Tag - re-imagine peace

Grazie Noa
Ma come… “grazie Noa”? Grazie a Noa che non accetta di parlare di genocidio? Che non condivide la Campagna BDS? Che non condivide la necessità di sanzioni economiche verso Israele? Che si dichiara sionista? Sì, perché la tre giorni fiorentina di “Re-Imagine Peace” si è realizzata soprattutto grazie a Noa e, sempre grazie a lei, è andata molto oltre Noa. Grazie a Noa le tante realtà e le tante persone (israeliane e palestinesi) impegnate quotidianamente, da anni, nella co-resistenza alla disumanizzazione, hanno potuto farlo ottenendo una visibilità e un ascolto (per chi ha voluto ascoltare) che mai avrebbero potuto avere con le loro piccole forze. E così, senza omissioni, senza tacere nulla sull’occupazione, su quanto sta avvenendo in Israele e in Palestina e delle responsabilità politiche, si è mostrato che al genocidio si può/si deve rispondere restando umani, che all’apartheid si può rispondere vivendo la coesistenza, che alle ferite delle morti più inaccettabili (quelle che riguardano i propri bambini, i tuoi familiari più cari…) e delle torture in carcere (non solo raccontate ma subite sulla propria carne) si può rispondere attivandosi per costruire percorsi di pace insieme al “nemico”, riconoscendo il suo stesso dolore, la sua stessa sofferenza. E poi… molto di più: si è potuto capire che il perdono e la riconciliazione personale hanno tempi, modi e richiedono condizioni diverse dal percorso comunitario, collettivo, politico; che la co-resistenza scelta da alcuni sarà utile anche quando i tempi della Pace (quella vera, che implica il rispetto della giustizia e che verrà… alla fine) saranno maturi; che i gruppi di co-resistenza sono tanti, pur essendo minoritari (come noi, del resto) ma che sono la voce dell’obiezione di coscienza al vortice della guerra (anche quando, come lì, la guerra non è guerra ma esecuzione di un popolo; genocidio, appunto). E poi… ancora molto altro… Tre giornate a cui sarebbe stato bello partecipare insieme a tanti altri, a cominciare dagli scettici, dai perplessi, anche tra noi. Tre giornate che non finiscono lì: a noi scegliere se/come proseguire. Lorenzo Scaramellini, gruppo di appoggio ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Re-Imagine Peace ultimo giorno: tra cibo, spiritualità, contestazione e musica
In una Firenze torrida si è chiuso domenica 12 Luglio il festival Re-Imagine Peace con una giornata meno intensa e ricca di eventi come quella di sabato. Si è iniziato nel pomeriggio dove si sono incrociate due attività molto diverse: al teatro del Sale Chef Shady e  Chef Tze’ela , hanno dato luogo a “Il gusto dell’altro“, il loro cooking show dove, attraverso il cibo, cercano le cose e i valori che uniscono invece di quelli che dividono; a San Salvatore al Monte il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa ha invece svolto una conversazione spirituale accolto dai locali padri francescani. Pizzaballa ha auspicato che “l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione… Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro.” Concetto poi ribadito nel discorso che ha effettuato durante il concerto finale. Nei dintorni dell’anfiteatro delle Cascine si è svolto il presidio di Firenze per la Palestina che contestava l’evento chiedendo sia all’Amministrazione Comunale che agli organizzatori un impegno urgente per far cessare la violenza dell’esercito israeliano e dei coloni sia a Gaza che in tutta la Cisgiordania, che termini il genocidio strisciante, ignorato dai media, e che si prendano misure serie contro l’attuale governo israeliano in coerenza con il Diritto Internazionale e le risoluzioni delle varie Corti di Giustizia, completamente disattese quando si parla di Israele; è nato dunque un confronto nonviolento e civile con gli attivisti che invece andavano al concerto e che  sottolineavano che a Re-Imagine hanno partecipato associazioni, cineasti, artisti ed attivisti che da anni lavorano insieme, palestinesi e israeliani per difendere i diritti dei palestinesi denunciando il genocidio, la militarizzazione, la violenza. Infine il concerto ha riunito sul palco musicisti palestinesi e israeliani di varie origini, alternando messaggi di solidarietà e di saluto di attivisti oltre il discorso già citato del Cardinale Pizzaballa e il saluto della sindaca Funaro che ha ribadito la condanna netta di Firenze alla prosecuzione delle uccisioni e la necessità di un’azione urgente per fermarle; all’ingresso del concerto varie associazioni fiorentine ed internazionali hanno distribuito materiali, particolarmente significativa la presenza di Gaza Support Network che si occupa di aiutare le famiglie in difficoltà a Gaza. Il concerto si è ovviamente chiuso con la versione di Imagine di John Lennon cantata in inglese arabo ed ebraico dai musicisti presenti e dal pubblico. foto della Redazione Toscana e del Gruppo di Supporto ai Combatants for Peace Redazione Italia
July 13, 2026
Pressenza
Re-imagine Peace, secondo giorno: israeliani e palestinesi lottano insieme contro l’occupazione, la pulizia etnica e il genocidio
La mattina di sabato 11 luglio il festival Re-Imagine Peace entra nel vivo con il documentario The day after, work in progress sull’esperienza degli accordi di pace in Irlanda del nord tra cattolici e protestanti, arrivati nel 1998 dopo decenni di scontri, morti, bombe, vendette, arresti e detenzioni. I due registi Yuval Orr, israeliano e Aziz Abu Sarah, palestinese, raccontano l’origine e il proposito del documentario, ossia accompagnare un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi per imparare dai protagonisti come fare la pace tra nemici. Alternando spezzoni del documentario alle testimonianze dei registi, ascoltiamo i racconti di attivisti, parenti di vittime degli attentati e negoziatori, da cui emerge con chiarezza la difficoltà di sedersi al tavolo dei negoziati tra persone che si odiano, tra quelli che vengono considerati terroristi, o sono i diretti responsabili della morte di persone care. Un’importante lezione emersa da queste difficili trattative riguarda la domanda: cosa ogni parte è disposta a concedere e non solo cosa vuole ottenere. Il ruolo fondamentale delle donne per mandare avanti i negoziati emerge con chiarezza, così come quello di un personaggio esterno come Nelson Mandela. In un momento di stallo, un viaggio in Sudafrica sblocca la situazione, quando Mandela ricorda che la pace si fa tra nemici e che l’apartheid sconfitto in Sudafrica rischia di continuare in Irlanda del nord. Alcune testimonianze strazianti di persone che hanno perso figli, mogli e altri parenti ricordano in modo impressionante quelle di israeliani e palestinesi ascoltate negli incontri del Parents Circle. Il processo di riconciliazione è lungo (ad esempio per la consegna delle armi ci sono voluti vent’anni e non due), a Belfast esistono ancora muri tra quartieri e scuole separate, ma le uccisioni sono cessate e gli spazi d’incontro e i matrimoni misti sono aumentati. Nel pomeriggio The future is peace, incontro con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, descrive l’esperienza di un libro scritto insieme, un viaggio di otto giorni in diversi posti, tra cui Gaza e il kibbutz dove Maoz è nato e i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre. I due, abituati a lavorare insieme da anni, parlano con chiarezza di genocidio a Gaza e di violenza strutturale e ammettono che alcune delle voci raccolte nel libro sono scomode e difficili da ascoltare. Lanciano una sfida a cambiare la realtà e ribattono con fermezza all’accusa di ingenuità rivolta a chi, come loro, è convinto che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la nonviolenza, sostenendo che gli ingenui sono quelli che pensano che la pace e la giustizia si raggiungano con la violenza e a guerra. L’incontro termina con la musica di Neta Weiner, che suona la fisarmonica, parla e canta in varie lingue (ebraico, arabo, inglese e yiddish). In contemporanea al Cinema Astra si è svolta la proiezione del film There is Another Way che racconta con immagini anche molto crude la reazione degli attivisti di Combatants for Peace ai fatti del 7 ottobre. Combatants for Peace è una organizzazione di coresistenza formata da palestinesi e israeliani nata 20 anni fa da un gruppo di ex militari israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno scelto la nonviolenza. Il regista Stephan Apkon, introducendo il documentario, ha detto che lo proietta per suscitare un dibattito e produrre domande sul conflitto, sul genocidio, sui diritti umani e sull’occupazione. All’incontro ha partecipato Bianca Senatore della fondazione Gariwo che promuove il documentario e Iris Gur del Combatants, mentre la palestinese Mai Shaheen è riuscita a intervenire solo da remoto a causa delle restrizioni di movimento in Cisgiordania ulteriormente peggiorate in questi giorni e denunciate durante l’incontro. Iris, a questo proposito, ha spiegato la situazione drammaticamente surreale in cui vivono gli attivisti e le persone comuni che cercano di muoversi in quel territorio, ricordando come i diritti umani valgano solo per i cittadini di origine ebraica e non per quelli di origine araba. Mai ha parlato di ‘sogno rubato’… Spiegando come la violenza strutturale diventa anche violenza psicologica, diventa controllo indiretto sulle possibilità. In questi tre giorni in cui Mae ha vagato per la Cisgiordania senza riuscire ad arrivare a un aereoporto, Iris ha condiviso la sua rabbia preoccupazione e frustrazione perché Mai non rispondeva. Ha poi chiamato Jamil Qassas, altro componente palestinese del gruppo, condividendo la sua rabbia per questa ingiustizia e Jamil ha detto: ‘Sono sicuro che porterai la nostra voce’. Il documentario relaziona con intensità e drammaticità cosa è successo dopo il 7 Ottobre all’interno di quell’associazione e come sia stato possibile uscirne in mondo nonviolento, mantenendo i legami costruiti in anni di attività comuni e spezzati, apparentemente, dalla tragedia. In realtà Combatans for Peace è riuscita, grazie proprio alla sua idea di coresistenza e all’importanza che dà ai rapporti umani, a rafforzare le sue attività di difesa dei territori palestinesi dall’attacco dei coloni, a manifestare per l’acqua a disposizione di tutti, per il cessate il fuoco e la fine del genocidio a Gaza. La giornata si conclude col potente documentario Coexistance, my ass! dell’attivista e comica israeliana Noam Schuster Eliassi; cresciuta nel villaggio di Neve Shalom/Wahat as-Salam, dove ebrei e arabi convivono in pace, Noam ripercorre gli ultimi anni tumultuosi, alternando battute fulminanti (“Non preoccupatevi, resterò solo sette minuti, non settant’anni”, a scene del suo impegno politico e di denuncia del regime fascista che governa Israele. Memorabile la scena in cui discute animatamente con un partecipante a una manifestazione contro Netanyahu, ricordandogli l’oppressione dei palestinesi e ricevendo come risposta uno sbrigativo: “Ora pensiamo a difendere la nostra democrazia, poi vedremo.” La posizione di Noam non lascia spazio a dubbi: ci sono israeliani che non hanno paura di denunciare il genocidio a Gaza, l’occupazione e la pulizia etnica e di schierarsi dalla “parte giusta”. Foto della redazione toscana: combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi combatants for peace,reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi reimage festival fi Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Re-Imagine Peace inizia con spiritualità e musica
Il festival Re-imagine Peace inizia all’insegna della spiritualità e della musica in due cornici storiche e significative della spiritualità fiorentina: le chiese di San Salvatore al Monte e di San Miniato. La mattina la comunità francescana del Monte alle Croci ha ospitato una cerimonia di piantumazione di un albero in onore di Robi Damelin e Bushra Awad, riconosciute come Giuste dalla Fondazione Gariwo che coorganizza l’evento  e vincitrici del Fiorino d’Oro, prestigioso premio assegnato dal Comune di Firenze. Robi e Bushra fanno parte del Parents Circle Family Forum, la storica associazione che riunisce palestinesi e israeliani colpiti da un grave lutto e che hanno deciso che la vendetta non è la soluzione ma che solo la condivisione del lutto e la conseguente azione comune per la pace siano l’unica soluzione al conflitto permanente. In un’atmosfera rarefatta e nonostante il caldo Noa e Gil Dor hanno accompagnato l’evento con la loro musica. Nel pomeriggio una breve camminata ha portato un centinaio di persone da Piazzale Michelangelo a San Miniato al monte dove alcuni prelati delle principali religioni monoteiste hanno parlato di come la spiritualità può essere solo in favore della pace e che in nome di qualunque Dio non si può uccidere nessuno. Padre Bernardo, abate di San Minato e padrone di casa ha ricordato che “non c’è pace senza giustizia”. Anche qui ai discorsi si sono alternati i suoni e le voci di  Noa,   Mira Awad,  Sameh Zakout e  Idan Toledano, e con la partecipazione speciale della poetessa, scrittrice e attivista iraniana Fariba Hachtroudi. Alcune foto degli eventi di Paolo Mazzinghi e Olivier Turquet Redazione Toscana
July 11, 2026
Pressenza
Come, e perché, nel luglio 2026 a Firenze si parla di pace
Martedì 14 si riunirà per la prima volta il Tavolo della Pace che aggrega, con il Comune, molteplici associazioni, enti, fondazioni e realtà cittadine. Prima, da venerdì 10 a domenica 12, il Re-Imagine Peace Festival raduna cantanti, musicisti, scrittori, attori e attivisti palestinesi e israeliani a testimoniare insieme le proprie esperienze e il comune impegno per la convivenza pacifica tra i rispettivi popoli. Il Tavolo della Pace cittadino si insedierà nel Municipio, cioè a Palazzo Vecchio, uno degli edifici civici più antichi e celebri del mondo, e nella sua Sala dei Dugento, che è adornata con arazzi raffiguranti le Storie di Giuseppe ebreo narrate nel Libro della Genesi, in particolare vicende ai tempi della schiavitù degli israeliti in Egitto e la profezia del loro ritorno nella Terra Promessa. Gli spettacoli ed eventi di cui sono protagonisti esponenti della cultura e della società civile palestinesi e israeliane vanno in scena in teatri, chiese e piazze della città. In ogni epoca poeti, romanzieri, pittori e scultori sono nati, si sono stabiliti o hanno soggiornato a Firenze, una città d’arte e una capitale mondiale della cultura. Il centro storico della città, le cui architetture sono opere di celebri artisti di Medioevo e Rinascimento, è un Patrimonio dell’Umanità dal 1982. Nella cornice e sui palcoscenici di cotale ‘regno della bellezza’, le iniziative sulla pace in svolgimento in questo luglio infondono e diffondono fiducia nella capacità degli esseri umani di reagire all’orrore di guerre, carneficine e persecuzioni senza farsi sopraffare dal rancore che istiga alla vendetta, fomenta l’odio e scatena la violenza e di agire per debellare la guerra, disarmare la violenza e costruire la pace. All’incontro cittadino e nella rassegna di spettacoli ed eventi hanno importanza fondamentale le parole che danno forma a ricordi, sentimenti, idee e ideali. Firenze è una sede emblematica del loro pronunciamento perché è la ‘madre-patria’ della lingua nazionale italiana, un lessico in cui i vocaboli che plasmano le concezioni della pace e della nonviolenza hanno significati indissolubilmente correlati alle loro valenze etiche espresse in opere che tramandano un ‘bagaglio’ di patrimoni culturali ed eredità spirituali, o morali. Ad esempio, le parole ‘sofferenza’, ‘perdono’ e ‘pace’ enunciate nel Cantico delle Creature (o Laudato Si’) composto nel 1224 da Francesco d’Assisi e i sostantivi ‘brutalità’ e ‘umanità’, la cui definizione è indelebilmente incisa nel celebre verso (“fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”) contenuto nella Divina Commedia scritta tra il 1304 e il 1321 dal fiorentino Dante Alighieri. Quest’anno a luglio i fiorentini si radunano al Tavolo della Pace e incontrano esponenti della cultura e della società civile palestinese e israeliana in giornate prossime e coincidenti con una data rilevante per una ragione molto particolare: il motivo per cui Firenze a Pasqua celebra un peculiare rituale rievocativo di un fatto avvenuto a Gerusalemme 927 anni fa… Oltre agli avvenimenti storici la cui memoria è tramandata nei testi biblici ed evangelici, la tradizione fiorentina rammenta che, e come, il 15 luglio 1099 i crociati conquistarono la Città Santa. Le cronache dell’epoca riferiscono che l’esercito di cavalieri e truppe dei regni cristiani partito da Costantinopoli all’inizio del 1097 giunse alla meta nel giugno 1099, dopo aver combattuto molte battaglie in Turchia, Siria e Libano, di cui aveva espugnato tante città. A Gerusalemme la difesa fatimide respinse il primo attacco e soccombette al successivo, sferrato con torri d’assalto costruite usando alberi e scafi della flotta genovese nel frattempo approdata a Giaffa. Poi i crociati ‘suggellarono’ la vittoria militare sterminando i soldati della guarnigione, che erano arabi e sudanesi, e gli abitanti della città, prevalentemente ebrei e musulmani perché in previsione dell’assedio i cristiani erano stati o si erano allontanati. Secondo le diverse fonti, le vittime del massacro furono oltre 10 o circa 70 mila. Il primo a scalare le mura e aprire un varco da cui, dopo un mese di assedio e due giornate di cruenta battaglia, i crociati irruppero nella Città Santa, era stato il fiorentino Pazzino de’ Pazzi. A riconoscimento del suo merito, Goffredo di Buglione, che il 22 luglio 1099 era stato incoronato sovrano del Regno di Gerusalemme e poco dopo fondò l’Ordine dei cavalieri del Santo Sepolcro, lo ricompensò con il dono di tre schegge delle tre pietre focaie del Santo Sepolcro da tempo immemore conservate dalle generazioni di custodi dell’enorme basilica nel IV secolo edificata nell’area in cui erano siti il masso del Calvario e la tomba di Gesù.   Tornato a Firenze due anni dopo, il 15 luglio 1101, Pazzino de’ Pazzi consegnò le reliquie ai propri concittadini e dalla Pasqua successiva, nel 2026 per 925 anni, con le sacre pietre del Santo Sepolcro nel Duomo di Firenze viene acceso il fuoco santo che illumina le cerimonie religiose e in passato attizzava i focolai domestici fiorentini. Come in ogni tradizione pasquale, anche nel rituale fiorentino la pace è simboleggiata da una colomba bianca: la colombina che sagoma un marchingegno con cui la sacra fiamma viene trasportata in volo dall’interno all’esterno del duomo per appiccare la miccia che fa esplodere i fuochi artificiali disposti sul Brindellone, il monumentale carro decorato costruito nel XIV secolo dai discendenti di Pazzino de’ Pazzi, una stirpe di commercianti e banchieri che dal XII al XVIII secolo fu tra le più ricche e potenti a Firenze, e non solo, anche in tutta Europa e specialmente in Vaticano, di cui per un lungo periodo gestì le finanze. Il suggestivo spettacolo pirotecnico rammenta ai fiorentini che il proprio concittadino ebbe un ruolo decisivo nella battaglia finale di una guerra, a quel tempo mondiale, tra i regni cristiani e i califfati islamici. Invece, il fragore con cui il 4 luglio negli USA viene celebrata la festa nazionale spaventa l’americano Claude AnShin Thomas, un monaco buddista zen e attivista per la nonviolenza che da ragazzo aveva combattuto la guerra in Vietnam: le esplosioni dei fuochi artificiali gli ricordano quelle delle battaglie in cui ha visto morire molti commilitoni e ucciso tante persone. Sicuramente, come il veterano statunitense e come tutti i reduci di ogni guerra, anche Pazzino de’ Pazzi non dimenticò mai le sofferenze che aveva patito e inflitto in Terra Santa e, in particolare, durante l’assedio e la conquista di Gerusalemme. La battaglia combattuta alla Citta Santa nel 1099 fu conclusiva della crociata iniziata nel 1097, però non del conflitto bellico epocale, incessante dall’XI al XVIII secolo e le cui ripercussioni hanno innescato molte altre guerre successivamente deflagrate in Medio Oriente e che nel presente coinvolgono molte nazioni e ‘infiammano’ tutto il mondo. Come Gerusalemme nel 1099, la Striscia di Gaza è assediata dall’ottobre 2023… … e in molte dichiarazioni dell’ONU e sentenze della Corte Internazionale di Giustizia è documentato lo sterminio della popolazione palestinese. La Corte Penale Internazionale si è pronunciata condannando gli esponenti del governo e dell’esercito di Israele responsabili delle violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità, in specifico il genocidio, che dal 2023 in poi vengono inflitti ai palestinesi, sia musulmani sia cristiani, che abitano in zone e città sottoposte alla giurisdizione dello stato israeliano, tra cui Gerusalemme. Un’80ina di anni fa l’umanità aveva reagito all’orrore delle guerre e persecuzioni nazifasciste e, proclamando ‘mai più!’, si è impegnata a non dimenticare nessuna delle vittime di stragi, massacri, stermini e genocidi e a impedire che tali atrocità fossero nuovamente compiute. A Gerusalemme nel 1961 alle udienze del processo in cui un generale nazista, Adolf Eichmann, era accusato colpevole della morte di milioni di ebrei, una reporter notò che l’imputato era conscio delle proprie responsabilità e spiegava di aver “obbedito agli ordini” e “fatto quel che facevano tutti”. La giornalista inoltre osservò che, come in altre inchieste sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi dai nazifascisti, numerosi testimoni, persino ebrei, avevano ammesso di non aver voluto impedire le deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio e di sapere che a organizzarle erano persone che loro conoscevano personalmente, propri colleghi, vicini di casa, amici o parenti… Rilevando che, come tante che l’avevano preceduta, la generazione vissuta quando nazismo e fascismo predominavano in Europa si era assuefatta a ingiustizie, violenze e atrocità disumane e all’orrore della realtà in cui vivevano molti avevano reagito negando o ignorando le terribili verità che assillavano le coscienze, Hannah Arendt avvertì l’umanità della minaccia incombente nelle società non immunizzate dalla subdola e insidiosa virulenza della banalità del male. Quest’anno nelle giornate dal 10 al 14 luglio a Firenze, dove la guerra combattuta nel 1099 a Gerusalemme è vividamente ricordata con la suggestiva rievocazione e tante opere pittoriche conservate nei celebri musei cittadini rappresentano delle battaglie storiche, molti fiorentini si raduneranno al Tavolo della Pace per concordare attività e iniziative e alcuni artisti e attivisti palestinesi e israeliani partecipano al Re-Imagine Peace Festival per testimoniare le rispettive esperienze e il proprio impegno. In questi avvenimenti ed eventi in svolgimento a luglio a Firenze si narrano molte ‘cose’… …e, anche rammentando l’ammonimento del Sommo Poeta fiorentino, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, si esprime una volontà: non dimenticare nessuna delle vittime di guerre e carneficine sia del passato che del presente, onorare la loro memoria reagendo alla brutalità e all’abbrutimento e agire per consegnare ai posteri un mondo migliore, pacifico e nonviolento. Maddalena Brunasti
July 10, 2026
Pressenza
Gariwo a Firenze per Re-Imagine Peace
Dal 10 al 12 luglio 2026 Fondazione Gariwo, che da anni si occupa della memoria dei Giusti, partecipa a Re-Imagine Peace, il festival ideato da Noa e Gil Dor e promosso da Noa’s Ark Foundation, che porterà a Firenze artisti, testimoni, attivisti, pensatori e costruttori di pace israeliani, palestinesi e internazionali. Ad aprire il festival, venerdì 10 luglio alle ore 10, presso San Salvatore al Monte, sarà inaugurato uno spazio nel giardino della chiesa che entrerà a far parte della rete nazionale dei 300 Giardini dei Giusti presenti in tutta Italia. Saranno piantati due alberi in onore di Robi Damelin e Bushra Awad, già insignite del Fiorino d’Oro nel 2025 e ora inserite nella Enciclopedia dei Giusti da Fondazione Gariwo. Le due donne sono attiviste, una israeliana e una palestinese, che hanno avuto la forza di trasformare il dolore per la perdita dei propri figli in energia per chiedere la pace. La cerimonia sarà accompagnata da una performance di Noa e Gil Dor. Interverrà Gabriele Nissim, Presidente di Fondazione Gariwo, con la partecipazione di Elizabeth Naftali, autrice del libro Saving Abigail. Sabato 11 luglio alle ore 11, al Cinema Astra, è in programma la proiezione del documentario There Is Another Way, dedicato alla storia dei Combatants for Peace, movimento formato da palestinesi e israeliani che hanno scelto di deporre le armi e rifiutare la violenza e l’ingiustizia, mostrando che un’altra strada è possibile: per loro, per noi e per tutta l’umanità. Nell’ultimo anno la Fondazione Gariwo ha promosso il film e ne ha curato la distribuzione in tutta Italia. A seguito della proiezione si terrà una discussione con sessione di Q&A alla presenza di due protagoniste del film, Mai Shahin e Iris Gur, rappresentanti palestinese e israeliana di Combatants for Peace, insieme al regista Stephen Apkon. L’incontro sarà moderato da Bianca Senatore, della redazione di GariwoMag. L’evento è gratuito, con ingresso libero fino a esaurimento posti. FONDAZIONE GARIWO – Nata nel 1999 da Gabriele Nissim, Pietro Kuciukian, Ulianova Radice e Anna Maria Samuelli, Gariwo si occupa della divulgazione delle storie dei Giusti e della memoria del bene attraverso percorsi didattici, iniziative editoriali e incontri pubblici. Nel 2003 ha inaugurato il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo sul Monte Stella di Milano, gestito da Gariwo assieme al Comune di Milano. Oggi i Giardini dei Giusti sono oltre 300 in tutto il mondo. Grazie all’impegno di Gariwo, il Parlamento europeo ha istituito nel 2012 la Giornata europea dei Giusti del 6 marzo, poi riconosciuta ufficialmente come solennità civile in Italia dalla Legge n. 212 del 7 dicembre 2017. Fonte: Comunicato Stampa Fondazione Gariwo Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Re Imagine Peace: Il futuro è pace
Continuiamo la pubblicazione di  schede informative sulle persone che partecipano a Re-Imagine Peace di cui siamo media partner. Crediamo che la conoscenza del programma e delle persone che vi parteciperanno sia la migliore informazione che possiamo dare. Sabato 11 luglio, h 15,30, Teatro Nazionale  Maoz Inon e Aziz Abu Sarah, The Future is Peace Ci saranno anche Maoz Inon e Aziz Abu Sarah tra gli ospiti dell’evento Re-Imagine Peace il prossimo week end a Firenze. Benché impegnatissimi negli ultimi mesi nella tournée di lancio del loro libro The Future Is Peace, la loro testimonianza non poteva mancare in questo evento che al di là dei momenti musicali è stato concepito per far conoscere al pubblico italiano alcune delle situazioni che con più impegno si stanno muovendo tra Israele e Palestina, in una prospettiva di riconciliazione. Perché la Pace, come entrambi amano ricordare ogni volta che possono, “non può essere solo una parola, ma una cosa che si fa, che si costruisce giorno dopo giorno.”   In una situazione che più disperante non si potrebbe immaginare, con il terrorismo dei coloni che ormai dilaga in Cisgiordania, i sondaggi che nonostante tutto confermano la popolarità di Netanyahu, Maoz e Aziz sono continuamente in movimento per raggiungere i pubblici più diversi. E anche l’altra sera eccoli protagonisti di un partecipato webinar su Zoom, testimonial di quel sorprendente campo di pace tra Israele e Palestina, che ormai può proprio definirsi una coalizione, con decine di organizzazioni che il 30 aprile scorso si sono date convegno per l’ennesimo (perché era il terzo della serie) Summit di Pace a Tel Aviv: in migliaia a confrontarsi nel concreto delle possibili soluzioni sul terreno, accomunati dallo slogan It’s Time, Il Momento è Ora! (ne abbiamo riferito anche su Pressenza qui e qui). Entrambi imprenditori nell’ambito del cosiddetto ‘turismo di pace’, l’israeliano Maoz e il palestinese Aziz non si erano mai veramente incontrati fino ai tragici eventi del 7 ottobre, quando i genitori di Maoz vennero trovati carbonizzati nella casa in cui lui stesso era cresciuto all’interno del Kibbutz Netiv HaHasara, a poca distanza dall’alto muro di separazione con Gaza. E pochi giorni dopo, ecco il messaggio di condoglianze di Aziz Abu Sarah: “So cosa provi, ci sono passato…”  Per Aziz l’esperienza del lutto inconsolabile era stata la perdita di un fratello amatissimo, Tayseer, negli anni della prima intifada. Aveva nove anni quando si trovò ad assistere alla cattura: di notte, dentro casa, come per chissà quante altre case, trascinato via dai soldati dell’IDF per aver lanciato qualche sasso. La detenzione durò poco più di un anno, che però gli costò la vita. Poche dopo essere stato liberato fu necessario il ricovero d’urgenza in ospedale, per le lesioni interne provocate dalle torture. “Tayseer era il mio punto di riferimento. Non potrò mai dimenticare il momento in cui venne portato via, la rabbia che provai nel vederlo tornare così rovinato, l’abisso in cui sprofondai quando morì, il desiderio di vendetta che continuai a covare per anni” ricorda Aziz. Fino a che non decise di imparare la lingua del nemico. “In quella scuola piena di poveri immigrati, approdati in Israele non certo per scelta, io ero l’unico palestinese e il vero miracolo fu l’insegnante: un’israeliana dotata di grande empatia, che percepì la mia rabbia e mi permise di esprimerla, nel più totale rispetto.” Esperienza inimmaginabile per il giovane Aziz, che degli israeliani aveva conosciuto solo la violenza delle divise e gli abusi dei check point.”  Fu grazie a quel primo incontro con l’altra parte che Aziz decise di unirsi ai Parents Circle Families Forum e alla loro pratica di reciproco riconoscimento nel lutto: “La possibilità di percepirsi come esseri umani e non per forza nemici, con la voce che ti si incrina mentre racconti la tua storia e la commozione che ti assale mentre ascolti la storia di chi ti sta accanto, tutti in cerchio. Una storia importante quella dei PCFF per migliaia di famiglie come la mia, e che è stata fondamentale per me: è grazie a loro se sono quello che sono adesso.” Fu grazie a quel semplice messaggio di condoglianze di Aziz verso Maoz che i due decisero di incontrarsi. Aziz era rimasto colpito dalle parole che Maoz aveva pronunciato in una delle interviste televisive rilasciate in quei drammatici giorni, quando tra le lacrime aveva descritto il dolore in cui si trovava non solo per la perdita dei genitori, ma “al pensiero della punizione collettiva che sta per scatenarsi sull’intera striscia di Gaza. Non oso immaginare in quanti periranno, vittime innocenti…” Parole che esprimevano un’esigenza di radicale liberazione: dalla gabbia del risentimento e verso qualcosa ben oltre la vendetta come unica risposta all’aggressione.  Nel giro di poche settimane il loro incontro era già diventato un progetto: con precise scadenze, obiettivi da raggiungere. E la chiarezza circa il fatto che niente si può fare da soli, semmai insieme al maggior numero di altre realtà, magari non sempre d’accordo, ma in convergenza: “L’importanza di muoverci in coalizione, di questo siamo stati consapevoli fin dal principio. Non importa quanto possa essere impegnativo l’investimento organizzativo, relazionale, di comunicazione, questa chiarezza continua a guidarci in ogni cosa che facciamo”. Il primo step in questo percorso è stata la partecipazione ai Ted Talks di Vancouver nell’aprile 2024: confronto calibrato nei minimi particolari e infatti applauditissimo. Un mese dopo eccoli all’Arena di Pace di Verona, la loro fratellanza benedetta da Papa Francesco, con Alex Zanotelli a far da testimone e tutti e quattro uniti nell’abbraccio che venne ripreso dalle telecamere di tutto il mondo.  Ma l’evento davvero significativo per il loro progetto, fu il 1° luglio dello stesso anno, con il primo Summit di Pace a Tel Aviv: 50 diverse organizzazioni e relative istanze che per un’intera giornata si avvicendarono sul palco del Menorah Stadium. E a coronare quel primo anno di attivismo, eccoli a guidare una settimana di trekking in Cisgiordania: un’occasione unica per molti giovani (e meno giovani) israeliani che non avrebbero mai osato avventurarsi da soli. I risultati si vedranno al Peace Summit dell’anno successivo, 8/9 maggio 2025, a Gerusalemme: una due giorni che invade la città di eventi, seminari, laboratori, momenti musical/teatrali e che nella plenaria del secondo giorno, cui partecipano i delegati di 60 diverse organizzazioni, affronta non poche questioni complicate. Per esempio l’annoso dibattito circa la soluzione “a due Stati” rispetto a un’ipotesi di confederazione, di “Land for All” (Terra per Tutti) che non potrà ignorare l’illegittimità degli insediamenti in Cisgiordania, in termini di reale giustizia, diritti, opportunità, indennità per i crimini subiti, penalità per i perpetratori. Dibattito che il recente conflitto con l’Iran ha reso secondario, ma che anche quest’anno è stato il tema dell’ennesimo Peace Summit del 30 aprile scorso, di nuovo in migliaia a riempire gli spalti dell’Expo Center, con incontri, dibattiti, focus tematici sui più diversi temi e il Patriarca di Gerusalemme Monsignor Pizzaballa che all’improvviso si aggira tra gli stands.  The Future is Peace, Il Futuro è Pace sarà il tema oltre che il libro che Aziz Abu Sarah e Maoz Inon verranno a promuovere una volta di più per il pubblico di Re-Imagine Peace. Un libro in forma di viaggio, mappatura di luoghi del cuore, condivisione di storie, momenti, narrazioni, che il New York Times ha elencato tra i più interessanti titoli in uscita quest’anno, e che per i due co-autori è molto di più: un progetto, anzi un modello di fratellanza in azione, che si riverbera ben oltre il perimetro del loro vissuto. Aziz Abu Sarah e Maoz Inon saranno protagonisti dell’evento The Future is Peace, sabato 11 luglio al Teatro Nazionale alle 15,30. Concluderà l’incontro la musicista Neta Weinar. Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Perché Pressenza è media partner di Re-Imagine Peace
In questi giorni ci è giunta questa domanda e c’è stato anche un dibattito all’interno della redazione italiana sul fatto che Pressenza sia tra i media partner di questo festival. Intanto diciamo che il dibattito e lo scambio di opinioni, sincero e reciproco, è sempre positivo e che permette di chiarire alcuni temi che restano “in sospeso”. Un motivo semplice di quest’adesione è che ci troviamo in buona compagnia con Avvenire e Controradio, anch’essi media partner del festival. Un motivo più profondo è la storia di questa collaborazione: abbiamo preso contatto con Noa e con gli organizzatori grazie ai Combatants for Peace circa un anno fa, quando l’evento sembrava imminente. Come tutti sanno Pressenza collabora con Combatants for Peace da tre anni, ha pubblicato un libro su di loro con Multimage e membri di Pressenza fanno parte del gruppo di supporto italiano; come dire, ci ha presentato e invitato a partecipare un gruppo di cui abbiamo la massima stima e che ha più volte preso posizioni chiare sul genocidio del popolo palestinese, sull’apartheid e sulla necessità di percorrere “un’altra via”. Una conferma è venuta dalla lettura del programma che gli organizzatori, con tenacia e sicuramente mille difficoltà hanno messo in piedi: un programma dove palestinesi e israeliani lavorano sempre insieme, un programma che presenta le azioni non solo di Combatants for Peace, ma anche del Parents Circle Families Forum e di altri attivisti per la pace, la nonviolenza e il dialogo. Come dice Francesca Albanese nel suo nuovo, bellissimo libro, “La luce del risveglio”, si sta diffondendo nella coscienza di molti l’empatia per il dolore degli “altri” e il riconoscimento dello stesso valore umano tra tutte le parti, un’esperienza che i membri di questi gruppi hanno fatto da tempo, partendo da dolorosissime situazioni personali per aprire strade di dialogo, azione comune e riconciliazione e rifiutando l’odio e la vendetta. Pressenza li segue da tempo e da sempre documenta e appoggia tutte le soluzioni nonviolente a questo conflitto, come a tutti i conflitti. Nel fare questo relaziona su realtà molto diverse tra loro, non sempre d’accordo tra loro, perché vuol essere uno spazio aperto alla documentazione, al dialogo, all’approfondimento. Lo stesso, ampio spazio è stato sempre dato alle tante realtà di base che in Italia manifestano da anni contro l’apartheid, la pulizia etnica, il genocidio a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese, offrendo la possibilità di testimoniare il loro impegno con resoconti diretti e reportage fotografici. La partecipazione al festival Re-imagine peace si inserisce quindi in una lunga storia di “giornalismo dal basso” per mostrare le tante luci che illuminano l’oscurità di questo momento drammatico, eppure colmo di possibilità. I redattori di Pressenza seguiranno le attività di Re-Imagine Peace raccontando quello che succederà con attenzione e spirito critico, nella speranza che sia un necessario momento di conoscenza, approfondimento e dialogo con quelle realtà coraggiose che nel conflitto in corso in Palestina-Israele non si arrendono all’apparente destino della violenza, ma cercano un’altra strada, difficile, dolorosa, piena di insidie e di cammini ripidi; una strada fatta di giustizia, di co-resistenza, di difesa dei diritti umani, di dialogo e di compassione. A chi in questi giorni ha visto, magari in buona fede, nel festival un tentativo di normalizzazione, regaliamo le parole che abbiamo appena pubblicato di Mai Shahin, palestinese: “Non normalizziamo l’occupazione. Non cancelliamo l’asimmetria. Non evitiamo di dare un nome all’ingiustizia. Rimaniamo fedeli alla verità e manteniamo il rapporto. Non è facile. Ha un costo. Per i palestinesi, può significare sospetto, pressioni politiche e rischi fisici in un contesto di occupazione e instabilità. Per gli israeliani, può significare isolamento e confronto con le narrazioni dominanti nella loro stessa società.” Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Re-Imagine Peace: Bushra Awad e Robi Damelin del Parents Circle Family Forum
Pubblichiamo da oggi alcune schede informative sulle persone che partecipano a Re-Imagine Peace di cui siamo media partner. Crediamo che la conoscenza del programma e delle persone che vi parteciperanno sia la migliore informazione che possiamo dare. Sabato 11 luglio, 10.30, c/o Badia Fiorentina, in dialogo con la Prof. Claudia Mazzucato: Bushra Awad, e Robi Damelin dei Parents Circle Family Forum Bushra Awad, palestinese, e Robi Damelin, israeliana: due donne separate dal conflitto, ma unite dalla stessa tragedia, la perdita di un figlio a causa dello stesso conflitto. Due madri, nel medesimo abisso di inconsolabile lutto. E in che modo, grazie all’esperienza all’interno del Parents Circle Family Forum, la loro sofferenza è riuscita piano piano a liberarsi dalle catene dell’odio per dare luogo a un processo di comprensione, solidarietà, amicizia. La straordinarietà del loro incontro è ricostruita nei minimi particolare dalla giornalista Anne Guion nel libro Le nostre lacrime hanno lo stesso colore, (Ed Terra Santa).  Ecco le loro storie Bushra Awad nasce a Beit Ummar, vicino a Hebron, in Cisgiordania. Giovanissima si sposa e avrà otto figli, il primo dei quali, Mahmoud, rappresenta tutte le sue aspettative: ragazzo studioso, generoso, determinato ad aiutare economicamente la famiglia, al punto da lavorare mentre frequenta la scuola superiore, in un clima di continue tensioni derivanti dal regime di occupazione in Cisgiordania. Il 25 gennaio 2008 la tensione raggiunge un particolare climax a causa dell’ennesima irruzione dell’esercito israeliano a Beit Ummar, per demolire le abitazioni di due palestinesi. Scoppiano le proteste e Mahmoud, allora diciassettenne, esce di casa all’insaputa della madre. Mentre è per strada però viene colpito a morte dai soldati israeliani. Bushra si precipita all’ospedale di Hebron convinta di ritrovarlo ferito, ma scopre che il figlio è morto.  Per anni vive in un abisso di dolore. Lei stessa racconta: “Dopo la morte di Mahmoud il mio cuore era pieno di vendetta, tristezza, dolore e un’infinita sofferenza”. Si chiude in sé stessa, trascura la famiglia e desidera soltanto raggiungere il figlio perduto.  La svolta arriva quando un’amica la invita a incontrarsi con una donna israeliana, Robi Damelin, che a sua volta ha perso il figlio David, ucciso da un cecchino palestinese. La reazione iniziale di Bushra è di rifiuto: come potrebbe stringere la mano a chi appartiene al popolo che considera responsabile della morte del figlio? Poi ci ripensa, e un certo giorno avverte il desiderio di  incontrarsi con quella donna. Un incontro che cambierà completamente la sua vita: assistendo al pianto di Robi davanti alla fotografia di Mahmoud, comprende che il dolore non conosce barriere.  “Le nostre lacrime sono le stesse lacrime. Il nostro dolore è lo stesso dolore” questa la frase che sigla il percorso di consapevolezza di Bushra e che la renderà in qualche modo famosa. Da quel momento anche lei è parte attiva dei Parents Circle – Families Forum (PCFF) l’organizzazione che riunisce famiglie israeliane e palestinesi che dopo aver perso una persona cara nel conflitto hanno fatto la scelta di incontrarsi e unire le forze per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la fine della violenza. Da qualche anno Bushra ricopre il ruolo di coordinatrice del Comitato delle donne all’interno dell’Associazione e come tale è spesso invitata a conferenze internazionali, università, incontri interreligiosi e iniziative diplomatiche. La sua testimonianza, in quanto madre palestinese, offre una prospettiva rara: quella di una persona che si rifiuta di essere solo vittima e nel ribadire la richiesta di fine dell’occupazione e rivendicando il riconoscimento dei diritti del proprio popolo, rifiuta la vendetta come risposta al dolore.  Per Bushra Awad, riconoscere l’umanità dell’altro è il primo passo per spezzare il ciclo infinito della violenza. Robi Damelin nasce nel 1945 a Johannesburg, in Sudafrica, in una famiglia contraria al regime dell’apartheid e fin da giovane è attiva nel movimento anti-segregazionista. Nel 1967 si trasferisce in Israele, dove si crea una famiglia, si dedica al lavoro, non senza qualche perplessità sulla società israeliana.  Fino al 3 marzo 2002, durante la Seconda Intifada, quando suo figlio ventottenne, David Damelin, ufficiale della riserva dell’esercito israeliano, viene ucciso da un cecchino palestinese mentre è in servizio in Cisgiordania. Benché riservista David era impegnato nei movimenti per la pace e per Robi la sua morte è un’esperienza devastante, che avrebbe potuto condurla ad odiare tutto il popolo palestinese. Invece succede l’opposto: Robi sceglie di unirsi ai tanti genitori che hanno vissuto lo stesso dolore, entra a far parte dei Parents Circle – Families Forum (PCFF), e dopo alcuni anni diventa portavoce internazionale e direttrice delle relazioni internazionali di tutta l’organizzazione. È intervenuta in sedi come il Parlamento Europeo, numerose università internazionali e importanti forum dedicati alla prevenzione dei conflitti e alla risoluzione nonviolenta delle controversie.  Uno dei gesti più significativi del suo percorso è stata la decisione di scrivere una lettera alla famiglia del cecchino che ha ucciso suo figlio, un gesto che traduce nel concreto la sua idea di riconciliazione: che non significa dimenticare, ma interrompere il ciclo della violenza. “Nessuna vendetta e nessun odio potranno mai restituirmi il figlio che ho perso” dice Robi subito dopo la morte di David. “La riconciliazione non è un lusso, ma una necessità per costruire una pace duratura”. La sua storia dimostra che persino il dolore più profondo può trasformarsi in impegno civile capace di costruire ponti tra comunità nemiche.  Nel 2014 Robi Damelin è stata nominata Women PeaceMaker dal Joan B. Kroc Institute for Peace and Justice e nel 2015 è stata inserita tra le Women of Impact del programma Women in the World. La sua storia è il tema del documentario One Day After Peace, che ha contribuito a far conoscere il suo messaggio a un pubblico internazionale. Redazione Italia
July 8, 2026
Pressenza
Il Gusto dell’Altro a Re-imagine Peace
Abbiamo parlato con Tze’ela Rubinstein e Shadi Hasbun, che parteciperanno a Re-imagine Peace con un cooking show intitolato “Il Gusto dell’Altro”. Che cos’è “Il Gusto dell’Altro” e che cosa farete concretamente insieme? Shadi Hasbun: In realtà, forse ancora non lo sappiamo nemmeno noi con certezza. Cuciniamo, certo, ma la cucina in questo caso è solo un pretesto per stare insieme e cercare di conoscerci. Forse la cosa più difficile è stata proprio l’inizio: scoprire l’uno i gusti dell’altro e viceversa. Non è stato tutto rosa e fiori fin dal primo momento con Tessela. Prima ancora di comprenderci come chef, abbiamo dovuto conoscerci come persone, e non è stato un percorso semplice. Oggi siamo molto amici, ci tengo a sottolinearlo, ma è stato il frutto di un percorso duro, durato due o tre anni, in cui una competizione prima ci ha messi contro e poi ci ha uniti. Piano piano abbiamo iniziato a costruire qualcosa insieme. La nostra toscanità – io per via delle mie radici e lei perché vive qui – ci ha aiutati a trovare i primi punti in comune. Ma oltre a questo, abbiamo scoperto di condividere gli stessi pensieri e le stesse situazioni. Ho vissuto anche diverse crisi di coscienza in questi anni di lavoro condiviso, ma alla fine il senso del “Gusto dell’Altro” è proprio questo: cercare di immergersi nell’altro per capire quanto, in fondo, siamo simili. Tze’ela Rubinstein: Il gusto dell’altro è praticamente una collaborazione nata di un’amicizia che è nata in cucina fra i fornelli, fra Chef Shadi e me. Ci sono diversi modi di lettura della parola altro, e anche in ebraico parliamo dell’altro. Chi è quello altro? Potrebbe essere un sospetto: chi è quello altro, quell’altro ancora, chi è quello sconosciuto? E il gusto dell’altro è proprio quello, conoscere, sapere e avvicinarsi a quello sconosciuto. In ebraico c’è un altro significato per quell’altro. Nella nostra tradizione abbiamo il dovere morale di riconoscere e di trattare bene tre gruppi sociali molto distinti: gli orfani, le vedove e gli altri. Nella nostra tradizione e nella nostra Bibbia è scritto proprio di lasciare un po’ di margine nei nostri campi nella raccolta per questi tre gruppi, gli orfani, le vedove e gli altri, perché sono i più deboli, perché sono i più bisognosi. E quell’altro è sconosciuto, magari le vedove e gli orfani li conosciamo, gli altri non li conosciamo. Chi è questo altro? Non importa, è un essere umano, lo dobbiamo trattare bene. Con Shadi, l’altro, ovviamente nel contesto sia politico che attuale, ma anche della storia di questi due popoli, palestinesi e israeliani, questa parola significa tanto, tanto perché va riconosciuto quell’altro, chi è quello altro: come ci avviciniamo a quell’altro, come vediamo che lui è un essere umano come noi. E noi che siamo chef, che operiamo fra gusti, sapori e tradizioni, volevamo proprio condire, insaporire il nostro contesto con l’altro tramite una conoscenza comune, tramite il cibo tramite una cosa che ci si siede intorno al tavolo, si parla, si gusta si assaggia e ci si riconosce meglio. Cucinare insieme può essere quindi un modo per avvicinarsi e trovare nuove forme di dialogo? Shadi Hasbun: Sì, sicuramente. Credo che né io né Tze’ela abbiamo la presunzione di poter cambiare il mondo o di risolvere l’attuale situazione geopolitica con quello che facciamo. Portiamo entrambi le nostre storie che, alle radici, sono inevitabilmente diverse. Tuttavia, abbiamo cercato di trovare un terreno comune come persone e la cucina è diventata il nostro linguaggio. Se il cibo è stato il pretesto per avvicinarci, allora sì, posso dire che il cibo aiuta. Io non condivido ciò che accade nella mia terra d’origine, e penso che anche Tze’ela viva con molta pesantezza la situazione attuale. Nonostante questo, vorremmo lanciare un messaggio a chi ci viene a guardare: un modo per dialogare e per trovare una soluzione esiste. Forse non nel contesto attuale, ma la possibilità di un cambiamento che ci faccia stare bene c’è, e il cibo è un veicolo fondamentale per dimostrarlo. Tze’ela Rubinstein: Assolutamente sì, nel senso che lavorando su qualsiasi cosa, su qualsiasi passione che uno condivide con un altro si costruisce un ponte di dialogo. Nel nostro caso è la cucina, i sapori, gli ingredienti, le consistenze, i colori, la vivacità degli ingredienti, il richiamo delle viuzze mediterranee, il suk, il mercato, tutte queste cose riuniscono. Quando noi entriamo in cucina e cominciamo con la nostra arte, perché è un’arte come la percepisco io, la cucina è un’arte, è un’immaginazione che uno mette, un passione che uno mette nel piatto. Se in due, due lati diversi, lo fanno insieme, non può risultare altro che collaborazione, conoscenza, dialogo e quello che è successo fra me e Shadi: quando siamo sulle pentole, fra i fornelli e praticamente venendo dalla stessa terra, con ingredienti molto molto simili, con i gusti che si richiamano uno all’altro. Qui si crea una nuova amicizia fra i fornelli che non può essere altro che una passione comune che porta con sé anche onde di energie positive che noi riflettiamo sulle nostre zone limitrofe della famiglia, degli amici, di conoscenti professionali; la gente a volte è un po’ stupita di vedere come collaboriamo. Io sono assolutamente convinta che quella è l’unica strada che può riunire gente che apparentemente, e sottolineo apparentemente, sta su due lati di un conflitto. Qual è il senso della vostra partecipazione a Re-imagine Peace? Tze’ela Rubinstein: Re-imagine Peace is like a glove to our hands, è come un guanto per le nostre mani, Shadi e io ci crediamo: è già diversi anni che facciamo la stessa attività che porteremo a Re-imagine e siamo molto onorati di andare sul palco su questa bellissima iniziativa che riunisce tanta gente in un cammino che noi abbiamo iniziato qualche anno fa e mi sembra un percorso naturale di procedere con iniziative che riuniscono tramite collaborazione, dialogo e tanta tanta speranza e tanta tanta sostanza. Attualmente sembra che a volte la gente perda la speranza di un’alternativa alla situazione. Invece gente come noi e come Re-imagine  diamo sostanza alla speranza e diamo una vera e propria alternativa alla situazione attuale. Bisogna  essere coraggiosi per dire sì, io voto per l’alternativa, io costruisco l’alternativa. Shadi Hasbun: Come dicevo, parlare di pace non significa ignorare la tragica realtà dei fatti. Per noi la pace si fa concretamente, stando presenti su un palco per raccontare la nostra esperienza. È un grande onore essere stati invitati a questa manifestazione. Personalmente ho il cuore molto pesante per quello che sta succedendo. Spero però che un evento del genere possa dimostrare che il dialogo tra le parti è possibile e che si possono cercare soluzioni che non facciano soffrire le persone. Porteremo il nostro cooking show per condividere con il pubblico ingredienti, sapori e punti in comune. Per quanto mi riguarda, è anche un modo per dire che la Palestina esiste, che non può essere ignorata, e per dare voce a questa realtà su un palco importante come quello di Re-imagine Peace. Grazie mille per le vostre risposte. Allora ci vediamo domenica 12 luglio a Firenze per il vostro cooking show. il video integrale dell’intervista: In allegato la scheda dell’evento LA CUCINA COME UN PUNTO DI INCONTRO Chef Shady è di origine palestinese. Chef Tze’ela è di origine israeliana. Si sono incontrati attraverso il cibo, in Toscana, usano le differenze come spezie. Sono amici, colleghi e forse l’immagine più concreta di ciò che il Re-Imagine Peace Festival porta a Firenze. Domenica 12 luglio, il Teatro del Sale – uno dei luoghi più amati e iconici di Firenze – ospiterà un cooking show dal vivo con i due chef, moderato dallo scrittore e giornalista Adam Smulevich. Sul palco del Teatro del Sale, ogni ingrediente racconterà una storia: la tahina, il melograno, il cous cous, il sommacco – alimenti che portano con sé memoria, geografia e identità da entrambe le parti. Shady, con i suoi ricordi di infanzia tra Ramallah e Betlemme. Tze’ela, con i sapori afferrati in gioventù nella sua vita girovaga tra kibbutz, deserto e Tel Aviv. Shady viene da Arezzo, Tze’ela da Lucca: Firenze è per entrambi il punto di incontro naturale. La loro storia di amicizia è anche una storia di questa regione: un luogo dove culture diverse trovano un terreno comune attraverso la bellezza, il cibo e l’arte di stare insieme a tavola. Olivier Turquet
July 7, 2026
Pressenza