Governo e opposizioni hanno già iniziato la campagna elettorale. Ma noi non vi parteciperemoGoverno e opposizioni hanno già iniziato con largo anticipo la campagna per le
elezioni politiche nazionali previste per l’autunno 2027 e forse anticipate
nella primavera del prossimo anno. Il che lascerebbe intendere che entrambi gli
schieramenti si sentano così forti da voler arrivare al redde rationem prima
della scadenza formale. Cosa che contrasta platealmente con la realtà dei due
schieramenti politico-elettorali in gara e con la loro “salute” politica,
apparendo essi, invece, deboli e incerti sia sul programma comune da presentare
agli elettori/trici sia sullo schieramento politico con cui affrontare lo
scontro elettorale. Ci pare, infatti, che tale “salute” fosse, per venire al
primo schieramento, di gran lunga migliore, sia per il governo e sia per il
partito meloniano, almeno fino all’effettuazione del referendum sulla giustizia,
con l’opposizione di centrosinistra che, in gergo calcistico, non “toccava
palla” e i sondaggi fornivano loro numeri di consensi addirittura crescenti (con
FdI intorno al 30%) rispetto a quelli dell’ultima tornata elettorale, in netto
contrasto con le serie difficoltà in cui si barcamenavano gli altri principali
governi europei. Epperò, anche dopo la secca sconfitta referendaria, neanche
nelle settimane successive ci furono davvero effetti negativi e significativi
arretramenti del consenso popolare ai partiti di governo, non essendo il
sostegno alla premier Meloni legato specificatamente alle posizioni sulla
giustizia.
In realtà il calo di consenso al governo, e in particolare alla premier Meloni,
e il conseguente indebolimento politico-elettorale del centrodestra, sta
dipendendo nelle ultime settimane in gran parte, se non esclusivamente, da un
evento imprevisto, e obiettivamente difficilmente prevedibile, come lo
sconcertante entusiasmo popolare per la proposta apertamente nazifascista di un
personaggio, il “generale” Vannacci, che, lanciato nell’agone politico in
maniera folle e suicida da Salvini, agli esordi era apparso parodistico, una
sorta di “caratterista” estremo uscito da una puntata di “Fascisti su Marte” di
Corrado Guzzanti. E che però – oramai e stando ai sondaggi ma anche in base alla
parossistica attenzione mediatica e degli ambienti che fanno opinione – sta
raggiungendo consensi che si stanno progressivamente avvicinando alla doppia
cifra percentuale, scavalcando di gran lunga la Lega salviniana, demenziale
promotrice delle fortune vannacciane e in una crisi che appare irreversibile, e
negli ultimi giorni persino Forza Italia, collocando Futuro nazionale, almeno
sulla carta, al quarto posto tra i partiti italiani per peso elettorale.
Certo, Meloni non poteva prevedere di veder vacillare tutta la sua strategia e i
suoi programmi per vincere nuovamente le elezioni e restare a Palazzo Chigi per
un altro quinquennio a causa di una nemesi come quella vannacciana, che
ripresenta, persino in peggio, tutto l’armamentario fascistoide della Meloni di
quando era all’opposizione, mostrando sorprendentemente quanto spazio elettorale
ci sia in Italia a destra del governo e mettendo in crisi la piattaforma
politica-elettorale meloniana e il suo schieramento governativo che sembrava
inossidabile e immune da serie divisioni interne e fratture. Tale sconvolgimento
del panorama politico sta provocando tentativi, che appaiono per ora incerti e
confusi, di modifica di tale piattaforma programmatica, a partire dalle
posizioni internazionali fino ai cavalli di battaglia su sicurezza e
migrazioni. Negli ultimi giorni, pressata da Vannacci che fa il “pacifista
putiniano” contro l’appoggio governativo all’Ucraina, Meloni sta cercando di
minimizzare tale impegno, fino a ieri ribadito con orgoglio. E al contempo sta
rarefacendo le sue posizioni europeiste, preoccupata dalle esibizioni
ultra-sovraniste del “generale”, peraltro in piena sintonia con le estreme
destre europee, tedesche e francesi soprattutto, che , pure in chiave filorussa,
hanno ripreso a bombardare quotidianamente l’Unione europea. Ma anche sui temi
forti della propaganda meloniana e governativa, migranti e sicurezza, il
centrodestra viene scavalcato sempre più spesso dalle sortite vannacciane, al
punto da partorire autogol come la guerricciola contro la Spagna su Ceuta e la
conseguente, impopolare di certo tra gli altri partner europei, sospensione
della libera circolazione tra Italia e Spagna, senza che questo abbia
significato un recupero di consensi per il governo: e men che meno questo
avviene sul tema cruciale della sicurezza, visto che in materia il “generale” ha
le carte in regola per spararle sempre più grosse. Poi, su molti temi, esiste
una vera sovrapposizione, come ad esempio sull’istruzione pubblica, ove le
proposte di FN, elaborate da Roberto Sasso (ex-capogruppo della Lega nella
Commissione Cultura e Istruzione prima di cercar fortuna elettorale
nell’agglomerato “fascistissimo” di FN), ricalcano in maniera pedissequa quelle
del Ministro leghista Valditara, con i richiami al nazionalismo suprematista,
alla militarizzazione e alla “educazione alla difesa e alla sicurezza
nazionale”, il ripristino della “autorità dei docenti”. la stretta punitiva per
i discenti, l’odio contro l’educazione di genere.
Questi smottamenti tematici stanno avendo serie conseguenze anche sulla coesione
dello schieramento governativo, facendo traballare pure l’intento meloniamo di
andare a votare con una nuova legge maggioritaria. In fibrillazione è
soprattutto la Lega, in continuo calo di consensi e con una conflittualità
interna sempre crescente, che spinge Salvini a distinguersi dal resto del
governo in cerca di un qualche spazio residuo. Ma il risultato è che quel 42% di
voti per il governo, obiettivo minimo per ottenere il premio di maggioranza
nella desiderata nuova legge elettorale, appare sempre più lontano. Cosicché FdI
sta escogitando una modifica all’impianto della legge, proponendo che, nel caso
i due schieramenti superino entrambi il 40% (o nessuno lo faccia), si vada al
ballottaggio, contando in questo modo di prendersi, senza impegni programmatici
precedenti, i voti di Vannacci e compagnia. Ma il percorso della legge, comunque
venga modificata, appare difficile e tortuoso e l’eventualità che si vada a
votare con la legge elettorale attuale si fa probabile.
Però, “se Atene piange, Sparta non ride”. Ovvero, fuor di metafora, non sembra
proprio che il centrosinistra, che addirittura, sciaguratamente, si è speso per
agevolare l’ascesa vannaccìana (Renzi docet), sia in grado di approfittare delle
indubbie difficoltà governative, con il PD sempre fermo su un 21-22% di
consensi, il M5S sul 12% e AVS intorno al 6%. Ma, al di là dei numeri, mentre lo
schieramento governativo vede messi in crisi i punti programmatici principali
della propria linea politica (sicurezza e migranti) dalla crescente avanzata del
fascistume vannacciano, che su entrambi i temi, con l’aggiunta di un pacifismo
putiniano e dell’iper-sovranismo anti-UE, può scavalcare agevolmente a destra il
governo, il centrosinistra un programma non ce l’ha proprio nè sembra aver
fretta di darselo. A ben vedere, in questi mesi l’unico simulacro di programma
di governo alternativo alla destra è stata l’ossessionante e onnipresente
fotografia, scattata da ogni angolazione, dei “quattro dell’Ave Maria”(o
“magnifici quattro”, ma solo per i fan più sfegatati), con l’abbraccio
permanente tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, a cercare di testimoniare
una presunta grande unità del centrosinistra.
Unità, però, smentita quasi quotidianamente, che si parli di politica
internazionale o di tematiche sociali ed economiche interne, con Conte a
scalpitare per segnalare la sua diversità e la definizione di un programma
davvero unitario e convincente rinviata di continuo, pensando scioccamente di
poter nascondere le divergenze, e ancor più l’inconsistenza della propria
proposta sulle questioni economiche, sociali e lavorative (“classiste”, avremmo
detto un tempo, cioè a favore di classi e ceti sociali subordinati) con la
pantomima delle primarie, come se la vittoria in esse di Schlein o di Conte o di
un terzo incomodo risolvesse di per sè l’interrogativo su cosa diavolo farebbe
il centrosinistra se tornasse al governo. Percorso tanto più illusorio e
accidentato tenendo conto che il ricordo delle sciagurate “imprese” sia del PD
sia del M5S al governo sono ancora abbastanza recenti per togliere ogni appeal
ad un loro ritorno al potere, e alla possibilità che il centrosinistra sia
davvero in grado di invertire la politica economica e sociale del centrodestra,
rovesciandola a favore del lavoro salariato, delle classi e ceti più deboli e
subordinati, e a scapito di chi più ha, più comanda, più controlla la società
italiana.
Dunque, viene da dire, si tratta di una partita elettorale truccata alla quale
di certo noi non parteciperemo. Fin dalla nostra nascita sindacale e politica
quaranta anni fa – sì, a novembre saranno passati esattamente 40 anni da quando
i COBAS Scuola nacquero il 7 novembre 1986, con la nostra prima Assemblea
nazionale fondativa, che lanciò a tutto il mondo lavorativo il messaggio di una
nuova realtà, antagonista all’esistente sul piano sindacale, politico e
culturale – ci siamo sempre tenuti fuori dal politicismo elettoralista, non
abbiamo mai sostenuto, né fatta campagna elettorale per alcun partito: e se
qualcuno dei nostri/e ha voluto invece parteciparvi, lo ha fatto senza il
sostegno dell’organizzazione e senza poter usare la nostra sigla. Visti e
valutati i due blocchi politici in competizione, i loro programmi o i loro
non-programmi di finta alternativa, non ci sarà difficile riconfermare questo
nostro tirarci fuori da tal passaggio di politique politicienne. Ma questo non
significa che non utilizzeremo il periodo elettorale, quello in cui l’attenzione
popolare sui vari temi in gioco cresce visibilmente, per sottolineare e
accendere ancor più l’attenzione sui nostri obiettivi di battaglia e attività
quotidiana, che troverete nuovamente trattati e attualizzati in questo numero
della nostra rivista, con gli articoli e le tematiche scolastiche ma anche con
tanti scritti delle altre categorie e strutture della Confederazione COBAS,
contrattualmente inquadrate nel lavoro privato e in quello pubblico, tutti
concentrati sulla conflittualità lavorativa, economica, sociale – “classista” in
una parola – e nella difesa e per il miglioramento delle strutture e dei beni
pubblici, a partire dalla Scuola, dalla Sanità, dai Trasporti e dagli altri
servizi pubblici e sociali.
Piero Bernocchi