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Il piede di cartone
Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevole per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandoci di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se caduco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora sì che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mia mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- Comune-info
August 23, 2026
Pressenza
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
August 17, 2026
Radio Blackout
BULGARIA: TORTURATI RICHIEDENTI ASILO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI PASTROGOR. LA DENUNCIA DEL COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE
“Violenze normalizzate” dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Lo testimoniano compagne e compagni del Collettivo Rotte Balcaniche presenti in Bulgaria il 26 luglio, quando è scoppiata una rivolta nel lager per migranti di Pastrogor, nei pressi della frontiera turco-greco-bulgara. “Dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà (…) le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati”, scrive il Collettivo in un comunicato diffuso in italiano, inglese, greco e bulgaro. Attiviste e attivisti erano in presidio davanti al centro e hanno raccolto le testimonianze dirette dei pochi detenuti che ancora possiedono uno smartphone: “le persone hanno iniziato a scandire slogan come Libertà, Hurriya e Open camp! Open camp!, riunendosi gioiosamente, mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere”. Poco dopo è arrivato il durissimo intervento della polizia che “con il volto coperto da passamontagna ha picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia”. Ancora più grave la presenza di minori, che non dovrebbero trovarsi in un centro chiuso. Prima della dura repressione della polizia, i richiedenti asilo erano mobilitati da settimane. Protestavano “collettivamente contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni”. Si tratta di un esempio di come un centro per migranti, aperto nel 2012 come centro di accoglienza e poi diventato un centro chiuso per richiedenti asilo, stia diventando un esperimento delle nuove leggi contenute nel Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Abbiamo approfondito la vicenda con Lotti e Cami del Collettivo Rotte Balcaniche, che il 26 luglio erano presenti in presidio fuori dal campo di Pastrogor. Ascolta o scarica Il comunicato stampa inviato in redazione dal Collettivo Rotte Balcaniche.  Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara. Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno. Collettivo Rotte Balcaniche.  
August 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Liberi di muoversi
-------------------------------------------------------------------------------- Una striscia del fumetto Indomabile dedicata alla Piazza del mondo che nasce ogni giorno a Trieste -------------------------------------------------------------------------------- Non abituarsi alle politiche di controllo, paura e securitarismo e alla loro capacità di produrre violenza e esclusione richiede un grande e costante esercizio di lucida resistenza. Lo racconta a modo suo anche il fumetto Indomabile edito da Cronache ribelli – con testi e inchieste di Valerio Nicolosi, sceneggiatura e disegni di Maria Chiara Gianolla – in cui si intrecciano le vicende di una famiglia curdo-siriana in viaggio lungo la rotta balcanica e quelle di un orso ribelle. Abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Chiara Gianolla. Possiamo dire che il tema di fondo di Indomabile è la libertà di movimento? In cosa consiste per te questa libertà? Si, sicuramente e questa libertà é prima di tutto una condizione interna: essere liberi di muoversi tra tutte le dimensioni di sé fino a riconoscere la propria natura per poi rivendicare il diritto di esistere e di vivere in conformità ad essa. In alcuni casi a questo movimento interno corrisponde un movimento esterno se il paese in cui si vive non consente di vivere nel pieno rispetto di sé e della qualità della propria vita.  Il fumetto affronta in modo originale i temi delle politiche securitarie ma suggerisce anche vie di fuga. Puoi indicarcene alcune? Intanto già parlare e costruire occasioni di riflessione su questi temi mi pare già un atto rivoluzionario. Nello specifico, il fumetto suggerisce la fuga non come un atto vile, ma come la possibilità di aprire varchi e di immaginare nuove prospettive. Non sempre le fughe consentono di raggiungere fisicamente le mete ambite, ma di certo rappresentano delle possibilità e fino a che abbiamo delle possibilità non siamo sconfitti. Nessuna gabbia é tanto stretta da imprigionare l’immaginazione. La mia generazione è cresciuta con il motto di Genova 2001 “un altro mondo è possibile” e in quella possibilità c’è la più forte opposizione all’approccio securitario.  Nelle presentazioni del libro cosa emerge? Quali sono i temi di cui c’è voglia di discutere? Antispecismo, ecologia, biopolitica, diritti… e una forte critica verso quei sistemi di potere che, dal positivismo in poi, hanno cercato di sottomettere la dimensione naturale a una dimensione artificiale e politica di stampo coloniale e suprematista. Dal 2019 sulle pagine di Comune, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir raccontano chi sono i migranti della cosiddetta Rotta Balcanica e cosa accade ogni giorno nella piazza di Trieste dove alcune persone li incontrano. Descrivono spesso un gesto di cura profondamente politico, la lavanda dei piedi di chi ha spesso percorso migliaia di chilometri, un gesto concreto ma anche simbolico. Per loro è l’apertura di un varco, qualcosa che mostra una possibilità nuova… Cosa ne pensi? Ho conosciuto quella realtà da vicino e ho colto immediatamente il forte valore simbolico del gesto a cui corrisponde il più concreto atto di coraggio e di cura, nella storia dell’umanità del resto i simboli sono sempre strettamente collegati al reale. Le polizie di frontiera, legali o illegali, sottraggono tutto ai migranti per impedire il loro cammino, non possono però sottrarre loro i piedi: curarli significa consentire a queste persone, ancora una volta, di rimettersi in viaggio e di sentire l’amore di un’umanità che, per fortuna, esiste ancora. È un’iniezione di forza e di fiducia, un antidoto contro la violenza che subiscono.  Il libro ha legato testi e inchieste di Valerio Nicolosi con sceneggiatura e disegni da te curati: come avete lavorato? Lo abbiamo costruito insieme, passo passo. L’idea di unire le due storie è stata di Valerio. Abbiamo messo in fila i fatti, costruito uno Storyboard accurato, lui mi ha fornito molto del suo materiale documentario e i testi, frutto delle sue inchieste e interviste sul campo, così ho potuto procedere autonomamente nella costruzione dello storytelling e dei disegni. L’escamotage narrativo della nonna e della nipote é invece mio: un omaggio alla mia nonna friulana che fin da piccola mi ha insegnato a rispettare il bosco e al mio cane, a cui ho dedicato il fumetto, che mi ha insegnato ad attraversarlo.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Liberi di muoversi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero nell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza