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Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
Maschi in guerra
La guerra ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne L'articolo Maschi in guerra proviene da Comune-info.
Combattere la violenza economica di genere
QUANDO SI PARLA DI VIOLENZA DI GENERE SIAMO ABITUATI A PENSARE A QUELLA FISICA E PER FORTUNA SEMPRE PIÙ SPESSO A QUELLA PSICOLOGICA, MOLTO MENO INVECE ALLA VIOLENZA ECONOMICA, UN ABUSO IN CRESCITA CHE ASSUME MOLTE FORME CON GRAVI CONSEGUENZE. DA MILANO ARRIVANO TRE BUONE NOTIZIE. LA PRIMA: C’È CHI SA OCCUPARSI DI QUESTO TEMA, COME LA COOPERATIVA CERCHI D’ACQUA. LA SECONDA: È NATA UNA COLLABORAZIONE CON MAG2, COOPERATIVA DI FINANZA ETICA, CHE APRE ORIZZONTI INEDITI. LA TERZA: È POSSIBILE PROTEGGERE IL PERCORSO AVVIATO Nel 2025 sono circa 6,4 milioni (il 31,9%) le donne italiane con età compresa tra 16 ai 75 anni ad avere subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Numeri allarmanti al quale vanno aggiunti quelli di altre forme di violenza, come quella psicologica e digitale, le molestie, il mobbing fino al femminicidio. Poi c’è la violenza economica di genere, che spesso sfugge alla triste contabilità del fenomeno, forse perché fatta rientrare nelle “normali usanze familiari” rimarcando quanto ancora la nostra cultura sia radicata nel patriarcato. D’altronde non è compito dell’uomo occuparsi dei soldi in casa, soprattutto della gestione del conto corrente, dei risparmi e degli investimenti? Una consuetudine tramandata da generazioni tramite stereotipi duri da debellare e che rappresentano il nucleo cognitivo del pregiudizio e della discriminazione. Ad accrescere la violenza economica sono convinzioni come “le donne non sono capaci e non sono interessante a gestire il denaro”, “non dovrebbero preoccuparsi delle questioni finanziarie” o “spetta agli uomini essere l’unico o il principale sostenitore economico della famiglia”. Pensieri che tendono a escludere le donne dalle decisioni finanziarie domestiche e a limitarne l’accesso alle risorse monetarie, di fatto, ostacolando la loro capacità di prendere decisioni economiche indipendenti e rendendole più vulnerabili alla violenza economica e al ricatto. Isolamento economico A dare forma ai pensieri possono essere innumerevoli azioni. Secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), la violenza economica coinvolge comportamenti volti a controllare la capacità di un individuo di acquisire, utilizzare o accumulare denaro, credito, proprietà o altre risorse, danneggiando la sua sicurezza economica e la sua capacità di raggiungere l’autosufficienza finanziaria. Nel concreto, l’uomo può vietare alla donna di avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito personali, ma pure negare l’accesso ai conti bancari condivisi, ai fondi di risparmio, o anche ai soldi per le necessità quotidiane. Può controllare le spese con la richiesta di scontrini e ricevute e tenerla all’oscuro dalle decisioni finanziarie importanti all’interno della famiglia o anche dalla conoscenza dello stato patrimoniale della famiglia. Può sottrarle i fondi personali in modo equivoco oppure indurla a fare investimenti rischiosi o a contrarre debiti, come accollarsi prestiti o fare acquisti a credito contro la sua volontà. Non solo. È violenza anche ostacolare il suo percorso formativo e impedendole di lavorare e, di conseguenza, di avere un reddito autonomo. Comportamenti che non lasciano segni visibili, ma minano l’autonomia della donna rendendola, di fatto, ricattabile e succube alle decisioni dell’uomo. Le conseguenze sulle donne Se nell’immaginario popolare le donne in situazioni di dipendenza economica vengono considerate spesso delle fortunate “mantenute”, nella realtà le conseguenze possono essere gravi e minano stabilità e benessere generale a breve e lungo termine. Il mancato controllo monetario può portare a emozioni negative legate all’insicurezza finanziaria che generano forme di depressione, ansia, stress, disturbo da stress post-traumatico e scarsa qualità della vita. Gli stessi sintomi possono derivare dal mancato sviluppo personale e professionale. Nelle forme più acute può esporre all’indebitamento, alla disoccupazione e alla mancanza delle risorse finanziarie necessarie per la sopravvivenza quotidiana. Non solo. La povertà associata alla violenza economica può portare anche a conseguenze negative per la salute, ad esempio inducendo la donna a rinunciare alle cure sanitarie o a fare ricorso ad alcol e droghe per far fronte alla violenza. Un abuso in crescita Secondo il sondaggio del 2023 realizzato da WeWorld il 49% delle donne italiane avrebbe subito violenza economica almeno una volta nella vita, percentuale che sale al 67% tra le donne divorziate o separate. Inoltre 1 donna su 10 dichiara che il partner le ha negato di lavorare, 1 donna separata o divorziata su 4 dichiara di aver subito decisioni finanziarie prese dal suo partner senza essere stata consultata prima e che quasi 1 italiano su 2 pensa che le donne siano più spesso oggetto di violenza economica perché hanno meno accesso degli uomini al mercato del lavoro. Visione confermata dai dati. In Italia lavora poco più di 1 donna su 2 contro il 70,4 per cento degli uomini e il paese è all’85° posto su 148 nella classifica mondiale del contrasto al divario di genere. Alle minori opportunità di lavoro corrispondono, a parità di livello di istruzione e tipologia di impiego, anche retribuzioni più basse, fattore che favorisce il propagarsi della violenza economica.   Il progetto di Cerchi d’Acqua Cerchi d’Acqua, realtà fondata nel 2000 nella ricca Milano, riferimento del “1522” (numero nazionale contro la violenza di genere) in città e tra i fondatori dell’associazione nazionale D.i.Re. (Donne in Rete Contro la Violenza), afferma che la violenza economica, sulla base dei dati raccolti in forma anonima ogni anno, è salita dal 22% nel 2022 al 31% nel 2024. Un aumento dovuto alla maggior consapevolezza delle donne che si sono rivolte al Centro e hanno avviato percorsi di uscita dalla violenza. Per affrontare l’incremento delle richieste, l’equipe di Cerchi d’Acqua ha avviato un paio di anni fa uno sportello per contrastare la violenza economica e avviare percorsi di autonomia delle donne fornendo gli strumenti concreti necessari per il loro reinserimento lavorativo, rafforzandone autostima, capacità professionale e indipendenza. Tra le molte attività previste, percorsi psicologici individuali e di gruppo, incontri di orientamento al lavoro e workshop tematici. Quest’anno, grazie alla collaborazione con MAG2, cooperativa di finanza etica attiva dal 1980, si è messo a punto un progetto che prevede anche consulenza finanziaria personalizzata e incontri di gruppo sulla finanza etica, perché è importante anche orientare le scelte verso un’economia solidale e benefica per i beni comuni. Presentato al bando Impatto+ 2025 “Oltre la violenza, l’indipendenza” di Gruppo Banca Etica con il nome “Sostieni il cammino all’autonomia delle donne: no alla violenza economica”, il progetto è stato selezionato tra i vincitori che possono accedere alla raccolta fondi su Produzioni dal Basso. Un crowdfunding iniziato il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con possibilità di effettuare donazioni fino al 24 gennaio 2026 nell’apposita pagina del portale. “Il nostro desiderio è ridare l’indipendenza economica alle donne, un passo fondamentale non solo per la loro autonomia, ma anche per aiutarle a uscire dalla violenza”, dicono le socie di Cerchi d’Acqua che stanno portando avanti il progetto. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Combattere la violenza economica di genere proviene da Comune-info.
Maschi in guerra
E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì, perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio – sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre. Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del Neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne, ma in quanto oppresse e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale. Le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà. E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato l’attualità (non è solo un retaggio del passato) e la pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste. Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio, ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono anche le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine. “Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale, una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta. Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono, ma dall’altra parte non c’è una donna violata, non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori, ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.     Guido Viale
Sessualità e liberazione: perché abbiamo bisogno di rileggere Reich
Sono ancora attuali le analisi di Wilhelm Reich che collegano la “miseria sessuale delle masse” alle devianze contemporanee: molestie, stupri, pedofilia, femminicidi, violenza di genere e dominio patriarcale. Nel pieno di una crisi sociale segnata da femminicidi quotidiani, violenze sessuali, abusi sui minori, pornografia estrema, mercificazione dei corpi e solitudini affettive di massa, tornare a Wilhelm Reich non è un esercizio accademico ma un’urgenza politica e culturale. Le devianze che attraversano la società contemporanea non sono mostruosità individuali isolate, ma l’esito patologico di una repressione sistemica del desiderio, di un’educazione affettiva mutilata e di rapporti di potere che trasformano la sessualità in dominio, possesso e violenza. La cosiddetta “emergenza sicurezza”, spesso evocata per rispondere a stupri e femminicidi, ignora deliberatamente le radici profonde di questi fenomeni. Reich le aveva già individuate quasi un secolo fa: nella miseria sessuale delle masse, nella colpevolizzazione del corpo, nella famiglia autoritaria, nella morale repressiva che non elimina l’istinto ma lo deforma, lo perverte, lo rende distruttivo. È in questo solco che il presente va interrogato, analizzando la sessualità come espressione repressa, a volte, nel popolo per mancanza di libertà anche dal bisogno economico oltre che da firme di schiavitù culturale come lo sono il machismo e il patriarcato e, in positivo, la sessualità come liberazione e riscatto delle masse. Ed è davvero molto attuale la figura di Wilhelm Reich che fu allievo di Sigmund Freud per poi allontanarsene, a partire dal 1927, a mano a mano che il suo interesse scientifico  andò concentrandosi sugli aspetti sociali delle nevrosi. Laureatosi in medicina nel 1922 all’Università di Vienna, con l’affermazione del nazismo Reich fuggì dall’Austria e nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove continuò le sue ricerche. Nel 1947, a seguito di una serie di articoli sull’energia orgonica pubblicati su The New Republic e Harpers, la Food and Drug Administration (FDA), iniziò a investigare sulle affermazioni di Reich in merito alla terapia orgonica, di cui impedì la promozione come trattamento medico. Processato per aver violato il divieto della FDA, fu condannato a 2 anni di reclusione. Nell’agosto del 1956, secondo alcune fonti, le sue opere furono bruciate dalla Food and Drug Administration. Reich morì in prigione per un attacco cardiaco un anno dopo, il giorno prima del suo rilascio. La miseria sessuale delle masse Lavorando nei centri di igiene sessuale, Reich entra in contatto diretto con giovani, donne e proletari, con le loro difficoltà materiali, con l’impossibilità di vivere una sessualità libera e appagante, con ciò che definirà la miseria sessuale delle masse. Una miseria che oggi assume forme nuove ma non meno drammatiche: relazioni basate sul controllo, sull’umiliazione, sull’uso del corpo dell’altro come oggetto, fino alle forme estreme dello stupro e del femminicidio. Reich riconosce nella sessualità il terreno privilegiato della repressione. Secondo Freud l’aggressività è una pulsione problematica, derivata dall’istinto di morte; per Adler una deviazione patologica dell’aspirazione alla superiorità; per Reich, invece, una potenzialità legittima che solo una repressione sessuale sistematica riesce a deviare verso obiettivi distruttivi. È in questa deviazione che si collocano molte delle violenze contemporanee: l’energia vitale non liberata si trasforma in dominio, sadismo, annientamento dell’altro. Assistendo alle repressioni poliziesche contro le manifestazioni operaie a Vienna, Reich si interroga su un paradosso che oggi resta attuale: perché gli oppressi non reagiscono? Trasferitosi a Berlino nel 1930, osserva il divario tra condizioni materiali e ideologia delle masse. Quel divario oggi si manifesta nella contraddizione tra una società che ipersessualizza i corpi e, allo stesso tempo, ne reprime l’autonomia, soprattutto quella femminile. L’ideologia dominante può imporsi solo se trova terreno fertile in una struttura caratteriale collettiva. Nel saggio “Analisi del carattere” Reich critica le concezioni che spiegano la storia a partire dalle pulsioni anziché dai rapporti sociali. Sono questi ultimi a deformare i bisogni umani, producendo soggettività incapaci di vivere relazioni non violente. In questo senso, la pedofilia, lo stupro e la violenza di genere non sono deviazioni naturali, ma esiti socialmente prodotti. Gli impulsi sessuali repressi, impossibilitati a esprimersi, si trasformano nel loro contrario. L’Es diventa un serbatoio di tensioni, l’Io il custode della repressione. Il carattere si struttura come una corazza, un irrigidimento che rende l’individuo incapace di empatia, di ascolto, di riconoscimento dell’altro come soggetto. È qui che maturano le condizioni psicologiche della violenza maschile: non nel desiderio, ma nella sua mutilazione. La nevrosi, per Reich, è sempre attuale: ciò che viene impedito è l’accesso alla genitalità intesa come pienezza relazionale, non come atto tecnico o performativo. Quando questa pienezza è negata, la sessualità regredisce, si perverte, si scarica in forme pregenitali che includono la sopraffazione e la distruzione. L’utopia della sessualità liberata Se la società si oppone alla natura sessuale dell’essere umano, occorre denunciare il moralismo puritano e sostituirlo con una sessuoeconomia capace di liberare le energie imprigionate. Reich contrappone l’individuo sano, in contatto con il proprio corpo, al nevrotico, prodotto di una morale coercitiva. Oggi questa distinzione si riflette nella frattura tra relazioni fondate sul consenso e relazioni basate sul potere. L’impossibilità di raggiungere la potenza orgastica – intesa come abbandono fiducioso e reciproco – produce una stasi energetica che si traduce in aggressività. Non è un caso che molte forme di violenza sessuale siano caratterizzate dall’assenza totale di piacere condiviso e dalla centralità dell’umiliazione dell’altro. La corazza caratteriale si forma precocemente, attraverso educazioni autoritarie, silenzi sul corpo, colpevolizzazione del desiderio. Essa genera individui rigidi, incapaci di gioco, di tenerezza, di vulnerabilità. Questa povertà affettiva è il terreno su cui prosperano misoginia, possesso, odio verso l’autonomia femminile. Per Reich, la cura non riguarda il singolo sintomo, ma il carattere nel suo insieme. Allo stesso modo, oggi, non basta punire il singolo atto di violenza: occorre smantellare la cultura che lo rende possibile, la pedagogia che lo prepara, l’immaginario che lo giustifica. Reich e la sinistra psicanalitica: desiderio, potere, violenza Deleuze e Guattari, con L’Anti-Edipo, riprendono Reich mostrando come il desiderio venga catturato e normalizzato. Il vuoto prodotto dalla repressione non genera libertà, ma consumo, oggettificazione, mercificazione dei corpi. Anche la pornografia violenta contemporanea può essere letta in questa chiave: non liberazione del desiderio, ma sua colonizzazione. La psicoanalisi tradizionale, solidale con la famiglia autoritaria, tende a privatizzare ciò che è sociale. Ma le violenze di genere dimostrano che il problema non è individuale: è strutturale. Il bambino non nasce violento; lo diventa in un mondo che reprime, umilia, impone ruoli di dominio e sottomissione. Educare senza distruggere, come scrive Reich, significa rompere la catena che trasforma la repressione in violenza. Significa riconoscere che femminicidi, stupri e abusi non sono “devianze inspiegabili”, ma il prodotto coerente di una società che teme il desiderio libero e preferisce controllarlo. Il progetto reichiano, con tutte le sue contraddizioni, resta attuale proprio perché pone una domanda radicale: che tipo di società produce soggetti capaci di amare senza distruggere? Finché questa domanda resterà elusa, la miseria sessuale delle masse continuerà a manifestarsi nelle sue forme più tragiche.   Laura Tussi
Alfabeti per mondi nuovi
ALCUNE DONNE SI SONO REINVENTATE COME GRUPPO DI COMPAGNE TESSITRICI DI OPERE ARTISTICHE COLLETTIVE. LO HANNO FATTO PRIMA CON I PAPAVERI ROSSI IN OCCASIONE DEL 25 APRILE, POI PER IL CORTEO DI NONUNADIMENO DEL 22 NOVEMBRE, INTRECCIANDO IDEE E SIMBOLI DIVERSI, TRA SAGOME DI DONNE, BANDANE TRIANGOLARI, DIVINITÀ FEMMINILI E MASCHERE DELLA CATRINA MASSICANA. IL RISULTATO, IN ENTRAMBI I CASI, È STATO POTENTE. HA SCRITTO MARIA LAI: “L’ARTE È PER TUTTI QUELLI CHE SI INTERROGANO SULLE PROPRIE INQUIETUDINI” “L’arte è per tutti quelli che si interrogano sulle proprie inquietudini… Se l’arte fosse per pochi, non sarebbe da sempre nella nostra storia” (Maria Lai, Le carte RIDEFINIRE L’ARTE) Se voglio fare un bilancio di fine anno per il progetto collettivo di Tessiture di Pace, inserito nella cornice del Polo Civico Esquilino, posso esplicitare in modo significativo e sincero che per me ha dato luogo al raggiungimento di due desideri che tenevo nel cassetto da molto, moltissimo tempo, alla luce di una riflessione molto più generale di un linguaggio artistico ricercato e che diventa sicuramente, nell’immediato, fruibile e di facile lettura come possono essere i simboli, come molte altre forme d’arte da tutte le persone comprese, come lo sono le leggende, le fiabe e i miti. E i miei desideri si sono realizzati proprio in due date significative da un punto di vista politico, visti i tempi in cui viviamo: il 25 aprile 2025 e il 22 novembre 2025 durante il corteo, in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Sono sempre stata alla ricerca di linguaggi comunicativi, magari svincolati dalle parole, quelle che, come sostiene Goliarda Sapienza, possono mentire, linguaggi artistici significativi e poetici facilmente riconoscibili, che non hanno bisogno di spiegazioni lunghe ed elaborate. Proprio come la istallazione collettiva dei “Mille papaveri rossi” Comunità è Resistenza! Questo il primo desiderio avverato: promuovere e realizzare con tante compagne tessitrici una opera artistica collettiva. Da un piccolo fiore simbolico, il papavero, mille e più hanno dato energia, spessore, profondità, bellezza all’opera. Grazie alle mani sapienti che li hanno realizzati! Si tratta certamente di un’arte di tipo relazionale dove tutte noi tessitrici di pace siamo state protagoniste e artiste dell’evento stesso, non solo della produzione dei papaveri, ma anche della “posa in opera”, della istallazione vera e propria, che emerge come una azione collettiva del nostro tempo e della nostra società del rione Esquilino (leggi anche Mille papaveri rossi). Il secondo desiderio, non meno simbolico del primo, rimanda ad un tempo arcaico e archetipico: portare durante una manifestazione, in un corteo le divinità femminili che sono, per me, le nostre radici, le antenate dalle quali veniamo e con le quali avrei voluto camminare nelle nostre battaglie. Tuttavia quando abbiamo pensato alla partecipazione del corteo di Nonunadimeno previsto per il 22 novembre, a Roma, non avevo proprio in mente cosa sarebbe potuto emergere dall’incontro per decidere la nuova proposta artistica. Non c’era una intensione chiara e definita, ma c’erano diverse proposte e idee. Ed è stata anche questa una sorpresa inaspettata! Il processo di decisione intrapreso che richiama, a mio avviso, in modo inequivocabile, la modalità che seguono le comunità indigene e le moderne società matriarcali. Un dono inaspettato… Nel processo decisionale svolto nelle due orette condivise, tra un punto di uncinetto e gomitoli di lana regalata, abbiamo avuto modo di mettere sul tavolo tutte le proposte che sono arrivate di cui abbiamo parlato, cercato di capire come realizzarle, trovare il tipo di materiali che potesse andare meglio, stabilendo modalità di costruzione. La prima visualizzazione è stata il girotondo delle donne, le sagome stilizzate di San Lorenzo, quindi abbiamo preso la sagoma di donna e ci abbiamo lavorato su insieme, condividendo un principio di fondo valido per tutte noi presenti: realizzare un oggetto da concretizzare facilmente. Una articolazione che però fosse anche di impatto. E ragionando sulle bandane triangolari delle Mamme della Plaza de Mayo (erano pannolini di tela bianchi), movimento dopo movimento, sono diventati i triangoli fucsia del movimento di NonUnaDiMeno. Quindi triangolari, quindi il triangolo, quindi il simbolo antico delle donne, fin dal Paleolitico: il triangolo. La rappresentazione simbolica e sacra della vulva. Ma anche il simbolo del movimento delle nostre madri simboliche del Femminismo che scosse il Mondo.1 Non contente perché altre proposte apparivano nelle nostre menti, dietro il suggerimento di Sahra2, abbiamo messo in campo anche la Catrina Messicana, figura emblematica della cultura visiva messicana, che intreccia critica sociale, identità culturale contro il capitalismo statunitense, riflessione sulla morte (anche quella sociale della donna). Nasce da un archetipo antico della cultura precolombiana e della cultura indigena. Una figura che critica fuori dagli schemi. E così chi voleva poteva avere dipinto il volto con le maschere della Catrina e arricchito dal cerchietto con i nostri fiori, in stile Frida. Il risultato quel giorno è stato decisamente potente.3 La sagoma disegnata da Maria4, dono prezioso, non è una semplice sagoma di donna, solo nel momento che l’abbiamo vista in concreto, ho capito che si trattava di una antica divinità africana, la Dea Tanit5. Ed ecco che con una modalità condivisa anche questo secondo desiderio si concretizzava. Sfilare a braccetto con le compagne di sempre e con le dee a protezione, per celebrare con una modalità simbolica, la potenza dei corpi femminili. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Il risultato emerso: Ognuna di noi avrà un pannello (50 – 70) con disegnata la sagoma stilizzata di donna e con la vulva (triangolo rosso fatto a Uncinetto). Quindi cartone bianco, sagoma disegnata di nero, triangolo rosso. Bianco, Nero e Rosso i colori ancestrali e primari. 2 Sahra Caluori, performer, artista a tutto campo. Studiosa tra le altre protagoniste femminili, di questa figura rivoluzionaria, nostra truccatrice e ideatrice dei cerchietti alla Frida. La sposa nel mezzo del nostro gruppo. 3 Rimando alle foto presenti in molti social, anche sulla Repubblica in cartaceo del giorno dopo! 4 Maria Antonietta Sutto, designer di gioielli, ha disegnato questa sagoma in una grandezza da cartellone, volutamente nera, per essere inclusiva e rappresentare in primis tutte le protagoniste del gruppo Tessiture. Ma il progetto era stato immaginato alcuni anni fa, intitolato Sisterhood. Si tratta di un piccolo gioiello, un pezzo iconico di Agadez Design, ispirato alla dea madre africana Tanit. 5 Tanit, divinità femminile dell’Africa settentrionale, di origine fenicia. Anche il suo simbolo stilizzato consiste in un triangolo sormontato da un cerchio. Altri simboli a lei associati sono la colomba, il melograno e la palma. Dea dell’amore, del piacere e della fertilità. La sua presenza è stata riscontrata anche in alcune aree della Sardegna. Associata anche alla morte, la troviamo in una tomba presso il Monte Tanit nei pressi di Carbonia, un particolare: è rovesciata. -------------------------------------------------------------------------------- Roma, 22 novembre 2025. Foto di Nilde Guiducci: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alfabeti per mondi nuovi proviene da Comune-info.
Per un’altra radicalità
UN PENSIERO CRITICO CHE NON SIA ACCOMPAGNATO DALLA COSTANTE AUTOCRITICA, PER QUANTO DIFFICILE QUESTA POSSA ESSERE, È LIMITATO, FALSO, CERTAMENTE FUTILE. EPPURE, IN TANTI PEZZI DI SOCIETÀ IN MOVIMENTO L’AUTOCRITICA È MARGINALE OPPURE NON È APERTA, COME SE CI FOSSE UN ONORE DA DIFENDERE. RIUSCIAMO A RICONOSCERE E METTERE IN DISCUSSIONE I MODELLI GERARCHICI E LE DINAMICHE CHE PRODUCONO CONFORMISMO NEI MOVIMENTI CHE SI BATTONO AD ESEMPIO CONTRO LA GUERRA, IL GENOCIDIO IN PALESTINA, IL DOMINIO DEL PATRIARCATO? SIAMO CAPACI DI NON “ROMANTICIZZARE” LE POSIZIONI DEGLI OPPRESSI? COME POSSIAMO TOGLIERE DI MEZZO QUELLA RADICALITÀ PATERNALISTICA CHE SI APPROPRIA DELLE VISIONI DEL MONDO DI COLORO CHE SONO IN BASSO E QUEL LINGUAGGIO MILITARISTA CHE CONTINUA AD ATTRAVERSARE DIVERSI MOVIMENTI? NELLE PRATICHE DI TRASFORMAZIONE SOCIALE, MEZZI E FINI VANNO SEPARATI? ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI FARE RIFERIMENTO A CONCETTI COME PATRIA, MARTIRI E POPOLO PER SOLIDARIZZARE CON CHI RESISTE E SI OPPONE AL COLONIALISMO? DA SEMPRE ATTENTO AI TEMI DELLA NONVIOLENZA E PROMOTORE CON ALTRI DELLA RETE MASCHILE PLURALE, STEFANO CICCONE IN QUESTO ARTICOLO PROVA AD ALLARGARE UNA DISCUSSIONE SULLA POSSIBILITÀ DI COSTRUIRE PROPRIO IN QUESTO TEMPO CAOTICO PRATICHE POLITICHE SEMPRE MENO COLONIZZATE DALL’IMMAGINARIO PATRIARCALE -------------------------------------------------------------------------------- È possibile costruire pratiche politiche che non siano colonizzate dall’immaginario patriarcale? È possibile una politica che non accantoni o rimuova una domanda radicale di libertà e resti coerente nella critica di linguaggi, rappresentazioni e ruoli stereotipati di genere? Una politica trasformativa che non voglia separarsi dalla vita, richiede un continuo esercizio di svelamento delle dinamiche di potere, delle regole invisibili che plasmano gli spazi sociali e i soggetti che li abitano. È evidente che le forme di lotta, il linguaggio, i modelli organizzativi, i modi di vivere i conflitti non sono neutri. Non sono semplici “strumenti” a nostro servizio. Come maschio ho imparato a riconoscere come ci si può trovare a riprodurre modelli gerarchici, dinamiche che producono conformismo e omologazione anche partecipando a movimenti che si battono contro il dominio e l’oppressione. Queste dinamiche sono strettamente legate a un immaginario, a un simbolico e a un linguaggio patriarcale.1 “Essere” altro, non farsi colonizzare dal simbolico patriarcale Spesso le “invenzioni” che creiamo collettivamente vengono risucchiate all’indietro dalla capacità attrattiva di un immaginario potente perché egemonico, pervasivo, naturalizzato. Il simbolico patriarcale, l’immaginario fallico segnano lo spazio sociale e si riproducono continuamente, colonizzando e trasformando anche linguaggi e forme di lotta dei movimenti che si pongono in una critica radicale dell’ordine sociale. Il fazzoletto usato dalle donne sudamericane contro la violenza maschile reinventava il fazzoletto tradizionale recando il nome delle donne uccise2. Nelle manifestazioni promosse da Non una di meno nelle nostre città il fazzoletto viene usato, da una parte del movimento contro la violenza, per manifestare col volto coperto, proponendo una continuità con un immaginario che torna anche in alcuni slogan in cui, per esprimere la radicalità di una lotta, si subisce la metafora della violenza politica. Le tute bianche, nate in Italia per simboleggiare l’invisibilità del lavoro precario, divennero una “uniforme” in piazza, l’uso di strumenti passivi di difesa si torsero nella grande manifestazione del 2001 a Genova contro il G8 fino a proporre l’immagine della “testuggine”, lo scontro simmetrico “scudi contro scudi” della polizia. In occasione di quella manifestazione le donne promotrici dell’iniziativa “punto G” aprivano una critica al linguaggio militarizzato che attraversava il movimento altermondialista3. “Ancora di più il movimento antiliberista deve, a nostro avviso sviluppare modalità altre di contromanifestazione,… in virtù di un antagonismo inedito, non subalterno alla logica dello scontro di piazza, e al ruolo a cui la violenza delle forze dell’ordine ha deciso di “inchiodare” il movimento … Ci rivolgiamo agli uomini del movimento perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica, tattica strategia e schieramento. Monica Lanfranco, della rivista marea4 dieci anni dopo tornava a ricordarci, citando Audre Lorde, che Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone5. Ho citato due esperienze di mobilitazione plurali che considero preziose ma, per questo, ieri e oggi, ho provato a riflettere criticamente sulle loro forme. Oltre l’onore e il “patriottismo” di movimento Porre questi problemi, svelare queste contraddizioni vuol dire “attaccare” i movimenti? Anche qui dovremmo essere capaci di liberarci da riflessi condizionati che ci portano a “difendere l’onore” dei movimenti, a considerarli monoliti senza conflitti e differenze al loro interno e a riproporre in conclusione, la vecchia intimazione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Contro chi occulta la violenza maschile per difendere “il buon nome della famiglia” alcune associazioni di uomini sono stati in piazza col flash mob: “I panni sporchi si lavano in pubblico”. Voglio avere questa libertà e questa responsabilità anche per le mie famiglie politiche, il centro sociale o l’associazione, per le comunità che agiscono conflitti nella società e che non sono “soggetti” omogenei ma devono riconoscere e legittimare pluralità e conflitti al loro interno. Se non sopporto la retorica patriottarda delle appartenenze non voglio nemmeno cedere al patriottismo di partito o di movimento. Dal femminismo, e poi nella pratica di Maschile Plurale, ho imparato a cercare sempre una pratica politica che non sovrapponga l’astrattezza dei soggetti collettivi alle vite singole, che non tradisca l’esigenza di partire da sé. Proprio in un testo sulle giornate di Genova scrivemmo, come uomini impegnati nel percorso di Maschile Plurale, che: “Nonviolenza è innanzitutto ampliamento del conflitto…oltre i luoghi tradizionali per leggerlo nella quotidianità, nelle relazioni interpersonali. Insomma la nonviolenza come scelta di radicalità estrema e intransigente che non mette da parte i rischi di subalternità, non rinvia la loro tematizzazione a dopo la risoluzione dei “conflitti principali”. Perché ogni militarismo, dei potenti come degli oppressi, produce omologazione, lasciando i contendenti più simili di quanto non fossero prima dello scontro e azzerando le differenze e l’autonomia dei soggetti all’interno di ognuno degli schieramenti in lotta”. Per essere soggetti di trasformazione non possiamo pensarci innocenti ed estranei all’ordine di dominio che ci opprime e che al tempo stesso ha plasmato le nostre relazioni, i nostri desideri, i nostri linguaggi. Serve una tensione continua a essere altro da ciò che sottoponiamo a critica. Sandro Penna Scriveva: felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune. Troppo spesso, però, confondiamo la “radicalità” col tagliare corto, e evitiamo di misurarci con la necessità di andare alla radice delle forme di disciplinamento e dominio che affrontiamo. Troppo spesso ci diciamo che ci sono cose più urgenti che ragionare su come ci esprimiamo, come ci organizziamo. Ma ogni volta che lo facciamo scopriamo che le radici della violenza, del dominio sono molto prossime a noi. Richiamare l’attenzione su questo non vuol dire “attardarsi” su richiami pedanti, e tantomeno attentare all’”onore” delle nostre esperienze collettive, ma avere uno sguardo esigente e sulle nostre pratiche e le nostre culture condivise. La critica alle forme e ai linguaggi assunti dai movimenti di critica dell’esistente (e dunque il richiamo a non essere anch’essi riproduttori dell’ordine simbolico esistente) genera spesso dei fraintendimenti. Nei mesi scorsi avevo incontrato degli studenti che avevano avviato un percorso maschile di critica alla cultura patriarcale. Alcuni di loro, poi, hanno proposto il testo “la nonviolenza è patriarcale”, diffuso sul web col desiderio di tenere insieme un posizionamento antisessista e l’aspirazione a una “radicalità” non “annacquata” dalla “predica nonviolenta”. Di seguito alcuni brani: Se prendiamo questa filosofia al di fuori del panorama politico impersonale e la inseriamo in un contesto più realistico, la nonviolenza implicherebbe l’immoralità da parte di una donna di difendersi da un aggressore o di imparare l’autodifesa. Implicherebbe che per una moglie abusata sia meglio trasferirsi piuttosto che radunare un gruppo di donne per picchiare e cacciare il marito abusante. La nonviolenza sottolinea quindi che sia meglio che qualcun3 si lasci stuprare piuttosto che conficcare una matita nella giugulare del suo violentatore (perché fare ciò contribuirebbe ad incoraggiare future molestie). Il pacifismo non risuona nella quotidianità delle persone, a meno che queste non vivano in qualche stravagante bolla di tranquillità da cui tutte le forme di violenza reattiva pandemica della civiltà siano state scacciate dalla violenza sistemica e meno visibile delle forze di polizia e dei militari.6 Andiamo fuori strada se affrontiamo il problema come questione morale e non come questione politica. Il tema non è come giudichiamo moralmente una donna che reagisca a una violenza (inutile dire che fa bene a farlo, ma quante volte in tribunale si è colpevolizzata la donna che non ha reagito?) ma come costruiamo una pratica politica trasformativa contro la violenza di genere che, peraltro, è banalizzante ridurre alla sola violenza fisica. Proprio se affrontiamo la violenza maschile contro le donne come questione politica il ricorso alla violenza di autodifesa mostra la sua ambiguità perché riprivatizza il problema della violenza che il femminismo ha politicizzato. Il fenomeno della violenza di genere è riducibile alla singola aggressione a cui rispondere o riguarda un sistema di relazioni di potere che struttura lo spazio sociale? E la risposta alla violenza è meramente “repressiva”? (delegata al gruppo solidale o allo Stato poco cambia). La soluzione si riduce a un gruppo di donne che caccia il nemico abusante? Si può rimuovere il contesto sociale in cui la violenza è agita? Come affrontare la trama di condizionamenti, rappresentazioni, ruoli che segnano lo spazio sociale e che preparano, giustificano e occultano le relazioni di potere che sono alla base della violenza? Si possono rimuovere i vincoli economici e sociali che condizionano la libertà delle donne prima del confronto fisico? E cosa frena la reazione di una donna? Il giudizio morale sulla sua eventuale difesa da un’aggressione o la dipendenza economica, l’isolamento, la paura di perdere i figli, il mito sociale della famiglia? Analogamente, chi è che ha un’idea di libertà che non includa l’abilità delle donne di difendersi? Per poter rispondere alla presunzione secondo la quale le donne possano essere protette solo da grosse strutture sociali, l’attivista Sue Daniels ci ricorda che “Una donna può combattere un aggressore da sola… non è una questione di forza – ma di preparazione”. Paradossalmente è proprio la destra a offuscare la dimensione culturale della violenza e ridurre la risposta alla violenza a “autodifesa” diffondendo spray urticanti e corsi di arti marziali. Per non parlare del diritto all’autodifesa personale che, negli Usa, legittima la diffusione pervasiva delle armi da fuoco. In effetti: perché doversi affidare a una matita e non suggerire alle donne di girare armate? È il nostro modello di società? Uccidere un poliziotto che ha violentato transgender che vivevano di prostituzione; dare fuoco all’ufficio di una rivista che vende consapevolmente standard di bellezza che incoraggiano la bulimia e l’anoressia; rapire il presidente di una compagnia che gestisce traffico di donne: nessuna di queste azioni ostacolano la costruzione di una società giusta7. Dare fuoco a una rivista, o alle sedi di Provita, come ho sentito in uno slogan su cui ho espresso pubblicamente la mia critica, è una risposta all’altezza della sfida o si “accontenta” di un gesto che appare parte di una “guerra privata” che non chiama in causa il senso comune, il discorso pubblico, la libertà di chi non è coinvolt* in quell’azione? È più radicale o subalterno? Le trappole del fantasma della docilità femminile Il desiderio di contrastare la rappresentazione della “docilità” femminile può portare a non tener conto della potenza simbolica della violenza. Nel caso di uno stupro o di altre forme di molestia contro le donne, la nonviolenza implica le stesse lezioni che il patriarcato ha insegnato per millenni: elogiare la passività, il “porgere l’altra guancia”, una “sofferenza dignitosa” fra l3 oppress3… Dal momento che il patriarcato descrive una violenza unilaterale da parte degli uomini, le donne interrompono questa dinamica re-imparando la loro inclinazione alla violenza.8 Nel volume collettivo Sensibili guerriere, curato da Federica Giardini, ad esempio, emergono le tante trappole nella fuga dal fantasma della docilità femminile e i rischi di subalternità a un linguaggio e a un simbolico che conosco bene e di cui riconosco il segno patriarcale: [Nello scontro di piazza] Si comprende il proprio valore per la sopravvivenza del gruppo, si sa che se una maglia della catena cede crolla tutta la struttura e che, se hai scelto di essere una maglia, non puoi più tirarti indietro […] L’adrenalina e l’estasi di fronte a una massa che ti corre alle spalle, il senso di comunità, di fratellanza, di sicurezza (sembra assurdo) e il desiderio di e il desiderio di rivendicazione non si possono imparare. Come maschio conosco bene l’adrenalina, l’emozione per il gesto del lancio della bottiglia contro i blindati, la sfida scudi contro scudi, e so quanto sia emblematica di una subalternità simbolica a un’idea povera di conflitto e di potere. Conosco il richiamo del modello eroico del guerrigliero, la seduttività del capo carismatico che sta al vertice di un sistema di organizzazione collettiva “alternativa” ma finisce per essere comunque capo-branco. Se quando parliamo di violenza di genere critichiamo la moda di ragazze e ragazzi di dimostrarsi l’amore legando lucchetti alle catene con i nomi della coppia, possiamo chiedere alle persone di essere “maglie di una catena” o i nostri movimenti devono costruire relazioni libere e solidali? Insomma: troppo spesso affermazioni apparentemente “radicali” portano con sé la rinuncia alla radicalità. Se l’indignazione morale sostituisce l’analisi È il caso, ad esempio, della frase: “tutte le forme di violenza vanno condannate”. Ovvio. Ma questa affermazione, apparentemente radicale, finisce per fermarsi a “condannare” tutte le violenze, occultando però le radici culturali e sociali di questa specifica forma di violenza. Una semplificazione che la destra usa per ribaltare il senso di questa condanna: “anche la violenza contro gli uomini va condannata”, fino a promuovere un centro per “uomini maltrattati” a Roma. Uomini che subirebbero violenza dalle donne. Si tratta, evidentemente, di una distorsione retorica: chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere. Ogni volta dobbiamo ripetere che se una donna viene uccisa per rapinarla non si tratta di un femminicidio. Così quando discutemmo della legge Zan sulla violenza omofoba, misogina, o transfobica non indicavamo, come si obiettò, “categorie” di persone più meritevoli di protezione, ma un sistema che genera queste violenze e che, ad esempio, connette la violenza omofoba a quella misogina.9 Il disprezzo e l’irrisione per la “checca” è verso un uomo “effemminato”, che ostenta i vizi che sanciscono l’inferiorità femminile: l’eccessiva sensibilità, la voce querula priva di autorità, l’emotività. L’omosessuale è posto nella condizione “degradante” della passività, di chi “subisce” la penetrazione che produce e conferma la complementarietà gerarchica tra uomini e donne. Ma il gesto del dito medio usato nei cortei, indistinguibile dai litigi ai semafori, non fa ricorso alla penetrazione come atto di dominio? Proprio i litigi ai semafori mostrano che la cultura patriarcale genera violenza tra uomini. Violenza per difendere il proprio onore, per confermare la propria virilità o per imporla come modello… Ricordare che “l’ordine patriarcale” genera violenza anche tra uomini non sollecita (c’è bisogno di spiegarlo?) compassione verso gli uomini, rimuovendo le differenze di potere e privilegio, ma evidenzia come questo ordine pervada tutte le relazioni e gli spazi sociali. Per produrre una critica (e dunque una pratica trasformativa) più radicale a quest’ordine. La responsabilità del posizionamento non diventi autoreferenzialità Abbiamo collocazioni diverse nell’ordine di genere, ma se ne riconosciamo il carattere pervasivo, se siamo in grado di vedere che agisce non solo attraverso la mera oppressione, se ne riconosciamo la capacità “egemonica” di colonizzare i nostri sguardi, i nostri desideri, l’esperienza che facciamo nei/dei nostri corpi, dobbiamo provare a costruire pratiche e relazioni (politiche) in grado di affrontare questa complessità. Avere uno “sguardo situato”, consapevole della propria parzialità, non può voler dire rassegnarsi a posizioni autoreferenziali e reciprocamente indifferenti tra soggettività con diverse posizioni nell’ordine di genere. Deve, al contrario, promuovere relazioni reciprocamente trasformative, di ascolto e di interrogazione tra soggettività diverse. Questa frase può apparire involuta, ma racconta di contraddizioni molto concrete che abbiamo incontrato anche recentemente nel dibattito pubblico. Prendo ad esempio un articolo comparso sulla newsletter Bolena dal titolo “Perché gli uomini non possono essere femministi”10 che parte proprio dalla citazione di Haraway sui “saperi situati” per cui “ogni conoscenza nasce da una posizione specifica nel mondo: un corpo, un luogo sociale, una storia, un insieme di vincoli e possibilità”, per dire che chi ha una collocazione di privilegio non può essere parte di un processo trasformativo. La socializzazione maschile non è un tratto individuale modificabile a piacere perché è una struttura incorporata. Voglio essere chiara, non è ipocrisia individuale, ma un problema di posizione sociale e di habitus incorporato, nel senso in cui lo intende Pierre Bourdieu: “gli individui tendono a replicare, anche nei contesti più progressisti, le strutture di potere interiorizzate nel corso della vita”. I gruppi marginalizzati producono forme di sapere più capaci di identificare le gerarchie di potere, proprio perché le subiscono. Questo sapere non può essere replicato da chi occupa il polo dominante. Ma, dice Bourdieu, anche la socializzazione femminile è una struttura incorporata. Anzi l’incorporazione è soprattutto un atto di dominio che segna i dominati. Anche quando sembra fondato sulla forza nuda, quella delle armi, o del denaro… il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza […] è l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto forma di schemi di percezioni e di disposizioni (ad ammirare, rispettare, amare) che rendono sensibili a certe manifestazioni del potere. Questa “violenza simbolica” apre, per Bourdieu uno spazio per una “lotta cognitiva sul senso delle cose del mondo e in particolare delle realtà sessuali e una possibilità di resistenza contro l’effetto dell’imposizione simbolica”. E proprio Donna Haraway, che ha proposto la nozione di “saperi situati”, osserva che: “nel femminismo molte correnti cercano di teorizzare le ragioni per considerare particolarmente affidabili i punti di vista di chi è soggiogato; ci sono buoni motivi per ritenere che la visuale è migliore sotto le brillanti piattaforme spaziali dei potenti […] acquisire la capacità di vedere dalle periferie e dal profondo offre certi vantaggi. Ma presenta il serio pericolo di romanticizzare e/o di appropriarsi della visione dei meno potenti mentre si afferma di vedere dalla loro posizione. Le posizioni dei soggiogati non sono esenti da revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione; cioè da indagini semiologiche ed ermeneutiche. Le posizioni dei soggiogati non sono innocenti. Il rischio che Haraway indica e cioè quello di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi e appropriarsi della loro visione riguarda proprio una radicalità che finisce col risultare paternalistica. Quando l’anticolonialismo diventa coloniale In questi mesi ci siamo trovati a vivere l’angoscia per le immagini del genocidio a Gaza e a costruire mobilitazioni contro la complicità dei governi occidentali alla violenza israeliana. Le timidezze, i ritardi, quando non le ambiguità, delle grandi organizzazioni che tradizionalmente hanno rappresentato l’ossatura delle mobilitazioni contro la guerra, e che avrebbero potuto offrire a questa mobilitazione una memoria e una cultura alternativa alla guerra, hanno lasciato il campo ad organizzazioni portatrici di culture minoritarie che hanno condizionato lo sviluppo. In questi mesi mi sono trovato più volte a discutere una malintesa idea di “radicalità” che ha portato a proporre parole d’ordine semplificate quando non ambigue che hanno prestato il fianco a quanti volevano liquidare questa mobilitazione come filo Hamas. Possiamo sostenere la lotta anticoloniale di liberazione dei palestinesi senza considerare “il popolo palestinese” un tutt’uno, unito nella condizione di vittima e identificato in una identità nazionale omogenea che critichiamo quando parliamo della nostra appartenenza? La patria che abbiamo messo in discussione contrastando le retoriche identitarie della nostra destra, può rientrare dalla finestra quando contrastiamo l’oppressione coloniale? Abbiamo bisogno di fare riferimento a concetti come patria, martiri e popolo per solidarizzare con chi resiste e si oppone al colonialismo? Proprio da un giovane ricercatore di Gaza arriva una risposta a questa retorica: Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione11: “Nonostante l’intenzionale disumanizzazione del nostro popolo e l’emarginazione dei nostri uomini, Gaza sta dando alla luce un nuovo tipo di mascolinità — basato non sul militarismo o sullo stoicismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche nella fame. Mostrando ai propri figli il dolore, la paura e la dolcezza, questi padri stanno dimostrando una forza autentica. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni, e la nostra volontà di non diventare insensibili a questo dolore, sono una forma di resistenza. Questi momenti rivelano qualcosa che raramente appare nella copertura mediatica internazionale: dietro le immagini di militanti o di vittime coperte di polvere, ci sono uomini intrappolati tra un genocidio in corso e il peso di sostenere una concezione ereditata della mascolinità”. I media globali spesso appiattiscono gli uomini palestinesi in archetipi — minacce o statistiche — privandoci della nostra complessità e umanità. Per sostenere “la resistenza palestinese” dobbiamo rimuovere le scelte diverse e le diverse culture che la attraversano? Possiamo dire che c’è differenza tra una componente laica, progressista e nonviolenta e una componente militarista confessionale e rigidamente gerarchica? Ma, si dice: noi non possiamo giudicare chi si batte in quelle condizioni, dobbiamo dare loro il nostro sostegno. Ma il nostro è un sostegno umanitario o è il riconoscimento di un’interlocuzione politica? Se quella lotta parla anche di noi e dell’ordine internazionale dobbiamo anche discutere delle scelte politiche e delle loro implicazioni? Anche qui è evidente il rischio di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi con uno sguardo paternalistico e coloniale, ma anche di esercitare la nostra comoda intransigenza sulla pelle dei e delle palestinesi. Un po’ come, se il paragone non è troppo urticante, chi incita “l’eroica resistenza” contro l’invasione russa, fino all’ultimo ucraino. Come costruire relazioni, politiche, umane, trasformative, e reciprocamente trasformative, tra soggetti che hanno differenti collocazioni nelle intersezioni tra poteri e sistemi di esclusione e oppressione? È possibile aprire uno spazio di confronto, proporre riflessioni, anche lavoro di ricerca personale di revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione delle pratiche prodotte da soggetti oppressi, stigmatizzati o inferiorizzati? Pensiamo anche al lavoro teorico che mette in discussione saperi consolidati, alle attività di ricerca che si sviluppano nelle università, alle pratiche di solidarietà. Richiamare alla responsabilità di riconoscere e dichiarare il proprio punto di vista, la propria collocazione in una rete di poteri, privilegi e relazioni è il contrario di una visione di esperienze autoreferenziali, indicibili che preclude ogni ascolto, ogni interrogazione, ogni potenzialità trasformativa delle relazioni e delle pratiche sociali. È possibile una pratica maschile di critica del patriarcato? Negli ultimi tempi la scelta del centro antiviolenza Artemisia di Firenze di aprirsi alla partecipazione di uomini è stata l’occasione per l’emersione di una più generale diffidenza di una parte del femminismo verso un impegno maschile critico dell’ordine di genere. Non discuterò qui il tema specifica della partecipazione degli uomini all’attività dei centri ma di questa “diffidenza”. Negli ultimi anni si è sviluppato un nuovo fenomeno molto interessate che vede gruppi di uomini organizzare festival, workshop, incontri pubblici, podcast, percorsi di autocoscienza maschile per “decostruire la mascolinità tossica”. Sono realtà che in buona fede approcciano il tema da questo punto di vista, spinte da grandi intenzioni, per questo è molto difficile criticizzarle perché solo per il fatto di porsi un dubbio pretendono riconoscimento e gli viene spesso conferito. Anche questo non è nulla di diverso dalla proiezione, diciamo dall’estensione, del sistema di privilegio in cui il maschile nasce-cresce-vive nel nostro contesto sociale. La decostruzione diventa performance… Quando uomini si riuniscono per raccontare pubblicamente come stanno “lavorando su sé stessi”, il rischio è che la decostruzione diventi un palcoscenico, e non un processo. La vulnerabilità maschile esibita può diventare una forma di capitalizzazione morale, cioè più mostro la mia fragilità, più appaio progressista... Invece di favorire una riflessione critica, questi movimenti rischiano di fare della mascolinità un nuovo oggetto culturale da raccontare, celebrare, indagare, trasformando gli uomini in esperti di sé stessi. In questo modo, la parola maschile torna a essere centrale anche nella discussione su ciò che il femminismo dovrebbe cambiare.12 Questa critica ha molti elementi di verità, soprattutto nella rappresentazione mediatica che spettacolarizza e consuma. Ma possiamo dedurre da ciò una “impossibilità” di una pratica maschile “antipatriarcale”? Rosi Braidotti osserva che, “mancando loro la mancanza, non sono in grado di partecipare al grande fermento di idee che sta scuotendo la cultura occidentale: deve essere davvero penoso non avere altra opzione che quella di essere il referente empirico dell’oppressore storico delle donne, e di essere chiamati a rispondere delle sue atrocità”. E Mario Mieli, riferimento storico del movimento omosessuale italiano, affermava che “Non c’è soggettività(rivoluzionaria) senza (la condizione di) soggezione” Teresa de Lauretis introducendo la nuova edizione del libro di Mieli osserva: Mario non ha avuto il tempo di confrontarsi con il pensiero foucaultiano per vedere come il desiderio non venga solo represso, ma anche costruito socialmente, e come questa sia una forma di dominio13. Questa “diffidenza” peraltro comprensibile, verso le pratiche sociali maschili di critica al patriarcato, mi pare però dire agli uomini che non ha senso che mettano in discussione l’ordine patriarcale perché questo offre loro non solo privilegi materiali, ma una qualità piena della loro esperienza umana, delle loro relazioni, nella loro sessualità. Il discorso pubblico sulle maschilità stigmatizzate come l’omosessualità o marginalizzate, come gli immigrati e la loro rappresentazione autoriflessiva sono parte non solo di dispositivi tesi a ordinare gerarchicamente ma della costruzione di un più complesso sistema di disciplinamento. L’esperienza maschile è anch’essa un’esperienza alienata, colonizzata, schiacciata dal riferimento al simbolico fallico e della virilità? Perché, altrimenti, dovrebbero intraprendere un qualche cambiamento. Abbiamo, dunque, bisogno di pensare una forma più complessa di dominio e dunque inventare una forma più radicale e innovativa di critica del dominio. Connell, altro riferimento teorico della riflessione sul maschile resta in un modello tradizionale e, così, pensa impossibile questa pratica trasformativa. Le forme di politica radicale che più ci sono familiari si fondano su una mobilitazione della solidarietà intorno a un interesse comune. Ciò vale, per esempio per la politica della classe operaia, per i movimenti di liberazione nazionale, per il femminismo, e per il movimento di liberazione gay. Ma non può in alcun modo essere la forma primaria di una politica anti sessista maschile, perché il progetto di giustizia sociale nei rapporti tra i generi è diretto contro gli interessi che gli uomini hanno in comune, non a favore di essi. In generale, una politica antisessista è necessariamente una fonte di divisione fra gli uomini e non di solidarietà14. Ma il problema sta proprio nel restare alle forme di politica radicale che più ci sono familiari. Non solo l’aggregazione di una “categoria” attorno a un interesse comune contro un potere estraneo, non la mera inclusione o acquisizione (decisiva) di specifici diritti, ma la rottura di un dominio che ci attraversa e la trasformazione delle rappresentazioni, dei modelli che condizionano le nostre vite. In realtà anche il femminismo ha dovuto e voluto andare oltre la mera “solidarietà” tra donne e costruire, con l’autocoscienza, percorsi di rottura della propria internità all’ordine patriarcale. Ma quello che mi colpisce è più la postura difensiva di queste reazioni. Gli spazi non misti non sono una forma di esclusione, ma una pratica di protezione… Una nuova forma di occupazione del discorso femminista. Quando la decostruzione maschile viene posta al centro del discorso pubblico, il femminismo diventa sfondo, pretesto, cornice. La lotta delle donne smette di essere protagonista e diventa funzione del percorso di crescita maschile.15 Non sono io a dire cosa questo significhi o meno per le donne. So quello che ha prodotto per me. La pratica del separatismo ha prodotto uno sguardo sul mondo, una nuova soggettività, che hanno messo in discussione la naturalità delle forme di relazione e rappresentazione. Il femminismo ha posto a me, maschio eterosessuale, bianco, cis, abile, occidentale, la necessità di pensare la mia parzialità, di vedere la mia posizione di privilegio, ma anche di interrogare la miseria prodotta da questo privilegio. Ogni forma di inferiorizzazione, di stigma dell’altr* impone un disciplinamento a chi corrisponde, mai completamente alla norma. Il potere segna le relazioni, produce un’esperienza alienata del corpo dei dominanti, colonizza i nostri desideri, immiserisce la nostra socialità… Il fastidio verso l’impegno maschile nella critica all’ordine di genere E così, se gli uomini vogliono fare qualcosa possono: finanziare centri antiviolenza senza pretese di rappresentanza, fare lavoro operativo dietro le quinte, rispettare gli spazi non misti senza reclamarne l’accesso, sostenere la diffusione delle analisi femministe senza riformularle. Il ruolo degli uomini non è parlare del femminismo, ma sostenere chi parla dal femminismo. La trasformazione del maschile non avviene sul palco, ma nei contesti quotidiani in cui gli uomini parlano tra uomini: gruppi informali di amici, famiglia, luoghi di lavoro, sport e spogliatoi, contesti sociali dove si riproduce la violenza simbolica. Questa lettura esclude che un processo di cambiamento, consapevolezza e trasformazione maschile possa costruire percorsi politici collettivi. Quello che resta è una sorta di nuovo mecenatismo paternalistico senza confronto politico. Io non mi definisco “femminista” perché non intendo appropriarmi di una pratica che fa riferimento a una soggettività che non è la mia. Io provo a costruire un percorso maschile di trasformazione e di critica all’ordine patriarcale che parte dal disvelamento di questo ordine prodotto dal femminismo. Riconosco questo debito e questa asimmetria e mi pongo in relazione con i diversi femminismi né come “sostenitore”, né come ripetitore, allievo, o mero “alleato”. Non attendo né maternage, né legittimazioni né indicazioni. (“Il femminismo non può reggersi su un lavoro didattico verso gli uomini”16). Credo più utile chiedermi cosa posso portare della mia specifica e irriducibile esperienza nella relazione con diverse soggettività che pongono a critica l’ordine patriarcale. In fondo, in nome della radicalità, un femminismo antiessenzialista, rischia di cadere in un nuovo essenzialismo: Ci lasciamo invadere dalla speranza di una mascolinità diversa17. Una diversa mascolinità non è una speranza astratta, riguarda la qualità della mia vita. Tendo a diffidare del volontarismo degli uomini “buoni” e dell’autocommiserazione maschile. Riconoscere che l’esperienza maschile non è un destino legato all’esercizio del dominio, sperimentare altre forme di relazione, scoprire le potenzialità del corpo maschile oltre la gabbia del simbolico fallico che la riduce o a macchina o ad arma, riconoscere altre vite, altri desideri, altri corpi è per me l’occasione per ripensare il mio stare al mondo. Un percorso che non delego e per il quale non chiedo patenti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 https://maschileplurale.it/news/set-2001-qla-nonviolenza-e-le-giornate-di-genovaq-di-sciccone-e-mcitoni/ 2 https://www.mimesis-scenari.it/2020/07/24/il-fazzoletto-verde-simbolo-della-lotta-femminista-in-argentina/a https://www.dinamopress.it/news/tre-colori-due-paesi-un-simbolo-panuelo-delle-donne-lottano/ 3 https://maschileplurale.it/news/mag-2001-qlontane-dai-militari-lontane-da-chi-li-imitaq-di-edeiana-lmenapace-mlanfranco-ibarbarossa-lguidetti/ 4 https://www.womenews.net/non-si-può-smantellare-la-casa-del-padrone-con-gli-attrezzi-del-padrone/ 5 Audre Lorde, Age, Race, Class and Sex: Women Redefining Difference, Copeland Colloquium, Amerst College, April 1980 Pubblicato in: Sister Outsider Crossing Press, California 1984 6 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf 7 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf 8 la-nonviolenza-e-patriarcale (cit) 9 https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-zan-i-diritti-e-la-liberta-o-sono-per-tutti-o-non-sono-av0pvoyv 10 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 11 Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione pubblicato su +972Magazine da  A. J. il 30 giugno 2025 12 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 13 M. Mieli Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2017 14 R. Connel. Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale 1996 15 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 16 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025 17 Idem -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un’altra radicalità proviene da Comune-info.
25 NOVEMBRE, BLOCCHIAMO TUTTO
La guerra, il genocidio e la violenza patriarcale sono unite dallo stesso filo, un filo rosso che ci vuole impaurit3, ricattabili, vittime sacrificabili, chius3 nei confini dei ruoli di genere tradizionali. Per questo, il 25 novembre sono stati indetti appuntamenti contro la violenza patriarcale in quasi tutte le città d’Italia. A Torino, gli appuntamenti sono due, alle 18.30 in Piazza Carlo Felice e alle 17 pre concentramento a Palazzo Nuovo, ma tutto il giorno sono previste iniziative, per rimanere aggiornat3, ascoltate la radio e seguite le pagine social di NUDM Torino. Abbiamo ricordato al telefono con Maria, di NUDM Torino, gli appuntamenti cittadini e fatto alcune riflessioni in vista di domani. Tutt3 in piazza!
Ogni chiave agitata tra le mani è una promessa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Cecilia Casula -------------------------------------------------------------------------------- “Una donna che parla è una minaccia per chi vuole che stia zitta“: (Elif Shafak) Il 22 novembre Roma si è tinta di viola. Migliaia di persone, migliaia di voci, un solo grido: basta. Da Piazza della Repubblica a Porta San Giovanni, la città è diventata un fiume umano in movimento. Striscioni con i nomi delle donne uccise quest’anno sventolavano come bandiere di una guerra che non dovremmo combattere. Ogni nome era un grido silenzioso. Ogni passo, un richiamo alla città intera: la violenza contro le donne non è un fatto privato, non è una statistica da archiviare tra un caffè e l’altro. Le chiavi di casa – oggetti quotidiani, banali, necessari – sono diventate simboli di resistenza. Quelle stesse chiavi che aprono le porte delle nostre case, luoghi che dovrebbero essere rifugio ma che troppo spesso diventano prigioni. Leggere tra le mani dei manifestanti, perché simbolo di libertà. Pesanti nel loro significato, perché ricordano quanto sia ancora lungo il cammino verso una società che protegga davvero le donne. In mezzo alla folla, tra musica e fumogeni, bandiere palestinesi e trans, il messaggio era chiaro: la violenza di genere è sistemica, culturale, politica. Non basta la repressione se non cambia la mentalità. Non bastano le leggi se la cultura resta immobile. Le parole che feriscono Ma mentre le strade parlano di cambiamento, nei palazzi del potere risuonano parole di un’altra epoca. Proprio in questi giorni, dentro sale istituzionali lontane dal rumore della piazza, cadono affermazioni che sembrano arrivare da un altro secolo. Carlo Nordio ed Eugenia Roccella hanno parlato di “forza muscolare genetica”, di maschilismo biologico, di violenza millenaria e quindi, implicitamente, inarrestabile. Come se il DNA fosse un destino. Come se secoli di cultura, educazione e civiltà non contassero nulla di fronte a presunte inclinazioni naturali. È un discorso pericoloso. Deresponsabilizza chi agisce violenza e condanna chi la subisce a un’eterna vittimizzazione. Trasforma il crimine in natura, la scelta consapevole in inevitabile conseguenza biologica. Si predica la civiltà e nello stesso tempo la si nega. I numeri non mentono I dati Istat non mentono mai, anche quando vorremmo che lo facessero. Una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale nella sua vita. L’aumento più significativo riguarda le giovanissime tra i 16 e i 24 anni: dal 28,4 per cento al 37,6 per cento in dieci anni. La violenza arriva da chi conosciamo. Partner. Amici. Conoscenti. Non dall’estraneo nel buio del parcheggio, ma da chi condivide la nostra quotidianità, la nostra intimità, la nostra fiducia tradita. E le denunce? Solo il 3,8 per cento delle vittime si rivolge alle forze dell’ordine. Il resto resta nel silenzio, avvolto dalla paura, dalla vergogna, dalla sfiducia in un sistema che troppo spesso non protegge. L’educazione come arma di prevenzione Qui entra in gioco la scuola. La manifestazione ha ricordato una verità scomoda: prevenire la violenza non significa solo inasprire le pene. Significa educare. Insegnare ai giovani il rispetto, l’empatia, la parità. Insegnare la consapevolezza dei propri diritti e di quelli altrui. L’educazione sessuo-affettiva, quando ben strutturata, è uno strumento potente per interrompere la catena di violenza culturale che si tramanda di generazione in generazione. Ignorarla, come sostengono alcuni esponenti governativi, non è solo un errore: è una scelta. Una scelta che condanna le future generazioni a ripetere gli stessi schemi, gli stessi orrori, le stesse tragedie annunciate. È come lasciare le chiavi della città nelle mani di chi non sa riconoscere il valore della libertà altrui. La marea non si ferma In questa tempesta di numeri, di dolore, di storie negate, la manifestazione di Roma è stata un faro. Non Una di Meno e tutte le persone che hanno camminato insieme hanno ricordato che la prevenzione, l’educazione e il sostegno alle vittime non sono optional. Sono la base di una civiltà degna di questo nome. Ha scritto Marguerite Yourcenar: “Chiunque abbia sofferto sa che la violenza non ha mai forza sull’anima che resiste”. La marea viola non si placa alla fine del corteo. Resta nei cuori, nei pensieri, nella coscienza di chi sa che la violenza di genere non si cancella con dichiarazioni inadeguate di chi governa, ma con azioni concrete. Con l’ascolto. Con la cultura del rispetto. Con la giustizia. Ogni chiave agitata tra le mani dei manifestanti è una promessa: questa lotta non finirà finché ogni donna non potrà dire “Sono libera, sono al sicuro, sono ascoltata”. E quella promessa ci riguarda tutti. Chi manifesta e chi guarda. Chi governa e chi subisce. Chi parla e chi, finalmente, decide di ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A RITA SEGATO: > Contro la legge del potere di morte -------------------------------------------------------------------------------- ALCUNE FOTO DEL CORTEO A ROMA DEL 22 NOVEMBRE: Foto di Barbara Bonomi Romagnoli Foto Cgil Roma Foto Marta Bonafoni Foto Donna Mancina Foto di Ass. Differenza donna Foto Robera Parravano Diawara Foto di Aurelio in comune Foto di Patrizia Piras Foto di Cattive ragazze Foto di Barbara Bonomi Romagnoli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ogni chiave agitata tra le mani è una promessa proviene da Comune-info.
Corteo di Non Una di Meno a Roma: “Sabotiamo guerre e patriarcato”
Una fiumana di manifestanti di tutte le età, tra cui moltissimi giovanissimi e giovanissime, ha invaso oggi le strade di Roma mostrando una continuità ideale e pratica con le enormi manifestazioni di settembre e ottobre in solidarietà con la Palestina e la flotilla. Slogan, cartelli e striscioni contro il patriarcato, i femminicidi e la violenza di genere, ma anche tante bandiere palestinesi, curde e della pace collegano i temi che attraversano il lunghissimo corteo. Lo dimostrano i colori che si mischiano, dal fucsia di Non Una di Meno, al verde, rosso, bianco e nero della bandiera palestinese, al bianco e nero delle kefieh all’arcobaleno della bandiera della pace, fino alle bandiere triangolari verdi con la stella rossa delle donne curde. Mauro Carlo Zanella