Un solo colpo, alla tempia

Associazionie amicizia italo-palestinese - Tuesday, June 16, 2026

114 bambini, stima per difetto. Un solo proiettile alla testa o al petto. Quasi tutti morti. L'inchiesta di "De Volkskrant" del settembre 2025

di Lavinia Marchetti, laviniamarchetti.Substack.com

Riportiamo il commento di Lavinia Marchetti basato sull'inchiesta di "De Volkskrant"  (terzo quotidiano olandese per diffusione) dal titolo "Cosa ci dicono le lesioni", di Maud Effting e Willem Feenstra. L'inchiesta è stata recentemente premiata con il prestigioso "Distinguished Reporting Award" dell' European Press Award. La versione integrale dell'inchiesta è disponibile in lingua inglese o olandese sul sito di De Volkskrant. Attenzione: immagini e testi espliciti e disturbanti [ndr]


In questi giorni ho rimesso a posto il mio materiale su Gaza, tanto, troppo, vorrei non averne e invece sono migliaia di articoli, notizie, libri, cose che non si potrebbero leggere in una vita intera. Mi sono soffermata, vuoi per deformazione professionale, vuoi per “vergogna”, su quel che dicono i “corpi” dei bambini di Gaza che, da noi, non si è occupato con serietà quasi nessuno. Esiste un insieme di prove cliniche e forensi, una mole davvero enorme di evidenze, che basterebbe da sola a chiudere la bocca ai “difensori di parole”, e in Italia giace pressoché intatto, mentre la discussione resta avvitata sul vocabolario. Sbattere in faccia a chi nega le parole dei medici che si sono avvicendati in questi anni a Gaza, le foto, metterli davanti a cosa (e chi) stanno proteggendo, di cosa (e con chi) sono complici. Questo articolo può sembrare rabbioso, ma non lo è. A ciascuno di loro, a chi nega, a chi protegge a chi è complice, risponde la stessa prova, la lastra di un medico tornato da Gaza, con il proiettile conficcato nel cranio di un bambino di due anni. Questo mio articolo, possibile grazie al coraggio di chi a Gaza c’è stato e ha provato ad aiutare un popolo schiacciato da un genocidio, nasce per posare quella lastra sul tavolo, e per chiedere conto a chi, potendo guardare, ha preferito discutere di lessico.

Per quasi due anni i medici stranieri passati dagli ospedali di Gaza hanno annotato la stessa cosa, bambini di pochi anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al petto, il corpo per il resto intatto. Il quotidiano olandese De Volkskrant ne ha radunati centoquattordici, secondo il conteggio più prudente, e la maggioranza è morta. Mentre in Italia il dibattito si logora sulla liceità di pronunciare la parola genocidio, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione clinica che a quella parola dà sostanza.

 Questa bambina è stata colpita da schegge, probabilmente da un'arma a frammentazione. Il metallo è entrato dal naso, attraversandole la testa. Non è sopravvissuta. Mark Perlmutter

Quel che dicono le lesioni

Marzo 2024, European Hospital di Gaza. Fa un caldo soffocante. Feroze Sidhwa, chirurgo dei traumi e rianimatore di quarantatré anni arrivato dalla California, segue un’infermiera palestinese nel suo primo giro di reparto. Fuori l’aria sa di liquami e di residui di esplosivo. Dentro sa di marcio, e di corpi. Lo sguardo gli cade su due bambini fermi nei letti, la testa fasciata, attaccati al ventilatore. Otto, forse dieci anni. Il resto del corpo illeso. Chiede cosa sia successo. L’infermiera mastica poche parole d’inglese, indica le teste e ne ripete una sola. «Shot.» Sparati.


Lista dei pazienti

Sulle prime pensa a un equivoco. Possibile che stiano sparando ai bambini? Pochi minuti dopo, davanti alle lastre, vede che l’infermiera aveva ragione. Nella stanza accanto trova altri due maschietti nelle stesse condizioni. Quattro bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa, ricoverati nell’arco di quarantotto ore, in un ospedale piccolo. La sera annota tutto nel diario del telefono. «Pensavo: ma che diavolo succede», racconta al De Volkskrant, la voce profonda e calma.

Nei tredici giorni seguenti ne vede altri nove, bambini con un solo colpo alla testa o al petto, con tutta probabilità presi di mira di proposito. «Ho cominciato a domandarmi se il mio ospedale fosse vicino a un cecchino impazzito», dice. «O a una squadra di droni che ammazzava bambini per divertirsi». Tornato in patria, a un congresso medico, incontra un collega americano che a Gaza aveva lavorato poco prima di lui, Thaer Ahmad. Quando gli accenna ai bambini, l’altro annuisce. «Sì, l’ho visto anch’io. Quasi tutti i giorni». Da lì la decisione. Capire cosa stava davvero accadendo.

Quel che Sidhwa ha cominciato a documentare nella primavera del 2024 è il centro di un’inchiesta del quotidiano olandese De Volkskrant, firmata da Maud Effting e Willem Feenstra e uscita il 13 settembre 2025 con un titolo che dice tutto, Wat de wonden vertellen, quel che dicono le lesioni. Un articolo che sarebbe dovuto finire nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Su alcuni c’è finito, in Italia è rimasto un racconto per attivisti. Mentre la discussione pubblica italiana si consuma sulla liceità del termine genocidio, e una parte degli intellettuali si arrocca a difesa del vocabolario, sostenendo che la parola andrebbe maneggiata con cautela giuridica, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione che a quel vocabolo dà fatalmente corpo. Da noi, questo filo, lo ha seguito davvero nessuno. Eppure basterebbe da solo a chiudere la questione.

Per parlare di genocidio occorre dimostrare il dolo specifico, la volontà di distruggere in tutto o in parte un gruppo umano come tale. Lì si annidano i difensori delle parole. L’intenzione, dicono, resta indimostrabile. Concedono i morti, talvolta perfino le cifre, e a quel passaggio si fermano. Un colpo solo, calibrato, alla testa di un bambino di sei anni il cui corpo è per il resto illeso, è la scrittura più leggibile dell’intenzione che si conosca.

«In cinque settimane a Gaza, davanti a me ho avuto soltanto civili, mai un combattente»

Feroze Sidhwa, al Consiglio di sicurezza dell’ONU

 

Gli ultimi testimoni

Questi medici contano due volte, per quello che hanno curato e per quello che possono raccontare. Israele tiene i giornalisti stranieri fuori da Gaza, e così i chirurghi e gli infermieri arrivati con le organizzazioni umanitarie sono rimasti tra gli ultimi testimoni internazionali di ciò che accade dentro quegli ospedali. Hanno imparato a tenere in braccio bambini morenti che soffocavano nel proprio sangue perché il ventilatore mancava. Sanno affondare il bisturi nel petto di un adolescente senza anestesia, perché non c’era tempo e un altro paziente aspettava già. Parlare li espone. Quasi tutti vogliono tornare, pur sapendo che la franchezza aumenta il rischio che Israele neghi loro il rientro. Secondo le Nazioni Unite, dal marzo 2025 più di cento operatori sanitari stranieri sono stati respinti al valico, spesso senza spiegazione. Molti hanno deciso di parlare lo stesso. Tacere, dicono, sarebbe la scelta più difficile da reggere.

 

Il De Volkskrant ha raccolto per mesi le voci di diciassette medici e di un infermiere, arrivati a Gaza dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dall’Australia, dal Canada e dai Paesi Bassi. Dall’ottobre 2023 hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche, spesso rientrando una seconda volta. Molti avevano alle spalle i peggiori teatri degli ultimi trent’anni, dal Sudan all’Ucraina, e sapevano cosa fosse una guerra. Al giornale hanno consegnato centinaia di fotografie e di video dei pazienti. Hanno aggiunto le radiografie e gli appunti di corsia, e perfino le pagine dei loro diari. Hanno parlato per ore, e si sono trovati davanti alla stessa domanda. Cosa dicono le lesioni, sulla natura di questa guerra.

Dentro gli ospedali

La realtà degli ospedali, molti dei quali ridotti a macerie, era peggiore di quanto chiunque avesse immaginato. «Ho dovuto amputare la gamba di una donna con le forbici», racconta l’urgentista Mimi Syed. «Senza antidolorifici. Altra scelta non c’era.» Salih el Saddy, medico di Rotterdam, ricorda i lamenti continui dei pazienti. «Avevamo gli anestetici, gli antidolorifici no. La gente si svegliava dopo l’amputazione con un dolore atroce, e per loro non potevamo fare nulla». Accanto al letto di un bambino che aveva subìto la doppia amputazione, le sue gambe stavano in una scatola.


Questo bambino ha subito una doppia amputazione. Le sue gambe sono state lasciate nella scatola vicino al suo letto. Dott. Salih el Saddy

Nizam Mamode, chirurgo dei trapianti britannico, sessantatré anni, vede un collega in terapia intensiva estrarre dalla gola di un bambino il tubo di un ventilatore che non funzionava. Era otturato. Pieno di vermi, dice Mamode, vermi che venivano dalla gola del piccolo. Le apparecchiature per la diagnostica e per la dialisi erano crivellate di proiettili. I cavi degli ecografi penzolavano tagliati, e certe sale operatorie erano state date alle fiamme. Mamode era entrato a Gaza in un convoglio dell’Onu, dentro blindati con le portiere bloccate e un’istruzione, se l’esercito israeliano spara e ordina di scendere, restare dentro. «Cerca di non farti ammazzare», gli aveva detto il capo convoglio. Due settimane più tardi gli stessi mezzi furono presi a fucilate. Per dormire, Mamode cercava la scala di pietra accanto al reparto, sperando che lì i droni non arrivassero. Il mese scorso la parte alta di quella scala è stata centrata da un attacco israeliano, lo stesso ripreso in un video che ha fatto il giro del mondo, con operatori umanitari e giornalisti uccisi.

Capita, senza preavviso, che un senso di incredulità si faccia largo nel lavoro. A Mamode succede mentre opera una bambina di otto anni che si stava dissanguando. Chiede una garza per assorbire il sangue e trovare la lesione. Garza non ce n’è. «Ho pensato all’ironia della cosa. La parola inglese gauze, garza, verrebbe da Gaza, perché i gazawi erano famosi per il loro lino. Ero nella patria della garza, e non potevo averne. Ho dovuto raccogliere il sangue dal suo corpo con le mani».

Centoquattordici bambini

Di tutti i pazienti, un gruppo turba i medici più di chiunque altro, i bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa o al petto e il corpo per il resto intatto. Un proiettile solo in quelle aree indica con forza che il bambino è stato preso di mira di proposito, e configura un crimine di guerra. In altri scenari di guerra, racconta chi ne ha visti molti, casi simili quasi non si incontrano.

Il giornale ha posto a tutti la stessa domanda, ovvero quanti bambini di quindici anni o meno avessero visto con un singolo colpo alla testa o al petto. Il limite d’età è stato scelto perché a quell’età un bambino resta riconoscibile come tale senza incertezza. Quindici medici su diciassette hanno risposto di sì. Messi insieme, i loro conti danno centoquattordici bambini, molti dei quali non sono sopravvissuti. Le stime sono volutamente al ribasso. I casi dubbi sono stati esclusi, così come i bambini colpiti in più parti del corpo, perché una pluralità di colpi lascia meno certezza sul bersaglio intenzionale. I medici stessi ritengono che il numero reale sia molte volte superiore, dato che i bambini morti sul colpo spesso non arrivavano nemmeno nei reparti, e che loro stavano in pochi ospedali e per poche settimane.

Due medici legali hanno esaminato per il giornale decine di immagini e di radiografie, e hanno confermato che a produrre quelle lesioni erano stati proiettili, non schegge. «Con tutta probabilità si tratta di colpi sparati da lontano, mirati alla testa o al collo, con munizioni di tipo militare», dice Wim Van de Voorde, professore emerito a Lovanio. Il collega Frank van de Goot aggiunge una nota raccapricciante: «Nelle radiografie vedo teste di bambini con proiettili conficcati dentro. Il proiettile deve avere perso molta energia lungo il tragitto, perché i bambini hanno il cranio più sottile degli adulti, altrimenti lo avrebbe attraversato. Sono stati colpiti da una distanza considerevole». Mart de Kruif, già comandante dell’esercito olandese, è netto. Con oltre cento casi descritti, la probabilità che si tratti di colpi accidentali resta prossima allo zero. La testa è piccola rispetto al resto del corpo. Tanti colpi al capo e al torace significano una cosa sola, il bersaglio è stato scelto. Il danno collaterale è altro.

 

Quindi che cosa dicono le lesioni?

Mimi Syed, urgentista americana e madre, ha fatto due turni di quattro settimane tra il Nasser di Khan Younis e l’Al Aqsa di Deir al Balah. Seguiva la guerra dal telefono, in diretta, finché non ha retto più. Il 14 agosto 2024 il suo diario registra una bambina di sette anni colpita al petto, morta all’arrivo durante un afflusso di massa. Era a terra, perché le brande mancavano, e il sangue rischiava di farla scivolare. Syed annota che da due giorni il cibo non le va giù. Poi una domanda. «Tornerò mai normale?»

La stessa Syed racconta Mira, quattro anni, portata al Nasser dai genitori. Dicono che un quadricottero, un drone armato, le ha sparato mentre camminava nella zona dichiarata umanitaria da Israele. I colleghi le consigliano di lasciarla morire, il quadro è compromesso. La bambina si muove ancora un poco. «C’era qualcosa nel suo viso che mi ha fermata. Ho rischiato». La intuba con il laringoscopio che si è portata di nascosto oltre il confine, poi guarda la lastra del cranio e ci vede un proiettile. Insieme ai colleghi riesce a tenerla in vita. Mira più tardi si sveglia e ricomincia a parlare, un piccolo miracolo, e un altro medico le toglierà il proiettile dalla testa. Syed decide di fotografarli, i bambini con un proiettile in corpo, e in condizioni di stress estremo ne immortala diciotto, tutti con un colpo unico. «Ho pensato: devo documentarlo. Erano crimini di guerra».


Un bambino di 7 o 8 anni, colpito mentre giocava all'aperto


Una ragazza di 14 anni colpita alla testa e parzialmente paralizzata


Mira (4 anni), colpita alla testa

Mark Perlmutter, sessantanove anni, ortopedico, quaranta missioni umanitarie alle spalle, vicepresidente dell’International College of Surgeons, ricorda due maschietti durante un afflusso di massa. «Rivoltavo i bambini a terra cercando chi potessi ancora salvare. Poi ho visto quei due. Morti. Colpiti tutti e due, al petto e alla testa. Sei o sette anni». Ha chiesto all’assistente di fotografarli. Ricorda l’uomo che ne aveva portato uno, il pianto e l’incapacità di capire perché il tiratore avesse centrato il bambino e risparmiato lui, l’adulto. Lo rivede seduto a terra mentre il piccolo viene portato all’obitorio, e scatta una foto con il telefono. Un’altra notte, all’Al Aqsa, vede un ragazzino disteso al suolo, coperto di polvere grigia da capo a piedi, in una pozza del proprio sangue, senza una gamba. Prova a passargli accanto. Il bambino allunga la mano e gli afferra l’orlo dei pantaloni, senza voce, e lo guarda. La pozza si allarga. Perlmutter deve liberare la gamba dalla sua presa per correre da un altro bambino. «Ho dovuto scavalcarlo», dice al telefono, e si mette a piangere. Quel bambino non gli è più uscito dalla testa.

Ahlia Kattan, anestesista e rianimatrice, racconta una bambina di nemmeno due anni portata dalla madre. Pallidissima, all’apparenza perfetta. «Pensavo a un’emorragia interna. Era morta. La madre faceva lamenti che spezzavano il cuore, aveva tentato per anni di avere un figlio. Abbiamo iniziato il massaggio cardiaco, l’ho intubata, volevo mostrarle che avevamo fatto tutto il possibile. Mentre lavoravo, qualcuno mi ha passato la lastra. Un proiettile in testa. Un colpo perfetto alla tempia.» Kattan ha scattato una foto dai piedi del letto. «È una delle pochissime che ho fatto a Gaza. Ero troppo sconvolta. Pensavo: altrimenti nessuno mi crederà».

Adil Husain, urgentista americano, prima di partire ha registrato un messaggio video per la figlia piccola, nel caso non fosse tornato. Racconta Ahmed, dieci anni, rientrato da un punto di distribuzione del cibo con i sacchetti vuoti e il corpo passato da parte a parte, dalla testa all’addome. Gli ha dato della ketamina negli ultimi istanti, per addolcirgli il trapasso. «L’ho tenuto stretto. Gli ho sussurrato all’orecchio: scusami». Jack Latour, infermiere di Medici Senza Frontiere, premette di sapere sgradita la cosa che dice. «Ho visto parecchi bambini con la materia cerebrale che fuoriusciva. Mi dispiace, lo so che nessuno vuole sentirlo. È quello che succede lì». Goher Rahbour, chirurgo britannico, al suo primo afflusso di massa vede una bambina di cinque anni senza un piede, e accanto un’altra senza una gamba dal ginocchio in giù. «Mi sono bloccato. Ho pensato: è l’inferno».

I bambini rimasti senza più nessuno dei loro hanno perfino una sigla clinica ufficiale, WCNSF, Wounded Child, No Surviving Family, bambino colpito senza familiari superstiti. La lingua dei reparti nella sua cinica sintesi diventa la norma inevitabile.

Il gioco

Un secondo schema affiora dai racconti. Nick Maynard, chirurgo dell’esofago e dello stomaco a Oxford, ha operato in rapida successione quattro persone colpite all’addome, e ha cominciato a interrogare i colleghi. «Tutti, al Nasser, lo riconoscevano. Un giorno si vedevano soprattutto colpi alla testa e al collo. L’indomani al petto. Poi toccava agli arti, quindi all’addome, talvolta ai testicoli. Un urologo mi ha detto di aver avuto in un solo giorno quattro ragazzini colpiti all’inguine». Goher Rahbour, in una giornata, ha visto cinque o sei pazienti colpiti a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. «Era un gioco? I soldati si divertivano?» La parte del corpo cambiava di giorno in giorno, come se qualcuno coordinasse il lavoro.

Questa idea del gioco non nasce adesso. Nel 2020, sul quotidiano israeliano Haaretz, alcuni cecchini avevano raccontato in forma anonima di gareggiare a chi colpiva più ginocchia in una giornata, durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno. Uno disse di aver battuto il record, quarantadue colpi a segno in un giorno solo. Dalla fine di maggio 2025, quando Israele ha aperto quattro discussi punti di distribuzione del cibo gestiti dalla cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi di civili colpiti, per lo più ragazzi e giovani uomini, portati a gruppi sui carretti trainati dagli asini, qualcuno ancora con il sacco vuoto in mano. Sempre su Haaretz, nel giugno 2025, alcuni soldati hanno ammesso di aver sparato su ordine contro folle disarmate che non rappresentavano una minaccia. «È un campo di sterminio», ha detto uno. «La nostra forma di comunicazione sono le fucilate». Tra loro, hanno raccontato, chiamavano la cosa con il nome di un gioco da bambini, “un, due, tre, stella”.

Prima ancora dei punti di distribuzione c’era stata la fame, organizzata a tavolino. Da inizio marzo 2025 Israele aveva bloccato del tutto gli aiuti, e nel giro di due mesi le scorte si erano esaurite. I medici, che portano con sé il minimo indispensabile, si sono visti sequestrare al confine perfino il latte in polvere per neonati. Sarmad Tamimi, chirurgo plastico britannico, avvertito dai colleghi, ha tolto gli integratori dalle scatole e ha nascosto nel bagaglio solo le bustine. Victoria Rose, anche lei chirurga plastica, dice di non capire perché si sottragga il latte ai medici e perché la metà di loro venga respinta al valico. Mimi Syed ha fatto passare due laringoscopi sotto i vestiti, strumenti che di norma si gettano dopo un uso solo e che lì ha riutilizzato su almeno cinquanta pazienti, pulendoli tra l’uno e l’altro.

Tra i corpi devastati dalle esplosioni arrivavano poi pazienti con lesioni minime e condizioni gravissime, colpiti da cubetti o cilindretti di metallo di pochi millimetri, talmente piccoli che a volte mancava perfino il foro d’ingresso. Dentro il corpo facevano disastri, perforavano gli organi e provocavano emorragie interne mortali, quando non costringevano all’amputazione. Perlmutter dice di averne operati almeno dieci, e di aver portato due di quei pezzi fuori da Gaza nel bagaglio, per consegnarli alla Corte penale internazionale. Sono di tungsteno, un metallo molto denso, quasi il doppio dell’acciaio, pensato per massimizzare le perdite e cieco alla differenza tra un combattente e un bambino. Amnesty International accusa da tempo Israele di servirsene.

L’esercito israeliano nega in blocco. La storia del latte sequestrato sarebbe del tutto falsa, e dal 19 maggio 2025 sarebbero entrate nella Striscia circa cinquemila tonnellate di latte per neonati. Le armi a scaglie metalliche sarebbero una menzogna priva di fondamento. E i civili, assicura il comando, non vengono mai presi di mira di proposito.

La conta che manca

L’inchiesta olandese non arrivò isolata. Già il 9 ottobre 2024 il New York Times aveva pubblicato la testimonianza di sessantacinque tra medici, infermieri e paramedici americani passati da Gaza, raccolta dallo stesso Sidhwa. Più di quaranta di loro dichiaravano di aver visto bambini di dodici anni o meno colpiti alla testa o al petto. Venticinque avevano visto neonati sani tornare in ospedale e morire di stenti o di infezione. Cinquantadue avevano incontrato bambini piccoli che dicevano di voler morire. Nell’agosto 2025 il servizio mondiale della BBC ha ricostruito oltre centosessanta casi di bambini colpiti dal fuoco israeliano. In novantacinque il proiettile aveva preso la testa o il petto. Dei cinquantanove casi con testimoni oculari, cinquantasette attribuivano il colpo all’esercito israeliano, due al fuoco palestinese.

Le cifre stesse, su cui i difensori delle parole amano esercitarsi, dicono più di quanto vorrebbero. Le autorità sanitarie di Gaza parlavano, nel settembre 2025, di oltre sessantaquattromila morti, quasi ventimila bambini. Israele contesta quei dati attribuendoli a un ministero controllato da Hamas. Uno studio pubblicato su The Lancet all’inizio del 2025, condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine con un metodo statistico di cattura e ricattura, ha stimato per i soli morti da trauma, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2024, una cifra superiore del quarantuno per cento a quella ufficiale, sessantaquattromila contro trentottomila, e quasi sei vittime su dieci erano donne e minori, oppure anziani. La conta vera supera quella ufficiale, e di molto. A giugno 2026, mentre scrivo, il totale ha passato i settantaduemila, con oltre centosettantamila persone colpite, e continua a salire anche dopo la tregua annunciata nell’ottobre 2025, ovviamente questi sono i dati e sappiamo bene tutti che tra corpi sotto le macerie, corpi seppelliti senza passare dagli ospedali (che una volta morti non servono più) e morti indirette la conta fra qualche anno si farà in termini di centinaia di migliaia.

La lingua dei negazionisti

Le cifre si prestano alla lite infinita. Il nodo sta altrove, nel modo in cui una società guarda l’atrocità mentre accade e sceglie di chiamarla in un altro modo. Il sociologo Stanley Cohen, che ne fece un oggetto di studio, descriveva un negare capace di cambiare maschera. A volte sostiene che il fatto è inventato. Altrove lo concede e lo ribattezza, operazione difensiva oppure errore isolato. Nella forma più sottile riconosce tutto e si chiama fuori, la colpa è di altri, oppure la cosa in fondo si spiega. I difensori delle parole stanno nella maniera di mezzo. Concedono i morti, ammettono a volte anche i bambini, e si trincerano dietro la definizione, come se nominare con esattezza fosse un favore da centellinare al carnefice e mai alla vittima.

Primo Levi, che del testimone conosceva il prezzo e l’inganno, scrisse che il sopravvissuto porta con sé una vergogna, e che la verità del campo rischiava di apparire incredibile a chi non l’aveva attraversata. Ahlia Kattan fotografa la bambina con il colpo alla tempia per una ragione che Levi avrebbe riconosciuto subito. Altrimenti nessuno le crederà. I medici di Gaza ripetono il gesto del testimone novecentesco, raccolgono prove contro l’incredulità futura, e portano addosso la stessa colpa di chi è potuto andarsene mentre gli altri restavano.


Questa pallottola ha attraversato la gamba di un bambino, che ha dovuto essere amputata.

La parola e il diritto

Intanto le istituzioni si muovono, con la consueta lentezza. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia, investita del caso aperto dal Sudafrica, ha ritenuto plausibile il rischio di atti vietati dalla Convenzione sul genocidio, e ha ordinato a Israele misure cautelari per prevenirli. Il merito è ancora aperto. Il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele commette genocidio nella Striscia, riscontrando quattro dei cinque atti elencati dalla Convenzione e ravvisando l’intento genocidario nelle dichiarazioni dei vertici politici e militari. Pochi giorni prima, il 31 agosto, l’International Association of Genocide Scholars, la maggiore associazione mondiale di studiosi del tema, aveva approvato con l’ottantasei per cento dei votanti una risoluzione che al caso di Gaza dà il nome di genocidio. Amnesty International era giunta alla stessa conclusione già nel dicembre 2024. La posizione dei difensori delle parole si fa, mese dopo mese, più solitaria.

E torna il punto dell’intenzione, il loro ultimo fortino. Provare il dolo specifico è arduo per definizione, perché chiede di leggere dentro la testa di chi ordina e di chi esegue. La medicina offre una via laterale a quella lettura. Un proiettile solo, di calibro militare, sparato da centinaia di metri, conficcato nel cranio sottile di un bambino il cui corpo resta intatto, racconta una scelta deliberata. La scelta di mirare. Ripetuta centoquattordici volte nei conti prudenti di diciassette medici, e moltiplicata per i bambini morti sul colpo che in ospedale non sono mai arrivati, quella scelta può essere profilata come un metodo, l’esatto contrario del caso. Le testimonianze dei soldati lo confermano dall’interno. L’organizzazione israeliana di veterani Breaking the Silence, nel suo rapporto sulla fascia di sicurezza, riporta l’ordine impartito a chi presidiava il perimetro. «Maschio adulto, uccidere».

La colpa dei vivi

Il 28 maggio 2025 Feroze Sidhwa ha parlato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Giacca grigia e cravatta verde, con l’indice che seguiva il testo sul foglio. «Parlo da medico, e testimonio la distruzione deliberata di un sistema sanitario e la cancellazione di un popolo». In cinque settimane a Gaza, ha detto, davanti a sé aveva avuto soltanto civili, mai un combattente. Ha raccontato dei suoi pazienti di sei anni con le schegge nel cuore e i proiettili nel cervello, e delle donne incinte con il bacino dilaniato. Più tardi avrebbe confidato al De Volkskrant che il discorso, in origine, era più severo, e che un amico fidato lo aveva convinto ad ammorbidirlo per restare dentro le convenzioni diplomatiche.

Lo stesso peso lo aveva sentito Nizam Mamode nell’autunno 2024, davanti a una commissione del Parlamento britannico, mentre raccontava di bambini lasciati a terra dopo un bombardamento e poi colpiti dai droni armati, giorno dopo giorno. A un certo punto si interrompe. Chiude gli occhi. Il labbro gli cede. La presidente riempie il silenzio. «Lo so, perché ciò che si è visto non si può cancellare». Iscritto ai laburisti da quasi trent’anni, Mamode ha stracciato la tessera. «Mi vergogno del nostro governo. Ha un obbligo morale di agire, e non dà segno di volerlo fare. Un giorno sarà giudicato severamente».

Quando Israele ruppe la tregua, all’alba del 18 marzo 2025, i corridoi del Nasser si riempirono in poche ore di morti e di colpiti. Sidhwa cominciò il turno dichiarando deceduti dei bambini piccoli. «Il peggio è che la maggior parte non lo era ancora. Il cuore batteva. Ma li prendevamo e li consegnavamo a un familiare». Una sola parola araba aveva imparato, khalas, basta. Significava che il bambino andava portato in un’altra parte dell’ospedale, a morire, perché i medici potessero curare gli altri. Quella stessa notte ricorda la prima bambina che riuscì a salvare, cinque anni, si chiamava Sham. Le sedeva accanto sul pavimento e provava ad aiutarla a respirare, con una scheggia che le aveva attraversato il cervello e un filo di sangue che ne usciva. In mezzo al caos, ai lamenti dei bambini intorno, gli venne in mente una cosa sola. «Quella scheggia l’ho pagata io? È stato il mio vicino di casa? A quale americano posso scrivere per dirgli che la sua granata è stata ritrovata?»

Resta la domanda da cui sono partita, perché di tutto questo, da noi, si sia parlato così poco e così male. Le prove ci sono da tempo. Le radiografie mostrano il proiettile dentro il cranio. I medici legali sanno distinguerlo dalla scheggia. Si sono espresse redazioni che tra loro non si parlano, il New York Times e la BBC accanto al De Volkskrant. E perfino i soldati hanno confessato, sulla stampa del loro stesso paese. Mancava la volontà di guardare. I difensori delle parole hanno avuto buon gioco a disquisire di lessico finché il lessico restava astratto. Un colpo solo, alla tempia di un bambino di nemmeno due anni, sparato da lontano da chi sa bene di mirare a una testa piccola, alla discussione toglie la sua astrazione. La parola giusta esiste già. Resta il coraggio di pronunciarla, e di reggere lo sguardo dei medici che sono tornati per dircelo.


Le testimonianze e le immagini provengono dall’inchiesta di Maud Effting e Willem Feenstra, «Wat de wonden vertellen», De Volkskrant, 13 settembre 2025. I riscontri incrociati derivano dalle inchieste del New York Times (ottobre 2024), del servizio mondiale della BBC (agosto 2025), dallo studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine pubblicato su The Lancet, dalle inchieste di Haaretz e dai rapporti di Breaking the Silence, Commissione d’inchiesta dell’Onu e di Amnesty International.