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Le perverse ecologie del Nucleocene
1. Luoghi e processi in-contaminati 1.1. Sedici luglio 1945. Esattamente oggi, ottantuno anni fa. Deserto di Alamogordo, New Mexico, in territorio Apache tra White Sands National Park e Mescalero Reservation. Trinity Test. Con la detonazione della prima bomba atomica – … Leggi tutto L'articolo Le perverse ecologie del Nucleocene sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, […] L'articolo Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Armi nucleari ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto
Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano. Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati […] L'articolo Armi nucleari ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
Riguardo l’ordinanza di archiviazione della GIP di Pordenone
Comunicato stampa dei denuncianti in merito all’ordinanza del 20/7/ 2026 della GIP di Pordenone ( notificata il 22). E’ giusto dare atto alla GIP di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio molto più di quanto non abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia che si sono limitati a una o due righe di motivazione di archiviazione. La GIP ha anche riconosciuto a WILPF Italia la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi (disarmo e smilitarizzazione). Infine, ma è l’aspetto più importante, l’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammessa la presenza delle armi non avendo ravvisato accertamenti esperibili. La GIP ritiene giustificata l’importazione delle armi ex art. 51 CP ( esercizio di un diritto o adempimento di un dovere). Questo rappresenta un’ulteriore conferma della presenza delle armi come fatto costituente reato ma discriminato ex art.51 e quindi non punibile. La GIP ritiene legittime le preoccupazioni espresse dai denuncianti ma attinenti a una dimensione politica e non penalistica. I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria, però, ora si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio, rispettato nel nostro caso. E’ possibile ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini italiani (lo riconosce anche la GIP); questa presenza viola l’art.2 della Convenzione europea laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia ed impone agli Stati aderenti obblighi di attivazione idonei ad escludere il rischio. Contro l’ordinanza si sono espressi anche gli avvocati di IALANA (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo, tra l’altro, che “ errato è anche il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale (ammesso che un accordo segreto di nuclear sharing lo sia) sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità. Salvo che per il diritto europeo non esiste un’applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile con il diritto interno da parte del giudice ordinario…… Le norme di diritto internazionale umanitario inderogabili vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari……. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.   WILPF (Women's International League for Peace and Freedom)
July 25, 2026
Pressenza
In Veneto continuano le mobilitazioni per la Palestina
Si è svolto domenica 28 giugno 2026 presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Lentiai (BL) il secondo convegno della Rete Veneta dei Comitati per la Palestina libera, contro la guerra, i genocidi e gli ecocidi, che ha visto la partecipazione, in parte in presenza, in parte online, di 26 gruppi e comitati di un ampio territorio che va da Verona a Pordenone ed oltre, che si può descrivere come la nostra città diffusa. Nel corso degli ultimi tre anni di intensificazione esponenziale delle dinamiche genocidiarie contro il popolo palestinese, la provincia veneta ha visto nascere moltissimi percorsi di mobilitazione civile che hanno avuto varie forme, dal presidio settimanale, al corteo, alle mostre, ai dibattiti, alle raccolte di fondi, ai digiuni, al minuto di silenzio nelle scuole, quasi sempre grazie a una configurazione particolare, quella dei comitati. Cittadini e cittadine si sono organizzati, spesso paese per paese, nello scambio e nella collaborazione tra territori limitrofi, così come nella partecipazione alle mobilitazioni unitarie  (il blocco di porto Marghera dello scorso anno o la manifestazione contro la guerra ad Aviano del passato 6 giugno), nella creazione di centinaia di chat dedicate, in un crescere e un diffondersi inesorabile della consapevolezza rispetto alla questione palestinese. Si è ormai compreso che per fermare lo sterminio è necessario mettere in discussione il sistema economico che lo sostiene, come un tempo è stato per il Sudafrica. Per articolare questo percorso possiamo contare sulla collaborazione con BDS italia, con i suoi referenti nel territorio, anche se, di fatto, il boicottaggio  è da tempo iniziato in forma spontanea tra le centinaia di attivisti veneti. Questo è il passaggio che pensiamo necessario per riappropriarci della nostra stessa dignità, dei principi della Carta dei diritti dell’uomo e della Costituzione antifascista, per scrivere nuovi principi, se necessario, per noi stessi e per tutti gli esseri umani. Per la sanità in Italia, in Palestina e anche a Cuba, per il welfare, per una scuola libera, per il lavoro e per un’equa distribuzione delle risorse, per l’ecosistema che sempre di più, anche a causa delle guerre e del saccheggio delle risorse naturali, mostra i segni del collasso progressivo che oggi, più di noi, vivono le popolazioni del sud del mondo. Negli ultimi due mesi e mezzo questa Rete, nella sua geometria variabile e sempre aperta, si è messa al servizio della Global Sumud Flotilla accompagnandone la partenza da ciascun presidio fino al mare, e fino a che ogni partecipante è tornato in libertà; è stata uno dei motori fondamentali della manifestazione contro la guerra e la presenza di armi nucleari di Aviano il 6 giugno scorso; ha condiviso la campagna We Rise per chiedere la sospensione degli accordi economici dell’UE con Israele; ha diffuso il messaggio e ha moltiplicato le piazze con l’iniziativa Palestina Anima Mundi che il 3 luglio avrà il suo seguito. Auspichiamo anche la condivisione di una proposta di legge per l’obiezione di coscienza, in modo che i lavoratori e le lavoratrici che non vogliono produrre o movimentare armamenti non siano oggetto, come sono ora, di ritorsioni sistematiche da parte delle aziende. Cerchiamo di dare dei punti di riferimento per le campagne in corso, in particolare per la liberazione di Marwan Bargouthi e dei 10.000 prigionieri palestinesi per i quali Assopace Palestina  sollecita la creazione di comitati locali. Il convegno del 28 giugno, al quale hanno partecipato tra le altre anche Wilpf Italia, protagonista della denuncia contro le armi nucleari sul suolo italiano e alcune sezioni dell’Anpi, ha affrontato tra gli altri il tema della repressione a cui gli attivisti e le attiviste sono soggette, della necessità di essere solidali e di schierarsi a difesa di quanti e quante sono raggiunte dai provvedimenti restrittivi dei cosiddetti “decreti sicurezza” che si susseguono nel tentativo di reprimere il dissenso, con accuse che arrivano fino al terrorismo nazionale e internazionale. Accuse che, nel contesto inglese, hanno già portato in carcere diversi attivisti. In Italia le accuse di terrorismo vengono portate avanti, spesso su mandato diretto di Israele, soprattutto nei confronti delle persone palestinesi che sostengono la causa del loro popolo, come nel caso di Yaeesh e Hannoun. Nessuno e nessuna deve essere lasciata sola. Il grande obiettivo di incidere sulle scelte di tutti i governi passa per la nostra capacità di rendere la mobilitazione non solo generale e unitaria, ma anche concreta e capillare. Gli obiettivi concordati a breve e a medio termine sono: 1) Iniziare un percorso per la creazione di un database consultabile delle iniziative di tutti i territori 2) Iniziare il ragionamento per articolare una campagna di boicottaggio mirato ed efficace verso i complici, in qualche caso i mandanti, del genocidio in atto, presenti sul nostro territorio, con particolare attenzione alle armi e ai soldi. L’auspicio per tutto il movimento italiano, europeo e mondiale, è che l’unità e la convergenza che le realtà territoriali riescono a interpretare pur tra le diverse sensibilità che le attraversano, ricercando e praticando obiettivi comuni, sia suggerimento e invito a tutte e a tutti a convergere e a essere insieme motore delle molteplici, vecchie e nuove, forme della disobbedienza generalizzata. Le date di mobilitazione che sono state annunciate a livello regionale e che attraverseremo sono: 3 luglio, Palestina Anima Mundi (che già ha portato il 19 giugno 170 realtà in Italia a unirsi virtualmente in un’unica mobilitazione), ovunque in Italia. 17 luglio a Venezia, quando l’ambasciatore americano, in crociera nel Mediterraneo, attraccherà in laguna per assistere alla Festa del Redentore, ultima e più popolare delle feste veneziane, con il suo maxi yacht da 117 metri. La sua presenza, simbolo di un’ancora peggiore sottomissione della nostra classe dirigente ai voleri imperiali, sarà contestata nei tempi e nei luoghi che il movimento veneziano saprà indicarci. Da ultimo, dal Friuli si richiede un’attenzione speciale alla mobilitazione contro la partecipazione della nazionale israeliana di baseball under 18 al campionato europeo che si svolgerà a Ronchi dei Legionari tra il 14 e il 16 luglio. Rete Veneta dei Comitati per la Palestina Libera Per info: retevenetadeicomitati@protonmail.com         Redazione Italia
July 2, 2026
Pressenza
Dopo il tabù nucleare: il mondo oltre la soglia dell’irreversibile
Da Hiroshima non abbiamo imparato nulla. Il crimine più atroce mai compiuto non basta a mettere al bando la bomba atomica. Nel mese di agosto del 1945 l’umanità ha oltrepassato una soglia che, ancora oggi, resta moralmente e storicamente irriducibile. Le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki non furono soltanto un evento bellico: rappresentarono il primo e unico utilizzo nella storia di un’arma capace di annientare in pochi istanti intere città e centinaia di migliaia di civili. Molti storici e filosofi della politica vi riconoscono uno dei più gravi crimini mai compiuti nella storia dell’umanità, perché non colpì soltanto un nemico in guerra, ma introdusse una nuova possibilità: la distruzione totale come strumento politico. Eppure, a ottant’anni di distanza, quella frattura originaria non ha prodotto una rinuncia definitiva alla logica dell’annientamento. Al contrario, il mondo continua a investire ingenti risorse nella modernizzazione degli arsenali nucleari, nello sviluppo di nuove testate “tattiche”, più “limitabili” solo in apparenza, e nel perfezionamento di sistemi di deterrenza sempre più sofisticati. La stessa idea che aveva giustificato la corsa atomica del Novecento – la sicurezza attraverso la minaccia della distruzione reciproca – non è stata superata, ma aggiornata. Si è così consolidato un paradosso storico: l’arma che ha mostrato in modo definitivo il limite estremo della violenza umana continua a essere considerata uno strumento legittimo di equilibrio internazionale. Ma proprio questa permanenza della logica nucleare apre una domanda inquietante: come può la civiltà contemporanea convivere con un dispositivo che, per sua natura, rende possibile la fine della storia stessa? Da Hiroshima a oggi, il tabù è rimasto intatto solo nella forma del suo non-uso, mentre nella sostanza la sua potenza simbolica e politica continua a strutturare le relazioni tra Stati, alimentando una tensione permanente tra sicurezza e distruzione. In questa contraddizione si gioca ancora oggi il destino della pace mondiale. Per oltre ottant’anni l’ordine internazionale si è retto su un paradosso inquietante ma stabile: l’idea che esistano armi costruite per non essere mai utilizzate. La deterrenza nucleare ha funzionato come una sorta di architettura invisibile della politica globale, fondata sulla paura reciproca della distruzione totale. Ma cosa accadrebbe se questa soglia venisse superata? Anche un solo ordigno tattico basterebbe a incrinare non solo gli equilibri militari, ma la stessa struttura della civiltà contemporanea. La grammatica della politica internazionale moderna si è costruita attorno a un equilibrio paradossale: la sicurezza garantita dalla minaccia dell’annientamento. L’arma nucleare non è mai stata pensata per essere impiegata, ma per impedire qualsiasi conflitto su larga scala attraverso la certezza della distruzione reciproca assicurata. Tuttavia, immaginare il superamento di questa linea rossa significa confrontarsi con uno scenario che va ben oltre la catastrofe militare. Significa ipotizzare il collasso dell’intero ordine mondiale così come lo conosciamo. Il “giorno dopo” un attacco nucleare non segnerebbe soltanto la devastazione di territori e popolazioni, ma la fine delle categorie politiche, giuridiche e morali che hanno regolato la convivenza internazionale nel secondo dopoguerra. Il primo effetto immediato sarebbe la frattura delle alleanze storiche. I sistemi di sicurezza collettiva, costruiti per garantire stabilità e deterrenza, verrebbero messi alla prova da un istinto primario: la sopravvivenza. Di fronte al rischio concreto di un’escalation incontrollabile, anche le alleanze più consolidate potrebbero incrinarsi. Stati membri di coalizioni storiche inizierebbero a riconsiderare impegni e trattati, scegliendo in alcuni casi la neutralità come unica forma di autodifesa. Questo processo innescherebbe un effetto domino. Le garanzie collettive perderebbero credibilità e le medie potenze globali accelererebbero programmi di armamento nucleare autonomo, convinte che solo il possesso diretto dell’arma atomica possa assicurare la sopravvivenza e la sovranità. Il risultato sarebbe un mondo radicalmente più instabile, segnato dalla proliferazione e dalla dissoluzione progressiva del Trattato di non proliferazione, ridotto a testimonianza storica di un’epoca conclusa. Parallelamente, l’economia globale subirebbe uno shock sistemico di portata irreversibile. Non si tratterebbe di una semplice recessione, ma di un blocco strutturale dell’intero sistema interconnesso della produzione e degli scambi. Le catene logistiche globali si interromperebbero immediatamente: energia, semiconduttori, alimenti e beni essenziali verrebbero a mancare su scala planetaria. I mercati finanziari reagirebbero non con oscillazioni, ma con un congelamento. La fuga verso beni materiali e territori considerati sicuri provocherebbe la disintegrazione della fiducia economica globale. Anche le regioni non direttamente coinvolte nel conflitto verrebbero travolte da una crisi senza precedenti, dimostrando quanto la globalizzazione abbia reso la vulnerabilità un destino condiviso. Ma è sul piano politico e civile che le conseguenze assumerebbero una dimensione ancora più profonda. Anche nell’ipotesi di un contenimento della crisi, la conseguenza sarebbe l’emergere di un ordine mondiale fondato sulla sorveglianza permanente e sullo stato di eccezione. Le libertà democratiche verrebbero progressivamente ridimensionate in nome della sicurezza, mentre la logica emergenziale diventerebbe la nuova normalità. Se invece prevalesse la dinamica della ritorsione, lo scenario evolverebbe verso una catastrofe globale: inverno nucleare, collasso dell’agricoltura, migrazioni di massa e dissoluzione delle strutture statali. In entrambi i casi, la modernità entrerebbe in una fase di regressione storica, in cui le istituzioni perderebbero la capacità di governare il caos. La rottura del tabù nucleare non rappresenterebbe soltanto una sconfitta militare o diplomatica, ma il fallimento filosofico dell’idea stessa di civiltà moderna. L’uso dell’arma atomica cancellerebbe ogni distinzione tra vincitori e vinti: anche lo Stato aggressore si ritroverebbe isolato, segnato da una condanna politica e morale irreversibile, trasformato in una potenza paria in un sistema mondiale frantumato. A emergere sarebbe un nuovo assetto globale instabile, in cui la legittimità politica si sposterebbe verso attori neutrali o marginali rispetto al conflitto originario. Ma la trasformazione più profonda sarebbe di natura psicologica e antropologica: la perdita della fiducia nel futuro. L’umanità scoprirebbe che la propria civiltà, per quanto complessa e interconnessa, può essere distrutta in pochi istanti da una singola decisione. Il superamento della soglia nucleare obbligherebbe quindi a una presa di coscienza definitiva: la pace non è una condizione naturale, ma un equilibrio fragile, costruito storicamente e mantenuto attraverso una vigilanza costante. In questa consapevolezza risiede forse la lezione più profonda del nostro tempo: la civiltà non è garantita dalla sua potenza tecnica, ma dalla sua capacità di contenere se stessa. E ogni volta che quella soglia viene evocata o avvicinata, ciò che è in gioco non è soltanto la politica internazionale, ma la continuità stessa della storia umana.        Laura Tussi
June 28, 2026
Pressenza
Firmato l’accordo tra USA e Iran: i punti sanciscono la sconfitta americana
Pare ormai ufficiale: gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran. Ieri, 17 giugno, a margine degli incontri del G7 ospitati dalla Francia, Trump ha firmato il memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica, annunciato all’inizio della settimana. Il testo non è stato rilasciato da canali ufficiali statunitensi, ma è stato presentato integralmente ai giornalisti da un ufficiale di Washington durante una teleconferenza privata, per poi essere pubblicato anche dai media di Stato iraniani. Il documento diffuso sancisce la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto, «Libano incluso», e disciplina la revoca dei reciproci blocchi nel Golfo. Il resto dei punti delinea una sconfitta pressoché totale per gli Stati Uniti: Washington avrebbe ottenuto dall’Iran l’impegno a non dotarsi di un’arma nucleare, concedendo in cambio il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, piegandosi a tutte le richieste della Repubblica Islamica. “La sconfitta in Iran è più pesante di quella in Vietnam”. L’autorevole rivista statunitense di politica estera e relazioni internazionali Foreign Policy titola così il proprio articolo sul memorandum firmato ieri da Trump e dalle autorità iraniane. «Sembra scritto dall’Iran», commenta invece il giornale israeliano Haaretz. La cerimonia ufficiale per la firma avrebbe dovuto svolgersi domani in Svizzera, a Lucerna (inizialmente era stata individuata Ginevra come sede), ma alla luce della firma di ieri non è chiaro se si terrà lo stesso. Il testo del memorandum è stato diffuso nella mattina da Bloomberg e da media arabi, che ne avrebbero ottenuto una copia. Nel tardo pomeriggio, è stato letto ad alta voce da un funzionario anonimo durante una teleconferenza con i giornalisti. In Iran, nel frattempo, è stata fornita una copia all’agenzia di stampa di proprietà governativa Irna, che ne ha riportato il testo integralmente. Il memorandum si intitola “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” e si sviluppa in 14 punti. Esso costituisce una sorta di pre-accordo e istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni estendibili, periodo entro cui le rispettive delegazioni porteranno avanti le negoziazioni per raggiungere un accordo definitivo sui punti ancora oggetto di negoziato. Il primo punto del memorandum sancisce «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto assieme all’impegno ad astenersi da ulteriori attacchi; questo medesimo punto garantisce inoltre «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il memorandum prevede poi che USA e Iran rispettino la reciproca sovranità e impegna Washington e Teheran a non interferire negli affari interni reciproci. USA e Iran si impegnano poi a revocare immediatamente i rispettivi blocchi marittimi: la revoca del blocco sullo Stretto di Hormuz dovrà venire accompagnata da operazioni di sminamento e dovrebbe portare a una graduale ripresa del traffico ai volumi prebellici. I punti che seguono questi primi impongono dure condizioni agli USA. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», si legge nell’accordo. «Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America». Gli USA si impegnano poi a sbloccare i fondi congelati dell’Iran e a porre fine «a tutte le tipologie di sanzioni» contro il Paese, «comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie»; per coprire il periodo in cui la cessazione delle sanzioni entrerà in effetto, gli USA rilasceranno deroghe al commercio di petrolio e greggio iraniano. L’Iran, intanto, «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari». Le discussioni sul programma nucleare iraniano verranno portate avanti nei prossimi 60 giorni e il memorandum non presenta alcun altro vincolo sulla questione. Come per il tema del programma nucleare, la maggior parte degli altri punti verrà approfondita nella fase di negoziazione che viene inaugurata dal memorandum. I punti inderogabili a cui il memorandum viene subordinato restano la fine completa delle ostilità e l’impegno a non portare avanti ulteriori attacchi in alcun teatro di conflitto, il riconoscimento della integrità territoriale libanese, il sollevamento dei rispettivi blocchi marittimi, le deroghe temporanee al commercio di petrolio iraniano e lo sblocco dei beni congelati di Teheran. Il memorandum verrà adottato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla luce di tutto, le critiche che la stampa di tutto il mondo ha riservato a Trump sono pienamente comprensibili: gli USA hanno mosso una guerra che in breve tempo è finita per incentrarsi sul tentativo di riaprire uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata. L’Iran otterrà l’accesso ai propri beni sequestrati, l’annullamento di 47 anni di sanzioni e 300 miliardi di dollari di risarcimento; davanti a queste richieste gli USA sono riusciti a ottenere un ritorno della situazione sul Golfo Persico alla normalità e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un ordigno bellico che la Repubblica Islamica ha sempre detto di non avere intenzione di ottenere. L'Indipendente
June 18, 2026
Pressenza
L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica
Il ministro della Difesa Crosetto e quello degli Esteri Tajani sono intervenuti davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Ma nella relazione di Crosetto, relativamente alla guerra in corso in Ucraina, c’è stato un passaggio che deve far scorrere un brivido lungo la schiena di chiunque lo […] L'articolo L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa
Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta […] L'articolo L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa su Contropiano.
June 4, 2026
Contropiano