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Un tregua piena di sfide
L’annuncio di un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran, non è stato un evento passeggero in una tradizionale escalation, bensì un momento intenso che ha rivelato i limiti del potere della forza e ha messo a nudo la natura degli equilibri che governeranno la regione e il […] L'articolo Un tregua piena di sfide su Contropiano.
April 11, 2026
Contropiano
IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
April 10, 2026
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IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
April 10, 2026
Radio Blackout
Quale tregua tra Stati Uniti e Iran?
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti. Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione, andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
Quale tregua tra Stati Uniti e Iran?
In queste ore è iniziato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Se di tregua si può parlare. Hormuz rimane bloccato. Ma sopratutto Israele fa sentire il suo disappunto colpendo più forte. Gli attacchi durante la giornata di ieri in Libano sono senza precedenti: più di 250 morti e 1165 feriti. Insieme al giornalista Marco Santopadre facciamo il punto della situazione, andando a commentare, tra le altre cose, la tenuta iraniana, malgrado l’aggravarsi della situazione economica nel paese. Situazione economica che si preannuncia complicata anche in occidente, come tanto viene ripetuto in relazione allo stretto di Hormuz. I negoziati di questi prossimi giorni che si terranno in Pakistan si preannunciano ovviamente molto complessi.
April 9, 2026
Radio Blackout
La tregua dello stretto di Hormuz e la debolezza delle destre reazionarie occidentali
Per tutta la giornata di martedì 7 aprile Trump ha minacciato di distruggere e sradicare un’intera civiltà, quella iraniana, con bombardamenti massicci sulle strutture fondamentali civili ed energetiche. Nel frattempo trattava freneticamente con il regime islamista iraniano attraverso intermediari pakistani, teleguidati dalla Cina e in rapporto dialettico con l’Arabia Saudita. Probabilmente Trump è anche stato sottoposto a forti pressioni interne da parte di Vance e di una buona parte delle forze armate e del mondo MAGA, mentre soltanto Hegseth, il ministro della Guerra, e i suoi pretoriani di fresca nomina premevano per l’escalation. La rottura totale con l’Europa ha portato perfino gli zelanti Meloni e Crosetto (Tajani non conta) a dare segni di sconcerto e presa di distanza. Ha retto, ovviamente, l’asse con Israele, che del resto è l’unico a trarre vantaggi dalla prosecuzione a oltranza della guerra, per la sua politica criminale di genocidio ed egemonia regionale. > Nella notte fra il 7 e l’8 aprile l’apocalisse è stata rinviata e Trump ha > accettato di colpo i 10 punti proposti dal Pakistan sulla base di una proposta > iraniana, riservandosi di “interpretarli” nelle prossime due settimane. E dunque ogni solido giudizio è rinviato a questo percorso interpretativo, e al momento possiamo solo formulare ipotesi provvisorie. Israele invece un’interpretazione l’ha già data: accerta la sospensione delle ostilità con l’Iran, ma prosegue e anzi intensifica i raid sul Libano. L’Iran, a sua volta, si riserva di riprendere i lanci missilistici su Israele, a sostegno dell’alleato Hezbollah, in caso di mancata tregua su quel fronte. Nella misura in cui la tregua regge, chi ci perde e chi ci guadagna? Potremmo dire sommariamente che il bilancio sul fronte Usa-Iran è, al netto delle perdite umane e dei danni materiali subiti dal secondo, di win-win, o forse, per meglio dire, di lose-lose. Trump riesce a tirarsi fuori da una situazione che ha pesantemente compromesso il suo consenso in vista delle elezioni di mid term e a fingere di aver conseguito una vittoria schiacciante con scarse perdite, anche se non può nascondere gli enormi costi economici e materiali, nonché, in minor misura, umani, pagati dagli Stati uniti in questi giorni. L’Iran, contrariamente alle previsioni compiacenti e alle sbruffonate del tycoon, non ha ceduto, né in termini militari né sul piano del regime change (anzi, forse ha ricompattato il Paese per ragioni patriottiche, almeno per qualche mese). Teheran ottiene la sospensione dei bombardamenti, la promessa (vaga) della fine delle sanzioni primarie e secondarie e il diritto di pedaggio (ai mezzi con l’Oman) sul transito di petroliere e container nello stretto di Hormuz. La riapertura è vincolata ad una tassa di transito di 2 milioni di dollari a nave, ufficialmente per ricostruire il paese. Nei fatti però si trasforma uno stretto marittimo in un canale a pagamento come sono Suez e Panama, un cambio radicale che potrebbe essere motivo di stravolgimenti geopolitici futuri.  Il diritto all’arricchimento dell’uranio viene riconosciuto a fini civili (ma già il cane rabbioso Hegseth parla di sequestro dell’uranio arricchito), mentre viene formalizzata la rinuncia agli ordigni atomici, che l’Iran dichiara già da anni. > Il fatto stesso che la tregua sia stata stipulata a partire dai 10 punti > richiesti dall’Iran, e non dai 15 punti (radicalmente diversi) proposti giorni > addietro dagli Stati Uniti, è il dato politico più evidente che fa definire > questa tregua una sonora sconfitta statunitense secondo l’opinione di molti > analisti, addirittura la più grande dopo la ritirata dal Vietnam.  Il principale e immediato risultato pratico dell’accordo, propri o quello più intensamente sollecitato da Trump, è la riapertura di Hormuz, quindi il ristabilimento del flusso di petrolio e fertilizzanti verso la Cina, che ringrazia sentitamente, e secondariamente l’India e l’Europa. Il soft power cinese, manifestatosi tutto d’un colpo sullo scacchiere mediorientale dopo mesi di silenzio, non solo fa di quel Paese il garante degli equilibri internazionali sconvolti dalla gestione “disturbata” e disturbante di Trump, ma gli consente un accesso privilegiato alle materie prime di cui ha bisogno (petrolio, gas e fertilizzanti), emancipandolo da residua dipendenza da Mosca (a sua volta troppo soddisfatta dai vantaggi in Ucraina per giocare un ruolo in Medio Oriente). Da Hormuz riaperto verranno vantaggi anche per l’India e la Ue, e naturalmente per i paesi arabi che potranno tornare a esportare il fossile estratto, leccandosi le ferite inflitte senza risarcimento dall’Iran. Il viaggetto meloniano nell’area si rivela essere stato del tutto inutile, ma pasquetta fuori casa è un’occasione imperdibile, anche per smaltire lo stress. L’Europa riguadagna un po’ di fossile, ma vede compromessa irrimediabilmente la tenuta della Nato e si trova così davanti a problemi economici (una tipica stagflation) e militari di difficile soluzione, costretta a una politica di riarmo autonomo in una situazione di incipiente recessione. Il governo Meloni ne esce a pezzi e della cosa non abbiamo che da rallegrarci, anche se il carrello della spesa e il blocco dello sviluppo peseranno duramente sui nostri consumi, già strozzati dal livello dei salari e delle pensioni. Il progetto-caos di Trump si avvia al fallimento ma la guerra, che ha temporaneamente paralizzato le insorgenze democratiche all’interno degli Usa e dell’Iran, ha forse incrinato anche il blocco delle destre trumpiane in Europa e aperto nuovi spazi di lotta, visibili per ora (a parte la Spagna) solo in Francia e in Italia, ma su cui possiamo lavorare. La copertina è di European space agency (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La tregua dello stretto di Hormuz e la debolezza delle destre reazionarie occidentali proviene da DINAMOpress.
April 9, 2026
DINAMOpress
Scenario Gaza per il Libano. Il genocidio israeliano cambia quadrante
La Protezione Civile libanese ha comunicato che nel solo pomeriggio di ieri 254 persone sono state uccise e altre 1.165 sono rimaste ferite nell’aggressione israeliana contro l’intero territorio del Libano. Il bilancio delle vittime in soli dieci minuti di bombardamenti sistematici è il seguente: Beirut: 92 morti e 742 feriti; […] L'articolo Scenario Gaza per il Libano. Il genocidio israeliano cambia quadrante su Contropiano.
April 9, 2026
Contropiano
Messaggio da Gaza ai tempi della guerra USA-Israele-Iran
Dopo un lungo silenzio riaccendiamo i riflettori su Gaza grazie al racconto di storia vissuta che ci ha appena inviato Nancy Hamad, la studentessa in economia che vorrebbe con tutte le sue forze laurearsi. Nel dicembre del 2024 il collettivo di docenti e ricercatori “Roma Tre Etica” ha conferito a Nancy una laurea honoris causa (simbolica) nel giorno stesso in cui il terzo ateneo della Capitale la conferiva a una delle artefici sul piano giuridico del regime di apartheid e oggi di genocidio: la costituzionalista, colonnello dell’esercito israeliano Daphne Barak Erez. Si trattò di un omaggio verso i numerosi centri di potere sionisti all’interno di un ateneo non nuovo a tali iniziative. Ecco il messaggio di Nancy: Ciao Stefano, grazie a Dio stiamo bene. Per noi non è cambiato molto, ma la tregua ha portato un notevole sollievo, anche se i bombardamenti continuano a verificarsi a intermittenza. Non c’è pace interiore in noi. Siamo ancora sfollati nel sud, viviamo in tende. Siamo estremamente provati psicologicamente. La speranza è letteralmente svanita dai nostri cuori. Non riusciamo più a immaginare il nostro futuro; è un futuro sconosciuto. I nostri giovani stanno morendo nella nostra terra. Non ci sono sogni, né speranza, né obiettivi, né ambizioni, mentre un tempo sognavamo come gli altri giovani di tutto il mondo. La frammentazione interna e il disordine tra la popolazione di Gaza sono diventati immensi. Siamo dispersi. Dopo la guerra con l’Iran, noi a Gaza siamo stati dimenticati e il mondo ci ha dimenticati. Abbiamo perso la speranza di tornare nella nostra terra. Siamo persino stanchi di parlare e rivolgerci al mondo intero senza alcun risultato tangibile. Ogni commento è superfluo; a noi resta solo il doveroso compito di non spegnere i riflettori. Stefano Bertoldi
March 17, 2026
Pressenza
Gaza. Uccisi 32 palestinesi in un solo giorno di bombardamenti israeliani. La tregua è un inganno
Continuare a parlare di cessate il fuoco e “piano per Gaza” è una menzogna sanguinosa. Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato che 29 palestinesi (saliti a 32 nelle ultime ore) inclusi bambini, sono stati uccisi e decine sono stati feriti in continui bombardamenti israeliani dall’alba di sabato, sabato […] L'articolo Gaza. Uccisi 32 palestinesi in un solo giorno di bombardamenti israeliani. La tregua è un inganno su Contropiano.
February 1, 2026
Contropiano