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Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Takashi Sakamoto su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso. A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività. Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica. In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica. Crisi multiple e fine dell’eccezione Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni. Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari. La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita.  Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali. Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita. Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale.  La doppia transizione verde e digitale La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni. Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione. Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione. L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati. In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici. Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate.  Perché un reddito di base europeo A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa. Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa. Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi.  Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale. In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari. La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale. Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali. Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni. Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale. Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale. Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità. Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro. In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile. L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria. Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica. Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione. Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”. Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito. Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale. Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario. -------------------------------------------------------------------------------- Note e riferimenti essenziali Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023 Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html# International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447 Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/ -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a transform-italia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale
Ventisei miliardi impronunciabili La CGIL chiede l’1,3 per cento ai cinquecentomila italiani che possiedono più di due milioni di euro. Il governo risponde che con la destra non se ne parlerà mai. Ma la patrimoniale, in Italia, esiste già: la pagano quelli che hanno una casa, un’automobile e un conto […] L'articolo I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
InvestiRE SGR è un problema in comune
A PISA CONOSCONO BENE INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE ABBANDONATO E RECUPERATO DA SPIN TIME, A ROMA, OGGI SGOMBERATO. SANNO BENE CHE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI, IMPOVERISCE I QUARTIERI. INVESTIRE SGR, IN REALTÀ, È NOTO ANCHE A MILANO, FIRENZE, TORINO, TREVISO. QUALCHE RIFLESSIONE SULLE ANALOGIE TRA IL CASO DI SPIN TIME E L’ESPERIENZA DI DISTRETTO 42 A PISA E SUL MODELLO PREDATORIO DEI FONDI DI INVESTIMENTO PUBBLICI -------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Anche a Pisa seguiamo con profonda preoccupazione e indignazione la vicenda dello Spin Time Labs di Roma, un’esperienza sociale ed abitativa straordinaria dove centinaia di persone e famiglie hanno trovato casa, cultura e comunità, oggi messe a rischio dall’inerzia delle amministrazioni e dalla fame della finanza immobiliare. Il comunicato con cui InvestiRE SGR ha tentato di giustificare la propria condotta per conto del Fondo Immobili Pubblici (FIP) rivela la natura predatoria di un soggetto che a Pisa conosciamo da tempo. L’inchiesta Pisa Depredata ha già documentato come i meccanismi di svalutazione del patrimonio collettivo vengano usati per fabbricare asset speculativi. Nel 2014 il “Municipio dei Beni Comuni” liberò dall’abbandono l’ex Distretto Militare di Leva in via Giordano Bruno, dando vita all’esperienza del Distretto 42. Quell’edificio venne celermente sgomberato per essere alienato e, nel 2017, insieme alla Caserma Artale, un compendio dal valore stimato tra i 22 e i 40 milioni di euro è passato dal Demanio al fondo gestito da Cassa Depositi e Prestiti e operato da InvestiRE SGR per la cifra stracciata di soli 8,4 milioni di euro. Oggi, su quelle ceneri, la SGR sta completando l’operazione di social housing “Borgo San Martino”. Cos’è una SGR: la tutela del risparmio non è la garanzia del profitto Per smontare la narrazione di InvestiRE SGR occorre comprendere come funzionano questi intermediari. Nate ufficialmente nel 1998 con il Testo Unico della Finanza (la “Legge Draghi”), le Società di Gestione del Risparmio hanno il compito di gestire patrimoni collettivi attraverso una rigida segregazione patrimoniale. La legge prevede che il denaro versato nei fondi costituisca un patrimonio autonomo e separato sia da quello della SGR stessa, sia da quello della banca depositaria. In questo modo, se la SGR o la banca dovessero fallire, i creditori non possono toccare i soldi degli investitori. Nel caso del Fondo Immobili Pubblici (FIP), le quote di capitale sono state acquistate da investitori istituzionali e dalle Casse di previdenza dei liberi professionisti: i contributi dei Medici e Odontoiatri (ENPAM), dei Giornalisti (INPGI), degli Psicologi (ENPAP) e dei Geometri (CIPAG) sono stati canalizzati nel mattone pubblico. La SGR si scherma dietro il dovere di tutelare i pensionati per rifiutare qualsiasi trattativa sociale. Tuttavia, la tutela del risparmiatore garantita dalla legge riguarda la separazione dei beni dal fallimento dell’intermediario, non la garanzia del profitto. I regolamenti finanziari stabiliscono espressamente che chi investe in un fondo immobiliare chiuso si assume il pieno rischio di mercato. Proteggere i contributi previdenziali non significa obbligare lo Stato o le città a garantire rendimenti speculativi o ad evitare minusvalenze a veicoli finanziari in scadenza. Profitti di rischio e “De Core”: l’incompatibilità dei tempi finanziari InvestiRE SGR — controllata dalla finanza privata romana della famiglia Nattino (Banca Finnat Euramerica) insieme alla famiglia Benetton, Casse professionali e Fondazioni bancarie — gestisce un portafoglio di 7 miliardi di euro distribuito su 60 fondi suddivisi nelle macro-categorie Abitare, Infrastrutture Sociali, Uffici e Commerciale, e Ospitalità. Questi strumenti si muovono lungo una scala rigida di profili di rischio finanziario: dal Core (basso rischio e rendimenti stabili) al Core Plus, fino al Value-Add (rischio medio-alto che richiede interventi di riqualificazione) e all’Opportunistic (massimo rischio speculativo). Le categorie di rischio non sono meri codici contabili, ma determinano l’agire politico dei fondi e impattano direttamente sulla vita delle persone. Il FIP è nato come fondo Core perché la sua redditività era garantita in partenza dal settore pubblico: per l’immobile di Spin Time in via Santa Croce in Gerusalemme, prima di svuotarlo nel 2010, lo Stato ha versato al fondo oltre 48 milioni di euro in canoni di locazione, ripagando più di due volte il valore originario del bene. Al contrario, fondi come il Fondo Housing Toscano (FHT) operano con logiche Value-Add, muovendosi spesso dopo gli sgomberi per valorizzare l’immobile sul mercato dell’edilizia convenzionata. Mentre la finanza incasella l’immobile romano nel profilo Core, per 13 anni è stata la comunità di Spin Time a metterci il “cuore” (de core, per dirla alla romana). Attraverso una cura quotidiana e il welfare dal basso, gli abitanti hanno garantito la manutenzione ordinaria ed evitato che un colosso di 20.000 metri quadrati marcisse nell’abbandono, preservando lo stesso valore patrimoniale di cui oggi la SGR pretende di monetizzare la vendita. In questo ingranaggio, Cassa Depositi e Prestiti (CDP) gioca un ruolo ambiguo: fornisce la liquidità e assorbe i rischi utilizzando i libretti di risparmio postale dei cittadini, permettendo a InvestiRE SGR di operare a capitale proprio di rischio praticamente azzerato e di incassare commissioni di gestione garantite. I tempi dell’investimento immobiliare — scansioni pluridecennali e scadenze rigide come la liquidazione del FIP fissata per il 2027 — sono strutturalmente incompatibili con le urgenze quotidiane dell’emergenza abitativa e con i bisogni primari delle persone. Il caso di Pisa e la Costituzione L’esperienza pisana di via Giordano Bruno dimostra il cortocircuito di questo modello. Con l’esperienza del Distretto 42, la cittadinanza aveva restituito all’ex caserma una funzione sociale immediata e gratuita. Sgomberato quel presidio, lo spazio è stato incanalato nel Fondo Housing Toscano per realizzare il complesso “Borgo San Martino”: un’operazione finanziata per oltre il 60% con risorse pubbliche e dal risparmio postale di CDP, su cui la SGR della famiglia Nattino estrae rendita e commissioni private. L’Articolo 42 della Costituzione parla chiaro: «… La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». La tutela della proprietà e dei fondi d’investimento è subordinata al rispetto della funzione sociale. Non esiste alcun principio costituzionale che tuteli il margine di profitto degli investitori finanziari rispetto al diritto alla casa. Di fronte alla scadenza del 2027, la risposta deve essere netta: le istituzioni non devono cedere ad alcun ricatto e gli investitori del fondo devono farsi carico della minusvalenza di mercato. Fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni Quanto accade a Roma e a Pisa dimostra come InvestiRE SGR e il modello economico finanziario che rappresenta sia una minaccia sistemica per la gestione pubblica e sociale dei territori. Questo modello si ripete in modo omogeneo in molte altre città italiane. Firenze: dal 2018 la SGR gestisce la trasformazione dell’ex Manifattura Tabacchi, affiancando un’esigua quota di social housing a complessi residenziali di lusso e spazi commerciali. Per un’analisi dettagliata sulle alienazioni nel capoluogo toscano si veda il reportage su Firenze Alienata. Milano: Dal 2015 attiva nei progetti di rigenerazione di Cascina Merlata e dell’area ex Trotto per la realizzazione di grandi interventi in edilizia convenzionata (“Social & Student Housing”). Torino: Dal 2019 impegnata nella riconversione ad uso residenziale temporaneo e universitario delle palazzine dell’ex Villaggio Olimpico MOI, precedentemente interessate da un’occupazione abitativa. Treviso: Dal 2023 opera tramite il Fondo Veneto Casa nell’intervento residenziale di via Pisa. L’intera architettura proprietaria della SGR e le sue ramificazioni sono state ricostruite nell’inchiesta dell’Associazione Caminantes pubblicata su Global Project. In vista della Manifestazione e dell’Assemblea Nazionale il 19 e 20 settembre “Il tempo di Spin Time è ora”, rivolgiamo un invito rivolto a tutti i collettivi, ai sindacati di base e ai movimenti per il diritto all’abitare è quello di mappare capillarmente le operazioni di InvestiRE SGR nelle proprie città. È tempo di fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni: la priorità collettiva deve essere il benessere delle persone e la tutela della funzione sociale della proprietà, non la capitalizzazione speculativa dei risparmi. È tempo che chi governa i territori smetta di cedere ai ricatti della finanza, e trovi il coraggio di amministrare custodendo e preservando il bene comune. -------------------------------------------------------------------------------- [Gruppo di Lavoro “Pisa Depredata”] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Il tempo nuovo di Spin time -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo InvestiRE SGR è un problema in comune proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti […] L'articolo Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog” su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
L’ultima idrovora del risparmio globale
Arrivano le grandi manovre per mantenere in vita il capitalismo finanziario drenando tutto il risparmio possibile al servizio dei Padroni del mondo. L’operazione annunciata, in questi caldissimi giorni, da Nvidia, sotto la guida di Jensen Huang, segna una svolta strategica senza precedenti che trasforma il colosso dei semiconduttori in un […] L'articolo L’ultima idrovora del risparmio globale su Contropiano.
August 14, 2026
Contropiano
IA: la bolla e lo spillo
E’ passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare). I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due […] L'articolo IA: la bolla e lo spillo su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Svendere per poi pagare il doppio. Chi ha occupato davvero i beni comuni
Il rogo che nella notte tra il 29 e il 30 luglio ha reso inagibile il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, lasciando in strada circa quattrocento persone, riporta l’attenzione su un immobile che dal 12 ottobre 2013, data di inizio dell’occupazione da parte di circa trecento […] L'articolo Svendere per poi pagare il doppio. Chi ha occupato davvero i beni comuni su Contropiano.
August 3, 2026
Contropiano
Immaginare comunità contro la restaurazione di Milei in Argentina
In Argentina, dal dicembre 2023, è al governo Javier Milei, capo di una coalizione utraliberista La Libertad Avanza, il suo obiettivo dichiarato è distruggere lo stato, portare il paese verso la “libertà finanziaria”, ed eliminare i privilegi della casta e dei parassiti. Il libro di Verónica Gago e Luci Cavallero, Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario edito in Italia da Ombre Corte, tradotto dallo spganolo da Anna Curcio, analizza come l’uomo della motosega sia arrivato al potere, sia stato riconfermato alla elezioni parlamentari del 2025, e, nonostante le enormi mobilitazioni, stia riuscendo ad attuare il suo progetto di distruzione del paese anche grazie a una base di appoggio popolare.  La domanda sottostante alle pagine del libro è: come si è costruito questo appoggio popolare a Milei? E in che modo la crisi economica e valutaria del 2022/23, con un’inflazione su base annua del 300%, ha portato alla vittoria del governo anarcocapitalista, e quella del 2001, con le immagini dei blindati che portavano valuta fuori dai confini, ha portato alla più grande rivolta nel paese e alla costruzioni di rete di solidarietà e autogestione di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda le due studiose e attiviste argentine utilizzano un metodo di analisi femminista e materialista.  > «Gran parte del sostegno che ha ricevuto alle urne può essere spiegato > attraverso il modo in cui funziona l’economia quotidiana, vero terreno di > fermentazione, preparazione e prova del nuovo regime» (p.47). E da qui discerne un’ analisi di come austerità, disciplina e sacrificio vengono accettate e riprodotte nella sfera domestica, un territorio ancora oggi sconosciuto alla disciplina economica, nonostante siano decenni che l’economia femminista pone al centro della riflessione politica ed economica la riproduzione sociale.  Prima passo laterale di questa analisi femminista è quello di guardare alla crisi economica non dal lato della finanza pubblica, ma a partire dalle trasformazioni sociali ed economiche nella sfera quotidiana, relazionale ed emotiva. Si continua, così, sul solco tracciato da Gago già nel suo primo libro Neoliberalismo dal basso, edito in italiano da Tamu Edizioni. Il secondo passo laterale è quello di analizzare la produzione di soggettività, e quindi di consenso all’anarco liberismo autoritario di Milei, che la finanziarizzazione della riproduzione sociale produce. E ultimo passo, analizzare la svolta autoritaria del mondo ponendo al centro l’Argentina e l’America Latina come territori decisivi per comprendere le dinamiche in cui siamo immerse, e non solo come specchio di ciò che accade negli Stati Uniti.  > E a partire da questi tre passi laterali che l’ipotesi delle autrici taglia il > campo d’analisi in maniera netta: «l’autoritarismo della libertà finanziaria è > la dinamica che, in nome della libertà, promuove la fascistizzazione della > vita collettiva» (p.58). In un territorio come l’America Latina dove «la convergenza tra neoliberalismo e autoritarismo è originaria» (p.61), organizzata nelle dittature tra gli anni ’60 e ’80, e basata sul genocidio delle popolazioni indigene fondativo degli stati nazione del sud e nord America. Oggi la riconversione da un neoliberalismo autoritario a un «fascismo di tipo coloniale» avviene tramite «la guerra alla riproduzione sociale» e la sua fascistizzazione.  In questo modo Cavallero e Gago superano il dibattito sulla svolta autoritaria globale, fermo alla domanda se quello a cui assistiamo sia fascismo o meno, e diviso tra chi individua la causa nelle guerre culturali – dando colpa al femminismo – e chi in una mutazione del neoliberismo. Le autrici chiariscono come sia il campo della riproduzione sociale ad essere lo spazio in cui si viluppa la fascistizzazione della società, un processo che ha un doppio movimento dal basso verso l’alto, con comportamenti microfascisti diffusi, costituendo un vera e propria mobilitazione sociale, e dall’alto verso il basso, con politiche che mirano a produrre popolizioni sacrificabili, le donne, le persone trans e non binarie, le persone migranti e razializzate.  Ed è per questo che il femminismo e il transfemminismo sono in prima linea nella battaglia contro le destre fasciste in tutto il mondo. Per buona pace di autori e autrici che qui in Italia continuano a leggere il femminismo contemporaneo come un prodotto dell’identy politics statunitense, invece che guardare alle battaglie del tranfemminismo popolare latino-americano, in cui fonda le radici l’analisi di questo libro.  > La libertà finaziaria, nucelo essenziale dell’agenda politico-economica di > Milei, va mano nella mano con il suo antifemminismo di Stato e la guerra ai > generi. Sono prima di tutto i giovani maschi a sentirsi mobilitati da un progetto che, da un lato, li chiama a responsabilizzarsi, a costruirsi come soggetti imprenditori e speculatori, a rischiare e proiettarsi come persone di successo, tramite app di trading e comunità digitali, invece che rispecchiarsi nella loro condizioni materiali di impoverimento, sfruttamento e condizione di vittima. E dall’altro, li fa riappropriare della violenza patriarcale, transfobica e razzista nella vita quotidiane. Esattamente quella violenza che il movimento transfemminista ha denunciato in questi ultimi dieci anni. > Assistiamo, quindi, a una restaurazione patriarcale finanziaria e coloniale: > una vera e propria controrivoluzione contro le battaglie transfemministe e le > reti di solidarietà e autogestione popolare.  Questo libro inizia con otto tesi sul debito, avanza con otto tesi sulla centralità del genere, e si conclude in otto tesi sulla comunità futura, una linea di analisi che dalla questione materiale del debito privato e pubblico su cui si basa il capitalismo finanziario, passa per produzione di popolazioni sacrificabili sulla base del genere e della razza, per chiudere su come immaginare politicamente nuovi futuri oltre la catastrofe. E nella tesi conclusiva ci esortano: «la sfida è quella di creare e sostenere un’organizzazione trasversale e costruire unità attraverso la vicinanza programmatica e affettiva tra le lotte».  Presentazioni in Italia con le autrici: 25 giugno ore 19:00 a Roma, Esc Atelier autogestito 26 giugno ore 19:00 a Bologna, festival Radici 28 giugno ore 18:30 a Milano, centro sociale Cantiere 29 giugno ore 19:15 a Padova, festival Sherwood Per tutte le informazioni sulle presentazioni leggi la pagina di Ombre Corte Immagine di copertina di Juan Valiero per concessione del giornale La Vaca, proteste a Buenos Aires nel febbraio del 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 25, 2026
DINAMOpress
L’appello del Papa per una finanza al servizio dell’economia reale e del lavoro
Il Gruppo Banca Etica accoglie con profonda condivisione e speranza la prima Enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata ieri dalla Santa Sede. Il documento, dedicato alla custodia della persona nell’era dell’intelligenza artificiale, traccia una linea di demarcazione etica fondamentale che interroga direttamente i mercati finanziari, l’industria tecnologica e i produttori di armamenti. Il Gruppo Banca Etica ritrova nelle parole del Pontefice una spinta a favore di un’economia che metta il profitto al servizio della dignità umana e non viceversa, contrastando le derive di un’IA privatizzata, deregolamentata e asservita alle sole logiche speculative o belliche. DALLA “FINANZA PER LA FINANZA” ALLA “FINANZA PER LO SVILUPPO” Il cuore economico dell’enciclica (paragrafi 157-164) rappresenta, per il Gruppo Banca Etica, la conferma della necessità di un cambio sistemico non più rimandabile. Il testo pontificio sferza duramente la fiducia cieca nella “mano invisibile del mercato”, l’illusione del PIL come unico indicatore di benessere e la deriva della “finanza per la finanza”, opposta a una finanza per l’economia reale e il lavoro. «Il capitolo dell’Enciclica dedicato all’economia tocca una ferita aperta della nostra contemporaneità” commenta il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi – Il Papa denuncia come la rendita da capitale stia soffocando il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini. Leone XIV rilancia la funzione sociale del credito: il risparmio deve trasformarsi in credito per l’economia reale, per creare lavoro dignitoso e per accompagnare le transizioni. È esattamente la nostra missione: fare in modo che la ricerca della giustizia non sia solamente qualcosa che interviene ‘dopo’ la produzione di ricchezza fine a se stessa, attraverso la redistribuzione, ma impregni le decisioni economiche fin dall’inizio, dalla scelta di quali imprese e progetti finanziare». I rischi del “Credit Scoring” automatizzato: Al paragrafo 164, il Papa chiede “trasparenza e responsabilità” quando dati e algoritmi incidono sull’erogazione del credito, affinché la persona non sia mai ridotta a un semplice profilo numerico. «L’avvertimento del Pontefice sull’uso dei dati nella finanza è cruciale – commenta Aldo Soldi – L’intelligenza artificiale applicata al credit scoring rischia di creare discriminazioni invisibili e strutturali, escludendo a priori i più vulnerabili o chi parte da situazioni di svantaggio. Noi ribadiamo che la tecnologia deve rimanere uno strumento sussidiario: la valutazione del credito deve conservare una profonda dimensione umana, l’ascolto delle storie personali e del valore sociale dei progetti. Solo così l’innovazione tecnologica sarà un motore di civiltà. Sosteniamo l’appello del Pontefice per una regolamentazione globale che sottragga l’IA ai monopoli della Silicon Valley e dei mercati speculativi. Da oltre 25 anni dimostriamo che la finanza può e deve fondarsi sulla trasparenza, sulla valutazione degli impatti sociali e ambientali e sul contatto umano, elementi che nessun codice di calcolo potrà mai rimpiazzare», . IL NO AI KILLER ROBOTS E ALLE ARMI AUTONOME Il passaggio più drammatico e urgente dell’enciclica tocca l’automazione dei conflitti. Leone XIV definisce “inammissibile” affidare decisioni di vita o di morte a droni e armamenti guidati dall’IA e supera definitivamente la dottrina della “guerra giusta” nell’era tecnologica. Si tratta di un richiamo che valida e rafforza l’impegno storico del Gruppo Banca Etica che con Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo, è attivamente schierato nella campagna internazionale Stop Killer Robots contro i sistemi d’arma autonomi. Si tratta di una scelta in linea con il posizionamento di Etica Sgr su questi temi: attraverso rigorosi criteri di selezione dei titoli e un’intensa attività di dialogo con le imprese in cui investe, Etica Sgr esclude da sempre categoricamente qualsiasi forma di investimento in società collegate alla produzione di armi «La richiesta del Papa di disarmare l’IA è un imperativo morale che i mercati non possono ignorare. I sistemi d’arma autonomi privano l’essere umano della responsabilità etica della scelta – conclude Aldo Soldi – Attraverso la nostra finanza etica, continueremo a fare pressione sulle aziende globali del tech e dell’aerospazio affinché firmino impegni formali a fermare lo sviluppo di tecnologie di offesa autonoma. Le risorse finanziarie mondiali devono finanziare la transizione ecologica e l’inclusione, non la robotizzazione della guerra». SFRUTTAMENTO E AMBIENTE: LA FILIERA NASCOSTA DELL’IA Il Gruppo esprime infine forte apprezzamento per l’analisi ecologica e sociale compiuta dal Papa, che ha acceso i riflettori sui costi umani e ambientali nascosti della transizione digitale: dallo sfruttamento dei lavoratori della IA nei paesi in via di sviluppo, all’estrazione mineraria devastante per le terre rare, fino all’enorme impronta energetica dei data center. Il Gruppo Banca Etica rinnova l’impegno a promuovere un’innovazione tecnologica che sia inclusiva, ecologicamente sostenibile e rispettosa dei diritti dei lavoratori, raccogliendo la sfida lanciata oggi da Magnifica Humanitas e auspicando che questo appello del Papa così necessario trovi un profondo ascolto nelle opinioni pubbliche e nelle istituzioni. Banca Popolare Etica
May 26, 2026
Pressenza