Tag - leonardo s.p.a.

RECA e AMAS: solidarietà con i giornalisti
“Sconcerto e preoccupazione per la discriminazione e la limitazione alla libertà di stampa” è espresso da Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale e Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali. RECA e AMAS dell’Emilia Romagna riferiscono che: > Nel pomeriggio di venerdì 12 giugno alla sede di Confindustria di Reggio > Emilia si svolgeva una conferenza dal titolo Aeronautica, Difesa, > Aerospace. Sul palco, insieme ai vertici industriali come Curti, c’era un > dirigente dell’industria nazionale di armi, Leonardo SPA. > > I giornalisti Linda Maggiori (Indipendente e Altreconomia), Flavio Novara > (Askanews) e Cosimo Pederzoli (Left) regolarmente accreditati e iscritti al > convegno, una volta entrati, sono stati allontanati dalla sala. > > Anche altre persone, come Marco Cosentina, professore di storia e filosofia e > attivista pacifista, non sono stati ammessi a partecipare. > > Il tutto mentre si stava svolgendo un presidio dei movimenti pacifisti di > contrasto ai contenuti del convegno stesso. > > La motivazione? Non erano associati a Confindustria e non erano stati > invitati. > > È stato loro negato anche di intervistare i relatori. > > Vengono invece fatti entrare giornalisti di altre testate, appositamente > invitati da Confindustria. > > Questa situazione è doppiamente preoccupante. Non solo perché sempre più > aziende in Emilia-Romagna stanno intraprendendo un percorso di conversione > bellica anziché ecologica ma anche perché il giornalismo, che dovrebbe > raccontare questo pericoloso riarmo, è sempre meno libero. > > Viene impedito ai giornalisti di testate scomode di lavorare, accedere a > convegni, intervistare i relatori. “Esprimiamo quindi solidarietà ai giornalisti coinvolti, che hanno giustamente presentato un esposto all’Ordine dei Giornalisti – dichiarano RECA ER ed AMAS ER – Esprimiamo la nostra netta contrarietà al riarmo in corso”. Redazione Romagna
June 23, 2026
Pressenza
Extinction Rebellion affigge maxi-manifesti su Leonardo spa: “Ecovandalo è chi produce armi”
Extinction Rebellion affigge maxi-manifesti contro Leonardo spa vicino la sede di Corso Marche. Le immagini mostrano un dirigente dell’azienda sotto la scritta “Ecovandali”, davanti a una Torino in guerra, tra fumo e macerie, per denunciare il ruolo dell’industria bellica nella distruzione dei territori. L’azione arriva in risposta al tentativo di Leonardo di portare a processo quattro attivisti del movimento. Nuova iniziativa di Extinction Rebellion a Torino, nella zona di piazza Massaua, dove sono stati affissi una serie di maxi-manifesti su Leonardo spa, gigante italiano della difesa e dell’aerospazio. Le immagini mostrano un dirigente dell’azienda in giacca e cravatta, sotto la grande scritta Ecovandali, davanti a uno scenario di distruzione in una Torino in guerra, tra fumo, macerie e paesaggi aridi, in una rappresentazione esplicita del legame tra industria bellica, devastazione ambientale e crisi globale. Sullo sfondo dei manifesti compare anche la ciminiera dello stabilimento di corso Marche, già teatro dell’azione del marzo 2025, quando Extinction Rebellion aveva scritto a grandi lettere “Life Not War”. Un gesto che è oggi al centro di un procedimento legale: proprio oggi – 22 giugno – si tiene infatti la Camera di Consiglio al Tribunale di Torino con i legali del movimento e quelli di Leonardo spa, in cui si deciderà se portare a processo, con l’accusa di imbrattamento, le quattro persone che salirono sulla ciminiera. “Torniamo nel quartiere dove ha sede una delle principali aziende italiane, partecipata dallo Stato, che – con la complicità del governo italiano – produce e vende armi impiegate in bombardamenti indiscriminati che devastano territori e popolazioni, per richiamare l’attenzione degli abitanti su chi, nel loro quartiere, trae profitto dalla guerra.” afferma Extinction Rebellion. “La stessa azienda che oggi denuncia quattro persone per aver scritto Life Not War su una ciminiera dismessa. Chi è davvero responsabile di sporcare o deturpare i beni altrui? Ecovandalo è chi produce armi!”. Extinction Rebellion ribalta quindi l’accusa di “imbrattamento” rivolgendo invece ironicamente a Leonardo il termine “ecovandalo”, spesso utilizzato dagli esponenti del governo in forma di accusa nei confronti dei movimenti ecologisti e già utilizzata in altri manifesti ironici attaccati del movimento su altri esponenti politici come Cirio, Meloni, Salvini e Pichetto Fratin. Questa volta, al centro dei manifesti c’è il ruolo di Leonardo all’interno del contesto internazionale segnato dal riarmo e dall’intensificarsi dei conflitti. L’azienda è uno dei principali attori europei nel settore della difesa e partecipa alla produzione e allo sviluppo di sistemi militari utilizzati in diversi scenari globali. Negli ultimi anni il fatturato è sempre aumentato, grazie soprattutto all’esportazione di sistemi d’arma in Ucraina e Palestina, e nel 2025 l’utile netto è stato di 19,5 miliardi. Come riportato da diversi studi e report internazionali, questo modello industriale contribuisce non solo all’escalation bellica, ma anche alla distruzione di interi territori, con impatti profondi sugli ecosistemi e sulle comunità. In Ucraina la distruzione di centrali, dighe e impianti industriali ha liberato nell’ambiente tonnellate di metalli pesanti e idrocarburi. A Gaza polveri tossiche e amianto inquinano l’aria, i terreni agricoli sono devastati e l’80% degli alberi è andato perso. Di fronte a queste evidenze e alle crescenti proteste della società civile, aziende come Leonardo stanno rispondendo con campagne mediatiche e querele. È di questi giorni, infatti, la notizia di una richiesta danni di 150mila euro da parte di Leoanrdo spa a due attivisti romani che nel dicembre 2024, insieme a decine di altri, parteciparono a una passeggiata rumorosa e pacifica nella sede romana di Leonardo per chiedere lo stop alle forniture di armi a Turchia e Israele. “Sempre più aziende ed esponenti politici stanno denunciando movimenti e associazioni per le azioni con cui, in questi anni, abbiamo cercato di portare alla luce le loro responsabilità. Potranno anche provare a silenziarci, faremo parlare i muri e i pannelli delle città”, conclude Extinction Rebellion. Extinction Rebellion
June 22, 2026
Pressenza
SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
Radio Blackout - Info
SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
Radio Blackout
Vendita di armi a Israele: prima udienza a trattazione scritta, decisione del giudice entro 30 giorni
Si è svolta in forma di trattazione scritta la prima udienza davanti al Tribunale civile di Roma nell’ambito dell’azione legale promossa da A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi e Un Ponte Per, con la partnership legale della Fondazione Hind Rajab e insieme a Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano. L’azione chiede che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura militare tra Leonardo S.p.A. e lo Stato di Israele. Il giudice ha disposto che l’udienza si svolgesse in forma scritta, senza discussione orale in presenza. In questa fase, non è stata ancora emessa alcuna decisione: il giudice ha 30 giorni di tempo per pronunciarsi sui nodi preliminari della causa. Tra le possibili decisioni che potranno essere assunte vi sono le risposte a tutte le questioni procedurali sollevate da Leonardo e dallo Stato italiano, che condizionano il futuro del processo: dalla verifica della giurisdizione del giudice italiano e della legittimazione delle organizzazioni ricorrenti, alla eventuale chiamata in causa dello Stato di Israele. Il giudice potrebbe anche  ordinare a Leonardo S.p.A. – come richiesto dalle ricorrenti – l’esibizione dei contratti oggetto del ricorso, attualmente non accessibili. Solo a seguito di questo primo provvedimento sarà possibile comprendere con maggiore chiarezza il percorso che la causa seguirà. L’azione legale rappresenta un passaggio importante per affermare il rispetto della Costituzione italiana e dei principi del diritto internazionale in materia di commercio di armamenti, in un contesto segnato dalla prosecuzione delle operazioni militari nella Striscia di Gaza e dalle gravi conseguenze sulla popolazione civile. Le organizzazioni promotrici continueranno a sostenere questa iniziativa anche attraverso una raccolta fondi per coprire i costi del procedimento.     Redazione Italia
April 1, 2026
Pressenza
Il processo messo in scena mentre cominciava il procedimento “In nome della legge, giù le armi”
In concomitanza della prima udienza dell’azione legale collettiva italiana promossa da diverse associazioni per chiedere l’annullamento dei contratti di fornitura di armamenti tra Leonardo Spa e Israele, venerdì 27 marzo in provincia di Varese abbiamo organizzato un flashmob. Con la recit-azione abbiamo rappresentato il processo a Netanyahu, impersonato da un attivista che ne indossava la maschera e che aveva le mani legate (ammanettate) e appeso al collo un cartello con scritto “criminale di guerra”. Mentre Netanyahu veniva condotto davanti alla Corte Penale Internazionale, raffigurata da un attivista travestito da giudice, gli si avvicinava un attore che impersonava l’AD di Leonardo SpA, Cingolani, che con al proprio fianco un’attrice che impersonava Giorgia Meloni consegnava al premier israeliano un M346 (riprodotto su cartone). Sullo sfondo della scena della performance c’era lo striscione con il titolo della campagna “In nome della legge, giù le armi Leonardo!“, l’iniziativa di sostegno ai promotori dell’azione legale collettiva che mira a far rispettare la legge 185/90 e la Costituzione e, sostenendo che la fornitura ad Israele alimenti la violazioni dei diritti umani e il genocidio della popolazione palestinese, far annullare i contratti che impegnano Leonardo SpA e lo Stato italiano alla consegna di armi e mezzi e strumenti bellici all’IDF. Il filmato che documenta il flash mob ora è diffuso sui social media e verrà consegnato agli organizzatori della campagna, la cittadina palestinese Hala Abulebdeh che nei bombardamenti contro Gaza ha perso tutta la propria famiglia ed è impegnata nell’azione legale collettiva insieme alle associazioni italiane A Buon Diritto, Acli, Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per.   L’Italia continua a esportare armamenti verso Israele mentre Gaza viene devastata da bombardamenti che hanno causato decine di migliaia di vittime civili. Nel frattempo, la guerra si è allargata all’Iran, Libano e Iraq, con attacchi di Israele all’intera regione. Noi abbiamo deciso di agire in tribunale per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e le sue controllate con lo Stato di Israele. Insieme alla dott.ssa Hala Abulebdeh (Abu Lebdeh), cittadina palestinese, abbiamo promosso questa azione legale per fermare la vendita di armi italiane a Israele. Il 29 settembre 2025 abbiamo depositato una citazione presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo S.p.A., dalle sue controllate o da soggetti intermediari, con lo Stato di Israele. La citazione chiede l’accertamento della violazione: della Costituzione italiana; della normativa nazionale sull’export di armi; delle norme sovranazionali e degli accertamenti dei competenti organi delle Nazioni Unite. Se il Tribunale riconoscerà la nullità di questi contratti, Leonardo e lo Stato italiano non potranno più garantire sostegno militare a Israele. Chiediamo alla magistratura di accertare le violazioni della Costituzione, della legge 185/1990 e del diritto internazionale umanitario. Chiediamo che sia vietata ogni futura vendita di armi e tecnologie militari a Israele, in particolare quelle utilizzate nelle operazioni militari a terra e in cielo condotte contro la popolazione palestinese – https://www.produzionidalbasso.com/project/fermiamo-la-vendita-di-armi-verso-israele/ Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza