Cisgiordania: visti revocati e arresti illegittimiE’ questo il trattamento riservato agli italiani dalla cosiddetta “unica
democrazia del Medio Oriente”. L’Italia e l’Europa – proxy informali di Israele
– intensificano sorveglianza, repressione e militarizzazione
“C’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia – e
addirittura la sola in “medioriente”? Il Governo italiano risponde con il nuovo
Decreto Sicurezze già in azione contro gli
scioperi dei trasportatori al Sud.
Mentre le forze di occupazione sioniste danno seguito alle operazioni di
distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania, servendosi dei
coloni, dodici persone, di cui cinque italiane, sono state sequestrate dall’IOF
nel villaggio di al-Bweib , vicino a Hebron (nome originario arabo Al-Khalil ),
nel sud della Cisgiordania.
Partecipavano alle attività di raccolta delle olive e di protezione degli
agricoltori palestinesi. La polizia israeliana ha dichiarato che gli attivisti
stavano partecipando alla raccolta delle olive in una zona militare
riservata senza coordinarsi con le autorità israeliane (un’accusa usata in
passato anche in
modo pretestuoso per ostacolare palestinesi e attivisti).
Questa settimana nella zona erano già stati fermati e poi espulsi altri due
attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, con
l’accusa di terrorismo.
Inutile dire che le accuse sono del tutto infondate: gli attivisti facevano
parte della carovana umanitaria “Youth of Sumud” impegnata nel sostegno alla
comunità palestinese durante il periodo della raccolta delle olive. Uno dei due,
Manuel, ha raccontato alla stampa di essere stato bendato e rinchiuso nel retro
di un blindato, picchiato e trattenuto illegalmente – o per meglio dire, rapito
– per due giorni, al termine dei quali è stato rilasciato ed espulso con divieto
di ingresso per i prossimi 10 anni.
Contestualmente, è stato revocato il visto a Stefania Ascari, deputata del
Movimento 5 Stelle, la cui “colpa” è quella di aver denuncia il genocidio in
corso a Gaza e l’illegittimità dell’occupazione dei territori palestinesi. La
motivazione fornita dalle autorità sioniste – “le circostanze relative al suo
caso sono cambiate” – non nasconde la realtà: le viene vietato l’ingresso per
aver fatto il proprio dovere di parlamentare – e di essere umano.
Una domanda a questo punto diventa indifferibile: c’è ancora qualcuno che crede
che lo Stato sionista sia una democrazia? – e addirittura la sola in Medio
Oriente? Uno Stato che dalla sua fondazione occupa e devasta le terre altrui,
che vieta l’ingresso ai dissidenti, che pratica la pulizia etnica e la
segregazione come elementi fondanti del suo sistema sociale, che arresta ed
espelle senza legittimità attivisti disarmati impegnati nella solidarietà con il
popolo palestinese, può definirsi una “democrazia”? La risposta è nei fatti, e i
fatti parlano di un regime che commette crimini e viola il diritto
internazionale, in ogni sua forma.
L’ALLINEAMENTO EUROPEO: SORVEGLIANZA, REPRESSIONE, MILITARIZZAZIONE
Quanto accaduto a Manuel, Alberto e Stefania è parte di un sistema repressivo
coordinato che permette ai governi europei di agire come proxy di Israele,
criminalizzando la solidarietà con la Palestina e colpendo chiunque osi
denunciare il genocidio. Le misure adottate in tutta Europa compongono un quadro
coerente, fondato su sorveglianza, repressione e militarizzazione.
In Germania si moltiplicano le banche dati di polizia dedicate ai movimenti
pro-Palestina; in Francia le misure amministrative di controllo giudiziario e le
interdizioni dal territorio vengono utilizzate per monitorare e neutralizzare
preventivamente i dissidenti; in Italia le relazioni dei servizi e i dossier
trasmessi alle procure disegnano una mappa del dissenso che precede e orienta
l’azione repressiva. Non si tratta di prevenzione del reato, ma di sorveglianza
politica di opinioni e appartenenze.
L’Europa ha compiuto una scelta di campo strutturale. L’aumento delle spese
militari è diventato il vincolo principale delle politiche di bilancio; i
programmi di riarmo non sono più oggetto del dibattito democratico; la ricerca è
sempre più orientata verso il dual-use. Si prepara una generazione alla cultura
della guerra attraverso la militarizzazione della scuola, le forze armate e le
aziende della difesa entrano negli istituti scolastici attraverso progetti
didattici e percorsi di orientamento, mentre il welfare viene smantellato per
finanziare gli armamenti.
Sul piano della repressione, in Germania, cinque attivisti pro-Palestina –
cittadini britannici, spagnoli, irlandesi e tedeschi – sono detenuti da mesi in
cinque carceri diverse, accusati di “associazione a delinquere” per aver
protestato contro Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, e
rischiano pene fino a 20 anni. Il loro processo è stato definito dalle stesse
difese un “ show trial ” politico, con detenzioni che superano i limiti di
legge.
A Praga , Youssef Moursi, studente egiziano di 25 anni, è in carcere preventivo
da sei mesi con l’accusa di
“terrorismo” per un incendio mai provato; i primi tre mesi li ha trascorsi in
isolamento – una tortura psicologica, come ha denunciato lui stesso, per
“spezzare” gli attivisti.
Nel Regno Unito, attivisti di Palestine Action sono stati condannati con
l’accusa di “reato terroristico” per
aver danneggiato una fabbrica di armi destinata a israele.
Il denominatore comune: ” Chi tocca gli interessi dell’industria bellica e
quindi dello stato sionista viene trattato come un terrorista “. E l’Europa,
invece di difendere i diritti dei propri cittadini, si allinea supinamente a
questa narrazione, trasformando le proprie procure e le proprie polizie in
strumenti di una repressione che serve gli interessi di Tel Aviv.
IL NUOVO DDL SICUREZZA: IL “MODELLO ISRAELE” ATTECCHISCE
I governi occidentali sono ottimi allievi dell'”unica democrazia del Medio
Oriente”, l’Italia al primo banco. La deriva repressiva arriva anche da noi, con
il nuovo, ennesimo, DDL Sicurezza , approvato dal Consiglio dei ministri il 20
ottobre 2026. Il provvedimento – che si somma al decreto-legge 24 febbraio 2026,
n. 23, convertito nella legge n. 54 del 24 aprile 2026– introduce misure “ di
dubbia costituzionalità ” e “ destinate a restringere ulteriormente gli spazi di
libertà e di manifestazione ”.
Il nuovo testo estende il fermo preventivo a 24 ore e applicabile anche ai
minorenni (con presunzione di imputabilità dai 14 anni), introduce il reato di
“violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” che punisce con pene fino
a 12 anni chi organizza o promuove gruppi di protesta, prevede sanzioni
amministrative ai genitori dei minori coinvolti, il divieto di raduno per i
minorenni e l’arresto in flagranza differita basato su immagini e video.
A tal proposito, è importante ricordare che il 30 settembre è entrato in vigore
il Decreto Legislativo n. 160/2026, che consente alle forze dell’ordine di
utilizzare l’intelligenza artificiale per l’identificazione degli individui,
senza la necessità di beneplacito di un giudice.
A tutto questo si aggiunge l’invio di 500 militari a Milano per il controllo del
territorio. Il decreto si inserisce in un momento storico di particolare
consapevolezza: nell’anno appena trascorso abbiamo assistito ad arresti di
massa, processi alle intenzioni, profilazione dei manifestanti e narrazioni
mediatiche a dir poco inverosimili, elementi che contribuiscono alla percezione
della norma come strumento di punizione, che potrebbe colpire chiunque, anche
chi manifesta in modo pacifico.
Il decreto intende rispondere alle questioni sociali, economiche e democratiche
che affliggono il paese trasformandole in problemi di ordine pubblico, con la
restrizione degli spazi del dissenso e colpendo l’agibilità dell’azione
sindacale, sociale e democratica. Lo stato sociale è definitivamente sostituito
con lo stato di Polizia, ne è una prova la repressione in corso contro gli
scioperi dei trasportatori.
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