiscali europee: è esattamente il tipo di programma che gli investitori valutano con la lente del rischio credito, non del rischio tasso. La tensione sui titoli non verrebbe letta come un costo del denaro più alto, condiviso con altri paesi, ma come un dubbio sulla volontà di rimborsare. Da quel momento la crisi, reale o soltanto potenziale, diventa un argomento politico. La Francia ha già visto questo film. Giugno 1936: Léon Blum forma il governo del Fronte Popolare dopo una vittoria elettorale netta. Gli accordi di Matignon portano aumenti salariali dal 7 al 15 per cento; seguono la settimana di quaranta ore e le ferie pagate. Blum riforma anche lo statuto della Banque de France, togliendone il controllo ai grandi azionisti (le famose “duecento famiglie”). I CDS non esistevano, ma esisteva il loro equivalente funzionale: la fuga dei capitali e la conversione dei franchi in oro. La Banque de France perde riserve settimana dopo settimana. Blum aveva escluso la svalutazione e deve accettarla a fine settembre 1936. Aveva escluso anche il controllo dei cambi, per non spaventare i mercati e gli alleati anglosassoni: rinuncia così all’unica difesa disponibile, senza ottenere in cambio la fiducia. Febbraio 1937: Blum annuncia la “pausa” delle riforme. Giugno 1937: dopo una nuova ondata di vendite sul franco chiede i pieni poteri in materia finanziaria. La Camera, dove ha la maggioranza, li concede. Il Senato, con Joseph Caillaux alla guida della commissione Finanze, li nega. Blum si dimette. Nell’aprile 1938 il suo secondo governo, durato meno di un mese, cade al Senato nello stesso modo. Il seguito è la parte più istruttiva. Nel novembre 1938 Paul Reynaud, ministro delle Finanze del governo Daladier, vara per decreto il risanamento: tra le misure c’è lo smantellamento di fatto delle quaranta ore, la conquista simbolo del 1936. Lo sciopero generale del 30 novembre fallisce ed è seguito da licenziamenti e sanzioni. Ciò che il voto aveva dato, l’emergenza finanziaria lo riprende, e lo riprende con un consenso che una richiesta esplicita non avrebbe mai ottenuto. Non serve una congiura per spiegarlo, e una congiura di palazzo è raramente il segno di una ricostruzione corretta. Basta un meccanismo, che si ripete con regolarità: la crisi, o anche solo la sua minaccia, viene brandita in nome del rigore per ottenere dai ceti popolari e dal ceto medio sacrifici che, chiesti apertamente, verrebbero rifiutati. Il rigore diventa così il linguaggio con cui una scelta su chi debba pagare (la domanda del punto 6) viene presentata come una necessità. L’Italia lo conosce bene. Novembre 2011: spread oltre i 500 punti, governo Monti, riforma Fornero approvata in poche settimane. In condizioni normali avrebbe richiesto anni di negoziato, se mai fosse passata. Il “vincolo esterno”, per usare l’espressione di Guido Carli, ha funzionato esattamente così; la Grecia del 2015 ne è stata la versione estrema. In Francia l’oggetto del contendere è da trent’anni lo stesso: le pensioni. Nel 1995 il piano Juppé viene ritirato dopo settimane di scioperi; nel 2010 l’età legale sale da 60 a 62 anni; la riforma a punti del 2019-2020 viene accantonata; nel 2023 l’età passa a 64 anni con il ricorso al 49.3, cioè senza un voto finale dell’Assemblea, contro una piazza mobilitata per mesi. Nel settembre 2025 Bayrou ha chiesto la fiducia proprio sull’emergenza del debito, e l’ha persa; il successore Lecornu, per sopravvivere alle mozioni di censura, ha dovuto proporre la sospensione della riforma del 2023. La resistenza popolare, insomma, regge finché il debito resta un problema di tassi. Una crisi letta come crisi del credito offrirebbe ciò che trent’anni di tentativi non hanno ottenuto: l’argomento per dire che non c’è alternativa. Oggi i protagonisti sono cambiati, i ruoli no. Al posto della fuga dell’oro ci sono le vendite di OAT, l’allargamento dello spread sul Bund e il rincaro dei CDS sulla Francia, che (punto 4) può anticipare e amplificare la tensione sui titoli senza che nessuno debba attendere un default. Al posto delle riserve della Banque de France c’è la disponibilità della BCE a intervenire. Lo strumento pensato per questi casi, il Transmission Protection Instrument, contrasta le tensioni «ingiustificate» sui titoli pubblici, ma solo per i paesi che rispettano il quadro fiscale europeo, hanno un debito giudicato sostenibile e non presentano squilibri gravi. La Francia è già sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. Le condizioni per ottenere protezione coincidono quasi alla lettera con l’agenda che gli elettori francesi hanno finora respinto. Per un governo La France Insoumise lo scenario sarebbe quasi obbligato. Lo spread si allarga; la tensione viene definita «giustificata dai fondamentali»; la protezione viene subordinata a «riforme strutturali», e in cima alla lista ci sarebbero le pensioni. Intanto il circolo si autoalimenta: rendimenti più alti aumentano il fabbisogno (punto 2), il fabbisogno conferma i timori, i timori alzano i rendimenti. Il governo che ha vinto promettendo la pensione a sessant’anni si troverebbe a scegliere tra smentirsi e cadere. In entrambi i casi la riforma arriva: la fa lui, come Blum fece la “pausa”, o la fa chi viene dopo, come Reynaud nel 1938. Per onestà va aggiunto che i mercati non inventano la crisi. Gli errori di Blum e dell’intero schieramento di sinistra sono innegabili, e si riconoscono tanto guardando gli eventi da destra quanto da sinistra: parte della storiografia (Alfred Sauvy in testa) indica la svalutazione tardiva e le quaranta ore introdotte proprio quando l’economia avrebbe dovuto produrre di più. E i conti francesi di oggi sono quelli del punto 5: disavanzo già prima degli interessi. Il caso di Liz Truss nel 2022 ricorda poi che i mercati sanno punire anche governi di segno opposto. La tesi, quindi, non è che la crisi sia inventata né che qualcuno la orchestri. È che una crisi reale ammette molte risposte diverse (patrimoni, rendite finanziarie, composizione della spesa, perfino i creditori) e la narrazione dell’emergenza serve a farne apparire possibile una sola. Torniamo così alla domanda con cui si chiudeva il punto 6. Se la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori la scelgono gli elettori, ma la possibilità di attuarla la decide chi stabilisce se una tensione sia “giustificata”, quanto resta della scelta democratica? Blum rinunciò al controllo dei cambi per conquistare una fiducia che non arrivò mai, e due anni dopo le quaranta ore se ne andarono per decreto. La domanda per La France Insoumise è quale sia, oggi, la sua alternativa a quella rinuncia (e se la risposta fosse: nessuna, anche questo sarebbe un dato politico). L'articolo Francia: debito pubblico e scelta democratica proviene da EuroNomade.
October 16, 2026
EuroNomade
Più dell’onore potè il diesel
La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata. Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, […] L'articolo Più dell’onore potè il diesel su Contropiano.
October 11, 2026
Contropiano