Le donne della Resistenza, la resistenza delle donne--------------------------------------------------------------------------------
Disegno di Mauro Biani (pubblicato originariamente sul manifesto)
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1. Testi e contesti per capire l’8 settembre
Ogni settimana ascolto una trasmissione di Rai Radio 3 che trovo interessante.
Ogni volta però mi sembra pazzesco che si intitoli ancora Uomini e profeti.
Vengono invitate a parlare anche donne, ovviamente, e i conduttori cercano di
dire “uomini e donne”, ma il titolo di una trasmissione, in cui si esprimono
prevalentemente persone colte e non violente, resta lì a segnalare una violenza
simbolica che non viene percepita come tale e resta a segnare la persistenza del
potere maschile e patriarcale sulla lingua, la storia e, di conseguenza,
sull’immaginario. Immaginario degli uomini e anche delle donne, che seguono gli
stessi percorsi di studi, approfondiscono gli stessi autori e qualche rara
autrice, pensano e si pensano attraverso la stessa sintassi, le stesse metafore,
le medesime storie, collocandosi poi necessariamente e perfino involontariamente
in un posizionamento sociale più determinato di quanto magari vorrebbero.
Le profete, termine che il correttore automatico mi segnala come errore, sono
molte e spesso citate nella trasmissione ma restano invisibili nell’impianto che
rafforza il maschile in ben due sostantivi: “uomini” cancella la presenza delle
donne, che pure ci sono nella trasmissione (anche se non quanto i maschi) e
“profeti”, che rende invisibili o eccezionali (ed occasionali) le profete,
appunto. Evito la parola “profetesse”, che non è mai entrata nell’uso, com’è
accaduto invece a professoresse diventate familiarmente prof, perché il suffisso
conserva il sapore dispregiativo di un allungamento pesante, di un’aggiunta
tollerata.
Suggerisco: Donne Uomini e profezie, titolo che toglierebbe ai profeti la
monumentalità, rifuggita del resto da molti, e restituirebbe visibilità a un
modo di profetare, quello femminile appunto, che ha segnato la storia e le vite
e di cui è stata a lungo interdetta la memoria.
Cosa c’entra con le donne della Resistenza? Il meccanismo (o dispositivo direbbe
Bourdieu[1]) è lo stesso: le donne esistono, ma vengono rese invisibili come
genere (cioè stabilmente più della metà della popolazione del territorio) e
cancellate quando esprimono una dimensione collettiva che al massimo viene
registrata come imprevista. L’organizzazione politica poi viene di solito
ignorata, sottovalutata o annotata in forma ancillare, come nel caso dell’Udi e,
proprio nella Resistenza, dei Gdd.[2]
I dispositivi, che sono le strutture linguistiche come i criteri storiografici,
diventano funzionanti automaticamente nelle nostre vite dando forma alle
relazioni quotidiane, al modo di stare nelle istituzioni, presiedono la
divisione del lavoro e l’attribuzione del valore, influenzano i sentimenti
perfino più delle scelte, dirigono i nostri passi, disegnano i posizionamenti
dei rapporti famigliari e sociali ad ogni età e in ogni contesto e determinano i
sistemi di potere e le modalità della riproduzione.
Se ne accorse un uomo di profonda onestà come Nuto Revelli quando scrisse,
nell’introduzione a L’anello forte, che “anche la guerra, anche questa storia di
uomini, contribuiva ad escludere, ad emarginare ancora di più la donna” e
continua:
Incontravo uomini pazienti e uomini prepotenti, donne rassegnate e donne forti,
ribelli, ma il risultato era quasi sempre lo stesso. L’uomo paziente concedeva
la parola alla donna, ma poi non sapeva ascoltare e si rimpadroniva del
discorso. L’uomo prepotente mortificava la donna, le diceva ‘Tu sta’ zitta,
parlo io adesso’. Gira e rigira non riuscivo mai ad ascoltare la testimonianza
un po’ completa di una donna che non fosse una vedova.
E prima ancora, ricordandole come custodi delle memorie:
Erano le donne che avevano conservato le lettere, erano le donne le mie
interlocutrici più preziose. Subito mi indicavano la fotografia del congiunto
caduto o disperso, custodito sul ripiano della credenza, tra le immagini delle
madonne e dei santi, come su un altarino. […] Parlavano le donne de L’ultimo
fronte, parlavano da protagoniste. Mi insegnavano che la guerra dei poveri non
finisce mai.” [3]
Le sue storie documentano quella che Lidia Menapace ha definito “Scienza della
vita quotidiana”[4], con acuta e innovativa locuzione linguistica: un salto
concettuale che non ha trovato la strada per affermarsi e questo dice quanto sia
ancora indagata in modo marginale, anche e soprattutto in ambienti accademici,
la capacità di tenere in vita la vita, ancora oggi pratica sapiente e invisibile
di donne, che viene ormai definita comunemente e genericamente “lavoro di cura”.
Non a caso le giovani donne, attratte dalla scolarizzazione dentro il circuito
affascinante (e manipolatorio?) dei modelli maschili (delle gerarchie
certificate), tendono a svalutarne il valore vitale, in ossequio al
disconoscimento economico che immette questo lavoro nel circuito strutturale
dello sfruttamento gratuito o, al massimo, del lavoro subalterno poco retribuito
e poco gratificato.
Mi sono convinta negli anni che non si possa capire la Resistenza, tutta, senza
partire da quel tessuto di scienza della vita quotidiana che emerge di colpo e
si rende visibile l’8 settembre ad opera delle donne.
Poi arriveranno o riemergeranno anche le organizzazioni, e anche per le donne: i
Gruppi di difesa della donna, le ragazze della Fuci[5] e dell’Azione Cattolica,
le donne dei partiti antifascisti che da tempo agiscono in clandestinità, ma il
tessuto in cui s’intreccia tutta la resistenza e cresce, inaspettata, la
presenza e la consapevolezza delle ragazze, è quello di una vita quotidiana in
cui le donne sanno agire e scegliere. Un primo tessuto steso a riparare dalla
tempesta che ha lasciato senza protezione e senza direzione l’intero paese.
L’8 settembre si espande in una manciata di giorni in cui tutto si decide.
Moltissime donne si muovono subito, per prime, senza organizzazioni, senza
ordinanze, provvedimenti, deliberazioni, senza indicazioni, si muovono dentro
quella scienza della vita quotidiana, appunto, intrisa di conoscenze concrete in
cui l’imprevisto è continuo, direi strutturale.
Gli uomini sono in fuga, il paese è allo sbando; le donne aprono le case,
rivestono, rifocillano, nutrono, rincuorano, danno indicazioni, accompagnano per
un tratto di strada, accolgono biglietti da recapitare, si muovono impreviste e
silenziose, con prontezza e sollecitudine.
Nessuno le biasimerebbe se sprangassero le porte, se negassero aiuto, alcune
forse l’hanno fatto, senza porsi problemi di coscienza, in osservanza alla
religione della casa imposta alle donne da una lunga tradizione misogina
rafforzata dall’ideologia fascista. Moltissime invece hanno aperto la casa, ne
hanno fatto rifugio, ostello, soccorso, nascondiglio, sosta. Molte case
diventeranno luogo di riunione, luogo di clandestinità politica, luogo di
libertà del pensiero e tempestività dell’azione, luogo di solidarietà umana e
resistenza al nazifascismo.
Nel disastro delle istituzioni, nel balbettio dei governanti, nella confusione
dei comandi militari, le donne rendono visibile quella capacità di governare il
territorio che ha radice nell’economia della casa, nella miriade di saperi che
fanno la cura delle relazioni umane dentro la concretezza materiale delle
necessità dettate dalla vita stessa e dalla sopravvivenza in guerra.
Nel segreto delle stanze vengono aperti gli armadi in cui gli abiti sulle grucce
parlano di affetti lontani, abiti di padri, figli, fratelli, mariti che forse
non torneranno più, custoditi gelosamente, rivestono generosamente uomini
sconosciuti. La spoliazione della divisa militare per indossare abiti civili è
il rito di un dono che stabilisce una parentela sociale dentro i gesti della
cura. Una parentela che ignora la diffidenza del familismo e il nazionalismo dei
confini. Sono le donne che dimostrano il fallimento, prima di tutto emozionale,
di vent’anni di educazione fascista.
Un rito officiato da migliaia di donne di ogni età e condizione, singolarmente e
insieme, a ricordare il fondamento di ogni vita civile che è prima di tutto
accoglienza.
Le donne fanno della casa in cui sono state confinate il primo territorio di
un’azione libera che rende visibile un mondo in cui l’imperativo è sempre quello
di salvare vite.
Nelle case si celebra sommessamente la trasformazione: i militari ridiventano
semplicemente uomini, ragazzi, restituiti alla responsabilità della scelta che è
il fondamento di ogni civiltà libera. Scrive Teresa Vergalli, riferendosi ai
militari stranieri che l’8 settembre scappano dal carcere militare di
Montechiarugolo in territorio parmense:
Abbiamo offerto qualcosa da mangiare, qualche indumento non militare,
indicazioni a gesti. Poi abbiamo preso gli atlanti scolastici che avevamo in
casa e gli abbiamo mostrato che a sud c’erano le montagne, vicine e ben
visibili, adatte a nascondersi e a rendere ipotizzabile un incontro con le
truppe alleate che stavano salendo. Impossibile? Forse. Ma in quella fine estate
e inizio autunno molte cose impossibili sono diventate possibili.
I nostri ex prigionieri stranieri sono in effetti arrivati in montagna, ma gli
Alleati erano ancora troppo lontani, non avanzavano quanto avremmo voluto. E
così quei soldati, insieme ad altri gruppi di stranieri provenienti da paesini
della Bassa padana, si sono fermati sul nostro appennino e sono diventati
partigiani.[6]
Queste donne esprimono una cultura più antica di ogni retorica di regime e
aprono una cesura nel tempo che l’armistizio costringe dentro una data: per
molti uomini diventa il tempo per salvarsi, il tempo per nascondersi, il tempo
per decidere di sé, il tempo per scegliere da che parte stare. Il tempo che
deciderà il futuro del paese. Per le donne è una scelta di libertà che tutte
ricorderanno con gioia nonostante le fatiche e le ferite, il dolore per le
compagne e i compagni uccisi, la consapevolezza di aver ucciso, direttamente o
indirettamente, perché la guerra è solo questo: uccidere o essere uccisi.
Per questo la Resistenza anche armata, anche agita da militari in divisa, non
appartiene alla cultura del mondo militare ma è un fenomeno, un evento, politico
e della politica ha la complessità, la sfaccettatura delle storie e dei
percorsi, delle motivazioni come delle mutazioni.
La parola stessa “resistenza” esprime del resto l’opposizione alla guerra agita
in tutte le forme possibili, con armi e senza armi, che non ha bisogno di
aggettivi se non per raccontare la miriade di singoli contesti in cui donne e
uomini agiscono. E finalmente è caduto in disuso l’aggettivo “passiva” applicato
alla resistenza di chi non usa armi (ma le trasporta), di chi testimonia la
propria opposizione in lager, di chi porta messaggi, di chi dissimula,
imbroglia, manipola, nasconde, per salvare vite, territori, fabbriche, aziende,
raccolti.
Non fu passiva la resistenza degli Internati militari italiani nei campi di
concentramento tedeschi e non lo fu certamente quella delle donne. Da molti anni
si usa l’aggettivo “civile”[7] per la resistenza senza armi, ma in realtà tutta
la resistenza fu civile perché aspirava a una nuova civiltà delle relazioni tra
persone e tra nazioni.
La stessa grande letteratura resistenziale dei partigiani racconterà una
complessità di pensieri e sentimenti, anche per le azioni armate e per il modo
di muoversi sul terreno di una guerra che combattono perché finisca, complessità
che sarà spesso mortificata dalla retorica dell’eroe guerresco offerta alla
vulgata popolare, quasi a risarcimento di una virilità che nel dopoguerra non sa
ricollocarsi senza ripetere schemi tradizionali. Ma questo accadrà dopo, quando
si tornerà all’ordine iniquo, ai tradimenti, perché la strada della democrazia è
appena cominciata.
Le donne hanno vissuto e sono cresciute dentro molte esclusioni, quindi non
hanno obblighi, non sono chiamate a responsabilità, eppure agiscono, decidono,
scelgono. Ancora non sappiamo tradurre in parole quel silenzio fattivo che ha
fatto delle case i primi luoghi di liberazione.
Ci saranno poi i venti lunghi mesi della Resistenza, ma se cerchiamo i luoghi in
cui è nata la nostra democrazia dobbiamo cominciare immaginando anche ogni casa
in cui si è decisa la sorte di un uomo l’8 settembre 1943.
Se guardiamo il modo in cui si muovono molte donne in quella manciata di giorni
potremmo definirlo “profetico”, il loro modo di muoversi infatti prefigura lo
svilupparsi di una Resistenza che sembrerà sorprendente dopo vent’anni di
fascismo, introducono piccoli semi di speranza nel terreno devastato di
un’incertezza amara, danno il conforto che consente di governare la paura
legittimandola come sentimento umano e necessario per ritrovare la
determinazione e agire.
Non è azione di tutte, ma certamente di una moltitudine che non è stata mai
pienamente raccontata. A me sembra che la narrazione di quell’inizio sia ancora
approssimata per difetto e non avere “le parole per dirlo”[8]sarà poi per molte
la strada di un ritorno all’ordine subìto con amarezza non solo da parte delle
protagoniste ma anche di tutte le donne cosiddette comuni che, anche solo
attraverso la crescita di un sentimento antifascista, ridefinivano gli
invisibili confini delle loro vite.
Non è stata raccontata in modo adeguato in una storia che registri davvero
l’esistenza di donne e uomini e ne sappia vedere tutte le implicazioni, nei
silenzi come nelle azioni, una storia che muti i criteri di lettura della realtà
e, rendendo visibile ciò che ancora non vediamo del passato, riesca a illuminare
il presente.
Lidia Menapace contestava ad Anna Bravo[9], della quale aveva grande stima,
l’uso del termine “maternage” per indicare quello che poi Anna stessa aveva
definito il più grande salvataggio di un esercito realizzato in forma diffusa e
senza eseguire ordini. “Sono d’accordo su tutto ma non sul termine maternage”,
sosteneva Lidia “perché si riferisce a un’attitudine tradizionale e subalterna
di cura alla quale le donne erano educate fin da bambine e invece le donne
fecero una scelta, immediata ma consapevole del significato e dei rischi”.
Ho pensato a lungo le diverse posizioni di due donne di preparazione e
intelligenza non comune: rivaluterei oggi anche il maternage come attitudine
riconosciuta e storicamente radicata nella vita delle donne, restituendo alla
matrice materna della relazione, dentro cui siamo nate e nati, quella
possibilità-capacità di generare una cultura della cura che può contrastare in
modo nonviolento ogni guerra. L’unica cultura in grado di generare una
democrazia che non dimentichi la giustizia e l’equità.
Non è qualcosa che riguarda un futuro utopico, ma è accaduto nei fatti, lungo i
millenni della storia umana che impropriamente definiamo preistoria[10] e ne
conserviamo memoria nei gesti nonostante le cancellazioni delle accademie e il
controllo delle leggi: una cultura della vita che vediamo riemergere dentro e
dopo le guerre come accadde l’8 settembre 1943 appunto.
L’agire delle donne è una sorta di profezia diffusa e incoraggiante, senza
altari o piedestalli, senza gerarchie o devozioni, che non ci saranno nemmeno
dopo, quando la continuità dello Stato sessista costringerà alla lotta per
costruire una democrazia reale, per cancellare quelle leggi inique contro le
donne che avevano segnato lo Stato unitario fin dalla sua nascita, peggiorate
poi dal fascismo con discriminazioni, interdizioni e leggi razziste. Le donne
non sono una massa amorfa e compatta, sono individualità diverse e fanno scelte
diverse ma tutte si misurano con la misoginia, i suoi esiti politici e i suoi
effetti nella vita quotidiana: nel ’43 la maggioranza è certamente stanca della
guerra e spaventata da ciò che accade, ma basta l’imprevisto di un governo che
manda l’esercito allo sbando perché queste donne si muovano dimostrando che le
case non sono solo il luogo segregato di un privato deprivato di storia, ma
parte integrante e viva del tessuto sociale dove emergono i primi legami di una
solidarietà umana che si farà, sempre più e in un tempo brevissimo, politica.
Nelle case della resistenza le donne organizzarono la sopravvivenza quotidiana,
il sostegno alle bande partigiane, la diffusione della stampa clandestina, i
piani di fuga dai campi fascisti per i prigionieri: nelle case dove le donne
governavano i rapporti di vicinato, lo scambio solidale, crescevano bambini e
bambine insieme al desiderio di pace e libertà.
Nelle case contadine dove le donne, insieme ad anziane e anziani, bambini e
bambine, hanno tenuto in piedi l’agricoltura e la sopravvivenza della comunità,
costituendo presidi di nuova civiltà al tempo del terrore nazifascista.
Negli appartamenti di città dove le donne partecipavano a riunioni clandestine e
ne organizzavano la possibilità materiale predisponendo letti, cibo, rifugi,
camuffamenti salvifici.
Nelle case sono state prese le decisioni, dalle case sono spesso partite le
rivolte organizzate dalle donne nel passaparola del vicinato.
Nelle case le madri hanno sostenuto le figlie e le loro libere scelte, le nonne
hanno approvato il coraggio delle nipoti in un passaparola che ha consentito la
trasmissione di quel sapere politico che si è fatto e ancora si fa liberazione
delle vite.
Nelle case donne e uomini, ragazze e ragazzi, si sono scoperti pari nelle
responsabilità e vicini negli ideali. Nelle case le donne hanno sostenuto donne
e uomini.
Nelle case gli uomini sono stati accuditi, ascoltati, sostenuti, curati, hanno
trovato nelle donne compagne di strada, dirigenti politiche, capitane di
brigata.
Molte case diventeranno i nodi di una rete di percorsi clandestini tra città e
montagna, tra la pianura e la fuga, tra la lotta e il riparo. Dalle case
usciranno le donne in bicicletta, staffette instancabili che tracceranno la
mappa di una resistenza a cui garantivano armi, esplosivi, informazioni, ma
anche protezione, cibo e abiti puliti.
Nel corso di quei venti mesi terribili le case saranno devastate dalle
delazioni, svuotate da chi organizzava stragi, bruciate per ritorsione perché
rappresentavano la base sicura per le bande partigiane. Le case si sono riempite
del dolore per gli uomini uccisi, per le donne uccise: figli e figlie, mariti e
mogli, padri e madri, sorelle e fratelli. Anche bambine e bambini.
Il rischio, la tortura, la morte hanno riguardato uomini e donne, senza
riguardo, ma gli uomini erano chiamati a scegliere, le donne hanno scelto senza
chiamata.
Le case sono state la rete di resistenza clandestina in cui le donne hanno reso
visibile la concretezza dell’intelligenza politica, la lungimiranza
dell’umanità, la solidarietà che costruisce società civile. E quando tutto è
finito nelle case sono tornati i reduci dai campi di prigionia e gli uomini
segnati dalla guerra, le donne e gli uomini sopravvissuti ai campi di sterminio,
nelle case si è cominciata la ricostruzione materiale e morale. E sempre a fare
casa c’erano le donne, capaci di fare casa per tutti, anche per se stesse,
capaci di scegliere solitudini attive e dignitose invece di piegarsi a quelle
consuetudini mortificanti in cui si tornava a infilare la vita come se nulla
fosse accaduto.
2. Le parole per dirlo
Che si tratti comunque di qualcosa che va oltre il maternage e che si tratti di
“imprevisto” solo nel senso dei tanti imprevisti della storia e non perché opera
di donne, lo dicono i fatti precedenti.
Le donne sono molto presenti nei grandi scioperi operai, dalla Mirafiori alla
Pirelli alla Falck alla Borletti. In primavera scendono in piazza a migliaia,
organizzano cortei, a Torino riescono a far fuggire le compagne arrestate dai
carabinieri. Tremila sono le scioperanti della Venchi Unica: lavoratrici che non
hanno alcun collegamento col fronte antifascista. Ma non sono solo le fabbriche
ad aprire un fronte di lotta. In molte città – Ancona, Milano, Torino –
centinaia di donne manifestano contro la guerra e la fame. A Torino gli scioperi
sono preceduti dalla manifestazione dell’8 marzo, preparata clandestinamente dai
partiti antifascisti”, (quindi dalle donne dei partiti antifascisti!) possiamo
leggere nell’utilissimo libro sul Novecento delle italiane[11] in cui si
confrontano le vicende delle donne con la cronologia della storia “da manuale”,
pagina destra con/contro pagina sinistra. Mi capita spesso di ricorrere a questo
libro perché a vent’anni dalla sua pubblicazione non è ancora entrato nella
biblioteca fondamentale delle/degli insegnanti (e non solo di storia), mancando
quindi come base generativa di domande nella preparazione e nella consapevolezza
delle generazioni di studenti che nella scuola sono cresciute e abitano il
presente.
Il libro ripassa solo il Novecento, ma si tratta di un’operazione che andrebbe
fatta per tutta la storia utilizzandolo come metodo a scuola e dimostra che in
circostanze eccezionali e inedite, come fu per molti aspetti la Seconda guerra
mondiale, le donne entrano in scena da protagoniste, ma che non si tratta
certamente della prima volta. C’è una continuità nella storia delle donne, una
trasmissione di memoria in forme ancora non esplorate e quindi inedite, anche
una continuità di storia politica invisibile solo perché ridotta a frammento.
Dispiace che questo stereotipo della prima volta venga ripreso nel libro sulla
Resistenza di Benedetta Tobagi[12], anche se in un breve passaggio che vuole
certamente rendere omaggio a quelle nostre antenate.
Un libro accattivante per lo stile di sicura competenza letteraria, la scrittura
incalzante e la ricchezza di citazioni che, insieme alla notorietà dell’autrice
e della casa editrice, lo rendono facilmente divulgativo.
Un collage di storie, testimonianze, fotografie cucito con l’innegabile maestria
della scrittura sembra però offuscare nel trascinamento letterario proprio
quello che vuol far risaltare: avrei preferito le sobrie note con indicazione di
data e fonte sotto le fotografie, magari insieme alla narrazione-interpretazione
con cui sono accompagnate, (anche se con risultati talvolta discutibili) e avrei
apprezzato le note in fondo alla pagina per le tante citazioni invece dei
riferimenti alle fonti bibliografiche tutte insieme in caratteri minuti in fondo
al libro. Sarebbe stato utile anche l’elenco dei nomi citati, alla fine, perché
sono proprio i nomi ad essere stati dimenticati e l’elenco poteva essere un
invito a completarlo con le tante storie ancora nascoste o rimosse, farne un
invito alla memorabilità generativa.
Non ho una passione per le note e per certa puntigliosità accademica che le
richiede, ma in questo caso si tratta di rendere visibile ciò che ancora è
invisibile e quindi ininfluente, si tratta dei racconti fatti in prima persona
da protagoniste tra le quali alcune erano, per nostra fortuna, anche
straordinarie scrittrici come Giovanna Zangrandi (pseudonimo di Alma
Bevilacqua)[13] o Ida D’Este[14] e comunque non sono da meno per intensità i
racconti orali raccolti e trascritti con profondo rispetto e commossa
partecipazione da Bianca Guidetti Serra.[15]
In un libro che punta sulla forza della scrittura mi sarebbe piaciuto che i
libri scritti dalle donne, dalle protagoniste della Resistenza, fossero visibili
come lampeggianti insegne al neon che invogliano all’acquisto e non come le
tante fiammelle di un cimitero che ci incanta nella visione a distanza.
So che i libri sono prodotti dell’industria culturale e si muovono (o restano
fermi) nel mercato editoriale, inoltre in Italia si legge poco, come ci
informano le statistiche, ma mi piacerebbe che in qualche modo i libri sulla
Resistenza delle donne si muovessero insieme, rendendo visibile la ricchezza di
una collettività in cui possiamo riconoscere le singolarità personali come
scoperta continua e in continuità con quell’esistere straordinario della lotta
che vogliamo ricordare, cioè tenere nel cuore, che è l’unico modo per tenere
nella mente.
Vorrei intanto che non fosse oscurato e di nuovo dimenticato il lavoro di
Mirella Alloisio e Giuliana Beltrami Gadola, Le volontarie della libertà[16],
pubblicato nel 1981 e ripubblicato proprio l’anno scorso (come quello di cui
sopra), in cui le autrici hanno ricostruito la presenza delle donne regione per
regione, provincia per provincia, con una difficoltà che conosce solo chi sa
quanto sia stato arduo fondare gli archivi delle donne salvando le carte che
andavano disperdendosi e raccogliendo testimonianze di protagoniste che stavano
inesorabilmente invecchiando. Libro prezioso proprio per la geografia degli
eventi e delle presenze in una guerra che si spalmò in tempi e modi diversi sul
paese.
Libro che, insieme a Mille volte no[17], ripubblicato nel 1975 come regalo per
le abbonate al giornale “Noi Donne”, La Resistenza taciuta[18] di Annamaria
Bruzzone e Rachele Farina, del 1976, e Compagne di Bianca Guidetti Serra, del
1977, rappresentò per noi, giovani di allora, affamate di conoscenza, l’apertura
di una nuova stagione storiografica: avevamo grandi speranze che si sedimentasse
finalmente un’informazione completa e corretta prima di tutto nell’insegnamento
scolastico e cominciavamo a ritrovare e custodire carte, costituire archivi,
cercare testimonianze con un’attività spesso solitaria che non sentivamo del
tutto sostenuta e compresa neppure dalla nuova collettività che si affacciava
alla storia con il movimento delle donne, in cui il femminismo (rinato e
riemerso) faceva lievitare inedite prospettive e nuove lotte.
In questo libro, che mi emoziona ancora come la prima volta, ho incontrato le
donne di Bergamo che solo più tardi cominceranno ad essere ricordate e citate.
In questo libro si ricorda che a Bergamo, già il 4 novembre 1943 ci fu un
episodio importante a opera di un gruppo di donne e studenti che, per
manifestare odio ai tedeschi e alla guerra, portarono fiori alla lapide dei
caduti della Prima guerra mondiale (combattuta “contro” i tedeschi); trovandola
presidiata da poliziotti armati fino ai denti, gettarono i fiori al monumento
passando sopra le loro teste. La cosa fece molto scalpore.[19]
Di questo scalpore si perderanno a lungo le tracce, diventerà un episodio
sbiadito e poi irrilevante nelle narrazioni che mettono in primo piano gli
uomini armati che la resistenza la fanno davvero.
Così accadrà ovunque quello che scrive Alba de Cespedes nel romanzo Dalla parte
di lei, in cui fotografa il dopoguerra delle donne in alcuni passaggi folgoranti
di una storia coniugale molto comune:
Anche con i compagni, ormai, non trovavamo più nulla da dirci: l’amicizia che
fingevamo era fittizia: in realtà essi erano tornati ad essere gli amici di
Francesco. Infatti, quando conducevano con loro un nuovo amico o compagno me lo
presentavano dicendo brevemente ‘la signora Minelli’ e già, trascinandolo pel
braccio mentre costui avrebbe voluto indugiarsi in qualche frase di convenienza,
lo presentavano a Francesco con una voce del tutto diversa. Poi illustravano le
ormai famose avventure di mio marito.
Io ero contenta che non accennassero alle modeste missioni che io avevo
compiuto: poiché, per me, esse possedevano un valore assolutamente personale e
mi infastidiva che altri ne disponesse liberamente. Tuttavia, mi veniva fatto di
sospettare che le bombe che avevo portato io fossero false: se solamente quelle
che gli uomini avevano portato rappresentavano un pericolo; dubitavo del
contenuto dei manifesti […] Ma, se anche fossero stati falsi, ciò non avrebbe
avuto alcuna importanza; io li avevo portati con la stessa paura, avevo
ugualmente accettato di correre quel rischio. E ora tutti eravamo qui, tutti
ugualmente salvi, tutti scampati.[20]
Non è vero che le donne non parlano, non raccontano, non scrivono, semmai è il
contrario, ma se parlano non sono ascoltate, le scritture sono relegate a
“minori” come se fossero semplici trascrizioni di testimonianze e non
elaborazioni spesso anche di altissimo valore letterario per la capacità di
trovare parole metafore sintassi che rendono viva per chi legge la specificità
di un’esperienza straordinaria.
Ricordo che anni fa, quando tornai da Velia Sacchi per decidere come procedere,
dopo che le avevo consegnato la prima bozza trascritta e corretta della sua
testimonianza, mi disse: “Non se ne fa niente, l’ho fatta leggere a Sergio e mi
ha detto che sono tutte fregnacce, cose di donne, niente di importante”, eppure
Sergio Marturano, il suo compagno, l’amava come donna e la stimava come artista.
Ne parlammo un intero pomeriggio, e lo ricordo bene, perché alla fine fu grazie
alla sua scelta di fiducia nei miei confronti che decise di dare l’assenso alla
prosecuzione del lavoro per la realizzazione del libro.[21] Fu la scelta di una
femminista di fidarsi di una femminista, più che del compagno di una vita, e di
questo le sarò sempre grata perché mi sosteneva su una strada che ancora
percorro.
Alba de Céspedes, indimenticabile voce di Radio Bari, col nome di Clorinda, che
aveva in qualche modo prefigurato nella storia delle otto ragazze protagoniste
del romanzo Nessuno torna indietro[22] le inquietudini della generazione che
avrebbe scelto la Resistenza, registra nel romanzo del dopoguerra la condizione
delle donne che devono ricominciare a lottare solo per “esistere come
donne”.[23]
La guerra, ogni guerra, acuisce aggrava e rilancia quella “guerra alle
donne”[24] che percorre la storia della formazione degli Stati nazionali in
Europa e del colonialismo europeo nel mondo, attraversa in modo strutturale le
guerre del Novecento e ancora semina violenza e morte in ogni tempo di pace.
Sono i libri mancati e che ancora mancano nei programmi scolastici, aggiunti
talvolta per scelta individuale dell’insegnante, nonostante gli studi critici
abbiano messo in luce da anni l’inconsistenza di un canone letterario costituito
di soli uomini con l’aggiunta qua e là di qualche eccezione femminile. Sono i
libri mancati a molte generazioni di ragazze e ragazzi, oggi genitori,
lavoratrici e lavoratori, professioniste/i, dirigenti, con incarichi e
responsabilità istituzionali, nella formazione della coscienza di sé che è prima
di tutto consapevolezza del limite, della differenza, dell’alterità, di essere
maschi e femmine che scoprono pensano provano come diventare donne e uomini
mettendo insieme i tanti fili delle storie che costituiscono il passato in cui
abbiamo preso forma venendo al mondo.
3. Equivoci, lapsus, deformazioni, sintomi
La storia si può raccontare solo di guerra in guerra?
Scriveva Anna Bravo, dieci anni fa:
Gli studi delle donne hanno spezzato le angustie monosessuali del racconto
storico. Eppure guerra e violenza restano egemoni su vari piani, a cominciare
dai termini con cui si classificano le fasi. Eleggere le guerre a spartiacque è
un’operazione verosimile; lo sono ancora. Ma mutila la storia.”[25]
Sono diventata una ri-lettrice e mi capita sempre più spesso di ripercorrere le
riflessioni di Anna Bravo che, all’inizio del suo libro, non manca di citare la
frase di Lidia Menapace ripetuta in mille occasioni: “se tu dici a un politico
tradizionale di parlare senza simboli militari non arriva alla fine della prima
frase”[26].
Unendo le competenze linguistiche alla convinta ammirazione del pensiero
politico antimilitarista di Rosa Luxemburg, Lidia ha proposto per anni, e fino
alla fine, di smilitarizzare il linguaggio e in particolare quello politico; una
riforma a costo zero e praticabile da chiunque che, dismettendo l’uso delle
metafore belliche a favore di un tessuto linguistico quotidiano e civile, può
avviare un mutamento culturale collettivo e potente, capace di incidere anche
sulle dissennate e devastanti scelte politiche dei governi.
Rinasce invece oggi il linguaggio bellico, adottato anche da molte donne, che
considerano un merito essere una guerriera. Il termine è diventato elogio per le
vittorie in campo sportivo o per qualsiasi impegno e meta raggiunta. Fa parte
stabilmente di un intero pacchetto di metafore belliche con le quali si racconta
la malattia, la cura, i ruoli sanitari e l’organizzazione ospedaliera. Il cancro
si combatte da guerriera e si vince armi in pugno. Le crocerossine, che pure
sono organizzate in forma militare, come osservava la pacifista Bertha von
Suttner, che per questo non riteneva degno del Nobel per la pace il fondatore
della Croce Rossa, sono oggetto di disprezzo come se salvare vite e curare
feriti fosse una forma di debolezza incline al pietismo (e comunque il pietismo
fa meno danni del militarismo). Un disprezzo che non si fonda ovviamente su
nessuna conoscenza storica se teniamo conto dell’attività delle crocerossine,
anche solo nella Prima guerra mondiale, ma deforma l’immaginario a favore della
guerra che gonfia le parole di chi non ne conosce la realtà distruttiva.
Le generazioni più giovani sembrano cadere nella trappola che divise il
femminismo italiano all’inizio del Novecento, in occasione della guerra di
Libia, proprio sul disprezzo delle giovani per il pacifismo delle vecchie e
sappiamo dove ha portato l’esaltazione della guerra come igiene del mondo. Cede
al fascino della “parola armata” un libro documentato e appassionante sulle
grandi scrittrici del Novecento italiano tra Resistenza ed emancipazione[27], in
cui si parla di donne attive con straordinaria capacità di scrittura e non di
armi certamente. Si dimentica che le partigiane, anche quando presero le armi e
spararono e uccisero, lo fecero con un pensiero disarmato, con propositi
disarmanti. Basta leggere Carla Capponi o perfino Elsa Oliva, Gina Borellini o
Teresa Mattei, solo per fare qualche nome[28]. Nessuna esaltò le armi e il bel
gesto dell’eroe che uccide o viene ucciso, non lo fecero nemmeno gli uomini,
come possiamo leggere nelle tante testimonianze perché nessuno prese le armi e
sparò e mise bombe e uccise a cuor leggero.
Si trovarono dentro una guerra e ognuno fece quello che sapeva e si sentiva di
fare: donne e uomini. La guerra è una forma di delinquenza, ricordava Velia
Sacchi, e induce a delinquere, tira fuori il peggio delle persone. Nella
Resistenza uomini e donne cercarono, nelle condizioni che abbiamo imparato a
conoscere, di tirar fuori il meglio, di preparare un futuro di libertà e
giustizia. Sono proprio gli uomini anzi a scoprire, nella durezza della guerra,
il valore dei gesti di cura, la solidarietà tra compagni e a praticare quelle
virtù quotidiane che tengono in vita e ne fanno le più autentiche virtù eroiche,
come ricorda Todorov[29].
Le parole non sono armi, possono fare molto male ma non uccidono e non
feriscono, sono strumenti utilizzabili in moltissimi modi, sono fondamenti della
cultura, del modo stesso di esistere della specie umana, invece le armi, tutte
le armi, hanno solo due funzioni: uccidere o restare inutilizzate come
investimenti che occupano spazi e risorse, pronte a ridiventare redditizie nelle
guerre, nell’azione di uccidere. Chi ha dovuto combattere davvero, in una guerra
che non aveva voluto, conosceva bene la differenza tra l’enfasi guerresca del
regime fascista e la realtà di una guerra atroce in cui si trovava a combattere.
Le parole però possono convincere, incoraggiare, trascinare, manipolare,
indurre, forzare, obbligare: non devono essere utilizzate a caso e le metafore
non sono mai neutre.
Anche per questo sono rimasta disorientata, e non sono la sola, leggendo nella
bella e affettuosa prefazione di Dacia Maraini a un’importante raccolta di
saggi[30] di Lidia Menapace che “ha imbracciato il fucile”. Uno scivolone
certamente visto che cita l’autobiografia in cui Lidia racconta, col solito
piglio ironico e antieroico, che non ha voluto una pistola perché aveva paura di
spararsi addosso ed era certa di non voler sparare a nessuno, accettando però di
portare l’esplosivo per far saltare i ponti. Maturò poi, anche dentro quella
scelta, la posizione pacifista e antimilitarista che l’ha caratterizzata per
tutta la vita.
Lei, in pubblico, forse avrebbe fatto una risata, accompagnandola con una delle
sue battute argute specificando, come non si stancava di ripetere, che la
Resistenza è stata politica e civile, anche armata, ma non militare,
aggiungendo, per qualcuno più ottuso, che la differenza tra un movimento armato
e un esercito sta nelle scelte individuali, che rendono molto diverso anche il
gesto di prendere le armi se fatto liberamente secondo coscienza o in obbedienza
alla gerarchia militare, sotto la minaccia dell’ordinamento militare.
L’immagine dell’imbracciare un fucile fissa però, in un gesto tipico della
retorica militarista eroica, la narrazione di uno straordinario movimento in cui
anche prendere un’arma fu l’esito di un percorso mai scontato (e molto più per
le donne che per gli uomini) come ci raccontano le numerosissime testimonianze
di chi ha vissuto quella stagione. Si tratta dell’inquinamento mentale prodotto
dall’assuefazione sociale al linguaggio bellico, avrebbe detto Lidia, e senza
renderci conto scivoliamo dalla responsabilità di resistere ai soprusi e alla
violenza alla legittimazione della guerra.
Avremmo riso insieme, come abbiamo fatto tante volte, sull’immagine di lei che
“imbraccia” il fucile, “magari più alto di me” avrebbe detto e poi avrebbe forse
imbastito un raccontino ironico e antieroico come quello di Resisté[31] sul
“diploma” firmato dal generale Alexander, che l’aveva congedata con il grado di
sottotenente “anche se io non mi ero mai arruolata” precisava, per sottolineare
l’involontaria stupidità del sistema militare anche con le migliori intenzioni.
Ho imparato da lei a passare oltre e occuparmi di ciò che davvero conta, ma lei
non c’è più e prima o poi dovrò affrontare (non solo per la profonda amicizia
che ci legava) le sviste e imprecisioni, più o meno clamorose, che la riguardano
(non solo nel testo citato) perché toccano scelte politiche e convinzioni
profonde.
4. Una provocazione
Durante la pandemia, a dicembre 2020, ho tenuto un incontro on-line sul tema
delle donne nella storia della Repubblica italiana. Ho cominciato dicendo che
sarei partita leggendo un articolo apparso il 4 giugno 1946 sulla prima pagina
di un giornale di sinistra a Bergamo.
Titolo a caratteri cubitali: La Repubblica è donna!
Testo: Come nell’immagine simbolica dell’Italia con la corona di torri in testa
oggi possiamo dire che davvero la Repubblica è finalmente anche donna.
Tra le elette alla Costituente nomi di spicco della Resistenza: Gisella
Floreanini, già ministro nella Repubblica dell’Ossola, Ada Gobetti, Mirella
Alloisio, Elvira Berrini Pajetta, Bianca Guidetti Serra, Marcella Balconi,
Giuliana Beltrami Gadola, Rachele Farina, Marisa Rodano, Marisa Musu, Carla
Capponi, Giovanna Marturano, Laura Lombardo Radice, Angela Caffaratto (Lina
Colajanni), Gina Borellini, Laura Polizzi (Mirka), Alba De Céspedes (Clorinda di
Radio Bari), Teresa Vergalli, Lina Tridenti, Maria Antonietta Moro, Maria
Maddalena Rossi, Julia Banfi, Teresa Noce, Angelina Merlin, Nella Baroncini,
Elsa Oliva, Maria Martini, Bruna Carazzolo, Francesca Meneghin, Tina Merlin e
poi tra le sopravvissute tornate dai campi di sterminio tedeschi: Ondina
Peteani, Luciana Nissim, Liana Millu, Frida Misul, Giuliana Fiorentino Tedeschi,
Lidia Rolfi Beccaria.
Perfino a Bergamo vengono elette Mimma Quarti, Velia Sacchi, Emma Coggiola,
Frida Ballini, Lina Dasso, la giovanissima Angelica Casile detta Cocca, insieme
alle moltissime cattoliche capeggiate da Betty Ambiveri. (Elenco completo in
terza pagina).
Questa elezione è anche il frutto del riconoscimento dei partigiani, i ragazzi,
gli uomini che non hanno dimenticato quanto e come le donne sono state
fondamentali per la Resistenza e ancora cercano casa per casa quelle donne che
li hanno accolti, rivestiti, nascosti, che hanno condiviso con loro il pane e il
rischio della morte, le cercano per scrivere i nomi e non lasciare che la
clandestinità della lotta diventi rimozione delle vite.
Ancora si lavora nei comitati di accoglienza per le donne e gli uomini che
tornano dai campi di sterminio e dai campi di prigionia.
Quasi duecento donne elette su 556, ma arriveremo alla metà con le prossime
elezioni hanno affermato insieme Teresa Noce, Maria Federici, Lina Merlin e Ada
Gobetti, esponenti di spicco dei maggiori partiti antifascisti, che hanno
aggiunto: ‘Le donne e gli uomini dell’Italia libera repubblicana e antifascista
dichiarano solennemente …, questo sarà l’incipit della nostra Costituzione’.”
Si tratta ovviamente di un falso, perfino frettolosamente confezionato per la
serata con i primi nomi che mi sono venuti in mente, sapendo che molte donne
tornate dai campi non hanno nemmeno potuto votare, senza mettere i nomi in
ordine alfabetico come sarebbe giusto, omettendo volutamente alcune delle
pochissime realmente elette. Un testo con molti difetti, che mi serviva però per
cominciare la storia della Repubblica con una provocazione e infatti non sono
mancate le reazioni. Perché non è andata così, ovviamente, ma quella che viene
considerata l’ovvietà dell’accadimento storico non è solo un’ingiustizia
profonda che ha segnato negativamente la nascita stessa della democrazia, ma
segnala la lunga durata di uno Stato-nazione nato contro le donne.
Purtroppo, infatti andò diversamente, il falso articolo fa sorridere per la
normalità del dopoguerra che ha ripristinato ogni ingiustizia, perfino
raccontando il voto come concessione alle donne e non come voto delle donne che
hanno gli stessi diritti originari degli uomini, ricordando che per il voto si
mossero da Palermo a Bergamo, come dicono i documenti di varie iniziative e la
nascita di un Comitato pro-voto ad opera delle donne dei partiti del Cln già nel
1944, nella Roma liberata.[32]
“Non parlo per me, ma una Corinaldi, una Bianca Guidetti Serra avrebbero dovuto
essere perlomeno deputate. Tanto più che sono convinta che, se ci fosse bisogno
di nuovo le donne antifasciste si impegnerebbero ancora con tutte le loro forze”
commenta Albina Caviglione Lusso[33] nella sua testimonianza.
Ricorda l’ingiustizia con linguaggio sobrio ed efficace proprio Bianca Guidetti
Serra scrivendo, a proposito delle donne intervistate che hanno accettato di
raccontare per la prima volta la loro esperienza partigiana:
Nessuna ha ricoperto cariche politiche di rilievo, né all’interno delle
rispettive organizzazioni né negli affari pubblici.
Nessuna ha tratto vantaggi economici o qualsiasi altro tipo di remunerazione.
Vivono tutte, anche questo è da segnalare, modestamente seppure con estremo
decoro. Le loro abitazioni, linde e curate, talvolta consistenti in una camera o
due affacciantesi su un vecchio balcone comune, sono anch’esse, per la loro
uniformità, il simbolo di una scelta di vita. Solo alcune di loro hanno
raggiunto una certa agiatezza, così come qualche altra è al limite
dell’indigenza. […] Nessuna si è lamentata della sua situazione economica. Se
mai esiste rammarico, è dovuto ad una sorta di silenzio che grava loro
intorno.”[34]
Potrei scrivere le stesse parole ricordando l’incontro con Lavinia Guastalla[35]
negli anni Ottanta, in un modesto appartamento di un quartiere popolare di
Bergamo. Ormai anziana, viveva di una piccola pensione e negli ultimi anni di
lavoro aveva fatto la domestica. Velia Sacchi la ricordava bellissima e
bravissima, appassionata trascinante oratrice che suscitava le invidie maschili
per le sue doti, con gli inevitabili commenti malevoli.
Le donne della Resistenza restano lucide e dignitose fino alla fine. Tanti anni
fa ci siamo interrogate sulla modestia, se non avesse pesato sulla loro stessa
capacità di farsi avanti come ingombrante residuo di un’educazione che ha
imposto alle donne le virtù che potevano dare spazio agli uomini, ma non era
così, in realtà le donne che si esponevano e lottavano per le proprie
convinzioni venivano tacciate di cattivo carattere, lo fecero con Teresa Noce e
lo fecero anche a Bergamo con Lavinia Guastalla.
Da anni le donne si presentano sicure di sé, talvolta perfino con arroganza, ma
il risultato non cambia: modeste o sfrontate restano incastrate nell’oggettività
dei dati che raccontano una parità politica ancora molto lontana, per non
parlare di quella sociale.
Nella Resistenza cresce e si rende visibile uno straordinario ceto politico
femminile antifascista che sarà spesso emarginato, con uno spreco d’intelligenza
preparazione acume e onestà i cui esiti ancora ci riguardano. Un ceto politico
di vario orientamento ideale che troverà in tutti i partiti più ostacoli che
incoraggiamenti, dovrà passare da spiragli più che da porte spalancate. Questa è
la storia del dopo che va oltre l’argomento di queste riflessioni e riguarda
tutti gli ottant’anni che hanno determinato il nostro presente.
Storie diverse per origini familiari, formazione politica, scolarizzazione,
reddito e lavoro, unite dall’esperienza della lotta antifascista, cioè
dall’essere state donne dentro quell’esperienza in cui hanno misurato le proprie
capacità e cresciuto le proprie convinzioni: sono le donne che, di fatto e per
moltissimi aspetti, hanno generato un proprio programma democratico autonomo e
indipendente anche da quello dei partiti di appartenenza. Un programma non
scritto esplicitamente, ma visibile oggi per noi nelle tappe delle leggi che
hanno cambiato il paese e in quei legami mantenuti al di là e al di sopra di
ogni divisione partitica che ancora non sono stati raccontati e di cui abbiamo i
frammenti nelle memorie o negli atti parlamentari.
Una storia straordinaria che le protagoniste considerano ordinaria ed è questo
il salto politico che non riescono a comprendere gli uomini, che siano storici o
compagni di brigata, mariti, amanti, parenti, docenti.
Sono le donne che si occuperanno degli stupri di guerra, operati anche dai
soldati dell’esercito alleato che risaliva la penisola e che in certe zone fu un
fenomeno di massa, denunciando la vergognosa omertà delle istituzioni, le donne
che organizzarono il salvataggio di migliaia di bambini e bambine dalla povertà
e dalla fame subito dopo la liberazione, ma sono anche le donne che nelle
famiglie, come dopo ogni guerra, si fanno carico del dolore degli uomini, sono
le confidenti che non hanno bisogno di parole per capire, le custodi di una
debolezza che la società non accoglie perché lesiva dell’identità maschile forte
ed eroica. Le donne ascoltano, accolgono e proteggono dall’arroganza.
Delusione e insieme nostalgia per un tempo in cui hanno agito in libertà nei
mesi in cui lo stato di diritto era sospeso: sono i sentimenti che nel
dopoguerra si mescolano e potenziano l’energia necessaria a costruire la
democrazia sognata e usare quel diritto di voto, a lungo negato, finalmente a
favore delle donne e quindi di tutti. La disparità della rappresentanza finirà
col riprodurre la solita pratica della cooptazione mortificando le possibilità
della democrazia, favorendo una parità imitativa e spesso subalterna più che la
creatività di quelle nuove soggettività politiche che erano le donne.
Le istituzioni non ne hanno guadagnato e per molti versi si è di nuovo
interrotta la memoria politica delle donne, anche se oggi più generazioni hanno
vissuto la denuncia del patriarcato e non si sottomettono al maschilismo
diffuso.
A lungo (troppo a lungo) nel dopoguerra si parlò della Donna, al singolare, come
termine generico da accostare, magari come un post-it provvisorio, al dominio
simbolico dell’Uomo che non aveva nemmeno bisogno di essere nominato, perché
nella storia era sottinteso.
Gli uomini si sorprendono della presenza delle donne, ma noi donne non possiamo
sorprenderci se facciamo un minimo di autocoscienza e sgombriamo gli occhi dal
filtro delle pagine di storia che hanno omesso i fatti e deformato la realtà
deformando i sentimenti stessi con cui ci pensiamo.
Gli uomini hanno ghermito il potere con tutti i mezzi legiferando contro le
donne e la loro (nostra) libertà, appropriandosi del potere riproduttivo che
riguarda i corpi e le anime, per dirla con una dicotomia vetusta ma chiara: da
un lato il cognome paterno e i diritti ereditari, dall’altro tutte le forme
della memorabilità, dai monumenti e i nomi delle strade ai criteri storiografici
che sedimentano le narrazioni collettive in cui inevitabilmente si riconoscono
persone e collettività.
Non possiamo capire gli anni della storia repubblicana se non andiamo a vedere,
documentare, raccontare i modi eclatanti o subdoli, sempre abietti, con cui le
istituzioni a tutti i livelli hanno impedito la trasmissione della storia
politica delle donne. Eppure, in qualche modo, e prima di tutto grazie alle
donne della Resistenza, la trasmissione c’è stata e si rinnova ancora oggi in un
momento in cui i crimini di violenza contro le donne aumentano, in
controtendenza rispetto a tutti gli altri crimini, e rappresentano il sintomo
più eclatante di un male sociale che ha radici lontane.
Ha radici lontane anche il modo inedito di pensare sé e il mondo nonostante
tutto, che rinasce perché è una forza incoercibile: nei venti mesi della
Resistenza le donne hanno sentito di poter fare vacillare i pilastri del
patriarcato e non stupisce che i racconti di fatiche e rischi spaventosi siano
intrisi anche di gioia. Uno spostamento simbolico, esito della visibilità reale
delle donne durante la guerra, che genera via via mutamenti di posizione
continuamente aggrediti eppure irreversibili.
Nessuna ragazza penserebbe oggi sé stessa come “minore” rispetto agli uomini.
“E nel futuro una donna che va, a ricercare la sua identità”: non ho mai
dimenticato il monito di queste parole, scritte sul manifesto dello spettacolo
teatrale dell’Udi di Perugia che si tenne in occasione del X Congresso nazionale
dell’UDI nel 1978.
Mani di donna tolgono maschere, che s’accumulano di lato, da un volto che resta
invisibile coperto da un’ultima maschera. Ultima? Mi chiedo da allora, vedendo
quanto siamo ancora impastoiate, per non dire di peggio, nella cultura che
definiamo sinteticamente patriarcale dentro la quale ci muoviamo, lavoriamo,
amiamo, viviamo. E quante maschere devono togliersi gli uomini?
A quel congresso erano presenti molte donne della Resistenza a cominciare da
Camilla Ravera, insieme alla generazione che oggi definiamo del neofemminismo.
Ci sono voluti cinquant’anni dopo la liberazione dal nazifascismo e la nascita
della Repubblica democratica per modificare nel 1996 le norme del Codice Rocco e
definire la violenza sessuale reato contro la persona non contro la morale, ma
le donne non sono ancora cittadine a pieno titolo nelle leggi che conservano,
anche quando cambiano, le antiche strutture sessiste.
Oggi si discute della necessità di introdurre la psicologia nella formazione
delle forze dell’ordine e della magistratura che si occupa di violenza maschile
sulle donne: io penso che ogni sapere è inutile se non è accompagnato dalla
storia che è anche storia della formazione e del dominio del sapere nei suoi
aspetti profondamente misogini.
Il modo in cui documentiamo e narriamo la storia è una questione politica: il
modo in cui non sono stati affrontati gli stupri di guerra segna ancora la
storia del nostro paese e significa che la maggioranza degli uomini eletta in
parlamento dal 1946 ad oggi ha considerato irrilevante la vita delle donne: è un
fatto che non riguarda solo le donne, ma anche gli uomini e la democrazia
stessa, sempre minacciata, da allora, in modo subdolo e violento dalla
persistenza di rigurgiti fascisti.
Teresa Mattei, la più giovane delle madri costituenti, ha parlato dello stupro,
subito dai fascisti, solo in vecchiaia; delle 60.000 donne stuprate
dall’esercito francese in Lazio si è occupata Maria Maddalena Rossi con un
piccolo gruppo, e lei stessa, pure madre costituente, è sconosciuta come loro.
Una storia che è stata ridimensionata, negata, brutalmente emarginata, a cui è
stato vietato l’ingresso a scuola, anche con la complicità di un corpo
insegnante femminile assuefatto/costretto alla subalternità (con eccezioni
individuali e collettive che hanno fatto “resistenza” in alcuni luoghi e
momenti) eppure è una storia ricostruita ormai in moltissimi lavori di alto
valore scientifico ed è una storia rimasta nella memoria passata di voce in
voce.
Oggi sono moltissime le raccolte di testimonianze così come le biografie e
autobiografie di donne della Resistenza, ma non oltrepassano la soglia di
piccoli circuiti anche prestigiosi mentre nella cosiddetta cultura popolare, che
su questi temi non è certamente di maggioranza nella popolazione, diventa
rilevante l’opera che trova canali di pubblicizzazione soprattutto se presentata
come fosse la prima o unica.[36] Accade per le donne della Resistenza come per
le deportate che, sopravvissute al lager, furono costrette a cimentarsi con una
vita che continuava ad espellerle, come persone e come memoria. E accadde a
lungo nel dopoguerra.
Sono tutte le donne che ci hanno insegnato a cercare la storia nelle pieghe
delle narrazioni dominanti, come hanno fatto loro, che ricordavano ogni nome di
donna sfuggito alla censura dei secoli perché sapevano di muoversi sulla scena
politica (comprese le istituzioni culturali) senza avere una tradizione a cui
fare appello, ma erano consapevoli, sentivano, di essere anche figlie di una
lunga storia.
Noi possiamo/dobbiamo continuare il loro cammino, restituendo con le nostre
parole la visibilità a ciò che è stato sommerso, facendo risuonare le loro voci
nella nostra voce.
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[1] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998.
[2] Gruppi di difesa della donna e per l’Assistenza ai combattenti della
libertà, nati a Milano nel novembre 1943. Archivio Centrale, I Gruppi di Difesa
della Donna 1943-1945, Unione donne italiane.
[3] Nuto Revelli, L’anello forte, Einaudi, Torino 1985, Introduzione, pp.
XVII-XVIII.
[4] Cfr. Lidia Menapace, Scienza della vita quotidiana in “Reti”, n. 1, 1990,
pp. 63-69.
[5] Federazione universitari cattolici italiani.
[6] Teresa Vergalli, Una vita partigiana, Mondadori, Milano 2023, p. 30.
[7] Jacques Sémelin, Senz’armi di fronte a Hitler, Edizioni Sonda, Torino 1993;
Anna Bravo – Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne
1940-1945; Laterza, Bari 1995.
[8] Titolo del famoso libro di Marie Cardinal pubblicato nei Tascabili Bompiani
nel 1975.
[9] Tra le opere più significative segnalo: Anna Bravo – Anna Maria Bruzzone, In
guerra senz’armi, cit. e ancora Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, 2013.
[10] Tra i tanti testi sull’argomento, a partire da tutta l’opera di Marija
Gimbutas, segnalo: Riane Eisler, Il calice e la spada, Pratiche Editrice, 1996
(ed or. 1987); Marylène Patou-Mathis, La preistoria è donna, Giunti, 2021;
Antonella Savio, Prima Era Grandi insegnamenti, Prospettiva Edizioni, 2023.
[11] AAVV, Il Novecento delle italiane Una storia ancora da raccontare, Editori
Riuniti, Roma 2001, p. 131.
[12] Benedetta Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino 2022.
[13] Giovanna Zangrandi, I giorni veri, ISBN Edizioni, Milano 2012 (prima ed.
1963).
[14] Ida D’Este, Croce sulla schiena, CIERRE Edizioni, Verona, 2018 (prima ed.
Stamperia Fantoni di Venezia, 1953).
[15] Bianca Guidetti Serra, Compagne, Einaudi, Torino 1977.
[16] Mirella Alloisio – Giuliana Beltrami, Volontarie della libertà, Mazzotta,
Milano, 1981, p. 264. Nella nuova edizione del 2022 viene aggiunto l’articolo:
Le Volontarie e il cognome da ragazza di Giuliana: Gadola. Beltrami, infatti,
era il cognome del marito, leggendario capitano di una delle prime formazioni
partigiane, ucciso con alcuni compagni nel febbraio 1944 in Val d’Ossola. Cfr.,
Giuliana Gadola Beltrami, Il capitano, Edizioni Avanti!, Milano 1964; Ed. Lampi
di stampa, 2016.
[17] AAVV, Mille volte no, Editori Riuniti, Roma 1975 (prima ed. 1957).
[18] Annamaria Bruzzone – Rachele Farina, La Resistenza taciuta, La pietra,
Milano 1976.
[19] Mirella Alloisio – Giuliana Beltrami, Volontarie della libertà, cit., p.
264.
[20] Alba De Céspedes, Dalla parte di lei, Mondadori, Milano 1994, pp. 383-384
(prima ed. 1949).
[21] Rosangela Pesenti (presentazione e cura), Velia Sacchi E io crescevo,
Supernova, 2001. Il libro non conteneva la documentazione presente nella nuova
edizione completa del 2015. Rosangela Pesenti (a cura di), Velia Sacchi. Io non
sto a guardare. Memorie di una partigiana femminista, Manni, Lecce 2015.
[22] Alba de Céspedes, Nessuno torna indietro, Mondadori, Milano 1938.
[23] Titolo della Mostra realizzata dalla Ripartizione cultura e spettacolo del
Comune di Milano con il coordinamento di Rachele Farina nel 1983 a Palazzo
Reale. Nel Catalogo Mazzotta, significativa la sezione curata da Giuliana
Beltrami Gadola e Anna Maria Bruzzone con il titolo: La Resistenza sulle spalle.
[24] Riprendo il titolo molto pertinente del lavoro approfondito di Michela
Ponzani, Einaudi, Torino 2012, ripubblicato nel 2021.
[25] Anna Bravo, La conta dei salvati, cit., p. 3.
[26] Lidia Menapace e Giovanna Providenti, Tra femminismo e nonviolenza: un
dialogo tra generazioni diverse.
Tra i tanti volumi collettanei che comprendono interventi di Lidia Menapace su
questi temi segnalo: Monica Lanfranco – Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne
Disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003.
[27] Valeria P. Babini, Parole armate, La Tartaruga, Milano 2018.
[28] Carla Capponi, Con cuore di donna, Il saggiatore, Milano, 2000; Elsa Oliva,
Ragazza partigiana, La Nuova Italia, Firenze, 1974;
Gina Borellini, Un paltò per l’onorevole, Centro di Documentazione Donna
Moderna, 2009; Patrizia Pacini, La costituente: storia di Teresa Mattei,
Edizioni Altreconomia, Milano 2011.
[29] Tzvetan Todorov, Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 1992.
[30] Carlo Bertorelle e Mariapia Bigaran (a cura di), Lidia Menapace. Un
pensiero in movimento, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano, 2023.
[31] Lidia Menapace, Resisté, Il dito e la luna ed., Milano 2001.
[32] Patrizia Gabrielli, Il 1946, le donne, la Repubblica, Donzelli, Roma, 2009;
Patrizia Gabrielli, Il primo voto, Castelvecchi, Roma 2016; Maria Michetti –
Margherita Repetto – Luciana Viviani, UDI: laboratorio di politica delle donne,
Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 1998 (prima ed. 1985)
[33] Albina Caviglione Lusso (Laura), in Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina,
La Resistenza taciuta, Bollati Boringhieri, Torino 2003 (prima ed. La Pietra,
Milano 1976), p. 71.
[34] Bianca Guidetti Serra, Compagne, Einaudi, Torino 1977, volume primo, p. XI
della Premessa.
[35] L’attività di Lavinia Guastalla nella Resistenza è ricordata in Paolo
Bianchi, Pianura rossa, Edizioni Bottazzi, Suzzara (Mn), 2016.
[36] Esistono testimonianze, biografie, autobiografie di tutte le donne citate
in questo scritto e moltissime altre che non ho citato. Tra i tanti volumi di
testimonianze mi limito a ricordarne tre rappresentativi, per certi versi, anche
di tre stagioni politiche e quindi storiografiche: Franca Pieroni Bortolotti, Le
donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia-Romagna:
1943-1945, Vangelista editore, Milano 1978; Luisa Bellina – Maria Teresa Sega,
Tra la città di Dio e la città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza
Veneta, Istituto veneziano per la storia della resistenza e dell’età
contemporanea, 2004; Alessandro Portelli con Antonio Parisella, Ribelle e mai
domata. Canti e racconti di antifascismo e resistenza, Squi[libri], Roma 2016
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