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L’America latina di fronte agli Stati Uniti
Queste note hanno l’obiettivo di offrire una visione generale del sub-continente e dei suoi rapporti attuali con gli Usa, con alcuni approfondimenti sulle politiche di impatto continentale. di Marco Consolo (*) In un mondo attraversato da guerre e tensioni geopolitiche e caratterizzato dall’incertezza sul futuro, la transizione planetaria ha modi e tempi incerti. Viceversa, la cruda e certa realtà è
Uno studio sull’Ecuador infonde speranza: le foreste pluviali possono rigenerarsi più rapidamente del previsto
> Buone notizie dall’Ecuador: le foreste pluviali possono riprendersi più > velocemente di quanto si pensasse. Uno studio dell’Università Tecnica di > Darmstadt mostra che la biodiversità sui terreni agricoli abbandonati in > Ecuador è tornata a oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. > Tuttavia, i ricercatori avvertono che questo recupero funziona solo se le > foreste primarie intatte sono vicine. Le foreste pluviali tropicali sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità sulla Terra ma i più minacciati. La deforestazione, l’agricoltura e il cambiamento climatico mettono in pericolo la biodiversità e l’equilibrio ecologico mondiale. Un gruppo di ricerca dell’Università Tecnica di Darmstadt ha studiato un’area della foresta pluviale nella regione di Chocó, nel nord-ovest dell’Ecuador, per oltre tre decenni, osservando come si sviluppa l’ex terreno agricolo una volta che non viene più utilizzato. Il risultato è la rigenerazione naturale dalla quale si può ottenere molto, ma non può sostituire la protezione attiva della foresta. GLI EX TERRENI AGRICOLI SI POSSONO RECUPERARE QUASI COMPLETAMENTE IN 30 ANNI I ricercatori hanno confrontato 62 siti, tra cui pascoli, piantagioni di cacao, le cosiddette foreste secondarie (che ricrescono naturalmente dopo la deforestazione o l’uso agricolo) e foreste primarie incontaminate. Alcune di queste aree sono protette dall’organizzazione ecuadoriana per la conservazione Jocotoco e fanno parte di una riserva più grande. Le foreste secondarie studiate si sono sviluppate dopo essere state utilizzate per decenni come pascoli o piantagioni di cacao. I ricercatori hanno analizzato 16 gruppi di organismi, tra cui animali, piante e batteri, coprendo oltre 8.500 specie e sequenze batteriche. I loro risultati mostrano che la biodiversità ha recuperato oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. In altre parole, i danni causati dalla deforestazione o dall’agricoltura intensiva possono, in larga misura, essere invertiti. Circa tre quarti delle specie tipiche delle foreste primarie sono tornate. Tuttavia, ciò non significa che l’ecosistema sia completamente ripristinato dopo tre decenni; alcuni gruppi di specie impiegano molto più tempo per riprendersi. GLI ANIMALI SVOLGONO UN RUOLO CHIAVE NELLA RIGENERAZIONE Gli animali con grandi areali — come uccelli, pipistrelli, scimmie e api — sono particolarmente importanti. Disperdono i semi, impollinano le piante e aiutano a ripristinare i terreni. Anche le popolazioni animali si sono riprese. Nel corso di circa 38 anni, sono stati in grado di ricolonizzare ex terreni agricoli o migrare dalle foreste vicine, sostenendo il ritorno di specie vegetali. Gli alberi, al contrario, spesso impiegano più tempo a riprendersi. Molti alberi tipici della foresta pluviale crescono lentamente, raggiungono la maturità riproduttiva tardi e sono relativamente rari. Le colonie batteriche, tuttavia, hanno mostrato uno scarso recupero. I ricercatori interpretano questo come un possibile effetto a lungo termine dell’agricoltura intensiva e delle condizioni ambientali alterate. L’USO DEL SUOLO E L’AMBIENTE CIRCOSTANTE SONO CRUCIALI Non tutte le aree sono state rigenerate alla stessa velocità. Le ex piantagioni di cacao si sono riprese più velocemente dei pascoli, probabilmente perché gli alberi, l’ombra e la lettiera delle foglie sono rimasti più intatti. Anche l’ambiente circostante si è rivelato determinante. Il rapido recupero della foresta pluviale era possibile solo perché le foreste intatte nelle vicinanze fungevano da serbatoi da cui le specie potevano tornare. Senza tali foreste, la rigenerazione sarebbe probabilmente molto più lenta — o potrebbe non verificarsi affatto. LO STUDIO EVIDENZIA L’IMPORTANZA DI PROTEGGERE LE FORESTE PRIMARIE Lo studio dimostra che la ripresa è possibile. Nelle regioni con agricoltura su piccola scala, la rigenerazione naturale può essere una strategia efficace ed economica. Allo stesso tempo, i ricercatori mettono in guardia contro il falso ottimismo. La protezione delle foreste secolari rimane essenziale: sono cruciali per il recupero di terreni già degradati. A livello mondiale, ogni anno si perdono da quattro a sei milioni di ettari di foresta tropicale, all’incirca le dimensioni della Svizzera o della Lituania. I risultati dell’Ecuador evidenziano sia il potenziale che i limiti della rigenerazione naturale. Le foreste pluviali possono tornare se la terra è protetta, ha abbastanza tempo ed è circondata da foreste intatte. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. KONTRAST.at
May 8, 2026
Pressenza
Vite sul fiume contaminato
Il 13 marzo 2025, a El Vergel, una frana innescata da piogge intense ha provocato la rottura di un tratto dell’oleodotto Sistema de Oleoducto Transecuatoriano (SOTE), causando uno dei più gravi disastri ambientali recenti nella provincia di Esmeraldas. Il cedimento del terreno ha liberato un’enorme quantità di greggio, che ha contaminato il fiume Caple e le aree circostanti, compromettendo ecosistemi e risorse idriche su vasta scala. La contaminazione si è spinta fino all’Oceano Pacifico, portando il governo ecuadoriano a dichiarare lo stato di emergenza ambientale. L’impatto è stato devastante non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale ed economico. In un territorio già fragile, segnato da disuguaglianze e vulnerabilità strutturali, il disastro ha aggravato le condizioni delle fasce più esposte della popolazione, in particolare donne, giovani e bambini, mettendone seriamente a rischio il futuro. Tra le comunità colpite vi è El Roto, situata a breve distanza dal punto di rottura dell’oleodotto. Le immagini di questo reportage restituiscono una quotidianità segnata da una profonda contraddizione: nonostante la contaminazione evidente, gli abitanti continuano a coltivare la terra con una determinazione che sfida ogni logica. L’agricoltura resta infatti, per molte famiglie, l’unica fonte di sostentamento. Dopo l’incidente, i terreni sono stati sommersi da una miscela di acqua e petrolio, trasformando quello che inizialmente poteva sembrare un evento temporaneo in una condanna economica duratura. Per raggiungere i campi situati sull’altra sponda, molti agricoltori sono costretti ad attraversare a guado il corso d’acqua, spesso senza alternative. Chi lavora la terra da anni descrive una perdita consistente dei raccolti e un cambiamento evidente nelle piante, che non presentano più le caratteristiche di un tempo dopo l’esposizione al greggio. Il risarcimento statale, pari a 470 dollari per famiglia, si rivela del tutto insufficiente a compensare i danni subiti, costringendo la popolazione a proseguire le attività agricole nonostante i rischi. Nel suolo di El Roto sono ancora visibili residui di petrolio e l’odore acre della contaminazione permea l’aria. Il calore del sole intensifica la situazione, riscaldando il greggio intrappolato nel fango e liberando esalazioni chimiche che si sono ormai integrate nella quotidianità della comunità. Accanto alle tracce della bonifica emerge anche una dimensione più intima e simbolica: il bisogno di purificare corpo e spirito da una contaminazione percepita come invisibile ma pervasiva. Le pratiche tradizionali di cura e i rituali di purificazione assumono un ruolo centrale nell’affrontare le conseguenze di una convivenza forzata con l’inquinamento. Alcuni abitanti, coinvolti direttamente nelle operazioni di rimozione del petrolio e spesso privi di adeguate protezioni, hanno sperimentato effetti sulla salute comparsi anche a distanza di mesi, come danni fisici riconducibili al contatto prolungato con acque contaminate. Questo disastro si inserisce in un contesto già segnato da decenni di sfruttamento delle risorse naturali e da tensioni interne, contribuendo ad accentuare ulteriormente la fragilità del territorio. Le condutture dell’oleodotto, simbolo di un’industria ad alto rischio, diventano paradossalmente spazi di gioco per bambini e bambine, rivelando la normalizzazione del pericolo nella vita quotidiana. A mesi di distanza, il petrolio non è più un’emergenza al centro dell’attenzione mediatica, ma una presenza silenziosa e persistente. L’acqua del fiume Caple, un tempo fulcro della vita comunitaria e risorsa essenziale per l’agricoltura, si è trasformata in un elemento ambiguo, sospeso tra necessità e minaccia. El Roto resta così un luogo in cui la vita continua, ostinata, e la terra viene coltivata nonostante tutto, in equilibrio precario tra sopravvivenza e contaminazione. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Davide Costantino L'articolo Vite sul fiume contaminato proviene da DINAMOpress.
May 8, 2026
DINAMOpress
Trump ora mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA
A poco più di due mesi dalle cruciali elezioni presidenziali in Colombia, Washington tenta un assalto, per ora solo giudiziario, a uno dei governi che rappresentano ancora una spina nel fianco all’imperialismo stelle-e-strisce in America Latina. Secondo un’esclusiva del New York Times, il presidente Gustavo Petro è finito nel mirino […] L'articolo Trump ora mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
L’Ecuador dice no a Noboa: bocciate in blocco le riforme del Presidente
Dopo mesi di tensioni, il 16 novembre il popolo ecuadoriano ha inviato un segnale inequivocabile al presidente Daniel Noboa: un netto quanto inaspettato “no” ai quattro quesiti del referendum costituzionale fortemente voluto dal Presidente. Si tratta della prima importante battuta di arresto per Noboa, che proprio in questi giorni celebra il suo secondo anno al potere. DALLE PROTESTE ALLE URNE: IL NETTO RIFIUTO ALL’AGENDA DI NOBOA Il presidente aveva indetto queste votazioni – le terze del 2025 e le settime in soli due anni – presentandole come una risposta urgente alla crisi multidimensionale che attanaglia il Paese, specialmente sul fronte sicurezza. Tuttavia, l’appuntamento elettorale è giunto nel mezzo di un clima molto teso, segnato dalle proteste popolari di settembre e ottobre contro le misure neoliberiste del governo, guidate dalla CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador). La mobilitazione, nata contro l’eliminazione dei sussidi al gasolio e il conseguente carovita, è stata repressa duramente: polizia e militari, inviati in massa a sedare le proteste, hanno risposto con un uso spropositato della forza, causando numerosi arresti, feriti e tre morti. Contestualmente, l’esecutivo ha promosso una criminalizzazione del dissenso, dipingendo le e i manifestanti come “terroristi”. A questo si sono aggiunti persecuzione e censura, procedimenti penali abusivi e il congelamento dei conti bancari a diverse organizzazioni e leader sociali. In questo contesto di frattura sociale e crescente autoritarismo, la mossa referendaria di Noboa si è rivelata controproducente, trasformando il voto in un giudizio politico sul suo operato, con la maggior parte dell’elettorato che ha giudicato i quesiti distanti dalle reali necessità del Paese. I QUATTRO NO CHE BOCCIANO LA RIFORMA COSTITUZIONALE Il risultato del Referendum, che ha colto di sorpresa molti osservatori, può essere letto come un rifiuto non solo delle specifiche proposte, ma dell’agenda generale del governo Noboa. L’esito è stato inequivocabile: il “no” ha prevalso largamente su tutta la linea. Il primo quesito, il più delicato in termini geopolitici, proponeva l’eliminazione del divieto costituzionale di installare basi militari straniere sul territorio nazionale. Il 60,8% dei votanti ha optato per il no, difendendo l’articolo 4 della Costituzione che definisce l’Ecuador come una «zona di pace». Alcuni hanno letto il voto come una decisione di proteggere la sovranità nazionale, allontanando le ombre dell’ingerenza statunitense, tristemente note in America Latina. Se avesse vinto il “sì”, gli USA avrebbero potuto riattivare presidi strategici come l’ex-base di Manta, sulla costa pacifica, fondamentale per le loro operazioni nella regione. Noboa, stretto alleato del presidente statunitense Donald Trump, aveva giustificato la misura come necessaria per la lotta al narcotraffico, problema cruciale per l’Ecuador e causa diretta dell’altissimo tasso di mortalità che colloca il Paese, un tempo uno dei più pacifici della regione, tra i primi posti al mondo nella triste classifica. Anche sugli altri fronti, i risultati sono stati chiari. Il 58,3% degli ecuadoriani ha respinto l’eliminazione dei finanziamenti pubblici ai partiti politici. La misura, presentata come un risparmio per lo Stato, è stata percepita come un rischio per la democrazia, che minacciava di limitare la partecipazione popolare rendendo la politica appannaggio esclusivo delle élite economiche. Un aspetto rilevante, considerando che lo stesso Noboa è erede di uno dei più grandi imperi economici del Paese. Il margine più stretto (53,7%) è stato registrato sulla riduzione dei parlamentari da 151 a 73. Il rifiuto ha impedito che la manovra, presentata come misura di austerità, potesse tradursi in una riduzione della rappresentanza democratica all’interno della Asamblea Nacional, favorendo un eccessivo accentramento di potere nelle mani di un esecutivo che ha già più volte manifestato insofferenza verso lo stato di diritto e la separazione dei poteri. Infine, il rifiuto più netto (61,8%) ha riguardato la proposta di convocare un’Assemblea Costituente che sarebbe stata incaricata di redigere una nuova Costituzione per sostituire quella del 2008, la cosiddetta Constitución de Montecristi, considerata una delle più importanti al mondo in materia di diritti. BUEN VIVIR, DIRITTI COLLETTIVI E DELLA NATURA: LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE DEL 2008 In molti la chiamano “la costituzione correista” – in riferimento all’allora presidente Rafael Correa, figura divisiva ma fondamentale nella storia recente del Paese (2007-2017) – ma la Carta di Montecristi è molto di più, rappresentando la cristallizzazione giuridica di decenni di lotte dei movimenti indigeni e della società civile, soprattutto in difesa dei diritti indigeni e della natura. > La Carta ha inserito il concetto di Buen Vivir (Sumak Kawsay in kichwa), > letteralmente “Buon Vivere”: un paradigma alternativo di sviluppo che cerca > l’armonia tra le persone e la Pachamama (la Madre Terra), privilegiando il > benessere collettivo su quello individuale e ponendo l’accento sulla > dimensione spirituale, culturale e affettiva della vita, oltre alla > soddisfazione dei bisogni materiali. Un principio in netta contrapposizione > con la logica neoliberista promossa dall’attuale amministrazione. Altro pilastro è il riconoscimento della plurinazionalità, con il conferimento di diritti specifici alle diverse comunità, popoli e nazionalità (pueblos y nacionalidades) che abitano l’Ecuador. Spiccano l’autodeterminazione, il diritto al territorio ancestrale e, punto cruciale, il diritto alla Consulta Previa, Libera e Informata sui progetti che li coinvolgono, tra cui quelli di sfruttamento estrattivo. Il tentativo di Noboa di riformare la Costituzione poneva potenzialmente a rischio questi strumenti di partecipazione democratica e tutela del territorio, a favore dei progetti minerari e petroliferi che il governo intende promuovere. Infine, l’Ecuador è stato il primo Paese al mondo a riconoscere la Natura come soggetto di diritto (derechos de la naturaleza). Il “no” è servito a riconfermare queste tutele legali per fiumi, foreste ed ecosistemi, minacciati dall’agenda estrattivista. Per quanto l’applicazione reale di questi principi sia ancora imperfetta e spesso disattesa, la vittoria del “sì” avrebbe rischiato di smantellare un quadro giuridico unico al mondo, vanificando lotte decennali. LE RAGIONI CHE HANNO PORTATO AL NO Il risultato alle urne, con un’affluenza record dell’80% della popolazione (il voto è obbligatorio tra i 18 e i 64 anni), può essere letto come la prosecuzione elettorale della mobilitazione sociale che aveva infiammato l’Ecuador poche settimane prima, figlia a sua volta di un lungo e radicato processo di lotta popolare. I movimenti protagonisti dello sciopero nazionale (paro) avevano sospeso la protesta “fisica” per concentrare le risorse su una campagna in difesa dei diritti e della Costituzione, una strategia che sembra aver dato i suoi frutti. Ma cosa c’è dietro a un rifiuto così netto? Il “no” risponde a una lunga crisi multidimensionale e alla percezione che le ricette del governo siano state sostanzialmente inefficaci. In primis, sulla questione sicurezza, che rimane irrisolta e anzi continua a peggiorare, nonostante la propaganda ufficiale e la massiccia militarizzazione. I dati smentiscono la narrazione di successo dell’esecutivo: dal suo insediamento nel novembre 2023 all’ottobre 2025, si sono registrati 15.561 omicidi, con una media di 22 al giorno. A questo si somma una grave crisi sociale ed economica, segnata dal progressivo smantellamento dello stato sociale – evidente nella drastica riduzione dell’apparato statale, il disinvestimento nella sanità pubblica (cronica carenza di medicinali e beni di prima necessità negli ospedali) e nell’istruzione – oltre che dall’aumento del costo della vita. Si aggiunge poi il timore di una deriva autoritaria, alimentato anche dal lungo scontro con la Corte Costituzionale che, secondo il Presidente, avrebbe ostacolato molti dei suoi sforzi per combattere le bande criminali nel Paese e che egli stesso ha più volte definito «nemica del popolo». Infine, rilevanti sono stati i numerosi tentativi di indebolire i diritti indigeni e della natura. Tra questi, la controversa fusione nel luglio del 2025 del Ministero dell’Ambiente con quello dell’Energia e delle Attività Estrattive (che ha subordinato di fatto la tutela ecologica agli interessi minerari e petroliferi) e il mancato rispetto del referendum del 2023 che sancì lo stop allo sfruttamento petrolifero nel Parco Nazionale Yasuní, un’area amazzonica di inestimabile biodiversità e casa di popoli in isolamento volontario. Il chiaro risultato del voto segna il rigetto dell’agenda politica di Noboa, testimoniando che, nonostante il Presidente abbia goduto finora di una certa approvazione, gli ecuadoriani non hanno voluto consegnargli un “assegno in bianco” per riformare lo Stato. ALL’INDOMANI DEL VOTO Mentre l’esecutivo ha mantenuto un generico silenzio sulla strategia post-elettorale, il giorno successivo al voto Noboa ha proceduto a un drastico rimpasto di Gabinetto, allontanando sei ministri in un tentativo di ricalibrare la squadra dopo la sconfitta elettorale. Di contro, dal referendum escono rafforzati i movimenti di opposizione, in primis quelli sociali e indigeni, promotori delle proteste, come la CONAIE, che ha rivendicato la vittoria del popolo ecuadoriano, per cui il mese di paro nacional è stato fondamentale. Risultato molto favorevole anche per il principale partito di opposizione, Revolución Ciudadana, con Luisa González alla guida dei fedelissimi dell’ex-presidente Correa. González ha dichiarato che il “no” esprime il rifiuto popolare alla trasformazione dell’Ecuador in una estensione della «corporación Noboa», gestita come patrimonio privato del presidente e del suo gruppo economico. A catalizzare l’attenzione nazionale in questi ultimi giorni è soprattutto la condotta poco trasparente dell’esecutivo in materia di politica estera. La bocciatura delle basi militari straniere getta incertezza sul futuro delle relazioni tra l’Ecuador e gli USA (poco dopo la visita della segretaria alla Sicurezza, Kristi Noem) oltre a rallentare il piano riformista del Presidente. I rapporti però non sembrano essersi interrotti, anzi. Subito dopo la débâcle elettorale, Noboa si era recato negli Stati Uniti per un viaggio ufficiale di qualche giorno, la cui agenda era però rimasta confidenziale, generando polemiche all’interno della Asamblea e dell’opinione pubblica. Poco dopo, la Presidenza aveva annunciato un secondo viaggio negli USA a fine mese. La trasferta, inizialmente classificata come ufficiale, è stata poi ridefinita come «personale» tramite un decreto correttivo nel giro di poche ore. Questa mancanza di chiarezza, unita all’annuncio che il Presidente trascorrerà fuori dal Paese oltre 30 giorni (tra viaggi ufficiali e di carattere personale) tra fine novembre e gennaio, ha alimentato dubbi sull’attività presidenziale e polemiche da parte dell’opposizione e dell’opinione pubblica, che contestano la gestione di un esecutivo che si allontana dal Paese in piena crisi economica, sanitaria e di sicurezza. Solo il 29 novembre, nella prima intervista rilasciata dopo il referendum, Noboa ha ammesso che il voto è stato «uno scossone per i membri dell’Assemblea, i ministri e persino per il nostro movimento politico», promettendo però di insistere sulle riforme necessarie attraverso l’Assemblea o nuovi emendamenti, pur rispettando la volontà popolare. QUALI PROSPETTIVE PER IL NUEVO ECUADOR? Nonostante l’imponente campagna mediatica e il massiccio dispiegamento militare, il voto ha dimostrato che il Nuevo Ecuador proposto da Noboa non convince. Si mantiene invece vivo lo spirito di resistenza di un popolo che, malgrado provato dai lunghi anni di crisi, ha scelto di difendere una delle Costituzioni più avanzate al mondo. > Diversi attivisti e organizzazioni della società civile ricordano come il > risultato non debba essere visto come un traguardo, ma come un punto di > partenza. Per riflettere e organizzarsi, per continuare ad arginare il > progetto autoritario ed estrattivista, riaffermare la sovranità e proteggere i > diritti e i territori. Nel tempo si vedrà se il Governo saprà modificare la sua ricetta politica, ridefinendo le priorità e gli strumenti per ascoltare le istanze della popolazione, o se per l’Ecuador si prospetta un nuovo inasprimento della polarizzazione politica e della tensione sociale. La copertina è di Ronald Reascos SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’Ecuador dice no a Noboa: bocciate in blocco le riforme del Presidente proviene da DINAMOpress.
December 2, 2025
DINAMOpress
ECUADOR: BOCCIATI TUTTI I REFERENDUM PROPOSTI DAL PRESIDENTE CONSERVATORE NOBOA
Il presidente dell’Ecuador, l’esponente di destra Daniel Noboa, ha riconosciuto la pesante quanto inattesa sconfitta nella consultazione refendaria da lui promossa domenica 16 novembre. Il “no” ha prevalso in tutti e quattro i quesiti, a partire dal primo, relativo alla richiesta di eliminare “il divieto di istituire basi militari o installazioni straniere per scopi militari e di cedere basi militari nazionali a forze armate o di sicurezza straniere”, con esplicito riferimento agli accordi politici tra Noboa e il suo sodale Trump, negli Usa, per la riapertura della base di La Manta, nel Pacifico, e di quella (nuova) ipotizzata nell’arcipelago delle Galapagos. In questo caso, i no hanno raggiunto il 61%, contro il 39% di sì. Il secondo quesito, il B, era relativo all’eliminazione delle “risorse del bilancio generale dello Stato alle organizzazioni politiche”, riducendo ancora di più così la partecipazione popolare. In questo caso, i no sono arrivati al 58%, contro il 42% di sì. Lievemente più combattuto – 54% di no, 46% di sì – il quesito C, che chiedeva di ridurre i parlamentari. Nettissima infine, la bocciatura arrivata sul quesito D, con cui Noboa puntava a convocare “un’Assemblea Costituente…per redigere una nuova Costituzione della Repubblica dell’Ecuador”. In questo caso, il 62% dei votanti ha respinto l’istanza, contro un 38% di favorevoli al progetto noboista di “riscrivere una Carta costituzionale con una chiara matrice neoliberista e rivolta alle privatizzazioni” scrive su Pagine Esteri Davide Matrone, docente universitario e ricercatore italiano, da Quito. Dietro lo stop a Noboa, rieletto trionfalmente come presidente solo pochi mesi fa, nell’aprile 2025, ci sono anche le contraddizioni sociali e politiche dell’Ecuador, che lo stesso Matrone identifica in particolare nel durissimo sciopero nazionale durato 30 giorni a seguito al taglio del sovvenzionamento statale alla benzina, in ossequio ai diktat dell’FMI e contestata radicalmente da sindacati, studenti e comunità native; mobilitazioni a cui esercito, polizia e governo hanno reagito con “l’uso spropositato delle armi, l’abuso di potere e la prepotenza […] la repressione e l’unilateralità di Noboa non gli hanno giovato in questa tornata elettorale”. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza, da Quito, con lo stesso Matrone, nostro collaboratore.  Ascolta o scarica  
November 18, 2025
Radio Onda d`Urto
“LATINOAMERICA”: PRESIDENZIALI IN CILE E REFERENDUM IN ECUADOR. LA PUNTATA DI LUNEDI’ 17 NOVEMBRE 2025
LatinoAmerica è la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. Ogni due settimane, 30 minuti in volo libero e ribelle…tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia. 30 minuti su Radio Onda d’Urto, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”: appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 17 novembre 2025 ci porta in Cile ed Ecuador. * Cile: al primo turno, domenica 16 novembre, delle elezioni presidenziali la candidata del Partito Comunista, Jeannette Jara, ottiene il 26,85% ed è al primo posto. Non è però un buon risultato, anzi: l’unica candidata non esplicitamente di destra si ferma ben al di sotto del 30%, considerato il livello minimo per pensare concretamente a vincere il ballottaggio. Le destre, divise in tre candidati, sono sopra il 50%, sommando i loro consensi. Al ballottaggio ci sarà l’estremista di destra, esplicito nostalgico di Pinochet e nemico dichiarato di donne, poveri e migranti, Kast, del (cosiddetto) Partito Repubblicano col 23,92% delle preferenze. * Ecuador: anche qui si è votato, domenica 16 novembre, per 4 referendum presentati dal presidente conservatore Noboa. A sorpresa, elettori ed elettrici hanno sonoramente cassato i quattro quesiti, a partire da quello sull’abrogazione della legge che vieta la costruzione di basi militari straniere (cioè Usa) nel Paese. Bocciati anche i quesiti sull’eliminazione dei finanziamenti ai partiti, la riduzione del numero dei parlamentari e la nascita di un’Assemblea costituente, per piegare l’attuale Costituzione in vigore a Quito in senso più nazionalista, estrattivista e iper-capitalista. Di Cile ed Ecuador parliamo con Rodrigo Andrea Rivas, compagno cileno, esule in Italia dopo il colpo di Stato di Pinochet e da allora giornalista e attento osservatore e analista di questioni sudamericane. Ascolta LatinoAmerica di lunedì 17 novembre. Ascolta o scarica.
November 18, 2025
Radio Onda d`Urto
[2025-11-20] Noche de Resistencia @ Strike s.p.a.
NOCHE DE RESISTENCIA Strike s.p.a. - via Umberto Partini 21 (giovedì, 20 novembre 18:00) NOCHE DE RESISTENCIA Siamo felici di annunciare il nostro primo evento benefit in sostegno dei compagnx in Perù ed Ecuador che lottano e resistono. Vi aspettiamo!🤝🏾
November 17, 2025
Gancio de Roma
Un mese di proteste, repressione di Noboa in Ecuador: ora la sfida del referendum
«L’Ecuador è un Paese bellissimo, ma purtroppo da alcuni anni è diventato pericoloso». Sono parole che ormai si ascoltano spesso, conversando con gli ecuadoriani. Non riconoscono più la propria casa. La notizia di un omicidio, che fino a qualche anno fa avrebbe fatto parlare per settimane, passa ormai in sordina. Un tempo considerato uno dei Paesi più tranquilli dell’America Latina, l’Ecuador è ora noto come uno dei luoghi con un tasso di mortalità tra i più elevati al mondo. L’attuale crisi della sicurezza ha radici profonde, tra cui la forte presenza del narcotraffico, una gestione politica discontinua e un progressivo smantellamento dello stato sociale per mano degli ultimi governi, di stampo principalmente neoliberista. FINCHÉ IL VASO NON TRABOCCA La situazione è complessa già da tempo, ma nell’ultimo mese è esplosa in seguito alla decisione del Presidente Daniel Noboa, annunciata il 12 settembre, di eliminare il sussidio statale sul gasolio, determinando un’impennata del prezzo da 1,80 a 2,80 dollari per gallone (3,78 litri). La misura, che rientra nella strategia governativa volta ad abbassare il deficit statale e a raggiungere gli obiettivi fissati dal Fondo Monetario Internazionale, colpisce duramente le fasce piú vulnerabili della popolazione. Tra queste, i campesinos e le comunità indigene che svolgono lavori principalmente agricoli e di trasporto, fortemente legati all’uso del carburante. L’intervento sul diesel è l’ultimo di una serie di episodi che ha fatto detonare il profondo malcontento popolare, dovuto alla lunga crisi in cui versa il Paese e alle politiche sempre più autoritarie e neoliberiste di Noboa. Il suo mandato, iniziato nel novembre del 2023, ha visto un aumento della militarizzazione e dell’utilizzo di pratiche lesive dei diritti umani, accompagnate, negli ultimi mesi, da una massiccia riduzione degli apparati statali con un drastico taglio alle risorse pubbliche in tema di ambiente, genere, diritti umani e cultura. di Ronald Reascos SCOPPIA IL MALCONTENTO Dopo l’annuncio sul diesel sono iniziate le proteste, soprattutto nel Nord del Paese. Il Presidente risponde da un lato promettendo la distribuzione di bonus e sussidi e, dall’altro, dichiarando un nuovo stato d’emergenza in diverse province. Il 18 settembre, Marlon Vargas, Presidente della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador), principale organizzazione indigena del Paese e protagonista delle grandi sollevazioni popolari degli ultimi decenni, proclama uno sciopero (paro) «immediato e indefinito» in tutto il territorio nazionale. Denuncia, tra le altre cose: l’iniquità del provvedimento sul diesel, la crisi della sanità e dell’istruzione, il modello estrattivista promosso dal Governo, la mancanza di risorse e di un piano efficace per la sicurezza. Il giorno seguente, Noboa indice un referendum per l’istituzione di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova carta costituzionale. È importante rimarcare che il Paese vanta una delle Costituzioni più avanzate al mondo in termini ambientali e di pluralismo, identificando la natura (Pachamama) come soggetto di diritto e riconoscendo i diritti collettivi delle diverse nazionalità e popoli che abitano l’Ecuador, «Stato plurinazionale e interculturale». Un quadro giuridico all’avanguardia che si scontra spesso con un’applicazione insufficiente e che è stato messo in pericolo dalle ultime decisioni del Governo, all’interno di un processo corrosivo dello stato di diritto e della separazione dei poteri. Dopo l’appello della CONAIE, a partire dal 22 settembre, diversi settori e comunità, prevalentemente indigene, iniziano a riempire le strade e a bloccare importanti vie di comunicazione, soprattutto al Nord. Mentre la protesta si propaga e si moltiplicano i focolai del dissenso, si intensifica anche il conflitto con le forze dell’ordine, inviate in massa dal Governo a sedare i disordini. Si diffondono testimonianze sull’uso spropositato della forza da parte di polizia e militari e si parla di una escalation di violenza contro i manifestanti, principalmente campesinos e indigeni. Molte persone vengono fermate, schedate e arrestate – spesso senza un giusto processo – e cresce rapidamente il numero dei feriti. di Ronald Reascos ¡SOMOS PUEBLO, NO SOMOS TERRORISTAS! Contemporaneamente all’inasprimento della repressione, si assiste a una preoccupante evoluzione nella comunicazione del Governo, che promuove la criminalizzazione del dissenso, dipingendo i manifestanti come terroristi e minacciando con pene fino a 30 anni di reclusione chi prende parte al paro. Il 28 settembre viene annunciata la prima vittima: Efraín Fuerez, comunero indigeno kichwa di 46 anni, raggiunto da proiettili militari durante gli scontri in Imbabura, come indicano varie fonti. Viene diffuso un video in cui si vedono diversi militari aggredire l’uomo esanime in terra e la persona che si era fermata a soccorrerlo. Le organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite denunciano l’uso spropositato della violenza da parte delle forze governative e sollecitano un apertura al dialogo tra le due parti. Al contrario, la violenza aumenta sempre di più. Nella notte del 27 settembre, il Presidente invia un convoglio, definito “umanitario”, verso la provincia di Imbabura. I manifestanti, in segno di dissenso, tentano di respingere il convoy, formato da 140 veicoli militari, lanciando alcune pietre. All’interno del convoglio, al fianco di Noboa, rappresentanti politici, diplomatici e della cooperazione, tra cui l’ambasciatore italiano Giovanni Davoli, che denuncia l’attacco da parte dei dimostranti, definendo il fatto come un “atto di terrorismo”, aderendo alla narrazione criminalizzante dell’esecutivo. Media indipendenti denunciano la presenza di grandi quantità di materiale militare all’interno del convoglio. di Ronald Reascos Nelle settimane successive, la situazione si fa sempre più critica: le proteste si moltiplicano in altre province del Paese e le forze dell’ordine inaspriscono la stretta sui manifestanti. Aumentano i report di violazioni dei diritti umani: repressioni violente, proiettili e lacrimogeni ad altezza d’uomo, arresti arbitrari e attacchi alla stampa e ai media indipendenti. Un caso esemplare è l’espulsione con l’accusa di «attentare alla sicurezza nazionale» del giornalista spagnolo Bernat Lautaro (Peloguefo), che stava documentando le proteste. Vengono riportati inoltre meccanismi di persecuzione e censura, procedimenti penali abusivi e il congelamento dei conti bancari a diverse organizzazioni e leader sociali. La INREDH (Fundación Regional de Asesoría en Derechos Humanos) denuncia incursioni militari all’interno di alcuni ospedali per detenere i feriti durante le manifestazioni e impedire al personale sanitario di assisterli. Il 14 ottobre viene inviato il secondo convoglio“umanitario”verso la provincia di Imbabura, con l’intento dichiarato di portare cibo, medicine e beni di necessità ai territori interessati dallo sciopero. Si genera da subito conflitto, con le forze dell’ordine che tentano di disperdere i dimostranti per riaprire le vie di comunicazione. Come denunciato da varie fonti, la giornata si trasforma in un’operazione repressiva condotta dalle forze dell’ordine. Viene uccisa la seconda vittima, Josè Alberto Guaman Izama, 30 anni, colpito al petto da un proiettile, morirà il giorno seguente. Sessanta persone vengono detenute arbitrariamente, più di cinquanta vengono ferite, anche gravemente, a causa di armi da fuoco e gas lacrimogeni. Tra queste, il giornalista Edison Muenala, colpito alla spalla da un proiettile. Il giorno stesso, perde la vita Rosa Elena Paqui, donna kichwa di 61 anni, morta per un arresto cardiorespiratorio causato dall’inalazione di gas lacrimogeno usato dalle forze militari per sedare le proteste nel sud del Paese. di Ronald Reascos IL DIALOGO IMPOSSIBILE A metà ottobre, a più di un mese dall’abolizione del sussidio al gasolio, si avvia il primo tentativo di dialogo tra alcuni dirigenti indigeni e il Governo, che però non porta a risultati concreti, in quanto gli accordi raggiunti non vengono riconosciuti dalle basi del movimento. Le organizzazioni esprimono le proprie condizioni per continuare con il dialogo: giustizia e risarcimenti per le persone detenute e ferite e per i familiari dei defunti, la fine della militarizzazione di Imbabura, un accordo sul diesel e l’annullamento del referendum di novembre. L’esecutivo oppone il suo netto rifiuto a tali richieste, sospendendo le trattative. Le due parti si scambiano accuse di indisponibilità al dialogo, mentre diversi settori della popolazione chiedono la fine dello stato di agitazione, che provoca disagio e danni all’economia del Paese. Dopo la dichiarazione del Governo di voler liberare definitivamente il territorio di Imbabura e porre fine alle proteste, il 22 ottobre Vargas annuncia la sospensione del paro, definendola una decisione difficile ma necessaria in “difesa della vita”, e invitando il movimento indigeno a continuare ad organizzare la resistenza attraverso l’assemblea permanente. Il bilancio, dopo un mese di mobilitazioni e repressione, ammonta a 3 morti e diverse centinaia di feriti e di detenuti. Nelle ore successive alla dichiarazione, alcuni settori indigeni manifestano il proprio dissenso con le dichiarazioni e la leadership di Vargas, continuando con le mobilitazioni. di Ronald Reascos OLTRE IL PARO, VERSO IL REFERENDUM Nonostante i segni di divisione all’interno del movimento indigeno, su una cosa vi è unità indiscussa: il no al referendum voluto da Noboa. Dopo più di 30 giorni di paro, la partita si è infatti spostata su un altro piano, quello della difesa della Costituzione del 2008. Il 16 novembre sarà un giorno cruciale per il futuro del popolo ecuadoriano: si voterà per la convocazione di un’assemblea costituente, incaricata, in caso di vittoria del sì, di redigere una nuova carta. Il timore delle organizzazioni indigene e delle realtà sociali e ambientali è che la revisione della Costituzione metta profondamente a rischio non solo l’immensa biodiversità e la conservazione delle risorse naturali, ma anche uno dei fondamenti dello stato ecuadoriano: la plurinazionalità e la sovranità dei popoli e nazionalità che compongono il Paese. Anche gli altri tre punti del referendum vanno a toccare questioni critiche, sulle quali vi è spesso disinformazione: la reintroduzione della presenza di basi militari straniere sul territorio nazionale; la drastica riduzione del numero di parlamentari (che potrebbe favorire il “monopolio” di un solo partito sull’Assemblea); l’abrogazione dei finanziamenti statali ai partiti politici (permettendo i soli finanziamenti privati e favorendo gli interessi di famiglie abbienti). C’è un fil rouge che connette le politiche neoliberiste che hanno sin da subito caratterizzato il Governo di Noboa, la gestione autoritaria e violenta del dissenso e la campagna mediatica criminalizzante e razzializzante verso la popolazione indigena, la prima a essere colpita dalla revisione della Costituzione. Al di là delle questioni di sicurezza interna, ciò che ora è in gioco è una radicale riscrittura del sistema politico e sociale che regge il Paese, che mette a rischio un progetto costituzionale d’avanguardia, frutto di lunghe lotte indigene e ambientaliste. Immagine di copertina e nell’articolo di Ronald Reascos, che ringraziamo per la gentile concessione. 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October 28, 2025
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