Sentire il bosco, diventare comunità--------------------------------------------------------------------------------
Foto Bosco Ospizio
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«A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in
azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato
sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di
comunità, l’impegno per un fine comune»
(Mancuso & Mori, 2026, p. 23)
Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia
ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le
piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è
diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione,
memoria, incontro e appartenenza.
Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché
significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra
quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola,
2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati,
aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli
spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non
considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito
plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta
soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga
storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai
margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone
spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013).
Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità,
percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In
questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness
Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso
le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno
attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra
esperienza quotidiana.
Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi,
seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il
valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco
non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non
significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere
vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne
i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano.
In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a
diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche
educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità.
Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana,
soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore
estremo e alla perdita di biodiversità.
Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non
soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone.
Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel
quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle
altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è
immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo.
Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di
esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un
ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e
interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora
riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una
comunità di viventi.
Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno
ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso
emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco,
quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non
umana che si sta sedimentando intorno ad esse.
L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E,
rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della
comunità.
Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver
mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene
riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo,
conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città.
Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una
memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie
umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa
permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro
tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una
memoria.
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Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha
lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro
Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio
Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i
master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha
collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione
scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT –
Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale
alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di
ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra
esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella
costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati
attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di
pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità.
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