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Iran, la resistenza che fa tremare l’impero e dà ossigeno a Cuba
Le notizie che arrivano in questi giorni dall’Iran mostrano un quadro che dovrebbe essere letto con grande attenzione. Il presidente Masoud Pezeshkian ha osservato che “il mondo è stupito dalla resistenza dell’Iran”, perché il Paese, secondo molte previsioni, avrebbe dovuto crollare sotto il peso dell’offensiva e delle pressioni americane. Invece […] L'articolo Iran, la resistenza che fa tremare l’impero e dà ossigeno a Cuba su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Tregua in Libano, conferme bilaterali ma combattimenti in corso
Reuters: l’accordo Israele-Hezbollah sul “cessate il fuoco” entra in vigore Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno. Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del […] L'articolo Tregua in Libano, conferme bilaterali ma combattimenti in corso su Contropiano.
June 19, 2026
Contropiano
Memorandum d’intesa USA-Iran ma nessuna pace per il Libano
Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa. La firma ufficiale è prevista in Svizzera il 19 giugno. Questo accordo va letto principalmente come una cornice negoziale generale: le questioni più controverse, a partire dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni e dagli equilibri regionali, non sono ancora state definite e dovranno essere oggetto di negoziati successivi. Una delle questioni più delicate riguarda le ricadute sul Libano. Israele, infatti, non ha mai sostenuto questa tregua, mentre l’Iran ha sempre ribadito che la fine dei bombardamenti israeliani sul Libano rappresenta una parte integrante dell’accordo. Lo si è visto chiaramente con il pesante bombardamento del quartiere di Dahiyeh, nella periferia sud di Beirut, avvenuto poche ore prima della conclusione del negoziato tra Stati Uniti e Iran. Il 9 giugno l’offensiva israeliana in Libano ha raggiunto i cento giorni, decine di villaggi del sud del Paese sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Le forze israeliane hanno occupato circa 2.000 chilometri quadrati di territorio libanese, nella più ampia avanzata dai tempi dell’occupazione del Libano iniziata nel 1982. L’obiettivo di Israele è chiaro: proseguire i bombardamenti fino a rendere permanentemente inabitabili ampie aree del Libano meridionale, mantenendo così un’occupazione militare stabile in quelle zone. È la cosiddetta “zona cuscinetto”, che inizialmente avrebbe dovuto estendersi fino al fiume Litani ma che, di fatto, continua a spostarsi sempre più a nord. Una dinamica analoga a quella osservata nella Striscia di Gaza, dove il governo Netanyahu ha annunciato l’intenzione di mantenere il controllo di porzioni sempre più vaste del territorio, fino al 70 per cento della Striscia. Pur con modalità militari differenti, processi simili di colonizzazione sono evidenti anche in Cisgiordania, dove proseguono i piani di espansione degli insediamenti e di consolidamento del controllo israeliano sul territorio. Tra i casi più significativi c’è quello della comunità di Khan al-Ahmar, che da prima del 2018 resiste al piano E1, il progetto di espansione israeliana che punta ad aumentare il controllo delle aree attorno a Gerusalemme e che contribuirebbe a dividere ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri.
Memorandum d’intesa USA-Iran ma nessuna pace per il Libano
Nella notte tra domenica e lunedì Stati Uniti e Iran hanno concluso il negoziato, arrivando alla firma di un memorandum d’intesa. La firma ufficiale è prevista in Svizzera il 19 giugno. Questo accordo va letto principalmente come una cornice negoziale generale: le questioni più controverse, a partire dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni e dagli equilibri regionali, non sono ancora state definite e dovranno essere oggetto di negoziati successivi. Una delle questioni più delicate riguarda le ricadute sul Libano. Israele, infatti, non ha mai sostenuto questa tregua, mentre l’Iran ha sempre ribadito che la fine dei bombardamenti israeliani sul Libano rappresenta una parte integrante dell’accordo. Lo si è visto chiaramente con il pesante bombardamento del quartiere di Dahiyeh, nella periferia sud di Beirut, avvenuto poche ore prima della conclusione del negoziato tra Stati Uniti e Iran. Il 9 giugno l’offensiva israeliana in Libano ha raggiunto i cento giorni, decine di villaggi del sud del Paese sono stati distrutti o gravemente danneggiati. Le forze israeliane hanno occupato circa 2.000 chilometri quadrati di territorio libanese, nella più ampia avanzata dai tempi dell’occupazione del Libano iniziata nel 1982. L’obiettivo di Israele è chiaro: proseguire i bombardamenti fino a rendere permanentemente inabitabili ampie aree del Libano meridionale, mantenendo così un’occupazione militare stabile in quelle zone. È la cosiddetta “zona cuscinetto”, che inizialmente avrebbe dovuto estendersi fino al fiume Litani ma che, di fatto, continua a spostarsi sempre più a nord. Una dinamica analoga a quella osservata nella Striscia di Gaza, dove il governo Netanyahu ha annunciato l’intenzione di mantenere il controllo di porzioni sempre più vaste del territorio, fino al 70 per cento della Striscia. Pur con modalità militari differenti, processi simili di colonizzazione sono evidenti anche in Cisgiordania, dove proseguono i piani di espansione degli insediamenti e di consolidamento del controllo israeliano sul territorio. Tra i casi più significativi c’è quello della comunità di Khan al-Ahmar, che da prima del 2018 resiste al piano E1, il progetto di espansione israeliana che punta ad aumentare il controllo delle aree attorno a Gerusalemme e che contribuirebbe a dividere ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud. Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente per Il Manifesto e direttore di Pagine Esteri.
June 17, 2026
Radio Blackout
Furundulla 324 – Demo Crazia
…la nostra DEMO ha dimostrato che questo tipo di CRAZIA non funziona, non regge il mercato. Torniamo alla sana e collaudata ARISTO-CRAZIA di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ——————————- more ———————– Quorum Il baro Basta TG!! Prima vennero… “Il male
MEDIO ORIENTE: DOPO LO SCAMBIO DI ATTACCHI, ENNESIMA “TREGUA ARMATA” TRA IRAN E ISRAELE. ANCORA BOMBE SU LIBANO E GAZA
I Pasdaran iraniani hanno sospeso le operazioni militari contro Israele avvertendo al contempo di “attacchi più duri e devastanti” qualora Tel Aviv tornasse a violare la tregua, parziale, violata nelle scorse ore in Libano. Prima dello stop, l’esercito iraniano aveva fatto sapere di avere ucciso 5 persone di un non meglio precisato “gruppo separatista” attivo nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan, al confine con il Pakistan. Sono stati 19 gli arresti nella stessa operazione, durante la quale è morto anche un militare iraniano. Teheran parla di un gruppo “affiliato ai servizi segreti di Stati Uniti e Israele” che avrebbe “pianificato di entrare in Iran attraverso la zona di confine di Saravan”. Tutto questo è accaduto dopo una notte e una mattinata di bombardamenti israeliani su diversi siti iraniani, in particolare impianti petrolchimici, e dopo i missili che le forze armate iraniane avevano lanciato verso Israele in risposta al precedente raid sionista contro il Libano – e in particolare sulla capitale Beirut – in aperta violazione della tregua stipulata pochi giorni fa. Per la prima volta da mesi, 2 missili sono partiti anche dallo Yemen, dove gli Houthi hanno annunciato il divieto di navigazione per le navi israeliane nel Mar Rosso con un blocco nello stretto di Bab al-Mandab. Al momento, su pressione del presidente Usa Trump, il premier israeliano Netanyahu ha detto che “per ora gli attacchi sono cessati”. Da Teheran il presidente iraniano Pezeskhian fa sapere: “non abbandoneremo né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati. Restiamo impegnati sui 2 fronti”. In Libano, intanto, anche oggi 7 persone sono state uccise e 24 ferite in una serie di bombardamenti israeliani. Gli attacchi hanno colpito Nabatiye, Sidone, Tiro (qui danneggiate anche le rovine romane, patrimonio mondiale dell’Unesco) Bint Jbeil, Marjayoun e Jezzine. A Gaza, in Palestina, almeno una dozzina di palestinesi sono stati uccisi soltanto nella mattinata di oggi, lunedì 8 giugno. Fonti mediche della Striscia hanno annunciato che il bilancio delle vittime del genocidio per mano israeliana è salito a 72.980, con 173.171 feriti dal 7 ottobre 2023 a oggi. Il numero totale di palestinesi uccisi dall’annuncio del cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha raggiunto quota 970, mentre il numero dei feriti registrati nello stesso periodo è salito a 3.063. Inoltre, sono stati recuperati 782 corpi in diverse località. Per commentare gli ultimi sviluppi su Radio Onda d’Urto è intervenuto il giornalista palestinese Samir Al Qaryouti. Ascolta o scarica.
June 8, 2026
Radio Onda d`Urto
L’autorizzazione di Zelenskij
A occhio dovrebbe essere andata così. Trump ha chiamato Zelenskij: “Volodymyr senti, vie qua. Avvicìnate”. “Sì sir, l’ascolto”. “No no, avvicinate, vie qua”. Zelenskij, s’avvicina, Trump gli mette un braccio sulla spalla. “Volò, tu ciai casa, affetti, soldi, proprietà e quant’altro a Kiev no?”. “Sì sir”. “Ci tieni no?”. “Sì […] L'articolo L’autorizzazione di Zelenskij su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano
LIBANO: REGGE PER ORA IL CESSATE IL FUOCO, DOPO 2.200 PERSONE UCCISE E UN MILIONE E DUECENTOMILA SFOLLATI
Da ieri, in tarda serata, è in vigore il cessate il fuoco di 10 giorni annunciato da Trump in Libano. Si tratta del primo stop in un mese e mezzo di raid incessanti, via aria e via terra, di Israele in Libano. Un periodo durante il quale sono state ammazzate 2.200 persone (13 solo poche ore prima della tregua), con quasi 8mila feriti, a cui aggiungere le persone sfollate, costrette a lasciare le proprie case a causa degli attacchi, soprattutto a sud; sono circa 1 milione e duecentomila, cioè più di un quarto della popolazione libanese. Le truppe israeliane hanno fatto sapere che continuerà l’occupazione e l’annessione di quella porzione di sud conquistata durante 45 giorni di duri scontri con Hezbollah. Il movimento sciita– escluso dai negoziati – in un comunicato ha preso atto della tregua ma ricorda che Israele ha una lunga storia di violazioni di cessate il fuoco (basti pensare a quello che, in teoria, era in vigore dal novembre 2024). Così Hezbollah ha affermato di tenere “il dito sul grilletto” nel caso Tel Aviv dovesse violare la tregua, mentre migliaia di persone stanno provando a tornare a casa, verso sud. David Ruggini, capomissione di Un ponte per in Libano, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’accordo raggiunto ieri  Ascolta o scarica Mauro Pompili, giornalista freelance appena rientrato dal Libano, sottolinea ai microfoni di Radio Onda d’Urto come la tregua nei combattimenti stia tenendo. Ascolta o scarica
April 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Un tregua piena di sfide
L’annuncio di un cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran, non è stato un evento passeggero in una tradizionale escalation, bensì un momento intenso che ha rivelato i limiti del potere della forza e ha messo a nudo la natura degli equilibri che governeranno la regione e il […] L'articolo Un tregua piena di sfide su Contropiano.
April 11, 2026
Contropiano
IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
April 10, 2026
Radio Blackout - Info