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Sudan, la guerra passa dalle miniere d’oro
Segnaliamo un interessante lavoro inerente il Sudan elaborato da Diogene Notizie con alcuni link finali di approfondimento By Redazione di Diogene Notizie “Sudanese goldhunters – ‘you may be an optimisit if you think you’ll fill a wheelbarrow'” by 10b travelling / Carsten ten Brink is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. Il governo sudanese ha annunciato una stretta sul settore minerario
Ali e il movimento “infinitamente arrabbiati”: per un Sudan di pace e giustizia
Il gruppo politico di Ali si chiama, tradotto in italiano, “infinitamente arrabbiati”. Sono ragazzi giovanissimi, studenti universitari che con lo scoppio della guerra non hanno potuto terminare gli studi poiché costretti all’esilio. “I Janjaweed hanno preso la mia città e … Leggi tutto L'articolo Ali e il movimento “infinitamente arrabbiati”: per un Sudan di pace e giustizia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano […] L'articolo La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano
“Basta sangue sui nostri giubbotti”. Flashmob davanti a Montecitorio
«Senza testimoni non c’è verità. E senza verità non c’è giustizia». È questo il messaggio che ha accompagnato, giovedì 7 maggio 2026, il flashmob promosso dal mondo dell’informazione davanti a Montecitorio, contro l’uccisione sistematica delle giornaliste e dei giornalisti nei conflitti armati, in particolare in Palestina, Libano e in tutto il Medio Oriente. Tra le fotografie dei reporter uccisi e le bandiere palestinesi, la protesta ha assunto anche la forma di un rito civile della memoria. Durante il presidio, sono state lette ad alta voce le storie e i nomi delle reporter e dei reporter uccisi, da Gaza al Libano, dallo Yemen al Sudan: non numeri astratti, ma vite, biografie, famiglie spezzate. Un elenco che, letto pubblicamente, ha trasformato la piazza in un luogo di testimonianza collettiva contro quella che le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa definiscono ormai una strage senza precedenti. Particolarmente intenso l’intervento di Bassam Saleh, giornalista palestinese, che ha denunciato «una tragedia che continua senza testimoni». Gaza – ha spiegato – è progressivamente scomparsa dai notiziari internazionali, mentre il mondo è distratto da altre guerre e da nuove tensioni regionali. L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran monopolizza l’attenzione mediatica, relegando la Striscia ai margini, come se non fosse più una priorità umanitaria e politica. Ma a Gaza, ha ricordato Saleh, la guerra non si è mai fermata: bombardamenti incessanti, distruzione sistematica delle abitazioni, occupazione permanente. I civili sopravvivono in condizioni umanitarie catastrofiche, segnate da fame, sete, freddo e diffusione di malattie. «Il silenzio mediatico – ha denunciato – non è neutrale: diventa complice». Per Saleh, autocensura e selettività dell’informazione sono pericolose quanto le bombe. Tacere significa permettere l’annessione delle terre, l’attacco ai luoghi sacri e la negazione di ogni tutela giuridica ai palestinesi. «Basta silenzio. Basta autocensura». Nel suo intervento, Antonella Napoli di Articolo 21 ha ricordato anche i numerosi giornalisti uccisi in Sudan e in altri conflitti dimenticati, chiedendo che venga fermata quella che ha definito una vera e propria “mattanza” e che sia garantita la protezione degli operatori dell’informazione nei teatri di guerra. Tra le proposte, l’istituzione di un Alto rappresentante per la stampa, figura richiesta già nel 2015 da Reporter senza frontiere all’Assemblea delle Nazioni Unite, ma rimasta finora lettera morta. Secondo i dati aggiornati di Reporters Sans Frontières (RSF), dal 7 ottobre 2023 a oggi oltre 260 giornalisti palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dall’esercito israeliano, anche se stime indipendenti ipotizzano che il numero reale superi le 300 vittime. Almeno 70 di loro sono stati colpiti mentre svolgevano direttamente il loro lavoro, indossando giubbotti e caschi con la scritta “Press”. Nel solo 2025, RSF ha documentato 67 giornalisti uccisi nel mondo: quasi la metà (43%) a Gaza, rendendo Israele il Paese responsabile del maggior numero di morti tra i reporter per il terzo anno consecutivo. Numeri che, sommati alle vittime in Libano, Sudan, Yemen e altri teatri di guerra, portano – secondo diverse organizzazioni del giornalismo e della società civile – a oltre 350 operatrici e operatori dell’informazione uccisi nei territori coinvolti nel conflitto mediorientale dall’inizio delle ostilità. Un momento toccante del presidio è stato segnato dai collegamenti in diretta con giornalisti dal Libano, che hanno raccontato le condizioni di lavoro estreme, la paura quotidiana e la consapevolezza di essere diventati bersagli militari, non più semplici osservatori neutrali dei conflitti. Proprio dal Libano arriva uno dei casi simbolo ricordati in piazza: Amal Khalil, 43 anni, reporter del quotidiano Al‑Akhbar, uccisa il 22 aprile 2026 nel sud del Paese durante un attacco dell’esercito israeliano. Secondo quanto denunciato da RSF e dal Committee to Protect Journalists (CPJ), non si è trattato né di un errore né di un danno collaterale. L’azione militare sarebbe stata condotta con la tecnica del “double tap”: un primo bombardamento seguito da un secondo colpo mirato a colpire soccorritori e testimoni, ostacolando deliberatamente i soccorsi. Il CPJ ha chiesto l’apertura di inchieste internazionali indipendenti per possibile crimine di guerra, sottolineando come l’impunità per l’uccisione dei giornalisti sia ormai strutturale. Alla manifestazione hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, tra cui Laura Boldrini, Filippo Sensi, Arturo Scotto, Angelo Bonelli e Gianluca Pecchiola, insieme a Luisa Morgantini di Assopace Palestina, ai Sanitari per Gaza, a don Andrea dei Sacerdoti contro il genocidio. Gli interventi sono stati coordinati da Francesca Fornario per la Rete #NoBavaglio. Presenti in piazza anche i rappresentanti delle istituzioni della professione giornalistica: Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; Guido D’Ubaldo, presidente dell’Odg Lazio; Vittorio Di Trapani, presidente della Fnsi; Daniele Macheda, per l’Usigrai. La richiesta finale è politica e diretta: «L’Unione Europea e il governo italiano rompano il silenzio e l’inerzia, abbandonino ogni forma di complicità politica e diplomatica e adottino misure concrete di pressione su Israele». Tra queste, la sospensione dell’accordo di associazione UE‑Israele, in discussione l’11 maggio al Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione. E ancora: protezione internazionale per i giornalisti nei teatri di guerra e apertura immediata della Striscia di Gaza alla stampa internazionale, tuttora vietata. «Colpire l’informazione significa oscurare la verità, cancellare le prove dei crimini di guerra, rendere invisibili le vittime civili – è stato ribadito –. Perché senza chi racconta, le guerre diventano invisibili. E perché difendere i giornalisti significa difendere il diritto di tutti a sapere».     Rete #NOBAVAGLIO
May 8, 2026
Pressenza
Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Ancora sulle Afriche immaginarie degli occidentali
La recensione di Louis Perz (*) a due libri recenti di Alberto Magnani e di Matteo Giusti     Interessante mettere a confronto questi due libri. Il primo potremmo iscriverlo al filone dell’afro-ottimismo: sottotitolo «Istantanee da un continente che cambia», l’autore lavora al quotidiano Il Sole-24 ore. Il secondo oscilla tra l’afro-pessimismo e i luoghi comuni: il sottotitolo spiega così
SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
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SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
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