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Palestine Action Italia: chiuso l’account Donorbox per le donazioni
La decisione della piattaforma per non conformità alle policy e timori di sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA dopo l’inserimento di Palestine action nella lista OFAC È successo di nuovo, ma questa volta più in grande. Dopo che l’anno scorso era stato il governo britannico a dare l’etichetta di associazione terroristica al movimento Palestine Action UK , questa volta è stato il Dipartimento del Tesoro USA con un provvedimento emesso il 26 agosto a designare il movimento, che non è presente solo in UK ma ha versioni in diversi paesi, inclusa l’Italia, come associazione terroristica, inserendolo nella lista OFAC, Office of Foreign Assets Control. Per intenderci si tratta dello stesso provvedimento che ha colpito il collettivo informatico italiano Autistici/Inventati accusato di supporto a diverse associazioni di “estrema sinistra”. L’effetto principale di questo provvedimento è quello di inibire qualsiasi soggetto che rientri nella giurisdizione USA a collaborare con i movimenti e le persone colpite. Un provvedimento simile aveva colpito Francesca Albanese, cittadina italiana alla quale era diventato impossibile avere un conto corrente. Il problema è che, per come funziona il nostro sistema finanziario USA-centrico, una sanzione del Dipartimento del Tesoro USA di fatto esclude i soggetti target da attività quotidiane come appunto gestire un conto e tutti i connessi – anche se non sono cittadini o associazioni statunitensi. Un assaggio di ciò l’abbiamo avuto il 2 settembre: Donorbox ci annuncia di aver eliminato il nostro account. Donorbox, che è un’azienda statunitense, è lo strumento che utilizziamo per raccogliere donazioni. La mail che ci dà questa comunicazione è piuttosto stringata: a seguito di una verifica di conformità l’azienda ha riscontrato che il nostro profilo non è conforme alla loro policy; aggiungono anche che vogliono evitare possibile sanzioni da parte del U.S. Office of Foreign Assets Control: l’OFAC per l’appunto. Abbiamo chiesto dei chiarimenti a riguardo, ma sembra tutto chiaro. Questo avviene in un momento delicato, in cui attiviste e attivisti del movimento stanno affrontando due processi, con relative spese legali (uno già iniziato e uno che inizierà a novembre) in cui la Leonardo si è costituita parte offesa. Intanto, ieri sera la pagina Instagram di Palestine Action Global veniva eliminata. Anche qui, per “terrorismo”. Ci sarebbe molto da dire: che le Nazioni Unite hanno condannato questa designazione; che è incredibile che uno stato che fa un uso sistematico del terrore in casa sua (vedi gli energumeni mascherati dell’ICE che rapiscono e uccidono persone impunemente) e all’estero, definisca “terrorista” un movimento che si oppone al genocidio senza fare violenza sulle persone e adotti provvedimenti che hanno effetti diretti su cittadini e movimenti che non ricadono nella sua giurisdizione, provvedimenti a cui il nostro governo plaude e si accoda; che non è sano che il sistema finanziario mondiale debba ruotare intorno ad un unico paese, che ha la tendenza a fare il buono e il cattivo .tempo, in base agli umori, sempre più labili, sempre più squilibrati, del suo “comandante in capo”. In questo momento però vogliamo solo ricordare questo: dopo che lo scorso anno il governo britannico stigmatizzò Palestine Action UK , decine di migliaia di persone, di tutte le età, scesero in strada per manifestare solidarietà al movimento; migliaia furono arrestate per aver espresso solidarietà reggendo cartelli scritti a mano. Intanto l’Alta Corte britannica dichiarava “sproporzionata e illegittima” la decisione del governo. Questo è ciò che succede quando i prepotenti (per usare un eufemismo) perdono la bussola delle loro azioni e della loro ipocrisia: che le persone di buona volontà si uniscono e provano a ristabilire la verità. Siamo sicuri che anche in questo caso, superate le difficoltà pratiche e prendendo forme diverse, le cose andranno così. Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
La guerra è già qui: assemblea pubblica No Muos a Niscemi
Assemblea pubblica contro la guerra, la militarizzazione e l’economia di guerra Niscemi – Biblioteca comunale Domenica 13 settembre 2026, ore 16.00 Il movimento No MUOS promuove a Niscemi una pubblica assemblea sul tema della guerra e della crescente militarizzazione dei territori, partendo da una considerazione sempre più evidente: la guerra non è qualcosa che accade soltanto lontano da noi, ma produce conseguenze concrete anche nella vita quotidiana e coinvolge direttamente il nostro Paese. La corsa al riarmo, l’aumento della spesa militare, la progressiva militarizzazione della Sicilia e il ruolo dell’Italia nel sistema militare statunitense e NATO saranno al centro della discussione, insieme alle conseguenze economiche e sociali delle politiche di guerra e al diritto di organizzarsi e manifestare il proprio dissenso. Per il movimento No MUOS, la Sicilia rappresenta da anni un laboratorio concreto di questa trasformazione: il MUOS e la presenza di infrastrutture militari nell’isola mostrano come i territori possano essere subordinati a esigenze strategiche che non coincidono con i bisogni delle comunità. L’assemblea sarà inoltre un’occasione per discutere della crescente repressione nei confronti di chi si oppone alla militarizzazione e alla guerra, compresa l’emissione di ulteriori fogli di via nei confronti di attivisti. Il comunicato integrale è disponibile sul sito del movimento No MUOS: LA GUERRA È GIÀ QUI – Assemblea pubblica a Niscemi Per troppo tempo abbiamo pensato alla guerra come a qualcosa che accade altrove. Lontano dalle nostre città, lontano dalle nostre case, lontano dalla nostra vita quotidiana. Oggi quella distanza si sta riducendo. Le guerre che attraversano il mondo, la corsa al riarmo, l’aumento delle spese militari e la crescente contrapposizione tra blocchi stanno ridisegnando le priorità politiche ed economiche dei Paesi e delle società in cui viviamo. Ma l’Italia non è estranea a questo processo. Il nostro Paese partecipa attivamente alle politiche di riarmo, aumenta le risorse destinate alla spesa militare, mette a disposizione territori e infrastrutture per le attività militari e mantiene una stretta integrazione con il dispositivo militare statunitense e NATO. Una parte dell’industria italiana è inoltre direttamente coinvolta nella produzione e nello sviluppo di sistemi e tecnologie per la difesa e per la guerra. La guerra, quindi, non è più soltanto ciò che vediamo sugli schermi o qualcosa che riguarda altri Paesi: è parte sempre più concreta delle nostre vite, dei territori in cui abitiamo e delle scelte che vengono compiute in nostro nome. La vediamo anche nelle conseguenze economiche che ricadono sulle persone. L’andamento dei prezzi dei carburanti, ad esempio, dipende da molti fattori, ma le tensioni internazionali e i conflitti incidono sui mercati dell’energia e sui costi che, alla fine, vengono scaricati sulla vita quotidiana di lavoratrici, lavoratori e famiglie. Il prezzo della guerra non viene pagato soltanto da chi vive sotto le bombe: viene distribuito, in forme diverse, anche nei territori che continuano a definirsi in pace. In Sicilia tutto questo assume un significato ancora più concreto. Da anni, con il MUOS, vediamo cosa significa la trasformazione del nostro territorio in una piattaforma strategica per le operazioni militari. La Sicilia è sempre più inserita in un sistema di basi, infrastrutture e apparati che ne rafforzano la funzione strategica nel Mediterraneo, subordinando spazi e territori a logiche militari che non rispondono ai bisogni di chi qui vive. Mentre la guerra si avvicina, mentre cresce la militarizzazione e mentre sempre più risorse vengono destinate agli armamenti e alla preparazione dei conflitti, continuano a rimanere irrisolti i problemi che riguardano la vita quotidiana delle comunità: il dissesto del territorio, i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, il lavoro, lo spopolamento. E persino le conseguenze della frana di Niscemi rischiano di passare in secondo piano rispetto alle “necessità” belliche. A fronte di tutto questo, il governo italiano continua a sostenere le politiche di riarmo e a rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema militare euro-atlantico, mentre una parte crescente delle risorse pubbliche viene indirizzata verso la spesa militare e l’industria bellica. Le conseguenze di queste scelte ricadono sui territori e sulla vita delle persone, mentre chi le contesta viene sempre più spesso considerato un problema di ordine pubblico. È per questo che non possiamo limitarci a osservare. Mobilitarsi contro la guerra impone di interrogarsi sul mondo che si sta costruendo attorno a noi. Significa anche chiedersi quale futuro viene preparato alle nostre comunità e quale funzione vengono chiamati a svolgere i nostri territori. È necessario opporsi all’idea che la guerra e la militarizzazione siano un destino inevitabile, davanti al quale non resta che adeguarsi. E bisogna anche difendere concretamente il diritto di organizzarsi, di dissentire e di manifestare. In questi giorni è stata annunciata l’emissione di altri fogli di via nei confronti di attivisti. Come movimento No MUOS denunciamo questi strumenti e ogni tentativo di colpire preventivamente il dissenso e di limitare la possibilità delle persone di organizzarsi e manifestare. Non può essere la repressione preventiva la risposta a chi pone domande sulla guerra, sulla militarizzazione e sulle scelte che vengono compiute sui territori. Proprio per questo il movimento No MUOS promuove una pubblica assemblea a Niscemi, aperta a cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà sociali e a chiunque voglia discutere e contribuire. Perché la guerra non riguarda soltanto chi la combatte. Impatta sui territori che vengono militarizzati. Sottrae risorse ai bisogni collettivi. Riguarda il costo della vita. Riguarda le libertà e il diritto di dissentire. E se la guerra è sempre più vicina, la risposta non può essere restare in silenzio. Per aderire, partecipare all’assemblea o semplicemente manifestare il proprio sostegno all’iniziativa è possibile rivolgersi ai comitati No MUOS locali, alle pagine social del movimento No MUOS, al gruppo di comunicazione del movimento oppure scrivere a: nomuoscomunica@gmail.com Redazione Sicilia
September 6, 2026
Pressenza
Armi a Gioia Tauro: se pensavano che ce ne fossimo dimenticati hanno fatto male i conti
I sedici container di acciaio balistico fermati e ispezionati a Gioia Tauro tra marzo e aprile risultano oggi in partenza. I siti di tracciamento indicano l’imbarco sulla nave Contship Joy per l’8 settembre, con trasbordo al Pireo e destinazione Israele. Tutte e quattro le spedizioni, tutti e sedici i container, alla fine di un’estate. Se qualcuno ha immaginato che bastasse far passare i mesi, lasciare che l’attenzione si consumasse e far scivolare via quel carico a settembre, ha sbagliato i conti. Quei container li abbiamo seguiti mese dopo mese e continueremo a seguirli fino a quando non sapremo cosa contengono e dove finiscono. Per cinque mesi ci è stato ripetuto che quel carico non poteva proseguire. Il 1° luglio, in audizione alla Commissione Esteri, il direttore dell’UAMA ha spiegato ai parlamentari che i casi segnalati non erano andati avanti e che le merci, al massimo, sarebbero tornate da dove erano arrivate. Ma il Pireo non è l’India. Se quei container si muovono verso oriente e non verso il mittente, quella rassicurazione va spiegata con gli atti alla mano. Un divieto vero, del resto, non è mai stato adottato. Lo ha ammesso la stessa UAMA il 14 maggio: il transito di merce straniera su nave straniera resta fuori dalla legge 185/90 e l’unico strumento è la clausola catch all, che impone una licenza soltanto se qualcuno la richiede. Nessuno la richiede, la merce resta in ammissione temporanea e quando l’attenzione cala riparte. Un fermo che si scioglie da solo funziona come un parcheggio, non come un controllo. Chiediamo al Prefetto di Reggio Calabria di vietare quella movimentazione per ragioni di ordine pubblico prima dell’8 settembre, potere che l’UAMA ha indicato in Parlamento come l’unico disponibile. Chiediamo all’Agenzia delle Dogane e all’UAMA di rendere pubblici gli atti: se una misura catch all sia stata emessa, se sia stata presentata istanza di licenza, da chi e con quale esito, e a che punto sia la perizia sull’acciaio che il Ministero dell’Interno doveva disporre. Cinque mesi di interrogazioni parlamentari senza risposta sono un problema democratico prima ancora che sindacale. Chiediamo il rispetto delle norme che esistono, dalla 185/90 al regolamento europeo sul duplice uso fino al Trattato sul commercio delle armi, e chiediamo che il vuoto sui transiti venga chiuso per legge, perché un porto italiano non può restare la scorciatoia che aggira i divieti che il Paese si è dato. Chiediamo il rispetto della vita e il boicottaggio pieno di uno Stato che sta compiendo un genocidio. Ai portuali di Gioia Tauro nessuno ha chiesto il consenso su questo traffico, eppure sono le loro mani a doverlo caricare. Non possiamo di certo accettare che lo facciano in silenzio. Gioia Tauro non sarà un anello della catena logistica del genocidio. E noi non ci siamo dimenticati niente. USB Calabria – Or.S.A. Mari e Porti Unione Sindacale di Base
September 6, 2026
Pressenza
Emergency annuncia una legge di iniziativa popolare per l’obiezione di coscienza
PER CHI NON VUOLE PARTECIPARE CON IL PROPRIO CORPO, LAVORO O CONSENSO ALLA GUERRA COME STRUMENTO DI REGOLAZIONE DEI CONFLITTI In occasione della sesta edizione del Festival di EMERGENCY, in corso a Reggio Emilia fino a domenica 6 settembre, EMERGENCY ha annunciato ieri una legge di iniziativa popolare per il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, dal titolo “io obietto la guerra”, per garantire a tutte le cittadine e i cittadini la possibilità di rifiutarsi di prestare il proprio corpo, lavoro e consenso alla guerra e al riarmo. L’iniziativa rientra nella campagna R1PUD1A di EMERGENCY dedicata all’Articolo 11 della Costituzione che, da novembre 2024, ha raccolto la partecipazione e la voce di oltre 650 Comuni, 1.500 scuole, centinaia di festival e luoghi della cultura come biblioteche, teatri, cinema, associazioni. Insieme a 250mila persone R1PUD1A ha chiesto al governo di sospendere la collaborazione militare con Israele, ha promosso e partecipato a incontri, marce, iniziative contro il riarmo e ha raccolto una richiesta diffusa di agire per fermare il clima di guerra, violenza e inevitabilità che sta portando a ritenere “normale” la possibilità di finire, anzi di essere già, come ha scritto pochi giorni fa l’avvocatura di Stato, “coinvolti in una guerra mondiale, ibrida e a pezzi”. “Con la proposta di legge di iniziativa popolare, EMERGENCY chiede al Parlamento di istituire, per tutte le cittadine e tutti i cittadini, il diritto di dichiararsi obiettrici e obiettori di coscienza alla guerra di fronte al possibile ritorno del servizio militare e per non dover partecipare col proprio lavoro alla progettazione, produzione, commercio, movimentazione di armi e strumenti destinati alle guerre in corso e a quelle future”, dichiara Simonetta Gola, direttrice della Comunicazione di EMERGENCY. “Per rifiutare di essere coinvolti nella produzione di sofferenza senza per questo subire conseguenze professionali o penali. L’obiezione di coscienza è un diritto umano fondamentale riconosciuto dalla Carta dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Il 2025 con 65 conflitti in corso ha segnato il record di guerre attive, dopo la Seconda guerra mondiale.  Mentre si parla di ripristino della leva – e alcuni Paesi hanno già provveduto – l’Italia non ha più una legge per l’obiezione di coscienza. Questa proposta è un modo concreto perché cittadine e cittadini possano esprimersi in modo chiaro e forte contro la leva e contro la logica di sopraffazione e sfruttamento che accomuna tutti i conflitti. La proposta di legge di iniziativa popolare “Io obietto la guerra” è stata redatta con la collaborazione di Domenico Gallo, magistrato ed ex presidente di sezione della Corte di Cassazione, Alessandra Algostino, costituzionalista e Veronica Dini, avvocata, che hanno partecipato all’incontro “L’obiezione alla guerra è un diritto” al Festival di EMERGENCY. Nelle prossime settimane EMERGENCY fornirà, sul sito ripudia.it, le informazioni e gli strumenti per partecipare a questa iniziativa.  Il Festival di EMERGENCY è organizzato grazie a un protocollo di intesa con il Comune di Reggio Emilia, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e con la media partnership di Adnkronos e di Sky Tg24.  Per rimanere aggiornati sulle attività di EMERGENCY in Italia e nel mondo: https://www.emergency.it Emergency
September 6, 2026
Pressenza
Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio
L’inaugurazione del nuovo studentato privato in via Alessandro Della Spina è l’occasione per il Sindaco Michele Conti di rilanciare la narrazione secondo cui l’iniziativa privata “alza l’asticella della qualità” e “calmiera il mercato”. Si tratta di un teorema economico totalmente … Leggi tutto L'articolo Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Gli alberi “in scatola”, mal riuscita propaganda con soldi pubblici
Mentre le nostre città annegano nella cementificazione e subiscono gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica, la giunta comunale di Trieste regala ai cittadini un’ennesima dimostrazione di come la destra intenda il verde urbano. Un contentino scenografico e costoso. La recente e grottesca comparsa dei cosiddetti “alberi in scatola” è infatti un altro fallimento dell’attuale giunta. Un progetto assurdo, venduto dall’amministrazione come un’efficace soluzione contro le isole di calore. La realtà, purtroppo, è assai diversa: cinquantamila euro di soldi pubblici spesi per un arredo precario, trasformatosi in poche settimane in una triste presa in giro. Alberi striminziti, molti dei quali rinsecchiti, soffocati in contenitori inadeguati sotto il sole cocente hanno svelato la fragilità di un progetto tirato su in fretta e furia solo a scopo di propaganda. Questa non è politica ambientale. Invece di pianificare una reale rigenerazione urbana, basata sulla decementificazione / deasfaltizzazione e sullo sviluppo di nuove aree verdi, capaci di produrre ombra e restituire respiro ai quartieri, soprattutto a quelli popolari, e alle piazze soffocate da temperature costantemente sopra la media, la giunta sceglie di seguire la strada della più inutile propaganda.  Non si capisce come, se le risorse per i servizi sociali, la casa, la sanità e i trasporti scarseggiano, si trovano con facilità decine di migliaia di euro per assurdi cassettoni di legno. Trieste merita una visione ecologica seria, democratica e duratura basata su un complessivo progetto di rigenerazione urbana, non un assurdo progetto di mal riuscito ambientalismo di facciata pagato dai cittadini. Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
Porto Vecchio, ICS: «Stop ai trasferimenti e procedure irregolari hanno riportato le persone in strada»
Il piccolo sgombero effettuato nell’area del Porto Vecchio il 3 settembre 2026 è conseguenza della decisione irrazionale di sospendere, dalla fine di giugno, tutti i trasferimenti periodici da Trieste verso il resto del territorio nazionale che avevano caratterizzato l’ultimo biennio: circa 60 persone a settimana, in media, nel corso dell’ultima annualità. Parallelamente, sono state lasciate in strada le persone in attesa della registrazione della domanda di asilo presso la Questura, con tempi di attesa che hanno superato anche i due mesi, mentre quasi tutti i richiedenti asilo sono stati sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Questa strategia era probabilmente fondata sull’idea che, applicando procedure sommarie e velocissime di esame delle domande di asilo e confidando nell’impossibilità per le persone ricorrenti di impugnare i provvedimenti di rigetto entro i brevissimi termini previsti dalle nuove normative (5 giorni), si sarebbe prodotto una sorta di eliminazione dell’utenza. Dopo essere passate rapidamente attraverso un sistema di confinamento presso l’ex caserma di Fernetti, le persone la cui domanda veniva respinta sarebbero tornate in strada, ma senza più alcun diritto di soggiornare in Italia, finendo così per disperdersi. Eppure, l’applicazione della procedura accelerata di frontiera è possibile, secondo il diritto dell’Ue, solo in caso di domande di asilo presentate alla frontiera esterna, tra cui gli sbarchi, e non a una frontiera interna come quella italo-slovena. Si è così prodotto, alla vigilia della stagione autunnale e delle problematiche che essa inevitabilmente porrà, l’ennesimo corto circuito derivante dal mancato rispetto delle normative e dalla caparbia volontà di non strutturare un sistema di protezione capace di riconoscere l’esistenza della realtà degli arrivi di persone rifugiate lungo la rotta balcanica. Il (non) sistema istituzionale di gestione delle domande di asilo e della prima accoglienza rimane dunque sempre a zero: genera enormi disagi sociali, aumenta l’insicurezza sul territorio e dissipa risorse pubbliche. È inderogabile riprendere un regolare sistema di trasferimenti da Trieste verso tutto il territorio italiano e attuare con rigore, senza forzature e nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, le normative vigenti. Redazione Friuli Venezia Giulia
September 5, 2026
Pressenza
3 settembre 2026: da Scoccimarro propositi inaccettabili sulle persone migranti
Le dichiarazioni di Scoccimarro, assessore regionale alla Difesa dell’ambiente, a proposito delle persone migranti che avevano trovato un tetto precario in Porto vecchio, sono inaccettabili e testimoniano di una cultura politica che pensavamo fosse stata sepolta per sempre. Secondo l’esponente di FdI, Porto vecchio “era diventato un mini club vacanze con i clandestini che facevano tuffi in quella improvvisata piscina, griglie, prendevano il sole e praticavano arti marziali…” Ci interessa poco come continui l’esponente politico, ma la sua indifferenza al dolore e a vite costrette ai margini sarebbe aberrante per qualsiasi ideologia, se non per quelle ispirate al razzismo e alla sopraffazione come mezzi per regolare le faccende umane. Nelle sue parole leggiamo irrisione e parodia, che squalificano l’importante carica rivestita da Scoccimarro. Rifondazione Comunista continua a sostenere che il tema delle persone migranti e transitanti dovrebbe essere affrontato con ben altra umanità e visione politica: un dormitorio adeguato con servizi igienici funzionanti e assistenza non sarebbe niente di utopistico ma di facilmente, doverosamente realizzabile. Ma con questa classe politica per ora al governo di città e regione c’è proprio poco da fare. Se non avesse ancora fatto le vacanze, potrebbe andare l’assessore a far tuffi e grigliate in riva a quella “piscina”, a dormire e poi a fare i bisogni nelle aree attorno, rovine a cinque stelle. C’è tutta una classe politica da “riqualificare”, non solo Porto vecchio…   Gianluca Paciucci PRC-Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
Bosco Ospizio: Conad chiude e il Comune fa da sponda
Riceviamo e diffondiamo “la risposta dell’Assemblea – a freddo – rispetto alla lettera ricevuta da Conad Centro Nord mercoledì scorso, a seguito dell’incontro avvenuto venerdì 28/08 presso la sede comunale. Ci teniamo a sottolineare che, nonostante i titoli sui giornali locali indicassero una apertura al dialogo, la risposta di Conad è stata un rifiuto integrale a tutte le nostre proposte. Di seguito il nostro comunicato integrale.” *UN NO SCRITTO IN CINQUE GIORNI SU UNA PROPOSTA CHE NE MERITEREBBE MOLTI DI PIÙ: CONAD CHIUDE, IL COMUNE FA DA SPONDA Mercoledì sera abbiamo ricevuto, per tramite dell’Amministrazione comunale, la risposta di Conad Centro Nord alla proposta che avevamo illustrato venerdì 28 agosto. La risposta è un no su tutta la linea: no alla conservazione integrale dell’area, no al progetto mantenendo la proprietà attuale, no all’ipotesi di permuta. Questa è l’apertura al dialogo millantata a mezzo stampa dal soggetto attuatore. Ma il punto non è il no, ma che quel no fosse già stato pronunciato in quella stanza prima ancora che la nostra proposta fosse discussa. Nei cinque giorni successivi non è stata fatta alcuna valutazione: è semplicemente stata impaginata una lettera. Per la nostra proposta di permuta lo si può affermare con certezza, perché valutare uno scambio di aree significa istruttoria urbanistica, verifiche economiche, verifiche tecnico-giuridiche delle condizioni ampiamente mutate nel quartiere dal 2015 a oggi. Non è un’operazione che si esaurisce in cinque giorni. O non è mai stata avviata, o era una possibilità già archiviata prima di sedersi al tavolo. Dalla risposta di Conad è sparita anche l’unica cosa concreta uscita da quell’incontro: l’impegno, preso a voce dall’Amministratore Delegato, a non far ripartire i lavori finché fosse in corso un confronto. Ci chiediamo se quel tavolo sia servito a valutare qualcosa o a poter dire, davanti all’opinione pubblica, che un tentativo di dialogo c’era stato. C’è un passaggio della lettera che andrebbe letto con attenzione da tutta la città. Conad si dichiara disponibile a mettere il proprio know-how e le proprie risorse per lo sviluppo o la rigenerazione non su quest’area di sua proprietà, in collaborazione con noi, ma su un’altra area verde cittadina – quindi pubblica – da cui la nostra proposta, pensata per questa area specifica, ovviamente sparisce. Su questo, nessun rilievo o puntualizzazione sui ruoli e su chi debba curare e implementare il verde pubblico da parte dell’Amministrazione. Del resto, il vicesindaco De Franco è intervenuto all’incontro dichiarandosi parte terza e ha poi svolto per intero l’argomentazione del privato: che aree alternative non esistono, che i costi sarebbero insostenibili, che la nostra è una battaglia simbolica. Il sindaco Massari ha chiuso dicendo che l’ipotesi di non costruire su quell’area non esiste nella realtà. Al tavolo non sembravano esserci due parti e un mediatore, ma due soggetti già dalla stessa parte rispetto a una proposta da respingere. Per smentire questa impressione invitiamo – di nuovo – l’amministrazione a farsi reale mediatore: su questo progetto, mentre tiene aperta la collaborazione che ci è stata offerta su altre aree verdi del futuro. Un’ultima considerazione per l’Amministratore Delegato di Conad Centro Nord, che durante l’incontro ha criticato le azioni di boicottaggio che a suo dire minerebbero le basi di una discussione civile, invitandoci a farle cessare. Chiariamo che almeno fino a oggi quelle azioni, e le persone che le promuovono o le agiscono, non sono state guidate o organizzate da noi. Sono individui o gruppi che hanno tratto le loro conclusioni autonomamente, dopo oltre due anni di richieste di confronto ignorate, nove cittadini querelati nel 2025 per essersi seduti davanti ai trattori, un’altra querela depositata il primo giorno del presidio, un’apertura al dialogo annunciata ai giornali e chiusa in cinque giorni. Conad si lamenta di un effetto di cui è la causa. “Persone oltre le cose” non è una frase da bilancio di sostenibilità: nella realtà sono cittadine e cittadini che davanti a tutto questo hanno deciso in autonomia di non voler più avere niente a che fare con l’azienda. La nostra idea progettuale non è un documento chiuso: si arricchisce ogni giorno del contributo di medici, docenti, ricercatori, tecnici, e viene guardata da altri territori come un modello. Non chiediamo un sì. Chiediamo una valutazione vera, con il tempo che una valutazione vera richiede. Una valutazione reale e sull’oggi, non su un futuro ipotetico e su un altrove. E chiediamo che, finché quel tempo non sia stato dato, i lavori non ripartano, mentre temiamo invece che lo faranno a brevissimo, vista questa risposta di Conad. Assemblea Bosco Ospizio Redazione Italia
September 5, 2026
Pressenza
La luce del risveglio
Ci illuminano una realtà e un rischio inaccettabili. Oggi in Italia il potere legislativo, quello giudiziario e i fascio-sionisti (Ben Gvir, Smotrich, …) sono di fatto alleati per accerchiarci e ridurci al silenzio. È da molto tempo in atto un ribaltamento della realtà e della storia che sfrutta l’ orribile sterminio razzista degli ebrei – compiuto al tempo dei nostri nonni e poi scaricato dall’ europa sul mondo arabo – per invaderlo, controllarlo e depredarlo tramite il genocidio dei suoi abitanti. Ora questa operazione di dominio coloniale viene allargata verso oriente a suon di bombe, ma per farlo devono azzittire in tutti i modi l’ opposizione interna all’ occidente: noi. Il loro principale strumento sta per diventare legge, con il cosiddetto “DDL antisemitismo”, già approvato in Senato ed ora in esame alla Camera, con larga maggioranza a favore: dopo, cioè molto presto, criticare Israele sarà reato e chi parla, chi boicotta, chi porta kefie o bandiere verrà condannato, o sanzionato con megamulte. Usano un vecchio trucco israeliano: far passare chi si oppone al sionismo, il centenario progetto di eliminazione dei palestinesi, per antisemita, cioè “odiatore di tutti gli ebrei, in quanto ebrei”. Per accusarci falsamente di questa colpa pretendono di usare una definizione di antisemitismo (si chiama def. IHRA -Alleanza internazionale per la memoria dell’ olocausto-) di cui lo stesso ideatore, il sionista Kenneth Stern, contesta l’ uso improprio. Già sono incriminati come terroristi quegli italiani che sono solidali coi prigionieri palestinesi (operazione Domino, e diversi altri procedimenti giudiziari). Già rischiano condanne e sanzioni quelli che manifestano contro il fascismo di oggi, che pretende in mille maniere di infiltrare e snaturare la nostra società, antifascista per Costituzione, fino a osare far sfilare bandiere israeliane e foto di Netanyahu nel corteo nazionale del 25 aprile, durante i tre anni di genocidio. Per provare a sventare subito, fin che siamo in tempo, questa catastrofe democratica che parte dall’ azzeramento della nostra voce occorre agire con coraggio, esponendoci di persona. Ora, già in ritardo rispetto alla corsa degli eventi, PROPONIAMO DI AUTODENUNCIARCI (simbolicamente e politicamente; non in sede giudiziaria!) dei tre “reati” che cercano di appiopparci: – reato di antisionismo (prossima legge!) – reato di solidarietà coi palestinesi, spacciato per terrorismo (!) – reato di antifascismo, a difesa del carattere antifascista dell’ Italia, nella sua manifestazione nazionale (25 aprile!) A breve noi promotori diffonderemo l’ appello e il link per mandare la tua adesione a queste tre autodenunce, combinate per rinforzarsi a vicenda, come questo terribile momento ci chiama a fare immediatamente. Solo se ad avere questo coraggio saremo in moltissimi possiamo sperare di bloccare questa operazione a tenaglia, e di continuare a dire la nostra e contare qualcosa. La Palestina ci ha risvegliato: libera Palestina, liberi tutti NOTA: di fronte alla minaccia incombente e ineludibile di questa grave deriva antidemocratica, con questo appello noi proponenti vogliamo contribuire a stimolare “dal basso” un dibattito che sia preliminare ad un’ azione di protesta collettiva (in fase di preparazione). Filippo Bianchetti Ugo Giannangeli Giuseppe Natale Nada Urso Per chiarimenti o contatti mandare esclusivamente un messaggio WhatsApp al 3397354336 Redazione Italia
September 5, 2026
Pressenza