Tag - sudan

La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
Eritrea, USA e il Mar Rosso
articoli di Leila Belhadj Mohamed (*) e di Siid Negash (**) L’Eritrea, Trump e la nuova partita per il Mar Rosso Washington riapre il dialogo con Asmara mentre precipitano i rapporti tra Etiopia ed Eritrea. Cresce il rischio di una nuova guerra nel Corno d’Africa. Nel giro di due settimane, l’Eritrea è tornata al centro di due vicende che raccontano
October 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@1
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione.
October 3, 2026
Radio Blackout - Info
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@0
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione.
October 3, 2026
Radio Blackout - Info
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@0
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@1
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@2
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
Riesplode la guerra civile in Etiopia. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa
Dopo solo quattro anni dal cessate il fuoco, la guerra civile torna in Etiopia. La scorsa settimana, le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno assunto il controllo dei principali scali aeroportuali della regione settentrionale del paese. Sul terreno, sono stati segnalati pesanti combattimenti di fanteria […] L'articolo Riesplode la guerra civile in Etiopia. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa su Contropiano.
September 30, 2026
Contropiano
L’isola dei tesori
di Mauro Armanino Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo …
September 19, 2026
Osservatorio Repressione
Abituarsi, tradimenti, nazioni, morire di fame
Quattro riflessioni di Mauro Armanino (*) Devo imparare ancora una terza cosa: non devo abituarmi Non devo uccidere non devo tradire Questo lo so Devo imparare ancora una terza cosa: Non devo abituarmi Recita così uno degli scritti di Erich Fried, poeta austriaco ebreo. Costretto ad abbandonare Vienna per Londra dopo l’occupazione nazista morì in Germania nel 1988. Lavorò come
September 18, 2026
La Bottega del Barbieri