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Pressenza: “E se la difesa della mia Patria diventasse offesa alla Patria altrui? A proposito del ritorno della leva obbligatoria”
DI MICHELE LUCIVERO SU PRESSENZA DEL 6 MAGGIO 2026 Condividiamo sul nostro sito il contributo di Michele Lucivero pubblicato su Pressenza, in cui viene intrecciata con abilità un’interessante riflessione sul ritorno della leva obbligatoria, sul concetto di difesa della Patria e sul fondamento etico del servizio civile. Articolo che, riprendendo le parole di Don Milani e declinandole nel nostro presente, unisce le radici storiche dell’antimilitarismo e del pacifismo italiano ad un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, portando l’attenzione sulla strumentalizzazione del servizio civile a fini bellici… E su un’obiezione di coscienza totale e collettiva. «Per chi non lo sapesse, ad esempio per i più giovani, il titolo di questo articolo riprende un celebre passo provocatorio di don Lorenzo Milani, il quale il 23 febbraio 1965 tuonava contro i cappellani militari intruppati. Don Milani con il suo motto “L’obbedienza non è più una virtù” invitava ad una radicalità epocale per quel periodo e spingeva i giovani ad opporsi al servizio militare obbligatorio, che costringeva anche i suoi studenti a imbracciare le armi per difendere la Patria, così come previsto dall’articolo 52 della nostra Costituzione. In particolare, don Milani scriveva: «Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?»1 …continua a leggere su Pressenza. 1. L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Chiarelettere, Milano 2023, p. 37. ︎ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
E se la difesa della mia Patria diventasse offesa alla Patria altrui? A proposito del ritorno della leva obbligatoria
Per chi non lo sapesse, ad esempio per i più giovani, il titolo di questo articolo riprende un celebre passo provocatorio di don Lorenzo Milani, il quale il 23 febbraio 1965 tuonava contro i cappellani militari intruppati. Don Milani con il suo motto “L’obbedienza non è più una virtù” invitava ad una radicalità epocale per quel periodo e spingeva i giovani ad opporsi al servizio militare obbligatorio, che costringeva anche i suoi studenti a imbracciare le armi per difendere la Patria, così come previsto dall’articolo 52 della nostra Costituzione. In particolare, don Milani scriveva: «Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?»1 Anche grazie all’impegno di don Milani, il quale aveva aperto la strada all’obiezione di coscienza, quando un tempo tale scelta comportava un rischio penale e costringeva al processo e al carcere, come accadde al primo obiettore della storia italiana Pietro Pinna, con la Legge 772/1972 si avviò l’iter che condusse positivamente verso l’alternativa del servizio civile, poi perfezionato con la Legge 230/1998, che sancì il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza quale diritto del cittadino. Fu così che dal 1972 fino al 2005, molti uomini sottoposti all’obbligo della leva ebbero l’opportunità di svolgere in sostituzione il servizio civile presso enti religiosi, sindacati, in tutta una galassia di attività legate all’associazionismo, opzione percorsa in maniera sistematica, ad esempio, dai Testimoni di Geova con l’accortezza di rispettare in maniera molto puntuale il principio della neutralità politico-militare, cioè di evitare qualsiasi forma di servizio civile militarizzato perché in contrasto con il principio religioso della fratellanza universale. Ora, con i venti di guerra sempre più forti all’orizzonte, negli ultimi mesi stiamo assistendo al ritorno della leva obbligatoria in tutta Europa e questo apre un nuovo e inedito scenario. Infatti, il panorama che abbiamo di fronte, in quasi tutti i Paesi europei, è quello di una leva che prevede l’obbligo del servizio militare e, in sostituzione, di un servizio civile disarmato, ma complementare, cioè sempre legato alla difesa della Patria in caso di guerra. Insomma, se un Paese europeo dovesse essere coinvolto in una guerra, ad esempio nel momento in cui dovesse scattare l’art. 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO), che stabilisce il principio di difesa collettiva (un attacco armato contro uno o più membri in Europa o America del Nord è considerato un attacco contro tutti) ci sarebbero i ragazzi e le ragazze coinvolte pienamente con il conflitto armato al fronte, mentre gli obiettori, sempre al servizio della Patria, sarebbero impegnati in attività di emergenza sanitaria, energetica, informatica. E, tuttavia, il dubbio che resta è proprio oggi come ieri, mutatis mutandis, quello di don Milani, vale a dire: se c’è un Paese della NATO che agisce come oppressore e attacca un altro Stato in violazione del diritto umanitario internazionale, uccidendo ad esempio bambine e bambini (come in Iran ad esempio?), e poi dovesse esserci una ripercussione dello Stato aggredito contro un membro NATO in modo da far scattare l’art. 5 del Trattato, qual è la Patria che sarei chiamato a difendere anche con il servizio civile disarmato ma militarizzato? Nel dubbio, non essendoci ancora una legge per la leva obbligatoria in Italia (la storica e proverbiale lentezza italiana potrebbe anche sortire effetti positivi, se si alimenta la mobilitazione popolare!) e nelle more dell’organizzazione di un dibattito franco per un rifiuto totale della militarizzazione e per una obiezione di coscienza totale alla leva, abbiamo chiesto a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, come vedono, dal loro punto di vista, il sistema che combina servizio militare e servizio civile militarizzato in Svezia, considerato che proprio il modello svedese viene visto come virtuoso da alcune componenti della galassia pacifista e nonviolenta italiana. Alla domanda su come è organizzato il servizio civile in Svezia Rebecka risponde: «In Svezia, la coscrizione è stata attivata il 21 dicembre 2023, dopo essere stata disattivata dal 2010. Nel 2024 e 2025 la coscrizione civile è stata limitata a un numero minore di persone all’interno dei servizi di emergenza municipali e al settore dell’approvvigionamento elettrico. Nel novembre 2025 è stato riportato che il Governo stava lavorando per attivare il servizio civile in termini generali e che il servizio senza armi potesse diventare una realtà nel 2027, ma poi nel dicembre 2025 il Governo svedese ha annunciato che il servizio civile avrebbe incluso i servizi di sorveglianza, le comunicazioni elettroniche, i sistemi di rete e quelli della comunicazione, nonché la sicurezza informatica. Ciò implica che dal 2026 in poi, i cittadini svedesi sono stati obbligati a svolgere e completare un periodo di formazione di base, similmente al servizio militare, anche all’interno della difesa civile. Fare il servizio civile non significa necessariamente essere liberi dal maneggiare armi e non significa necessariamente svolgere un servizio civile privo di legame con la difesa militare. La Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato è contraria alla coscrizione, alla circostanza che vede i cittadini essere costretti a portare e usare armi, al fatto che i cittadini possono essere costretti a partecipare ai preparativi per la guerra. C’è una differenza sostanziale tra un servizio civile, ancora progettato e inquadrato in modo tale da essere chiaramente collegato alla difesa militare, e un servizio non militarizzato e progettato per contribuire a rafforzare la società per affrontare ogni tipo di crisi, ad esempio questioni sanitarie e crisi climatiche. Il punto è che il servizio civile-militare sotto la NATO (la Svezia è diventata ufficialmente il 32° membro della NATO il 7 marzo 2024, n.d.r.), probabilmente sarebbe comunque collegato alla difesa militare e alla militarizzazione». Insomma, sussiste di fatto, anche in Svezia da parte della più accreditata associazione pacifista, il sospetto che le guerre spinte innanzi dagli interessi economici dei Paesi legati alla NATO non siano propriamente delle azioni difensive, per cui anche l’articolo 52 della nostra Costituzione avrebbe senso, ma siano mascheramenti di azioni offensive, macchinazioni economiche neoliberiste su cui la coscienza umana dovrebbe costantemente interrogarsi. Dovremmo, ad esempio, chiederci: cosa è diventata la Patria che oggi siamo chiamati a difendere? Gli interessi di chi persegue la Patria che mi appresto a servire anche con il servizio civile militarizzato? Se la mia Patria, o gli alleati della mia Patria, dovesse offendere le Patrie degli altri, come accade da qualche anno, sussisterebbe ancora nella mia coscienza quell’obbligo di difesa? Chiaramente i dubbi sono tutti legittimi, ma le azioni da intraprendere, almeno in Italia, devono essere repentine, considerando che una legge sul ritorno della leva obbligatoria non c’è ancora. Non da ultimo, vorremmo suggerire che, come ci ricorda Rebecka per la Svezia in relazione al Kampfonden, si potrebbe anche in Italia attivare un Fondo economico che sostiene i disobbedienti civili e coloro che rifiutano le armi; infatti, se ci si oppone completamente al servizio militare, si parla di disobbedienza civile totale e si può essere puniti con una multa o con la reclusione. Recuperare un po’ di coraggio per scelte radicali può fare la differenza per la vita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze: senz’altro questa era la lezione che abbiamo appreso da don Lorenzo Milani. 1 L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Chiarelettere, Milano 2023, p. 37. Michele Lucivero
May 6, 2026
Pressenza
Il viaggio di Greta Thunberg nella Svezia che implode
In Svezia è cominciata la campagna elettorale; il voto è previsto, come sempre, per la seconda domenica di settembre. Il paese è governato dal 2022 da una coalizione di centrodestra (Moderati, Liberali e Cristianodemocratici), con l’appoggio esterno – decisivo – dei suprematisti Democratici di Svezia. L’accordo fra questi partiti (detto di Tidö dal nome del luogo dove è stato siglato) ha partorito le seguenti aberrazioni: > le zone di ispezione, che meglio sarebbe chiamare zone franche per la polizia, > autorizzata – in nome della “sicurezza”– a perquisire, in uno spazio e tempo > delimitati (in base a criteri inevitabilmente discrezionali), persone e > veicoli senza che vi sia un concreto indizio di reato; un inasprimento delle > pene come unica risposta alla criminalità, identificata in toto con le gang di > giovani immigrati, che sarebbe ulteriormente aggravato dall’abbassamento a 13 > anni della soglia per la punibilità; restrizioni sull’accoglienza tanto per > chi chiede asilo quanto per chi cerca lavoro in Svezia. In queste settimane ha suscitato scandalo l’espulsione di adolescenti i cui genitori hanno un regolare permesso di soggiorno, a causa dell’applicazione di una norma in base a cui le persone, una volta diventate maggiorenni, non sono più considerate parte della famiglia e devono dimostrare di possedere individualmente i requisiti per risiedere nel paese. La norma in questione però è del 2016, dunque è stata approvata dai Socialdemocratici (così si chiamano, dopo aver abbandonato anche nel nome il riferimento al lavoro)… Ormai indistinguibile dal centrodestra, il partito guidato da Magdalena Andersson, che si trova all’opposizione, fa di tutto per dimostrare di essere più realista del re; in parlamento vota insieme alla maggioranza su materie come la politica penale e quella migratoria (che sono ormai sovrapposte, nella narrazione dominante) così come sulla politica estera, a partire dal sostegno incondizionato all’adesione alla NATO (promossa proprio dai Socialdemocratici: il centrodestra non vi era mai riuscito) e al riarmo dell’Ucraina fino a una non precisata vittoria. Quanto alla Palestina, la leadership del partito ha tardato e faticato a usare la parola “genocidio”, prodigandosi piuttosto nella condanna dell’attacco di Hamas. Il Partito della Sinistra svedese non offre un’alternativa credibile alla svolta reazionaria del partito di Andersson. Con la leadership di Nooshi Dadgostar si è registrata infatti una regressione sconcertante, con il sostegno al regime di guerra (alla domanda “è giusto dare la vita per il proprio paese?” Dadgostar ha risposto senza esitazioni affermativamente) e l’espulsione di esponenti schierat3 a fianco della resistenza palestinese (non quella di Hamas, peraltro, bensì quella del Fronte popolare per la liberazione della Palestina). IL VIAGGIO DI GRETA Non è un bello spettacolo, quello che si presenta alle nuove (e non solo) generazioni in vista del voto settembrino. Da qui l’idea di Greta Thunberg di viaggiare per il paese, in compagnia della giornalista Alexandra Urisman Otto, per cercare di capire, intervistando persone comuni, come si può costruire un movimento dal basso per una società e un mondo più giusti. Il resoconto del viaggio sarà raccontato, tappa dopo tappa, sul giornale “Arbetaren” (Il lavoratore), fondato nel 1922 e organo della SAC (Organizzazione centrale dei lavoratori e delle lavoratrici), di ispirazione socialista libertaria. Thunberg spiega come è nato il progetto: «L’escalation della crisi climatica, il genocidio e l’erosione dei principi fondamentali del diritto internazionale – problemi che toccano tutt3 e da cui tutt3 siamo preoccupat3 – spiccano per la loro assenza nel dibattito pre-elettorale. Non sono certo l’unica elettrice a sentirsi impotente, disperata e terribilmente frustrata per il fatto che il discorso pubblico sia totalmente scollegato dalla realtà e non vi sia alcun partito che prenda davvero sul serio queste enormi sfide. […] Voglio capire su che cosa la gente pensa che io e altr3 attivist3 dovremmo concentrarci e soprattutto di che cosa ci sarebbe bisogno e come dovrebbe cambiare il movimento affinché proprio tu esca dalla tua comfort zone e diventi attivista. Ma sono anche un’elettrice che come molt3 altr3 si sente disperata – e tuttavia rifiuta di cedere all’apatia». Far parlare le persone che subiscono le decisioni: questa campagna elettorale vista dal basso è anche una risposta a chi, negli ultimi anni, ha cercato di zittire Thunberg, schernendola o addirittura criminalizzandola. Fino a che si è occupata di “giardinaggio” (con appelli forti, ma generici, a contrastare il cambiamento climatico) è stata celebrata come icona del nuovo attivismo giovanile globale, reputato inoffensivo. > Nel momento in cui ha affinato la sua critica, illuminando l’estrattivismo e > la guerra come meccanismi consustanziali al sistema capitalista, il > paternalismo condiscendente con cui era trattata ha lasciato il posto a un > astio non solo verbale. La sua partecipazione, in diversi paesi europei, ad atti di disobbedienza civile contro l’industria fossile e, soprattutto, a manifestazioni di solidarietà con la Palestina le è costata, oltre a diversi arresti, l’accusa di essere “incline alla violenza” e, va da sé, “antisemita”. La colpa? Mettere in rapporto il colonialismo, non solo quello israeliano (che nondimeno ha definito “un caso da manuale”) con la minaccia esistenziale rappresentata dalla crisi climatica. Per chi vuole screditarne le prese di posizione (e sono in molt3 anche nella Svezia che un tempo si pavoneggiava della ragazzina diventata una sorta di brand nazionale), la partecipazione di Thunberg alla Global Sumud Flotilla ha rappresentato un’ulteriore occasione per cercare di screditarla. L’attivista svedese tuttavia ha dato voce allo sdegno di milioni di persone quando, dopo l’espulsione da Israele (dove è stata trattata con particolare durezza), ha rinnovato la denuncia della complicità occidentale nel genocidio, ribadendo al contempo il suo impegno per un mondo libero da ogni forma di oppressione. Il suo viaggio in una Svezia che ha perduto sé stessa costituisce una nuova tappa nel percorso di un attivismo giovanile che deve attrezzarsi, in Europa come nelle Americhe, per fronteggiare le conseguenze del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia. La copertina è di Norges Naturvernforbund (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il viaggio di Greta Thunberg nella Svezia che implode proviene da DINAMOpress.
March 11, 2026
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