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«Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà»
Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman Al-Khalidi 1 è finalmente libero 2. A pochi giorni dalla sua liberazione, Abdul ha scritto una lettera per ringraziare le tante persone che in questi anni gli sono state accanto e raccontare le sue prime ore fuori dal centro di detenzione. Notizie/CPR, Hotspot, CPA ABDULRAHMAN AL-KHALIDI È LIBERO Era la notizia che avremmo sempre voluto darvi Redazione 21 Agosto 2026 Ma la libertà, scrive Abdulrahman, non è soltanto l’apertura della porta di un centro di detenzione. La sua procedura per il riconoscimento della protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. La sua battaglia, dunque, continua. Prima di tornare a parlare di tutto questo, però, Abdul si prende qualche giorno per riposare, ritrovare la vita quotidiana e scoprire cosa significa nuovamente poter scegliere. Pubblichiamo integralmente la sua lettera. LA LETTERA DI ABDULRAHMAN AL-KHALIDI Dopo quasi cinque anni di detenzione, finalmente posso rivolgermi a voi da fuori quelle mura. Ci sono molte cose che vorrei dire, ma prima ho voluto concedermi qualche giorno semplicemente per capire cosa significhi essere di nuovo fuori. Dalla mia liberazione, ho ricevuto più messaggi di quanti ne potessi rispondere tutti insieme, da persone che conosco e da molte che non ho mai incontrato. Li ho letti, li apprezzo e risponderò man mano che ritroverò la strada verso la vita quotidiana. Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà. È stato strano uscire e vedere un mondo senza distanziamento sociale o mascherine, senza disinfettanti ovunque a causa del COVID-19, e in cui gli assembramenti negli spazi chiusi sono di nuovo normali. La detenzione sembra una brusca sospensione del tempo. Sono passato da un’epoca all’altra, privato della possibilità di vivere quegli anni, privato della possibilità di essere come tutti gli altri e di fare ciò che scelgo. La detenzione è stata una tappa del viaggio della vita. È stata come il Purgatorio di Dante, che conduce all’Inferno o al Paradiso. In quale dei due sono arrivato? Non lo so ancora. Ma la libertà non consiste semplicemente nell’aprire la porta di un centro di detenzione. La vera libertà è sapere di avere un luogo sicuro in cui costruire la propria vita, avere il controllo sulle proprie scelte fin nei minimi dettagli, poter stare vicino alle persone che si amano e poter esprimere le proprie opinioni senza paura. Sono stato liberato, ma la procedura relativa alla mia domanda di protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. Le autorità hanno imposto una misura alternativa alla detenzione, che mi obbliga a presentarmi periodicamente alla polizia in quanto ancora sottoposto a una procedura di espulsione. Ciò che cerco è semplice e non ne faccio mistero. Voglio vivere senza la paura di essere espulso verso un luogo in cui potrei essere perseguitato. Voglio uno status giuridico che mi permetta di andare avanti con la mia vita e con la mia famiglia. Questa è la fase successiva, e più importante, del mio caso, e continuerò a perseguirla attraverso le vie legali, come ho fatto durante tutti questi anni. Molte persone vedono il carcere come una perdita totale della propria vita. Ma durante quegli anni ho avuto modo di conoscere persone e di capire davvero che tipo di persone fossero: amici, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti, accademici, organizzazioni, studenti universitari e delle scuole, lavoratori, persone che non avevo mai incontrato e persino persone all’interno del sistema e delle sue istituzioni. Ognuno, a modo proprio, ha scelto di non rimanere in silenzio. Ognuno si è rifiutato di permettere che l’apparato di sicurezza e amministrativo fosse utilizzato come strumento di oppressione contro un altro essere umano. Alcuni hanno portato il mio caso nei tribunali, nei parlamenti e sui media. Alcuni hanno aiutato in silenzio, da qualsiasi luogo si trovassero e con qualunque cosa potessero fare. E a volte è bastata una telefonata in una giornata difficile per permettermi di andare avanti. Ci sono nomi che posso fare pubblicamente e nomi che non posso fare. Ci sono persone le cui azioni a mio favore potrebbero non essere mai conosciute, e ce ne sono state altre che hanno lavorato silenziosamente dietro le quinte e la cui identità non conosco nemmeno io. Ma per quanto riguarda le persone che conosco, ricordo quei volti e porto con me un’immensa gratitudine nei loro confronti. Allo stesso tempo, so che la stanza che ho lasciato non è vuota. Altre persone sono ancora lì, senza un nome sui giornali e senza avvocati. Una detenzione di questo tipo non è più soltanto una misura amministrativa. È una politica e si sta espandendo in tutta Europa attraverso il linguaggio dei rimpatri e dell’ordine. Sì, la mia detenzione è terminata, ma il sistema che l’ha prodotta non è terminato. E la mia liberazione dalla detenzione non è la fine del mio caso. Ci sarà tempo, più avanti, per parlare di tutto questo in modo più approfondito. Per ora, voglio prendermi un momento per riposare e riscoprire come appare la vita dopo un vuoto di cinque anni. Voglio camminare per strada senza dover chiedere il permesso, sedermi con i miei amici senza che la visita finisca a un’ora prestabilita, vedere Sofia di sera e tornare nel luogo in cui vivo e aprire e chiudere la porta da solo. Voglio scoprire di più di questo Paese, della sua cultura e della sua storia. Voglio incontrare le persone anziane nei villaggi e ascoltare le loro storie, e conoscere le tradizioni culinarie locali e la cultura popolare. Nella speranza che tutti noi possiamo svegliarci davanti a un domani migliore. Grazie al mio caro amico Victor Lilov e ai miei straordinari avvocati Diana Radoslavova, Hristo Vasilev, Adela Kat, e a tutte le amiche, gli amici e i compagni. Con i miei migliori auguri, Abdulrahman Al-Khalidi Sofia, Bulgaria 26 agosto 2026 1. Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot ↩︎ 2. Abdulrahman Al-Khalidi è un giornalista, analista politico e attivista per i diritti umani saudita. Nel 2013 ha lasciato l’Arabia Saudita a causa della repressione subita per il suo impegno politico e, negli anni successivi, ha vissuto in diversi Paesi della regione. Nell’ottobre 2021, dopo essere entrato in Bulgaria dalla Turchia, ha presentato domanda di protezione internazionale. Da allora è stato detenuto per quasi cinque anni nei centri di detenzione amministrativa bulgari, senza essere mai stato condannato per un reato. Durante la detenzione ha continuato a denunciare la propria situazione e a scrivere, anche attraverso le pagine di Melting Pot, mentre una rete di avvocati, organizzazioni, attiviste e attivisti in Bulgaria e in Europa si mobilitava per la sua liberazione. Il 21 agosto 2026, dopo quasi cinque anni di detenzione, Abdulrahman è stato liberato. La sua procedura per la protezione internazionale è tuttavia ancora in corso e nei suoi confronti rimane in vigore un ordine di espulsione. ↩︎
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
MELTING POT E COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE 1 Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Il 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 2, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. PH: Migrant Solidarity Bulgaria Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Collettivo Rotte Balcaniche è una rete di attiviste e attivisti impegnata lungo la rotta balcanica. Attraverso presenza sul campo, solidarietà e supporto concreto, sostiene le persone in movimento e denuncia le violenze e le violazioni legate alle politiche di frontiera e di mobilità. Dal 2023 il Collettivo è attivo sul confine tra Bulgaria e Turchia ↩︎ 2. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA Non è un evento critico. Non è una tragica casualità. La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno 2. Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4. Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico 5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta, cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6. LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“ La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e ampie. Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento amministrativo. Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti passaggi nel circuito detentivo 7. La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale, dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione amministrativa. Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR di Palazzo San Gervasio. Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida, costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8. Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito: paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso. Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di inidoneità al trattenimento. Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto circuito schizofrenico e psicopatogeno 9. Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e sistematico. Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto, accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie igienico-sanitarie. In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale. Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa caduta a terra e il decesso del giovane. TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della salute mentale nei contesti di privazione della libertà. Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico e continuamente sovrapponibile 11. Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto “simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento della propria soggettività. Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo. Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di mero controllo comportamentale 12. Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il sistema penitenziario italiano. Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13. Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente inefficaci di fronte all’escalation della tragedia. IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un conclamato vuoto di tutele. A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D. territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166 14. > L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione > amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in > carico della vulnerabilità. La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo. Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed etica della professione medica. Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti. La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15. Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica. Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16. LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso. Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti approfondimenti. Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di specifici soggetti. In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo di calcio. Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di salute psico-fisico. Ma non solo. Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese. Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio. Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui. L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia. Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari. La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle loro storie e reti sociali 17. > Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più > dilazioni. L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui viene attuata. Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di continuare, senza compromessi, a restare umano. 1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR ↩︎ 2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health–Europe, 64 ↩︎ 3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎ 4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎ 6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health situation when detained in European immigration detention centres: a synthesis of extant qualitative literature. International journal of prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎ 7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎ 8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration detention centres. BMJ, 384 ↩︎ 9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎ 10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ↩︎ 11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021). Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎ 12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎ 13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione ↩︎ 14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎ 16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison Health Care ↩︎ 17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding the new geography of control and containment at the Southern European border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
La morte di L.D. non è un “evento critico”. È una morte di CPR
Nel linguaggio burocratico dei CPR, quanto accaduto ieri pomeriggio a Palazzo San Gervasio viene definito un “evento critico”. Nella realtà, è morto un ragazzo di trent’anni, nato in Tunisia nel 1996, probabilmente entrato nel Centro della provincia di Potenza nonostante una storia di fragilità alle spalle. La sua morte, nel gergo del CPR, rischia così di diventare soltanto un altro “evento critico”. Ma il passato e il presente del CPR di Palazzo San Gervasio sono pieni di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica di questa struttura. Solamente tra gennaio 2026 e luglio 2026 i c.d. eventi critici registrati dall’ente gestore della struttura sono stati 67 (atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, ecc). Numeri impressionanti che danno il senso della drammaticità della condizione del CPR di Palazzo San Gervasio e che rappresentano una condizione di criticità cronica nella gestione del Centro da parte di tutti i soggetti coinvolti (pubblici e privati). Purtroppo, nonostante le numerose segnalazioni, le denunce, i procedimenti in corso, i pronunciamenti del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, il sistema CPR in Basilicata continua a funzionare così. Certificazioni di idoneità superficiali e rilasciate sotto pressioni delle Questure di turno. Verifiche in sede di udienza di convalida sulla documentazione medica inesistenti. Screening sanitari nelle strutture del tutto assenti e perdurante stato di abbandono di soggetti fragili all’interno di una struttura che non è in grado di assicurare i minimi standard di assistenza sanitaria richiesti dalla legge. D’altra parte è la stessa Prefettura di Potenza a confermare che “… ad oggi non sono stati sottoscritti protocolli di prevenzione del rischio suicidario e autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D territorialmente competente, e non risultano intervenute modifiche al contratto di gestione del CPR in essere per adeguamenti a sentenze della giustizia amministrativa o in attuazione della Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166” (riscontro del 29.07.2026). In questo quadro si inserisce quanto accaduto ieri pomeriggio nel CPR di Palazzo San Gervasio. PH: Assemblea lucana NO CPR Non un semplice evento critico ma il decesso di un trentenne per cause che sono tutte da accertare. Sbrigativamente si è parlato di incidente e di suicidio ma il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte dalla viva voce di chi era presente al momento dei fatti è più complesso e merita i dovuti approfondimenti. Le indagini dovranno fare il loro corso e siamo sicuri che verranno eseguite a 360 gradi per verificare tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il tragico evento. Il quadro generale rappresentato dai numeri sopra citati e dalle mancanze gestionali e organizzative del CPR di Palazzo San Gervasio non può portare a rubricare quanto accaduto come un semplice incidente e speriamo che la Procura della Repubblica tenga in debita considerazione tutti questi dati, tutti questi elementi e anche molti altri. Infatti, la morte del giovane L.D. non è un accadimento isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione presente da settimane e nel contesto più generale di un sistema di detenzione amministrativa che determina solamente sofferenza e morte. Tensioni e sofferenze che sono sfociate, dopo la morte di L.D., in una comprensibile protesta da parte degli altri trattenuti. Proteste che sono durante per diverse ore e che sono state vissute in diretta da chi fuori dal cancello del CPR portava solidarietà ai trattenuti. Proteste che hanno portato all’arresto di diversi ragazzi, le vittime che diventano i colpevoli. Nel ricordare quanto accaduto ieri non possiamo non evidenziare un dato importante. L.D. è morto il 10 agosto del 2026, esattamente due anni fa, nella stessa struttura moriva Oussama Darkaoui. Non sono soltanto coincidenze, non si tratta di tragiche fatalità. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PER NON DIMENTICARE OUSSAMA DARKAOUI, MORTO DI CPR Quanto accaduto al giovane svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2026 Purtroppo il sistema CPR è questo e produce questo. Non si può continuare a far finta di niente, a guardare dall’altra parte. Il Cpr di Palazzo San Gervasio va immediatamente chiuso. Che cosa deve accadere ancora prima che le istituzioni di questo Paese prendano coraggio e dimostrino di avere un volto umano? Cosa deve accadere ancora prima che si arrivi a rispettare la legge da parte di chi pretende dagli altri il rispetto delle leggi? Quanti ragazzi ancora devono morire prima che la politica locale assuma la responsabilità di chiedere a gran voce la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e lo faccia con atti ufficiali? In attesa di risposte che non arriveranno, continuiamo questa drammatica conta.
Milano – CPR di via Corelli, la nuova ispezione: «17 eventi critici in un mese, il centro va chiuso»
A quattro mesi dall’ultima visita e a un mese dall’ingresso del sindaco Sala, il quadro che emerge è di un luogo al collasso: tentativi di suicidio, autolesionismo, scioperi della fame, un sovraffollamento mai raggiunto prima e un caldo definito «insopportabile». Sono entrati alle 10.30 di giovedì 6 agosto, dopo le necessarie verifiche delle autorità competenti. Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3 di Milano, e Luca Paladini, consigliere della Regione Lombardia, hanno effettuato una nuova ispezione al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di via Corelli. La visita arriva a quattro mesi dalla precedente – condotta insieme all’eurodeputata Strada e ai consiglieri regionali Romano e Rosati – e a un mese dall’ingresso del sindaco Beppe Sala. La scelta di una settimana estiva, spiegano i due amministratori, non è casuale: è il periodo più critico per chi è privato della libertà in ogni luogo di reclusione. E all’interno del CPR, denunciano, la situazione è risultata «effettivamente peggiore». DICIASSETTE EVENTI CRITICI IN UN MESE Il dato più grave riguarda gli ultimi trenta giorni. Secondo quanto riferito dai due consiglieri, nel solo ultimo mese si sono registrati diciassette eventi critici annotati dallo stesso ente gestore: tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, ingestione di corpi contundenti. A questi si aggiungono diversi scioperi della fame e alcune fratture non messe a verbale. Una persona che ha ingerito detersivo per bagni si troverebbe attualmente in terapia intensiva, sotto osservazione. Altre otto, coinvolte in eventi critici, sono state rilasciate dopo una nuova verifica dell’idoneità alla permanenza in spazi ristretti. Al momento dell’ispezione erano ancora in corso lavori di manutenzione ed erano visibili i segni dei tentativi di incendio. Una persona risultava sotto osservazione all’interno della struttura dopo essersi data fuoco. SOVRAFFOLLAMENTO E CALDO Sereke e Paladini descrivono un livello di sofferenza e tensione più alto rispetto al passato, aggravato dal caldo e dal numero massimo di trattenuti mai raggiunto con l’attuale gestione: 89 persone fino alla mattinata, 88 presenti in elenco, alcune trattenute addirittura da marzo. Imponente anche la presenza delle forze dell’ordine, con numerosi agenti giovani che hanno accompagnato i due amministratori all’interno dei moduli, descritti come estremamente caldi. Numerosi i materassi spostati negli spazi semiaperti e, riferiscono, sporchi. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Luca Paladini (@lucapaladini1970) Nonostante una manifesta reticenza nel fornire i dati su interventi sanitari, ingressi e uscite dell’ultimo mese, ai due consiglieri sarebbero state riferite condizioni di sofferenza anche da parte di chi opera come mediatore all’interno del centro. LE VOCI DEI TRATTENUTI Sereke e Paladini hanno raccolto le testimonianze di oltre sedici persone trattenute, in due delle quattro sezioni aperte – la quinta non era ancora agibile. Tutte, riferiscono, hanno espresso un forte disagio: disperazione, smarrimento, rabbia per le condizioni di trattenimento, dai pasti scaduti all’assenza di ascolto e di cura. Lacrime, calci e pugni contro le porte e, soprattutto, richieste di aiuto. Da qui il rinnovato appello dei due amministratori al sindaco Sala: i CPR sono «luoghi patogeni» che devono essere chiusi, perché non rispettano quella dignità delle persone che lo Statuto della Città e la Costituzione garantiscono. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MILANO, NUOVA DIFFIDA PER LA CHIUSURA DEL CPR DI VIA CORELLI E' possibile sostenere la diffida firmando la petizione online Redazione 10 Aprile 2026
Per non dimenticare Oussama Darkaoui, morto di CPR
Il 5 agosto di due anni fa, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, moriva Oussama Darkaoui. Non si è trattato di una tragica fatalità, non può essere considerato neppure un fatto isolato ed eccezionale, quanto piuttosto un dramma maturato in un contesto di enorme sofferenza, abbandono e degrado. A due anni di distanza ricordiamo Oussama, un ragazzo di appena 22 anni con tanti sogni da realizzare e una intera vita da vivere. Ricordiamo la sua morte per rammentare a tutti quanto sia ingiusto e disumano il sistema della detenzione amministrativa e quanta sofferenza venga riservata a migliaia di stranieri nel nostro Paese. Oussama è il simbolo di una lotta che non deve arrestarsi, una lotta di civiltà e per la nostra civiltà. Perché, a differenza di quanto si vada affermando da alcune parti, la nostra civiltà non è quella dei respingimenti, della chiusura (mentale, prima ancora che fisica), della paura, della violenza e dell’odio. Così, quanto accaduto al giovane Oussama ci interroga su quanto sta accadendo in questi anni in Italia, in Europa e nel Mondo. Viviamo un tempo caratterizzato da paura e violenza. Paura di tutto ciò che è altro da noi, violenza (non solo fisica) contro la diversità. Tutto ciò si traduce sul piano politico in una legislatura difensiva e di chiusura. Si adottano così sempre nuovi provvedimenti emergenziali e urgenti, sempre più restrittivi, sempre più figli dell’allarmismo sociale creato ad arte. Tutto questo genera una cecità morale dei governanti e dei governati che si scrollano di dosso ogni responsabilità rispetto ai fenomeni sociali, da un lato, e agli accadimenti nazionali ed internazionali, come se tutto fosse normale e naturale. Abbiamo intrapreso così, passo dopo passo, un cammino pericoloso, in direzione della demonizzazione dello straniero e della chiusura totale a tutto ciò che è “altro” da noi. Questa strada, rappresenta il percorso più semplice e sicuro per una politica superficiale e irresponsabile, ma, lungi dal risolvere i problemi sociali che pur esistono, rappresenta uno strumento per colpire soltanto i soggetti più fragili e meno tutelati. Lo straniero è diventato così la causa di tutti i mali italiani e il solo nemico da combattere per vivere meglio. Così, quanto accaduto ad Oussama svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale. L’ipocrisia di chi dichiara di essere il difensore di tradizioni, di principi, di una cultura “superiore”, ma dimentica la vera essenza di quella cultura. Dal famoso motto della Rivoluzione francese “Liberté, Égalité, Fraternité”, trasfuso nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, passando per le Costituzioni dei moderni Stati europei, per la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, la cultura occidentale è stata protesa alla difesa della sacralità dell’uomo, di tutti gli uomini. Il maggiore insegnamento della nostra cultura sta proprio nell’umanesimo, inteso non come un convenzionale periodo storico da studiare a scuola, ma come cultura della vita e della difesa dell’uomo e dei suoi diritti. Una tradizione che abbiamo rinnegato anche da ultimo con l’approvazione a livello europeo con le nuove normative in materia di migrazione. Come Europa e come Italia dovremmo allora ricordare la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni. L’Italia nasce per sublimare le tante culture che caratterizzavano quella terra a forma di stivale. Una terra che è stata per lunghissimo tempo punto di incontro e di fusione di diverse culture. Dai tempi delle colonie della Magna Grecia, l’Italia è stata terra di approdo, di incontro, di fusione di culture, lingue, tradizioni. La terra delle tante realtà comunali, delle province, dei dialetti e anche dei tanti culti religiosi, dei tanti santi venerati, delle tante storie. Non vi è Paese più ricco di diversità del nostro. Da Nord a Sud e da Sud a Nord, l’Italia è una terra di mille differenze, quelle differenze che la rendono unica e meravigliosa. Questa terra che ha accolto per secoli uomini e donne provenienti da ogni angolo del mondo, oggi, non è più in grado di essere accogliente. > Spaventati da chi parla di una invasione in corso rischiamo di perdere il > senso della realtà. Così ci aggrappiamo ad una pseudo cultura che dovremmo difendere ma in cui non crediamo. Le nostre tradizioni distrutte da tempo dal consumismo e dal capitalismo, sono da tempo radici secche. Rimaniamo così ancorati ad una cultura che non esiste più, se non nella versione riveduta e corretta dall’imperialismo americano. Ecco allora che chi parla di attacco alla nostra cultura, sta difendendo un simulacro, un cadavere in putrefazione. Mentre la vera cultura è viva e dinamica nel momento in cui è in divenire e in relazione con il diverso da sé. La storia dei popoli è storia di contaminazione e non di chiusura. È storia di incontro e non di solitudine. I popoli che si sono aperti al mare, che hanno favorito i contatti economici e culturali, sono i popoli che hanno favorito la loro ricchezza e la loro crescita. I popoli che si sono chiusi, ritirandosi in sé stessi, hanno sancito la loro fine. Ricordare Oussama Darkaoui nel giorno dell’anniversario della sua morte significa ricordare tutto questo e molto di più. Ricordare oggi Oussama vuol dire anche pensare ai tanti stranieri che continuano ad essere rinchiusi nei CPR italiani in condizioni di degrado, di abbandono e di sofferenza estrema. Oussama ci ricorda che i CPR continuano la loro drammatica funzione e, soprattutto, dispensano ancora oggi gratuita sofferenza. Le immagini che vengono quotidianamente diffuse dall’interno di queste strutture, mostrano tutta la drammaticità della situazione che si vive all’interno dei CPR. Strutture collocate in zone diverse d’Italia sono accomunate da degrado e abbandono. Sono accomunate dall’essere luoghi di estremo disagio e di sofferenza. Commemorare Oussama Darkaoui significa oggi ricordare che vi sono luoghi infernali che devono essere cancellati per restituire dignità e onore alla cultura occidentale e al nostro Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Oggi, 5 agosto, alle ore 17 si terrà un presidio promosso dall’Assemblea Lucana No CPR davanti al CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Assemblea Lucana (@assemblealucananocpr)
Rigetto della convalida del trattenimento nel CPR di Gjadër: prevalenza del diritto costituzionale alla libertà personale
Il Tribunale di Roma rigetta la convalida del trattenimento nel centro di Gjadër, emesso nei confronti di un cittadino algerino. Il provvedimento è interessante sotto un duplice profilo. Anzitutto, il Tribunale capitolino fonda la propria decisione sulla situazione di “incertezza” determinata dall’attesa della pronuncia sulle questioni pregiudiziali sollevate innanzi alla CGUE dalla Corte d’Appello di Roma e dalla Corte di Cassazione. Quest’ultima, in particolare, ha sollevato il quesito se la Direttiva 2008/115/CE (artt. 6, 8, 15 e 16) osti all’applicazione di una disciplina nazionale che consenta di condurre nelle aree previste dal Protocollo Italia-Albania soggetti destinatari di provvedimenti di trattenimento già convalidati o prorogati ex art. 14 D.Lgs. 286/1998, in assenza di concrete prospettive di rimpatrio; e – in caso di risposta negativa – se l’art. 9, par. 1, della Direttiva 2013/32/UE osti a una disciplina nazionale che consenta di disporre il trattenimento del cittadino straniero destinatario di provvedimento espulsivo che abbia presentato domanda di protezione internazionale ritenuta strumentale. Nel bilanciamento dei contrapposti interessi, il Tribunale ha ritenuto doversi privilegiare il diritto costituzionalmente tutelato alla libertà personale. Non di meno, il Tribunale ha ritenuto superfluo l’espletamento dell’udienza, richiamando la giurisprudenza consolidata della medesima Sezione XVIII in materia di richieste di convalida del trattenimento di cittadini UE – per i quali la legge imporrebbe invece l’esecuzione immediata della decisione di allontanamento – ritenute ex se inammissibili/non accoglibili. Tribunale di Roma, decreto del 2 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Damiano Fiorato per la segnalazione e il commento.
Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎