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Il 30 ottobre sciopero generale COBAS, insieme a Adl, Clap e Sial
La Confederazione COBAS, insieme a ADL, Clap e Sial, ha proclamato lo Sciopero generale per l’intera giornata del 30 ottobre, riguardante tutti i settori pubblici e privati, ad eccezione dei Trasporti. Lo sciopero è convocato sui seguenti  obiettivi: CONTRO il caro-vita che impedisce di far fronte alle spese per i beni essenziali; PER la reintroduzione di meccanismi automatici che garantiscano il pieno adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni all’inflazione reale; CONTRO l’economia di guerra e lo spostamento di risorse dalle spese sociali agli armamenti; PER massicci investimenti nei settori pubblici Scuola-Università, Sanità, Trasporti, Servizi di Assistenza, e il taglio  drastico delle spese militari;  CONTRO la politica degli appalti e l’abuso del lavoro part-time imposto; PER la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e l’introduzione per legge del salario minimo. Nella stessa giornata, i COBAS Scuola, una delle quattro Federazioni della Confederazione COBAS, partecipano allo sciopero anche con i seguenti obiettivi specifici per la Scuola: Aumento di 300 euro netti mensili per docenti ed ATA nella terza tranche salariale di contratto (che deve scattare il 1 gennaio 2027) come recupero parziale di quanto perso per l’inflazione nell’ultimo decennio e per gli enormi aumenti energetici degli ultimi mesi Cancellazione della riforma dei Tecnici, che taglierebbe ore di lezione, materie e migliaia di posti di lavoro, per il mantenimento del Tempo Scuola attuale Ruolo unico con parità salariale e normativa, alle migliori condizioni attuali, per i docenti di ogni ordine e grado Buoni-pasto per gli/le ATA, come parziale compensazione delle profonde differenze di salario e di orario con i docenti Impedire che l’Autonomia differenziata, che distruggerebbe l’unità della scuola e delle altre strutture pubbliche e sociali, diventi legge Aumento degli investimenti nella Scuola pubblica e riduzione della spesa militare. Nella giornata di sciopero del 30 ottobresi svolgeranno manifestazioni territoriali che verranno comunicate a breve. Piero Bernocchi  portavoce Confederazione COBAS
October 22, 2026
Cobas Scuola
Per i COBAS la scuola è di tutti/e e per tutti/e, nessuno/a è straniero/a
Il D.L. n. 170 del 30 settembre 2026, agli articoli 12 e 13, è inaccettabile e deve essere respinto. Dietro una presunta politica di “integrazione” si nasconde un impianto fortemente propagandistico che rischia di trasformare le differenze in un problema di ordine pubblico e di responsabilità familiare, anziché affrontarle come una questione educativa e sociale. Già il titolo dell’articolo 12, “Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico”, è significativo. Non si parla di inclusione, ma di integrazione. La differenza non è soltanto terminologica. L’inclusione richiede che sia il sistema scolastico ad adeguarsi alle diverse esigenze, garantendo pari opportunità e valorizzando le differenze, non semplicemente inserendo gli alunni in un modello già definito. La scuola italiana, nonostante la progressiva riduzione delle risorse, svolge da anni questa funzione e costruisce quotidianamente percorsi rivolti a studenti e studentesse provenienti da contesti linguistici e culturali differenti. Se si vuole davvero favorire l’inclusione servono più docenti, mediatori linguistici e culturali, formazione e risorse, non misure punitive. L’articolo 12, invece, introduce un meccanismo che rischia di trasformare la difficoltà linguistica dei genitori stranieri in una forma di controllo sulle famiglie. Il comma 1 prevede che le Istituzioni Scolastiche segnalino ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori ostacolino l’integrazione scolastica, il percorso educativo, il comportamento del minore o l’osservanza del Patto di corresponsabilità. La collaborazione tra scuola e servizi sociali esiste già. Le scuole segnalano situazioni di grave disagio familiare, economico e sociale, indipendentemente dalla nazionalità, per garantire il diritto allo studio e tutelare i minori. Il problema è introdurre una procedura specificamente riferita ai genitori stranieri, facendo della condizione linguistica un possibile presupposto di interventi e sanzioni.Il comma 2 prevede che i servizi sociali possano predisporre un progetto di sostegno alla genitorialità comprendente, per i genitori stranieri, un percorso gratuito di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano presso i CPIA, fino almeno al livello A2, oltre a eventuali percorsi sulla corresponsabilità educativa. I CPIA svolgono già da molti anni questa fondamentale funzione. Nati dall’esperienza dei CTP (anno 1997), assicurano l’insegnamento dell’italiano agli adulti stranieri, l’alfabetizzazione e l’istruzione degli adulti che non hanno potuto completare il proprio percorso scolastico. Lo fanno spesso con organici insufficienti e risorse limitate, nonostante la forte partecipazione ai corsi. Se il legislatore vuole potenziare l’apprendimento dell’italiano, la risposta è semplice: più docenti, più sedi, più corsi e maggiori risorse per i CPIA, non nuove procedure sanzionatorie. Particolarmente grave è il comma 3, che prevede una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per il mancato svolgimento del percorso linguistico, salvo comprovati motivi di salute, forza maggiore o altri gravi impedimenti. L’accertamento è affidato ai CPIA e la sanzione al prefetto. Si arriva così a colpire economicamente persone che possono trovarsi già in condizioni di fragilità sociale ed economica. La conoscenza della lingua italiana deve essere promossa come diritto e opportunità, non trasformata in un obbligo accompagnato da una multa. I CPIA devono accogliere e sostenere, non diventare strumenti di controllo. Anche l’articolo 13 desta forte preoccupazione. Una situazione che dovrebbe essere affrontata caso per caso viene trasformata in una norma generale, introducendo un limite del 30% alla presenza di alunni con background migratorio che non parlano italiano nelle classi. Il rischio è quello di rappresentare la multiculturalità come un problema da contenere, anziché come una realtà da governare con adeguati strumenti didattici e formativi. Si rischia così di penalizzare proprio gli alunni che si dichiara di voler tutelare, costringendoli eventualmente a frequentare scuole lontane dal proprio territorio e interrompendo relazioni sociali e percorsi educativi. La scuola dovrebbe fare l’opposto: evitare la ghettizzazione, favorire l’incontro sociale e culturale e garantire pari opportunità. Anche la facoltà dei collegi docenti di assegnare i neoarrivati alle classi senza considerare l’età può favorire esclusione, discriminazione e disagio, anziché garantire una reale inclusione. La risposta ai problemi linguistici e alla complessità delle classi non può essere la separazione. Servono organici adeguati, classi meno numerose, mediatori linguistici e culturali, potenziamento dei CPIA e risorse stabili per l’inclusione. La scuola non deve costruire barriere, ma abbatterle; non deve dividere, non deve sanzionare fragilità e povertà, ma garantire a tutte e tutti il diritto all’istruzione. La multiculturalità non è una minaccia da contenere, ma una realtà e una ricchezza della scuola italiana. Esecutivo nazionale COBAS Scuola
October 14, 2026
Cobas Scuola
Pensionamenti scuola dal 1° settembre 2027: domande dal 25 settembre al 21 ottobre 2026
Con la nota n. 24818 del 24 settembre 2026, avente per oggetto “Decreto del Ministro dell’istruzione e del merito n. 193 del 23 settembre 2026. Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2027. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Indicazioni operative”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha fornito le indicazioni relative alle cessazioni dal servizio del personale scolastico con decorrenza 1° settembre 2027. Per il personale docente, educativo e ATA a tempo indeterminato, le domande di cessazione dal servizio potranno essere presentate dal 25 settembre al 21 ottobre 2026. La domanda dovrà essere presentata esclusivamente attraverso la procedura telematica POLIS – Istanze on line.. Considerata la complessità della materia e la necessità di verificare con attenzione la propria posizione contributiva e previdenziale, è fondamentale controllare per tempo l’estratto conto contributivo INPS, i periodi di servizio utili e la corretta maturazione dei requisiti necessari per la tipologia di pensione prescelta. Per informazioni, verifica dei requisiti e assistenza nella compilazione e nella presentazione delle domande, il personale Docente, Educativo e ATA può rivolgersi alle sedi territoriali dei COBAS SCUOLA, dove sarà possibile ricevere supporto nell’espletamento dei necessari adempimenti. Di seguito il link per visualizzare la nota, il decreto e la tabella. > Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2027. > Trattamento di quiescenza e di previdenza. Circolare AOODGPER prot. n.24818 > del 24 settembre 2026. Indicazioni operative
October 1, 2026
Cobas Scuola
Convegno CESP 23/10/2026 “La Scuola Disarticolata”
Analisi delle riforme 2025/2026 dal primo ciclo alla filiera tecnologica. Cosa cambia in classe per i docenti Venerdì 23 Ottobre 2026 Ore 8.30-16.30 ID SOFIA: 161494 Il Convegno si svolgerà in presenza, contemporaneamente, nelle città di Roma, Alessandria, Caserta, Chieti, Firenze/Prato, Frosinone, Genova, Grosseto, Latina, Napoli, Pavia, Pescara, Pisa/Livorno, Pistoia, Potenza, Reggio Calabria, Salerno, Siena, Spoleto (PG), Torino, Trieste/Gorizia CESP -PROGRAMMA LA SCUOLA DISARTICOLATADownload CESP- MODULO ISCRIZIONE SEMINARIO LA SCUOLA DISARTICOLATADownload
October 1, 2026
Cobas Scuola
Analisi critica in merito all’Ass. sanitaria integrativa per il personale scolastico
Dal 10 al 20 settembre 2026, il personale della scuola potrà richiedere l’adesione alla polizza sanitaria integrativa. La copertura investe tutto il personale scolastico, sia con contratto a tempo indeterminato sia quello con contratto a tempo determinato annuale (31 agosto) o fino al termine delle attività didattiche (30 giugno). Per il personale a tempo determinato, la copertura assicurativa sarà valida per tutta la durata del contratto. Viene escluso tutto il personale scolastico con contratto di supplenza breve e saltuaria. La validità della polizza decorrerà dal 30 settembre 2026 e terminerà il 29 settembre 2030. Il recente provvedimento introdotto con l’art. 14, comma 6, del Decreto-Legge n. 25 del 14 marzo 2025 ha previsto l’istituzione di un servizio di copertura assicurativa integrativa per le spese sanitarie del personale scolastico. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha presentato la misura come un segnale concreto di riconoscimento del ruolo del personale scolastico, enfatizzando l’entità delle risorse stanziate e prospettando una copertura di 3.000 euro annui per ogni beneficiario. La norma prevede un investimento complessivo pari a 320 milioni di euro tra il 2026 e il 2029. La definizione dei criteri e delle modalità di accesso al sistema di assistenza integrativa per il  personale  di cui  al  primo  periodo  sono  definiti  in  sede  di  contrattazione collettiva integrativa a livello  nazionale. Il Contratto Collettivo Nazionale Integrativo (CCNI) è stato sottoscritto il 29 dicembre 2025 dal MIM e dai sindacati sottoscrittori del CCNL 2019/2021. La Flc Cgil non ha firmato.  L’art. 3 individua i destinatari della misura. Il personale scolastico di ruolo a TI e a TD con incarico fino al 31 agosto e 30 giugno. Il personale scolastico in Italia  conta circa 1.200.000 unità, tra docenti, ATA, educatori  e IRC. I 320  milioni di euro, corrispondono in media a circa 267 euro complessivi in quattro anni per ciascun dipendente. Una cifra ben lontana dalle dichiarazioni ufficiali. Per reperire le risorse necessarie il Governo ha deciso di ridurre il Fondo per il funzionamento amministrativo e didattico delle istituzioni scolastiche. Dal 2026 al 2029 il taglio previsto ammonta a 200 milioni di euro complessivi, incidendo direttamente e pesantemente sul bilancio delle scuole. Le Istituzioni Scolastiche statali funzionanti nell’anno scolastico 2026/2027 sono circa 7.600. In media, ogni scuola perderà circa 30.000 euro in quattro anni, una somma significativa per istituti che già oggi operano in condizioni di scarsità di risorse. La copertura assicurativa, di fatto, favorisce il ricorso a strutture sanitarie private. Il provvedimento si inserisce in un quadro più ampio di progressiva privatizzazione della sanità. Un aspetto che suscita non poche perplessità è la partecipazione dei sindacati rappresentativi alla definizione del provvedimento. Può essere letta come una legittimazione piuttosto acritica di una misura propagandistica. La copertura assicurativa sottrae fondi preziosi al sistema scolastico e incentiva un modello sanitario sempre più privatizzato. La riduzione dei fondi destinati al funzionamento delle scuole produrrà con ogni probabilità un effetto immediato e già noto alle famiglie, l’aumento del cosiddetto contributo volontario. Quella quota che le istituzioni scolastiche, pur presentandola come non obbligatoria, finiscono spesso per richiedere con insistenza per poter garantire il funzionamento amministrativo e didattico. In diverse scuole secondarie di secondo grado, il contributo chiesto alle famiglie può raggiungere cifre anche superiori ai 150/200 euro l’anno per studente/ssa, destinate a coprire spese per laboratori, innovazione tecnologica, attività integrative, ampliamento dell’offerta formativa, acquisto di carta e toner per le fotocopiatrici, manutenzione ordinaria degli edifici, fino alla fornitura di beni essenziali come il sapone e la carta igienica. Da un lato si finanzia un’assicurazione sanitaria integrativa, presentata come misura di tutela della salute del personale scolastico, dall’altro, si riducono i fondi destinati all’istruzione, costringendo le famiglie a coprire spese che dovrebbero essere a carico dello Stato. In pratica, due diritti fondamentali come la salute e l’istruzione, entrambi riconosciuti e garantiti dalla Costituzione italiana, vengono messi in conflitto fra loro, come se la tutela dell’uno dovesse necessariamente avvenire a scapito dell’altro. Da un lato si mina il principio dell’accessouniversale e gratuito all’istruzione, sancito dall’articolo 34 della Costituzione, dall’altro si rischia di accentuare le disuguaglianze sociali, poiché il contributo delle famiglie, pur dichiarato volontario, diventa di fatto indispensabile per il funzionamento amministrativo e didattico delle Scuole. Le famiglie, economicamente sempre più fragili, si trovano così ulteriormente penalizzate, costrette a scegliere se versare o meno somme che, pur presentate come facoltative, diventano nella realtà condizioni di accesso alle attività scolastiche. La vera alternativa dovrebbe consistere in un rafforzamento della sanità pubblica gratuita, con investimenti strutturali che riducano le liste d’attesa e migliorino l’accessibilità ai servizi. In definitiva, l’istruzione pubblica si allontana progressivamente dal modello universalistico e gratuito disegnato dalla Costituzione, trasformandosi in un servizio condizionato dalle possibilità economiche delle famiglie. Una scelta che appare non solo discutibile, ma profondamente ingiusta in un Paese che dovrebbe fare dell’uguaglianza nell’accesso all’istruzione uno dei pilastri della democrazia. Cobas Scuola
September 16, 2026
Cobas Scuola
Governo e opposizioni hanno già iniziato la campagna elettorale. Ma noi non vi parteciperemo
Governo e opposizioni hanno già iniziato con largo anticipo la campagna per le elezioni politiche nazionali previste per l’autunno 2027 e forse anticipate nella primavera del prossimo anno. Il che lascerebbe intendere che entrambi gli schieramenti si sentano così forti da voler arrivare al redde rationem prima della scadenza formale. Cosa che contrasta platealmente con la realtà dei due schieramenti politico-elettorali in gara e con la loro “salute” politica, apparendo essi, invece, deboli e incerti sia sul programma comune da presentare agli elettori/trici sia sullo schieramento politico con cui affrontare lo scontro elettorale. Ci pare, infatti, che tale “salute” fosse, per venire al primo schieramento, di gran lunga migliore, sia per il governo e sia per il partito meloniano, almeno fino all’effettuazione del referendum sulla giustizia, con l’opposizione di centrosinistra che, in gergo calcistico, non “toccava palla” e i sondaggi fornivano loro numeri di consensi addirittura crescenti (con FdI intorno al 30%) rispetto a quelli dell’ultima tornata elettorale, in netto contrasto con le serie difficoltà in cui si barcamenavano gli altri principali governi europei. Epperò, anche dopo la secca sconfitta referendaria, neanche nelle settimane successive ci furono davvero effetti negativi e significativi arretramenti del consenso popolare ai partiti di governo, non essendo il sostegno alla premier Meloni legato specificatamente alle posizioni sulla giustizia. In realtà il calo di consenso al governo, e in particolare alla premier Meloni, e il conseguente indebolimento politico-elettorale del centrodestra, sta dipendendo nelle ultime settimane in gran parte, se non esclusivamente, da un evento imprevisto, e obiettivamente difficilmente prevedibile, come lo sconcertante entusiasmo popolare per la proposta apertamente nazifascista di un personaggio, il “generale” Vannacci, che, lanciato nell’agone politico in maniera folle e suicida da Salvini, agli esordi era apparso parodistico, una sorta di “caratterista” estremo uscito da una puntata di “Fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti. E che però – oramai e stando ai sondaggi ma anche in base alla parossistica attenzione mediatica e degli ambienti che fanno opinione – sta raggiungendo consensi che si stanno progressivamente avvicinando alla doppia cifra percentuale, scavalcando di gran lunga la Lega salviniana, demenziale promotrice delle fortune vannacciane e in una crisi che appare irreversibile, e negli ultimi giorni persino Forza Italia, collocando Futuro nazionale, almeno sulla carta, al quarto posto tra i partiti italiani per peso elettorale. Certo, Meloni non poteva prevedere di veder vacillare tutta la sua strategia e i suoi programmi per vincere nuovamente le elezioni e restare a Palazzo Chigi per un altro quinquennio a causa di una nemesi come quella vannacciana, che ripresenta, persino in peggio, tutto l’armamentario fascistoide della Meloni di quando era all’opposizione, mostrando sorprendentemente quanto spazio elettorale ci sia in Italia a destra del governo e mettendo in crisi la piattaforma politica-elettorale meloniana e il suo schieramento governativo che sembrava inossidabile e immune da serie divisioni interne e fratture. Tale sconvolgimento del panorama politico sta provocando tentativi, che appaiono per ora incerti e confusi, di modifica di tale piattaforma programmatica, a partire dalle posizioni internazionali fino ai cavalli di battaglia su sicurezza e migrazioni. Negli ultimi giorni, pressata da Vannacci che fa il “pacifista putiniano” contro l’appoggio governativo all’Ucraina, Meloni sta cercando di minimizzare tale impegno, fino a ieri ribadito con orgoglio. E al contempo sta rarefacendo le sue posizioni europeiste, preoccupata dalle esibizioni ultra-sovraniste del “generale”, peraltro in piena sintonia con le estreme destre europee, tedesche e francesi soprattutto, che , pure in chiave filorussa, hanno ripreso a bombardare quotidianamente l’Unione europea. Ma anche sui temi forti della propaganda meloniana e governativa, migranti e sicurezza, il centrodestra viene scavalcato sempre più spesso dalle sortite vannacciane, al punto da partorire autogol come la guerricciola contro la Spagna su Ceuta e la conseguente, impopolare di certo tra gli altri partner europei, sospensione della libera circolazione tra Italia e Spagna, senza che questo abbia significato un recupero di consensi per il governo: e men che meno questo avviene sul tema cruciale della sicurezza, visto che in materia il “generale” ha le carte in regola per spararle sempre più grosse. Poi, su molti temi, esiste una vera sovrapposizione, come ad esempio sull’istruzione pubblica, ove le proposte di FN, elaborate da Roberto Sasso (ex-capogruppo della Lega nella Commissione Cultura e Istruzione prima di cercar fortuna elettorale nell’agglomerato “fascistissimo” di FN), ricalcano in maniera pedissequa quelle del Ministro leghista Valditara, con i richiami al nazionalismo suprematista, alla militarizzazione e alla “educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale”, il ripristino della “autorità dei docenti”. la stretta punitiva per i discenti, l’odio contro l’educazione di genere. Questi smottamenti tematici stanno avendo serie conseguenze anche sulla coesione dello schieramento governativo, facendo traballare pure l’intento meloniamo di andare a votare con una nuova legge maggioritaria. In fibrillazione è soprattutto la Lega, in continuo calo di consensi e con una conflittualità interna sempre crescente, che spinge Salvini a distinguersi dal resto del governo in cerca di un qualche spazio residuo. Ma il risultato è che quel 42% di voti per il governo, obiettivo minimo per ottenere il premio di maggioranza nella desiderata nuova legge elettorale, appare sempre più lontano. Cosicché FdI sta escogitando una modifica all’impianto della legge, proponendo che, nel caso i due schieramenti superino entrambi il 40% (o nessuno lo faccia), si vada al ballottaggio, contando in questo modo di prendersi, senza impegni programmatici precedenti, i voti di Vannacci e compagnia. Ma il percorso della legge, comunque venga modificata, appare difficile e tortuoso e l’eventualità che si vada a votare con la legge elettorale attuale si fa probabile. Però, “se Atene piange, Sparta non ride”. Ovvero, fuor di metafora, non sembra proprio che il centrosinistra, che addirittura, sciaguratamente, si è speso per agevolare l’ascesa vannaccìana (Renzi docet), sia in grado di approfittare delle indubbie difficoltà governative, con il PD sempre fermo su un 21-22% di consensi, il M5S sul 12% e AVS intorno al 6%. Ma, al di là dei numeri, mentre lo schieramento governativo vede messi in crisi i punti programmatici principali della propria linea politica (sicurezza e migranti) dalla crescente avanzata del fascistume vannacciano, che su entrambi i temi, con l’aggiunta di un pacifismo putiniano e dell’iper-sovranismo anti-UE, può scavalcare agevolmente a destra il governo, il centrosinistra un programma non ce l’ha proprio nè sembra aver fretta di darselo. A ben vedere, in questi mesi l’unico simulacro di programma di governo alternativo alla destra è stata l’ossessionante e onnipresente fotografia, scattata da ogni angolazione, dei “quattro dell’Ave Maria”(o “magnifici quattro”, ma solo per i fan più sfegatati), con l’abbraccio permanente tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, a cercare di testimoniare una presunta grande unità del centrosinistra.  Unità, però, smentita quasi quotidianamente, che si parli di politica internazionale o di tematiche sociali ed economiche interne, con Conte a scalpitare per segnalare la sua diversità e la definizione di un programma davvero unitario e convincente rinviata di continuo, pensando scioccamente di poter nascondere le divergenze, e ancor più l’inconsistenza della propria proposta sulle questioni economiche, sociali e lavorative (“classiste”, avremmo detto un tempo, cioè a favore di classi e ceti sociali subordinati) con la pantomima delle primarie, come se la vittoria in esse di Schlein o di Conte o di un terzo incomodo risolvesse di per sè l’interrogativo su cosa diavolo farebbe il centrosinistra se tornasse al governo. Percorso tanto più illusorio e accidentato tenendo conto che il ricordo delle sciagurate “imprese” sia del PD sia del M5S al governo sono ancora abbastanza recenti per togliere ogni appeal ad un loro ritorno al potere, e alla possibilità che il centrosinistra sia davvero in grado di invertire la politica economica e sociale del centrodestra, rovesciandola a favore del lavoro salariato, delle classi e ceti più deboli e subordinati, e a scapito di chi più ha, più comanda, più controlla la società italiana. Dunque, viene da dire, si tratta di una partita elettorale truccata alla quale di certo noi non parteciperemo. Fin dalla nostra nascita sindacale e politica quaranta anni fa – sì, a novembre saranno passati esattamente 40 anni da quando i COBAS Scuola nacquero il 7 novembre 1986, con la nostra prima Assemblea nazionale fondativa, che lanciò a tutto il mondo lavorativo il messaggio di una nuova realtà, antagonista all’esistente sul piano sindacale, politico e culturale – ci siamo sempre tenuti fuori dal politicismo elettoralista, non abbiamo mai sostenuto, né fatta campagna elettorale per alcun partito: e se qualcuno dei nostri/e ha voluto invece parteciparvi, lo ha fatto senza il sostegno dell’organizzazione e senza poter usare la nostra sigla. Visti e valutati i due blocchi politici in competizione, i loro programmi o i loro non-programmi di finta alternativa, non ci sarà difficile riconfermare questo nostro tirarci fuori da tal passaggio di politique politicienne. Ma questo non significa che non utilizzeremo il periodo elettorale, quello in cui l’attenzione popolare sui vari temi in gioco cresce visibilmente, per sottolineare e accendere ancor più l’attenzione sui nostri obiettivi di battaglia e attività quotidiana, che troverete nuovamente trattati e attualizzati in questo numero della nostra rivista, con gli articoli e le tematiche scolastiche ma anche con tanti scritti delle altre categorie e strutture della Confederazione COBAS, contrattualmente inquadrate nel lavoro privato e in quello pubblico, tutti concentrati sulla conflittualità lavorativa, economica, sociale – “classista” in una parola – e nella difesa e per il miglioramento delle strutture e dei beni pubblici, a partire dalla Scuola, dalla Sanità, dai Trasporti e  dagli altri servizi pubblici e sociali. Piero Bernocchi
September 16, 2026
Cobas Scuola
Diffida su formazione obbligatoria e Intelligenza Artificiale personale docente
Diffida avverso l’imposizione della formazione obbligatoria al personale docente, con particolare riferimento alla formazione sull’Intelligenza Artificiale – insussistenza di un obbligo generalizzato in assenza di specifico fondamento normativo o contrattuale Diffida avverso l’imposizione della formazione obbligatoria al personale docenteDownload
September 15, 2026
Cobas Scuola
Con la riforma, Istruzione Tecnica allo sbaraglio
Mai nella scuola italiana si è raggiunto un livello di improvvisazione, incompetenza ed arroganza di tale portata. La riforma dell’istruzione tecnica (DM 29/2026) ha non soltanto scompaginato l’assetto della formazione scolastica superiore ma ha provocato un vero e proprio caos nelle scuole italiane. Un settembre nero si profila all’orizzonte. Studenti, docenti e famiglie sono stati letteralmente travolti dall’ ultima trovata del Ministro Valditara. La Riforma degli istituti tecnici, in attuazione del DL 144/22, risponde ad un preciso disegno di legge: subordinare la scuola all’impresa, trasformando lo studente in un apprendista precoce. La riforma, quindi, si muove nel solco delle precedenti riforme: Filiera tecnico-professionale 4+2; Licei Made in Italy; Licei TED (transizione ecologica digitale di durata quadriennale) e porta a termine quello che è il progetto regressivo e autoritario del Governo Meloni: il ritorno della vecchia scuola di avviamento professionale. L’allievo deve funzionare come un’impresa trasformandosi in imprenditore di sé stesso. Con tale riforma, l’azienda entra prepotentemente nella scuola, dettando tempi e programmi. Negli anni ’70 del secolo scorso, operai e studenti conquistavano le 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori, un monte ore retribuito e contrattualizzato per corsi di formazione e un titolo di studio. In questo modo, il mondo del lavoro si appropriava della scuola. Dal 2015(Legge 107, cosiddetta Buona scuola) sino ad oggi, questo rapporto si è rovesciato. Con l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro (ora FSL) adesso sono gli studenti ad entrare in azienda e talvolta a “morire” o rimanere seriamente feriti. Gli studenti devono uniformarsi al “Just in time”, cioè devono adattarsi precocemente alla fluttuazione del mercato del lavoro e adeguarsi ad eseguire compiti decontestualizzati e generici. Ora anche i docenti entrano nell’azienda e partecipano ad attività di aggiornamento e di osservazione delle discipline tecnico-professionale mentre ad esperti aziendali, privi di qualsiasi formazione pedagogica, vengono affidati compiti didattici di alto profilo. Tali attività sono finalizzate” all’intensificazione dei rapporti con il sistema produttivo del territorio”. Ma cosa prevede il famigerato DM 29? Innanzitutto una notevole riduzione del curricolo nazionale. La riforma si applica a partire dalle prime classi dell’anno scolastico 2026-27. La riduzione del curricolo nazionale è di ben 132 ore rispetto al modello precedente. La disciplina più colpita è la Geografia. Vengono eliminate 2 ore nel biennio economico e 6 ore nel triennio ad indirizzo turistico. (Gli indirizzi sono 11, divisi in due comparti l’economico e il tecnologico-ambientale).  L’ insegnamento della geografia si riduce soltanto ad un’ora settimanale al primo anno. L’Italiano subisce la contrazione di un’ora nelle quinte classi (33 ore in meno). Vi è poi, una riduzione delle ore dedicate alla seconda lingua straniera, specialmente nel settore economico (2 ore settimanali rispetto alle 3 dell’ordinamento precedente). Nell’ultimo anno l’insegnamento si riduce ad una sola ora settimanale. La nuova disciplina: Scienze sperimentali (un’ora settimanale)accorperà Biologia, Chimica, Fisica e Scienza della Terra e determinerà  un taglio di 231 ore, sconfessando allo stesso tempo, il mantra della centralità delle discipline STEM(Science, technology engineering ,mathematics).L’obiettivo, secondo il ministro, è quello di promuovere una cultura scientifica ,intensificando una didattica che colleghi i diversi insegnamenti attraverso un linguaggio comune e, sul piano metodologico, proponendo attività interdisciplinari. La nuova materia, verrà, infatti, insegnata da docenti diversi ma avrà un unico voto in pagella. I docenti dovranno alternarsi nell’insegnamento e poi ricompattarsi durante gli scrutini per elaborare il voto! Un ‘assurdità pedagogica. La riforma prevede anche l’anticipo del FSL (formazione scuola lavoro) a partire dal secondo anno, ovvero all’ età di quindici anni! La scuola, quindi, diventa un calco dell’impresa e fa dell’impresa il suo modello ideale. Anche questa scellerata scelta del Ministro si coniuga con le Nuove Indicazioni Nazionali in vigore dal prossimo anno nelle scuole del primo ciclo, laddove è istituzionalizzato l’insegnamento dell’Educazione finanziaria. Nelle Indicazioni nazionali viene sottolineata l’importanza di iniziare precocemente a formare cittadini consapevoli del valore del danaro in nome di una cittadinanza economica attiva e responsabile. Il decreto ministeriale 29 che riordina i quadri orari e   l’assetto degli istituti tecnici è stato, infine, pubblicato ad iscrizioni scolastiche già concluse, rivelando “mancanza di trasparenza e di rispetto” nei confronti delle stesse famiglie. Le iscrizioni sono avvenute su piani di studi diversi da quelli proposti dalla riforma. Per rispondere a questa situazione, i genitori degli studenti coinvolti, sollecitati sia dallo sciopero dei sindacati di base, Cobas in primis , del 7 maggio 2026 che  dalle mobilitazioni della Rete dei tecnici e della FLC(seppur limitate alle attività aggiuntive) hanno depositato in data 25 giugno 2026, un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Il ricorso punta all’ annullamento del DM 29 e si fonda su due principi giuridici precisi: violazione del legittimo affidamento delle famiglie (che avevano, appunto, scelto un percorso basato su un ordinamento poi cambiato) e il principio di retroattività   dell’ azione amministrativa ,secondo cui una norma non può modificare situazioni già consolidate senza adeguato preavviso. Alla luce di tali contestazioni, (non va trascurato il dissenso espresso in proposito anche dal CSPI) il Ministro Valditara ha fornito indicazioni operative volte a mitigare le criticità di tale riforma. Per evitare il rischio di soprannumerarietà, le scuole possono (devono ,in modo quasi prescrittivo)far ricorso al curricolo a disposizione delle scuole, pari al 20% del monte ore annuo (art.8 DPR 275/1999 ). Tale flessibilità organizzativa, mette però, in moto una frammentazione del sistema educativo nazionale. La discrezionalità nel definire i programmi, scardinerà, inevitabilmente, il principio di uguaglianza e omogeneità dell’ offerta formativa. L’ eccessiva flessibilità curricolare (art.8 DPR 275/99) potrebbe essere interpretata come una violazione della competenza esclusiva dello Stato in materia di “Norma generali sull’ istruzione” (art.117,co 2,lett.N Costituzione )e favorirà inevitabilmente una miriade di ricorsi .Si tratta, in buona sostanza, di una Autonomia Differenziata in salsa scolastica.  Il DM, infine, risponde a un perverso principio della destra italiana: i figli delle famiglie povere non possono studiare per CONOSCERE ,ma solo per IMPARARE un lavoro. Il giorno 8 del mese di aprile c’è stato un incontro di conciliazione tra il MIM e quasi tutte le sigle sindacali che ha portato ad un parziale allentamento delle tensioni ma non ha assolutamente risolto i problemi di fondo della controriforma.  C’ è da ricordare, poi, che Consiglio Superiore della pubblica istruzione, chiamato ad esprimere il proprio parere sul provvedimento del governo, oltre a criticare la tempistica della riforma, avvenuta ad iscrizioni già effettuate, ha segnalato forti criticità per le scuole proprio per la nuova disciplina “Scienze sperimentali”. Le classi di concorso dei docenti impegnati in tale insegnamento sono, infatti, diverse. Dopo gli scioperi del 6,7 maggio e le iniziative della Rete degli istituti tecnici, il  Ministro Valditara ha effettuato correzioni al Decreto . Al primo biennio c’è l’eliminazione della quota riservata alle scuole pari a 132 ore. Il corrispondente incremento di 132 ore di scienze sperimentali nell’ area di indirizzo flessibile nel settore tecnologico ambientale. Il corrispondente incremento di 132 ore delle discipline elementi di base da destinare al potenziamento della Geografia e della seconda lingua straniera nell’ area di indirizzo flessibile nel settore economico. Al secondo biennio c’è la diminuzione della quota oraria riservata alle scuole 66 ore.  Nella prima stesura 99 ore).Il corrispondente incremento di 66 ore da destinare alle discipline di indirizzo. Al quinto anno la diminuzione della quota oraria riservata alle scuole (-99 ore: da 231 a 132 pari a 4 ore settimanali), Il corrispondente incremento di 99 ore da destinare alle discipline di indirizzo. Il Ministro, con l’ennesimo gioco di prestigio finalizzato all’eliminazione dei soprannumerari, ha ipotizzato classi di concorso inferiori alle 18 ore(ipotesi certamente censurabile dalla Corte dei Conti) e con il DM 71 ha istituito classi di concorso atipiche(insegnamenti assegnabili a più classi di concorso).Il Ministro non sa più cosa inventarsi per scongiurare la catastrofe creata anche con la complicità dei sindacati concertativi ed autoreferenziali. Noi Cobas invitiamo i docenti a vigilare e ad opporsi tenacemente alla deriva autoritaria innescata dal Ministro Valditara. Sappiamo che molti dirigenti hanno agito monocraticamente, senza la delibera dei Collegi sulle modifiche del Piano dell’ Offerta Formativa, ma anche quando la normativa è stata rispettata, i Collegi docenti hanno dovuto procedere d’ urgenza ,deliberando senza Linee Guida rispetto alle nuove discipline e con il parere contrario del CSPI. La retromarcia del Ministro e le sue patetiche revisioni della riforma dimostrano, nonostante tutto, che le mobilitazioni sono sempre opportune. Non siamo paghi di queste retromarce tattiche del Ministro e lotteremo in tutti i modi affinchè il DM 29 venga ritirato. A tal fine chiediamo il ripristino strutturale e totale delle ore sottratte alle  discipline di cultura generale, scientifiche, economiche e professionalizzanti. La tutela degli organici e delle condizioni di lavoro contro spezzoni e soprannumerarietà e riduzione dei posti. La difesa dell’Istruzione Tecnica pubblica, unitaria e di qualità. Il pieno riconoscimento del valore nazionale del diploma di istruzione tecnica.La centralità della scuola della Costituzione e il drastico ridimensionamento delle aziende e agenzie formative territoriali. Ci aspetta un nuovo anno scolastico ma lo affronteremo con determinazione e risolutezza. Noi COBAS saremo a fianco delle scuole fino a quando la riforma non sarà definitivamente ritirata. Massimo Montella
September 15, 2026
Cobas Scuola
Contratti miseri, precari con meno diritti e pensioni sempre più povere
Come Organizzazione Sindacale riteniamo necessario riportare il dibattito sui contratti della scuola alla realtà quotidiana di lavoratrici e lavoratori. Gli annunci sugli aumenti stipendiali, sulle risorse stanziate e sui rinnovi contrattuali non possono essere valutati soltanto attraverso gli aumenti indicati nelle tabelle. Il punto decisivo è un altro: quanto è realmente aumentato il potere d’acquisto di docenti e personale ATA? Quanto è stato recuperato rispetto all’inflazione? Quale trattamento economico e giuridico viene garantito a chi lavora nella scuola con un contratto a tempo determinato? La risposta, purtroppo, è chiarissima: i rinnovi contrattuali degli ultimi decenni non hanno determinato un recupero del potere d’acquisto perso e gli ultimi due CCNL non rappresentano quella svolta salariale che il personale della scuola si aspettava. Il CCNL del comparto Istruzione e Ricerca relativo al periodo 2022-2024 è stato sottoscritto definitivamente il 23 dicembre 2025 e ha previsto incrementi retributivi complessivi pari a circa il 6%. Nello stesso periodo, tuttavia, l’inflazione ha raggiunto  il 17%, determinando una perdita significativa del potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto dell’11%. A distanza di pochi mesi è stata sottoscritta l’ipotesi di CCNL al triennio 2025-2027. L’ipotesi di CCNL è stata sottoscritta il 1° aprile 2026, mentre il contratto è stato firmato definitivamente il 1° luglio 2026. Anche questo rinnovo ha previsto aumenti retributivi nell’ordine di circa il 6%, che non tiene minimamente conto della perdita del potere d’acquisto accumulata nel precedente triennio con il CCNL 2022-2024. Di fatto, gli incrementi si limitano ad allinearsi alle stime dell’inflazione previste per il periodo contrattuale, senza alcun recupero del divario salariale già maturato. Si tratta di una scelta che desta forti preoccupazioni, anche perché numerosi istituti di analisi economica delineano uno scenario decisamente più critico rispetto alle previsioni ufficiali. L’instabilità internazionale, aggravata dai conflitti in corso e dalle tensioni geopolitiche, continua infatti ad alimentare il rischio di una nuova crescita dei prezzi dell’energia, dei beni di consumo e dei servizi essenziali. Nonostante ciò, i sindacati firmatari parlano di un risultato storico, enfatizzando soprattutto la rapidità con cui sono stati conclusi gli ultimi due rinnovi contrattuali, volendo far percepire la velocità come un valore in sé, indipendentemente dai contenuti. La domanda è di una semplicità disarmante: quanto rimane realmente nelle tasche dei lavoratori dopo aver pagato affitti, mutui, bollette, alimentari, trasporti, sanità e tutti gli altri costi della vita? La scuola italiana continua a essere sostenuta da lavoratrici e lavoratori che svolgono funzioni essenziali, ma ai quali viene riconosciuta una retribuzione che non corrisponde né alla responsabilità né alla complessità del lavoro svolto. Precari: stesso lavoro, meno diritti. Accanto alla questione salariale esiste un’altra enorme ingiustizia: la disparità di trattamento economico e giuridico tra personale di ruolo e personale precario. Nella scuola italiana centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, docenti e ATA,  con contratti a termine, svolgono ogni giorno le medesime funzioni, ma continuano a essere sottoposti a una condizione di precarietà che produce conseguenze economiche e giuridiche piuttosto pesanti. La precarietà non è soltanto l’incertezza sulla conferma dell’incarico dell’anno successivo. Significa difficoltà nel programmare serenamente la propria vita, cambi di scuola continui, periodi di disoccupazione e una condizione di permanente ricattabilità. Inoltre, i lavoratori precari, soprattutto quando accumulano periodi discontinui di servizio, rischiano di costruire una posizione previdenziale più debole proprio perché il sistema pensionistico collega strettamente l’importo ai contributi effettivamente versati. È una contraddizione enorme: lo Stato utilizza per anni il lavoro di una persona, ma non le garantisce la stessa stabilità economica riconosciuta al personale di ruolo. A parità di lavoro devono corrispondere parità di trattamento economico e giuridico. La pensione: altro volto dell’impoverimento. La questione salariale non finisce con l’ultima busta paga. Al contrario, ciò che accade durante la vita lavorativa produce conseguenze dirette sulla pensione. Il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo ha modificato radicalmente il calcolo con il quale viene determinato l’assegno pensionistico. Fino al 31 dicembre 1995 il sistema pensionistico pubblico italiano era fondato sul sistema retributivo. L’importo della pensione veniva determinato prendendo come riferimento la retribuzione percepita dal lavoratore negli ultimi cinque anni di attività, tenendo conto della progressione economica maturata nel corso della carriera. In questo modo, il trattamento pensionistico risultava strettamente collegato all’ultima fase della vita lavorativa e garantiva un assegno pensionistico simile all’ultima retribuzione percepita. Un cambiamento radicale è intervenuto con la cosiddetta riforma Dini, introdotta dalla legge n. 335 del 1995. La riforma ha avviato il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, applicandolo inizialmente ai lavoratori privi di anzianità contributiva alla data del 1° gennaio 1996 e prevedendone progressivamente l’estensione anche a coloro che erano già in servizio. La logica del calcolo pensionistico è stata così profondamente modificata: non è più la retribuzione al termine della carriera a determinare l’importo della pensione, ma l’ammontare dei contributi accreditati durante l’intero percorso lavorativo. Il risultato è evidente: il sistema contributivo determina, mediamente, pensioni inferiori del 30–35% rispetto al precedente sistema retributivo. Non solo: con il sistema contributivo, al momento del pensionamento, il lavoratore avrà diritto al TFR anziché al TFS, con una differenza economica sostanziale. Nel TFS, infatti, la liquidazione lorda viene calcolata sull’80% dell’ultima retribuzione utile per ogni anno di servizio; il TFR, invece, viene determinato sulla base degli accantonamenti effettuati nel corso della carriera e, di conseguenza, può risultare significativamente inferiore, arrivando in molti casi a meno del 50% dell’ultima retribuzione. Un’ulteriore e decisiva accelerazione è arrivata con la cosiddetta riforma Fornero, introdotta dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito nella legge n. 214 del 2011. Dal 2012 il metodo contributivo è stato esteso anche ai lavoratori che precedentemente beneficiavano del sistema retributivo, sia pure secondo le regole previste per la parte di carriera maturata anteriormente. Contemporaneamente sono stati innalzati in maniera significativa i requisiti per l’accesso alla pensione e sono state fortemente ridotte le possibilità di uscita anticipata e flessibile dal lavoro. Le più recenti disposizioni governative hanno ulteriormente aumentato i requisiti pensionistici. In particolare, un aumento dell’età e dell’anzianità contributiva necessarie per il pensionamento. A partire dal 2027, secondo i requisiti indicati, la pensione di vecchiaia richiede 67 anni e un mese di età, mentre per l’accesso alla pensione anticipata sono necessari 42 anni e 11 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 i requisiti sono destinati a salire ulteriormente: 67 anni e tre mesi per la pensione di vecchiaia e, per la pensione anticipata, 43 anni e un mese di contribuzione per gli uomini e 42 anni e un mese per le donne. La questione previdenziale non può quindi essere considerata separatamente da quella salariale e contrattuale: salari insufficienti, perdita del potere d’acquisto, precarietà e carriere discontinue producono inevitabilmente effetti negativi anche sull’importo della pensione futura. Per questa ragione, la rivendicazione del diritto a una pensione dignitosa deve tornare al centro dell’iniziativa sindacale. Negli ultimi vent’anni la previdenza è stata progressivamente spostata dalla tutela pubblica e collettiva verso la previdenza complementare individuale. In questo contesto si inserisce Fondo Espero, destinato al personale scolastico. L’Accordo ARAN-sindacati del 16 novembre 2023 ha introdotto il silenzio-assenso: per il personale assunto a tempo indeterminato dal 1° gennaio 2019, dopo l’informativa decorrono nove mesi per rinunciare all’adesione; in assenza di scelta, l’iscrizione diventa automatica. La procedura, pur prevista dal D.Lgs. 252/2005, solleva forti dubbi sul rispetto della libertà e della consapevolezza della scelta individuale. Dopo oltre vent’anni, Espero registra adesioni molto limitate (circa il 15%), evidenziando una scarsa fiducia dei lavoratori e delle lavoratrici nella previdenza complementare. Il silenzio-assenso appare quindi più come un tentativo di aumentare le adesioni che come una libera scelta dei lavoratori. Invece di rafforzare la previdenza pubblica e garantire pensioni dignitose, si trasferisce progressivamente la responsabilità previdenziale sui singoli, favorendo circuiti finanziari privati. In questo quadro, il ruolo delle organizzazioni sindacali sottoscrittrici appare tutt’altro che privo di contraddizioni. Da una parte esse rivendicano la tutela degli interessi e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; dall’altra, attraverso la partecipazione alla gestione della previdenza complementare, contribuiscono a indirizzare risorse dei lavoratori verso circuiti finanziari privati. Una contraddizione che rischia di indebolire la credibilità della rappresentanza sindacale e di trasformare, di fatto, le organizzazioni che hanno sottoscritto e gestiscono il Fondo in intermediari nella raccolta di capitali destinati a banche, assicurazioni e altri operatori finanziari. Domenico Montuori
September 14, 2026
Cobas Scuola
Ruolo unico docente: Pari diritti e retribuzione
Ogni giorno migliaia di docenti della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria svolgono, nel rispetto delle specificità dei diversi gradi di istruzione, una comune funzione pubblica: garantire il diritto costituzionale all’istruzione, accompagnare la crescita culturale, personale e sociale degli studenti e contribuire alla costruzione del futuro del Paese. Le modalità con cui questa funzione viene esercitata richiedono competenze specifiche. Diversità di competenze, metodologie e responsabilità non possono però tradursi in una gerarchia tra docenti né giustificare una sistematica differenza di riconoscimento economico. Il divario tra i docenti dei diversi ordini di scuola non deriva solo dall’attuale organizzazione contrattuale, ma da un antico retaggio culturale che ha associato il prestigio dell’insegnamento alla specializzazione disciplinare. La scuola italiana è stata a lungo concepita come una struttura gerarchica, nella quale il valore del sapere cresceva passando dall’infanzia alla scuola superiore e all’università, sovrapponendo una gerarchia dei saperi a una gerarchia sociale delle professioni educative. Particolarmente penalizzata è stata la scuola dell’infanzia, storicamente intrecciata a una concezione dell’educazione dei più piccoli come naturale prolungamento del ruolo materno. La figura del “maestro” è stata distinta da quella del “professore”, attribuendo a quest’ultimo maggiore autorevolezza. Il modello gentiliano, selettivo e fondato sui saperi liceali, ha consolidato questa rappresentazione. Ne è derivata l’idea che, salendo nell’ordine scolastico, aumenti il valore professionale dell’insegnante. Una gerarchia simbolica che non riflette la complessità del lavoro educativo, ma continua a influenzare la percezione sociale della professione e le differenze retributive. Oggi il nostro ordinamento mantiene differenze contrattuali ed economiche con differenti orari di insegnamento, L’orario è di 25 ore settimanali nella scuola dell’infanzia, 22 ore nella scuola primaria, alle quali si aggiungono 2 ore di programmazione, e 18 ore nella scuola secondaria. All’orario frontale vanno aggiunte le ore funzionali all’insegnamento: formazione, programmazione e valutazione, partecipazione agli organi collegiali, compresi i gruppi di lavoro operativi per l’inclusione, nonché i rapporti con le famiglie e il territorio. A fronte di una comune funzione docente e di una comune responsabilità pubblica, il sistema deve garantire un riconoscimento professionale ed economico equo e non discriminatorio. È bene precisare che il titolo di accesso per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella primaria è la laurea in Scienze della Formazione Primaria, un titolo di laurea al pari di quelli richiesti per l’insegnamento nella scuola secondaria. Percorsi diversi, dunque, ma tutti caratterizzati da una qualificazione professionale di livello universitario e da una responsabilità educativa di rilevanza costituzionale. Il sistema attuale produce, a parità di anzianità, differenze economiche tra docenti appartenenti ai diversi ordini di scuola. Un docente dell’infanzia o della primaria può arrivare a percepire, a fine carriera, una retribuzione inferiore di alcune migliaia di euro annui rispetto a un docente della secondaria di pari anzianità. Una differenza che deve essere superata e non accettata come una caratteristica inevitabile. L’obiettivo è l’equiparazione economica verso l’alto della professione docente, eliminando progressivamente le penalizzazioni legate all’ordine di scuola. Il ruolo unico non significa rendere identiche realtà professionali differenti ma costruire un’unica carriera docente, articolata secondo le specificità dei diversi gradi di istruzione, fondata su un comune riconoscimento, sulla pari dignità professionale tra infanzia, primaria e secondaria, su una identica progressione economica, sul pieno riconoscimento dell’anzianità maturata, sulla valorizzazione delle specifiche competenze richieste nei diversi gradi, sul riconoscimento del lavoro svolto fuori dall’aula, su una revisione complessiva dell’organizzazione dell’orario di lavoro, distinguendo correttamente l’orario di insegnamento frontale dal tempo di lavoro complessivo. La scuola dell’infanzia presenta condizioni che meritano una specifica attenzione. Il calendario delle attività didattiche prevede la conclusione delle lezioni al 30 giugno, con una permanenza a scuola in un periodo dell’anno caratterizzato da temperature elevate, in strutture scolastiche prive di adeguati sistemi di climatizzazione, con una incidenza rilevante sul benessere psicofisico degli alunni e dei lavoratori. La tutela della salute e della sicurezza non può essere separata dalla discussione sul riconoscimento professionale. I COBAS continueranno la battaglia per l’istituzione del ruolo unico della docenza, fondato sui principi di pari dignità professionale, pari diritti, pari riconoscimento economico. Non vogliamo cancellare le differenze tra i diversi gradi della scuola: diverse possono essere le età degli studenti, le competenze specifiche e le responsabilità didattiche. Vogliamo invece superare una gerarchia che non trova giustificazione nella realtà del lavoro docente. Le differenze tra i gradi devono essere riconosciute e valorizzate, non utilizzate per costruire una scala di valore tra gli insegnanti. Beatrice Corsetti
September 13, 2026
Cobas Scuola