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A Ginevra per la messa al bando dei LAWS
ALLE NAZIONI UNITE SI DECIDE IL FUTURO DEL CONTROLLO UMANO SUI SISTEMI D’ARMA AUTONOMI LETALI. LA RETE ITALIANA PACE E DISARMO A FIANCO DELLA CAMPAGNA STOP KILLER ROBOTS: “LE MACCHINE NON DECIDANO SU VITA E MORTE. L’ITALIA SOSTENGA L’AVVIO DEI NEGOZIATI, IL PARLAMENTO FACCIA LA SUA PARTE“. In questi giorni, presso la sede ONU di Ginevra, si tiene l’ultima sessione del Gruppo di esperti governativi (GGE) sui sistemi d’arma autonomi letali (LAWS), riunito nell’ambito della Convenzione su Certe Armi Convenzionali (CCW). È l’ultimo appuntamento tecnico prima della Conferenza di Riesame della CCW (16-20 novembre 2026), in cui gli Stati saranno chiamati a una decisione politica cruciale: avviare o meno veri e propri negoziati per un trattato che regoli e vieti i cosiddetti killer robot. La Rete Italiana Pace e Disarmo è presente a Ginevra con il coordinatore delle campagne, Francesco Vignarca, a sostegno delle posizioni della campagna internazionale Stop Killer Robots (di cui la Rete è partner italiano) per spingere gli Stati a non lasciar diluire all’ultimo minuto oltre un decennio di lavoro comune. Il messaggio è netto: il controllo umano sull’uso della forza è appeso a un filo, mentre armi autonome e sistemi abilitati dall’intelligenza artificiale sono già testati e impiegati sui campi di battaglia. Sono gli esseri umani, non le macchine, a dover mantenere il controllo sulle decisioni di vita e di morte. UN MOMENTO DECISIVO, DOPO OLTRE DIECI ANNI DI LAVORO Il consenso è cresciuto rapidamente: dai 42 Stati della dichiarazione congiunta guidata dal Brasile al GGE del settembre 2025, agli oltre 70 pronti a negoziare alla sessione di marzo 2026. L’appello congiunto del Segretario Generale dell’ONU Guterres e della Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa Spoljaric ha ribadito con urgenza la richiesta di uno strumento giuridicamente vincolante, avvertendo che “una mancata azione rapida e decisa costerà vite umane”. La Rete Pace Disarmo sottolinea con favore che l’Italia abbia dato in queste ore il proprio assenso alla dichiarazione congiunta cross-regionale (promossa da Stati come Brasile, Irlanda e Norvegia) a sostegno dell’avvio dei negoziati sulla base del testo in discussione al GGE. Un passo nella direzione di quel controllo umano significativo che la società civile chiede da più di dieci anni, prima ancora che l’urgenza del problema diventasse evidente a tutti. La Rete chiede ora coerenza fino a novembre: un mandato negoziale ambizioso e il divieto esplicito dei sistemi d’arma autonomi antipersona. L’ADVOCACY SUL PARLAMENTO ITALIANO VA INTENSIFICATA La presenza a Ginevra si lega al lavoro di advocacy parlamentare già avviato in Italia, che in questa fase decisiva andrà intensificato. Dopo la conferenza ospitata a inizio 2026 in Senato, la Rete sta lavorando alla costruzione di un intergruppo parlamentare trasversale sulle armi autonome, capace di portare il tema al centro del dibattito politico nazionale e di coordinare la posizione italiana con le richieste della campagna globale. UNA PREOCCUPAZIONE CHE UNISCE ISTITUZIONI, SCIENZA E COMUNITÀ RELIGIOSE L’allarme sull’uso militare dell’IA ha ormai un’eco che va oltre la società civile. Lo scorso luglio, a Castel Gandolfo, l’Assemblea Globale dei Premi Nobel su Intelligenza Artificiale e Guerra Nucleare (ispirata dall’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV) ha riunito oltre 200 tra premi Nobel, scienziati, ex capi di Stato e leader religiosi, sfociando nella Rome Declaration del 16 luglio: “nessuna macchina o sistema autonomo può essere posto al centro di decisioni da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità”. Su questo terreno si innesta la preoccupazione, condivisa dalla RIPD, per il legame in prospettiva altamente pericoloso tra armi nucleari e l’Intelligenza Artificiale utilizzata nel dominio militare. Un allarme rilanciato in particolare da ICAN (Premio Nobel per la Pace, di cui la Rete è parte): l’integrazione dell’IA nei sistemi di comando e controllo nucleari lascia poco spazio, o addirittura sostituisce, il giudizio umano nei momenti di crisi. E ci potrebbe portare ad una distruzione totale. IL PONTE TRA DISARMO E FINANZA ETICA A conferma di quanto il tema investa anche il mondo finanziario, a margine dei lavori diplomatici degli Stati si svolgerà il side event “Autonomous Weapons Systems: In Conversation with Investors” (2 settembre, Palais des Nations), che vede tra i relatori Aldo Bonati di Etica Sgr. L’evento riprende il percorso avviato a settembre 2025, quando Stop Killer Robots ed Etica Sgr hanno pubblicato una Dichiarazione congiunta degli investitori sulle armi autonome: una delle prime volte in cui investitori istituzionali hanno inquadrato queste armi non solo come questione umanitaria, ma come rischio finanziario. LE RICHIESTE DELLA RETE ITALIANA PACE E DISARMO “Le macchine non devono mai decidere chi vive e chi muore. È la linea rossa etica, umanitaria e giuridica che non possiamo superare. L’Italia ha l’occasione di stare dalla parte giusta della storia: adesso serve coerenza, a Ginevra e in Parlamento”, dichiara Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. Per questo la nostra Rete, in collegamento con tutte le realtà parte di Stop Killer Robots chiede anche al nostro Paese di: * rafforzare il testo in discussione al GGE, non indebolirlo, e sostenerlo come base negoziale di una norma di messa al bando; * contribuire ad avviare senza rinvii il negoziato per un trattato, con mandato chiaro e a tempo definito; * prevedere anche a livello nazionale il divieto dei sistemi d’arma autonomi antipersona, garantendo un controllo umano significativo sull’uso della forza; * confermare per l’Italia una posizione favorevole ai negoziati, auspicando che il Parlamento italiano assuma un ruolo attivo e trasversale in tal senso. Rete Italiana Pace e Disarmo
September 1, 2026
Pressenza
È possibile rendere didattica ed etica una tecnologia aziendale-militare? Riflessione sull’Enciclica “Magnifica Humanitas”
Come docente della scuola media pubblica, formatasi alla fine degli anni Novanta, quando ho ricevuto la notizia della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas riguardante le tecnologie digitali e l’uso dell’I.A., pur essendo laica (ma con un lungo passato come cattolica attiva nel sociale), ho avuto un moto di speranza che qualcosa, da fonti autorevoli e influenti, anche se non quelle a cui solitamente attingo per approfondire l’attualità, si levasse per porre un freno deciso all’influenza dei poteri guerrafondai nel mondo educativo-formativo, ultima sventura delle tante a cui l’irreversibile processo di aziendalizzazione della scuola pubblica ci ha tristemente condotto. Avevamo appena affrontato un difficile Collegio docenti dove la discussione sull’uso e sulla formazione di questi strumenti era stato oggetto di divisione tra noi; le nostre figure di riferimento come animatori digitali si sono proposte la lettura dell’Enciclica come studio estivo e ci siamo lasciati con l’idea di aggiornare il nostro confronto dopo un’attenta analisi non solo del documento papale, ma anche di altra bibliografia che, nel frattempo, sembra essere esplosa. Luca De Biase, nel suo podcast “Padroni del mondo”, all’episodio numero 37 cita la “magnifica umanità” di cui parla papa Leone XIV come un possibile antidoto al totalitarismo cognitivo che le informazioni sintetiche della I.A. possono alimentare, inquinando le menti e danneggiando le logiche della convivenza. Spiega chiaramente come i social media rafforzino la propaganda di autocrati quali Elon Musk, le cui finalità sembrano essere quelle, ad ascoltare le sue interviste, di migliorare l’umanità in ogni ambito, da quello sanitario a quello lavorativo, creando un universo tecnologico che risolva miracolosamente ogni problema, e lo afferma con spudorata mancanza di senso del limite e ferma convinzione di onnipotenza. Con atteggiamento più cauto Cristopher Olah, cofondatore di Anthropic, si limita ad esporre le sue ricerche sul funzionamento dell’I.A. considerando quest’ultima una macchina espressione delle capacità umane (e non di una tecnologia magica) che è possibile gestire per rendere fruttuosa l’interazione uomo-macchina. L’introduzione all’Enciclica, al punto 4, recita: «La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto ‘fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo’. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità nell’immaginario collettivo…Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e il bene comune». La visione di una “magnifica umanità” che ne emerge potrebbe risuonare alquanto fideistica, se riflettiamo sul fatto che scoperte scientifiche e innovazione tecnologica non hanno avuto uno sviluppo regolare, lineare e progressivo. A volte, in questo modo, le riassumiamo ai giovanissimi, tramite l’uso del manuale, per rendere accessibili i contenuti a studenti e studentesse ancora inesperti nello studio, ma spesso nel percorso di insegnamento c’è bisogno di lavorare sull’analisi delle fonti, dei punti di vista diversi e fare precisazioni nel merito, considerare dei salti all’indietro e dei regressi, parlare dei margini della società, delle eccezioni, degli insuccessi, della massa informe di chi la Storia non l’ha fatta perché i “Vinti” non glielo hanno permesso, introdurre, insomma, delle riflessioni che poco hanno a che fare con le “magnifiche sorti progressive” e i “significativi miglioramenti delle condizioni di vita” a cui la tecnica ci avrebbe condotti come umanità: «Parte di ciò che la modernità chiama progresso si riferisce a quattro secoli di dispostivi che permettono di non dover prestare attenzione all’alterità, ad altre forme di vita, agli ecosistemi» (Baptiste Morizot, Manieres d’etere vivant, Arles, Actes Sud 2020) Potrebbe apparire riduttivo anche parlare di “volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”: il “dual use” si potrebbe liquidare così? Come una necessità di mantenere separati due ambiti (civile e militare) del digitale per non arrecare danni o ci sono interferenze tra i due che sono comunque inevitabili per la natura stessa dello strumento aziendale-militare o perlomeno per come è stato concepito e sviluppato negli ultimi 70 anni[1]? Noi sospettiamo che, purtroppo, sia la seconda ipotesi quella più vicina a quanto stiamo vivendo: come Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università abbiamo avuto già modo di soffermarci su questi aspetti: “La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo“. L’Enciclica qualifica, senza mezzi termini, certi usi dell’I.A. come violazione della dignità umana (La normalizzazione della guerra, pag. 32 della Lettera Enciclica) e nelle sue indicazioni etico-morali fa comunque pressione affinché si portino in primo piano iniziative, a tutti i livelli, normativo in primis, per un’adozione tecnologica più riflessiva, quindi più lenta, disarmata e riconducibile a una risorsa che venga gestita come “bene comune”. Se pensiamo a uno di questi beni comuni, su cui la cittadinanza negli ultimi vent’anni si è mossa con maggior forza, l’acqua, agli esaltanti risultati referendari del 2010 e a come tutto ciò non sia comunque servito ad arginare l’accaparramento delle risorse idriche da parte dei colossi aziendali globali, ci viene un certo scoramento e ci chiediamo: accadrà la stessa cosa all’I.A., anche se dovesse essere dichiarata “bene comune”? Chi fermerà, in questo caso, l’avanzata degli interessi strategici che non si fanno scrupoli a scatenare conflitti bellici? Riuscirà l’Europa a difendere il principio di precauzione così come per molto tempo aveva fatto (in passato) nei confronti di un’altra tecnologia, gli O.G.M., applicata, in questo caso, all’agricoltura, per salvaguardare diritti, libertà, ecologia e risorse? Nonostante gli ingenti investimenti che lo sviluppo di questi software sta ricevendo e i brillanti risultati delle quotazioni in borsa delle multinazionali che li controllano, vale la pena citare lo stesso documento papale quando ci ricorda che l’indicatore PIL non misura il “ben-essere” delle popolazioni ma solo l’efficienza del capitale, che, a sua volta, si sposta là dove i margini di profitto aumentano, ovvero i titoli azionari prosperano, anche fra i gruppi di produttori di armi. Ma l’I.A., oltretutto, non sta migliorando le condizioni materiali dei più: il 90% delle imprese non registra aumenti di produttività[2] e, anzi, rischia di accelerare le disuguaglianze e introdurre un’automazione, senza occupazione, che distrugge il lavoro senza aumentare la crescita. Le Big Tech detengono un potere finanziario immenso, tramite il quale riescono a controllare i social media e, con essi, il dibattito politico, definendone l’agenda e condizionando pesantemente l’opinione pubblica. L’interdipendenza stretta tra questi colossi e i governi degli stati sta facendo vacillare le democrazie, sempre più in difficoltà a normare l’uso delle tecnologie digitali in base ai principi su cui si sono fondate, fin ora, le carte costituzionali[3]. Stiamo parlando di tecnologie che, trasferite all’ambito militare, alla logistica e all’intelligence, costituiscono occhi ed orecchie per dati (raccolti nell’ambito civile) che il reparto militare usa come controllo e sorveglianza della cittadinanza. Se uniamo a queste considerazioni il fatto che, negli organismi di rappresentanza degli atenei, rappresentanti di destra operano censure e pressioni per ridurre al minimo le critiche verso la partecipazione a progetti di ricerca “duali” (termine eufemistico, dal momento che l’ambito civile ne rappresenta una parte minoritaria rispetto al militare), capiamo bene come anche la libertà di ricerca nel settore pubblico possa essere pesantemente compromessa. Tale concentrazione di potere tecnologico, che riesce a condizionare ricerca e politica, svuotando di efficacia il diritto di scelta delle popolazioni, sta già conducendo ad una moltiplicazione di guerre e interventi militari. D’altronde gli LLM  (Large Language Model) sono stati sviluppati nell’alveo della ricerca sul machine learning statunitense non per scopi scientifici, umanitari o didattici, ma per migliorare servizi on line basati sull’interazione verbale che non fanno altro che fidelizzare il cliente e creare nuovi bisogni[4]. Hanno come scopo di fare in modo che l’utente li usi il più possibile per riuscire a estrapolare dati-linguaggio-parole sui quali basarsi per i propri output. Sono ancora tecnologie estremamente imprecise, per molti versi sovrastimate, sia in senso ottimistico che apocalittico: spesso sono le stesse industrie tecnologiche che illustrano scenari catastrofici per mostrarsi etiche e responsabili, con regolamenti inefficaci, per spostare l’attenzione sugli scenari futuri e distoglierla dal disastro presente[5]. C’è forse bisogno, ancor prima di un codice etico, di allargare la riflessione su una Antropologia per intelligenze artificiali (Filippo Lubrano, 2024): non è una novità, nella storia della ricerca scientifico-tecnologica, l’idea di creare una macchina pensante, come ci hanno insegnato gli scritti di Asimov, Turing, Searle… Il fenomeno mediatico su questi modelli linguistici è esploso ai giorni nostri non in virtù di una nuova scoperta o invenzione, ma perché a un certo punto le aziende si sono ritrovate con la possibilità di avere a disposizione una quantità enorme di dati, come mai prima, che è stata utilizzata con finalità commerciali e di sorveglianza, non per la costruzione del “bene comune”. Rileggiamo le Leggi della Robotica[6]: «0. Un robot non può recar danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno; 1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge» Non ci sembra che oggi ci sia niente di così diverso, a livello etico-morale, rispetto a ciò su cui  anche Asimov si interrogava: alla luce della rilettura di queste leggi fantascientifiche appare forse più macroscopica la distanza tra buone finalità scientifiche, didattiche e di reale progresso umano e il panorama tecnologico, economico e bellicistico attuale, per cui ci domandiamo se, invece di invocare una improbabile o inesistente I.A. etica non sarebbe meglio adottare, almeno per ora, una vera e propria obiezione di coscienza totale. Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università * [1] D.Tafani, Non senza di noi. Università e docenti che rifiutano i chatbot di sorveglianza,14/04/2026 * [2]Goldman Sachs,Top of Mind, Gen AI: too much spend, too little benefit? * [3] Dario Guarascio, Imperialismo digitale, 2026 * [4] S. Penge, Modelli linguistici opachi e modelli didattici trasparenti, Quaderni della decrescita, ‘26 * [5] Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, 2012 * [6] I.Asimov, Io robot, 1950 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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“100 libri per la nonviolenza” a Milano, il 23‑24‑25 settembre
L’iniziativa è dedicata alla diffusione della nonviolenza e del disarmo unilaterale teorizzato da Carlo Cassola, “il primo passo nella direzione giusta”: per sostanziare una cultura pacifista adatta al XXI Secolo e alle sue enormi sfide, attinenti alla sopravvivenza stessa della nostra specie. L’obiettivo è offrire a scuole, associazioni e istituzioni un percorso di riflessione e formazione capace di generare relazioni, pratiche e comunità che preparino la pace attraverso la via disarmata e disarmante: la nonviolenza poietica e terrestre, concreta e trasformativa. L’elenco dei 100 libri proposti nella rassegna è in elaborazione. Attualmente sono indicati: SEZIONE 1 – LA NONVIOLENZA POIETICA IN 6 TITOLI * Memoria e futuro * Antifascismo e nonviolenza * La guerra nucleare spiegata a Greta * La follia del nucleare (I edizione) * La follia del nucleare (II edizione) * Il Festival della nonviolenza poietica a Comiso (luglio 2025) SEZIONE 2 – I MAESTRI DELLA NONVIOLENZA: LA SELEZIONE ESSENZIALE * Henry David Thoreau – La disobbedienza civile * Lev Tolstoj * Mahatma Gandhi * Martin Luther King Jr. – La forza di amare * Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza * Carlo Cassola – La rivoluzione disarmista * Don Lorenzo Milani – L’obbedienza non è più una virtù * Alberto L’Abate * Gene Sharp – Politica dell’azione nonviolenta * Danilo Dolci * Lanza del Vasto * Giuliano Pontara * Erich Fromm SEZIONE 3 – NONVIOLENZA E RELIGIONI * Raimon Panikkar * Thich Nhat Hanh – Essere pace * Thomas Merton – Fede e violenza * Abraham J. Eschel – L’uomo non è solo * Dalai Lama – L’arte della compassione * Kumar – La via dei giainismo * Vandana Shiva – Ritorno alla Terra * Bede Griffiths – Il matrimonio tra Oriente e Occidente * Hildegard Goss-Mayr – O osare la pace o non esistere SEZIONE 4 – NONVIOLENZA E FEMMINISMO * Virginia Woolf – Le tre ghinee * Carol Gilligan – Con voce di donna * Vandana Shiva * Elena Dakota – La nonviolenza delle donne * Sara Ruddick – Pensiero materno * Judith Butler – La forza della nonviolenza * Arundhaty Roy – Guida alla nonviolenza per la gente comune * Lidia Menapace – Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo SEZIONE 5 – OBIEZIONE, TRANSARMO E DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA * Jean Marie Muller * Gene Sharp – Verso una Unione Europea disarmata * Joahn Galtung – Ci sono alternative * Pietro Pinna * Antonino Drago – La difesa popolare nonviolenta SEZIONE 6 – ECONOMIA NONVIOLENTA * EF Schumacher – Piccolo è bello * Serge Latouche – La scommessa della decrescita * Jeremy Rifkin * Vandana Shiva * Amartya Sen * Herman Daly – Lo stato stazionario * Murray Bookchin – L’ecologia della libertà SEZIONE 7 – LA VOCE DEGLI OPPRESSI. NONVIOLENZA E INGIUSTIZIA GLOBALE * Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, a cura di Daniela Bezzi * Amos Oz –Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione * Yossi Klein Halevi – Lettere al mio vicino palestinese SEZIONE 8 – LA NONVIOLENZA SULLA QUESTIONE ENERGETICA, CLIMATICA ED ECOLOGICA * Papa Francesco – Enciclica Laudato Si’ * Maurizio Torrealta – Il segreto delle tre pallottole. Intervista a Del Giudice * Luciano Benini SEZIONE 9 – LA BELLEZZA CHE DISARMA. ARTE CULTURA ED EDUCAZIONE * Lev Tolstoy – Che cosa è l’arte? * Montessori * Rodari * B. Brecht – L’abiura di Galileo * Don Lorenzo Milani – Lettere a una professoressa * Daniele Novara – La grammatica del conflitto SEZIONE 10 – LA PAROLA COME CANTIERE. COMUNICAZIONE E AZIONE POLITICA * Rosenberg * Paulo Freire * Pat Patfoot LA NONVIOLENZA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE * Papa Leone XIV –  Enciclica Magnifica Humanitas LA NONVIOLENZA NEI FUMETTI E PER I PIU’ PICCOLI * Persepolis   100 libri per la nonviolenza sarà in svolgimento negli spazi di ChiAmaMilano (Milano – via Laghetto, 2) nelle giornate di mercoledì 23, giovedì 24 e venerdì 25 settembre. INFORMAZIONI e CONTATTI : alfiononuke@gmail.com / +39 340 073 6871     Disarmisti Esigenti
August 25, 2026
Pressenza
Una macchina per pensare. Tolkien, l’Anello e il desiderio
Nel maggio del 2026 è accaduto qualcosa che, fino a pochi anni or sono, nemmeno la più sfrenata fantasia avrebbe potuto immaginare: un pontefice ha citato Tolkien in un’enciclica. Non in un’omelia, non in un discorso alla gioventù, non in una di quelle occasioni in cui la cultura popolare viene convocata per tradurre un aspetto dottrinale ritenuto di difficile accesso, e per essere poi rispedita ai margini, ma in un’enciclica, cioè nel grado più alto e impegnativo del magistero ordinario, e per giunta in un’enciclica dedicata all’intelligenza artificiale. Al paragrafo 213 della Magnifica Humanitas (15 maggio 2026), Papa Leone XIV chiama in causa “uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien” e gli affida la formulazione di un’etica della responsabilità: “non spetta a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, perché chi verrà dopo trovi terra sana e pulita da coltivare”. La citazione, tratta da Il signore degli anelli, è pronunciata da Gandalf, e che sia un mago ad essere citato in un’enciclica sull’intelligenza artificiale è troppo eloquente per essere casuale. La magia, in Tolkien, è ciò che nel nostro mondo la Macchina realizzerà per via tecnica, e affidare a un mago il monito contro il dominio della tecnica nel mondo significa compiere chiare scelte di campo. Oggi dobbiamo prendere atto che un testo, abbozzato da un professore di filologia oxoniense allora poco noto, è diventato, settant’anni dopo, materia di discernimento ecclesiale sulla tecnica. Ciò ci dice qualcosa su cui vale la pena indagare: non sul Papa, e nemmeno propriamente su Tolkien, bensì su quel nodo tra l’uomo e la macchina che ancora attende di essere pensato, e che la Terra di Mezzo mostra meglio di molti trattati. Inoltre, se allarghiamo l’orizzonte anche solo agli ultimi due decenni, scopriamo che l’enciclica papale si rivela essere solo l’ultimo tassello (per quanto fortemente significativo) di una bibliografia critica relativa all’opera di Tolkien che, a partire dal 2001, anno d’uscita del primo dei film di Peter Jackson, non ha più smesso di infittirsi, e qualunque pretesa di comprenderla in modo esaustivo appare come una vana ambizione. Non si tratta soltanto di letteratura critica: oltre a una pletora di nuove edizioni e ristampe di volumi precedentemente pubblicati, le traduzioni rappresentano il perno delle nuove pubblicazioni. Tra queste la principale è in corso presso Bompiani, dove, dal 2022 e con la consulenza dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, è a catalogo la prima traduzione italiana integrale della History of Middle-earth, dodici volumi di scritti postumi curati da Christopher Tolkien. La versione italiana è oggi giunta al settimo volume, intitolato Il tradimento di Isengard, proprio là dove la fucina di Saruman dà corpo – come vedremo – all’immagine tolkieniana della Macchina, mentre l’ottavo, La Guerra dell’Anello, è atteso per il prossimo autunno. È chiaro perciò che, a fronte di una tale proliferazione di testi, il critico, se vuole operare con rigore, è costretto a porsi dei limiti precisi, e a muoversi dentro un sentiero stretto e dai confini ben definiti, così come effettivamente è quello tracciato dal rapporto tra Tolkien e le macchine. Lasciamo perciò sullo sfondo l’imponente lavoro filologico che da Tom Shippey a Verlyn Flieger, da John Garth a Giuseppe Pezzini – e l’elenco potrebbe continuare a lungo – ci ha reso possibile leggere e conoscere Tolkien. La via aperta dai saggi qui presi in esame non è quella filologica, ma quella implicita in una certa linea di lettura ecologica e politica, che da Patrick Curry arriva fino ad oggi, e che proprio nel contemporaneo trova testi che la rilanciano. È da questi, e dal modo in cui leggono la Macchina, che conviene partire, così da misurare la loro attualità alla luce di questo fertile dibattito. Esemplare, in questo senso è il saggio di Sébastien Fontenelle, Tolkien contro le macchine, uscito in Francia per Lux nel 2025 ed edito in Italia da Blackie nel maggio 2026, con la traduzione di Sara Clamor e una prefazione di Wu Ming 4. Quest’ultimo sceglie le parole più adatte per introdurlo e presentarlo: è un libro “che non nasconde la propria vocazione militante, e anzi la esplicita con assoluta onestà intellettuale.” La tesi dell’autore, che Wu Ming 4 fa evidentemente sua, è limpida: Il Signore degli Anelli è un atto d’accusa contro il totalitarismo, l’industrializzazione e i tentativi della destra reazionaria di arruolare Tolkien nella propria causa, che si rivelano come vere e proprie falsificazioni. Fontenelle costruisce l’argomento per gradi, partendo dalla sobrietà degli Hobbit – l’utopia campestre della Contea, l’elogio del dono, la lentezza come forma di vita – per poi rovesciarlo nel suo opposto: la Macchina. Il capitolo sulle Macchine Fasciste (p. 101 e sgg) è il cuore del libro, ed è lì che il legame tra distruzione della natura e tecnica si fa esplicito. L’Isengard di Saruman, con i suoi pozzi e le sue fucine, i suoi getti di vapore illuminati di rosso e di verde velenoso, viene così accostato al Manifesto futurista di Marinetti e alla mobilitazione totale di Jünger, con cui condivide l’estetica delle fornaci notturne. Saruman, mago traviato (come lo chiama Barbalbero) “sta macchinando per diventare una Potenza”, la sua mente è fatta “di metallo e ingranaggi” (p. 95), ed è la figura in cui tecnica, fascismo e devastazione ambientale coincidono. La Macchina, per Fontenelle, è il dominio industriale e fossile, ciò che egli chiama carbofascismo: l’alleanza mortifera tra ideologia reazionaria e negazione della crisi climatica. È all’interno di questo edificio critico che Fontenelle colloca quella che forse è la pietra più interessante. Cita la lettera del 30 gennaio 1945 al figlio Christopher, la Lettera n. 96[1], e riporta la formulazione tolkieniana secondo cui “sembra che l’era delle Macchine stia giungendo al suo inconcludente capitolo finale; lasciando, ahimè, tutti più poveri, molti in lutto o mutilati, milioni di morti, e un solo trionfatore: le Macchine. Mentre i servi delle Macchine stanno diventando una classe privilegiata, le Macchine diventeranno estremamente più potenti. Quale sarà la loro prossima mossa? […]” La stessa lettera è centrale anche nella prefazione di Wu Ming 4 che ne pone un estratto come esergo e poi ne riporta la distopica conclusione. La prefazione va perciò un passo oltre il testo, e formula con nettezza ciò che Fontenelle solo accenna: “La tentazione della Macchina, […] di cui l’Anello è l’emblema, nasce dal disporre dei mezzi che garantiscono la realizzazione immediata dei propri desideri, ovvero l’affermazione della propria volontà senza alcun limite, sia esso etico o materiale. Se una cosa si può fare, si fa. Non a caso Tolkien associa la Macchina alla Magia, cioè alla tecnica per manipolare il mondo a proprio favore” (p. 11). Wu Ming 4 estende inoltre la lettura fino all’oggi dell’intelligenza artificiale che guida i bombardamenti, della sorveglianza biometrica, della dipendenza dai dispositivi che ci trasforma in appendici della macchina. Non deve però sfuggire che anche qui, nella lettura che ne dà Wu Ming 4, l’Anello resta emblema, figura, simbolo della Macchina. Sullo stesso terreno, e quasi nello stesso momento, arriva la terza voce di questo canto polifonico, quella che meno ci si aspetterebbe. L’enciclica di Leone XIV non parla della Macchina tolkieniana, e cita Tolkien una volta sola; ma lo cita per la frase di Gandalf sul non dominare le maree del mondo e sul lasciare terra pulita a chi verrà: una frase che è, esattamente, un’etica del limite contro la pretesa di dominio. E il contesto in cui la colloca è quello di una riflessione sulla “moderna Babele” come “paradigma tecnocratico globalizzato” e sulla “corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti” secondo “una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti” (par. 185). È sostanzialmente la stessa disamina, ovvero la cristallizzazione del dominio della tecnica, così come viene mostrato da Fontenelle e Wu Ming 4, ma tradotto nel lessico curiale. Tre voci dunque che convergono sullo stesso nucleo tolkieniano: la condanna del potere che non riconosce confini. Tre letture che non si arruolano a vicenda, e che proprio nella loro distanza reciproca permettono l’emersione del testo di Tolkien, che dimostra di possedere una profondità che eccede ciascuna di esse, e che nessuna delle tre riesce del tutto a nominare. Queste prospettive interpretative cercano nei testi un messaggio, una tesi, un’allegoria della crisi presente. Ma la potenza della parola di Tolkien non necessita di nessuna mediazione: parla da sola. Non si tratta di applicare una teoria terza al testo narrativo, ma di adottare un metodo che ascolti ciò che il testo ha da dire, che lo veda come pensiero che agisce per conto proprio, come filosofia già fatta e non come illustrazione di una filosofia altrove. Leggere Il Signore degli Anelli e Le Lettere (ma in generale l’intera opera di Tolkien) non per quello che vi si può proiettare, ma per quello che vi è pensato. L’allegoria, il gioco delle corrispondenze, la visione esistenziale, lo spirito ecologista e ambientalista sono tutti elementi corretti, ma che in fondo è la critica a posteriori ad averli proiettati sul testo. Lasciamo che sia lui stesso, non più specchio di un’ermeneutica che il filologo oxoniense avrebbe probabilmente mal digerito, a cominciare a parlare, e a raccontarsi. Sono quindi Le Lettere ad aiutarci in questa impresa, perché è lì che Tolkien si fa teorico di sé stesso, e perché esse sono il ponte naturale tra l’opera e la biografia. La concettualizzazione più alta è nella lettera 131, indirizzata intorno al 1951 a Milton Waldman (p. 227), dove Tolkien distingue la Magia dalla Macchina e insieme le imparenta: entrambe sono l’uso di mezzi esterni — “piani o dispositivi” — per imporre la propria volontà al mondo, in opposizione allo sviluppo dei poteri interni e innati. La Macchina è perciò la Magia tecnicizzata, il dominio che cerca scorciatoie. Questa concettualizzazione trova poi da un lato la sua applicazione e contestualmente si realizza come profezia. L’applicazione emerge nella lettera del 7 luglio 1944, la 75 (p. 139), dove la Macchina viene definita per la sua funzione: concretizzare il desiderio, generare potere nel mondo, dove Tolkien parla della “tragedia e [del]la disperazione di ogni Macchina”. Qui, a differenza che nell’arte, che si limita a creare un mondo secondario nella mente, la Macchina “tenta di realizzare un desiderio, e così di generare un potere in questo Mondo”. La profezia invece appare in un momento che Tolkien stesso riconosce come cardine nella storia dell’umanità. La ritroviamo nella lettera – precedentemente citata – del 30 gennaio 1945, scritta al figlio mentre i russi sono a meno di cento chilometri da Berlino, dove compare la domanda terribile, la prospettiva distopica sul futuro dell’umanità. Qui Tolkien scrive la sua angoscia, e il suo sguardo prova a indagare il futuro: che cosa faranno le Macchine? Ma qui il professore di Oxford presuppone qualcosa che né Fontenelle né Wu Ming 4 fanno rientrare nella loro prospettiva, ovvero ammette che le Macchine facciano qualcosa. Che siano, cioè, soggetti di un’azione e non solo oggetti di un uso, e quindi che ci sia un’agency della Macchina, dell’inanimato, come direbbe Mark Fisher. È qui infatti che la lettura come theory produce il suo scarto. Se prendiamo sul serio la definizione tolkieniana — la Macchina come ciò che concretizza il desiderio per generare potere – allora l’Anello non rappresenta la Macchina: l’Anello è la Macchina. Non un suo simbolo, non una sua allegoria, ma un suo caso, anzi il caso esemplare. E lo è in un senso molto preciso, che la critica tolkieniana, presa dalla questione etica, la questione del bene e del male, ha lasciato in ombra: l’Anello è una macchina perché agisce. Non è uno strumento inerte che attende di essere impugnato, ma un’entità dotata di una propria volontà, di un proprio desiderio, che si innesta su chi lo porta e lo trasforma. Il testo lo dice con una chiarezza che colpisce, una volta che si smetta di leggerlo come metafora. L’Anello “tradisce” Isildur facendoselo scivolare dal dito nel fiume; “abbandona” Gollum quando ha esaurito la sua utilità; “cerca” di tornare al suo signore. Frodo, al Consiglio di Elrond, si offre di portarlo “come se un’altra volontà stesse usando la sua piccola voce”. E nella spaccatura del Monte Fato, all’ultimo, è l’Anello a vincere: Frodo non lo distrugge, lo rivendica, e occorre Gollum — un altro che l’Anello ha agito per cinque secoli — perché il cerchio si chiuda. Per pensare questa agentività dell’oggetto, il concetto che si offre con più naturalezza è quello di macchina desiderante elaborato da Gilles Deleuze e Félix Guattari. Non perché Tolkien fosse deleuziano – l’idea sarebbe assurda – ma perché Deleuze ha dato un nome a ciò che il testo tolkieniano mette in scena: una macchina non è un utensile, è un dispositivo che funziona per connessioni, che produce un flusso e lo fa circolare, e che cattura il soggetto innestandovisi. L’Anello fa esattamente questo. Non significa il potere, lo produce; non rappresenta il desiderio, lo concretizza, proprio come Tolkien scriveva nel 1944. Si connette al portatore, ne intacca “volontà e ragione”, e progressivamente lo desoggettiva: Bilbo “stiracchiato”, nelle sue stesse parole, “come burro spalmato su troppo pane”; Gollum ridotto a pura dipendenza, un tossicodipendente, secondo la formula di Shippey, il cui oggetto del desiderio coincide con ciò che lo distrugge. La forza di questa lettura è che non addomestica il testo: non riduce l’Anello a una tesi sul potere o sulla tecnica, ma ne rispetta l’opacità, il fatto che esso non vuole dire qualcosa ma fa qualcosa. L’Anello non è allegorico perché le macchine desideranti non sono allegoriche: funzionano. Una volta riconosciuto questo, le tre letture da cui siamo partiti si ricompongono in una luce nuova. Esse non sbagliano: l’Anello è davvero la Macchina del dominio industriale di cui parla Fontenelle, è davvero l’emblema della tecnica come scorciatoia di potere di cui parla Wu Ming 4, è davvero il polo opposto a quella custodia del mondo che l’enciclica oppone alla pretesa tecnocratica. Ma tutte e tre si fermano sulla soglia dell’oggetto, ne fanno un simbolo di qualcos’altro – il capitalismo fossile, il potere, il peccato di Babele – laddove la sua forza sta proprio nel non essere simbolo di nulla, nell’essere una macchina che desidera e che, desiderando, produce dominio. La devastazione ecologica che Fontenelle legge in Saruman non è allora la conseguenza di una cattiva intenzione: è ciò che la macchina fa quando si innesta sul mondo. Saruman non distrugge Fangorn perché è malvagio; è catturato dalla macchina-dominio, e la macchina, una volta innestata, produce necessariamente fucine, disboscamento, fumo. La “mente di metallo e ingranaggi” non è una metafora del male: è la descrizione di un soggetto ridotto a prodotto dalla macchina che credeva di usare. Torniamo, allora, all’enciclica da cui siamo partiti, perché è il punto in cui il cerchio si chiude e insieme rivela la propria torsione. Leone XIV affida a Tolkien una frase sulla rinuncia al dominio: non governare le maree del mondo, ma custodire i campi che si conoscono. È una scelta esatta, perché coglie davvero un nucleo tolkieniano; e tuttavia, come le letture militanti, anche questa addomestica il testo, lo piega verso un’etica della responsabilità individuale e della “civiltà dell’amore” che è certamente nelle corde di Tolkien ma che ne neutralizza il versante più cupo. Perché ciò che Tolkien ha messo in scena non è soltanto la virtù di chi rinuncia al dominio, ma l’orrore di un dominio che non si lascia rinunciare: l’Anello che non si distrugge, che vince sul Monte Fato, che agisce i suoi portatori a dispetto della loro volontà. La Macchina, per Tolkien, non è solo ciò a cui dobbiamo virtuosamente rinunciare; è ciò che, una volta concretizzato il desiderio in potere, comincia a desiderare per conto proprio e ci sfugge di mano. È la domanda del 1945, intatta: che cosa faranno, adesso, le Macchine? Settant’anni dopo, mentre un’enciclica sull’intelligenza artificiale convoca Gandalf e i colossi della tecnica scelgono di battezzarsi come Palantir, Narya, Mithril, Rivendell, incarnando, come ha notato Wu Ming 4, lo spirito di Sauron mentre ne rubano il lessico, la domanda non ha perso un grammo della sua forza. Forse è questo che un pontefice, un militante e un critico hanno fiutato per vie diverse: che la Terra di Mezzo non offre una morale sulla tecnica, ma una macchina per pensarla. E che quella macchina, come tutte le macchine desideranti, continua a funzionare. [1] J.R.R. Tolkien, Lettere 1914/1973, Bompiani Milano 2018, p. 174 – 179 L'articolo Una macchina per pensare. Tolkien, l’Anello e il desiderio proviene da Pulp Magazine.
June 27, 2026
Pulp Magazine
[entropia massima] Estrattivismo dei dati
Puntata 31 di EM, settima del ciclo Estrattivismo dei Dati. Affrontiamo il tema dell'intelligenza artificiale da due prospettive diverse e complementari. Nella prima parte abbiamo ospitato Martina Ullasci, ricercatrice del Politecnico di Torino, che ci ha raccontato i risultati di tre esperimenti sui bias nei modelli di IA generativa. Dall'analisi di annunci di lavoro reali sono emersi stereotipi di genere nella costruzione del "candidato ideale"; altri studi hanno mostrato discriminazioni legate alle varietà linguistiche, sia nel caso dell'afroamericano negli Stati Uniti sia dei dialetti italiani, con una particolare penalizzazione delle varietà meridionali. Un'occasione per riflettere sul fatto che questi sistemi non sono neutri, ma tendono a riprodurre e amplificare le disuguaglianze presenti nella società. Nella seconda parte abbiamo dialogato con Giulio De Petra, a partire dal suo intervento Disarmare l'intelligenza artificiale e dalle riflessioni contenute nella recente enciclica di Papa Prevost. Un testo che invita a non considerare l'innovazione tecnologica come inevitabile e che mette al centro temi come il potere, la responsabilità politica e il controllo democratico delle tecnologie. Un intervento che segna una discontinuità nel dibattito interno alla Chiesa e che, allo stesso tempo, lancia una sfida alla narrazione dominante della Silicon Valley: il futuro dell'intelligenza artificiale non può essere lasciato esclusivamente nelle mani dei mercati e delle grandi imprese tecnologiche.
June 15, 2026
Radio Onda Rossa
Varese dice NO alla “Piazza della Pace” realizzata con contributi di Leonardo SpA
Le associazioni e i gruppi firmatari riuniti nella “Tenda per la Palestina e contro le armi” hanno consegnato al Sindaco e alla Giunta Comunale di Varese una lettera aperta per chiedere di non attuare quanto deliberato in data 23 dicembre 2025 in riferimento alla sottoscrizione del protocollo d’Intesa con la Fondazione Leonardo, per la riqualificazione del sito dell’ex Aermacchi in via Sanvito Silvestro a Varese, e dichiarano: > Come associazioni e gruppi della società civile varesina respingiamo in > maniera categorica la possibilità di partecipare alla costruzione di una > “Piazza della Pace” progettata e finanziata con il contributo di una fabbrica > di armi. > > Ci opponiamo recisamente alla logica  aberrante secondo cui se vuoi la pace > devi preparare la guerra. > > È una visione che non possiamo in nessun modo tollerare e soprattutto non > intendiamo tramandare ai nostri figli: la Pace si costruisce con la Pace , la > verità e la giustizia. > > Finché a Varese continueremo a vedere la produzione di armi passata e presente > come una cosa di cui sentirci orgogliosi non riusciremo a vedere nel nostro > futuro un’ opportunità di pace e di vita degna, per noi e per tutti. > > Per spiegare meglio la proposta di pace vera (cioè  radicalmente alternativa > alla collaborazione con aziende armiere) cui vorremmo contribuire, abbiamo > voluto accompagnare la nostra lettera con l’omaggio del bel lungo “Lettere dei > bambini ai fabbricanti di armi ” che ebbe l’ appoggio di Papa Francesco. > > La lettera, già firmata da una rosa di sottoscrittori, è aperta a chiunque > desideri aderirvi. > > Noi promotori  chiediamo  all’amministrazione comunale di darci un riscontro > pubblico in tempi rapidi , con  la garanzia di non sottoscrivere qualsiasi  > accordo  con aziende armiere, quale premessa indispensabile per poter valutare > le proposte concrete che vorremmo offrire come alternativa  al progetto in > questione. La comunicazione è stata inoltrata attraverso l’account di posta del Comitato Varesino per la Palestina a nome di tutte le associazioni firmatarie della lettera allegata, riunite nella “Tenda per la Palestina e contro le armi”: * Abbasso la guerra OdV * Caritas della Zona Pastorale di Varese * Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV * Sanità di Frontiera * Collettivo da Varese a Gaza * nAzione Umana * Donne in Nero * FLC CGIL sezione provinciale di Varese * Emergency – Gruppo Varese * Partito della Rifondazione Comunista, federazione di Varese * Comitato Antifascista Busto Arsizio * Rete Antifascista Varesina * Associazione Un’Altra Storia * Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Sezione di Induno Olona (Elenco in aggiornamento ) TESTO DELLA LETTERA: All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d’intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l’esposizione come simbolo del velivolo MB-326 in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l’intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell’obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’ area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. Redazione Varese
June 9, 2026
Pressenza
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
“Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica? Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il Tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato sì come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune. “Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni, quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire. Nell’enciclica Laudato sì tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica. Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della tecnoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente. L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito: la Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica, a cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità). Leone ammette sì l’importanza di “quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”, ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria), che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”. Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano. Guido Viale
June 6, 2026
Pressenza
7 giugno su Zoom: «Disarmisti esigenti» discute di …
… non violenza ed enciclica. Con il link per partecipare. Al link https://www.disarmistiesigenti.org/2026/06/04/grandenciclicasenzanonviolenza il nostro primo commento a caldo sulla «Magnifica Humanitas», molto ben disposto e favorevole. Si ricorda l’incontro online, su piattaforma Zoom, di riflessione e discussione convocato per domenica 7 giugno, dalle ore 17 alle 20. https://us06web.zoom.us/j/89229575480?pwd=WdG6I0bObO9jDLRsNPaeDu3sOPfyOX.1 Con spirito realmente costruttivo e dialogico, possiamo porci una domanda che
«Magnifica Humanitas»: laus fallaciarum
[…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo di jolek78 L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito;