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Commemorare Hiroshima e Nagasaki oggi: presidio alla base militare statunitense di Aviano
IL 6 E IL 9 AGOSTO 1945 L’AERONAUTICA MILITARE STATUNITENSE SGANCIAVA DUE BOMBE NUCLEARI SU HIROSHIMA E NAGASAKI. DOMENICA, 9 AGOSTO 2026, IL TAVOLO PER LA PACE DI PORDENONE HA ORGANIZZATO UN PRESIDIO DI COMMEMORAZIONE DAVANTI ALLA BASE MILITARE STATUNITENSE DI AVIANO. PUBBLICHIAMO L’INTERVENTO PORTATO DA MIRIA PERICOLOSI E LUCA ALBERTI ARCHETTI PER L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. Miria Pericolosi esordisce affermando che «commemorare è un viaggiare nel tempo tra passato e presente, un’occasione preziosa per imparare collettivamente». L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come molte altre realtà, anche prima della sua nascita, sta “vedendo” i pericoli della deriva bellicista di questo presente e perciò si avverte una responsabilità che deriva da questa conoscenza, al punto di essere presenti ad Aviano per portare questa testimonianza. Luca Alberti Archetti, in un discorso accorato, ricorda: «Dieci anni fa ero uno studente universitario in trasferta in Giappone. Ero ospite dell’Università di Kyoto per un periodo di ricerca di due mesi. Ero là perché pieno di dubbi sulla strada da intraprendere in questo mondo. Oggi lavoro come matematico e come docente di scuola media. Non che i dubbi si siano dipanati ma, ripensando ora a quel periodo, noto invece anche una certa fermezza. Un qualcosa che portò quella persona che ero a arrivare una mattina, con una biciclettina che era la versione giapponese della “Graziella”, all’autostrada a est di Kyoto, scavalcare e posizionarmi all’area di sosta in attesa di un passaggio. Aspettai due ore. Poi, una coppia mi diede attenzione. Erano le 8.20 di mattina del 6 agosto. Appena salito in macchina, condivisero con me la loro colazione, una frittata e degli onigiri, quelle pallette di riso con un ripieno o di tonno cotto o di altre cose. E poi partimmo. Un solo passaggio fino alla destinazione, più di 350km di distanza, e loro non parlavano inglese e io non parlavo giapponese, ma comunicavamo. Ci capivamo. Loro andavano in vacanza, molto più a sud, ma invece che lasciarmi all’area di sosta decisero di uscire dall’autostrada. Mi offrirono il pranzo. E mi lasciarono davanti al Museo commemorativo della pace di Hiroshima. Ce l’avevo fatta. Era il 6 agosto 2016 ed ero a Hiroshima. Il resto del giorno è stato difficile. Condivido un solo un frammento, che trascrissi su un mio diario per non dimenticare. Sotto lo splendore azzurrino pezzi di pelle cadono. Nei miei occhi rossi di sangue il sole è scuro. Sulla sabbia sottile scappavo sostenendo le mie gambe tremolanti con un bastone di bambù. Una madre con la carne cadente e le ossa esposte, tra le braccia un bimbo morto, era piegata sulla strada vomitando qualcosa di nero. "Ho caldo, ho caldo, mamma", gli occhi deformati i vestiti bruciati dai raggi termici pulendosi la schiuma di sangue, uno studente di scuola media girava contorcendosi. Con i capelli ritti e le braccia rivolte al cielo morto o vivo, uomo o donna, un volto grigio galleggiava sul fiume. Nel prosieguo dell’intervento, Miria Pericolosi precisa che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università è un’associazione di scopo che denuncia la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. In Italia e nei vari Paesi europei sempre più presente è una progettata ingerenza militarista volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. Essere alla base di Aviano il 9 agosto significa ricordare che nel 1945, ottantuno anni fa, gli Stati Uniti iniziarono l’era nucleare, lanciando due bombe atomiche, su Hiroshima e Nagasaki, decidendo di bruciare due centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini, a dimostrazione, come dicono attenti studi storici, della potenza degli Stati Uniti, della propria capacità di dominio seminando terrore. Dopo il 1945 il possesso di armi nucleari divenne priorità per altre potenze mondiali e da allora siamo entrati nell’era della deterrenza nucleare, in un «folle equilibrio del terrore in cui il mondo ha vissuto per decenni e vive tuttora». Un equilibrio che si fonda sul possesso di tecnologie sufficienti ad essere più veloci nella controffensiva e che oggi, l’uso dell’intelligenza artificiale, se non regolamentata come richiesto da Organizzazioni internazionali, rischia di alterare velocizzando le decisioni strategiche, riducendo il tempo di reazione umana e il margine di errore, costituendo un possibile rischio di catastrofe nucleare. È da ricordare, tra parentesi, che i Paesi nucleari NATO si riservano di poter usare armi atomiche anche in risposta a un attacco convenzionale a sé o ai loro alleati. L’Osservatorio segue e denuncia questa costruzione da parte delle istituzioni della “cultura della difesa”, della “Cultura del Nemico”, dell’insicurezza e della paura, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’obbedienza senza coscienza. In questo momento i governanti sono concordi e uniti sulle politiche di guerra e sulla rincorsa “all’Europa della difesa”; sono alla ricerca di finanziamenti per quei settori giudicati prioritari per la futura industria delle armi europea. Essi giustificano questo preoccupante declino verso la guerra come necessità per gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva, potenziando le imprese di guerra e la ricerca nel settore della difesa, essenziale per colmare i divari tecnologici atti ad affrontare, secondo i vertici militari, le manifatture militari e i vertici della Difesa, il Nemico prospettato. In questa deriva guerrafondaia, l’Osservatorio propone l’Obiezione di Coscienza che deve essere totale e farsi scelta collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: * nel mondo del lavoro per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto degli armamenti; * nella ricerca per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici; * in tutta la società come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. L’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disubbidienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo italiano e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per la militarizzazione della società, incluso il ritorno alla leva obbligatoria in qualsiasi forma e alla schedatura di massa dei ragazzi e ragazze. L’invito è quello di seguire quel “ripudio della guerra” espresso nell’art.11 della Costituzione rifiutando qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Luca Alberti Archetti ricorda, inoltre, che nel 1983, a Comiso, durante la protesta contro l’installazione di 112 missili nucleari, il fisico pacifista e nonviolento Giovanni Salio diceva che non è affatto vero che il totalitarismo, anche estremo come nel caso di Hitler, sia monolitico e invincibile. Anch’esso, come tutte le forme di potere, si regge sul consenso e sulla collaborazione. Il progetto di sterminio degli ebrei fallì proprio là dove le tradizioni democratiche erano più radicate e autentiche e la popolazione e i funzionari non collaborarono, per cui Luca conclude che «Anche noi oggi con la nostra collaborazione, stiamo costruendo, come diceva Salio, una gigantesca macchina da guerra simile a quella prodotta dal popolo tedesco nella seconda guerra mondiale, che si regge sul nostro consenso, sulla nostra partecipazione quotidiana».  D’altra parte, però, queste evidenze rivelano che di fronte al problema della guerra tutti e tutte potrebbero essere obiettori. Salio indicava esplicitamente una via per costruire un’alternativa. Bisogna partire dalla rottura e dal ribaltamento di quella partecipazione su cui si basa il consenso che sostiene la guerra e il riarmo. Secondo il Capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, convocato per un’audizione in Parlamento il 21 maggio dell’anno scorso, il nostro presente è di nuovo come quello di Comiso, in piena Guerra Fredda. Portolano dice più o meno così: «Dall’89 al 2022 facevamo [intendendo come forze armate italiane] delle operazioni operazioni militari internazionali di “pace”. Mentre ora la fase è cambiata, ora dobbiamo tornare a fare “deterrenza” e “difesa totale” come durante la Guerra Fredda». È nostra responsabilità condividere l’urgenza di affermare che la difesa totale è la dottrina militare su cui si basano Portolano, l’UE e la NATO. Secondo questa dottrina, ogni civile, perfino quello pacifista e nonviolento, può trovare un posto riservato per lui per partecipare alla macchina della guerra. Per l’Osservatorio, ogni forma di sostegno civile alla guerra va rifiutata: ecco da dove arriva la proposta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva. Dall’altra parte, vi è una subdola strumentalizzazione dell’idea stessa di “difesa”. Non basta più volersi “difendere”. In un presente in cui lo Stato italiano vuole andare alla guerra, l’art. 52 rivela i suoi limiti. Quello che allora venne scritto come “sacro dovere del cittadino”, e cioè “la difesa della Patria”, va oggi sostituito con la difesa dell’umanità, “la difesa dell’umanità contro la guerra“. È in questa prospettiva che ci siamo ritrovati a Londra il 20 giugno, alla Conferenza Internazionale contro la Guerra. L’analisi condivisa è che le Governances occidentali vogliono portare il mondo alla guerra. A Londra si è manifestata un’unità attraverso la diversità. Come per le manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq nel 2003 e contro il genocidio in Palestina lo scorso autunno, prendiamo atto del costituirsi di una “opiniona pubblica mondiale” che dal basso rifiuta la guerra e l’oppressione. Siamo davanti a un cambio di ordine mondiale, in cui l’Occidente, che per secoli ha dominato con un potere violento, patriarcale e coloniale, si trova ora a dover cedere il passo alle “periferie del mondo”. Non lo farà spontaneamente e la forma del suo rifiuto è la guerra. Quella guerra che uccide, prima dei vertici, le popolazioni. Sia quelle del Nemico di turno, nemico con la N maiuscola, sia le “sue”. Perché le guerre di oggi sono fatte di terrorismo di stato, di stragi di civili.  È così che ci ritroviamo, 81 anni dopo, di nuovo alla prima settimana di agosto 1945, quando si decideva di lanciare una bomba nucleare sulla gente giapponese anche per fermare la Russia. Si decideva di lanciare una arma nuova, che corrispondeva necessariamente alla strage, per motivi politici: per poter mantenere un ordine mondiale a proprio favore. Tuttavia, ottantuno anni dopo, con Londra, con la Flotilla, con lo sciopero internazionale dei portuali chiamato per il prossimo 30 ottobre, vediamo il trasformarsi di quella che era un’opinione pubblica mondiale in quello che vogliamo essere un “soggetto politico mondiale”: i popoli in solidarietà fra essi, contro la guerra e contro l’oppressione, vigili e capaci di “difendersi”. È questo il contributo che dal mondo vogliamo portare qui oggi e nelle nostre scuole a settembre. UN’OBIEZIONE TOTALE E COLLETTIVA PER DIFENDERE. DIFENDERE NON LA PATRIA, MA L’UMANITÀ. DIFENDERE NON DAL NEMICO, MA DALLA GUERRA. Miria Pericolosi e Luca Alberti Archetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Per contattarci: osservatorionomili@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
TORINO: NUOVA UDIENZA DEL PROCESSO “SOVRANO” CONTRO ATTIVISTE/I DI ASKATASUNA, NERUDA E MOVIMENTO NO TAV
È ripreso oggi, lunedì 6 luglio 2026, al Tribunale di Torino, il dibattimento del processo d’appello a carico di 16 attiviste e attivisti del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda accusati – nell’ambito dell’operazione “Sovrano” – di associazione a delinquere per aver partecipato alle lotte sociali e ambientali tra il capoluogo piemontese e la Val di Susa. Durante la lunga udienza di oggi, l’ultima prima della pausa estiva, sono stati ascoltati alcuni testimoni della difesa. Movimento No Tav, centro sociale Askatasuna e Spazio Popolare Neruda, hanno fatto appello alla solidarietà, rilanciando la campagna “Associazione a resistere” e invitando chi può a portare all’interno dell’aula il proprio sostegno a imputate e imputati. All’udienza, infatti, era presente una delegazione di No Tav della Val di Susa oltre a un gruppo di giovani attiviste e attivisti. “Fa specie constatare che c’è uno sguardo molto chiuso, riduzionista, tecnicista, strettamente formale su dinamiche di questo tipo, che oggi è molto diffuso in buona parte della magistratura”, commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna, tra i testimoni sentiti oggi in aula. “Per esempio, oggi in aula si è parlato di abitudine alla prevaricazione in riferimento alla possibilità di fischiare o contestare altre forze politiche in piazza – prosegue Pittavino – questo ci dà un po’ il quadro del clima in cui si svolge questo processo, con intorno il battage mediatico che viene condotto da anni e che è stato funzionale anche a portare allo sgombero del centro sociale nel dicembre scorso”. L’intervento su Radio Onda d’Urto di Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna di Torino e tra i testimoni sentiti in aula durante l’udienza. Ascolta o scarica.
July 6, 2026
Radio Onda d`Urto
PROCESSO STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA. NUOVA UDIENZA, NUOVE TESTIMONIANZE DEI NEOFASCISTI, POCHE NOVITÀ
Nuova udienza martedì 16 giugno del processo per la Strage fascista, di Stato e della Nato di piazza Loggia, il 28 maggio 1974. Una lunga sfilza di “non ricordo” e di richiami da parte del presidente Spanò ha caratterizzato l’intervento di Carlo Arli, già maggiore dei carabinieri e braccio destro del capitano depistatore Delfino. A testimoniare anche il neofascista Angelino Papa, del giro di Ermanno Buzzi, spinto all’epoca ad autoaccusarsi dai carabinieri per sviare le indagini rispetto alle responsabilità degli ordinovisti veronesi, legati a doppio filo a carabinieri e Nato. “Questa udienza alla fine non ha portato ganche di utile alla valutazione del processo, se non fosse questa dichiarazione di Angiolino Papa relativa alla presenza effettiva di una Dyane azzurrina vicino all’Ariston che lui ricordava, perché questo automobile Dyane azzurrina che lui non è riuscito a collocare con precisione, ma che però ricordava, secondo la ricostruzione fatta nel processo si è accertato appartenesse a Elio Massagrande”, fa sapere l’avvocato di parte civile Federico Sinicato ai microfoni di Radio Onda d’Urto “Siccome Elio Massagrande la utilizzava personalmente, ma l’aveva anche prestata più volte ad altri esponenti veronesi, il fatto che questa Dyane azzurrina potesse essere parcheggiata vicino alla pizzeria Ariston dei genitori della Giacomazzi, per esempio, è un dato che conferma in parte la dichiarazione della Giacomazzi al riguardo e dà la possibilità di ricostruire possibili viaggi a Brescia di esponenti veronesi nei giorni antecedenti alla Strage“. L’intervista a Federico Sinicato, avvocato di parte civile al processo sulla Strage.
June 17, 2026
Radio Onda d`Urto
15 giugno Pordenone udienza sulla presenza di ordigni nucleari nella base di Aviano
𝐔𝐝𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 PREVISTA IL 15 GIUGNO A PORDENONE, A SEGUITO DELLA 𝐝𝐞𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐚𝐭𝐚 DA ASSOCIAZIONI E SINGOLI IN MERITO ALLA PRESENZA E IMPORTAZIONE DI ORDIGNI NUCLEARI PRESSO LE BASI MILITARI DI GHEDI (BRESCIA) E AVIANO (PORDENONE). Diverse associazioni pacifiste storiche che si occupano di disarmo, di rafforzamento delle Nazioni Unite come organizzazione di Pace, dell’impatto umanitario e ambientale del militarismo e degli ordigni nucleari in particolare, dopo avere partecipato alle conferenze preparatorie prima dell’adozione del #TPNW a New York nel 2017, dopo avere raccolto firme in Italia per la ratifica del TPNW entrato in vigore nel gennaio 2021 senza firma o ratifica italiana, dopo avere tenuto contatti con i parlamentari italiani dei Governi che si sono succeduti dal 2017 al 2022 a questo scopo, dopo avere richiesto ad alcuni enti locali come il Comune di Roma – e averla ottenuta – , l’adesione all’appello dell’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) alle città, in mancanza di sostanziali cambiamenti nella postura governativa italiana, che dichiara di far riferimento al #TNP ed è vincolata ad accordi N.A.T.O. in contrasto con il dettato Costituzionale e con diverse norme dell’ordinamento italiano e internazionale, hanno intrapresa la seguente iniziativa. 22 associazioni hanno commissionato nel 2021 uno studio agli avvocati di IALANA (𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙 𝐴𝑠𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑜𝑓 𝐿𝑎𝑤𝑦𝑒𝑟𝑠 𝐴𝑔𝑎𝑖𝑛𝑠𝑡 𝑁𝑢𝑐𝑙𝑒𝑎𝑟 𝐴𝑟𝑚𝑠) sullo specifico caso italiano. Nel 2022 lo studio effettuato da Joachim Lau, Claudio Giangiacomo, Aaron Lau e altri collaboratori, è stato pubblicato in italiano: 𝐼𝐴𝐿𝐴𝑁𝐴, 𝐴𝑏𝑏𝑎𝑠𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎, “𝑃𝑎𝑟𝑒𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑢𝑟𝑖𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑟𝑚𝑖 𝑛𝑢𝑐𝑙𝑒𝑎𝑟𝑖 𝑖𝑛 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎, maggio 2022, Multimage, Firenze. Lo studio conferma l’ illegalità della presenza e dell’importazione di bombe nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano. È stato immediatamente distribuito in occasione del primo Meeting degli Stati Parte del TPNW a Vienna nel giugno 2022. Successivamente è stata prodotta una versione in inglese del testo: ” Legal Opinion on the Presence of Nuclear Weapons in Italy”, febbraio 2025, Multimage, Firenze, distribuito sia a Lakenheath in UK agli attivisti contrari al ritorno delle bombe nucleari USA, sia a New York in occasione del Terzo Meeting degli Stati Parte del TPNW nel marzo 2025. Contemporaneamente è stata depositata la prima denuncia scritta dall’avvocato Ugo Giannangeli in collaborazione con Elio Pagani di “Abbasso la guerra” presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma il 2 ottobre del 2024, archiviata dopo soli 9 giorni senza alcuna notifica ai denuncianti, che sono venuti a conoscenza del fatto solo molti mesi dopo insieme alla motivazione: “la non giustiziabilità dell’atto politico”. Nel gennaio 2024 è stato denunciato il Prefetto di Pordenone per omissione, non avendo risposto a ripetuti solleciti riguardo al rilascio di Piani di emergenza nucleare esterna alla base di Aviano. Più di un anno dopo, in sede di udienza, la Giudice Granata ha archiviato la denuncia in quanto proveniente da “Ente non Esponenziale”. Nell’ottobre 2025, quindi, la denuncia è stata depositata presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Brescia per Ghedi e di Pordenone per Aviano con come prima firmataria l’associazione ente esponenziale WILPF Italia APS (che in precedenza aveva firmato ma con nominativi singoli). Il Tribunale di Brescia ha archiviato subito, non ravvisando alcun crimine. Il Tribunale di Pordenone stava per archiviare senza notificare ai denuncianti ma l’avvocato Pierumberto Starace ha presentato l’opposizione, che è stata accolta dalla giudice Francesca Vortali, sottolineando il fatto che fra le prime denuncianti c’è un’associazione storica – WILPF Italia APS – che ha ricevuto come membro ICAN (International Campaign Against Nuclear Arms) un Premio Nobel per la Pace nel 2017. Riteniamo essenziale informare quante più realtà possibili ed eventualmente richiamare la Vostra presenza quella mattina fuori dal tribunale e successivamente, lungo il cammino che continueremo a percorrere insieme per liberarci dalla minaccia nucleare. La lista delle associazioni aderenti si è già molto allungata. Per aderire e/o informazioni scrivere a abbassolaguerra@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
GLOBAL SUMUD FLOTILLA: PROLUNGATA LA DETENZIONE PER THIAGO E SAIF. “BLOCCO NAVALE ESTESO A TUTTO IL MEDITERRANEO”
Thiago Avila e Saif Abukeshek, i due attivisti della Global Sumud Flotilla fermati in maniera del tutto arbitraria e illegale da Israele dopo l’intercettazione di 22 imbarcazioni dirette a Gaza in acque internazionali a 900 km da Israele avvenuta tra il 29 e il 30 aprile , sono comparsi questa mattina davanti al giudice nel tribunale di Ashkelon. Lo ha riferito Miriam Azem, dell’ong israeliana per i diritti umani Adalah aggiungendo che “Israele ha chiesto di estendere la loro detenzione per altri due giorni”. I due attivisti sono stati oggetto di “violenze fisiche e detenzione prolungata in posizioni forzate da parte delle forze militari israeliane durante i due giorni trascorsi in mare” hanno riferito i legali. Thiago Avila è stato trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così violentemente da perdere conoscenza due volte”. Presenta attualmente “lividi visibili sul volto, inclusa l’area intorno all’occhio sinistro, e riferisce limitazioni nei movimenti e forti dolori alla mano”. Dal momento della cattura fino al trasferimento al Servizio Penitenziario israeliano, avvenuto oltre due giorni dopo, “è stato tenuto in isolamento e bendato”. Thiago, hanno spiegato gli avvocati della ong Adalah, ha riferito di essere stato interrogato dall’agenzia di intelligence Shabak (Isa) e che “gli è stato detto che sarà successivamente interrogato dal Mossad con il sospetto di ‘affiliazione a un’organizzazione terroristica’”. Saif Abukeshek, cittadino spagnolo-svedese di origine palestinese, e Thiago Ávila, attivista brasiliano, sono anche al centro di un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha definito la detenzione di Abukeshek illegale perché avvenuta, a suo giudizio, fuori dalla giurisdizione israeliana. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto a Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, il rilascio del cittadino spagnolo e ha rivendicato la difesa del diritto internazionale. Anche il Brasile ha contestato il trasferimento del proprio cittadino. Il team legale italiano ha presentato un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) contro l’Italia, sostenendo che Roma avesse responsabilità di protezione perché l’imbarcazione sulla quale si trovavano i due attivisti avrebbe battuto bandiera italiana. È una mossa che sposta il caso dal Mediterraneo alla giurisdizione europea: non più soltanto cosa ha fatto Israele, ma cosa avrebbero dovuto fare gli Stati europei mentre un’operazione militare avveniva in acque internazionali o comunque in un’area prossima alla competenza greca. Israele respinge l’impostazione degli attivisti e presenta l’operazione come applicazione di un blocco navale che considera legittimo a oltre 900 km dalle acque territoriali. Il ministero degli Esteri israeliano ha sostenuto che Abukeshek sarebbe legato alla Popular Conference for Palestinians Abroad (Pcpa), cioè la Conferenza popolare dei palestinesi all’estero, organizzazione che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato accusandola di agire per conto di Hamas. Secondo la versione israeliana, anche Ávila avrebbe collegamenti con quell’area e sarebbe sospettato di attività illegali. Finora, tuttavia, le accuse specifiche contro i due non sono state accompagnate da un dossier pubblico capace di chiudere il confronto politico e giuridico. La Global Sumud Flotilla al momento è ferma in Grecia. Si sta facendo la conta dei danni e riorganizzando la ripartenza della missione: l’obiettivo è ancora quello di raggiugere Gaza. Altre navi si aggiungeranno alla flotta in partenza da Grecia e Turchia.  “Dopo l’atto di pirateria commesso dall’IOF nelle acque internazionali, alcuni attivisti rientrano in Italia, per testimoniare, recuperare il necesssario e poter riprendere il viaggio. Tornano per testimoniare pubblicamente quanto accaduto nel Mediterraneo e chiamare il governo italiano alle proprie responsabilità. Le violazioni commesse ad opera degli attivisti della flotilla sono il risultato diretto della copertura politica garantita a Israele dai governi europei, incluso quello italiano. Il blocco imposto su Gaza si estende ormai a tutto il Mediterraneo, nel silenzio e nella complicità delle istituzioni europee” scrive l’ufficio stampa della GSF. Il punto con Maria Elena Delia portavoce italiana della GSF Ascolta o scarica 
Papa Leone XIV promuove e incoraggia la nonviolenza
La nonviolenza come metodo e come stile deve contraddistinguere le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre azioni. L’ha affermato Papa Leone XIV venerdì 30 maggio, ricevendo nella Sala Clementina circa 250 rappresentanti di associazioni e movimenti che avevano partecipato all’“Arena di pace”, l’incontro con Papa Francesco svoltosi a Verona il 18 maggio 2024.  Erano presenti anche rappresentanti di Ultima Generazione. Riportiamo per intero il discorso del Papa. Cari fratelli e sorelle, sono lieto di accogliere voi, membri dei movimenti e delle associazioni che un anno fa hanno dato vita al grande incontro “Arena di Pace”, a Verona, con la partecipazione di Papa Francesco. Ringrazio in particolare il Vescovo di Verona, Mons. Domenico Pompili, e anche i Padri Comboniani. In quell’occasione, il Papa ha ribadito che la costruzione della pace inizia col porsi dalla parte delle vittime, condividendone il punto di vista. Questa prospettiva è essenziale per disarmare i cuori, gli sguardi, le menti e denunciare le ingiustizie di un sistema che uccide e si basa sulla cultura dello scarto. Non possiamo dimenticare l’abbraccio coraggioso fra l’israeliano Maoz Inon, al quale sono stati uccisi i genitori da Hamas, e il palestinese Aziz Sarah, al quale l’esercito israeliano ha ucciso il fratello, e che ora sono amici e collaboratori: quel gesto rimane come testimonianza e segno di speranza. E li ringraziamo di aver voluto essere presenti anche oggi. Il cammino verso la pace richiede cuori e menti allenati e formati all’attenzione verso l’altro e capaci di riconoscere il bene comune nel contesto odierno. La strada che porta alla pace è comunitaria, passa per la cura di relazioni di giustizia tra tutti gli esseri viventi. La pace, ha affermato San Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile, o è di tutti o non è di nessuno (cfr. Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 26). Essa può realmente venire conquistata e fruita, come qualità di vita e come sviluppo integrale, solo se si attiva, nelle coscienze, «una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune» (ivi, 38). In un’epoca come la nostra, segnata da velocità e immediatezza, dobbiamo ritrovare quei tempi lunghi necessari perché questi processi possano avere luogo. La storia, l’esperienza, le tante buone pratiche che conosciamo ci hanno fatto comprendere che la pace autentica è quella che prende forma a partire dalla realtà (territori, comunità, istituzioni locali e così via) e in ascolto di essa. Proprio per questo ci rendiamo conto che questa pace è possibile quando le differenze e la conflittualità che comportano non vengono rimosse, ma riconosciute, assunte e attraversate. Per questo è particolarmente prezioso il vostro impegno di movimenti e associazioni popolari, che concretamente e “dal basso”, in dialogo con tutti e con la creatività e genialità che nascono dalla cultura della pace, state portando avanti progetti e azioni al servizio concreto delle persone e del bene comune. In questo modo voi generate speranza. Cari fratelli e sorelle, c’è troppa violenza nel mondo, c’è troppa violenza nelle nostre società. Di fronte alle guerre, al terrorismo, alla tratta di esseri umani, all’aggressività diffusa, i ragazzi e i giovani hanno bisogno di esperienze che educano alla cultura della vita, del dialogo, del rispetto reciproco. E prima di tutto hanno bisogno di testimoni di uno stile di vita diverso, nonviolento. Pertanto, dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, quando coloro che hanno subito ingiustizia e le vittime della violenza sanno resistere alla tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. La nonviolenza come metodo e come stile deve contraddistinguere le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre azioni. Il Vangelo e la Dottrina Sociale sono per i cristiani il nutrimento costante di questo impegno, ma al tempo stesso possono essere una bussola valida per tutti. Perché si tratta, in effetti, di un compito affidato a tutti, credenti e non, che lo devono elaborare e realizzare attraverso la riflessione e la prassi ispirate alla dignità della persona e al bene comune. Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni — educative, economiche, sociali — ad essere chiamato in causa. Nell’Enciclica Fratelli tutti ritorna molte volte il richiamo alla necessità della costruzione di un “noi”, che deve tradursi anche a livello istituzionale. Per questo vi incoraggio all’impegno e ad essere presenti: presenti dentro la pasta della storia come lievito di unità, di comunione, di fraternità. La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata, nella fiduciosa speranza che essa è possibile grazie all’amore di Dio, «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5, 5). Cari amici, vi ringrazio di essere venuti. Prego per voi, perché possiate operare con tenacia e con pazienza. E vi accompagno con la mia benedizione. Grazie! Rayman
June 1, 2025
Pressenza
Decreto Piantedosi, domani l’udienza alla Corte Costituzionale
La questione di costituzionalità era stata sollevata dal Tribunale di Brindisi grazie al ricorso di SOS MEDITERRANEE contro il fermo amministrativo del 9 febbraio 2024, a seguito dello sbarco di 261 sopravvissuti nel porto salentino. Il fermo era stato motivato in base alle false accuse mosse dalle autorità marittime libiche. In discussione al Palazzo della Consulta l’intero impianto di una legge ingiusta, discriminatoria e punitiva.  Si svolgerà domani l’udienza nel corso della quale la Corte Costituzionale sarà chiamata a valutare la costituzionalità del Decreto-legge 1/2023 poi convertito in legge n° 15/2023: il cosiddetto Decreto Piantedosi. La questione di costituzionalità era stata sollevata dal Tribunale di Brindisi, nell’ambito del giudizio dovuto al ricorso con il quale SOS MEDITERRANEE aveva contestato il fermo amministrativo alla nave Ocean Viking il 9 febbraio 2024. «Qualunque sia la decisione della Corte – spiega la direttrice di SOS MEDITERRANEE Italia Valeria Taurino – quella di domani è già una giornata storica: di fronte ai tentativi di questo governo di aggirare con leggi ingiuste il diritto internazionale, quello umanitario e, soprattutto, i doveri di umanità, il fatto di essere di fronte alla più Alta Corte del Paese dimostra in modo inequivocabile che lo Stato di Diritto non è scavalcabile. Soccorrere chi è in pericolo di vita è un diritto e un dovere, e sta a chi vorrebbe rovesciare questo principio inviolabile dimostrare che così non è, non certo a chi, animato da spirito umanitario, è in mare per provare a salvare vite umane. Del resto, già nell’accoglimento della nostra richiesta di sospensione del fermo, il Tribunale di Brindisi aveva sottolineato come le nostre attività di ricerca e soccorso siano ‘di per sé meritevoli’ di tutela istituzionale.». I legali di SOS MEDITERRANEE Dario Belluccio e Francesca Cancellaro ribadiranno, davanti ai giudici della Suprema Corte, quanto già aveva convinto il Tribunale Brindisino a richiede l’intervento del Palazzo della Consulta. Secondo i legali dell’associazione, infatti, è in gioco un principio giuridico fondamentale: “Non può essere sanzionata una condotta che è finalizzata a salvare la vita di altri”. Oltre a questo, gli avvocati che rappresentano la ONG contesteranno diversi elementi di dubbia costituzionalità nel decreto Piantedosi. Le principali questioni riguardano: Il principio di proporzionalità e ragionevolezza della sanzione. “Il principio di proporzionalità dovrebbe sempre guidare le decisioni del legislatore quando si tratta di limitare i diritti fondamentali”, avevano dichiarato gli avvocati nell’udienza che ha avuto luogo nell’ottobre 2024. “In questo caso, sono in gioco diritti fondamentali, sia per coloro che sono colpiti dalla sanzione prevista dalla legge, come le navi di soccorso, sia per i naufraghi stessi. La detenzione della nave rappresenta una sanzione che inibisce le attività di salvataggio e quindi impedisce l’accesso ai diritti fondamentali delle persone in pericolo in mare.” Il principio di determinatezza. Questo principio è incrinato dal fatto che il decreto subordina l’accertamento della condotta illecita della Ocean Viking alle valutazioni delle autorità di uno Stato terzo, in questo caso la Libia.  Inoltre, il team legale di SOS MEDITERRANEE sostiene che la legge è così vaga da obbligare la ONG di ricerca e soccorso a rispettare qualsiasi indicazione, anche se provenienti da autorità appartenenti ad altri Stati come la Libia: dal punto di vista legale quindi la sanzione dell’Italia alla Ocean Viking -una nave battente bandiera norvegese e in acque internazionali – per non aver rispettato le indicazioni delle autorità libiche è ampiamente discutibile. I giudici della Corte Costituzionale sono dunque chiamati a esprimersi principalmente su questi rilievi sollevati dal giudice di merito, che mettono in dubbio non soltanto singole previsioni legislative ma l’intero impianto di una legge ingiusta, discriminatoria e punitiva.       Redazione Italia
May 20, 2025
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