Per un’altra radicalitàUN PENSIERO CRITICO CHE NON SIA ACCOMPAGNATO DALLA COSTANTE AUTOCRITICA, PER
QUANTO DIFFICILE QUESTA POSSA ESSERE, È LIMITATO, FALSO, CERTAMENTE FUTILE.
EPPURE, IN TANTI PEZZI DI SOCIETÀ IN MOVIMENTO L’AUTOCRITICA È MARGINALE OPPURE
NON È APERTA, COME SE CI FOSSE UN ONORE DA DIFENDERE. RIUSCIAMO A RICONOSCERE E
METTERE IN DISCUSSIONE I MODELLI GERARCHICI E LE DINAMICHE CHE PRODUCONO
CONFORMISMO NEI MOVIMENTI CHE SI BATTONO AD ESEMPIO CONTRO LA GUERRA, IL
GENOCIDIO IN PALESTINA, IL DOMINIO DEL PATRIARCATO? SIAMO CAPACI DI NON
“ROMANTICIZZARE” LE POSIZIONI DEGLI OPPRESSI? COME POSSIAMO TOGLIERE DI MEZZO
QUELLA RADICALITÀ PATERNALISTICA CHE SI APPROPRIA DELLE VISIONI DEL MONDO DI
COLORO CHE SONO IN BASSO E QUEL LINGUAGGIO MILITARISTA CHE CONTINUA AD
ATTRAVERSARE DIVERSI MOVIMENTI? NELLE PRATICHE DI TRASFORMAZIONE SOCIALE, MEZZI
E FINI VANNO SEPARATI? ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI FARE RIFERIMENTO A CONCETTI
COME PATRIA, MARTIRI E POPOLO PER SOLIDARIZZARE CON CHI RESISTE E SI OPPONE AL
COLONIALISMO? DA SEMPRE ATTENTO AI TEMI DELLA NONVIOLENZA E PROMOTORE CON ALTRI
DELLA RETE MASCHILE PLURALE, STEFANO CICCONE IN QUESTO ARTICOLO PROVA AD
ALLARGARE UNA DISCUSSIONE SULLA POSSIBILITÀ DI COSTRUIRE PROPRIO IN QUESTO TEMPO
CAOTICO PRATICHE POLITICHE SEMPRE MENO COLONIZZATE DALL’IMMAGINARIO PATRIARCALE
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È possibile costruire pratiche politiche che non siano colonizzate
dall’immaginario patriarcale? È possibile una politica che non accantoni o
rimuova una domanda radicale di libertà e resti coerente nella critica di
linguaggi, rappresentazioni e ruoli stereotipati di genere?
Una politica trasformativa che non voglia separarsi dalla vita, richiede un
continuo esercizio di svelamento delle dinamiche di potere, delle regole
invisibili che plasmano gli spazi sociali e i soggetti che li abitano. È
evidente che le forme di lotta, il linguaggio, i modelli organizzativi, i modi
di vivere i conflitti non sono neutri. Non sono semplici “strumenti” a nostro
servizio. Come maschio ho imparato a riconoscere come ci si può trovare a
riprodurre modelli gerarchici, dinamiche che producono conformismo e
omologazione anche partecipando a movimenti che si battono contro il dominio e
l’oppressione. Queste dinamiche sono strettamente legate a un immaginario, a un
simbolico e a un linguaggio patriarcale.1
“Essere” altro, non farsi colonizzare dal simbolico patriarcale
Spesso le “invenzioni” che creiamo collettivamente vengono risucchiate
all’indietro dalla capacità attrattiva di un immaginario potente perché
egemonico, pervasivo, naturalizzato. Il simbolico patriarcale, l’immaginario
fallico segnano lo spazio sociale e si riproducono continuamente, colonizzando e
trasformando anche linguaggi e forme di lotta dei movimenti che si pongono in
una critica radicale dell’ordine sociale. Il fazzoletto usato dalle donne
sudamericane contro la violenza maschile reinventava il fazzoletto tradizionale
recando il nome delle donne uccise2. Nelle manifestazioni promosse da Non una di
meno nelle nostre città il fazzoletto viene usato, da una parte del movimento
contro la violenza, per manifestare col volto coperto, proponendo una continuità
con un immaginario che torna anche in alcuni slogan in cui, per esprimere la
radicalità di una lotta, si subisce la metafora della violenza politica. Le tute
bianche, nate in Italia per simboleggiare l’invisibilità del lavoro precario,
divennero una “uniforme” in piazza, l’uso di strumenti passivi di difesa si
torsero nella grande manifestazione del 2001 a Genova contro il G8 fino a
proporre l’immagine della “testuggine”, lo scontro simmetrico “scudi contro
scudi” della polizia. In occasione di quella manifestazione le donne promotrici
dell’iniziativa “punto G” aprivano una critica al linguaggio militarizzato che
attraversava il movimento altermondialista3.
“Ancora di più il movimento antiliberista deve, a nostro avviso sviluppare
modalità altre di contromanifestazione,… in virtù di un antagonismo inedito, non
subalterno alla logica dello scontro di piazza, e al ruolo a cui la violenza
delle forze dell’ordine ha deciso di “inchiodare” il movimento … Ci rivolgiamo
agli uomini del movimento perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono
insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore
diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica,
tattica strategia e schieramento.
Monica Lanfranco, della rivista marea4 dieci anni dopo tornava a ricordarci,
citando Audre Lorde, che Non si può smantellare la casa del padrone con gli
attrezzi del padrone5. Ho citato due esperienze di mobilitazione plurali che
considero preziose ma, per questo, ieri e oggi, ho provato a riflettere
criticamente sulle loro forme.
Oltre l’onore e il “patriottismo” di movimento
Porre questi problemi, svelare queste contraddizioni vuol dire “attaccare” i
movimenti? Anche qui dovremmo essere capaci di liberarci da riflessi
condizionati che ci portano a “difendere l’onore” dei movimenti, a considerarli
monoliti senza conflitti e differenze al loro interno e a riproporre in
conclusione, la vecchia intimazione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”.
Contro chi occulta la violenza maschile per difendere “il buon nome della
famiglia” alcune associazioni di uomini sono stati in piazza col flash mob: “I
panni sporchi si lavano in pubblico”. Voglio avere questa libertà e questa
responsabilità anche per le mie famiglie politiche, il centro sociale o
l’associazione, per le comunità che agiscono conflitti nella società e che non
sono “soggetti” omogenei ma devono riconoscere e legittimare pluralità e
conflitti al loro interno. Se non sopporto la retorica patriottarda delle
appartenenze non voglio nemmeno cedere al patriottismo di partito o di
movimento. Dal femminismo, e poi nella pratica di Maschile Plurale, ho imparato
a cercare sempre una pratica politica che non sovrapponga l’astrattezza dei
soggetti collettivi alle vite singole, che non tradisca l’esigenza di partire da
sé. Proprio in un testo sulle giornate di Genova scrivemmo, come uomini
impegnati nel percorso di Maschile Plurale, che:
“Nonviolenza è innanzitutto ampliamento del conflitto…oltre i luoghi
tradizionali per leggerlo nella quotidianità, nelle relazioni interpersonali.
Insomma la nonviolenza come scelta di radicalità estrema e intransigente che non
mette da parte i rischi di subalternità, non rinvia la loro tematizzazione a
dopo la risoluzione dei “conflitti principali”. Perché ogni militarismo, dei
potenti come degli oppressi, produce omologazione, lasciando i contendenti più
simili di quanto non fossero prima dello scontro e azzerando le differenze e
l’autonomia dei soggetti all’interno di ognuno degli schieramenti in lotta”.
Per essere soggetti di trasformazione non possiamo pensarci innocenti ed
estranei all’ordine di dominio che ci opprime e che al tempo stesso ha plasmato
le nostre relazioni, i nostri desideri, i nostri linguaggi. Serve una tensione
continua a essere altro da ciò che sottoponiamo a critica. Sandro Penna
Scriveva: felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
Troppo spesso, però, confondiamo la “radicalità” col tagliare corto, e evitiamo
di misurarci con la necessità di andare alla radice delle forme di
disciplinamento e dominio che affrontiamo. Troppo spesso ci diciamo che ci sono
cose più urgenti che ragionare su come ci esprimiamo, come ci organizziamo. Ma
ogni volta che lo facciamo scopriamo che le radici della violenza, del dominio
sono molto prossime a noi. Richiamare l’attenzione su questo non vuol dire
“attardarsi” su richiami pedanti, e tantomeno attentare all’”onore” delle nostre
esperienze collettive, ma avere uno sguardo esigente e sulle nostre pratiche e
le nostre culture condivise.
La critica alle forme e ai linguaggi assunti dai movimenti di critica
dell’esistente (e dunque il richiamo a non essere anch’essi riproduttori
dell’ordine simbolico esistente) genera spesso dei fraintendimenti. Nei mesi
scorsi avevo incontrato degli studenti che avevano avviato un percorso maschile
di critica alla cultura patriarcale. Alcuni di loro, poi, hanno proposto il
testo “la nonviolenza è patriarcale”, diffuso sul web col desiderio di tenere
insieme un posizionamento antisessista e l’aspirazione a una “radicalità” non
“annacquata” dalla “predica nonviolenta”. Di seguito alcuni brani:
Se prendiamo questa filosofia al di fuori del panorama politico impersonale e la
inseriamo in un contesto più realistico, la nonviolenza implicherebbe
l’immoralità da parte di una donna di difendersi da un aggressore o di imparare
l’autodifesa. Implicherebbe che per una moglie abusata sia meglio trasferirsi
piuttosto che radunare un gruppo di donne per picchiare e cacciare il marito
abusante.
La nonviolenza sottolinea quindi che sia meglio che qualcun3 si lasci stuprare
piuttosto che conficcare una matita nella giugulare del suo violentatore (perché
fare ciò contribuirebbe ad incoraggiare future molestie). Il pacifismo non
risuona nella quotidianità delle persone, a meno che queste non vivano in
qualche stravagante bolla di tranquillità da cui tutte le forme di violenza
reattiva pandemica della civiltà siano state scacciate dalla violenza sistemica
e meno visibile delle forze di polizia e dei militari.6
Andiamo fuori strada se affrontiamo il problema come questione morale e non come
questione politica. Il tema non è come giudichiamo moralmente una donna che
reagisca a una violenza (inutile dire che fa bene a farlo, ma quante volte in
tribunale si è colpevolizzata la donna che non ha reagito?) ma come costruiamo
una pratica politica trasformativa contro la violenza di genere che, peraltro, è
banalizzante ridurre alla sola violenza fisica. Proprio se affrontiamo la
violenza maschile contro le donne come questione politica il ricorso alla
violenza di autodifesa mostra la sua ambiguità perché riprivatizza il problema
della violenza che il femminismo ha politicizzato. Il fenomeno della violenza di
genere è riducibile alla singola aggressione a cui rispondere o riguarda un
sistema di relazioni di potere che struttura lo spazio sociale? E la risposta
alla violenza è meramente “repressiva”? (delegata al gruppo solidale o allo
Stato poco cambia). La soluzione si riduce a un gruppo di donne che caccia il
nemico abusante? Si può rimuovere il contesto sociale in cui la violenza è
agita? Come affrontare la trama di condizionamenti, rappresentazioni, ruoli che
segnano lo spazio sociale e che preparano, giustificano e occultano le relazioni
di potere che sono alla base della violenza? Si possono rimuovere i vincoli
economici e sociali che condizionano la libertà delle donne prima del confronto
fisico? E cosa frena la reazione di una donna? Il giudizio morale sulla sua
eventuale difesa da un’aggressione o la dipendenza economica, l’isolamento, la
paura di perdere i figli, il mito sociale della famiglia?
Analogamente, chi è che ha un’idea di libertà che non includa l’abilità delle
donne di difendersi? Per poter rispondere alla presunzione secondo la quale le
donne possano essere protette solo da grosse strutture sociali, l’attivista Sue
Daniels ci ricorda che “Una donna può combattere un aggressore da sola… non è
una questione di forza – ma di preparazione”.
Paradossalmente è proprio la destra a offuscare la dimensione culturale della
violenza e ridurre la risposta alla violenza a “autodifesa” diffondendo spray
urticanti e corsi di arti marziali. Per non parlare del diritto all’autodifesa
personale che, negli Usa, legittima la diffusione pervasiva delle armi da fuoco.
In effetti: perché doversi affidare a una matita e non suggerire alle donne di
girare armate? È il nostro modello di società?
Uccidere un poliziotto che ha violentato transgender che vivevano di
prostituzione; dare fuoco all’ufficio di una rivista che vende consapevolmente
standard di bellezza che incoraggiano la bulimia e l’anoressia; rapire il
presidente di una compagnia che gestisce traffico di donne: nessuna di queste
azioni ostacolano la costruzione di una società giusta7. Dare fuoco a una
rivista, o alle sedi di Provita, come ho sentito in uno slogan su cui ho
espresso pubblicamente la mia critica, è una risposta all’altezza della sfida o
si “accontenta” di un gesto che appare parte di una “guerra privata” che non
chiama in causa il senso comune, il discorso pubblico, la libertà di chi non è
coinvolt* in quell’azione? È più radicale o subalterno?
Le trappole del fantasma della docilità femminile
Il desiderio di contrastare la rappresentazione della “docilità” femminile può
portare a non tener conto della potenza simbolica della violenza.
Nel caso di uno stupro o di altre forme di molestia contro le donne, la
nonviolenza implica le stesse lezioni che il patriarcato ha insegnato per
millenni: elogiare la passività, il “porgere l’altra guancia”, una “sofferenza
dignitosa” fra l3 oppress3… Dal momento che il patriarcato descrive una violenza
unilaterale da parte degli uomini, le donne interrompono questa dinamica
re-imparando la loro inclinazione alla violenza.8
Nel volume collettivo Sensibili guerriere, curato da Federica Giardini, ad
esempio, emergono le tante trappole nella fuga dal fantasma della docilità
femminile e i rischi di subalternità a un linguaggio e a un simbolico che
conosco bene e di cui riconosco il segno patriarcale:
[Nello scontro di piazza] Si comprende il proprio valore per la sopravvivenza
del gruppo, si sa che se una maglia della catena cede crolla tutta la struttura
e che, se hai scelto di essere una maglia, non puoi più tirarti indietro […]
L’adrenalina e l’estasi di fronte a una massa che ti corre alle spalle, il senso
di comunità, di fratellanza, di sicurezza (sembra assurdo) e il desiderio di e
il desiderio di rivendicazione non si possono imparare.
Come maschio conosco bene l’adrenalina, l’emozione per il gesto del lancio della
bottiglia contro i blindati, la sfida scudi contro scudi, e so quanto sia
emblematica di una subalternità simbolica a un’idea povera di conflitto e di
potere. Conosco il richiamo del modello eroico del guerrigliero, la seduttività
del capo carismatico che sta al vertice di un sistema di organizzazione
collettiva “alternativa” ma finisce per essere comunque capo-branco.
Se quando parliamo di violenza di genere critichiamo la moda di ragazze e
ragazzi di dimostrarsi l’amore legando lucchetti alle catene con i nomi della
coppia, possiamo chiedere alle persone di essere “maglie di una catena” o i
nostri movimenti devono costruire relazioni libere e solidali?
Insomma: troppo spesso affermazioni apparentemente “radicali” portano con sé la
rinuncia alla radicalità.
Se l’indignazione morale sostituisce l’analisi
È il caso, ad esempio, della frase: “tutte le forme di violenza vanno
condannate”. Ovvio. Ma questa affermazione, apparentemente radicale, finisce per
fermarsi a “condannare” tutte le violenze, occultando però le radici culturali e
sociali di questa specifica forma di violenza. Una semplificazione che la destra
usa per ribaltare il senso di questa condanna: “anche la violenza contro gli
uomini va condannata”, fino a promuovere un centro per “uomini maltrattati” a
Roma. Uomini che subirebbero violenza dalle donne. Si tratta, evidentemente, di
una distorsione retorica: chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi
e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave
la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale
specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di
genere. Ogni volta dobbiamo ripetere che se una donna viene uccisa per rapinarla
non si tratta di un femminicidio. Così quando discutemmo della legge Zan sulla
violenza omofoba, misogina, o transfobica non indicavamo, come si obiettò,
“categorie” di persone più meritevoli di protezione, ma un sistema che genera
queste violenze e che, ad esempio, connette la violenza omofoba a quella
misogina.9 Il disprezzo e l’irrisione per la “checca” è verso un uomo
“effemminato”, che ostenta i vizi che sanciscono l’inferiorità femminile:
l’eccessiva sensibilità, la voce querula priva di autorità, l’emotività.
L’omosessuale è posto nella condizione “degradante” della passività, di chi
“subisce” la penetrazione che produce e conferma la complementarietà gerarchica
tra uomini e donne. Ma il gesto del dito medio usato nei cortei, indistinguibile
dai litigi ai semafori, non fa ricorso alla penetrazione come atto di dominio?
Proprio i litigi ai semafori mostrano che la cultura patriarcale genera violenza
tra uomini. Violenza per difendere il proprio onore, per confermare la propria
virilità o per imporla come modello… Ricordare che “l’ordine patriarcale” genera
violenza anche tra uomini non sollecita (c’è bisogno di spiegarlo?) compassione
verso gli uomini, rimuovendo le differenze di potere e privilegio, ma evidenzia
come questo ordine pervada tutte le relazioni e gli spazi sociali. Per produrre
una critica (e dunque una pratica trasformativa) più radicale a quest’ordine.
La responsabilità del posizionamento non diventi autoreferenzialità
Abbiamo collocazioni diverse nell’ordine di genere, ma se ne riconosciamo il
carattere pervasivo, se siamo in grado di vedere che agisce non solo attraverso
la mera oppressione, se ne riconosciamo la capacità “egemonica” di colonizzare i
nostri sguardi, i nostri desideri, l’esperienza che facciamo nei/dei nostri
corpi, dobbiamo provare a costruire pratiche e relazioni (politiche) in grado di
affrontare questa complessità.
Avere uno “sguardo situato”, consapevole della propria parzialità, non può voler
dire rassegnarsi a posizioni autoreferenziali e reciprocamente indifferenti tra
soggettività con diverse posizioni nell’ordine di genere. Deve, al contrario,
promuovere relazioni reciprocamente trasformative, di ascolto e di
interrogazione tra soggettività diverse. Questa frase può apparire involuta, ma
racconta di contraddizioni molto concrete che abbiamo incontrato anche
recentemente nel dibattito pubblico.
Prendo ad esempio un articolo comparso sulla newsletter Bolena dal titolo
“Perché gli uomini non possono essere femministi”10 che parte proprio dalla
citazione di Haraway sui “saperi situati” per cui “ogni conoscenza nasce da una
posizione specifica nel mondo: un corpo, un luogo sociale, una storia, un
insieme di vincoli e possibilità”, per dire che chi ha una collocazione di
privilegio non può essere parte di un processo trasformativo.
La socializzazione maschile non è un tratto individuale modificabile a piacere
perché è una struttura incorporata. Voglio essere chiara, non è ipocrisia
individuale, ma un problema di posizione sociale e di habitus incorporato, nel
senso in cui lo intende Pierre Bourdieu: “gli individui tendono a replicare,
anche nei contesti più progressisti, le strutture di potere interiorizzate nel
corso della vita”.
I gruppi marginalizzati producono forme di sapere più capaci di identificare le
gerarchie di potere, proprio perché le subiscono. Questo sapere non può essere
replicato da chi occupa il polo dominante.
Ma, dice Bourdieu, anche la socializzazione femminile è una struttura
incorporata. Anzi l’incorporazione è soprattutto un atto di dominio che segna i
dominati.
Anche quando sembra fondato sulla forza nuda, quella delle armi, o del denaro…
il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza […] è
l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto
forma di schemi di percezioni e di disposizioni (ad ammirare, rispettare, amare)
che rendono sensibili a certe manifestazioni del potere. Questa “violenza
simbolica” apre, per Bourdieu uno spazio per una “lotta cognitiva sul senso
delle cose del mondo e in particolare delle realtà sessuali e una possibilità di
resistenza contro l’effetto dell’imposizione simbolica”.
E proprio Donna Haraway, che ha proposto la nozione di “saperi situati”, osserva
che:
“nel femminismo molte correnti cercano di teorizzare le ragioni per considerare
particolarmente affidabili i punti di vista di chi è soggiogato; ci sono buoni
motivi per ritenere che la visuale è migliore sotto le brillanti piattaforme
spaziali dei potenti […] acquisire la capacità di vedere dalle periferie e dal
profondo offre certi vantaggi. Ma presenta il serio pericolo di romanticizzare
e/o di appropriarsi della visione dei meno potenti mentre si afferma di vedere
dalla loro posizione. Le posizioni dei soggiogati non sono esenti da revisione
critica, decodifica, decostruzione e interpretazione; cioè da indagini
semiologiche ed ermeneutiche. Le posizioni dei soggiogati non sono innocenti.
Il rischio che Haraway indica e cioè quello di “romanticizzare” le posizioni
degli oppressi e appropriarsi della loro visione riguarda proprio una radicalità
che finisce col risultare paternalistica.
Quando l’anticolonialismo diventa coloniale
In questi mesi ci siamo trovati a vivere l’angoscia per le immagini del
genocidio a Gaza e a costruire mobilitazioni contro la complicità dei governi
occidentali alla violenza israeliana. Le timidezze, i ritardi, quando non le
ambiguità, delle grandi organizzazioni che tradizionalmente hanno rappresentato
l’ossatura delle mobilitazioni contro la guerra, e che avrebbero potuto offrire
a questa mobilitazione una memoria e una cultura alternativa alla guerra, hanno
lasciato il campo ad organizzazioni portatrici di culture minoritarie che hanno
condizionato lo sviluppo.
In questi mesi mi sono trovato più volte a discutere una malintesa idea di
“radicalità” che ha portato a proporre parole d’ordine semplificate quando non
ambigue che hanno prestato il fianco a quanti volevano liquidare questa
mobilitazione come filo Hamas.
Possiamo sostenere la lotta anticoloniale di liberazione dei palestinesi senza
considerare “il popolo palestinese” un tutt’uno, unito nella condizione di
vittima e identificato in una identità nazionale omogenea che critichiamo quando
parliamo della nostra appartenenza? La patria che abbiamo messo in discussione
contrastando le retoriche identitarie della nostra destra, può rientrare dalla
finestra quando contrastiamo l’oppressione coloniale? Abbiamo bisogno di fare
riferimento a concetti come patria, martiri e popolo per solidarizzare con chi
resiste e si oppone al colonialismo?
Proprio da un giovane ricercatore di Gaza arriva una risposta a questa retorica:
Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione11: “Nonostante
l’intenzionale disumanizzazione del nostro popolo e l’emarginazione dei nostri
uomini, Gaza sta dando alla luce un nuovo tipo di mascolinità — basato non sul
militarismo o sullo stoicismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche
nella fame. Mostrando ai propri figli il dolore, la paura e la dolcezza, questi
padri stanno dimostrando una forza autentica. Le nostre lacrime non sono un
segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di
schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni, e la nostra volontà di non
diventare insensibili a questo dolore, sono una forma di resistenza. Questi
momenti rivelano qualcosa che raramente appare nella copertura mediatica
internazionale: dietro le immagini di militanti o di vittime coperte di polvere,
ci sono uomini intrappolati tra un genocidio in corso e il peso di sostenere una
concezione ereditata della mascolinità”.
I media globali spesso appiattiscono gli uomini palestinesi in archetipi —
minacce o statistiche — privandoci della nostra complessità e umanità.
Per sostenere “la resistenza palestinese” dobbiamo rimuovere le scelte diverse e
le diverse culture che la attraversano? Possiamo dire che c’è differenza tra una
componente laica, progressista e nonviolenta e una componente militarista
confessionale e rigidamente gerarchica? Ma, si dice: noi non possiamo giudicare
chi si batte in quelle condizioni, dobbiamo dare loro il nostro sostegno. Ma il
nostro è un sostegno umanitario o è il riconoscimento di un’interlocuzione
politica? Se quella lotta parla anche di noi e dell’ordine internazionale
dobbiamo anche discutere delle scelte politiche e delle loro implicazioni?
Anche qui è evidente il rischio di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi
con uno sguardo paternalistico e coloniale, ma anche di esercitare la nostra
comoda intransigenza sulla pelle dei e delle palestinesi. Un po’ come, se il
paragone non è troppo urticante, chi incita “l’eroica resistenza” contro
l’invasione russa, fino all’ultimo ucraino.
Come costruire relazioni, politiche, umane, trasformative, e reciprocamente
trasformative, tra soggetti che hanno differenti collocazioni nelle intersezioni
tra poteri e sistemi di esclusione e oppressione? È possibile aprire uno spazio
di confronto, proporre riflessioni, anche lavoro di ricerca personale di
revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione delle pratiche
prodotte da soggetti oppressi, stigmatizzati o inferiorizzati?
Pensiamo anche al lavoro teorico che mette in discussione saperi consolidati,
alle attività di ricerca che si sviluppano nelle università, alle pratiche di
solidarietà. Richiamare alla responsabilità di riconoscere e dichiarare il
proprio punto di vista, la propria collocazione in una rete di poteri, privilegi
e relazioni è il contrario di una visione di esperienze autoreferenziali,
indicibili che preclude ogni ascolto, ogni interrogazione, ogni potenzialità
trasformativa delle relazioni e delle pratiche sociali.
È possibile una pratica maschile di critica del patriarcato?
Negli ultimi tempi la scelta del centro antiviolenza Artemisia di Firenze di
aprirsi alla partecipazione di uomini è stata l’occasione per l’emersione di una
più generale diffidenza di una parte del femminismo verso un impegno maschile
critico dell’ordine di genere. Non discuterò qui il tema specifica della
partecipazione degli uomini all’attività dei centri ma di questa “diffidenza”.
Negli ultimi anni si è sviluppato un nuovo fenomeno molto interessate che vede
gruppi di uomini organizzare festival, workshop, incontri pubblici, podcast,
percorsi di autocoscienza maschile per “decostruire la mascolinità tossica”.
Sono realtà che in buona fede approcciano il tema da questo punto di vista,
spinte da grandi intenzioni, per questo è molto difficile criticizzarle perché
solo per il fatto di porsi un dubbio pretendono riconoscimento e gli viene
spesso conferito. Anche questo non è nulla di diverso dalla proiezione, diciamo
dall’estensione, del sistema di privilegio in cui il maschile nasce-cresce-vive
nel nostro contesto sociale. La decostruzione diventa performance…
Quando uomini si riuniscono per raccontare pubblicamente come stanno “lavorando
su sé stessi”, il rischio è che la decostruzione diventi un palcoscenico, e non
un processo. La vulnerabilità maschile esibita può diventare una forma di
capitalizzazione morale, cioè più mostro la mia fragilità, più appaio
progressista... Invece di favorire una riflessione critica, questi movimenti
rischiano di fare della mascolinità un nuovo oggetto culturale da raccontare,
celebrare, indagare, trasformando gli uomini in esperti di sé stessi. In questo
modo, la parola maschile torna a essere centrale anche nella discussione su ciò
che il femminismo dovrebbe cambiare.12
Questa critica ha molti elementi di verità, soprattutto nella rappresentazione
mediatica che spettacolarizza e consuma. Ma possiamo dedurre da ciò una
“impossibilità” di una pratica maschile “antipatriarcale”?
Rosi Braidotti osserva che, “mancando loro la mancanza, non sono in grado di
partecipare al grande fermento di idee che sta scuotendo la cultura occidentale:
deve essere davvero penoso non avere altra opzione che quella di essere il
referente empirico dell’oppressore storico delle donne, e di essere chiamati a
rispondere delle sue atrocità”.
E Mario Mieli, riferimento storico del movimento omosessuale italiano, affermava
che “Non c’è soggettività(rivoluzionaria) senza (la condizione di) soggezione”
Teresa de Lauretis introducendo la nuova edizione del libro di Mieli osserva:
Mario non ha avuto il tempo di confrontarsi con il pensiero foucaultiano per
vedere come il desiderio non venga solo represso, ma anche costruito
socialmente, e come questa sia una forma di dominio13.
Questa “diffidenza” peraltro comprensibile, verso le pratiche sociali maschili
di critica al patriarcato, mi pare però dire agli uomini che non ha senso che
mettano in discussione l’ordine patriarcale perché questo offre loro non solo
privilegi materiali, ma una qualità piena della loro esperienza umana, delle
loro relazioni, nella loro sessualità.
Il discorso pubblico sulle maschilità stigmatizzate come l’omosessualità o
marginalizzate, come gli immigrati e la loro rappresentazione autoriflessiva
sono parte non solo di dispositivi tesi a ordinare gerarchicamente ma della
costruzione di un più complesso sistema di disciplinamento. L’esperienza
maschile è anch’essa un’esperienza alienata, colonizzata, schiacciata dal
riferimento al simbolico fallico e della virilità? Perché, altrimenti,
dovrebbero intraprendere un qualche cambiamento. Abbiamo, dunque, bisogno di
pensare una forma più complessa di dominio e dunque inventare una forma più
radicale e innovativa di critica del dominio.
Connell, altro riferimento teorico della riflessione sul maschile resta in un
modello tradizionale e, così, pensa impossibile questa pratica trasformativa.
Le forme di politica radicale che più ci sono familiari si fondano su una
mobilitazione della solidarietà intorno a un interesse comune. Ciò vale, per
esempio per la politica della classe operaia, per i movimenti di liberazione
nazionale, per il femminismo, e per il movimento di liberazione gay. Ma non può
in alcun modo essere la forma primaria di una politica anti sessista maschile,
perché il progetto di giustizia sociale nei rapporti tra i generi è diretto
contro gli interessi che gli uomini hanno in comune, non a favore di essi. In
generale, una politica antisessista è necessariamente una fonte di divisione fra
gli uomini e non di solidarietà14.
Ma il problema sta proprio nel restare alle forme di politica radicale che più
ci sono familiari. Non solo l’aggregazione di una “categoria” attorno a un
interesse comune contro un potere estraneo, non la mera inclusione o
acquisizione (decisiva) di specifici diritti, ma la rottura di un dominio che ci
attraversa e la trasformazione delle rappresentazioni, dei modelli che
condizionano le nostre vite.
In realtà anche il femminismo ha dovuto e voluto andare oltre la mera
“solidarietà” tra donne e costruire, con l’autocoscienza, percorsi di rottura
della propria internità all’ordine patriarcale. Ma quello che mi colpisce è più
la postura difensiva di queste reazioni.
Gli spazi non misti non sono una forma di esclusione, ma una pratica di
protezione…
Una nuova forma di occupazione del discorso femminista. Quando la decostruzione
maschile viene posta al centro del discorso pubblico, il femminismo diventa
sfondo, pretesto, cornice. La lotta delle donne smette di essere protagonista e
diventa funzione del percorso di crescita maschile.15
Non sono io a dire cosa questo significhi o meno per le donne. So quello che ha
prodotto per me. La pratica del separatismo ha prodotto uno sguardo sul mondo,
una nuova soggettività, che hanno messo in discussione la naturalità delle forme
di relazione e rappresentazione. Il femminismo ha posto a me, maschio
eterosessuale, bianco, cis, abile, occidentale, la necessità di pensare la mia
parzialità, di vedere la mia posizione di privilegio, ma anche di interrogare la
miseria prodotta da questo privilegio. Ogni forma di inferiorizzazione, di
stigma dell’altr* impone un disciplinamento a chi corrisponde, mai completamente
alla norma. Il potere segna le relazioni, produce un’esperienza alienata del
corpo dei dominanti, colonizza i nostri desideri, immiserisce la nostra
socialità…
Il fastidio verso l’impegno maschile nella critica all’ordine di genere
E così, se gli uomini vogliono fare qualcosa possono: finanziare centri
antiviolenza senza pretese di rappresentanza, fare lavoro operativo dietro le
quinte, rispettare gli spazi non misti senza reclamarne l’accesso, sostenere la
diffusione delle analisi femministe senza riformularle. Il ruolo degli uomini
non è parlare del femminismo, ma sostenere chi parla dal femminismo. La
trasformazione del maschile non avviene sul palco, ma nei contesti quotidiani in
cui gli uomini parlano tra uomini: gruppi informali di amici, famiglia, luoghi
di lavoro, sport e spogliatoi, contesti sociali dove si riproduce la violenza
simbolica.
Questa lettura esclude che un processo di cambiamento, consapevolezza e
trasformazione maschile possa costruire percorsi politici collettivi. Quello che
resta è una sorta di nuovo mecenatismo paternalistico senza confronto politico.
Io non mi definisco “femminista” perché non intendo appropriarmi di una pratica
che fa riferimento a una soggettività che non è la mia. Io provo a costruire un
percorso maschile di trasformazione e di critica all’ordine patriarcale che
parte dal disvelamento di questo ordine prodotto dal femminismo. Riconosco
questo debito e questa asimmetria e mi pongo in relazione con i diversi
femminismi né come “sostenitore”, né come ripetitore, allievo, o mero “alleato”.
Non attendo né maternage, né legittimazioni né indicazioni. (“Il femminismo non
può reggersi su un lavoro didattico verso gli uomini”16).
Credo più utile chiedermi cosa posso portare della mia specifica e irriducibile
esperienza nella relazione con diverse soggettività che pongono a critica
l’ordine patriarcale.
In fondo, in nome della radicalità, un femminismo antiessenzialista, rischia di
cadere in un nuovo essenzialismo:
Ci lasciamo invadere dalla speranza di una mascolinità diversa17.
Una diversa mascolinità non è una speranza astratta, riguarda la qualità della
mia vita. Tendo a diffidare del volontarismo degli uomini “buoni” e
dell’autocommiserazione maschile. Riconoscere che l’esperienza maschile non è un
destino legato all’esercizio del dominio, sperimentare altre forme di relazione,
scoprire le potenzialità del corpo maschile oltre la gabbia del simbolico
fallico che la riduce o a macchina o ad arma, riconoscere altre vite, altri
desideri, altri corpi è per me l’occasione per ripensare il mio stare al mondo.
Un percorso che non delego e per il quale non chiedo patenti.
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1
https://maschileplurale.it/news/set-2001-qla-nonviolenza-e-le-giornate-di-genovaq-di-sciccone-e-mcitoni/
2
https://www.mimesis-scenari.it/2020/07/24/il-fazzoletto-verde-simbolo-della-lotta-femminista-in-argentina/a
https://www.dinamopress.it/news/tre-colori-due-paesi-un-simbolo-panuelo-delle-donne-lottano/
3
https://maschileplurale.it/news/mag-2001-qlontane-dai-militari-lontane-da-chi-li-imitaq-di-edeiana-lmenapace-mlanfranco-ibarbarossa-lguidetti/
4
https://www.womenews.net/non-si-può-smantellare-la-casa-del-padrone-con-gli-attrezzi-del-padrone/
5 Audre Lorde, Age, Race, Class and Sex: Women Redefining Difference, Copeland
Colloquium, Amerst College, April 1980 Pubblicato in: Sister Outsider Crossing
Press, California 1984
6
https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf
7
https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf
8 la-nonviolenza-e-patriarcale (cit)
9
https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-zan-i-diritti-e-la-liberta-o-sono-per-tutti-o-non-sono-av0pvoyv
10 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
11 Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione pubblicato su
+972Magazine da A. J. il 30 giugno 2025
12 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
13 M. Mieli Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2017
14 R. Connel. Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale 1996
15 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
16 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
17 Idem
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