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Un solo colpo, alla tempia
114 bambini, stima per difetto. Un solo proiettile alla testa o al petto. Quasi tutti morti. L'inchiesta di "De Volkskrant" del settembre 2025 di Lavinia Marchetti, laviniamarchetti.Substack.com Riportiamo il commento di Lavinia Marchetti basato sull'inchiesta di "De Volkskrant"  (terzo quotidiano olandese per diffusione) dal titolo "Cosa ci dicono le lesioni", di Maud Effting e Willem Feenstra. L'inchiesta è stata recentemente premiata con il prestigioso "Distinguished Reporting Award" dell' European Press Award. La versione integrale dell'inchiesta è disponibile in lingua inglese o olandese sul sito di De Volkskrant. Attenzione: immagini e testi espliciti e disturbanti [ndr] In questi giorni ho rimesso a posto il mio materiale su Gaza, tanto, troppo, vorrei non averne e invece sono migliaia di articoli, notizie, libri, cose che non si potrebbero leggere in una vita intera. Mi sono soffermata, vuoi per deformazione professionale, vuoi per “vergogna”, su quel che dicono i “corpi” dei bambini di Gaza che, da noi, non si è occupato con serietà quasi nessuno. Esiste un insieme di prove cliniche e forensi, una mole davvero enorme di evidenze, che basterebbe da sola a chiudere la bocca ai “difensori di parole”, e in Italia giace pressoché intatto, mentre la discussione resta avvitata sul vocabolario. Sbattere in faccia a chi nega le parole dei medici che si sono avvicendati in questi anni a Gaza, le foto, metterli davanti a cosa (e chi) stanno proteggendo, di cosa (e con chi) sono complici. Questo articolo può sembrare rabbioso, ma non lo è. A ciascuno di loro, a chi nega, a chi protegge a chi è complice, risponde la stessa prova, la lastra di un medico tornato da Gaza, con il proiettile conficcato nel cranio di un bambino di due anni. Questo mio articolo, possibile grazie al coraggio di chi a Gaza c’è stato e ha provato ad aiutare un popolo schiacciato da un genocidio, nasce per posare quella lastra sul tavolo, e per chiedere conto a chi, potendo guardare, ha preferito discutere di lessico. Per quasi due anni i medici stranieri passati dagli ospedali di Gaza hanno annotato la stessa cosa, bambini di pochi anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al petto, il corpo per il resto intatto. Il quotidiano olandese De Volkskrant ne ha radunati centoquattordici, secondo il conteggio più prudente, e la maggioranza è morta. Mentre in Italia il dibattito si logora sulla liceità di pronunciare la parola genocidio, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione clinica che a quella parola dà sostanza.  Questa bambina è stata colpita da schegge, probabilmente da un'arma a frammentazione. Il metallo è entrato dal naso, attraversandole la testa. Non è sopravvissuta. Mark Perlmutter QUEL CHE DICONO LE LESIONI Marzo 2024, European Hospital di Gaza. Fa un caldo soffocante. Feroze Sidhwa, chirurgo dei traumi e rianimatore di quarantatré anni arrivato dalla California, segue un’infermiera palestinese nel suo primo giro di reparto. Fuori l’aria sa di liquami e di residui di esplosivo. Dentro sa di marcio, e di corpi. Lo sguardo gli cade su due bambini fermi nei letti, la testa fasciata, attaccati al ventilatore. Otto, forse dieci anni. Il resto del corpo illeso. Chiede cosa sia successo. L’infermiera mastica poche parole d’inglese, indica le teste e ne ripete una sola. «Shot.» Sparati. Lista dei pazienti Sulle prime pensa a un equivoco. Possibile che stiano sparando ai bambini? Pochi minuti dopo, davanti alle lastre, vede che l’infermiera aveva ragione. Nella stanza accanto trova altri due maschietti nelle stesse condizioni. Quattro bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa, ricoverati nell’arco di quarantotto ore, in un ospedale piccolo. La sera annota tutto nel diario del telefono. «Pensavo: ma che diavolo succede», racconta al De Volkskrant, la voce profonda e calma. Nei tredici giorni seguenti ne vede altri nove, bambini con un solo colpo alla testa o al petto, con tutta probabilità presi di mira di proposito. «Ho cominciato a domandarmi se il mio ospedale fosse vicino a un cecchino impazzito», dice. «O a una squadra di droni che ammazzava bambini per divertirsi». Tornato in patria, a un congresso medico, incontra un collega americano che a Gaza aveva lavorato poco prima di lui, Thaer Ahmad. Quando gli accenna ai bambini, l’altro annuisce. «Sì, l’ho visto anch’io. Quasi tutti i giorni». Da lì la decisione. Capire cosa stava davvero accadendo. Quel che Sidhwa ha cominciato a documentare nella primavera del 2024 è il centro di un’inchiesta del quotidiano olandese De Volkskrant, firmata da Maud Effting e Willem Feenstra e uscita il 13 settembre 2025 con un titolo che dice tutto, Wat de wonden vertellen, quel che dicono le lesioni. Un articolo che sarebbe dovuto finire nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Su alcuni c’è finito, in Italia è rimasto un racconto per attivisti. Mentre la discussione pubblica italiana si consuma sulla liceità del termine genocidio, e una parte degli intellettuali si arrocca a difesa del vocabolario, sostenendo che la parola andrebbe maneggiata con cautela giuridica, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione che a quel vocabolo dà fatalmente corpo. Da noi, questo filo, lo ha seguito davvero nessuno. Eppure basterebbe da solo a chiudere la questione. Per parlare di genocidio occorre dimostrare il dolo specifico, la volontà di distruggere in tutto o in parte un gruppo umano come tale. Lì si annidano i difensori delle parole. L’intenzione, dicono, resta indimostrabile. Concedono i morti, talvolta perfino le cifre, e a quel passaggio si fermano. Un colpo solo, calibrato, alla testa di un bambino di sei anni il cui corpo è per il resto illeso, è la scrittura più leggibile dell’intenzione che si conosca. > «In cinque settimane a Gaza, davanti a me ho avuto soltanto civili, mai un > combattente» > > Feroze Sidhwa, al Consiglio di sicurezza dell’ONU   GLI ULTIMI TESTIMONI Questi medici contano due volte, per quello che hanno curato e per quello che possono raccontare. Israele tiene i giornalisti stranieri fuori da Gaza, e così i chirurghi e gli infermieri arrivati con le organizzazioni umanitarie sono rimasti tra gli ultimi testimoni internazionali di ciò che accade dentro quegli ospedali. Hanno imparato a tenere in braccio bambini morenti che soffocavano nel proprio sangue perché il ventilatore mancava. Sanno affondare il bisturi nel petto di un adolescente senza anestesia, perché non c’era tempo e un altro paziente aspettava già. Parlare li espone. Quasi tutti vogliono tornare, pur sapendo che la franchezza aumenta il rischio che Israele neghi loro il rientro. Secondo le Nazioni Unite, dal marzo 2025 più di cento operatori sanitari stranieri sono stati respinti al valico, spesso senza spiegazione. Molti hanno deciso di parlare lo stesso. Tacere, dicono, sarebbe la scelta più difficile da reggere.   Il De Volkskrant ha raccolto per mesi le voci di diciassette medici e di un infermiere, arrivati a Gaza dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dall’Australia, dal Canada e dai Paesi Bassi. Dall’ottobre 2023 hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche, spesso rientrando una seconda volta. Molti avevano alle spalle i peggiori teatri degli ultimi trent’anni, dal Sudan all’Ucraina, e sapevano cosa fosse una guerra. Al giornale hanno consegnato centinaia di fotografie e di video dei pazienti. Hanno aggiunto le radiografie e gli appunti di corsia, e perfino le pagine dei loro diari. Hanno parlato per ore, e si sono trovati davanti alla stessa domanda. Cosa dicono le lesioni, sulla natura di questa guerra. DENTRO GLI OSPEDALI La realtà degli ospedali, molti dei quali ridotti a macerie, era peggiore di quanto chiunque avesse immaginato. «Ho dovuto amputare la gamba di una donna con le forbici», racconta l’urgentista Mimi Syed. «Senza antidolorifici. Altra scelta non c’era.» Salih el Saddy, medico di Rotterdam, ricorda i lamenti continui dei pazienti. «Avevamo gli anestetici, gli antidolorifici no. La gente si svegliava dopo l’amputazione con un dolore atroce, e per loro non potevamo fare nulla». Accanto al letto di un bambino che aveva subìto la doppia amputazione, le sue gambe stavano in una scatola. Questo bambino ha subito una doppia amputazione. Le sue gambe sono state lasciate nella scatola vicino al suo letto. Dott. Salih el Saddy Nizam Mamode, chirurgo dei trapianti britannico, sessantatré anni, vede un collega in terapia intensiva estrarre dalla gola di un bambino il tubo di un ventilatore che non funzionava. Era otturato. Pieno di vermi, dice Mamode, vermi che venivano dalla gola del piccolo. Le apparecchiature per la diagnostica e per la dialisi erano crivellate di proiettili. I cavi degli ecografi penzolavano tagliati, e certe sale operatorie erano state date alle fiamme. Mamode era entrato a Gaza in un convoglio dell’Onu, dentro blindati con le portiere bloccate e un’istruzione, se l’esercito israeliano spara e ordina di scendere, restare dentro. «Cerca di non farti ammazzare», gli aveva detto il capo convoglio. Due settimane più tardi gli stessi mezzi furono presi a fucilate. Per dormire, Mamode cercava la scala di pietra accanto al reparto, sperando che lì i droni non arrivassero. Il mese scorso la parte alta di quella scala è stata centrata da un attacco israeliano, lo stesso ripreso in un video che ha fatto il giro del mondo, con operatori umanitari e giornalisti uccisi. Capita, senza preavviso, che un senso di incredulità si faccia largo nel lavoro. A Mamode succede mentre opera una bambina di otto anni che si stava dissanguando. Chiede una garza per assorbire il sangue e trovare la lesione. Garza non ce n’è. «Ho pensato all’ironia della cosa. La parola inglese gauze, garza, verrebbe da Gaza, perché i gazawi erano famosi per il loro lino. Ero nella patria della garza, e non potevo averne. Ho dovuto raccogliere il sangue dal suo corpo con le mani». CENTOQUATTORDICI BAMBINI Di tutti i pazienti, un gruppo turba i medici più di chiunque altro, i bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa o al petto e il corpo per il resto intatto. Un proiettile solo in quelle aree indica con forza che il bambino è stato preso di mira di proposito, e configura un crimine di guerra. In altri scenari di guerra, racconta chi ne ha visti molti, casi simili quasi non si incontrano. Il giornale ha posto a tutti la stessa domanda, ovvero quanti bambini di quindici anni o meno avessero visto con un singolo colpo alla testa o al petto. Il limite d’età è stato scelto perché a quell’età un bambino resta riconoscibile come tale senza incertezza. Quindici medici su diciassette hanno risposto di sì. Messi insieme, i loro conti danno centoquattordici bambini, molti dei quali non sono sopravvissuti. Le stime sono volutamente al ribasso. I casi dubbi sono stati esclusi, così come i bambini colpiti in più parti del corpo, perché una pluralità di colpi lascia meno certezza sul bersaglio intenzionale. I medici stessi ritengono che il numero reale sia molte volte superiore, dato che i bambini morti sul colpo spesso non arrivavano nemmeno nei reparti, e che loro stavano in pochi ospedali e per poche settimane. Due medici legali hanno esaminato per il giornale decine di immagini e di radiografie, e hanno confermato che a produrre quelle lesioni erano stati proiettili, non schegge. «Con tutta probabilità si tratta di colpi sparati da lontano, mirati alla testa o al collo, con munizioni di tipo militare», dice Wim Van de Voorde, professore emerito a Lovanio. Il collega Frank van de Goot aggiunge una nota raccapricciante: «Nelle radiografie vedo teste di bambini con proiettili conficcati dentro. Il proiettile deve avere perso molta energia lungo il tragitto, perché i bambini hanno il cranio più sottile degli adulti, altrimenti lo avrebbe attraversato. Sono stati colpiti da una distanza considerevole». Mart de Kruif, già comandante dell’esercito olandese, è netto. Con oltre cento casi descritti, la probabilità che si tratti di colpi accidentali resta prossima allo zero. La testa è piccola rispetto al resto del corpo. Tanti colpi al capo e al torace significano una cosa sola, il bersaglio è stato scelto. Il danno collaterale è altro.   QUINDI CHE COSA DICONO LE LESIONI? Mimi Syed, urgentista americana e madre, ha fatto due turni di quattro settimane tra il Nasser di Khan Younis e l’Al Aqsa di Deir al Balah. Seguiva la guerra dal telefono, in diretta, finché non ha retto più. Il 14 agosto 2024 il suo diario registra una bambina di sette anni colpita al petto, morta all’arrivo durante un afflusso di massa. Era a terra, perché le brande mancavano, e il sangue rischiava di farla scivolare. Syed annota che da due giorni il cibo non le va giù. Poi una domanda. «Tornerò mai normale?» La stessa Syed racconta Mira, quattro anni, portata al Nasser dai genitori. Dicono che un quadricottero, un drone armato, le ha sparato mentre camminava nella zona dichiarata umanitaria da Israele. I colleghi le consigliano di lasciarla morire, il quadro è compromesso. La bambina si muove ancora un poco. «C’era qualcosa nel suo viso che mi ha fermata. Ho rischiato». La intuba con il laringoscopio che si è portata di nascosto oltre il confine, poi guarda la lastra del cranio e ci vede un proiettile. Insieme ai colleghi riesce a tenerla in vita. Mira più tardi si sveglia e ricomincia a parlare, un piccolo miracolo, e un altro medico le toglierà il proiettile dalla testa. Syed decide di fotografarli, i bambini con un proiettile in corpo, e in condizioni di stress estremo ne immortala diciotto, tutti con un colpo unico. «Ho pensato: devo documentarlo. Erano crimini di guerra». Un bambino di 7 o 8 anni, colpito mentre giocava all'aperto Una ragazza di 14 anni colpita alla testa e parzialmente paralizzata Mira (4 anni), colpita alla testa Mark Perlmutter, sessantanove anni, ortopedico, quaranta missioni umanitarie alle spalle, vicepresidente dell’International College of Surgeons, ricorda due maschietti durante un afflusso di massa. «Rivoltavo i bambini a terra cercando chi potessi ancora salvare. Poi ho visto quei due. Morti. Colpiti tutti e due, al petto e alla testa. Sei o sette anni». Ha chiesto all’assistente di fotografarli. Ricorda l’uomo che ne aveva portato uno, il pianto e l’incapacità di capire perché il tiratore avesse centrato il bambino e risparmiato lui, l’adulto. Lo rivede seduto a terra mentre il piccolo viene portato all’obitorio, e scatta una foto con il telefono. Un’altra notte, all’Al Aqsa, vede un ragazzino disteso al suolo, coperto di polvere grigia da capo a piedi, in una pozza del proprio sangue, senza una gamba. Prova a passargli accanto. Il bambino allunga la mano e gli afferra l’orlo dei pantaloni, senza voce, e lo guarda. La pozza si allarga. Perlmutter deve liberare la gamba dalla sua presa per correre da un altro bambino. «Ho dovuto scavalcarlo», dice al telefono, e si mette a piangere. Quel bambino non gli è più uscito dalla testa. Ahlia Kattan, anestesista e rianimatrice, racconta una bambina di nemmeno due anni portata dalla madre. Pallidissima, all’apparenza perfetta. «Pensavo a un’emorragia interna. Era morta. La madre faceva lamenti che spezzavano il cuore, aveva tentato per anni di avere un figlio. Abbiamo iniziato il massaggio cardiaco, l’ho intubata, volevo mostrarle che avevamo fatto tutto il possibile. Mentre lavoravo, qualcuno mi ha passato la lastra. Un proiettile in testa. Un colpo perfetto alla tempia.» Kattan ha scattato una foto dai piedi del letto. «È una delle pochissime che ho fatto a Gaza. Ero troppo sconvolta. Pensavo: altrimenti nessuno mi crederà». Adil Husain, urgentista americano, prima di partire ha registrato un messaggio video per la figlia piccola, nel caso non fosse tornato. Racconta Ahmed, dieci anni, rientrato da un punto di distribuzione del cibo con i sacchetti vuoti e il corpo passato da parte a parte, dalla testa all’addome. Gli ha dato della ketamina negli ultimi istanti, per addolcirgli il trapasso. «L’ho tenuto stretto. Gli ho sussurrato all’orecchio: scusami». Jack Latour, infermiere di Medici Senza Frontiere, premette di sapere sgradita la cosa che dice. «Ho visto parecchi bambini con la materia cerebrale che fuoriusciva. Mi dispiace, lo so che nessuno vuole sentirlo. È quello che succede lì». Goher Rahbour, chirurgo britannico, al suo primo afflusso di massa vede una bambina di cinque anni senza un piede, e accanto un’altra senza una gamba dal ginocchio in giù. «Mi sono bloccato. Ho pensato: è l’inferno». I bambini rimasti senza più nessuno dei loro hanno perfino una sigla clinica ufficiale, WCNSF, Wounded Child, No Surviving Family, bambino colpito senza familiari superstiti. La lingua dei reparti nella sua cinica sintesi diventa la norma inevitabile. IL GIOCO Un secondo schema affiora dai racconti. Nick Maynard, chirurgo dell’esofago e dello stomaco a Oxford, ha operato in rapida successione quattro persone colpite all’addome, e ha cominciato a interrogare i colleghi. «Tutti, al Nasser, lo riconoscevano. Un giorno si vedevano soprattutto colpi alla testa e al collo. L’indomani al petto. Poi toccava agli arti, quindi all’addome, talvolta ai testicoli. Un urologo mi ha detto di aver avuto in un solo giorno quattro ragazzini colpiti all’inguine». Goher Rahbour, in una giornata, ha visto cinque o sei pazienti colpiti a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. «Era un gioco? I soldati si divertivano?» La parte del corpo cambiava di giorno in giorno, come se qualcuno coordinasse il lavoro. Questa idea del gioco non nasce adesso. Nel 2020, sul quotidiano israeliano Haaretz, alcuni cecchini avevano raccontato in forma anonima di gareggiare a chi colpiva più ginocchia in una giornata, durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno. Uno disse di aver battuto il record, quarantadue colpi a segno in un giorno solo. Dalla fine di maggio 2025, quando Israele ha aperto quattro discussi punti di distribuzione del cibo gestiti dalla cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi di civili colpiti, per lo più ragazzi e giovani uomini, portati a gruppi sui carretti trainati dagli asini, qualcuno ancora con il sacco vuoto in mano. Sempre su Haaretz, nel giugno 2025, alcuni soldati hanno ammesso di aver sparato su ordine contro folle disarmate che non rappresentavano una minaccia. «È un campo di sterminio», ha detto uno. «La nostra forma di comunicazione sono le fucilate». Tra loro, hanno raccontato, chiamavano la cosa con il nome di un gioco da bambini, “un, due, tre, stella”. Prima ancora dei punti di distribuzione c’era stata la fame, organizzata a tavolino. Da inizio marzo 2025 Israele aveva bloccato del tutto gli aiuti, e nel giro di due mesi le scorte si erano esaurite. I medici, che portano con sé il minimo indispensabile, si sono visti sequestrare al confine perfino il latte in polvere per neonati. Sarmad Tamimi, chirurgo plastico britannico, avvertito dai colleghi, ha tolto gli integratori dalle scatole e ha nascosto nel bagaglio solo le bustine. Victoria Rose, anche lei chirurga plastica, dice di non capire perché si sottragga il latte ai medici e perché la metà di loro venga respinta al valico. Mimi Syed ha fatto passare due laringoscopi sotto i vestiti, strumenti che di norma si gettano dopo un uso solo e che lì ha riutilizzato su almeno cinquanta pazienti, pulendoli tra l’uno e l’altro. Tra i corpi devastati dalle esplosioni arrivavano poi pazienti con lesioni minime e condizioni gravissime, colpiti da cubetti o cilindretti di metallo di pochi millimetri, talmente piccoli che a volte mancava perfino il foro d’ingresso. Dentro il corpo facevano disastri, perforavano gli organi e provocavano emorragie interne mortali, quando non costringevano all’amputazione. Perlmutter dice di averne operati almeno dieci, e di aver portato due di quei pezzi fuori da Gaza nel bagaglio, per consegnarli alla Corte penale internazionale. Sono di tungsteno, un metallo molto denso, quasi il doppio dell’acciaio, pensato per massimizzare le perdite e cieco alla differenza tra un combattente e un bambino. Amnesty International accusa da tempo Israele di servirsene. L’esercito israeliano nega in blocco. La storia del latte sequestrato sarebbe del tutto falsa, e dal 19 maggio 2025 sarebbero entrate nella Striscia circa cinquemila tonnellate di latte per neonati. Le armi a scaglie metalliche sarebbero una menzogna priva di fondamento. E i civili, assicura il comando, non vengono mai presi di mira di proposito. LA CONTA CHE MANCA L’inchiesta olandese non arrivò isolata. Già il 9 ottobre 2024 il New York Times aveva pubblicato la testimonianza di sessantacinque tra medici, infermieri e paramedici americani passati da Gaza, raccolta dallo stesso Sidhwa. Più di quaranta di loro dichiaravano di aver visto bambini di dodici anni o meno colpiti alla testa o al petto. Venticinque avevano visto neonati sani tornare in ospedale e morire di stenti o di infezione. Cinquantadue avevano incontrato bambini piccoli che dicevano di voler morire. Nell’agosto 2025 il servizio mondiale della BBC ha ricostruito oltre centosessanta casi di bambini colpiti dal fuoco israeliano. In novantacinque il proiettile aveva preso la testa o il petto. Dei cinquantanove casi con testimoni oculari, cinquantasette attribuivano il colpo all’esercito israeliano, due al fuoco palestinese. Le cifre stesse, su cui i difensori delle parole amano esercitarsi, dicono più di quanto vorrebbero. Le autorità sanitarie di Gaza parlavano, nel settembre 2025, di oltre sessantaquattromila morti, quasi ventimila bambini. Israele contesta quei dati attribuendoli a un ministero controllato da Hamas. Uno studio pubblicato su The Lancet all’inizio del 2025, condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine con un metodo statistico di cattura e ricattura, ha stimato per i soli morti da trauma, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2024, una cifra superiore del quarantuno per cento a quella ufficiale, sessantaquattromila contro trentottomila, e quasi sei vittime su dieci erano donne e minori, oppure anziani. La conta vera supera quella ufficiale, e di molto. A giugno 2026, mentre scrivo, il totale ha passato i settantaduemila, con oltre centosettantamila persone colpite, e continua a salire anche dopo la tregua annunciata nell’ottobre 2025, ovviamente questi sono i dati e sappiamo bene tutti che tra corpi sotto le macerie, corpi seppelliti senza passare dagli ospedali (che una volta morti non servono più) e morti indirette la conta fra qualche anno si farà in termini di centinaia di migliaia. LA LINGUA DEI NEGAZIONISTI Le cifre si prestano alla lite infinita. Il nodo sta altrove, nel modo in cui una società guarda l’atrocità mentre accade e sceglie di chiamarla in un altro modo. Il sociologo Stanley Cohen, che ne fece un oggetto di studio, descriveva un negare capace di cambiare maschera. A volte sostiene che il fatto è inventato. Altrove lo concede e lo ribattezza, operazione difensiva oppure errore isolato. Nella forma più sottile riconosce tutto e si chiama fuori, la colpa è di altri, oppure la cosa in fondo si spiega. I difensori delle parole stanno nella maniera di mezzo. Concedono i morti, ammettono a volte anche i bambini, e si trincerano dietro la definizione, come se nominare con esattezza fosse un favore da centellinare al carnefice e mai alla vittima. Primo Levi, che del testimone conosceva il prezzo e l’inganno, scrisse che il sopravvissuto porta con sé una vergogna, e che la verità del campo rischiava di apparire incredibile a chi non l’aveva attraversata. Ahlia Kattan fotografa la bambina con il colpo alla tempia per una ragione che Levi avrebbe riconosciuto subito. Altrimenti nessuno le crederà. I medici di Gaza ripetono il gesto del testimone novecentesco, raccolgono prove contro l’incredulità futura, e portano addosso la stessa colpa di chi è potuto andarsene mentre gli altri restavano. Questa pallottola ha attraversato la gamba di un bambino, che ha dovuto essere amputata. LA PAROLA E IL DIRITTO Intanto le istituzioni si muovono, con la consueta lentezza. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia, investita del caso aperto dal Sudafrica, ha ritenuto plausibile il rischio di atti vietati dalla Convenzione sul genocidio, e ha ordinato a Israele misure cautelari per prevenirli. Il merito è ancora aperto. Il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele commette genocidio nella Striscia, riscontrando quattro dei cinque atti elencati dalla Convenzione e ravvisando l’intento genocidario nelle dichiarazioni dei vertici politici e militari. Pochi giorni prima, il 31 agosto, l’International Association of Genocide Scholars, la maggiore associazione mondiale di studiosi del tema, aveva approvato con l’ottantasei per cento dei votanti una risoluzione che al caso di Gaza dà il nome di genocidio. Amnesty International era giunta alla stessa conclusione già nel dicembre 2024. La posizione dei difensori delle parole si fa, mese dopo mese, più solitaria. E torna il punto dell’intenzione, il loro ultimo fortino. Provare il dolo specifico è arduo per definizione, perché chiede di leggere dentro la testa di chi ordina e di chi esegue. La medicina offre una via laterale a quella lettura. Un proiettile solo, di calibro militare, sparato da centinaia di metri, conficcato nel cranio sottile di un bambino il cui corpo resta intatto, racconta una scelta deliberata. La scelta di mirare. Ripetuta centoquattordici volte nei conti prudenti di diciassette medici, e moltiplicata per i bambini morti sul colpo che in ospedale non sono mai arrivati, quella scelta può essere profilata come un metodo, l’esatto contrario del caso. Le testimonianze dei soldati lo confermano dall’interno. L’organizzazione israeliana di veterani Breaking the Silence, nel suo rapporto sulla fascia di sicurezza, riporta l’ordine impartito a chi presidiava il perimetro. «Maschio adulto, uccidere». LA COLPA DEI VIVI Il 28 maggio 2025 Feroze Sidhwa ha parlato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Giacca grigia e cravatta verde, con l’indice che seguiva il testo sul foglio. «Parlo da medico, e testimonio la distruzione deliberata di un sistema sanitario e la cancellazione di un popolo». In cinque settimane a Gaza, ha detto, davanti a sé aveva avuto soltanto civili, mai un combattente. Ha raccontato dei suoi pazienti di sei anni con le schegge nel cuore e i proiettili nel cervello, e delle donne incinte con il bacino dilaniato. Più tardi avrebbe confidato al De Volkskrant che il discorso, in origine, era più severo, e che un amico fidato lo aveva convinto ad ammorbidirlo per restare dentro le convenzioni diplomatiche. Lo stesso peso lo aveva sentito Nizam Mamode nell’autunno 2024, davanti a una commissione del Parlamento britannico, mentre raccontava di bambini lasciati a terra dopo un bombardamento e poi colpiti dai droni armati, giorno dopo giorno. A un certo punto si interrompe. Chiude gli occhi. Il labbro gli cede. La presidente riempie il silenzio. «Lo so, perché ciò che si è visto non si può cancellare». Iscritto ai laburisti da quasi trent’anni, Mamode ha stracciato la tessera. «Mi vergogno del nostro governo. Ha un obbligo morale di agire, e non dà segno di volerlo fare. Un giorno sarà giudicato severamente». Quando Israele ruppe la tregua, all’alba del 18 marzo 2025, i corridoi del Nasser si riempirono in poche ore di morti e di colpiti. Sidhwa cominciò il turno dichiarando deceduti dei bambini piccoli. «Il peggio è che la maggior parte non lo era ancora. Il cuore batteva. Ma li prendevamo e li consegnavamo a un familiare». Una sola parola araba aveva imparato, khalas, basta. Significava che il bambino andava portato in un’altra parte dell’ospedale, a morire, perché i medici potessero curare gli altri. Quella stessa notte ricorda la prima bambina che riuscì a salvare, cinque anni, si chiamava Sham. Le sedeva accanto sul pavimento e provava ad aiutarla a respirare, con una scheggia che le aveva attraversato il cervello e un filo di sangue che ne usciva. In mezzo al caos, ai lamenti dei bambini intorno, gli venne in mente una cosa sola. «Quella scheggia l’ho pagata io? È stato il mio vicino di casa? A quale americano posso scrivere per dirgli che la sua granata è stata ritrovata?» Resta la domanda da cui sono partita, perché di tutto questo, da noi, si sia parlato così poco e così male. Le prove ci sono da tempo. Le radiografie mostrano il proiettile dentro il cranio. I medici legali sanno distinguerlo dalla scheggia. Si sono espresse redazioni che tra loro non si parlano, il New York Times e la BBC accanto al De Volkskrant. E perfino i soldati hanno confessato, sulla stampa del loro stesso paese. Mancava la volontà di guardare. I difensori delle parole hanno avuto buon gioco a disquisire di lessico finché il lessico restava astratto. Un colpo solo, alla tempia di un bambino di nemmeno due anni, sparato da lontano da chi sa bene di mirare a una testa piccola, alla discussione toglie la sua astrazione. La parola giusta esiste già. Resta il coraggio di pronunciarla, e di reggere lo sguardo dei medici che sono tornati per dircelo. Le testimonianze e le immagini provengono dall’inchiesta di Maud Effting e Willem Feenstra, «Wat de wonden vertellen», De Volkskrant, 13 settembre 2025. I riscontri incrociati derivano dalle inchieste del New York Times (ottobre 2024), del servizio mondiale della BBC (agosto 2025), dallo studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine pubblicato su The Lancet, dalle inchieste di Haaretz e dai rapporti di Breaking the Silence, Commissione d’inchiesta dell’Onu e di Amnesty International.
L’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese si stringe attorno alla famiglia del piccolo Sam, assassinato dal terrore israeliano
Firenze, 6 giugno 2026   Fra le tante notizie di orribili crimini perpetuati dai soldati e dai coloni israeliani contro la popolazione palestinese e libanese, notizie che purtroppo ci giungono quotidianatamente, oggi siamo particolarmente addolorati e sconvolti dall’omicidio del piccolo Sam, di appena 7 mesi, avvenuto ieri sera nei pressi di Hebron, in Cisgiordania. Sam è il nipote del dottor Nidal Salameh, fondatore del centro medico Al-Sadaqa a Betlemme, con cui la nostra associazione ha collaborato per molti anni. Questo ennesimo episodio di violenza gratuita e spaventosa dimostra una volta di più il totale disprezzo nei confronti della vita palestinese da parte dello stato occupante israeliano, che in nome di una folle e criminale ideologia identitaria invoca la sicurezza di un gruppo per giustificare qualunque crimine contro l’altrui umanità.  L’ Associazione esprime la sua vicinanza e il più sentito cordoglio alla famiglia di Sam; a sua mamma Dania, rimasta ferita dallo stesso proiettile che ha ucciso il figlio che teneva in braccio, al padre Fahad ugualmente ferito nell’attacco, e si stringe in un forte abbraccio al dottor Nidal.   i soci dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, Firenze
Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco
La Redazione de l'AntiDiplomatico  26 Maggio 2026 L'Italia si colloca al centro di un delicato cortocircuito politico e diplomatico nel quadro della complessa rete globale di forniture militari dirette a Israele. Nonostante i severi ammonimenti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e le rassicurazioni ufficiali di Roma circa una sospensione "temporanea" delle spedizioni belliche — scattata sulla scia delle decisioni della Francia di Macron — i dati doganali emersi dall'inchiesta di Al Jazeera aprono uno scenario differente. Secondo i registri dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), dopo l'annuncio dello stop formale l'Italia ha registrato ben 33 ulteriori spedizioni militari verso Tel Aviv, proseguite fino alla vigilia del cessate il fuoco dell'ottobre 2025 per un valore di 1,4 milioni di dollari. Un dato che porta il bilancio complessivo del supporto bellico italiano durante il conflitto a 6,6 milioni di dollari suddivisi in 98 carichi. Se da un lato il governo difende il proprio operato adducendo un approccio "particolarmente restrittivo" basato su un rigido sistema di controllo preventivo a doppio livello, dall'altro la presenza di forniture attive inserisce Roma nella lista delle 51 nazioni finite sotto la lente degli osservatori internazionali. La difesa ufficiale si muove sul filo del rasoio giuridico: la revoca cautelare ha riguardato solo i materiali per munizioni navali da test, mentre le restanti licenze pre-esistenti sono rimaste intatte poiché ritenute inidonee all'uso contro i civili. Eppure, in un momento in cui le Nazioni Unite configurano il trasferimento di equipaggiamenti come una potenziale complicità in violazioni del diritto internazionale, la posizione italiana evidenzia lo scarto tra la retorica della distensione e la rigidità dei contratti industriali già in essere. Dunque, nonostante la sentenza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sulla prevenzione del genocidio a Gaza, il flusso globale di armamenti verso Tel Aviv non si è mai fermato. Un'estesa e dettagliata inchiesta di Al-Jazeera, pubblicata il 23 maggio, ha rivelato che prodotti di livello militare provenienti da almeno 51 Paesi e territori autonomi hanno continuato a entrare in Israele, bypassando di fatto i moniti del tribunale dell'Aia. Nel gennaio 2024, la Corte delle Nazioni Unite aveva ordinato a Israele di adottare con urgenza tutte le misure necessarie per prevenire atti genocidari all'interno della Striscia. A quel punto, l'offensiva militare aveva già provocato la morte di oltre 26.000 palestinesi, in massima parte donne e bambini. Tuttavia, secondo quanto emerso dal rapporto di Al-Jazeera, i Paesi di tutto il mondo hanno continuato a fornire armi e assistenza militare all'esercito israeliano. I dati doganali: l'impennata delle importazioni dopo la sentenza Incrociando i dati ufficiali sulle importazioni dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), i registri doganali e le richieste formali di accesso agli atti, l'[^1] l'inchiesta di Al-Jazeera ha tracciato spedizioni di materiali bellici da ogni continente: Europa, Asia, Nord America e Sud America. Il dato più controverso riguarda il coinvolgimento diretto di numerose nazioni firmatarie della stessa Convenzione sul genocidio. In diversi casi, i trasferimenti sono partiti da Stati che avevano annunciato pubblicamente un embargo totale o una sospensione parziale delle licenze di esportazione verso Israele. I dati dell'ITA evidenziano come la domanda israeliana di armi – in particolare di munizionamento pesante – sia cresciuta esponenzialmente proprio all'indomani del pronunciamento della CIG. I numeri complessivi delineano uno scenario industriale imponente: tra ottobre 2023 e ottobre 2025, Israele ha ricevuto 2.603 carichi di materiale militare per un valore complessivo di 885 milioni di dollari. Di questo ammontare, ben 805 milioni di dollari sono transitati dopo il vincolo giuridico imposto nel gennaio 2024. Il materiale catalogato include munizioni d'artiglieria, cariche explosive, sistemi d'arma e componenti strutturali per veicoli blindati. Il nodo del diritto internazionale e l'ipotesi di complicità La continuità di questa catena di approvvigionamento solleva pesanti interrogativi di natura giuridica e penale sul piano internazionale. "Vi sono ampie e documentate prove del fatto che gli Stati che continuano ad armare Israele potrebbero essere ritenuti complici di crimini internazionali, inclusi crimini di guerra e crimini contro l'umanità", avverte Stephen Humphreys, professore di diritto internazionale presso la London School of Economics. Secondo gli esperti, nemmeno l'accordo di cessate il fuoco siglato nell'ottobre del 2025 ha modificato la responsabilità legale dei Paesi fornitori. Gerhard Kemp, docente di diritto penale all'Università dell'Inghilterra occidentale, sottolinea che anche dopo la tregua formale le forze israeliane hanno proseguito le operazioni letali contro i civili a Gaza, perpetuando condizioni di vita atte a distruggere il gruppo sociale. Un bilancio umanitario drammatico che ha ormai superato la soglia dei 72.000 morti ufficiali, a cui si aggiungono decine di migliaia di dispersi ancora sepolti sotto le macerie. Italia e le armi a Israele A pochi giorni dall’annuncio di Macron, anche Roma ha dichiarato di aver sospeso le spedizioni di equipaggiamento militare legato alla guerra genocida contro Gaza, definendo la misura temporanea piuttosto che permanente. Tuttavia, secondo i dati dell’ITA, dopo l’annuncio della sospensione delle forniture di armi sono state registrate altre 33 spedizioni, che sono proseguite fino al mese precedente il “cessate il fuoco”. Queste importazioni da parte di Israele successive all’annuncio ammontavano a 5,1 milioni di shekel (1,4 milioni di dollari). Durante la guerra, il totale delle forniture di beni militari dall’Italia a Israele ammontava a 24 milioni di shekel (6,6 milioni di dollari) in 98 spedizioni. Il governo italiano ha dichiarato ad Al Jazeera di aver adottato un approccio “particolarmente restrittivo” alle esportazioni verso Israele, “soprattutto se confrontato con la posizione adottata da altri paesi partner, anche all’interno dell’Unione Europea”. I funzionari italiani hanno inoltre affermato che l’Italia è “tra i pochi paesi al mondo” ad “applicare un sistema di controllo preventivo a doppio livello: non solo sulle licenze di esportazione, ma – ancora prima di ciò – sulla conclusione dei contratti”. Il governo ha dichiarato che, a seguito di una revisione delle licenze approvate prima della guerra, “una licenza relativa all’esportazione di materiali per munizioni navali destinati esclusivamente a scopi dimostrativi e di collaudo è stata prima sospesa e successivamente revocata come misura precauzionale”. Tuttavia, ha aggiunto che “le restanti licenze precedentemente autorizzate non sono state sospese, poiché i materiali in questione non presentano caratteristiche che ne consentano l’uso contro la popolazione civile a Gaza, in Cisgiordania o in Libano”. Il dovere di prevenzione e i rapporti delle Nazioni Unite Il dibattito si concentra sull'interpretazione degli obblighi internationalen da parte delle cancellerie occidentali e asiatiche. "Alcuni governi adottano una lettura estremamente restrittiva del dovere di prevenire il genocidio, preferendo attendere una sentenza definitiva della CIG prima di bloccare l'export", spiega il professor Kemp. "Ma il tribunale dell'Aia impiegherà diversi anni per completare l'iter giudiziario. Gli Stati dovrebbero agire immediatamente sulla base delle prove già disponibili e dei propri ordinamenti nazionali". Se la CIG non ha ancora formulato il verdetto finale, la Commissione Internazionale Indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati si è già espressa formalmente. In un dettagliato rapporto pubblicato a settembre 2025, la Commissione ONU ha concluso che Israele "ha commesso atti di genocidio contro i palestinesi a Gaza". Il documento delle Nazioni Unite ricorda esplicitamente come lo statuto internazionale vincoli le terze parti ad adottare misure preventive immediate, specificando che il blocco dei trasferimenti di armi destinate o potenzialmente utilizzabili nelle operazioni a Gaza non è un'opzione politica, ma un preciso obbligo giuridico. Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco - IN PRIMO PIANO - L'Antidiplomatico
Quando si spengono le luci, escono i topi.
Il neonato palestinese Adam al-Ustaz riceve cure presso l'ospedale pediatrico Al-Rantisi di Gaza City dopo essere stato morso da un topo all'interno di una tenda per sfollati, il 28 marzo 2026.  Moiz Salhi APA immagini Shojaa al-Safadi, Electronic Intifada , 19 maggio 2026 Circa due mesi fa, io e la mia famiglia siamo tornati a casa nel nostro appartamento in via Tal al-Hawa a Gaza City dopo una giornata trascorsa a far visita ai parenti. L'appartamento era illuminato solo da una piccola lampada a batteria che proiettava una luce fioca nell'ambiente. Più tardi quella sera, quando sono andato in bagno per lavarmi, ho aperto la porta e ho visto un grosso topo, lungo circa 12 centimetri, che mi fissava da dietro il lavandino. Ho chiuso subito la porta dietro di me e l'ho ucciso con un piccolo secchio. C'era del sangue sul pavimento. Ho messo il corpo in un sacco di plastica e ho pulito le piastrelle con candeggina diluita, l'unico disinfettante che avevamo. A pochi metri di distanza, nostro figlio di due mesi, Amjad, dormiva. È arrivato dopo quasi 16 anni di attesa. Quella notte, iniziarono i rumori. Graffi dietro le pareti, fruscii nel soffitto. Qualcosa di vivo, qualcosa laggiù. Quella notte io e mia moglie non abbiamo dormito, e nelle notti successive ci davamo il cambio per restare svegli e controllare se ci fossero roditori. La mattina seguente mi sono recato al mercato di al-Zawiya, nella Gaza centrale, per cercare del veleno. Il mercato dista 5 chilometri da casa nostra e ho percorso metà del tragitto a piedi perché è molto difficile trovare un mezzo di trasporto . Il mercato che ricordo, però, non esiste più. La maggior parte dei negozi originali e degli stretti vicoli coperti sono stati gravemente danneggiati o ridotti in macerie. Le acque reflue scorrono per le strade e le mosche volteggiano sopra l'acqua stagnante. Al posto dei negozi, sono sorte bancarelle improvvisate fatte di casse e teli di plastica; invece di file ordinate, il mercato ora è composto da gruppi sparsi di venditori. Alcune bancarelle sono allestite accanto o addirittura all'interno delle tende dove vivono le famiglie sfollate. Un venditore, che ha chiesto di essere identificato solo con le sue iniziali, MH, mi ha venduto una bustina da 10 grammi di veleno per circa 7 dollari. Ha affermato che i veleni più efficaci sono bloccati da Israele. "Quello che vendiamo ora proviene da magazzini danneggiati", ha affermato. Una volta esaurite le scorte, non ci saranno alternative. "Le famiglie stanno comprando quello che è disponibile a un prezzo quattro volte superiore a quello precedente", ha affermato. Ho portato il veleno a casa, l'ho mescolato con una scatoletta di sardine e l'ho posizionato vicino alle aperture nei nostri muri. Per due giorni, i topi sono scomparsi. Poi sono tornati. Acquistare delle macerie In arabo c'è un proverbio: Molte cause, una sola morte. A Gaza siamo testimoni di queste molteplici cause di morte: raid aerei, fame e acqua contaminata, solo per citarne alcune. E ora, vediamo la morte imminente nei ratti che si muovono nell'oscurità verso i bambini addormentati. Escono quando la batteria della lampada si scarica e l'appartamento piomba nel buio. Escono quando non ci siamo. È in quei momenti che si sentono al sicuro. Il nostro condominio in via Tal al-Hawa è stato bombardato appena una settimana prima del cosiddetto cessate il fuoco, nell'ottobre del 2025. Israele ha bombardato i tre piani superiori dell'edificio, mentre i tre piani inferiori hanno subito danni parziali. Ci troviamo al terzo piano e nel nostro appartamento mancano alcune pareti, l'intera cucina, tutte le finestre e le porte e gran parte dei mobili. Enormi cumuli di macerie ci circondano da ogni lato, ed è qui che vivono i topi. Proteggere il nostro appartamento dai topi sarebbe un'impresa titanica. Poiché il veleno non sortiva l'effetto desiderato, ho cercato personalmente, con l'aiuto di amici, dei materiali edili per riparare e sigillare tutte le aperture presenti in casa nostra. Tuttavia, dato il blocco israeliano sui materiali necessari per riparare o isolare le case – cemento, legname e altri materiali a “ duplice uso ” – non è risultata un'impresa facile. Tutti i materiali devono essere reperiti attraverso canali non ufficiali, quindi i vicini si scambiano clandestinamente cemento e blocchi di cemento, recuperando il possibile dai muri crollati e dalle case bombardate. Il mio amico Islam Bakr, di 55 anni, mi ha aiutato a cercare materiali per giorni. Anche il suo palazzo di sette piani, con 30 appartamenti, nel quartiere al-Daraj di Gaza City, ha subito danni a causa dei bombardamenti israeliani. Il vano scale è crepato e parti dei piani superiori rimangono esposte dopo i bombardamenti nelle vicinanze. Mentre cercavamo materiali da costruzione, mi ha raccontato di come i topi avessero invaso le scorte alimentari della sua famiglia: farina, riso, formaggio, lievito e legumi secchi. Si tratta di cibo che la famiglia aveva ottenuto dai camion degli aiuti umanitari e dai mercati, e che poi aveva immagazzinato perché le scorte alimentari a Gaza sono scarse e instabili. I topi hanno rosicchiato le loro scorte, contaminando il cibo. Ha trovato  escrementi in quasi tutti i sacchi. Ha raccontato di come un bambino di quattro anni, in una tenda vicina, fosse stato morso; la famiglia ha ottenuto le cure e il bambino è guarito. Ma Islam ha aggiunto che, a quanto pare, la maggior parte delle famiglie non si rivolge a un medico a meno che le ferite non siano gravi, perché raggiungere un ospedale è già di per sé un'impresa. Più tardi, quello stesso giorno, abbiamo trovato un gruppo di persone che vendevano blocchi di cemento e mattoni recuperati da case distrutte. I blocchi erano esposti proprio in mezzo alla strada, tra cumuli di macerie. I venditori avevano pulito i blocchi da ogni residuo di cemento (in genere, un mattone pulito ha un prezzo più alto di un mattone danneggiato e sporco). Il venditore non ha voluto negoziare sul prezzo e ha aggiunto altri cinquanta centesimi per coprire i costi di trasporto. Ho comprato i blocchi di cemento usati per circa 2,50 dollari l'uno. Le condizioni ideali per i ratti L'infestazione di roditori a Gaza non è una questione legata a una singola statistica o cifra, ma alla combinazione di diversi fattori: i 57,5 milioni di tonnellate di macerie che riempiono le strade; i circa 3.000 metri cubi di rifiuti solidi che si accumulano ogni giorno; e le discariche inaccessibili e le infrastrutture di depurazione distrutte . A Gaza City, questo degrado è visibile in ogni strada, soprattutto nelle cataste di rifiuti che si accumulano ai lati. Di notte, l'odore si intensifica e peggiora ulteriormente quando i residenti bruciano la spazzatura. Macerie, rifiuti e acqua stagnante hanno creato le condizioni ideali per i roditori. Poi, di notte, si trasferiscono in case e rifugi. Il mio amico Alaa Abu Sharkh, di 45 anni, vive a Beach Camp, a pochi chilometri da casa mia. La sua famiglia si era rifugiata in una casa con il tetto di amianto. Quando Israele bombardò una moschea vicina, le pietre furono scagliate verso l'esterno e poi caddero attraverso il tetto, creando dei buchi abbastanza grandi da permettere ai topi di entrare in casa. Hanno incorniciato i fori con del legno e vi hanno steso sopra dei teli di plastica, fissandoli con del nastro adesivo e poi con un secondo strato di nastro fino a quando la plastica non ha retto bene. Finora, questo sistema ha funzionato per tenere lontani i topi. Ma il problema rimane all'esterno. Durante la notte, Alaa vede gruppi di ratti muoversi tra le macerie e i rifiuti ammassati lungo la strada, disperdersi e poi riunirsi nell'oscurità. "Non è un problema che i singoli individui possono risolvere", ha affermato Alaa. "Richiede enti [municipali] con risorse concrete." Quando si parla della crisi dei roditori, a volte la situazione può sembrare assurda: siamo sopravvissuti alle bombe di questa guerra solo per ritrovarci a vivere nel disastro che quelle bombe hanno creato. Morsi di topo nella notte Oltre l' 80% degli edifici di Gaza è stato danneggiato dai bombardamenti israeliani nell'arco di due anni e mezzo. Anche se Israele non vietasse i cosiddetti articoli a duplice uso (come i materiali da costruzione) che ci permetterebbero di riparare le nostre case e proteggerle dai roditori, quasi tutti i 2,1 milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati e molti di loro vivono in tende senza pareti da rattoppare o crepe da sigillare. All'interno delle tende, i roditori fanno parte della vita quotidiana. Per i topi, ogni rifugio è accessibile. Ho parlato al telefono con Yousef al-Ustaz dopo aver visto sui social media un video del suo figlio neonato, Adam, che era stato morso da un topo. La famiglia vive in una tenda nella zona di al-Maqousi, a ovest di Gaza City, e verso l'una di notte al-Ustaz si è svegliato sentendo il figlio piangere, cosa non insolita per un neonato. «Avvicinandomi, ho visto il sangue che copriva il viso del mio bambino e un topo che scappava dalla tenda», ha raccontato al-Ustaz a The Electronic Intifada. «In quel momento, non pensavo ad altro che a salvargli la vita». Adam è stato portato d'urgenza all'ospedale pediatrico Al-Rantisi, dove i medici hanno curato la ferita e lo hanno tenuto sotto osservazione per eventuali infezioni. Ora si sta riprendendo dal morso. Ho chiesto a mio nipote Omar al-Safadi, medico presso l'ospedale Nasser di Khan Younis e presso l'ospedale Al-Shifa di Gaza City, se stesse riscontrando un aumento dei ricoveri ospedalieri legati alla presenza di topi. Ha affermato che i centri medici di Gaza ricevono circa uno o due casi al giorno di morsi o graffi, per lo più riguardanti bambini. Alcuni sviluppano infezioni che richiedono antibiotici. "Circa il dieci per cento dei casi sviluppa infezioni che richiedono un attento monitoraggio", ha affermato Omar. "La maggior parte dei casi che abbiamo osservato è stata gestita con disinfezione e antibiotici. Ma la disponibilità irregolare dei farmaci rappresenta un ostacolo importante." E adesso? Quando sono tornato a casa, ho iniziato a riempire le crepe e i buchi da cui i topi entravano nell'appartamento. Invece di usare il cemento costoso e di scarsa qualità che si trova in commercio, ho utilizzato una miscela di calce e sabbia, lavorando a mano per riempire le fessure nei muri con i blocchi usati che avevo acquistato. E’ un metodo rudimentale, ma ha funzionato. Per ora, i topi hanno smesso di entrare. Eppure io e mia moglie dormiamo insieme in soggiorno con Amjad, circondandolo da ogni lato, nel caso in cui dovessero tornare. Ogni notte vado a dormire pensando a come non posso garantire la sicurezza di mio figlio. Siamo sopravvissuti alle bombe, allo sfollamento, alla fame, e ora perdo il sonno per colpa dei topi. Come se alla popolazione di Gaza non fosse già stato chiesto di sopportare abbastanza. Shojaa al-Safadi è uno scrittore e poeta palestinese, membro dell'Unione degli scrittori palestinesi e fondatore e direttore del Forum culturale dell'amicizia dal 2004 al 2014. https://electronicintifada.net/content/when-lights-go-out-rats-come-out/51413 Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Firenze Onlus
Gli anziani di Gaza, sopravvissuti alla Nakba, riflettono sul fatto di essere stati nuovamente sfollati da Israele, 78 anni dopo.
Foto:Ismail Atiya Nasir al-Din, 91 anni, siede tra le macerie della sua casa distrutta a Gaza, sfollato per la seconda volta nella sua vita dopo essere sopravvissuto alla Nakba del 1948. (Foto per gentile concessione dell'autore) "Ogni momento collego la mia vita ora a quegli anni dopo la Nakba," dice Fatima Ibrahim Khalfallah, 85 anni. "Questa Nakba è più terrificante, più letale, più distruttiva..." La stessa fame, sete e paura — ma moltiplicata molte volte." Di Mohamed Solaimane  15 maggio 2026  1 Ismail Atiya Nasir al-Din cammina con cautela tra le rovine della sua casa a tre piani nel quartiere Amal, nella parte occidentale di Khan Younis, le mani fragili e rugose che stringono il bastone di legno su cui si appoggia. Lentamente, si avvicina a una lastra di cemento caduta sul lato di quel poco che resta della sua casa, abbattuta dai missili israeliani nell'inverno del 2025. Sedendosi, senza fiato, alza gli occhi verso il cielo, poi sussurra versetti del Corano finché il dolore non passa abbastanza da permettergli di parlare. Ha 91 anni, è nonno di circa 150 nipoti nati da dodici figli e figlie, e riassume ancora la sua vita negli anni dell'infanzia prima del 1948, quando le milizie sioniste cacciarono lui e la sua famiglia dalla loro terra natale. Oggi condivide l'unica stanza rimasta sotto le macerie con un figlio e quattro nipoti. Conosciuto per la sua memoria, la sua eloquenza e la sua abitudine di attingere  ad un verso di una poesia o a un versetto coranico quando le parole ordinarie non bastano. Nasir al-Din vi ricorre spesso oggi, mentre celebra settantotto anni dalla Nakba in uno stato di rinnovato sfollamento. "Credevo che il dolore dello sfollamento e dell'esilio fosse finito in quei giorni e non sarebbe mai tornato," dice, la voce rotta. "Ma questo è il piano dell'occupazione fin da prima dell'istituzione di quello che chiamano Israele: ucciderci, sfollarci e conquistare la nostra patria. Gli stessi obiettivi, le stesse tragedie — separati da 78 anni." Per la generazione che è sopravvissuta  al 1948 e non ha mai lasciato Gaza, questa guerra porta con sé un peso che i palestinesi più giovani non possono condividere in pieno. Tra i 750.000 e un milione di palestinesi furono espulsi dalla loro terra natale dalle milizie sioniste e dal nuovo esercito israeliano durante la fondazione di Israele tra il 1947 ed il 1949. Molti fuggirono a Gaza, che vide la popolazione quasi triplicare con l'arrivo di rifugiati da Giaffa, Beersheba e oltre. Nasir al-Din era tra questi, e da allora vive a Gaza — attraverso l'occupazione, le guerre ripetute e un blocco ormai al diciottesimo anno. Entro ottobre 2025, le immagini satellitari di UNOSAT hanno rilevato che circa l'81 percento di tutte le strutture nella Striscia era stato danneggiato, con oltre 123.000 distrutte definitivamente. Quasi tutta la popolazione è stata sfollata, molti di loro ripetutamente. L’uomo osserva la catastrofe originaria che si ripete. Nato nell'area di Mahjar Barqal, nel distretto di Jaffa, nella Palestina storica, la sua famiglia si trasferì nel villaggio di Beshit, nel distretto di Ramla, nel 1940. Lì era un bambino e lo ricorda come un luogo di abbondanza. "Ya Allah, quanto erano belli quei giorni prima della Nakba," dice. "A casa nostra, mia madre ci preparava il bagno, ci dava da mangiare verdure e, prima di dormire, ci raccontava storie mentre ci dava uvetta, datteri e fichi secchi. La nostra casa traboccava di vita e speranza." Dice di aver vissuto la sua vita cercando di ricreare quello stesso calore per la famiglia costruita a Gaza. Ma l'occupazione glielo ha impedito.  Il primo attacco a Beshit avvenne a mezzanotte del 30 marzo 1948. I residenti reagirono con vecchi fucili e respinsero la milizia, anche se sei palestinesi furono uccisi. Un secondo attacco più feroce avvenne nella notte dell'11 maggio. Questa volta, i combattenti rimasero senza munizioni. La milizia entrò e la popolazione fuggì. "Siamo fuggiti nel villaggio vicino di Yibna per tre giorni, poi siamo tornati a Beshit per prendere del cibo, vestiti, l'asino e il carro," dice. "Poi ci siamo spostati da una zona all'altra fino a raggiungere la Striscia di Gaza il 2 novembre 1948." Elenca i villaggi che attraversarono: Yasour, al-Jaldiyya, Jisr, Samuel, Barqousiya, Dukrin, Zeita al-Khalil, Iraq al-Manshiyya, al-Faluja, al-Majdal, al-Khassas, Hirbiya. Il viaggio è durato mesi. Niente cibo per giorni interi. Mesi passati a dormire all'aperto. Sua madre metteva i loro vestiti in forno per uccidere gli insetti perché non c'era acqua per lavarli. "Mangiavamo l’erba dalla terra," dice, battendo i palmi delle mani tra loro. Il suo sguardo si perde nel vuoto, e le sue parole iniziano a tracciare i parallelismi. "La gente è stata ridotta alla fame. I bambini muoiono di fame e freddo. I roditori pullulano infestando tutto. I genitori non hanno la possibilità di dire addio ai propri cari." Accenna brevemente di aver perso un figlio e un nipote in un attacco aereo, poi si rifiuta di aggiungere altro. Ismail Atiya Nasir al-Din, 91 anni, siede tra le macerie della sua casa distrutta a Gaza, sfollato per la seconda volta nella sua vita dopo essere sopravvissuto alla Nakba del 1948. (Foto per gentile concessione dell'autore) 'Molteplici Nakba' Quando Nasir al-Din si è ritrovato di nuovo in una tenda diciotto mesi fa, sfollato da Khan Younis a Rafah e poi ad al-Mawasi prima di tornare alla sua casa in rovina, la distanza tra il 1948 e l'oggi è svanita del tutto. Ad otto mesi dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la situazione umanitaria a Gaza rimane disastrosa, con l'OCHA che segnala gravi restrizioni all'ingresso di aiuti e materiali per la ricostruzione, e l'assedio continua. Cibo, medicine e cemento — tutto rimane sotto il  controllo israeliano ai passaggi ai valichi di frontiera. "Sono stato colpito da uno shock che non ha più abbandonato la mia mente o il mio cuore», racconta. "Ho iniziato a ricordare quella tenda in cui vivevamo nel 1950 e 1951. È la stessa tenda. Lo stesso nemico che ci ha espulsi. Ma il dolore materiale e psicologico è molte volte più grande." Il ministro dell'Agricoltura israeliano Avi Dichter ha dichiarato nel novembre 2023 che la guerra si sarebbe conclusa con una "Nakba di Gaza 2023." Per Nasir al-Din, non era necessaria alcuna dichiarazione ufficiale per dare un nome a ciò che stava vivendo. "Abbiamo chiamato Nakba ciò che ci è successo nel 1948," dice. "Ma per quello che abbiamo vissuto in questa guerra — nessuna parola è sufficiente. Forse è Nakba, al plurale. Qualcosa di peggiore e più terribile di qualsiasi cosa sia successa nell'anno della Nakba." Ha terminato gli studi a Khan Younis nel 1955 ed è diventato insegnante, uno dei dozzine di studenti che condividevano un unico libro di testo, camminando quindici chilometri per prenderlo in prestito da un compagno di classe. "Tutti si aggrappavano alla vita e all'istruzione," racconta. "Non avevamo nessuna delle necessità primarie, eppure studiamo. Le stesse scene si stanno ripetendo adesso. I bambini vanno a scuola sotto i bombardamenti. Gli studenti delle scuole superiori sostengono gli esami in tende o aule distrutte, li superano e vanno all'università." "In tutta la mia vita, non ho dimenticato il mio villaggio, Beshit," dice. "I miei figli e nipoti ne conoscono ogni dettaglio. Siamo fuggiti allora e fuggiamo adesso — non per abbandonare la nostra patria, ma per sfuggire alla morte. Non ce ne andremo, qualunque cosa accada». 'Più spaventoso. Più letale.' A poche strade di distanza, nel quartiere di Katiba nel centro di Khan Younis, Fatima Ibrahim Khalfallah, 85 anni, siede su una piccola roccia accanto a un camino freddo all'esterno di un rifugio improvvisato di lamiera ondulata e tela piantato sopra le macerie della sua casa distrutta. Non accende il fuoco da giorni. Non c'è legna, non ci sono verdure, non c'è carne. Mangia qualunque cosa offra una cucina di beneficenza, quando capita. Gira la cenere con un piccolo bastone. Khalfallah aveva otto anni quando milizie sioniste ebraiche armate costrinsero la sua famiglia a lasciare Beersheba nel 1948. "Sono venuti e ci hanno fatto andare via," dice, con la semplice e lenta cadenza del suo dialetto beduino. "Hanno detto: andate dal re Farouk. Siamo stati costretti a lasciare le nostre case per paura della morte," ricorda, riferendosi al monarca egiziano che all'epoca si presentava come difensore dei palestinesi contro le milizie sioniste. Khalfallah ricorda come lei e la sua famiglia vivessero semplicemente: una tenda di pelo di capra, due pecore, un cammello, un asino, grano, orzo e cipolle provenienti dai loro campi. Tutto lasciato alle spalle. Fatima Ibrahim Khalfallah, 85 anni, sopravvissuta alla Nakba, ora vive in una tenda a Gaza, sfollata per la seconda volta nella sua vita, maggio 2026. (Foto per gentile concessione dell'autore) È cresciuta come rifugiata a Gaza, iniziando la vita in tende fatiscenti prima di stabilirsi infine a Khan Younis e costruire una casa di cinque stanze e 170 metri quadrati. Non è mai andata a scuola e scandisce il tempo non attraverso gli anni ma attraverso gli eventi: aveva otto anni quando arrivò la Nakba; il figlio maggiore è nato l'anno prima dell'occupazione israeliana di Gaza. Ora due dei suoi figli non sposati vivono con lei nel rifugio improvvisato: Amal, quarantasette anni, e Jamal, che soffre di una grave malattia neurologica. Gli altri quattro figli sono dispersi. Gira la testa per piangere prima che le parole arrivino: "È possibile che la mia vita sia iniziata in una tenda e finisca in una tenda? La nostra Nakba non si è abbattuta su nessun altro popolo sulla terra. Dobbiamo pagare due volte per essere palestinesi — dal 1948 ad oggi?" Fatima Ibrahim Khalfallah, 85 anni, una sopravvissuta alla Nakba, ora vive in una tenda a Gaza, sfollata per la seconda volta nella sua vita, maggio 2026. (Foto per gentile concessione dell'autore) Il parallelismo che traccia è preciso, non retorico. "Ogni momento collego la mia vita a quegli anni dopo la Nakba — dormire all'aperto, mangiare quando appariva il cibo, avere fame la maggior parte del tempo, finché alla fine è arrivata una tenda. Lo stesso scenario si è ripetuto durante questa guerra." Ha da tempo abbandonato il sogno di tornare a Beersheba. Il suo sogno ora è più piccolo e disperato: restare nella tenda che ha piantato sulle rovine della sua casa, e non essere costretta a trasferirsi di nuovo. È stata sfollata quattro volte da ottobre 2023. Fa una pausa, poi aggiunge: «Questa Nakba è più terrificante, più letale, più distruttiva. La stessa forma di sfollamento, la stessa fame, sete e paura — ma moltiplicate molte volte». Mohamed Solaimane Mohamed Solaimane è un giornalista che vive a Gaza. I suoi articoli sono pubblicati su testate internazionali come Drop Site News, The Nation, El Pais e molte altre. Ha conseguito un dottorato di ricerca,  completando gli studi dalla sua tenda ad al-Mawasi. https://mondoweiss.net/2026/05/same-goals-same-tragedies-separated-by-78-years-gaza-elders-who-survived-the-nakba-on-being-displaced-by-israel-again/ Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Firenze Onlus
LIBERTÀ PER MARWAN BARGHOUTI E TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI - Iniziativa e pranzo popolare di raccolta fondi con Arab Barghouti
  Iniziativa e pranzo popolare di raccolta fondi con Arab Barghouti, figlio di Marwan!   Sabato 30 Maggio 2026 Nelson Mandela Forum, Firenze   Vi ricordiamo l'importanza di prenotarsi e far prenotare il prima possibile per il pranzo di raccolta fondi del 30 maggio con messaggi WhatsApp al 3920689259.   10:00 - 12:30 Intervento di Arab Barghouti e dei rappresentanti istituzionali 12:30 Pranzo popolare di raccolta fondi Prenotazione obbligatoria al 392 0689259 Offerta minima 20€ Tutto il ricavato andrà a sostenere la Campagna Internazionale per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi Marwan Barghouti è una delle figure più rappresentative della resistenza palestinese. Barghouti è stato rapito 24 anni fa dall’IDF in territorio palestinese. Pochi giorni fa sono arrivate notizie gravissime sul suo stato di detenzione. Oggi, per B’tselem, sono 10.914 i palestinesi prigionieri nei centri di detenzione e interrogazione israeliani o nelle prigioni israeliane, in condizioni degradanti e inumane. Da pochi giorni si sono aggiunti anche Thiago e Saif, membri della Flotilla solidale che sta cercando di rompere l’assedio di Gaza. Sabato 30 maggio avremo con noi Arab Barghouti, figlio di Marwan, e sarà l’occasione per poter sapere direttamente dalla sua voce quale sia la situazione in Palestina e quali azioni possiamo portare avanti per la liberazione dei prigionieri palestinesi. Per la liberazione incondizionata di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi! L’iniziativa è promossa dalla Campagna per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi, dalla Rete degli Enti Locali per i diritti del popolo palestinese e dal Nelson Mandela Forum.
Palestinesi fuori, lavoratori stranieri dentro: come Israele sta rimodellando la sua forza lavoro
Foto: La polizia di frontiera israeliana ferma alcuni palestinesi che avevano tentato di entrare illegalmente in Israele dopo essersi nascosti in un furgone a un checkpoint a nord di Gerusalemme, il 30 marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) Da tempo pilastro dell'economia israeliana a bassi salari, i palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza sono stati tagliati fuori a partire dal 7 ottobre - sostituiti da un afflusso di lavoratori migranti in condizioni di estrema precarietà. Di Charlotte Ritz-Jack e Dana Mills , 6 maggio 2026 Il portellone posteriore di un camion della spazzatura si apre lentamente. All'interno, circa 70 uomini palestinesi sono stipati l'uno accanto all'altro, i loro occhi faticano ad abituarsi alla luce dopo quello che sembra essere stato un viaggio soffocante. Si riparano gli occhi mentre le torce illuminano i loro volti. Gli agenti di polizia israeliani puntano i fucili contro di loro da distanza ravvicinata e urlano ordini, inducendo alcuni uomini ad alzare istintivamente le mani. Uno a uno, vengono tirati fuori dal camion, con un braccio bloccato dietro la schiena, e portati via in stato di fermo . Il video di quasi 10 minuti diffuso dalla polizia israeliana il 13 aprile, poco dopo l'intercettazione del veicolo sull'autostrada che collega l'area metropolitana di Tel Aviv alla Cisgiordania occupata, mostra le conseguenze del tentativo di attraversamento del confine con Israele da parte di lavoratori palestinesi senza permessi. Trattati come se fossero pericolosi terroristi, questi uomini non desideravano altro che guadagnarsi da vivere per poter mantenere le proprie famiglie.  Per decenni, l'occupazione nei settori a basso salario all'interno di Israele, in particolare nell'edilizia, nell'agricoltura e in altre forme di lavoro manuale, è stato un pilastro del sostentamento dei palestinesi nei territori occupati, dove la repressione israeliana dell'economia mantiene bassi i salari e alta la disoccupazione. Prima del 7 ottobre 2023, questi lavoratori immettevano circa 380 milioni di dollari al mese nei mercati locali. In alcune città della Cisgiordania, oltre il 90% degli uomini dipendeva da un lavoro all'interno di Israele. Oggi, queste opportunità sono praticamente scomparse . Dopo il 7 ottobre, a oltre 200.000 palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza – tra cui 150.000 titolari di permessi dalla Cisgiordania, circa 50.000 senza permesso e 18.500 da Gaza – è stato impedito l'ingresso in Israele, ufficialmente per "motivi di sicurezza". Di fatto, la guerra a Gaza ha fornito allo Stato israeliano l'impulso per ridurre significativamente la sua dipendenza di lunga data dalla manodopera palestinese, segnando un cambiamento decisivo nell'equilibrio decennale tra l'imperativo ideologico di escludere i lavoratori palestinesi e il loro ruolo essenziale nello sviluppo economico di Israele. Agenti della polizia di frontiera israeliana fermano alcuni palestinesi che hanno tentato di entrare illegalmente in Israele per lavorare, dopo essersi nascosti all'interno di un camion della spazzatura, al checkpoint di Al-Za'im, Gerusalemme, 23 marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) Un equilibrio precario “Prima della guerra, l'inclusione dei lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro era nell'interesse economico di Israele”, ha dichiarato a +972 Magazine Maayan Niezna, esperta legale che monitora l'utilizzo della manodopera migrante da parte di Israele. “Ma faceva anche parte del progetto politico dell'occupazione, creando dipendenza e al contempo 'contenendo' il rischio di resistenza attraverso la garanzia di un certo grado di stabilità economica”. A tal fine, quando Israele iniziò l'occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza nel 1967, cominciò presto a concedere permessi ai palestinesi che desideravano lavorare in Israele, dando inizio a una politica definita " inclusione controllata". Tra il 1968 e il 1973, il numero di palestinesi che lavoravano in Israele aumentò di oltre il 38% all'anno. In risposta alla Prima Intifada, iniziata alla fine degli anni '80, tuttavia, Israele impose un rigido regime di permessi che limitò l'accesso dei palestinesi al suo mercato del lavoro e iniziò a sostituire quei lavoratori con manodopera migrante.  I lavoratori thailandesi venivano impiegati nel settore agricolo, mentre i lavoratori cinesi e indiani erano reclutati per l'edilizia e i filippini per il lavoro di cura. Nel 2000, allo scoppio della Seconda Intifada, circa 240.000 lavoratori migranti, sia regolari che irregolari, rappresentavano circa il 10% della forza lavoro israeliana. Ma l'economia andava male: nel 2002 registrò la sua peggiore performance dal 1953. Con il suprematismo ebraico e il razzismo che si manifestavano sempre più apertamente nella politica israeliana, il governo iniziò a addossare la colpa della recessione ai lavoratori stranieri, accusandoli dell'aumento della disoccupazione e di "minare la natura ebraica dello Stato a causa dei matrimoni misti". Nel 2002, l'allora Primo Ministro Ariel Sharon lanciò una campagna di deportazioni di massa contro i lavoratori migranti. Le autorità reclutarono informatori che lasciarono segni visibili sulle porte dei lavoratori stranieri nel tentativo di disgregare intenzionalmente le comunità di migranti. Circa 40.000 persone furono deportate e circa il doppio fu costretto con la forza ad andarsene di propria iniziativa.  Agenti della polizia di immigrazione arrestano lavoratori migranti in un appartamento, scatenando una protesta contro le deportazioni nel parco Levinsky di Tel Aviv, il 1° agosto 2009. (Shachaf Polakow/ActiveStills) Tra il 2010 e l'inizio del 2020, Israele ha riaperto progressivamente le sue frontiere ai lavoratori stranieri, in particolare nei settori dell'agricoltura, dell'edilizia e dell'assistenza domiciliare. Nei primi due settori, i lavoratori stranieri hanno di fatto sostituito i lavoratori palestinesi, mentre nel terzo si è creata una nuova nicchia ( le quote governative hanno regolamentato la manodopera straniera in agricoltura e nell'edilizia, limitandola a circa 30.000 unità per settore, mentre per l'assistenza domiciliare non vi è alcun limite).  Sebbene l'occupazione palestinese in Israele abbia continuato ad aumentare negli anni precedenti al 7 ottobre — con oltre il 20% dei palestinesi nei territori occupati impiegati in Israele entro il 2022, rispetto al 13% del 2020 — il loro impiego è rimasto fortemente controllato: concentrato in settori di basso livello, dipendente da sistemi di permessi instabili e dalla sponsorizzazione dei datori di lavoro, e spesso informale o non regolamentato, con scarse possibilità di ricorso contro lo sfruttamento. Poi è arrivato il 7 ottobre. Quasi da un giorno all'altro, centinaia di migliaia di lavoratori palestinesi hanno perso il lavoro a causa della revoca dei permessi d'ingresso . Migliaia di abitanti di Gaza, un tempo la spina dorsale di questa forza lavoro, sono stati  arrestati o rimasti bloccati in Cisgiordania. Nei mesi successivi, l'edilizia residenziale in Israele è crollata del 95%, mentre la produzione agricola è diminuita dell'80%. Le "preoccupazioni per la sicurezza" addotte da Israele per giustificare la decisione – secondo cui i lavoratori potrebbero sfruttare il loro accesso per aiutare Hamas nella guerra – non reggono a un esame più approfondito. Ricerche condotte da istituzioni legate all'apparato di sicurezza israeliano, come l'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), indicano che i lavoratori palestinesi in possesso di permessi non sono quasi mai coinvolti in attività militanti, nemmeno il 7 ottobre. «È una forma di punizione collettiva», ha affermato Niezna. «Vietare l'ingresso ai lavoratori palestinesi non ha senso dal punto di vista della sicurezza; ha senso solo nell'ambito di un progetto politico di occupazione e annessione ». Nel contesto della violenza dei coloni in Cisgiordania e del genocidio a Gaza, ha ragionato Niezna, indebolire l'economia palestinese ha lo scopo di soffocare gli ultimi barlumi di autosufficienza e autonomia politica palestinese.  "I migranti vengono accolti come lavoratori, non come esseri umani". Sebbene gli sforzi per porre fine alla dipendenza dalla manodopera palestinese precedano di gran lunga l'attuale governo israeliano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich è emerso come figura centrale nella loro accelerazione. Approfittando della guerra, il suo ministero ha accelerato le riforme del lavoro di stampo neoliberista, allentando le normative e scaricando i costi maggiori sui lavoratori migranti e sui pochi lavoratori palestinesi rimasti, che godono di un accesso limitato alle tutele legali e sociali contro gli abusi. «Abbiamo ridotto la regolamentazione», si è vantato Smotrich in un annuncio del 2024 che promuoveva politiche per espandere il reclutamento di manodopera straniera. «[Abbiamo] fatto entrare nel Paese oltre 20.000 lavoratori stranieri dall'inizio della guerra di Gaza». Lo stesso annuncio delineava i piani per reclutare circa 65.000 lavoratori provenienti da India, Sri Lanka e Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento nelle principali città, con trattative in corso per aumentare tale numero fino a 80.000. Secondo l' organizzazione per i diritti dei lavoratori Kav LaOved, attualmente in Israele sono impiegati circa 270.000 lavoratori migranti.  Le conseguenze di questo cambiamento sono state devastanti per i lavoratori palestinesi. Gli 8.000 permessi di lavoro rilasciati nel 2025 in Israele rappresentano solo una frazione di quanto necessario per mantenere a galla l'economia della Cisgiordania, nonostante oltre 10.000 palestinesi continuino a lavorare negli insediamenti. Senza accesso ai salari israeliani, intere famiglie hanno perso la loro unica fonte di reddito e sono sull'orlo del baratro. Lavoratori palestinesi si fanno largo tra la folla attraverso un checkpoint israeliano per raggiungere il posto di lavoro nelle città israeliane, Betlemme, Cisgiordania, 26 febbraio 2017. (Ahmad Al-Bazz/ActiveStills) "I lavoratori palestinesi si trovano ad affrontare una povertà reale", ha affermato Yael Berda, sociologa dell'Università Ebraica di Gerusalemme, che ha scritto ampiamente sul lavoro palestinese nell'ambito del regime di permessi israeliano . "Non hanno nemmeno abbastanza cibo in tavola: la situazione è davvero estrema". In questo vuoto, molti lavoratori palestinesi si assumono seri rischi per provvedere alle proprie famiglie. Si stima che circa 10.000 palestinesi lavorino in Israele senza permesso, un numero che probabilmente sarebbe più alto se non fosse per il deterrente rappresentato dai diffusi abusi all'interno delle carceri israeliane .  I lavoratori palestinesi, pur essendo indubbiamente i più colpiti, non sono gli unici ad aver visto i propri mezzi di sussistenza messi a dura prova negli ultimi anni. Lo stato di guerra permanente in Israele ha spinto la disoccupazione tra la sua popolazione a quasi il 10%. Nel frattempo, i sistemi di compensazione governativi si sono allontanati dalla tutela salariale per privilegiare i congedi non retribuiti , compromettendo l'accumulo di pensioni e lasciando molti senza un reddito stabile.  Questi cambiamenti sono stati accompagnati da bilanci orientati all'austerità e da un crescente scontro con le organizzazioni sindacali, compresi i tentativi di bloccare gli scioperi. I tribunali israeliani si sono schierati sempre più spesso dalla parte del governo, ordinando talvolta ai dipendenti di tornare al lavoro anche durante i continui bombardamenti missilistici. Di conseguenza, i lavoratori a basso salario in tutti i settori faticano ad arrivare a fine mese, con scarso potere contrattuale collettivo.  Per i lavoratori migranti e i palestinesi, i rischi sono ancora maggiori: la minaccia di deportazione o di revoca del permesso offre ai datori di lavoro un notevole potere contrattuale per sfruttare la manodopera. "Questi lavoratori possono sindacalizzarsi", ha affermato Yaniv Bar Ilan, portavoce del sindacato israeliano Koach LaOvdim. "Ma poiché si trovano in una posizione molto fragile – non possono sporgere denuncia per timore di ritorsioni e spesso non sono a conoscenza dei propri diritti – i tentativi in tal senso rimangono limitati". Sebbene i diritti dei lavoratori siano uguali sulla carta sia per i lavoratori israeliani che per i lavoratori migranti, "si notano chiare differenze nel modo in cui vengono applicate le norme e le tutele in materia di sicurezza", ha spiegato Yahel Kurlander, sociologa che studia il lavoro migrante nel settore agricolo in Israele. In media, i lavoratori migranti nell'agricoltura israeliana ricevono solo circa il 70% del salario loro dovuto per legge. Queste disparità si accentuano ulteriormente in tempo di guerra. L'accesso ai rifugi antiaerei e ad altre misure di sicurezza è spesso lasciato alla discrezione dei datori di lavoro, nonostante i maggiori rischi, soprattutto in agricoltura, dove il lavoro si svolge frequentemente in zone di confine instabili. Lo Stato ha in gran parte omesso di fornire una formazione o un'assistenza di base in materia di sicurezza, lasciando i lavoratori privi anche di una conoscenza minima dei protocolli di emergenza. Lavoratori migranti al lavoro in un campo vicino al confine tra Israele e Gaza, 16 luglio 2014. (Oren Ziv/ActiveStills) I risultati sono stati catastrofici. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio e 32 sono stati uccisi. Dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio, almeno tre lavoratori migranti sono stati uccisi da attacchi missilistici. Eppure la difficile situazione di questi lavoratori ha ricevuto scarsa attenzione da parte dell'opinione pubblica, a riprova della loro condizione nella società israeliana: essenziali per l'economia, eppure resi invisibili.  A due anni e mezzo dall'inizio della guerra a Gaza, "non ci sono ancora istruzioni per gli operatori dell'assistenza domiciliare su cosa fare in caso di allarme", ha affermato Kurlander. "I migranti sono invitati in Israele solo come lavoratori, non come esseri umani". 'Potrebbe tornare indietro' In Israele, analogamente al sistema della kafala in vigore nei Paesi del Golfo, i visti (per i migranti) e i permessi (per i palestinesi) sono generalmente legati al datore di lavoro. Ai lavoratori migranti vengono solitamente rilasciati visti quinquennali sponsorizzati dai datori di lavoro, i quali sono legalmente obbligati a fornire alloggio, facilitare l'accesso ai conti bancari e garantire un numero sufficiente di giorni di riposo settimanali. Inoltre, spesso contraggono prestiti per finanziare il trasferimento, vincolandosi a debiti di migliaia di dollari che richiedono mesi o anni di stipendio per essere ripagati.  In pratica, questa dipendenza rende i lavoratori estremamente vulnerabili e, anche quando i loro diritti sono formalmente uguali a quelli dei cittadini israeliani, l'applicazione delle norme è disomogenea. Un rapporto del 2014 di Kav LaOved ha rilevato che i lavoratori agricoli denunciavano regolarmente di essere esposti a pesticidi senza un'adeguata protezione o formazione, di vedersi trattenere lo stipendio, di soffrire la fame e di vivere in alloggi inadatti all'abitazione umana. Inoltre, i datori di lavoro spesso non aprivano conti bancari per i lavoratori, come previsto dalla legge. Senza l'intervento del governo, questi abusi sono diventati la nuova normalità. Come evidenziato dal rapporto, "il settore agricolo israeliano è diventato dipendente da salari illegalmente bassi", avvertendo che "l'applicazione della legge senza un qualche tipo di compensazione per gli agricoltori potrebbe arrecare gravi danni al settore". Queste violazioni comportano perdite annuali per i lavoratori pari a 500 milioni di NIS.  Le recenti dinamiche belliche hanno accentuato questo cambiamento. L'uccisione di tre lavoratori migranti in Israele da parte di missili iraniani durante l'ultima escalation si aggiunge a vittime simili nei paesi del Golfo , evidenziando i parallelismi tra il modello lavorativo israeliano e quelli delle economie maggiormente dipendenti dall'immigrazione .  Sebbene i lavoratori migranti rappresentino una quota minore della forza lavoro israeliana (circa il 7-15% , rispetto al 90% negli Emirati Arabi Uniti), il sistema condivide una caratteristica fondamentale: la dipendenza dei lavoratori dalla volontà dei datori di lavoro e dello Stato. Ciò rende i lavoratori facilmente sostituibili, consentendo rapidi e ampi cambiamenti nel mercato del lavoro, come si è visto dopo il 7 ottobre, quando la manodopera palestinese è stata rapidamente ridotta e sostituita con lavoratori migranti. Lavoratori palestinesi attraversano illegalmente il confine con Israele in cerca di lavoro attraverso un varco in una recinzione alla periferia di Hebron, in Cisgiordania, il 30 agosto 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90) Tuttavia, è ancora troppo presto per dire se questa esclusione dei lavoratori palestinesi rappresenti un cambiamento duraturo. Così come Israele ha sostituito rapidamente la manodopera palestinese con lavoratori migranti, potrebbe optare per il contrario qualora le condizioni politiche ed economiche dovessero cambiare. "È un pendolo", ha affermato Niezna. "Potrebbe tornare indietro". L'erosione delle tutele dei lavoratori non si è limitata ai migranti: in tutto il mercato del lavoro, i lavoratori israeliani, palestinesi e stranieri a basso salario hanno visto le proprie condizioni peggiorare a causa della deregolamentazione del lavoro migrante. Eppure, sebbene i loro destini siano profondamente intrecciati, l'elevata disoccupazione e le condizioni precarie hanno minato la possibilità di solidarietà interetnica. In settori come l'edilizia e l'agricoltura, i lavoratori palestinesi sono stati spesso dipinti come concorrenti della manodopera israeliana, mentre i lavoratori migranti sono talvolta considerati una minaccia per entrambi.  Dopo la Prima Intifada, ad esempio, la rinascita delle campagne sul "lavoro ebraico" – inizialmente diffuse durante i primi flussi migratori sionisti in Palestina – ha spinto le aziende a evitare di assumere lavoratori palestinesi, considerati responsabili dell'abbassamento dei salari e dello sfratto degli israeliani. Tali narrazioni oscurano il ruolo delle politiche neoliberiste israeliane nel ridurre i salari e le tutele, alimentando al contempo un discorso popolare razzista che individua nei palestinesi e nei lavoratori migranti dei capri espiatori. "Ho sentito alcuni definire i lavoratori migranti 'crumiri'", ha dichiarato a +972 Matan Kaminer, professore di antropologia nel Regno Unito che studia il lavoro migrante in Israele. Pur riconoscendo che sono stati portati qui per sostituire i palestinesi nei lavori a basso salario, egli respinge questa definizione. "Lo Stato israeliano si fonda sull'idea di supremazia ebraica e queste persone vengono utilizzate per fini politici ed economici che non hanno nulla a che vedere con la loro opinione personale sulla situazione." «Un immaginario veramente progressista e decoloniale pensa a un futuro in cui tutti coloro che vivono nel Paese abbiano pari diritti», ha continuato. «Guarda oltre il nazionalismo e persino il binazionalismo come unica frontiera possibile».  Charlotte Ritz-Jack è Editorial Fellow presso la rivista +972 con sede a Gerusalemme. Si è laureata all'Harvard College nella primavera del 2025. Dana Mills è scrittrice, attivista, ballerina e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di Dance and Politics: Moving beyond Boundaries (2016), Rosa Luxemburg (2020), Dance and Activism (2021) e One Woman's War (2024). https://www.972mag.com/israel-palestinians-migrant-workers-labor-force/ Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese di Firenze Onlus
Gideon Levy - Israele, a 78 anni, crede ancora di poter vivere solo di spada
Vivere con la Spada fu una frase di Moshè Dayan, il fautore della guerra del 1967 che portò all’occupazione della Cisgiordania. Il titolo Vivere con la Spada fu dato anche alla pubblicazione dei diari di Moshè Sharett (Ed. Zambon, 2014) da parte di Livia Rokach, figlia del ministro degli interni israeliano nel 1955, che li aveva in custodia. In questi diari, di cui si cercò di impedire la pubblicazione, Sharett, primo ministro di Israele dal 1953 al 1955, confessa le falsità che furono propinate all’opinione pubblica israeliana ed occidentale per far accettare le azioni di terrorismo e aggressività di Israele nei confronti degli Stati confinanti. Livia Rokach fu trovata morta a Roma all’età di 50 anni.(NdR) Nel Giorno dell'Indipendenza del Paese, la nostalgia degli israeliani liberali per uno Stato migliore, quale quello precedente, è una confortante illusione. La Nakba e l'Occupazione erano tali fin dall'inizio. Gideon Levy - 23 aprile 2026 https://www.middleeasteye.net/opinion/israel-78-believes-it-can-live-by-sword-alone-reckoning-due Israele celebra questa settimana il suo 78° Giorno dell'Indipendenza. Questo non sarà uno dei giorni migliori della sua indipendenza, in un Paese che non è più giovane.  Nella mia infanzia, questo giorno era, per noi nuovi israeliani, un giorno di orgoglio e gioia. Da figlio della prima generazione dello Stato, a pochi anni dalla fine dell'Olocausto e dalla fondazione dello Stato stesso, ricordo mio padre che tirava fuori dall'armadio la bandiera nazionale piegata e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti sventolavano bandiere, tranne quello della famiglia Lebel: erano ultraortodossi e non issavano la bandiera dello Stato Sionista. Provavo un senso di orgoglio sia per mio padre che per la bandiera. All'epoca, non sapevamo nulla della Nakba. Nessuno ce ne parlava, né del Regime militare sotto il quale vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci siamo mai chiesti chi avesse vissuto nelle case in rovina lungo la strada, o che fine avessero fatto. Guardavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se fossero parte del paesaggio. La sera uscivamo per festeggiare nelle strade della città. La vigilia del Giorno dell'Indipendenza era l'unica notte dell'anno in cui i nostri genitori ci permettevano di stare fuori fino a tardi senza restrizioni. Il Giorno dell'Indipendenza era una festa. Decenni dopo, tutto appare diverso. La parola Nakba è gradualmente entrata nella coscienza collettiva, anche se solo tra una piccola minoranza di israeliani, e insieme al senso di colpa storico provato da un numero ancora minore di noi. Nel frattempo, gli eventi degli ultimi anni hanno portato alcuni di noi a vergognarsi del nostro Stato. Mi ci sono voluti altri anni per capire che questi eventi, sia quelli recenti che quelli lontani, non possono essere separati.  All'inizio di questo Stato c'è stata la Nakba: il nostro giorno di festa è stato il giorno della catastrofe storica di un altro popolo, un popolo che era qui prima di noi. Tutto ciò che è venuto dopo è indissolubilmente legato a ciò che è accaduto prima. Ciò che è iniziato nel 1948 non è finito, nemmeno nel 2026. UNA NAKBA SENZA FINE  Dalla Nakba ad oggi, i principi fondamentali su cui si basa il Sionismo non sono cambiati, né è cambiata la politica dei successivi governi dello Stato Ebraico. La Nakba non è mai finita; si è semplicemente trasformata. E’ deprimente pensare che i valori che hanno portato alla Nakba 78 anni fa continuino a guidare lo Stato di Israele nel 2026: gli stessi principi, gli stessi obiettivi, gli stessi metodi. Ora potenza regionale e alleato strettissimo della superpotenza più potente del mondo, nulla è cambiato nella visione d'insieme di Israele da quando era uno Stato neonato. Crede ancora di poter vivere di spada (cioè soggiogando), e solo di spada, e di non avere altra alternativa se non una vita sostenuta dalla spada(1).  Considera ancora la forza militare come l'unica garanzia della sua esistenza e sicurezza. Continua a perseguire una politica di assoluta Supremazia ebraica tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano.  Continua a presentarsi come vittima, una potenza regionale che parla di minacce esistenziali. È ancora convinta che la giustizia assoluta sia dalla sua parte. Immagina ancora che tutti gli arabi nascano per uccidere e che l'unica cosa che preoccupa il mondo arabo sia come gettare gli ebrei in mare. Le stesse convinzioni, gli stessi principi di allora, nel 1948.   E sotto la superficie, le credenze religiose continuano a fermentare; anzi, si sono rafforzate notevolmente in questi 78 anni: Dio ha dato la terra agli ebrei, solo a loro, e questa promessa biblica è il titolo di proprietà della terra, la prova divina di una sovranità esclusiva, persino agli occhi degli ebrei che si definiscono non credenti.  Sebbene i principi siano rimasti gli stessi, Israele è cambiato nel corso degli anni della sua indipendenza. Ben pochi di questi cambiamenti sono stati in meglio.   La nostalgia di molti israeliani che ora rimpiangono il buon vecchio Israele, prima dell'ascesa al potere del Likud, è in gran parte illusoria: un atto di autoinganno. Non è stato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a inventare l'Occupazione, né è stato il suo partito a introdurre la Supremazia ebraica. Tutto è iniziato in quel buon vecchio Israele, il socialismo del Partito Laburista Israeliano e l'"Occupazione illuminata". Dopo il 1948, dopo il 1967, il 7 ottobre 2023 ha segnato la svolta più fatale nella storia di Israele.   Nei due anni e mezzo trascorsi da allora, Israele ha eliminato gran parte della classe dirigente palestinese regionale, ha invaso e bombardato quasi tutti i Paesi confinanti e ha scatenato la sua forza militare senza alcun senso delle proporzioni, commettendo Crimini di Guerra su vasta scala. In questo 78° Giorno dell'Indipendenza, solo pochi in Israele lo riconoscono.    Qui, a quanto pare, non ci sarà mai una commissione per la verità e la riconciliazione. Non c'è un vero confronto, nemmeno sulla trasformazione di Israele in uno Stato reietto. "Perché il mondo ci odia?" viene liquidata come una domanda illegittima nel dibattito pubblico. Il mondo è antisemita, punto e basta. Questo è il sentimento prevalente in questa Giornata dell'Indipendenza. MAI UNA DEMOCRAZIA  La democrazia israeliana non è mai stata una vera democrazia, e questo 78° Giorno dell'Indipendenza è un'ottima occasione per dirlo chiaramente. L'unico periodo in cui i palestinesi non sono stati soggetti al Dominio Militare Israeliano è stato per alcuni mesi tra il 1966 e il 1967. Fino ad allora, si applicava la legge militare ai cittadini arabi di Israele; dal 1967, si applica ai Territori Occupati. Uno Stato con un Regime Militare Permanente non è una democrazia. Punto e basta.  Lo stesso vale per l'Apartheid: non è stato instaurato in tempi recenti. Risale agli albori dello Stato, con una forte spinta al suo consolidamento dopo l'Occupazione del 1967.  Nel corso della sua storia, prima dell'Occupazione del 1967 e certamente dopo, Israele non ha mai accettato il presupposto che i palestinesi abbiano diritto a pari diritti tra il fiume Giordano e il mare. Ancora più fondamentalmente, Israele non ha mai considerato i palestinesi come esseri umani uguali agli ebrei israeliani. Questa era, e rimane, la radice del problema, e quasi nessuno se ne occupa. L'unico cambiamento sostanziale in questo quadro negli ultimi anni è il seguente: al posto del senso di pochi contro molti, Davide (Israele) contro Golia (gli arabi), è emersa una nuova megalomania israeliana. Ha raggiunto il suo apice dopo il 7 ottobre 2023. Ora Israele evidentemente crede che tutto sia permesso. Ormai non riconosce più limiti, né nell'uso indiscriminato della sua potenza militare, né nella mancanza di rispetto per la sovranità della maggior parte degli altri Stati della Regione. In questo Giorno dell'Indipendenza, una pesante nube incombe sul cielo sempre più cupo di Israele. La società è polarizzata quasi interamente attorno a un unico tema: Netanyahu, sì o no. Quasi tutto il resto viene a malapena menzionato. Sulla maggior parte delle altre questioni, sembra esserci un ampio consenso di fondo. Non c'è opposizione ebraica alla guerra, a qualsiasi guerra, né all'Occupazione, né all'Apartheid. Gaza interessa solo a pochi; lo stesso vale per la Cisgiordania, anch'essa trasformata al punto da essere irriconoscibile sotto la copertura delle recenti guerre. Lì, Israele è riuscito, per mezzo di coloni violenti e di un esercito che opera in complicità con loro, a estinguere le ultime prospettive di un vitale Stato Palestinese. Anche questo interessa solo a pochi in Israele. CIELI CHE SI OSCURANO  Nonostante l'assenza di un dibattito serio o di un'analisi approfondita, si percepisce un'atmosfera cupa. Persino i più accaniti propagandisti della destra fascista stanno iniziando a comprendere la portata della minaccia che incombe sull'Israele di oggi, dopo aver aperto troppi fronti di guerra e non essere riuscita a raggiungere i propri obiettivi in nessuno di essi.  Gaza e il Libano non sono storie di successo, ma guerre inutili e criminali, che non hanno portato alcun vantaggio a Israele, solo costi elevati che potrebbe faticare a sostenere nel tempo. Gli Stati Uniti stanno gradualmente sfuggendo alla presa di Israele; Donald Trump potrebbe ancora rivoltarsi contro di essa e, in ogni caso, il Presidente che lo sostituirà tra meno di tre anni, Democratico o Repubblicano che sia, perseguirà una politica diversa nei confronti di questo importante alleato. I giorni in cui Israele teneva comodamente l’America in tasca sono finiti, forse per sempre. Anche l'Europa attende un segnale dagli Stati Uniti che le permetta di modificare la propria politica nei confronti di Israele. Anche lì, la pazienza nei confronti di un Israele percepito come occupante, aggressivo e megalomane sta per esaurirsi.  Israele non se l'è cavata bene negli ultimi anni. Più guerre ha intrapreso, più territori ha occupato e più persone ha costretto ad abbandonare le proprie case - attualmente ci sono circa sei milioni di sfollati in Medio Oriente a causa delle azioni di Israele, alcuni dei quali non hanno un posto dove tornare- più rapidamente la sua reputazione internazionale si è deteriorata. Uno Stato che ha sistematicamente sfidato ogni istituzione della comunità internazionale, ogni risoluzione, ogni legge internazionale e le opinioni dei suoi più stretti alleati, sta imboccando la rotta verso l'isolamento come fu il Sudafrica dell'Apartheid. Una traiettoria che farà fatica a invertire. Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del quotidiano. Levy è entrato a far parte di Haaretz nel 1982 e ne è stato vicedirettore per quattro anni. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med nel 2008; il premio Libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei Giornalisti Israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione per i Diritti Umani in Israele nel 1996. Il suo libro, La Punizione di Gaza, è pubblicato da Verso; il suo libro più recente è Uccidere Gaza: Cronaca di Una Catastrofe. Traduzione: La Zona Grigia  
Gideon Levy - Israele, a 78 anni, crede ancora di poter vivere solo di spada
Vivere con la Spada fu una frase di Moshè Dayan, il fautore della guerra del 1967 che portò all’occupazione della Cisgiordania. Il titolo Vivere con la Spada fu dato anche alla pubblicazione dei diari di Moshè Sharett (Ed. Zambon, 2014) da parte di Livia Rokach, figlia del ministro degli interni israeliano nel 1955, che li aveva in custodia. In questi diari, di cui si cercò di impedire la pubblicazione, Sharett, primo ministro di Israele dal 1953 al 1955, confessa le falsità che furono propinate all’opinione pubblica israeliana ed occidentale per far accettare le azioni di terrorismo e aggressività di Israele nei confronti degli Stati confinanti. Livia Rokach fu trovata morta a Roma all’età di 50 anni.(NdR) Nel Giorno dell'Indipendenza del Paese, la nostalgia degli israeliani liberali per uno Stato migliore, quale quello precedente, è una confortante illusione. La Nakba e l'Occupazione erano tali fin dall'inizio. Gideon Levy - 23 aprile 2026 https://www.middleeasteye.net/opinion/israel-78-believes-it-can-live-by-sword-alone-reckoning-due Israele celebra questa settimana il suo 78° Giorno dell'Indipendenza. Questo non sarà uno dei giorni migliori della sua indipendenza, in un Paese che non è più giovane.  Nella mia infanzia, questo giorno era, per noi nuovi israeliani, un giorno di orgoglio e gioia. Da figlio della prima generazione dello Stato, a pochi anni dalla fine dell'Olocausto e dalla fondazione dello Stato stesso, ricordo mio padre che tirava fuori dall'armadio la bandiera nazionale piegata e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti sventolavano bandiere, tranne quello della famiglia Lebel: erano ultraortodossi e non issavano la bandiera dello Stato Sionista. Provavo un senso di orgoglio sia per mio padre che per la bandiera. All'epoca, non sapevamo nulla della Nakba. Nessuno ce ne parlava, né del Regime militare sotto il quale vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci siamo mai chiesti chi avesse vissuto nelle case in rovina lungo la strada, o che fine avessero fatto. Guardavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se fossero parte del paesaggio. La sera uscivamo per festeggiare nelle strade della città. La vigilia del Giorno dell'Indipendenza era l'unica notte dell'anno in cui i nostri genitori ci permettevano di stare fuori fino a tardi senza restrizioni. Il Giorno dell'Indipendenza era una festa. Decenni dopo, tutto appare diverso. La parola Nakba è gradualmente entrata nella coscienza collettiva, anche se solo tra una piccola minoranza di israeliani, e insieme al senso di colpa storico provato da un numero ancora minore di noi. Nel frattempo, gli eventi degli ultimi anni hanno portato alcuni di noi a vergognarsi del nostro Stato. Mi ci sono voluti altri anni per capire che questi eventi, sia quelli recenti che quelli lontani, non possono essere separati.  All'inizio di questo Stato c'è stata la Nakba: il nostro giorno di festa è stato il giorno della catastrofe storica di un altro popolo, un popolo che era qui prima di noi. Tutto ciò che è venuto dopo è indissolubilmente legato a ciò che è accaduto prima. Ciò che è iniziato nel 1948 non è finito, nemmeno nel 2026. UNA NAKBA SENZA FINE  Dalla Nakba ad oggi, i principi fondamentali su cui si basa il Sionismo non sono cambiati, né è cambiata la politica dei successivi governi dello Stato Ebraico. La Nakba non è mai finita; si è semplicemente trasformata. E’ deprimente pensare che i valori che hanno portato alla Nakba 78 anni fa continuino a guidare lo Stato di Israele nel 2026: gli stessi principi, gli stessi obiettivi, gli stessi metodi. Ora potenza regionale e alleato strettissimo della superpotenza più potente del mondo, nulla è cambiato nella visione d'insieme di Israele da quando era uno Stato neonato. Crede ancora di poter vivere di spada (cioè soggiogando), e solo di spada, e di non avere altra alternativa se non una vita sostenuta dalla spada(1).  Considera ancora la forza militare come l'unica garanzia della sua esistenza e sicurezza. Continua a perseguire una politica di assoluta Supremazia ebraica tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano.  Continua a presentarsi come vittima, una potenza regionale che parla di minacce esistenziali. È ancora convinta che la giustizia assoluta sia dalla sua parte. Immagina ancora che tutti gli arabi nascano per uccidere e che l'unica cosa che preoccupa il mondo arabo sia come gettare gli ebrei in mare. Le stesse convinzioni, gli stessi principi di allora, nel 1948.   E sotto la superficie, le credenze religiose continuano a fermentare; anzi, si sono rafforzate notevolmente in questi 78 anni: Dio ha dato la terra agli ebrei, solo a loro, e questa promessa biblica è il titolo di proprietà della terra, la prova divina di una sovranità esclusiva, persino agli occhi degli ebrei che si definiscono non credenti.  Sebbene i principi siano rimasti gli stessi, Israele è cambiato nel corso degli anni della sua indipendenza. Ben pochi di questi cambiamenti sono stati in meglio.   La nostalgia di molti israeliani che ora rimpiangono il buon vecchio Israele, prima dell'ascesa al potere del Likud, è in gran parte illusoria: un atto di autoinganno. Non è stato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a inventare l'Occupazione, né è stato il suo partito a introdurre la Supremazia ebraica. Tutto è iniziato in quel buon vecchio Israele, il socialismo del Partito Laburista Israeliano e l'"Occupazione illuminata". Dopo il 1948, dopo il 1967, il 7 ottobre 2023 ha segnato la svolta più fatale nella storia di Israele.   Nei due anni e mezzo trascorsi da allora, Israele ha eliminato gran parte della classe dirigente palestinese regionale, ha invaso e bombardato quasi tutti i Paesi confinanti e ha scatenato la sua forza militare senza alcun senso delle proporzioni, commettendo Crimini di Guerra su vasta scala. In questo 78° Giorno dell'Indipendenza, solo pochi in Israele lo riconoscono.    Qui, a quanto pare, non ci sarà mai una commissione per la verità e la riconciliazione. Non c'è un vero confronto, nemmeno sulla trasformazione di Israele in uno Stato reietto. "Perché il mondo ci odia?" viene liquidata come una domanda illegittima nel dibattito pubblico. Il mondo è antisemita, punto e basta. Questo è il sentimento prevalente in questa Giornata dell'Indipendenza. MAI UNA DEMOCRAZIA  La democrazia israeliana non è mai stata una vera democrazia, e questo 78° Giorno dell'Indipendenza è un'ottima occasione per dirlo chiaramente. L'unico periodo in cui i palestinesi non sono stati soggetti al Dominio Militare Israeliano è stato per alcuni mesi tra il 1966 e il 1967. Fino ad allora, si applicava la legge militare ai cittadini arabi di Israele; dal 1967, si applica ai Territori Occupati. Uno Stato con un Regime Militare Permanente non è una democrazia. Punto e basta.  Lo stesso vale per l'Apartheid: non è stato instaurato in tempi recenti. Risale agli albori dello Stato, con una forte spinta al suo consolidamento dopo l'Occupazione del 1967.  Nel corso della sua storia, prima dell'Occupazione del 1967 e certamente dopo, Israele non ha mai accettato il presupposto che i palestinesi abbiano diritto a pari diritti tra il fiume Giordano e il mare. Ancora più fondamentalmente, Israele non ha mai considerato i palestinesi come esseri umani uguali agli ebrei israeliani. Questa era, e rimane, la radice del problema, e quasi nessuno se ne occupa. L'unico cambiamento sostanziale in questo quadro negli ultimi anni è il seguente: al posto del senso di pochi contro molti, Davide (Israele) contro Golia (gli arabi), è emersa una nuova megalomania israeliana. Ha raggiunto il suo apice dopo il 7 ottobre 2023. Ora Israele evidentemente crede che tutto sia permesso. Ormai non riconosce più limiti, né nell'uso indiscriminato della sua potenza militare, né nella mancanza di rispetto per la sovranità della maggior parte degli altri Stati della Regione. In questo Giorno dell'Indipendenza, una pesante nube incombe sul cielo sempre più cupo di Israele. La società è polarizzata quasi interamente attorno a un unico tema: Netanyahu, sì o no. Quasi tutto il resto viene a malapena menzionato. Sulla maggior parte delle altre questioni, sembra esserci un ampio consenso di fondo. Non c'è opposizione ebraica alla guerra, a qualsiasi guerra, né all'Occupazione, né all'Apartheid. Gaza interessa solo a pochi; lo stesso vale per la Cisgiordania, anch'essa trasformata al punto da essere irriconoscibile sotto la copertura delle recenti guerre. Lì, Israele è riuscito, per mezzo di coloni violenti e di un esercito che opera in complicità con loro, a estinguere le ultime prospettive di un vitale Stato Palestinese. Anche questo interessa solo a pochi in Israele. CIELI CHE SI OSCURANO  Nonostante l'assenza di un dibattito serio o di un'analisi approfondita, si percepisce un'atmosfera cupa. Persino i più accaniti propagandisti della destra fascista stanno iniziando a comprendere la portata della minaccia che incombe sull'Israele di oggi, dopo aver aperto troppi fronti di guerra e non essere riuscita a raggiungere i propri obiettivi in nessuno di essi.  Gaza e il Libano non sono storie di successo, ma guerre inutili e criminali, che non hanno portato alcun vantaggio a Israele, solo costi elevati che potrebbe faticare a sostenere nel tempo. Gli Stati Uniti stanno gradualmente sfuggendo alla presa di Israele; Donald Trump potrebbe ancora rivoltarsi contro di essa e, in ogni caso, il Presidente che lo sostituirà tra meno di tre anni, Democratico o Repubblicano che sia, perseguirà una politica diversa nei confronti di questo importante alleato. I giorni in cui Israele teneva comodamente l’America in tasca sono finiti, forse per sempre. Anche l'Europa attende un segnale dagli Stati Uniti che le permetta di modificare la propria politica nei confronti di Israele. Anche lì, la pazienza nei confronti di un Israele percepito come occupante, aggressivo e megalomane sta per esaurirsi.  Israele non se l'è cavata bene negli ultimi anni. Più guerre ha intrapreso, più territori ha occupato e più persone ha costretto ad abbandonare le proprie case - attualmente ci sono circa sei milioni di sfollati in Medio Oriente a causa delle azioni di Israele, alcuni dei quali non hanno un posto dove tornare- più rapidamente la sua reputazione internazionale si è deteriorata. Uno Stato che ha sistematicamente sfidato ogni istituzione della comunità internazionale, ogni risoluzione, ogni legge internazionale e le opinioni dei suoi più stretti alleati, sta imboccando la rotta verso l'isolamento come fu il Sudafrica dell'Apartheid. Una traiettoria che farà fatica a invertire. Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del quotidiano. Levy è entrato a far parte di Haaretz nel 1982 e ne è stato vicedirettore per quattro anni. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med nel 2008; il premio Libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei Giornalisti Israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione per i Diritti Umani in Israele nel 1996. Il suo libro, La Punizione di Gaza, è pubblicato da Verso; il suo libro più recente è Uccidere Gaza: Cronaca di Una Catastrofe. Traduzione: La Zona Grigia  
Palantir: uso di Intelligenza artificiale a Gaza solleva questioni di crimini di guerra.
Nella foto: uno dei tre veicoli di  World Central Kitchen, di cui furono uccisi  sette operatori  "Come l'intelligence statunitense e un'azienda americana alimentano la macchina di morte israeliana a Gaza"  12 aprile 2024 https://www.business-humanrights.org/en/latest-news/palantir-allegedly-enables-israels-ai-targeting-amid-israels-war-in-gaza-raising-concerns-over-war-crimes/ Una delle sezioni più recenti e importanti dell'Unità 8200 di Israele (Unità per lo spionaggio, e guerra cibernetica ) è il Centro di Scienza dei Dati e Intelligenza Artificiale, che, secondo un portavoce, è stata autrice dello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale che "hanno trasformato l'intero concetto di bersagli nelle Forze di Difesa Israeliane". Nel 2021, l'esercito israeliano ha descritto la sua guerra di 11 giorni a Gaza come la prima "guerra dell'IA" al mondo. L'invasione israeliana di Gaza in corso offre un esempio più recente e devastante. Si è assistito a una continuazione di tale operazione, con il bombardamento di tre veicoli umanitari ben segnalati e pienamente autorizzati appartenenti alla World Central Kitchen, uccidendo i sette occupanti e impedendo così che il cibo raggiungesse coloro che morivano di fame. Il bersaglio è stato preciso: i missili hanno colpito in pieno i loghi dell'organizzazione umanitaria ben visibili sul tetto degli autoveicoli. Israele, tuttavia, ha affermato che si è trattato semplicemente di un errore, analogamente all'uccisione "per errore" di quasi 200 altri operatori umanitari in pochi mesi, un numero superiore a quello di tutti gli operatori umanitari uccisi in tutte le guerre del resto del mondo negli ultimi 30 anni messi insieme, secondo l'Aid Worker Security Database.  Tali orrendi "errori" sono difficili da comprendere, considerando l'enorme quantità di hardware e software avanzati per l'intelligenza artificiale applicata al puntamento forniti all'esercito e ai servizi segreti israeliani, alcuni dei quali provenienti in particolare da un'azienda americana: Palantir Technologies. "Siamo al fianco di Israele", dichiarò l'azienda con sede a Denver in alcuni post su X e LinkedIn. "Il consiglio di amministrazione di Palantir si riunirà a Tel Aviv la prossima settimana per il suo primo incontro del nuovo anno. Il nostro lavoro nella regione non è mai stato così vitale. E continuerà". Essendo una delle aziende di data mining più avanzate al mondo, con legami con la CIA, il "lavoro" di Palantir consiste nel fornire all'esercito e ai servizi segreti israeliani capacità di puntamento avanzate e potenti: proprio le capacità che hanno permesso a Israele di posizionare tre missili lanciati da droni contro tre veicoli di soccorso chiaramente identificabili. Subito dopo l'incontro di inizio anno, Karp si è recato presso un quartier generale militare dove ha firmato un accordo aggiornato con il Ministero della Difesa israeliano. "Entrambe le parti hanno concordato di comune accordo di sfruttare la tecnologia avanzata di Palantir a supporto di missioni legate alla guerra", ha dichiarato il vicepresidente esecutivo Josh Harris. Il progetto prevedeva la vendita al ministero di una piattaforma di intelligenza artificiale che utilizza enormi quantità di rapporti di intelligence classificati per prendere decisioni cruciali su quali obiettivi attaccare. Con un eufemismo, diversi anni fa Karp ammise: "Il nostro prodotto viene occasionalmente utilizzato per uccidere persone", una questione della cui moralità anche lui stesso a volte si interroga "Mi sono chiesto: 'Se fossi più giovane, quando andavo all'università, protesterei contro me stesso?'" Recentemente, diversi dipendenti di Karp hanno deciso di dimettersi piuttosto che essere coinvolti in un'azienda che supporta il genocidio in corso a Gaza. E a Soho Square, a Londra, decine di manifestanti pro-Palestina e operatori sanitari si sono riuniti davanti alla sede britannica di Palantir per accusare l'azienda di essere "complice" di crimini di guerra. Le macchine di intelligenza artificiale di Palantir hanno bisogno di dati come carburante: dati sotto forma di rapporti di intelligence sui palestinesi nei territori occupati. E per decenni una fonte chiave e altamente segreta di questi dati per Israele è stata la National Security Agency (NSA) statunitense, secondo i documenti resi pubblici dall'informatore dell'NSA Edward Snowden.(1)  Snowden  disse che "uno dei più grandi abusi" a cui ha assistito mentre lavorava per l'agenzia era il modo in cui l'NSA forniva segretamente a Israele comunicazioni telefoniche ed e-mail non censurate e non modificate tra palestinesi americani residenti negli Stati Uniti e i loro parenti nei territori occupati. Snowden temeva che, a seguito della condivisione di queste conversazioni private con Israele, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania avrebbero corso un grave rischio di essere presi di mira e arrestati o peggio.  Secondo l'accordo Top Secret/Special Intelligence tra la NSA e Israele, "la NSA invia regolarmente all'ISNU [Unità Nazionale SIGINT israeliana] dati grezzi, sia minimizzati che non minimizzati nell'ambito della collaborazione SIGINT tra le due organizzazioni". Aggiunge inoltre: "I dati SIGINT grezzi includono, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, trascrizioni non valutate e non minimizzate, sintesi, fax, telex, registrazioni vocali e metadati e contenuti di Digital Network Intelligence". Ora, con la guerra in corso di Israele a Gaza, informazioni cruciali provenienti dalla NSA continuano a essere utilizzate dall'Unità 8200, secondo diverse fonti, per colpire decine di migliaia di palestinesi, spesso con bombe da 2.000 libbre fornite dagli Stati Uniti e altre armi. E sono proprio software di data mining estremamente potenti, come quello di Palantir, ad aiutare le Forze di Difesa Israeliane (IDF) nella selezione degli obiettivi. Sebbene l'azienda non divulghi dettagli operativi, alcune indicazioni sulla potenza e la velocità della sua IA possono essere comprese esaminando le sue attività per conto di un altro cliente in guerra: l'Ucraina. Palantir è "responsabile della maggior parte delle attività di targeting in Ucraina", secondo Karp. "Dal momento in cui gli algoritmi si mettono al lavoro per individuare i loro obiettivi [cioè le persone] fino a quando questi vengono neutralizzati [cioè uccisi] – un termine tecnico del settore – non trascorrono più di due o tre minuti", ha osservato Bruno Macaes, ex alto funzionario portoghese che ha visitato la sede londinese di Palantir lo scorso anno. "Nel vecchio mondo, il processo poteva richiedere sei ore". L'azienda sta attualmente sviluppando un sistema di targeting basato sull'IA ancora più potente chiamato TITAN (acronimo di "Tactical Intelligence Targeting Access Node"). Secondo Palantir, TITAN è una "stazione di terra di nuova generazione per l'intelligence, la sorveglianza e la ricognizione, abilitata dall'intelligenza artificiale e dall'apprendimento automatico per elaborare i dati ricevuti da livelli spaziali, ad alta quota, aerei e terrestri". Sebbene progettato per l'uso da parte dell'esercito statunitense, è possibile che l'azienda possa testare i prototipi contro i palestinesi a Gaza. "Quanto può essere preciso e accurato un sistema se non è già stato addestrato e testato sulle persone?", ha affermato Catherine Connolly della coalizione Stop Killer Robot, che comprende Human Rights Watch e Amnesty International. L'analisi più approfondita del legame tra l'intelligenza artificiale e l'enorme numero di uomini, donne e bambini palestinesi innocenti massacrati a Gaza da Israele proviene da un'indagine recentemente pubblicata da +972 Magazine e Local Call. Sebbene Palantir non venga menzionata esplicitamente, i sistemi di intelligenza artificiale discussi dai giornalisti sembrano rientrare nella stessa categoria. Secondo la lunga inchiesta, l'Unità 8200 sta attualmente utilizzando un sistema chiamato "Lavender" per prendere di mira migliaia di presunti combattenti di Hamas. Il report di +972 Magazine descrive in dettaglio come l'esercito israeliano utilizzi potenti algoritmi per analizzare enormi quantità di dati di sorveglianza (telefonici, SMS e digitali) al fine di stilare lunghe liste di obiettivi da eliminare. A questo bottino si aggiungerebbero i dati provenienti dalle intercettazioni della NSA delle comunicazioni tra palestinesi residenti negli Stati Uniti e le loro famiglie a Gaza, un processo che, secondo diverse fonti, è continuato anche dopo che Snowden ha lasciato la NSA.  Gli stessi hanno accusato Israele di utilizzare le informazioni raccolte contro palestinesi innocenti per "persecuzioni politiche". In testimonianze e interviste rilasciate ai media, hanno specificato che venivano raccolti dati sull'orientamento sessuale dei palestinesi, sulle loro infedeltà, sui problemi economici, sulle condizioni mediche familiari e su altre questioni private che potevano essere "utilizzate per estorcere/ricattare la persona e trasformarla in un collaboratore" o per creare divisioni nella loro società. Diversi anni fa, il generale di brigata Yossi Sariel, attuale direttore dell'Unità 8200, ha pubblicato un libro in cui descriveva un sistema di intelligenza artificiale, apparentemente fittizio e di vasta portata. Ma i giornalisti di +972 e Local Call hanno scoperto che la potentissima macchina per la generazione di obiettivi di cui aveva scritto allora come opera di fantasia esiste davvero. Tali azioni hanno probabilmente contribuito alla  decisione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione che chiede che Israele sia ritenuto responsabile di possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi a Gaza. Per anni, gli Stati Uniti hanno imposto rigide normative sull'esportazione di sistemi d'arma verso paesi stranieri a causa della mancanza di responsabilità una volta che questi siano in possesso degli utilizzatori e del potenziale rischio di gravi crimini di guerra. Persino l'amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, ha affermato che "la potenza dei sistemi di guerra algoritmica avanzata è ormai tale da equivalere ad avere armi nucleari tattiche contro un avversario dotato solo di armi convenzionali". Le uccisioni indiscriminate di Israele a Gaza offrono l'esempio perfetto del perché sia giunto il momento di introdurre normative molto più severe anche sull'esportazione di sistemi di intelligenza artificiale, come quelli sviluppati da Palantir. Sistemi che, come ha suggerito Karp, sono l'equivalente digitale di un'arma di distruzione di massa. Dopotutto, non è solo la bomba a uccidere, ma anche la lista che mette te e la tua famiglia sotto la sua minaccia.  (1) Snowden, ex ‌collaboratore della NSA(National Security Agency), ‍ decise di rivelare documenti top-secret nel⁤ 2013, che mostravano⁣ l’ampiezza della‍ sorveglianza globale messa in atto dalle⁤ agenzie statunitensi.  Assange ⁢fondò WikiLeaks, per l’accesso a informazioni di rilevanza politica, militare‌ e⁢ diplomatica, ‍pratica che ha portato alla luce scandalose verità su conflitti armati,⁤ abusi di potere ⁤e‌ corruzione. Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese