E se la difesa della mia Patria diventasse offesa alla Patria altrui? A proposito del ritorno della leva obbligatoriaPer chi non lo sapesse, ad esempio per i più giovani, il titolo di questo
articolo riprende un celebre passo provocatorio di don Lorenzo Milani, il quale
il 23 febbraio 1965 tuonava contro i cappellani militari intruppati. Don Milani
con il suo motto “L’obbedienza non è più una virtù” invitava ad una radicalità
epocale per quel periodo e spingeva i giovani ad opporsi al servizio militare
obbligatorio, che costringeva anche i suoi studenti a imbracciare le armi per
difendere la Patria, così come previsto dall’articolo 52 della nostra
Costituzione. In particolare, don Milani scriveva: «Se vedremo che la storia del
nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete
chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che
dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e
l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero
odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?»1
Anche grazie all’impegno di don Milani, il quale aveva aperto la strada
all’obiezione di coscienza, quando un tempo tale scelta comportava un rischio
penale e costringeva al processo e al carcere, come accadde al primo obiettore
della storia italiana Pietro Pinna, con la Legge 772/1972 si avviò l’iter che
condusse positivamente verso l’alternativa del servizio civile, poi perfezionato
con la Legge 230/1998, che sancì il pieno riconoscimento giuridico
dell’obiezione di coscienza quale diritto del cittadino.
Fu così che dal 1972 fino al 2005, molti uomini sottoposti all’obbligo della
leva ebbero l’opportunità di svolgere in sostituzione il servizio civile presso
enti religiosi, sindacati, in tutta una galassia di attività legate
all’associazionismo, opzione percorsa in maniera sistematica, ad esempio, dai
Testimoni di Geova con l’accortezza di rispettare in maniera molto puntuale il
principio della neutralità politico-militare, cioè di evitare qualsiasi forma di
servizio civile militarizzato perché in contrasto con il principio religioso
della fratellanza universale.
Ora, con i venti di guerra sempre più forti all’orizzonte, negli ultimi mesi
stiamo assistendo al ritorno della leva obbligatoria in tutta Europa e questo
apre un nuovo e inedito scenario. Infatti, il panorama che abbiamo di fronte, in
quasi tutti i Paesi europei, è quello di una leva che prevede l’obbligo del
servizio militare e, in sostituzione, di un servizio civile disarmato, ma
complementare, cioè sempre legato alla difesa della Patria in caso di guerra.
Insomma, se un Paese europeo dovesse essere coinvolto in una guerra, ad esempio
nel momento in cui dovesse scattare l’art. 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO),
che stabilisce il principio di difesa collettiva (un attacco armato contro uno o
più membri in Europa o America del Nord è considerato un attacco contro tutti)
ci sarebbero i ragazzi e le ragazze coinvolte pienamente con il conflitto armato
al fronte, mentre gli obiettori, sempre al servizio della Patria, sarebbero
impegnati in attività di emergenza sanitaria, energetica, informatica.
E, tuttavia, il dubbio che resta è proprio oggi come ieri, mutatis mutandis,
quello di don Milani, vale a dire: se c’è un Paese della NATO che agisce come
oppressore e attacca un altro Stato in violazione del diritto umanitario
internazionale, uccidendo ad esempio bambine e bambini (come in Iran ad
esempio?), e poi dovesse esserci una ripercussione dello Stato aggredito contro
un membro NATO in modo da far scattare l’art. 5 del Trattato, qual è la Patria
che sarei chiamato a difendere anche con il servizio civile disarmato ma
militarizzato?
Nel dubbio, non essendoci ancora una legge per la leva obbligatoria in Italia
(la storica e proverbiale lentezza italiana potrebbe anche sortire effetti
positivi, se si alimenta la mobilitazione popolare!) e nelle more
dell’organizzazione di un dibattito franco per un rifiuto totale della
militarizzazione e per una obiezione di coscienza totale alla leva, abbiamo
chiesto a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e
l’Arbitrato, come vedono, dal loro punto di vista, il sistema che combina
servizio militare e servizio civile militarizzato in Svezia, considerato che
proprio il modello svedese viene visto come virtuoso da alcune componenti della
galassia pacifista e nonviolenta italiana.
Alla domanda su come è organizzato il servizio civile in Svezia Rebecka
risponde: «In Svezia, la coscrizione è stata attivata il 21 dicembre 2023, dopo
essere stata disattivata dal 2010. Nel 2024 e 2025 la coscrizione civile è stata
limitata a un numero minore di persone all’interno dei servizi di emergenza
municipali e al settore dell’approvvigionamento elettrico. Nel novembre 2025 è
stato riportato che il Governo stava lavorando per attivare il servizio civile
in termini generali e che il servizio senza armi potesse diventare una realtà
nel 2027, ma poi nel dicembre 2025 il Governo svedese ha annunciato che il
servizio civile avrebbe incluso i servizi di sorveglianza, le comunicazioni
elettroniche, i sistemi di rete e quelli della comunicazione, nonché la
sicurezza informatica. Ciò implica che dal 2026 in poi, i cittadini svedesi sono
stati obbligati a svolgere e completare un periodo di formazione di base,
similmente al servizio militare, anche all’interno della difesa civile. Fare il
servizio civile non significa necessariamente essere liberi dal maneggiare armi
e non significa necessariamente svolgere un servizio civile privo di legame con
la difesa militare. La Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato è contraria
alla coscrizione, alla circostanza che vede i cittadini essere costretti a
portare e usare armi, al fatto che i cittadini possono essere costretti a
partecipare ai preparativi per la guerra. C’è una differenza sostanziale tra un
servizio civile, ancora progettato e inquadrato in modo tale da essere
chiaramente collegato alla difesa militare, e un servizio non militarizzato e
progettato per contribuire a rafforzare la società per affrontare ogni tipo di
crisi, ad esempio questioni sanitarie e crisi climatiche. Il punto è che il
servizio civile-militare sotto la NATO (la Svezia è diventata ufficialmente il
32° membro della NATO il 7 marzo 2024, n.d.r.), probabilmente sarebbe comunque
collegato alla difesa militare e alla militarizzazione».
Insomma, sussiste di fatto, anche in Svezia da parte della più accreditata
associazione pacifista, il sospetto che le guerre spinte innanzi dagli interessi
economici dei Paesi legati alla NATO non siano propriamente delle azioni
difensive, per cui anche l’articolo 52 della nostra Costituzione avrebbe senso,
ma siano mascheramenti di azioni offensive, macchinazioni economiche
neoliberiste su cui la coscienza umana dovrebbe costantemente interrogarsi.
Dovremmo, ad esempio, chiederci: cosa è diventata la Patria che oggi siamo
chiamati a difendere? Gli interessi di chi persegue la Patria che mi appresto a
servire anche con il servizio civile militarizzato? Se la mia Patria, o gli
alleati della mia Patria, dovesse offendere le Patrie degli altri, come accade
da qualche anno, sussisterebbe ancora nella mia coscienza quell’obbligo di
difesa?
Chiaramente i dubbi sono tutti legittimi, ma le azioni da intraprendere, almeno
in Italia, devono essere repentine, considerando che una legge sul ritorno della
leva obbligatoria non c’è ancora. Non da ultimo, vorremmo suggerire che, come ci
ricorda Rebecka per la Svezia in relazione al Kampfonden, si potrebbe anche in
Italia attivare un Fondo economico che sostiene i disobbedienti civili e coloro
che rifiutano le armi; infatti, se ci si oppone completamente al servizio
militare, si parla di disobbedienza civile totale e si può essere puniti con una
multa o con la reclusione.
Recuperare un po’ di coraggio per scelte radicali può fare la differenza per la
vita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze: senz’altro questa era la lezione
che abbiamo appreso da don Lorenzo Milani.
1 L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Chiarelettere, Milano 2023, p.
37.
Michele Lucivero