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Widad Tamimi: “Sto con i palestinesi e gli israeliani che cercano una pace vera e giusta”
“Forse può sembrare ingenuo, ma resto convinta che non ci siano alternative alla pace. La guerra consuma sempre: svuota, corrode, indebolisce anche chi crede di vincere. E i muri, prima o poi, mostrano la loro natura: sono sottrazione di possibilità, amputazione di futuro, un limite imposto tanto a chi li subisce quanto a chi li erige.” È uno dei passaggi più significativi dell’ultimo libro di Widad Tamimi, appena uscito per Feltrinelli, “Dal fiume al mare – Storia della mia famiglia divisa tra due popoli”. Del sottotitolo confessa di non essere soddisfatta, a non piacerle è quella parola: “divisa”. “La mia famiglia sul conflitto tra israeliani e palestinesi non è mai stata divisa”. La madre, Claudia Weiss, proveniva dalla grande borghesia intellettuale ebraica austroungarica, mentre il padre, Khader Tamimi (medico pediatra e attuale presidente della Comunità Palestinese della Lombardia, ndr) è un profugo palestinese ricco di ingegno e coraggio. Il mio nome significa ‘amore’ in arabo antico, una promessa non solo a me, ma quasi politica. Una coppia che aveva radici diverse e proveniva da esuli prometteva al mondo di potersi amare anche attraverso i figli che sarebbero arrivati. La famiglia di mia madre fuggì negli Stati Uniti dopo le ‘leggi razziali’, nessuno andò mai in Israele e nessuno della nostra famiglia ebraica condivise mai il progetto sionista. Fu mia madre però la vera artefice, la mente audace e rigorosa di quel progetto che rese possibile la nascita mia e di mia sorella. Mio padre ne è stato il cuore pulsante: accogliente, capace d’amore, com’è nella sua natura. Lei lasciò la casa di origine per un ideale di giustizia sociale, rinunciando al superfluo e alla sicurezza di una vita agiata, ben prima di conoscerlo. Era una vera sessantottina e lo rimase fino alla morte, avvenuta prematuramente nel 1991. Non sarà stato facile crescere senza di lei, scomparsa 35 anni fa… Mamma fu ricoverata per la prima volta quando avevo un anno, ma le sue battaglie con la depressione erano iniziate molto prima. Dei pochi anni che vissi con lei, soltanto cinque in casa e gli altri passati per poche ore al mese nelle varie cliniche psichiatriche in cui veniva rinchiusa, ricordo di averla consolata, tenuta tra le braccia, di averla temuta e persino odiata per quella sua debolezza che nessuno era in grado di spiegarmi. Nei momenti di maggiore angoscia e conflitto interiore mi domando cosa mi direbbe oggi, quando mi sento sola, accusata di essere una traditrice, una voltafaccia, una che si piega alle logiche del perbenismo o, al contrario, una che sta con il nemico. Colpevole, agli occhi di molti, della compassione che provo per gli uni e per gli altri e dello sguardo che poso su vite che considero – per ragioni diverse e con responsabilità differenti – ugualmente miserevoli. Pensa che dopo quasi 80 anni di sangue e dopo il genocidio la pace tra palestinesi e israeliani sia ancora possibile? Non indugio sulla sproporzione tra le sofferenze palestinesi e quelle israeliane. Preferisco volgere lo sguardo al futuro e alla necessità di restituire umanità a entrambi i popoli. L’umanità dell’uno non può sopravvivere senza quella dell’altro. È per questo che ogni progetto fondato sulla disumanizzazione inizia sempre dalla separazione: divide, impedisce la conoscenza reciproca, cancella la vicinanza, priva le persone della possibilità di riconoscersi simili e di condividere – nel suo senso originario – la compassione, il patire insieme. Il suo impegno per la pace e i diritti umani non si esaurisce nell’attività di scrittrice e giornalista… Durante la crisi della rotta balcanica, quando milioni di persone attraversavano anche la Slovenia per andare soprattutto verso la Germania e la Svezia, mi impegnai come volontaria della Croce Rossa per il programma Restoring family links. Lavoravo nei campi profughi dalle otto di sera alle otto del mattino, poi tornavo a casa e scrivevo le storie delle persone incontrate. Era un modo per smaltire il dolore e portarlo all’attenzione degli sloveni, che erano così poco abituati ad accogliere migranti di lingua non slava. Ho continuato a scrivere anche con i ragazzi palestinesi venuti a Lubiana per ricevere protesi e fare fisioterapia dopo le gravi amputazioni subite a Gaza. Già solo scrivere le loro storie significava offrire finalmente ascolto e restituire umanità a chi è sempre stato invisibile o al più un numero buono per le statistiche. Con alcune famiglie palestinesi abbiamo inviato quelle storie alla Corte Internazionale. Ricordiamo che ogni palestinese è testimone di crimini gravissimi. Ad aiutarmi è stato soprattutto un giovane avvocato israeliano in esilio; anche quella è una storia dolorosa. Le persone che per convinzione o professione mettono in discussione l’autorità dello Stato israeliano vengono allontanate o incarcerate. Per questo giovane avvocato tornare dai suoi genitori in patria è diventato impossibile. Con la rettrice della Statale di Milano e con il prorettore Stefano Simonetta e molti altri docenti stiamo facendo di tutto, inoltre, per riuscire a portare qui i 165 giovani palestinesi che hanno ricevuto borse di studio per venire a studiare in Italia: erano attesi a settembre, ma non sono ancora riusciti a lasciare la Palestina per l’Italia. Che cosa ha provato dopo il 7 ottobre? Fu come aprire la porta di casa e trovarsi di fronte un poliziotto venuto ad annunciare l’arresto, per un delitto atroce, di un padre amato. Provai smarrimento, sconforto, una tristezza feroce per i palestinesi che porto nel cuore da sempre, per quella loro capacità di sorriderti anche quando tutto crolla. La violenza cieca, la ferocia vendicativa, l’abuso sulle donne, il massacro dei bambini: ho temuto che stessimo perdendo la nostra resistenza più profonda. Non quella armata, ma quella interiore, palestinese: la capacità di restare se stessi nonostante decenni di soprusi, di fatiche, di violenze e di silenzi internazionali. Oltraggiare l’umanità dell’altro non è un gesto a senso unico. La disumanizzazione è una dinamica a specchio: ogni volta che neghiamo l’umanità di qualcuno, per riuscire a farlo dobbiamo anestetizzare anche la nostra. La rinuncia a ‘mettersi nei panni dell’altro’ comporta un danno profondo all’anima. Qualcuno potrebbe obiettare che è facile giudicare “da lontano”. È vero. Noi della diaspora ci sentiamo protetti dai diritti umani di cui godiamo. Non posso sapere per certo cosa avrei fatto se fossi nata in Israele e se avessi perso un figlio per mano di un palestinese, o se fossi cresciuta a Gaza, ma neppure se fossi vissuta sotto il fascismo o il nazismo. Per questo tutta la mia ammirazione va a chi vive laggiù e resiste all’odio, resta e lotta per la pace e cerca di dialogare con l’altro. È quella la scommessa più grande. Il minimo che possiamo fare noi che viviamo altrove è metterci in discussione e sostenere gli sforzi di chi ha il coraggio di andare controcorrente rispetto alla tentazione della vendetta e dell”occhio per occhio”. Mi sembra che questa sia proprio la scommessa di associazioni e gruppi come Women of the sun, la cui leader Reem al-Hajajreh è stata premiata da Gariwo al Giardino dei Giusti di Milano, che porta avanti un’iniziativa di pace insieme a Yael Admi, fondatrice dell’associazione israeliana Women Wage Peace. Pochi giorni fa a Roma le attiviste dei due movimenti hanno camminato a piedi nudi dall’Ara Pacis al Pincio per chiedere una pace vera e giusta. Infatti, per questo ho voluto invitare Reem a partecipare alle presentazioni del mio libro. Sul palco della Fondazione Feltrinelli ci ha detto: “Sono cofondatrice di un gruppo di donne che si battono per la libertà e per una pace giusta. Crediamo fermamente che il futuro dei nostri figli debba essere libero dall’ombra della violenza, lavoriamo per far sentire la voce delle donne e per costruire un domani di diritti e sicurezza per ogni essere umano. Nonostante il dolore e la rabbia della nostra quotidianità, abbiamo scelto di collaborare con quegli israeliani che hanno il coraggio di opporsi all’occupazione. Non è una strada semplice, richiede coraggio da entrambe le parti, significa sfidare il dolore da un lato e l’isolamento sociale dall’altro. Abbiamo aderito al ‘Mothers’ call’, l’appello delle madri, un grido comune di madri palestinesi e israeliane che si rifiutano di accettare l’idea che i propri figli debbano crescere schiacciati dalla guerra. Con questo appello chiediamo con forza ai leader di scegliere la vita, la comunità e una soluzione politica invece di perpetuare la violenza”. Ci sono quindi spiragli in questo mondo in cui il diritto internazionale viene quotidianamente calpestato? È molto facile perdere la speranza. Ci guardiamo in giro, leggiamo i giornali e il gioco è fatto. Non posso dire di svegliarmi di buon umore tutti i giorni e di sentirmi piena di energie e assolutamente lucida sulla possibilità di creare qualcosa di positivo; ci sono momenti in cui i crolli sono giganteschi per quello che vediamo. Non è solo il futuro, ma anche quello che si vive ora, le persone che soffrono oggi. Pensare a quello che succede in tante parti del mondo è un dolore gigantesco per tutti noi e per fortuna lo proviamo, sarebbe molto sbagliato non provarlo: mai indifferenti. È giusto soffrire con loro. Però sebbene ci sembri sempre che sia la fine, in realtà nella storia siamo sempre andati avanti. Certo, tendiamo a inciampare. È come se l’umanità non riuscisse a camminare dritta, ma continuasse a cadere e a rialzarsi. E ogni volta che ci rialziamo siamo più lucidi, più capaci, più presenti. Il diritto internazionale è stato fondato dopo le grandi tragedie del XX secolo, ma poi per decenni lo abbiamo dato per scontato invece che farlo crescere. L’abbiamo lasciato lì pensando: adesso siamo tutti salvi, invece avremmo dovuto lavorarci. Ora più che mai siamo tutti chiamati a questo compito. Nei prossimi mesi ci saranno a Tel Aviv incontri tra palestinesi e israeliani che cercano una pace vera e giusta e io sarò con loro. Invito ebrei, palestinesi, israeliani e la comunità internazionale a sostenere chi lotta per una pace giusta e per i diritti uguali per tutte le persone che vivono dal Giordano al Mediterraneo e oltre.         Claudia Cangemi
April 2, 2026
Pressenza
Dalle frontiere delle rotte balcaniche alle frontiere interne.
Abbiamo avuto ospite in studio un compagno dell’Assemblea MAI più cpr di Torino che ci fatto un dettagliato resoconto dell’incontro con compagni e compagne di Rotte Balcaniche. Dai confini lungo quella rotta ci siamo poi spostati al confine interno del CPR di Torino che negli scorsi giorni ha visto le ennesime rivolte dei reclusi. E poi ancora la repressione che stanno subendo alcuni medici di Ravenna per non aver sottoscritto l’idoneità all’ingresso nel CPR per alcuni migranti. Infine Milano dove al CPR di Via Corelli è stata aperta anche la sezione A che fino ad ora era rimasta chiusa. Buon ascolto. Questa la play list che ci ha accompagnato in questa puntata: 01 – Noura Mint Seymali: “Arbina” 02 – A Tribe Called Quest: “Electric Relaxation” 03 – D. D Dumbo: “Walrus” 04 – Dj Shadow: “Building steam with a grain of salt” 05 – Dangelo and the Vanguard: “Aint that easy” 06 – 4hero: “Loveless” 07 – Lamb: “Little things” 08 – LCD Soundsystem: “Losing My Edge” 09 – Kneecap: “I bhFiacha linne” 10 – Che Artur: “Light Goes Out” 11 – Danny the Darleans: “Girl” 12 – Ravi Shavi: “Great Escape” 13 – Irreversible Entanglements: “Open the gates” 14 – The Streets: “Lets Push Things Forward”
March 28, 2026
Radio Blackout - Info
Dalle frontiere della rotta balcanica alle frontiere interne.
Abbiamo avuto ospite in studio un compagno dell’Assemblea MAI più cpr di Torino che ci fatto un dettagliato resoconto dell’incontro con compagni e compagne di Rotte Balcaniche. Dai confini lungo quella rotta ci siamo poi spostati al confine interno del CPR di Torino che negli scorsi giorni ha visto le ennesime rivolte dei reclusi. E poi ancora la repressione che stanno subendo alcuni medici di Ravenna per non aver sottoscritto l’idoneità all’ingresso nel CPR per alcuni migranti. Infine Milano dove al CPR di Via Corelli è stata aperta anche la sezione A che fino ad ora era rimasta chiusa. Buon ascolto. Questa la play list che ci ha accompagnato in questa puntata: 01 – Noura Mint Seymali: “Arbina” 02 – A Tribe Called Quest: “Electric Relaxation” 03 – D. D Dumbo: “Walrus” 04 – Dj Shadow: “Building steam with a grain of salt” 05 – Dangelo and the Vanguard: “Aint that easy” 06 – 4hero: “Loveless” 07 – Lamb: “Little things” 08 – LCD Soundsystem: “Losing My Edge” 09 – Kneecap: “I bhFiacha linne” 10 – Che Artur: “Light Goes Out” 11 – Danny the Darleans: “Girl” 12 – Ravi Shavi: “Great Escape” 13 – Irreversible Entanglements: “Open the gates” 14 – The Streets: “Lets Push Things Forward”
Ogni sera in Piazza del Mondo
Comunicato stampa relativo alla consegna in Questura e Prefettura di Trieste delle firme raccolte affinché Piazza Libertà, ribattezzata Piazza del mondo, sia preservata come luogo di socialità, convivenza e amicizia tra le genti Il 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura l’autorizzazione ad una manifestazione in piazza Libertà alle 19 di sera del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno, proprio in quell’ora, in piazza si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme ai “fornelli resistenti”, provenienti da tutta Italia, e ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila  (125 realtà associative e 4676 firme di persone fisiche) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV)   Redazione Friuli Venezia Giulia
March 2, 2026
Pressenza
BULGARIA: trappola per migranti
Punto nevralgico della rotta balcanica, la Bulgaria, grazie ai costanti finanziamenti e alle collaborazioni con istituzioni ed enti UE è diventato negli anni un vero e proprio laboratorio di sperimentazione per la detenzione amministrativa. Tra detenzioni che generano un vero e proprio sistema di porte scorrevoli da un centro di detenzione all’altro, pushback sul confine turco e tentativi di imposizione dei rimpatri “volontari” – promossi e sostenuti soprattutto dall’agenzia Frontex – la realtà bulgara rappresenta per le persone migranti una vera e propria trappola. Insieme a due attiviste di No Name Kitchen, raccontiamo ai microfoni di Radio Blackout come sta evolvendo il sistema di gestione dei flussi migratori e cosa sta provando a mettere in campo il collettivo. Cogliamo l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi di No Name Kitchen fondamentale per la sopravvivenza dei progetti di advovacy, supporto logistico e materiale delle persone intrappolate nella rotta balcanica. Per approfondire ulteriormente la questione consigliamo il report The Bulgarian Trap.
February 25, 2026
Radio Blackout - Info
Strage di Cutrio, carovana per una Calabria aperta e solidale
Torniamo a Crotone e a Steccato di Cutro, nel terzo anniversario della strage, per non dimenticare le vittime del regime di frontiera della Fortezza Europa. Dopo la Carovana dell’anno scorso ci mobiliteremo anche quest’anno per accogliere i famigliari e i superstiti che dopo anni di impegni non mantenuti da chi governa -con la complice latitanza di chi promette e non mantiene – ritorneranno a Crotone ed in Calabria. L’anno scorso grazie alla presenza dei testimoni (dalla rotta balcanica alle isole Canarie), dei famigliari e delle associazioni solidali abbiamo cominciato a costruire dal basso un percorso di solidarietà internazionale per contrastare le necropolitiche dei governi europei, che criminalizzano le navi umanitarie e finanziano le attività armate delle famigerate guardie costiere di Libia e Tunisia. Nel 2025 abbiamo visto crescere un grande e inedito movimento mondiale per fermare il genocidio del popolo palestinese e nell’estate scorsa sono partite dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia decine di barche delle Flotille (coalizioni solidali internazionali) che hanno tentato di rompere l’assedio a Gaza. Dopo lo sterminio in diretta, ora gran parte dei media sta oscurando quanto accade in Palestina e nel Medio Oriente (Kurdistan, Iran, Siria). Il piano di pace, con la  “tregua” a Gaza,  ha causato in pochi mesi centinaia di morti ed è evidente, nelle provocazioni quotidiane di coloni e militari, una situazione che prelude all’occupazione israeliana della Cisgiordania. Per costruire un’altra via alla pace e all’autodeterminazione del popolo palestinese nei prossimi mesi salperanno nuove flotille e anche in Calabria, come nel sud d’Italia, si dovrà esprimere un sostegno concreto agli equipaggi a partire dai porti di imbarco. La tragedia di Cutro evidenzia che senza la popolazione locale e gli attivisti impegnati giorno e notte un nuovo terribile delitto di Stato si sarebbe compiuto nellʼindifferenza. Il silenzio prima di tutto e quel fumo grigio che rende tutto indistinto nelle passerelle televisive e di governo, nelle condoglianze e nelle celebrazioni. Melilla, Ceuta, Isole Canarie, Pylos, Cutro e ancora una volta in Calabria, Roccella Jonica. Sono tanti di più, non solo nel Mediterraneo, i luoghi delle necropolitiche globali; in questi luoghi anche tristemente simbolici si affinano gli strumenti della negazione, dellʼoccultamento dei corpi insieme a quelli dei diritti delle famiglie e delle comunità. Roccella Jonica in ultimo ne è un buon esempio. Le istituzioni italiane terrorizzate dallʼeffetto Cutro sull’opinione pubblica hanno nascosto, disseminato cadaveri in luoghi diversi, hanno depistato lʼinformazione, hanno impunemente maltrattato e disorientato le famiglie. Una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone. Quando gli opinionisti discutono amabilmente sul termine corretto per definire il massacro di Gaza, genocidio o atti di guerra, bisognerebbe ricordare loro che non vi è invece termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente. LʼEuropa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex, schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti con il famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e lʼAsilo (PEMA) che entrerà in vigore a giugno e di cui vediamo, nella recente decretazione del governo, i primi frutti avvelenati. Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi e con loro le navi umanitarie, vessate in ogni modo, i solidali criminalizzati preventivamente mentre per contro si parla comodamente nelle sedi istituzionali di remigrazione e riconquista. Non è un caso che i governi ai due lati dell’Oceano Atlantico si ritrovino con una sola voce sulle pratiche di confinamento, di deportazione ed infine di annientamento lungo le rotte migratorie;  i migranti vanno meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra che hanno diversificato sulle persone in movimento il loro business criminale. Questa guerra di frontiera ci insegna che la risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte. Intrecciando le voci delle madri, dei famigliari che da Tunisi e Algeri, dal Marocco e dallʼestremo Oriente chiamano le Americhe e il resto del mondo. La strage di Cutro e le giornate successive ne sono un esempio; dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti costruendo lotte che vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni. Appare oggi evidente che la battaglia sarà impari, il potere e le sue emanazioni perseguono un altro disegno. Con coraggio dobbiamo avanzare proposte che vincolino queste ultime, di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti sullʼidentificazione, sul supporto psicologico ai famigliari, sulla loro presenza nelle diverse fasi dellʼiter processuale, nelle sepolture e nel rimpatrio dei corpi. Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale con gli amici spagnoli di Caravana Abriendo Fronteras e ai francesi di importanti organizzazioni sociali, per dare voce e concretezza a un protocollo per l’identificazione dei corpi, per la ricerca degli scomparsi, garantendo il diritto inalienabile dei famigliari a conoscere la sorte dei loro cari. Un processo lento ma ineludibile che non può che vedere al centro le famiglie. Saremo a Cutro e in Calabria accompagnati da alcuni familiari delle vittime della strage; saranno presenti anche Sabina Talović, attivista sulla rotta balcanica nella città di Pljevlja in Montenegro e Tony La Piccirella, portavoce della Global Sumud Flotilla. Saranno sempre con noi i Lenzuoli della Memoria Migrante, oggetti preziosi che vogliono rendere tangibile la volontà di dare nomi ai numeri, riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata a chi scompare in mare o lungo le rotte. Con affetto, memoria, lotta quotidiana per verità e giustizia. CarovaneMigranti Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
“Along the Border”: intervista a Chiara Fabbro, autrice della mostra fotografica sulla rotta balcanica
“L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”, scriveva Alexander Langer il 25 giugno 1995. Oggi potremmo dire “L’Europa muore o rinasce sulla rotta balcanica”. Dove 30 anni fa si consumava una guerra, oggi si vendono passaggi per l’Europa. L’attraversamento viene chiamato … Leggi tutto L'articolo “Along the Border”: intervista a Chiara Fabbro, autrice della mostra fotografica sulla rotta balcanica  sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
“Per un comunismo della cura”. A Milano incontro con Gian Andrea Franchi
Per i lettori di Pressenza il nome di Gian Andrea Franchi, da dieci anni in prima linea con Lorena Fornasir nell’accoglienza dei migranti che approdano dopo inenarrabili sofferenze lun go la rotta balcanica nella Piazza del Mondo di Trieste, suonerà sicuramente familiare. Parecchi gli articoli che salteranno fuori dai nostri archivi digitando il suo nome, in particolare quelli (febbraio 2021) che denunciavano l’incredibile accusa di ‘favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’, per aver ospitato una famiglia curdo-iraniana un paio d’anni prima. Indagine poi archiviata, ma che in quei mesi (si era nel dentro&fuori dalla pandemia) riempì di indignazione i tanti che da anni seguivano questa coppia di attivisti non più giovanissimi, nella loro instancabile, quotidiana, mirabile professione di cura, a cominciare dalle parti più martoriate di quei corpi in transito: i piedi. Piedi ridotti a zeppe di bolle e piaghe, chiusi dentro scarpe senza neppure i lacci, per non dire tutto il resto: l’esperienza dei respingimenti, il terrore accumulato in mesi o anni di viaggio, la realtà del trauma dentro gli occhi. In risposta a quell’accusa, Gian Andrea si limitò alle seguenti righe: “Rivendico il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno con i migranti. Impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentare d’intervenire sulle cause che la producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura, portato al limite della devastazione (come la pandemia ci ha dimostrato). È inoltre tentativo di costruire punti di socialità solidale che possano costantemente allargarsi e approfondirsi.” Parole che da sole basterebbero a sintetizzare i contenuti e le intenzioni di questo bel libro, che per l’appunto si intitola Per un comunismo della cura recentemente pubblicato da DeriveApprodi, che Gian Andrea Franchi sta presentando ovunque si presenti l’occasione – e l’occasione per Milano è stata qualche giorno fa alla Libreria delle Donne, con la conduzione di Silvia Marastoni. Incontro emozionante, anche grazie all’intervento di apertura di Lorena Fornasir, che non potendo essere presente di persona ci ha regalato una decina di minuti in diretta dalla “sua” Piazza del Mondo, con i ragazzi che arrivavano alla spicciolata… e quel monumento che per anni era stato il naturale punto d’incontro al centro della Piazza, ormai transennato da tutti i lati… e il vecchio porto austriaco in lontananza che per anni era stato il miserrimo rifugio per tanti, non più agibile, tombato pure quello d’ordinanza. “In questa piazza approdano i figli dei figli del nostro colonialismo, delle nostre guerre umanitarie, i disastri che produciamo esportando guerra anche quando la chiamiamo pace” ci ha detto Lorena con l’urgenza imposta da quello che per lei era un momento di lavoro. “Percorsi di dolore di cui siamo testimoni da quando, nel 2015, abbiamo cominciato questa pratica di cura a Pordenone. Da allora a oggi il cambiamento è stato solo in peggio per la ferocia che si è compiuta su queste persone, che si presentano con i loro corpi torturati, seviziati dalle polizie ai vari confini (…) Ciononostante  noi qui siamo, perché riteniamo che non sia possibile voltare la faccia dall’altra parte, perché come diceva Max Frish pensiamo che il ‘silenzio delle pantofole sia molto più pericoloso del rumore degli stivali’ e questo ci sostiene nella nostra resistenza quotidiana, contro queste politiche di morte, in cui la vita umana non vale più nulla. (…) Una sera è arrivato alla nostra ‘panchina della cura’ un uomo che avrà avuto 30 anni ma ne dimostrava il doppio, tanto il suo corpo era devastato, ed è stato difficile per me intervenire su quelle ferite che non riesco nemmeno a descrivere; non osavo incrociare il suo sguardo e quando alla fine l’ho fatto ho capito che ciò che non osavo guardare era il mio stesso trauma, sapendo che a 100 km da qui nella bellissima Croazia (vi invito a boicottare la Croazia), ci sono ragazzi che muoiono annegati. I morti di cui non si saprà mai nulla e di cui noi ricamiamo i nomi su questo ‘lenzuolo della memoria’: sono soprattutto i ragazzi migranti che li ricamano…”. E sul primo piano dei nomi ricamati in rosso sul bianco del lenzuolo, Lorena si scusa ma deve proprio andare: “Stanno arrivando sempre più persone, la Piazza mi chiama…” Il microfono può quindi passare a Gian Andrea, che a 89 anni ha ancora l’energia dell’attivista che in effetti è sempre stato. Ex professore di liceo in città diverse, ricorda con particolare entusiasmo quegli anni “a cavallo tra i 60 e 70, aperti alla speranza, in cui ci si sentiva parte di un movimento, di lotte, di tentativi di costruzione di forme nuove di vivere insieme… Fu in quell’epoca che decisi di entrare nel PCI e ne uscii dopo tre anni, deluso nell’assistere alla ritirata del Partito di fronte a quella che a me sembrava una fioritura, con le scuole occupate, gli studenti che si ponevano e ci ponevano delle domande, richieste di presenza, partecipazione, senso della vita… le stesse che si ponevano gli operai in sciopero nelle fabbriche, che senso aveva passare tutta la vita a una catena di montaggio… erano domande anche filosofiche, che finalmente circolavano a livello di massa. Poi nel 1969 c’è stata la strage di Piazza Fontana, ed è stato il segnale che il potere avrebbe reagito con inimmaginabile ferocia. E poi c’è stata l’involuzione, la lotta armata, ne ho conosciuti parecchi che si sono persi in quei percorsi. Io mi sono chiesto perché è finita così e una delle risposte che mi sono data è che lottare, in un certo senso, è più facile che costruire. Noi abbiamo lottato, ma non siamo stati capaci di costruire qualcosa che durasse veramente, come anni dopo ci avrebbe insegnato il movimento zapatista: per lottare bisognava avere qualcosa in grado di durare, altrimenti rimane solo la lotta, in cui è l’avversario che decide anche per te, e tu ti definisci in rapporto all’avversario, rispondi ai suoi attacchi o schemi. (…) E quindi appunto in questo libro ho cercato non solo di spiegarmi la complessità di ciò che è successo, ma anche di inquadrare il fenomeno della migrazione nella sua realtà: sia in prospettiva, perché secondo i calcoli dell’IOM (International Organization for Migration, che fa parte dell’ONU) i migranti potrebbero essere un miliardo e mezzo entro vent’anni, e addirittura quattro miliardi entro la fine del secolo, sia come opportunità, per un cambio di rotta quanto mai necessario. E quindi ecco il riferimento al comunismo, nel suo significato più fondamentale, come ‘messa in comune della cura’, creazione di nuove forme di comunità, antidoto alla malattia mortale delle nostre società che è l’individualismo, in cui ognuno guarda solo alla propria cerchia, famiglia, territorio. Essendo andato a sbattere contro questo fenomeno migratorio, ho capito che in questo confronto con situazioni estreme poteva esserci una chiamata a cui rispondere: non solo per cercare di aiutare loro nei loro bisogni e aspirazioni, ma come indicazione di futuro per tutti noi. Perché come non capire che il motivo fondamentale di questi flussi migratori è un problema che ci riguarda tutti come esseri viventi, ovvero l’alterazione degli equilibri biologici che regolano il pianeta terra, la vita stessa? Come non capire che questi giovani che arrivano soprattutto dall’Asia del sud, ma anche dall’Africa, sono solo un’anticipazione di un fenomeno ben più grande che molto presto riguarderà i nostri figli e nipoti? E allora cerchiamo di ripartire appunto dal cuore, ovvero dalla Piazza del Mondo, dall’accoglienza di queste persone, dalla fecondità degli incontri e riunioni, dal ritrovarsi nella soluzione delle esigenze più fondamentali e vitali, nella sperimentazione di resistenze creative. Per costruire dal basso qualcosa che abbia senso, a partire da quel concetto di Disperata speranza del giovane filosofo ebreo Carlo Michelstaedter, su cui ho scritto la mia tesi di laurea e continuato a lavorare per il resto della mia vita. Gian Andrea Franchi, Per un comunismo della cura, Ed DeriveApprodi 2025, 172 pag. € 18 Daniela Bezzi
June 9, 2025
Pressenza
Per una società della cura, a partire dalla Piazza del Mondo
Mercoledì 4 giugno 2025 ore 18.30 Libreria delle Donne, via Pietro Calvi 29, Milano Da sette anni, ogni giorno, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir  accolgono chi transita da Trieste dopo aver percorso la rotta balcanica,  insieme a volontarie/i  dell’Associazione Linea d’Ombra, da loro fondata. Dalla pratica di relazione a matrice femminile e materna fondata sulla cura, a partire dai corpi, sono nati anche i due ultimi libri di Gian Andrea,  Per un comunismo della cura e Il diritto di Antigone. Appunti per una filosofia politica: a partire dai corpi migranti. Di questo e della loro esperienza nel difficilissimo contesto attuale discutiamo con loro. Introduce Silvia Marastoni. www.libreriadelledonne.it info@libreriadelledonne.it Redazione Milano
May 31, 2025
Pressenza