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Sciopero generale della Scuola il 6 e 7 maggio con manifestazioni territoriali
Contro le prove Invalsi inutili e dannose. Siamo contro i quiz Invalsi perchè: a) non hanno determinato alcun sviluppo positivo nel sistema educativo; b) non possono misurare competenze poiché sono costituite da test decontestualizzati a risposta chiusa o aperta univoca; c) la valutazione delle competenze richiede strumenti specifici, l’utilizzo di test contraddice il concetto stesso di competenza; d)  hanno diffuso nelle scuole la pratica del teaching to test, sottraendo tempo e attenzione alla didattica attiva. Quest’anno i quiz Invalsi si svolgeranno nella scuola Primaria in due giornate consecutive, il 6 e 7 maggio: il che ci consente di bloccarne il maggior numero, convocando lo sciopero sia il 6 sia il 7 . Non chiediamo a docenti ed ATA di scioperare per due giorni ma di scegliere il giorno in cui lo sciopero avrà maggiori effetti. Però, anche gli altri ordini di scuola, pur non coinvolti nei quiz, hanno validi motivi per scioperare e partecipare alle mobilitazioni di quelle giornate. Per cui abbiamo deciso di estendere lo sciopero alle Scuole di ogni ordine e grado, aggiungendo al rifiuto delle prove Invalsi i seguenti obiettivi. Recupero di almeno il 30% del potere d’acquisto di docenti ed ATA, perso in questi anni. Negli ultimi 30 anni, il potere d’acquisto di docenti ed ATA si è ridotto di circa il 30%. Gli aumenti del contratto-miseria, appena firmato, non solo non compensano il forte calo del valore dei salari, ma sono anche ben lontani dal coprire l’inflazione del 14,8% dell’ultimo triennio, visto che gliaumenti sono solo del 6%, con una perdita ulteriore di oltre l’8%. Questa continua perdita svaluta la funzione educativa, impoverendo le condizioni di vita di docenti e ATA. Il recupero del 30% del potere d’acquisto è una necessità di giustizia e dignità sociale. La qualità dell’istruzione dipende anche dal riconoscimento economico dei suoi protagonisti. Per docenti ed ATA pensione corrispondente all’ultimo stipendio e in età compatibile con un lavoro gravoso e usurante – No al Fondo Espero e al silenzio -assenso. Il personale scolastico merita una pensione corrispondente all’ultimo stipendio. Il Fondo Espero, promosso e amministrato dai sindacati “rappresentativi” e dall’amministrazione, rappresenta una inaccettabile privatizzazione della previdenza pubblica, così comeè inaccettabile il meccanismo liberticida del silenzio- assenso per i neo assunti. È necessario destinare risorse pubbliche per rafforzare il sistema previdenziale, garantendo un’uscita dal lavoro a un’età compatibile con la fatica fisica e psicologica che l’insegnamento e i compiti ausiliari comportano (lavori gravosi e usuranti).  Assunzione su tutti i posti disponibili e ripristino del “doppio canale” per eliminare il precariato. Il precariato nella scuola è una ferita aperta da decenni. Più di 200.000docenti e ATA vivono in una condizione di instabilità cronica, passando da un contratto all’altro, privi di continuità didattica e di tutele. Questa situazione penalizza i lavoratori/trici e danneggia la qualità dell’insegnamento e la continuità educativa. È necessario assumere “in ruolo” su tutti i posti vacanti edisponibili in organico, procedendo a stabilizzazioni immediate tramite procedure snelle e trasparenti e ripristinando il “doppio canale”. Ruolo unico docenti dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La frammentazione della professione docente in una molteplicità di ruoli e contratti differenziati ha creato disuguaglianze ingiustificate. La proposta di un ruolo unico docente, che comprenda l’istruzione statale, dall’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, intende riconoscere la natura unitaria della funzione docente. L’insegnamento, pur con le sue specificità, è fondato sulla medesima finalità educativa e formativa. Il ruolo unico permetterebbe di superare disparità contrattuali e di carriera, favorendo una retribuzione equa e commisurata alla professionalità. No alla riduzione a quattro anni dei percorsi di istruzione secondaria. La contrazione del ciclo di studi superiore da cinque a quattro anni comporterebbe l’impoverimento dell’offerta formativa, la compressione dei programmi e l’abbassamento della qualità, l’aumento delle ore settimanali e dei carichi di lavoro e di studio (per docenti e studenti), la drastica riduzione degli organici e la perdita di posti di lavoro, l’aumento delle diseguaglianze educative, perché colpirebbe maggiormente gli studenti più fragili per i quali l’istruzione è l’unico motore di crescita. No alle Indicazioni Nazionali 2025. E’ un documento fortemente ideologico, intriso di nazionalismo e retorica, che utilizza la “personalizzazione” e la “valorizzazione dei talenti” come strumenti di selezione classista. L’obiettivo politico è costruire nel tempo l’egemonia politico-culturale della destra.  Denunciamo in particolare l’ossessione identitaria e occidentalista, soprattutto nell’insegnamento della storia, e la deriva autoritaria che le attraversa – in contrasto con l’idea di una scuola attiva, democratica, pluralista – e che ancora una volta vieta (o limita) attività didattiche su sessualità ed affettività anche alle medie e alle superiori. No all’Autonomia differenziata. L’AD non garantisce i servizi essenziali e i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, frammenta scuola e sanità creando disuguaglianze nell’offerta formativa, nei diritti sociali, in particolare nei diritti all’istruzione e alla salute della popolazione. Esecutivo Nazionale COBAS Scuola
April 7, 2026
Cobas Scuola
«Domani», il viaggio di Maysoon Majidi
Sarà al cinema dal 26 marzo “Domani. Il Viaggio di Maysoon Majidi”, il film documentario di Vincenzo Caricari e Barbara Di Fabio, la storia della giovane regista e attivista iraniana, in fuga dal regime di Teheran, che una volta arrivata in Europa, a Crotone in Italia, viene arrestata con l’accusa di “scafismo”. Il docufilm racconta i momenti precedenti la sentenza che deciderà il suo destino, dopo 302 giorni di carcere. Dopo l’anteprima al 66° Festival dei Popoli, il film inizia il suo viaggio al cinema da Bologna, giovedì 26 marzo alle 21 al Cinema Galliera 1. Maysoon Majidi è una giovane donna curda in fuga dal regime di Teheran, attivista per i diritti civili e politici, impegnata nella lotta per il riconoscimento del Kurdistan e dei diritti fondamentali negati in Iran. Arriva in Italia, per mezzo di una piccola imbarcazione insieme ad altri 77 passeggeri, poiché deve scappare in quanto ormai invisa al governo degli Ayatollah. Approdata, alla vigilia di Capodanno 2023, a Crotone, in Calabria, due passeggeri la accusano di essere l’assistente del capitano che guidava la barca.  Viene così trattenuta dalla Polizia, intervenuta subito dopo lo sbarco, e quindi arrestata sulla base delle testimonianze di due uomini che, successivamente allo sbarco, si rendono irreperibili, prendendo la via del nord Europa. Trascorre così dieci mesi in carcere, di cui i primi due senza possibilità di contatti con un interprete, un avvocato, la sua famiglia. Inizia uno sciopero della fame per denunciare l’ingiustizia e gli abusi subiti, arrivando a perdere 17 kg. A ottobre del 2024 viene scarcerata, restando in attesa della sentenza che deciderà il suo destino. A febbraio 2025, il Tribunale di Crotone ha disposto l’assoluzione dalle accuse per Maysoon Majidi “per non aver commesso il fatto”: ma il suo incubo non è ancora finito, a luglio seguente la Procura di Crotone ha infatti presentato appello alla sentenza per presunte irregolarità procedurali. Il film documentario è distribuito da OpenDDB, progetto dell’associazione culturale Distribuzioni dal Basso ETS: nata nel 2013, è la prima piattaforma che supporta la circolazione di opere indipendenti. Dal 2020 realizza piattaforme web per streaming on demand a numerosi festival di cinema. Regia: Vincenzo Caricari, Barbara Di Fabio Scritto da: Vincenzo Caricari, Barbara Di Fabio Post produzione audio, mix e sound design: Claudio Cadei Produttore esecutivo: Vincenzo Caricari Produzione: Streets Film Fotografia: Vincenzo Caricari, Emiliano Barbucci Montaggio: Martino Scordenne Suono presa diretta: Simone Casile Musiche originali: Francesco Loccisano Distribuzione: OpenDDB – Distribuzioni Dal Basso BIOGRAFIE Vincenzo Caricari – Dal 2006 realizza documentari di impegno sociale in Calabria, presentati e premiati in festival nazionali e internazionali. Ha collaborato al film Il volo di Wim Wenders. Vince il Calabria Film Festival con il corto Il ladro. Il corto Pietre partecipa al Clermont-Ferrand Short Film Festival, al Tripoli Film Festival e al Festival del Cinema Europeo di Lecce. Il corto Rosa, presentato all’Encounters Short Film Festival di Londra (uno dei festival qualificanti per gli Oscar), va in onda su Rai 1 ed è scelto dal Centro Nazionale del Cortometraggio per l’iniziativa “10 corti italiani nel mondo”, distribuiti in ambasciate e consolati. Dal 2013 cura vari casting in Calabria, tra cui Anime nere, ZeroZeroZero e Padre nostro. Nel 2020 è operatore aggiunto per il film Il buco di Michelangelo Frammartino, premio speciale della giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2023 realizza il docufilm Mimmolumano, sulle vicende giudiziarie di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace: selezionato al Premio Libero Bizzarri, al Sudestival e al Los Angeles Italia Film Festival. È docente di Storia del Cinema e pratica sul set presso la Scuola Cinematografica della Calabria. Barbara Di Fabio – Avvocato, si dà al teatro sin dal liceo, successivamente diretta da Bernardo Migliaccio Spina in Nozze di sangue di Federico García Lorca. Partecipa come attrice a spot e fiction per LaC TV. È attrice nel videoclip Lacrime di ferru di Fabio Macagnino. Recita nel booktrailer Segui sempre il gatto bianco di Margherita Catanzariti, con la regia di Vincenzo Caricari, e nella docufiction di LaC TV Donne ribelli, sempre diretta da Vincenzo Caricari. È stata redattrice per circa un anno del magazine online Hermes.   1. Sul sito di OpenDDB tutte le date in aggiornamento  ↩︎
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si concluderà con un chiaro vincitore
di Sultan Barakat,  Al Jazeera, 19 marzo 2026.   Un accordo che consenta a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali rappresenta la via d’uscita più probabile; e la Cina potrebbe averne la chiave. Le squadre di soccorso lavorano per estrarre una persona ferita dalle macerie, dopo un attacco contro un edificio residenziale il 16 marzo 2026 nel centro di Teheran. [Getty Images] Mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella sua terza settimana e continua a estendersi in tutta la regione, la domanda non è più chi vincerà, ma come potrebbe concludersi questo conflitto. Ogni round di ritorsioni approfondisce un ciclo che minaccia di trascinare l’intero Medio Oriente in una prolungata instabilità. Eppure, anche le guerre più radicate alla fine cedono il passo ai negoziati. La sfida consiste nel riconoscere il momento in cui continuare a combattere diventa più costoso che fare un passo indietro. All’inizio di questa settimana, l’Iran ha nuovamente negato ogni responsabilità per i recenti attacchi alle infrastrutture civili nel Golfo e ha proposto di istituire una commissione congiunta con gli stati della regione per indagare sugli incidenti. Teheran ha suggerito che un meccanismo di cooperazione che coinvolga i paesi del Golfo potrebbe chiarire l’accaduto e stabilire le responsabilità. Se tale proposta sia sincera o semplicemente tattica è un’altra questione. L’Iran ha ripetutamente insistito sul fatto che la sua guerra è contro gli Stati Uniti e Israele, non contro i suoi vicini del Golfo. Tuttavia, i continui attacchi con missili e droni in tutta la regione hanno acuito i sospetti. Qualsiasi affermazione iraniana sarà esaminata con attenzione, se non addirittura respinta. Tuttavia, gli Stati del Golfo comprendono meglio di chiunque altro che questa guerra non è nel loro interesse. Non si tratta di un conflitto da loro voluto, e finora hanno avuto cura di non diventare partecipanti diretti. La loro reazione si è limitata in gran parte a condannare gli «attacchi indiscriminati e sconsiderati dell’Iran che prendono di mira territori sovrani e mettono in pericolo le popolazioni civili», concentrandosi al contempo su misure difensive quali le operazioni di difesa aerea. Tale moderazione non è casuale. I leader del Golfo sanno che uno scontro diretto con l’Iran – un paese di oltre 90 milioni di persone dotato di notevoli capacità militari – potrebbe rapidamente degenerare in una guerra regionale lunga e distruttiva. Il ricordo della guerra Iran-Iraq degli anni ’80 aleggia ancora pesantemente su tutto il Golfo, a ricordare quanto facilmente tali conflitti possano protrarsi per anni e ridisegnare la regione. C’è anche un’ansia più profonda in gioco. Le capitali del Golfo vedono poca chiarezza a Washington su quale possa essere l’esito finale di questa guerra. Allo stesso tempo, sono perfettamente consapevoli che il conflitto riflette le priorità strategiche della leadership israeliana guidata da Benjamin Netanyahu. La preoccupazione in molte capitali del Golfo è che, se la guerra dovesse estendersi, potrebbero ritrovarsi a doverne sostenere gran parte dell’onere. Dal loro punto di vista, un’escalation potrebbe lasciarle esposte mentre gli altri si spostano su altri teatri. In effetti, Israele ha già iniziato a spostare l’attenzione verso il Libano, da tempo un fronte centrale nella sua pianificazione militare. La sfida irrisolta di Hezbollah e le ambizioni israeliane di lunga data di occupare l’area a sud del fiume Litani continuano a plasmare la sua strategia. In questo contesto, sebbene l’Iran «non veda alcun motivo per negoziare con gli Stati Uniti», la sua proposta di istituire un meccanismo investigativo congiunto offre comunque una possibilità, significativa seppur limitata, di allentare le tensioni nella regione. Gli stati del Golfo potrebbero decidere che esplorare con cautela il dialogo con Teheran, anche se solo a livello tecnico, potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore destabilizzazione nella loro immediate vicinanza. La loro disponibilità a prendere in considerazione un tale impegno potrebbe anche riflettere il complesso panorama dell’intelligence che è emerso nella regione. Dal 7 ottobre 2023, si è assistito a un crescente riconoscimento della straordinaria portata dei servizi di intelligence di Israele e della loro capacità di operare oltre confine, anche all’interno dello stesso Iran. La decisione di Israele di colpire il 18 marzo il giacimento di gas di South Pars (la più grande riserva di gas al mondo, condivisa tra Iran e Qatar), nonostante la sua evidente importanza economica a livello regionale e globale, sottolinea fino a che punto Israele possa essere disposto ad agire in modi che rischiano di coinvolgere più direttamente gli stati del Golfo nel conflitto. In un contesto del genere, determinare la responsabilità degli attacchi è raramente semplice. Un’indagine congiunta o indipendente potrebbe quindi costituire un primo passo concreto verso l’allentamento delle tensioni. È improbabile che questa guerra porti a una vittoria militare decisiva. Né è probabile che sfoci in un processo di pace globale nel breve termine. L’obiettivo più realistico nell’immediato futuro è un cessate il fuoco. Storicamente, i cessate il fuoco si verificano quando tutte le parti giungono alla stessa conclusione: che continuare la guerra costerà più che porvi fine. Ma affinché un cessate il fuoco regga, ciascuna parte deve anche poter rivendicare un certo grado di successo. In pratica, ciò significa elaborare un risultato che consenta a tutte le parti di salvare la faccia in patria, mentre si allontanano silenziosamente dall’escalation. La via più plausibile da seguire parte da una riduzione graduale delle tensioni piuttosto che da un accordo politico di ampia portata. In termini pratici, una fase iniziale potrebbe concentrarsi sulla cessazione degli attacchi contro gli stati del Golfo e le infrastrutture civili, accompagnata da chiare garanzie che il territorio del Golfo non verrà utilizzato come base di lancio per attacchi contro l’Iran. Affinché un accordo di questo tipo funzioni, i governi del Golfo dovrebbero insistere affinché gli Stati Uniti si astengano dall’utilizzare le proprie basi regionali per sferrare ulteriori attacchi sul territorio iraniano. Allo stesso tempo, l’Iran dovrebbe interrompere gli attacchi alla navigazione marittima e alle infrastrutture energetiche. La messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz creerebbe forti incentivi per gli attori internazionali, dall’Europa all’Asia, a sostenere e, ove possibile, far rispettare un cessate il fuoco. Una seconda fase potrebbe quindi concentrarsi sulla cessazione dello scontro diretto tra Iran e Israele. A quel punto, le narrazioni politiche assumerebbero un’importanza quasi pari a quella delle realtà militari. Per quanto riguarda Israele e gli Stati Uniti, i leader sosterranno probabilmente che le loro operazioni sono riuscite a indebolire le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran e a imporgli costi strategici significativi. Potrebbero inoltre presentare la decisione di arrestare l’escalation come una scelta deliberata volta a salvare vite civili. Presentata in questo modo, la cessazione della campagna non apparirebbe come una ritirata, ma piuttosto come il completamento con successo di un obiettivo militare limitato. L’Iran, dal canto suo, darebbe un’interpretazione molto diversa dell’esito. Teheran metterebbe in risalto la propria resilienza, sostenendo che la Repubblica Islamica è sopravvissuta a un’intensa pressione militare e che i tentativi di destabilizzare il regime sono falliti. I leader iraniani affermerebbero probabilmente che la loro risposta all’assassinio della Guida Suprema e alla guerra imposta ha ripristinato la deterrenza e costretto i loro avversari a riconsiderare i rischi di un ulteriore scontro. Queste narrazioni possono scontrarsi, ma non sono insolite in guerra. Molte guerre finiscono proprio in questo modo: non con un chiaro vincitore, ma con un accordo che consente a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali. Negoziati diretti tra l’Iran e i suoi principali avversari rimangono politicamente delicati e difficili da portare avanti. In tali circostanze, e alla luce dei recenti precedenti di uso inappropriato dei negoziati ospitati nella regione, i progressi richiederanno il coinvolgimento di una grande potenza esterna in grado di esercitare influenza su più parti contemporaneamente. La Cina sembra ben posizionata per svolgere tale ruolo. Pechino ha coltivato solide relazioni economiche e diplomatiche in tutto il Medio Oriente, mantenendo legami di collaborazione con l’Iran, gli Stati del Golfo e Israele. Il suo crescente peso politico, unito al suo interesse nel proteggere la stabilità dei mercati energetici globali, le conferisce sia l’incentivo che la leva necessaria per incoraggiare un allentamento delle tensioni. La Cina ha già dimostrato la propria capacità di mediare nelle controversie regionali. Nel marzo 2023, Pechino ha facilitato un accordo storico che ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra l’Arabia Saudita e l’Iran dopo una rottura durata sette anni, portando alla riapertura delle ambasciate e alla ripresa dei rapporti ufficiali. L’impegno ad alto livello tra Washington e Pechino, nell’ambito dei preparativi per il viaggio in Cina del presidente Donald Trump, recentemente rinviato alla fine di aprile a causa della guerra in Iran, potrebbe creare una rara opportunità di coordinamento discreto tra le grandi potenze, volto a prevenire una guerra regionale più ampia. Nonostante la loro rivalità strategica, entrambe le potenze condividono un chiaro interesse nell’evitare un conflitto che potrebbe destabilizzare i mercati globali, interrompere le forniture energetiche e aggravare l’incertezza geopolitica. Gli attori regionali, in particolare l’Arabia Saudita e la Turchia, continuerebbero a svolgere un importante ruolo di supporto nell’incoraggiare la Cina a partecipare. Paesi come l’Oman e il Qatar fungono da tempo da canali discreti per il dialogo, in grado di ospitare discussioni informali e di mantenere i contatti quando i negoziati formali si arenano. I governi europei e le istituzioni internazionali potrebbero integrare questi sforzi coordinando incentivi economici o l’alleviamento delle sanzioni nell’ambito di un più ampio pacchetto diplomatico. La sfida più ardua consisterà nell’affrontare le preoccupazioni in materia di sicurezza di tutte le parti coinvolte. L’Iran chiede da tempo che la sicurezza nel Golfo sia gestita dagli stessi stati della regione. Israele e i suoi partner, dal canto loro, insistono per ottenere garanzie credibili che le capacità militari iraniane non minaccino la loro sicurezza. Colmare questo divario richiederà una diplomazia costante e attenta, oltre che pazienza. Ciò che è certo è che questa guerra non finirà con richieste massimaliste o con trionfi decisivi sul campo di battaglia. Finirà quando i leader riconosceranno che il protrarsi del conflitto non serve agli interessi a lungo termine di nessuno. Sultan Barakat è professore di politiche pubbliche presso l’Università Hamad Bin Khalifa, professore onorario presso l’Università di York e membro del Gruppo di Esperti di Riferimento ICMD dell’Istituto Raoul Wallenberg. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/19/the-us-israel-war-with-iran-will-not-end-with-a-clear Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 19, 2026
Assopace Palestina
Boza: il paradiso dopo l’inferno
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Boza. Città Invisibile I corrispondenti del Giornale delle rotte, avventurieri raccolti dai sud, hanno composto insieme la poesia che segue, per insegnarci il suo significato. Boza: nome di strada, percorso incerto, attraversamento rischioso verso un sogno di vite appese a un filo sottile    Boza:  grido del cuore, di migranti alla ricerca di un domani migliore, ma il percorso è spesso molto lungo.   Boza:  spazio sospeso, di passaggio e di crepe, di vento, di reti e di brecce. Non ha muri, ma passaggi, attese al posto dei luoghi. Sulle mappe, è il punto esatto al confine tra  fragile e solido.  Boza:  suono di rabbia, ostinazione, speranza, fiducia e Insh’Allah mescolati a preghiere.  Boza:  tempo di un istante, tempo di un passo in più. E poi tutto diventa visibile a tutti. Poi Boza si dissolve, lasciando dietro di sé una scia di vita che ricomincia. BOZA a cura  di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Boza è un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di chi è in viaggio. Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica, l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il bruciare/bucare la frontiera e arrivare dall’altro lato, inscritto anche nella parola harga (si veda Harraga) – ma anche al tentativo ripetuto, a volte riuscito a volte fallimentare, di passare, di andare oltre. Il suono, il suo grido, lasciano emergere da un lato un sapore di celebrazione, dall’altro un invito performativo, un’esortazione ad avere coraggio e agire che è anche il riconoscimento della caparbietà e dell’insistenza, doti necessarie per chi viaggia senza i giusti documenti. Dal termine deriva anche un sostantivo che agglutina coloro che si iscrivono in quella pratica, e in un certo ethos: i bozayeur. In questa parola, quindi, la dimensione etica rinvia da un lato all’autoattribuzione del coraggio necessario alla vita (senza coraggio si sopravvive e basta, si resta inermi, si ferma il viaggio della vita), e dall’altro all’autoattribuzione di gloria per avere sconfitto coloro che impediscono la vita e la sua riuscita.  Il grido dalle reti di Ceuta e Melilla, e dai passaggi in mare verso le isole Canarie e lo stretto di Gibilterra, si è presto diffuso grazie al passaparola e ai social media lungo tutta la sponda sud della Fortezza Europa (in Algeria, Libia, Tunisia) ed è strettamente correlato ai tentativi della diaspora black di superare la frontiera. In tale senso è una parola propria del Mediterraneo nero (si veda Black). Nella circolazione vorticosa della parola, l’origine linguistica si è persa fra gli stessi parlanti e il termine è divenuto una specie di esperanto fra gli aventurier, gli harraga, i soldats di molte e diverse nazionalità.  Infine, più in generale, il termine costituisce un grido di orgoglio e resistenza rispetto al piano delle discriminazioni subite lungo le rotte e nei paesi di transito, una rivendicazione di libertà e diritto al movimento.  ESEMPI DAL CAMPO Quando a bordo di Nadir soccorriamo una barca nelle acque internazionali circostanti Lampedusa, c’è un momento di celebrazione ed euforia: le persone cantano, si filmano, battono le mani. Amen, boza, Lampedusa è il jingle lanciato dalle donne e seguito da tutti.  Estratto dai diari di campo, aprile 2023  Boza è un grido di gioia, una vittoria, una riuscita. Da tanto tempo. Io l’ho sentito per la prima volta in Marocco dieci anni fa quando ho iniziato l’avventura… Questo grido di gioia. Ma non è facile fare boza. Vuole dire ho vinto, ci sono riuscito. Quando riesci in qualcosa che non è facile e ti genera gioia, gridi boza. Non so da dove viene, forse è spagnolo. Dal Marocco poi a forza di sentirlo nei video di chi arrivava, si è diffuso ovunque… Tunisia e anche Libia.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in libia  Boza è un termine che utilizzano i subsahariani. È un po’ come dire goal! Il pallone è entrato. Vuole dire siamo entrati in Europa, goal! Il goal dei migranti, senza soldi e senza visti. Liberi. E quando diciamo boza free, significa che ha funzionato, che il goal all’Europa lo abbiamo fatto veramente. È un termine di noi migranti! Lo diciamo anche per dissimulare la cosa, per non farci capire di fronte a chi non deve sapere… Oggi provo a fare boza.  Intervista con William, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in Tunisia   Boza è un segno di vittoria contro la violenza dei maghrebini su noi neri, una resistenza contro il regime tunisino e il suo razzismo. Ti racconto… Quando nel villaggio dove organizzavamo la partenza, vicino a Sfax, è venuta la polizia a distruggere il nostro accampamento durante il Ramadan, abbiamo cantato in massa boza ramadan!!  Centinaia di persone lo gridavano per sottolineare la vergogna dell’uso della violenza contro di noi, persino durante il mese sacro.  Intervista con Moussa, corrispondente del giornale delle rotte, ora in Tunisia
Ciechi guidati da pazzi
di Paola Giaculli,  Transform – Italia, 4 marzo 2026.   Non ci sono parole per descrivere l’incubo fantapolitico e surreale che stiamo vivendo. Almeno, nel lontano 2003, alle provette fake esibite da Colin Powell come pretesto alla guerra contro l’Iraq, due grandi paesi europei come la Francia di Chirac e la Germania di Schröder dissero no. Ma ormai siamo in piena finzione orwelliana. In prima battuta i moderni vassalli di Israele e Usa, scalcagnati cavalieri votati, con tassi di popolarità e consenso bassissimi come Emmanuel Macron, Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, accompagnati dalle novelle amazzoni di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, senza il minimo pudore, pur di non condannare l’attacco all’Iran da parte dei terroristi di stato Trump e Netanyahu, così platealmente contrario al diritto internazionale, rovesciano la realtà. Lo fanno a tal punto da rifarsela con la reazione dell’Iran colpito mentre si trovava al tavolo delle trattative (dimenticandosi che sono innanzi tutto gli Stati Uniti ad essersi ritirati dal trattato nucleare del 2015), anche se col senno di poi alcuni come Macron e Starmer cercano di correggere il tiro. Forse perché è talmente evidente che, in assenza di scopo e giustificazione legittimi, l’unica finalità dell’attacco appare la realizzazione della Grande Israele, con l’ambizione, assecondata da Trump, di diventare l’unico dominus della regione, mettendola a ferro e fuoco e rischiando di provocare la Terza Guerra Mondiale. Siamo governati da ciechi guidati da pazzi, come nel più volte citato Re Lear di Shakespeare. Come dice Yanis Varoufakis, “i leader europei hanno oltrepassato la linea rossa verso la pazzia criminale”. Merz, vassallo d’onore, la cui unica grandezza risiede nella statura corporea, unico tra gli “alleati” ad essere informato dell’aggressione all’Iran, in costante contatto, come dichiara, con i partner artefici dell’attacco, e che si intrattiene regolarmente con il sovrano americano, viene così definitivamente promosso a tutore e rappresentante ufficiale del Potere israelo-americano in terra d’Europa, e accoglie con servile zelo persino i jet statunitensi che erano stazionati nelle basi USA nella Spagna dell’indisponente Sanchez, rimasto l’unico, oltre che a mantenere un minimo di ragionevole senso comune, a parlare la lingua del diritto. Mentre il “nostro” non manca di tenere fede all’onere del servilismo e dichiara che quegli attacchi, anche se non privi di rischi (sic), sono “necessari” e “non c’è un momento ideale” in cui portare a termine il conflitto decennale di USA e Israele contro l’Iran impegnato in atti di terrorismo. Accusa l’Iran di “destabilizzare l’intera ragione”, lo Invita a cessare gli attacchi “indiscriminati” e a “tornare al tavolo delle trattative”, (!) nonostante non sia stato l’Iran ad averlo abbandonato e ad essere stato colpito per primo. Non risparmia durezza contro chi volesse attaccare in Germania “sedi israeliane e americane”. Non manca di collegare la Russia e la sua aggressione in Ucraina col regime iraniano “che persegue da anni il terrore contro Israele”. Il suddito fedele Del resto Merz, in occasione degli attacchi contro l’Iran dell’anno scorso, non si era già distinto con la sua indecente affermazione secondo cui “Israele fa il lavoro sporco per noi”? Era chiaro fin da subito, dalla sera delle elezioni del Bundestag, il parlamento tedesco, di un anno fa, che per il “grande” Merz la legittimità internazionale era un optional. Subito sentitosi al telefono con il compare in armi Netanyahau, che si felicitava per l’esito delle urne, Merz rendeva noto che, se il criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale, avesse avuto voglia di farsi un giro in Germania, sarebbe stato accolto in pompa magna. A proposito: dalla sera di sabato, il giorno dell’aggressione all’Iran, il Wings of Zion, l’aereo di stato israeliano che scorrazza all’occorrenza primo ministro e presidente, è parcheggiato all’aeroporto di Berlino, come a sancire che la Germania è la sede europea della filiale israeliana del Potere. Merz ha avvalorato i pretesti scomposti dell’aggressione contro l’Iran, che variano dall’eliminazione definitiva del pericolo nucleare, dal depotenziamento del suo sistema missilistico, al regime change, e, vista la brutalità del regime, alla possibilità per al popolo iraniano di scegliere autonomamente il suo futuro, nonostante si ponga un “dilemma” rispetto al diritto internazionale (bontà sua), che però si volatilizza immediatamente di fronte al monarca arancione nello Studio Ovale, una visita programmata in precedenza. Il suddito fedele Merz dice infatti che “sosteniamo USA e Israele contro questo regime terribile che anche noi riteniamo debba essere eliminato”, e con Trump discute anche del “dopo, cioè su cosa succede dopo la caduta del regime”. D’accordo con lui, insomma, a prescindere che questi dica tutto e/o il suo contrario, crogiolandosi nelle lodi del padre padrone statunitense che lo gratifica per la sua sudditanza – “un grande amico (con cui) c’è una grande affinità (…) fa un good job, tutto il contrario di Angela Merkel” (per esempio su energia e migrazione). Il cancelliere di argilla annuisce addirittura quando Trump dice che la gente porta per strada dei suoi ritratti e, totalmente sdraiato sul sovrano, attacca Sanchez, già minacciato dall’arancione per la sua insubordinazione di non concedere l’uso delle basi in Spagna, che si rifiuta di pagare il 5% del PIL per le spese militari. E lui che voleva parlare di dazi, si sente dire, prendendo una pacca sul ginocchio e non capendo se Trump lo prende in giro: “Saremo duri con la Germania, non è vero?” L’ennesimo show con l’ospite di turno come comparsa, in questo caso addirittura compiacente. Che pena. Il legame indissolubile con Israele Il rapporto di fedeltà con Israele che, a prescindere dalle compagini governative, è a prova di…bomba, del resto definitivamente reso inossidabile dalla cancelliera Angela Merkel con il dogma della Staatsräson, ragione di stato, per cui il legame esistenziale è al di sopra di tutto e del diritto stesso: Israele può fare quel che vuole senza temere alcun risentimento da parte del partner teutonico. L’acciaio che lega i due paesi è fuso, come spiega lo studioso Daniel Marwecki, in uno “scambio”, fattosi parte integrante dell’identità di entrambi gli stati (qui si intende la Repubblica Federale Tedesca, che ha di fatto annesso quella democratica, la DDR, nel 1990), fin dagli anni ‘50 del secolo scorso quando il governo del cancelliere Konrad Adenauer concesse a Israele in quanto stato ebraico (e quindi equiparando questo al popolo ebraico tout court) le uniche riparazioni di guerra, ottene in cambio da Israele una sorta di “assoluzione per il genocidio dell’Olocausto. Uno scambio di interesse soprattutto pratico-materiale prima che etico-ideale, in quanto le elargizioni tedesche in merci e armi contribuirono al “miracolo economico” in Germania e allo stesso tempo alla costruzione dello stato di Israele. Questa sorta di legame a filo doppio, si rivela in tutta la sua drammaticità tra le difficoltà in cui si trovano i due paesi, a partire dalla crisi economico-industriale in una Germania di fatto senza guida a fronte della assoluta inadeguatezza della classe politica tedesca, che la assimila a quella europea, e trova la sua “ragione” in un riarmo e una militarizzazione della società senza precedenti, con una normalizzazione della guerra. In Israele questi elementi sono connaturati alla sua stessa esistenza, e raggiungono la psicosi attuale con l’allargamento a genocidio contro il popolo palestinese tuttora in corso anche in Cisgiordania, di molteplici e sterminati fronti di una guerra che minaccia di trascinare nel baratro il mondo intero a partire dall’Europa e dal suo paese più importante, la Germania. Nella lezione israeliana il governo tedesco è il poco invidiabile primo della classe, e lo studente modello è il cancelliere Merz accompagnato da ministri piuttosto zelanti, senza rimedi però per porre un freno ai licenziamenti di massa e fermare il declino tedesco, mentre si vuol ridimensionare stato sociale e previdenza, e non si investe massicciamente che in strumenti di morte, militarismo, sorveglianza e repressione interna, inevitabile contorno di un’economia di guerra, di fronte alla incredibile assenza di strategia rispetto alla guerra in Ucraina e all’irresponsabilità dell’aggressione all’Iran, dalle imprevedibili conseguenze di cui nemmeno il cancelliere di un paese come la Germania sembra preoccuparsi un granché, alla mercé di capi di stato e governo psicopatici come Netanyahu e Trump. Da una parte Merz aveva cercato, nel suo discorso alla Conferenza per Sicurezza di Monaco, di seminare i distratti con la sua furbesca presa di distanza dalla cultura MAGA, che mal si concilia con la “dignità umana”, una mossa a cui non c’era da prestar fede un istante, dato che quel nobile principio non vale né per le persone che migrano, sottoposte a inumane nuove misure, né per le popolazioni colpite dal terrore israeliano, a partire da quella palestinese, libanese o iraniana, assolutamente giustificato dal fatto che Israele “fa il lavoro sporco per noi”. E per di più la Germania conclude accordi che ben rinsaldano il legame con il terrorismo di stato, ribadendo la fedeltà al monarca arancione e al suo (vice)titolare israeliano deus ex machina, che prepara da tempo la guerra contro l’Iran. Solo pochi mezzi di informazione hanno dato notizia di un accordo di cooperazione senza precedenti tra Bundeswehr e IDF, rispettivamente gli eserciti di Germania e Israele, nonostante i crimini compiuti a Gaza. Anzi. L’esercito tedesco vuole imparare (sic) dall’IDF come “integrare” le ragazze, e quindi invogliarle ad arruolarsi (nonostante debba vincere la riluttanza anche dei maschi) e a formare riservisti oltre che per organizzare scambi di informazione e esercitazioni congiunte. Durante l’ultimo congresso della CDU (20-21 febbraio), partito che ha rieletto suo leader Merz, è inoltre passata una risoluzione per sospendere il finanziamento all’agenzia ONU UNRWA. Alla caccia del nemico Mentre l’Iran si aggiunge al “nemico” russo sul fronte orientale dell’Europa, pretesto della grande offensiva bellica tedesca, si intensifica anche la lotta al “nemico interno”, come testimoniano, tra l’altro, gli interventi al congresso CDU, in cui Merz è stato rieletto con oltre il 91% in assenza di altri candidati e per far sfoggio di coesione in vista delle prossime cinque scadenze elettorali nei Länder, a partire dall’8 marzo nel Baden-Württemberg, sede di importanti siti industriali come Bosch, Mercedes, Porsche, attualmente in uno stato di sofferenza senza precedenti, che nei sondaggi si traduce in un 20% per l’estrema destra di AfD, più che raddoppiata rispetto al 2021. A livello nazionale, non trovando ostacoli, anzi con la strada spianata dalla rincorsa a destra sia di CDU/CSU che SPD, l’AfD, con il 25-26% contende il primo posto al partito di Merz in alleanza con il partito bavarese CSU. Anche se Merz e colleghi intendono mantenere un “cordone sanitario” sia a destra che a sinistra (contro la Linke), è qui che sembrano individuare gli avversari più pericolosi. Al congresso parla del valore della “libertà” in nome della cui difesa (contro la Russia) ha rotto il tabù del freno al debito. Vale la pena ricordare anche l’iniziativa che la fondazione Konrad Adenauer, legata alla CDU, ha organizzato in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, utilizzata, tanto per cambiare per fare un po’ di propaganda e pubblicità bellicista. Merz ha dichiarato che “nessuno deve aver dubbi sul tipo di regime e barbarie con cui abbiamo a che fare in Russia (…), con l’attuale dirigenza il punto più basso della barbarie più assoluta”, cogliendo l’occasione per complimentarsi con una cooperazione tedesco-ucraina per la produzione di droni. Secondo il cancelliere “la Russia non cesserà la guerra neanche se l’Ucraina si arrende” (anche se dice che la Russia non vincerà) e afferma curiosamente che l’Ucraina “difende il superamento dell’imperialismo e del militarismo” e quindi va sostenuta a oltranza. A completare l’allegra brigata interviene in video il commissario europeo per la difesa, il lituano Andrius Kubelius, che annuncia un suo “missile tour“ in Europa, come se fosse una tournée di concerti, per sponsorizzare la produzione di missili ucraini. Ma dato che dalle minacce ibride bisogna difendersi anche in patria, allora è scontato che la sicurezza esterna e quella interna vanno di pari passo, fa sapere Merz al congresso elogiando le politiche di sorveglianza e rafforzamento di polizia e servizi, avviate dal ministro degli interni Dobrindt (in stretta cooperazione con Israele). Tra i nuovi “estremisti di sinistra”, la Linke diventa, sorprendentemente, il bersaglio di un attacco particolarmente duro, soprattutto per il suo supposto “antisemitismo”, uno strumento che pare efficace per liquidare gli avversari politici scomodi, e che nel caso della Linke, sempre abbastanza sulla difensiva sulla questione, pare colpire un nervo scoperto, dati i contrasti interni per la prudenza, e talvolta l’ambiguità, dei suoi ceti dirigenti, non (ancora) in grado di liberarsi dalla soggezione della Staatsräson. Così si dipana l’offensiva del governo di Merz contro i nemici interni: che siano un candidato alle prossime elezioni di Berlino in settembre di origine palestinese della Linke, associazioni ebraiche per la pace e antisioniste, o registi palestinesi al Festival del Cinema di Berlino, che coraggiosamente accusano il governo tedesco di complicità nel genocidio palestinese – tanto che l’impresentabile ministro della cultura, ex redattore di giornali di destra e imprenditore di media Wolfram Weimer, che predica in stile JD Vance libertà di opinione solo quando c’è da attaccare la cosiddetta cultura woke, minaccia di licenziare persino la prudentissima direttrice del festival. La risposta per fortuna c’è stata almeno in forma di appelli anche di artisti di fama internazionali come Tilda Swinton e Javier Bardem, così che Berlino, una volta tempio delle libertà artistiche, rischia di perdere la sua fama e diventare off limits per il pensiero critico – mentre l’estrema destra dilaga e si insiste nel rincorrerla con le misure contro l’immigrazione “illegale” con cui si vuole far rinchiudere anche donne e bambini nei famigerati centri di detenzione. La gioventù ribelle L’unica boccata di aria fresca sono le ragazze e i ragazzi che, mentre annunciano già la prossima agitazione per l’8 maggio, organizzano per giovedì 5 marzo il loro secondo sciopero delle scuole – Schulstreik – contro l’obbligo del servizio militare che incombe sotto la menzognera veste della “volontarietà”, perché è chiaro che saremo lontani dagli 80.000 volenterosi, che il governo stima siano necessari per rimpinguare le file dell’esercito. Dopodiché dovrebbe scattare l’estrazione a sorte tra quelli ritenuti idonei (obbligo di visita a partire da luglio 2027), anche se avevano dichiarato nel modulo di non volersi arruolare. Il modulo online a cui devono rispondere i maschi nati nel 2008 (facoltativo per le ragazze) secondo la legge entrata in vigore il 1° gennaio, 650.000 per il 2026, o 54.000 circa ogni mese al compimento della maggiore età, si rivela già un flop: a gennaio avevano risposto solo il 50 % dei maschi e il 6% delle ragazze, nonostante la multa prevista di 1000 euro, e la martellante e invasiva propaganda militarista che occupa qualsiasi spazio informativo e pubblico, anche nelle scuole, dove le iniziative dell’esercito sono aumentate di due terzi dal 2022, e contro cui si ribellano le ragazze e i ragazzi che invece delle truppe in classe vogliono più istruzione e più fondi per la propria formazione. Tra le risposte al modulo c’è da aspettarsi che siano una minoranza quelli disposti a combattere per una “patria” che dopo trent’anni di neoliberalismo, per la gioventù non vale proprio la pena di essere difesa, come afferma la tesi del popolare pubblicista Ole Nymoen, autore di un best-seller che invita alla diserzione e che auspica un impegno a fondo della sinistra politica a favore dell’obiezione totale prevista dal Grundgesetz, la costituzione tedesca. In effetti, in collaborazione con associazioni pacifiste, lo stesso movimento degli studenti e altre iniziative come Eltern gegen Wehrplicht, “Genitori contro l’obbligo di leva”, la Linke sta aprendo sportelli in tutto il territorio per presentare l’esonero totale dal servizio militare. Inoltre, sostiene Nymoen, “non è Putin che dichiara guerra al mondo del lavoro, ma il governo tedesco. Non sorprende quindi che i giovani abbiano poca voglia di sacrificare anche la propria vita in queste condizioni”, riferendosi alle crescenti difficoltà di trovare un alloggio a prezzi abbordabili e per essere costretti a fare più lavori per mantenersi. https://transform-italia.it/ciechi-guidati-da-pazzi/
March 18, 2026
Assopace Palestina
Sea Watch 5 approda a Trapani per emergenza sanitaria con a bordo 57 persone
È attraccata il pomeriggio di mercoledì 18 marzo al porto di Trapani la nave Sea Watch 5 con a bordo 57 persone migranti soccorse nei giorni scorsi nel Mediterraneo centrale. All’imbarcazione era stato inizialmente assegnato dalle autorità il porto di Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza, ma le condizioni di salute delle persone a bordo hanno reso quella destinazione incompatibile con la loro sicurezza. I 57 naufraghi a bordo erano il risultato di due operazioni di soccorso condotte nei giorni precedenti in condizioni meteo estreme. Il 16 marzo l’equipaggio aveva prima recuperato 54 persone, poi un secondo gommone in difficoltà con altre 40 circa. Una notte drammatica: tra i casi medici più gravi quello di una bambina di due anni in severa ipotermia, le cui condizioni avevano fatto temere per la vita. La stessa notte, 9 persone – tra cui la bambina- erano state evacuate dalla Guardia Costiera e trasferite a Lampedusa. Nei giorni precedenti il quadro nel Mediterraneo centrale era già tragico: un bambino risultava disperso, un ragazzo di 21 anni era arrivato morto a Lampedusa. > Nel Mediterraneo la tempesta è già iniziata, ma sappiamo di oltre 225 persone > in mare aperto, che non sono ancora state soccorse [Thread 1/3 🧵] > pic.twitter.com/LK0OAmWvta > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) March 16, 2026 È in questo contesto che le autorità italiane hanno assegnato alla nave il porto di Marina di Carrara: quattro giorni di navigazione supplementare per persone stremate, con mare mosso e bisogno urgente di assistenza medica a terra. A comunicare passo dopo passo la scelta di non rispettare l’assegnazione di un porto così lontano è stata la stessa organizzazione tedesca. Tra le persone soccorse erano presenti persone esauste, colpite dal mal di mare e con ustioni da carburante, oltre a una donna incinta e diversi casi bisognosi di cure mediche urgenti, per scongiurare il rischio di infezioni e possibili sepsi. Di fronte ad una situazione sempre più difficile, Sea Watch già da ieri aveva dichiarato lo stato di necessità. «La nave Sea Watch 5 dichiara lo stato di necessità: l’irresponsabile blocco imposto dall’Italia mette in pericolo i 57 sopravvissuti, che sono esausti, soffrono di mal di mare e hanno ustioni da carburante. Hanno bisogno di cure mediche immediate per prevenire infezioni e possibili casi di sepsi. A bordo c’è una donna incinta. La sordità delle autorità italiane ai loro bisogni è un’offesa ai diritti umani». La nave si trovava già nel Canale di Sicilia, davanti alla costa trapanese, quando l’equipaggio ha scelto di deviare la rotta assegnata e puntare su Trapani. Una decisione presentata dall’Ong non come una scelta, ma come l’unica strada percorribile. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». Anche dopo aver comunicato questa decisione e con persone a bordo sempre più stremate, però, la nave ha dovuto attendere ore prima di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto. Un’attesa che Sea Watch ha definito intollerabile. «Avrebbero potuto risparmiare un altro giorno di sofferenza alle 57 persone a bordo di SeaWatch 5. Invece, da ieri notte, siamo al largo di Trapani in una situazione di stallo. Chiediamo di poter entrare in porto adesso. Basta con questo muro politico sulla pelle dei più deboli». Solo dopo questo ulteriore stallo è arrivato il via libera all’attracco. «La SeaWatch5 sta entrando in porto a Trapani, nel rispetto dei diritti delle persone a bordo – ha scritto al momento dell’ingresso in porto – . Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del Governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». Ora c’è da aspettarsi l’ennesimo provvedimento repressivo da parte del Viminale. Il caso della Sea Watch 5 riporta tuttavia al centro del dibattito una pratica consolidata delle autorità italiane e prevista dal decreto Piantedosi: l’assegnazione sistematica di porti lontani, che allunga i tempi di permanenza in mare per persone già provate da traversate spesso drammatiche. Una scelta che le organizzazioni della flotta civile – insieme a diversi giuristi e alle sentenze di numerosi tribunali – considerano in contrasto con i principi fondamentali del diritto del mare e con la tutela della vita umana. Nelle stesse ore in cui andava in scena l’ennesimo braccio di ferro tra le autorità italiane e una Ong del soccorso, Alarm Phone segnalava un nuovo episodio di cattura e respingimento da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo quanto denunciato, il naufragio sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui i libici tentavano di salire a bordo dell’imbarcazione. Diciassette persone hanno perso la vita. I loro corpi, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati abbandonati in mare invece di essere portati a terra per essere identificati e sepolti. > 🆘 ~62 people in distress at sea in the central Mediterranean! > > The people on board, who are trying to escape from #Libya, report of high > waves and we fear for their lives. Relevant authorities are informed: Rescue > these people to safety before it is too late! pic.twitter.com/COATUu0Euz > > — @alarmphone (@alarm_phone) March 15, 2026 Nel Mediterraneo centrale, la guerra per procura degli Stati europei, e dell’Italia in prima fila, contro le persone migranti non si ferma mai.
“Radici”, a Venezia la 3° edizione del festival della Rotta Balcanica
Dal 17 al 27 marzo 2026 tra Venezia e Mestre si svolgerà la terza edizione del Festival della Rotta Balcanica, una rassegna di incontri, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, momenti di formazione e appuntamenti culturali dedicati all’approfondimento delle trasformazioni che negli ultimi anni hanno interessato una delle principali vie d’ingresso all’Europa. Il festival sarà ospitato in diversi spazi della città, tra cui l’Università Ca’ Foscari, il Cinema Giorgione, la Scuola dei Laneri, il Circolo About, il Laboratorio Occupato Morion, il Cinema Dante, il Teatrino dei Frari e il Laboratorio Climatico Pandora, coinvolgendo docenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti, operatori sociali e realtà associative impegnate nei propri territori sul tema delle migrazioni. L’edizione 2026 si svolge a dieci anni dalla firma dell’accordo tra Unione Europea e Turchia del 2016, che ha segnato una svolta nella gestione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica dopo l’apertura del corridoio umanitario del 2015, percorso da quasi un milione di persone dirette verso l’Europa. In questo decennio il contesto geopolitico e le politiche di controllo delle frontiere sono profondamente cambiate, con nuove dinamiche che coinvolgono i Paesi dei Balcani, il sistema di accoglienza e le modalità di attraversamento delle frontiere. Negli ultimi anni la rotta balcanica ha ricevuto una minore attenzione mediatica, pur continuando a essere attraversata da persone provenienti da diverse aree del mondo. Il festival nasce con l’obiettivo di offrire strumenti di conoscenza e confronto su questi temi, attraverso testimonianze, analisi e produzioni culturali. Il sottotitolo scelto per questa edizione è “Radici”, un riferimento alle storie individuali e collettive che attraversano le migrazioni contemporanee e ai percorsi di chi, dopo aver attraversato queste rotte, costruisce nel tempo nuovi legami e nuovi percorsi di vita nei Paesi di arrivo. Il Festival della Rotta Balcanica è ideato e promosso dall’associazione veneziana Lungo la Rotta Balcanica, con il sostegno della Fondazione di Venezia e il patrocinio di Amnesty International Italia. La giornata di formazione del 26 marzo è realizzata con il supporto della Fondazione Biondani Ravetta e in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari. Tutti gli eventi sono a ingresso libero senza prenotazione, ad eccezione delle proiezioni al cinema Dante e al Giorgione (ingresso 4 euro) e la formazione su Afghanistan e Turchia di giovedì 26 marzo (ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a questo LINK). Scarica il programma completo in pdf
Decine di parlamentari chiedono scuse ufficiali per le azioni della Gran Bretagna durante l’amministrazione della Palestina
di Alix Culbertson,  Sky News, 13 marzo 2026.     È stata inviata al governo una petizione legale di 400 pagine che fornisce dettagli su quanto, secondo loro, è accaduto sotto l’amministrazione britannica tra il 1917 e il 1948. Ministero degli Esteri. Foto: PA Decine di parlamentari chiedono al governo di presentare scuse formali per le azioni della Gran Bretagna durante la sua amministrazione della Palestina nella prima parte del XX secolo. A settembre, il gruppo di attivisti Britain Owes Palestine ha presentato al governo una petizione legale di 400 pagine, ma non ha ancora ricevuto risposta. I prestigiosi avvocati britannici Ben Emmerson e Danny Friedman hanno redatto questo corposo documento, che fornisce dettagli su quelle che definiscono azioni illegali e crimini di guerra commessi durante l’occupazione britannica della regione tra il 1917 e il 1948. Si sostiene che la Gran Bretagna abbia illegittimamente omesso di riconoscere l’autodeterminazione araba, non disponesse dell’adeguata autorità giuridica per la Dichiarazione Balfour e il successivo Mandato, e abbia commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura, detenzione arbitraria e demolizioni di massa di abitazioni. Insieme alla petizione, 45 deputati e membri della Camera dei Lord di tutti i partiti hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono al governo britannico di presentare scuse formali, poiché ritengono che il Regno Unito debba confrontarsi con il proprio ruolo storico e la propria responsabilità per sostenere gli sforzi di pace odierni. Palestina 1917-1948 Nel 1917 fu firmata la Dichiarazione Balfour, con cui la Gran Bretagna si impegnò a sostenere la creazione di una «patria nazionale per il popolo ebraico» in Palestina. A partire dal 1920, la Società delle Nazioni (il precursore dell’ONU) concesse formalmente alla Gran Bretagna un mandato (noto come Mandato Britannico per la Palestina), che le imponeva di agevolare l’immigrazione ebraica e l’autogoverno nel territorio – dando luogo a promesse contrastanti sia per il popolo ebraico che per i palestinesi. Si verificarono periodicamente violente rivolte e, nel 1948, in seguito al fallimento del piano di spartizione dell’ONU del 1947, la Gran Bretagna trasferì la responsabilità all’ONU e si ritirò, portando alla fondazione dello Stato di Israele. Una deputata: la Gran Bretagna ha violato le leggi internazionali La deputata liberaldemocratica Layla Moran, prima parlamentare britannica di origini palestinesi, ha dichiarato: «Durante l’occupazione della Palestina, la Gran Bretagna ha violato una serie di leggi internazionali allora vincolanti. Le conseguenze di tali azioni hanno profondamente plasmato il conflitto a cui assistiamo oggi, eppure i governi che si sono succeduti si sono rifiutati di riconoscere questi fatti o di offrire scuse formali. Se la Gran Bretagna intende seriamente promuovere la pace a Gaza oggi, deve iniziare affrontando il proprio ruolo storico, riconoscendo il danno causato e assumendosene una responsabilità concreta.” La deputata liberaldemocratica Layla Moran è la prima parlamentare britannica di origini palestinesi Le scuse avrebbero un significato per i palestinesi L’esperto legale Victor Kattan, che ha contribuito alla stesura della petizione, ha dichiarato a Sky News: “La nostra richiesta principale è quella di ricevere delle scuse pubbliche ufficiali da parte del primo ministro e di avviare un dialogo in merito ai risarcimenti.” “Questo progetto è nato molto prima che il governo riconoscesse la Palestina lo scorso anno, e questo è un passo positivo, ma senza delle scuse non si affronta il passato.” “Una scusa sarebbe molto significativa per il popolo palestinese, è una forma di catarsi, il riconoscimento del dolore e della sofferenza di qualcuno, anche se appartiene al passato.” Il professor Kattan, docente di diritto internazionale pubblico presso l’Università di Nottingham, ha affermato che i sostenitori della petizione non chiedono pagamenti diretti a titolo di risarcimento, ma apprezzerebbero che quel periodo fosse inserito nel programma scolastico nazionale e che venisse trattato in modo approfondito nei musei. Aggiunge inoltre che apprezzerebbero anche la realizzazione di un memoriale. Il filantropo palestinese Munib Al-Masri, 91 anni, è a capo della petizione dopo essere stato colpito da soldati britannici quando era ragazzo, con schegge ancora nel corpo. Egli ha dichiarato: «Ciò che la Gran Bretagna ha fatto in Palestina non è terminato con la sua partenza nel 1948. Le politiche e la violenza di quel periodo hanno contribuito a creare le condizioni per la calamità che stiamo vivendo oggi. Un’apologia ufficiale consiste nel riconoscere quella storia e il danno che continua a causare». Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di non commentare abitualmente le petizioni. https://news.sky.com/story/dozens-of-mps-call-for-formal-apology-over-britains-actions-during-palestine-administration-13519230 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 17, 2026
Assopace Palestina
Famiglia palestinese trucidata da Israele: madre, padre e due bambini uccisi a freddo nella valle del Giordano
Tornavano in auto nel villaggio, quando un’unità in borghese ha aperto il fuoco. Uccisi anche Othman, 7 anni, cieco e Mohammed di 5. Dopo il crimine il commento barbaro: “Erano cani”. di Umberto De Giovannangeli,  l’Unità, 17 marzo 2026.     I palestinesi piangono al funerale di quattro membri della famiglia Odeh uccisi in auto dalle forze di sicurezza israeliane durante un’operazione militare a Tammun, in Cisgiordania, domenica 15 marzo 2026. (AP Photo/Majdi Mohammed) Questa è la storia di un’esecuzione. L’esecuzione di una intera famiglia palestinese. Questa è la storia di ciò che è diventato, sotto il governo fascista e messianico di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, l’“esercito più etico del mondo”. Gli aedi mainstream del fu Belpaese, ultras del “Bibistan” – ciò che è diventato Israele sotto il dominio del primo ministro criminale di guerra Benjamin Netanyahu – sono pronti a sbraitare contro l’informazione pro-Pal e antisemita. E allora ecco l’editoriale di Haaretz, giornale indipendente di Tel Aviv, tra i più autorevoli e diffusi quotidiani israeliani, e il j’accuse di una delle più conosciute e affermate giornaliste israeliane a livello internazionale: Amira Hass. Così l’editoriale: “La responsabilità dell’uccisione della famiglia Odeh a Tammun, nella Valle del Giordano settentrionale, avvenuta nella notte di sabato, ricade sul comando superiore delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha aperto il fuoco contro un’auto che trasportava innocentemente un padre, una madre e quattro bambini mentre tornavano a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se avessero percepito una minaccia, nulla può giustificare quella raffica di colpi pesante e indiscriminata. L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da Nablus, dove era andata a fare la spesa in vista del Ramadan. Secondo testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi ad essere colpiti sono stati Othman, 7 anni, che secondo quanto riferito aveva bisogni speciali ed era cieco, e Mohammed, 5 anni, seguiti dai loro genitori, Ali Khaled Bani Odeh, 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh, 35 anni. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e ha detto: ‘Abbiamo ucciso dei cani’. Il portavoce dell’Idf ha affermato che il veicolo ‘ha accelerato verso le truppe’ e che l’unità ‘si è sentita in pericolo’. Un parente ha chiesto: ‘Un padre, una madre e quattro bambini. Chi accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo’.  La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata a poco prezzo, sia per i coloni in uniforme o in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi si unisce, possono lavarsene le mani. Tutto questo sta avvenendo sotto il comando del capo del Comando Centrale Avi Bluth, che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, un Capo di Stato Maggiore che non sta facendo nulla per porvi fine e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.  La situazione si è deteriorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con mazze si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La scorsa settimana, tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso da un colono in uniforme militare. Una settimana prima, un colono in servizio di riserva ha ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre le truppe dell’Idf erano nella zona. Questi atti non rappresentano un crollo, ma sono il risultato di politiche che consentono ai coloni e ai soldati di agire senza controllo e di fare del male a palestinesi innocenti. L’unità affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersi la responsabilità, gli omicidi non faranno che aumentare.  Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, promotore del “Piano Decisivo”, di Bezalel Smotrich, del temerario ministro della Difesa Israel Katz e del ministro della Sicurezza Nazionale kahanista Itamar Ben-Gvir, l’uccisione fa parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese”. Questo l’editoriale di Haaretz. Più chiaro di così. Tra tutti i giornalisti, non solo israeliani, che in questi decenni hanno raccontato la tragedia palestinese, Amira Hass, storica firma di Haaretz, è la più coraggiosa, capace. La più brava. Amira Hass la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, con tanto da minacce di morte, da parte della destra messianica e dei coloni pogromisti. Questo è il suo report-j’accuse , sempre da Haaretz: “Abitanti di Beita, vi consigliamo di cominciare a fare le valigie’, ha commentato lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica News of the Hills, dopo aver spiegato che ‘Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come padroni di casa’. Come al solito, ha tirato in ballo Dio, concludendo il suo sermone con: ‘C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vorrà’.  L’amministratore ha pubblicato un consiglio simile meno di un giorno dopo che alcuni ebrei israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: ‘A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… il miglior consiglio che potrete ricevere è semplicemente quello di fuggire. Trasferitevi in Turchia, a Dubai o in Francia. … Qui non avete futuro. Le colline vi sconfiggeranno’. In quasi tutti i casi noti, gli aggressori ebrei recitano alle vittime palestinesi il consiglio di fuggire in un altro paese.  E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video in diretta streaming degli attaccati, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare ai palestinesi, a distruggere boschetti e condutture idriche, invadono i campi e picchiano e tormentano donne e anziani, giovani e anche il bestiame, picchiano a morte gli attivisti di ‘presenza protettiva’ e poi si vantano apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria. La spiegazione si articola in due parti. La prima è che la loro “soluzione” di espulsione si adatta perfettamente ai piani ufficiali che non sono più nascosti nel presente e alle linee guida politiche segrete che sono state attuate in passato. Inoltre, la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio del cervello etnocentrico di fin troppi ebrei israeliani.  La seconda parte è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinti di filo spinato, muri di separazione, la Strada 6 e i ristoranti di Wadi Ara.  La prima parte dice che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy con tzitzit e pistola c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri del governo e funzionari del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e capi e ispettori dell’Amministrazione Civile.  Quelli che per anni hanno finto che la ‘sicurezza’ fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione dei terreni. Quelli che, in nome dell’applicazione della legge, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e hanno proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in crudo linguaggio militare o in pomposo gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei. Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade in modo da divorare quanto più possibile di terreni agricoli palestinesi e futuri lotti edificabili – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il terrore sacro ebraico, che raggiunge ogni giorno nuovi livelli, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato porta avanti da decenni.  Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno delineando non si concretizzerà. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca lesioni gravi o la morte supera la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione anti-sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, in modo da poter accogliere più immigranti in cerca di una casa per le vacanze invernali”, conclude Amira Hass. In una intervista a l’Unità, Ehud Olmert, ex primo ministro (Likud) d’Israele, un moderato perbene, ha parlato di terrorismo ebreo. Un terrorismo dei coloni ma anche un terrorismo in divisa militare. Ecco cos’è quel terrorismo che ha annientato la famiglia Odeh. Un terrorismo di stato. Intanto, l’esercito israeliano ha invaso il Libano. Oltre 900mila sfollati, oltre mille civili uccisi, tra cui circa 100 bambini. Il Paese dei Cedri, la “nuova Gaza”. https://www.unita.it/2026/03/17/famiglia-palestinese-trucidata-da-israele-madre-padre-e-due-bambini-uccisi-a-freddo-nella-valle-del-giordano/
March 17, 2026
Assopace Palestina