Il più grande furto nucleare della storia. Fallito
LE ULTIME CONTRADDIZIONI EMERSE NELLE RICOSTRUZIONI DIFFUSE DAL PENTAGONO
MOSTRANO CHE SIAMO PROBABILMENTE DI FRONTE A QUALCOSA SENZA PRECEDENTI: UN
TENTATIVO STATUNITENSE DI COMPIERE IL PIÙ GRANDE FURTO NUCLEARE DELLA STORIA,
ORGANIZZATO USANDO COME COPERTURA IL SALVATAGGIO DI UN PILOTA, E FALLITO IN MODO
CATASTROFICO SU UNA PISTA ABBANDONATA CON MORTI NON DICHIARATI E NOMI DI SOLDATI
CHE IL PENTAGONO SI RIFIUTA DI RICONOSCERE O SMENTIRE
Foto di Vishu Joo su Unsplash
--------------------------------------------------------------------------------
Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni
ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.
Un F-15E statunitense viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio
si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del
paese. Fin qui tutto chiaro.
Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 Usa – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da
salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di
Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre duecento chilometri dal punto in cui
il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso
l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.
A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono
stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento materiale
sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è
un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato
il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha
dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta
delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 chilometri
dalla pista dove sono stati trovati i C-130.
I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è
stoccato in contenitori di piombo da 10-20 chilogrammi ciascuno: compatti,
trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato
un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe
esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo
pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza.
Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri
ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota.
Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso
iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa?
Trump aveva detto pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio
iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.
La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano
i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una
certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno
israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale
statunitense con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a
35 chilometri dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo,
non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che
non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia.
Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si
vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura
che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima
di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è
uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito
o ucciso”.
Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora
negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una
copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è
precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda
posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei
ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel
sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei
da trasporto erano a Isfahan?
L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980,
quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri
bruciati nel deserto e otto soldati morti. Allora come oggi: aerei statunitensi
distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in
pezzi. La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via
materiale nucleare.
Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane
sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa senza
precedenti: un tentativo statunitense di compiere il più grande furto nucleare
della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e
fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non
dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si
rifiuta di riconoscere o smentire.
Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di
due C-130 in un deserto iraniano.
--------------------------------------------------------------------------------
LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS:
> L’incertezza al comando
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo Il più grande furto nucleare della storia. Fallito proviene da
Comune-info.