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Contraddizioni finanziarie nella Chiesa: un’analisi critica degli investimenti dello IOR
Se solo pochi giorni fa rilanciavamo l’appello della CEI contro la speculazione finanziaria a favore delle imprese di armi Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione, oggi riprendiamo invece un articolo di Alessandro Volpi Ior e indici cattolici: nei portafogli spuntano Big Tech e fondi globali assai critico verso le scelte assunte dalla banca vaticana, l’Istituto per le opere religiose (IOR), da cui provengono consigli di investimento finanziario indirizzati al mondo cattolico. E sono proprio le società consigliate per gli investimenti (che dallo IOR passano a decine di istituzioni ed enti religiosi per arrivare a milioni di cattolici in ogni area del Globo) che hanno spinto Volpi a una inchiesta pubblicata dal periodico Valori.  È il caso di  Morningstar, i cui principali azionisti sono le Big Three BlackRock, Vanguard, T. Rowe Price e Baron Capital Management. Sul sito di Morningastar, oltre ad analisi sulla situazione internazionale e sugli effetti della guerra sui mercati troviamo anche alcuni interessati consigli di investimento con 500 fondi selezionati e offerti agli investitori: Borsa, Quotazioni Azioni, Fondi, ETF, Fondi Pensione | Morningstar. Tra le varie società consigliate da IOR troviamo anche multinazionali, titoli che investono direttamente in armi in antitesi a tanti messaggi che arrivano dalla CEI o dal Vaticano. Siamo davanti a un Giano bifronte che un giorno parla contro il Riarmo e l’indomani offre interessati consigli finanziari a beneficio dei produttori di morte? Si aprono problemi rilevanti di natura etica, tali da chiedersi se oltre al messaggio evangelico di pace non ci sia anche una pratica finanziaria che va in direzione diametralmente opposta da parte di qualche settore finanziario legato alla Chiesa. Il problema è annoso, si ripropone periodicamente, ma è stato sviscerato fin dagli anni sessanta del secolo scorso, a seguito del Concilio Vaticano II. Può essere utile fare riferimento all’opera MENSURAM BONAM (MB), che collega Vangelo e Dottrina Sociale Cattolica (DSC) al mondo dell’economia e della finanza con una serie di buoni precetti perché il cattolico operi coerentemente con il messaggio evangelico: mb_ita_final_14_11_22_ed+. Lo studio di Volpi porta alla luce il fatto che tra i beneficiari degli investimenti proposti dallo IOR troviamo titoli di aziende impegnate nella produzione di sistemi di guerra, nella speculazione sui metalli rari, nello sfruttamento dei riders e di altri lavoratori e lavoratrici anche attraverso un intricato sistema di investimenti diretti e indiretti. Il semplice investitore non ha contezza di dove stia mettendo i propri risparmi; se lo sapesse, allora capirebbe che i buoni precetti etici e morali vengono letteralmente contraddetti per disegni speculativi.  Volpi va ancora avanti nella sua disamina indicando nei membri del Consiglio di sovrintendenza dello IOR la presenza di importanti esponenti della finanza con incarichi precedenti in rilevanti multinazionali che da sempre investono in armi: «Jean-Baptiste de Franssu che, prima del suo incarico in Vaticano, è stato Ceo di Invesco Europe, società dove i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street. Poi c’è Elizabeth McCaul, con un passato nella società di consulenza Promontory Financial Group (di proprietà di Ibm), specializzata in compliance e gestione del rischio. Javier Marín Romano è già stato Ceo del Gruppo Santander, mentre Scott C. Malpas per oltre trent’anni è stato il chief investment officer dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, dove ha gestito uno dei fondi di dotazione più performanti al mondo». Tra i grandi clienti della Banca Vaticana poi troviamo grandi immobiliaristi che operano non proprio in sintonia con il messaggio evangelico, una buona parte del patrimonio IOR è affidato a Vanguard e Blackrock i cui investimenti non sono certo rivolti ad opere pie. Ora qualche domanda sorge spontanea: la CEI è al corrente di questi fatti documentati dal periodico Valori e come intende relazionarsi allo IOR? Di questo il mondo cattolico deve prendere atto e visione, chiedendo conto a chi di dovere della incoerenza tra il messaggio di pace e le spregiudicate operazioni della Finanza cattolica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Palantir e il capitale europeo: chi investe?
Chi finanzia le tecnologie della sorveglianza e della guerra? Ne parliamo con Daniele Grasso, data journalist di El País e dell’ICIJ, a partire da un’inchiesta sugli investimenti europei nel colosso Palantir di Peter Thiel. Un’azienda al centro di operazioni di controllo migratorio e sistemi militari, sostenuta dall’investimento di banche, fondi pensione e grandi istituzioni finanziarie del continente, che hanno aumentato massicciamente le loro partecipazioni nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani. Nell’intervista ci concentriamo sulle responsabilità della finanza europea, sul ruolo delle tecnologie dei dati nei dispositivi di sorveglianza e nei conflitti contemporanei, ma anche nelle istituzioni sanitarie, e sulle contraddizioni tra retorica etica e pratiche di investimento.
Palantir e il capitale europeo: chi investe?
Chi finanzia le tecnologie della sorveglianza e della guerra? Ne parliamo con Daniele Grasso, data journalist di El País e dell’ICIJ, a partire da un’inchiesta sugli investimenti europei nel colosso Palantir di Peter Thiel. Un’azienda al centro di operazioni di controllo migratorio e sistemi militari, sostenuta dall’investimento di banche, fondi pensione e grandi istituzioni finanziarie del continente, che hanno aumentato massicciamente le loro partecipazioni nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani. Nell’intervista ci concentriamo sulle responsabilità della finanza europea, sul ruolo delle tecnologie dei dati nei dispositivi di sorveglianza e nei conflitti contemporanei, ma anche nelle istituzioni sanitarie, e sulle contraddizioni tra retorica etica e pratiche di investimento.
April 3, 2026
Radio Blackout
VENERDÌ 3 APRILE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
Nell’appuntamento di venerdì 3 aprile 2026 con la rubrica di Analisi critica dei fatti economici della settimana con l’economista e nostro collaboratore Andrea Fumagalli, iniziamo commentando i dati Istat che riguardano il mercato del lavoro italiano. Scendono infatti di 29mila infatti gli occupati sul mese di febbraio. La fotografia dell’ente statisticosi riferisce al report intitolato “Occupati e disoccupati”. Con i nuovi dati, il tasso di disoccupazione sale a febbraio al 6,2%. Abbiamo poi affrontato la proposta di legge patrimoniale portata avanti da varie organizzazioni tra le quali la CGIL e Rifondazione Comunista. La proposta prevede un contributo di solidarietà sui grandi patrimoni e si pone l’obiettivo di redistribuire la ricchezza, ridurre le disuguaglianze, poi finanziare sanità e scuola. Infine la difficile situazione dell’economia globale in seguito all’aggressione israelo-statunitense all’Iran. Mercati finanziari altalenanti nelle ultime settimane, ieri però calo delle borse in seguito alle dichiarazioni di Trump sull’Iran, che non fanno intravedere la fine del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti. In questo quadro il Consiglio dei ministri ha prorogato il taglio delle accise su benzina e diesel fino al prossimo 1° maggio. La puntata di venerdì 3 aprile 2026 della rubrica settimanale di Analisi critica di fatti economici della settimana con il nostro collaboratore Andrea  Fumagalli, docente di Economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco
“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune petizioni da firmare. Libertà di espressione sotto accusa Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Escalation normativa: pena di morte per palestinesi Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza, con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici fondamentali. Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità. Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono: * la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e carburanti legati al conflitto; * la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di leggi come la 185/1990; * la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di fornitura di armamenti e componenti; attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia, presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali: * Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto; * Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a pratiche di apartheid o operazioni militari; * Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con politiche etiche e responsabili. Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti, evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie e i diritti umani universali. Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria – rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie e riaffermare i diritti umani. Convergenza: il potere dei cittadini Tutto ha avuto inizio in Romagna: il 4 febbraio 2025, al porto di Ravenna, fu disposto un sequestro preventivo d’urgenza di circa 13 tonnellate di componenti metalliche dichiarate “a uso civile”, ma collegate all’industria militare israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna, rilevò l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990, aprendo un procedimento penale e mettendo in luce criticità nel controllo delle esportazioni verso contesti di conflitto. L’azione di associazioni civiche e cittadini attivi fu fondamentale per sollecitare trasparenza e controlli, creando le basi per la mobilitazione successiva dei portuali. Il 6 febbraio 2026, si è svolto lo storico sciopero internazionale dei portuali, che ha coinvolto 21 scali tra Italia ed Europa: la prima mobilitazione unitaria su scala internazionale per motivi politici e umanitari. Questo lavoro in rete ha contribuito anche ai blocchi recenti di container contenenti armi e materiale bellico nei porti italiani, 11 a Cagliari e 8 a Gioia Tauro, sottoposti a ispezione negli ultimi giorni di marzo 2026. In questo contesto, campagne internazionali, associazioni (come GAP, BDS o GPI) e movimenti sociali (come GMG, MSH o DigiunoGaza) sono essenziali anche per tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo o di segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo. A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi e scuole. Le associazioni sollecitano anche l’attuazione dell’ODG del 23 dicembre 2025, che prevedeva entro 60 giorni un regolamento sulle clausole etiche negli appalti del SSR, ancora non emanato Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti nella regione e di unirsi ai movimenti. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno già aderito. Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può contribuire, anche da remoto o senza esperienza: informatevi e scrivete alle associazioni. Ogni contributo è prezioso, adesso più che mai. Per firmare le petizioni: * In Emilia Romagna: La petizione BASTA COMPLICITA * In Italia: La petizione FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI * In Europa: Iniziativa popolare sul sito della Commissione Europea: Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele Redazione Romagna
March 31, 2026
Pressenza
La rendita della catastrofe
Ogni ordine imperiale ha un proprio motore storico. Quello dell’unipolarismo a guida americana è la guerra. Non la guerra come eccezione, come rottura traumatica della normalità, bensì la guerra come condizione ordinaria del ciclo economico, come strumento strutturale attraverso cui il capitale finanziario, periodicamente soffocato dal proprio stesso eccesso, ricrea […] L'articolo La rendita della catastrofe su Contropiano.
March 15, 2026
Contropiano
Missili su Dubai: fine di un’era?
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l’Iran, che in risposta ha lanciato missili e droni sui propri vicini, tra cui Dubai. In serata è stato colpito l’aeroporto di Dubai, un incendio è divampato al Fairmont The Palm, e anche nella zona del porto, ci sono stati alcuni feriti. Centinaia di persone hanno filmato le scie dei missili sul cielo e le conseguenti esplosioni, seminando il panico online e nell’emirato su cosa stesse accadendo. Abbiamo visto i video di turisti e turiste in lacrime – tra cui Big Mama – bloccate all’aeroporto, e influencer dai loro appartamenti di lusso su Dubai Marina domandarsi «come sia possibile che stia accadendo proprio qui». Come se gli Emirati Arabi Uniti non fossero al centro di una regione in fiamme.  > Ai primi video di panico, sono seguiti video rassicuranti. «Non hai paura di > restare a Dubai? No, perché so chi mi protegge» con l’immagine degli emiri al > governo della patria che camminano con tuniche bianche nei centri commerciali > di Dubai, montati sopra la canzone Papaoutai. I buoni padri al potere che rassicurano la popolazione. Una macchina di propaganda informale e diffusa che ripete in centinaia, migliaia di video che tutto è tranquillo, business as usual, grazie alla difesa, ai missili, allo scudo antiaereo, alla famiglia reale. Ma sono tantissime le persone in fuga, e che – tra l’altro – dietro di sé abbandonano i propri animali domestici. Ed è già evidente il rallentamento dei flussi finanziari e degli investimenti immobiliari, mentre le borse internazionali crollano. In effetti anche se non fossero direttamente forzati dal governo, i e le content creator residenti a Dubai hanno un interesse diretto nel mostrare che va tutto bene: Dubai è il brand che loro stessi/e vendono sui social.  In effetti, Dubai è il simbolo della globalizzazione, del capitalismo finanziario, e dell’imprenditoria neoliberale. Una città costruita nel deserto, sui resti di antichi villaggi nomadi, esplode nel 1966 grazie alla scoperta del petrolio. Nel 1971 insieme ad altri sei emirati fonda gli Emirati Arabi Uniti, con una moneta comune e un accordo difficile ma duraturo sui confini. I profitti del petrolio iniziano a inondare l’economia, sotto la ferma guida di Rashid bin Sa’id Al Maktum, padre dell’attuale emiro, si costruiscono grandi infrastrutture, porti, aeroporti, strade con l’obiettivo di fare di Dubai un grande hub commerciale globale e diversificare l’economia, anche perché i giacimenti trovati erano modesti rispetto a quelli dei paesi limitrofi.  Esemplificativa di questo periodo è la costruzione di Porto Rashid, chiamato così in onore dell’emiro, inizialmente progettato con quattro attracchi e ampliato durante la costruzione a sedici. Aperto nel 1972, ha talmente tanto successo che già nel 1975 viene esyterso fino a 35 moli. > Poco dopo, nel 1979, è stato aperto il secondo porto di Jebel Ali, e la > relativa zona di libero scambio, ai confini occidentali di Dubai verso Abu > Dhabi. Qui nel 1985 si contavano 19 aziende, oggi sono più di 11.000. E nelle zone circostanti sono stati costruiti tre aeroporti, tra cui l’aeroporto internazionale di Dubai, oggi uno degli hub principali del mondo. Questa non è l’unica zona di libero scambio, come si legge sul sito del governo: «Gli Emirati Arabi Uniti offrono agli investitori oltre 40 zone franche multidisciplinari, in cui gli espatriati e gli investitori stranieri possono detenere la piena proprietà delle aziende. Queste zone sono caratterizzate da infrastrutture altamente efficienti e servizi distintivi che facilitano flussi di lavoro fluidi, consentendo alle aziende di risparmiare tempo e fatica». Zero tasse di dogana o dazi, zero tasse sul rientro di capitale e profitti, esenzione totale dalle imposte sulle società e sul reddito. Questo ha fatto di Dubai un hub commerciale e finanziario globale, dove già nel 2004 il petrolio rappresentava solo il 7% del PIL. Un’ascesa senza sosta quella di Dubai, ma anche della vicina Abu Dhabi e di tutti gli Emirati: poche o zero tasse, nessun controllo sulla provenienza dei capitali, spazio per la libera impresa, servizi alle imprese e facilità di ricollocazione.  All’inizio degli anni 2000 è iniziata la costruzione delle isole artificiali al largo della costa di Dubai e nel 2010 è stato inaugurato il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, costruendo quello skyline che vediamo oggi in tutti i video sui social. E così, il turismo diventa uno dei settori in espansione dell’emirato, che a gennaio 2026 contava due milioni di visitatori e visitatrici. Un viaggio aspirazionale, un luogo simbolo del successo, “dove non si può non andare” per avere il senso di dove corre il mondo.  Nel 2006 la guida dell’emirato è passata a Shaykh Mohammed bin Rashid Al Maktum, oggi considerato uno degli uomini più ricchi del mondo, anche perché non esiste una netta distinzione tra il suo patrimonio personale e quello dell’Emirato. L’emiro è stato denunciato da una ex-moglie e il suo nome compare nei Panama Papers, dove vengono citati i suoi conti in paradisi fiscali. Del resto, questa rimane una monarchia assoluta, con piena libertà d’iniziativa economica, limitate libertà civili e quasi nessun diritto sul lavoro. Ma di tutto questo i video degli influencer non parlano, se la prendono invece con l’astio degli italiani rosiconi rimasti in patria che non capiscono cosa significhi avere fiducia in un governo. > «Godiamo di servizi e qualità della vita ineguagliabili, di un sistema di > difesa militare tra i migliori del mondo e questo senza pagare un briciolo di > tasse […]. Gli sceicchi emiratini sono profondamente amati dal popolo in > quanto infondono leadership e autorevolezza», leggo tra i tanti commenti sotto > un reel di critiche al governo di Dubai. E non è certo una discussione solo italiana, succede lo stesso nelle sfere digitali francesi, inglesi, spagnole e tedesche. Si omette sempre, però, che la fortuna degli Emirati si è costruita anche sulle rovine degli stati circostanti. Ad esempio, negli anni ‘90 e primi 2000, Dubai è diventato luogo di rifugio per capitali e investitori libanesi in fuga dalla guerra nel proprio paese. Negli stessi anni, i grandi porti emiratini sono serviti anche come base di partenza per le truppe statunitensi e dei loro alleati per attaccare l’Iraq nelle due guerre del Golfo, che hanno provocato distruzione e povertà in tutta l’area, mentre l’emirato si arricchiva grazie alla situazione. E poi la città si è costruita sullo sfruttamento della manodopera proveniente dai paesi asiatici, tra cui Bangladesh, Pakistan e India, sia nel settore edile che nel lavoro di cura dentro le case.  Oggi a Dubai il 90% della popolazione è composta da popolazione non emiratina, una città globale per eccellenza, dove però è difficilissimo – se non quasi impossibile – prendere la cittadinanza. Il simbolo estremo del neoliberalismo, cuore della speculazione immobiliare, una città in eterna espansione verso luoghi prima inabitabili come il deserto, simbolo del lusso estremo e di chi il lusso lo vorrebbe, anche non se non può permetterselo.  »Chi critica Dubai la considera un paradiso per persone superficiali. Ma è proprio la sua superficialità e sterilità che rendono questo luogo un punto di riferimento. I nuovi membri della classe media indiana, i russi che sfuggono alle sanzioni, i baristi uzbeki, i colletti bianchi migranti economici provenienti da una Gran Bretagna o Francia in fase di rallentamento economico nessuno di loro deve adattarsi molto a questo luogo. Una cultura locale più “densa” richiederebbe una maggiore capacità di orientamento» – scrive Janan Ganesh sul “Financial Times” per spiegare cosa sia Dubai.  E’ facile vivere a Dubai perchè ha costruito uno spazio di privilegio per gli e le expat ricchi, luoghi lontano dal centro per i nuovi schiavi e le nuove schiave razzializzate, mentre l’emiro in capo si arricchisce e comanda uno stato che è di fatto sua proprietà personale. Ecco l’enorme contraddizione di Dubai: tutti la raggiungono per arricchirsi, solo qualcuno ce la fa, alcuni riescono comunque a vivere bene, altri muoiono senza passaporto in cantieri a cinquanta gradi d’estate. Mentre la regione circostante è al collasso, dal genocidio in Palestina, la guerra in Libano, la guerra in Yemen, l’Iraq, la Siria,e ora l’Iran.    > Ecco i missili su Dubai sono un colpo al cuore del modello neoliberale, del > libero mercato, dei grandi grattacieli costruiti sull’invisibilità della > classe operaia e del lavoro di cura migrante, le isole artificiali, gli > alberghi di lusso, i video di influencer con macchine di lusso, anche se > vivono in appartamenti condivisi, l’aeroporto internazionale tra i più grande > del mondo, l’esposizione del corpo online in uno stato dove è vietato baciarsi > in pubblico, aria condizionata ovunque perché le temperature oltrepassano i > cinquanta gradi in estate, centri commerciali e sacche di povertà immensa. Un capitalismo neoliberale esasperato, con un piede nel capitale finanziario e l’altro nell’immobiliare e nella logistica, un hub di contraddizioni e commercio internazionale. Dove girano soldi, tanti soldi. Almeno per alcuni.   Le lacrime degli e delle influencer e content creator di Dubai in video con milioni di visualizzazioni, sono anche degli e delle agenti immobiliari, di chi si occupa di trading e di servizi finanziati, di chi fa impresa e business, si pongono di fatto la stessa domanda: i missili su Dubai rappresentano la fine di questo modello? O solo una crisi momentanea? Nel frattempo cosa accade ai capitali investiti nel mattone e nella logistica dell’emirato? E se Dubai non è sicura, quale posto è sicuro?  Immagine di copertina Wikimedia commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Missili su Dubai: fine di un’era? proviene da DINAMOpress.
March 13, 2026
DINAMOpress
Se il conflitto fa scoppiare la bolla
«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali. Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran. […] L'articolo Se il conflitto fa scoppiare la bolla su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
calcio e sponsor finanziari illegali
L’industria europea del calcio è finita nelle maglie delle sponsorizzazioni di gruppi finanziari ad alto rischio, marchi di Cryptovalute e trading che investono milioni sulle grandi squadre, ma comportano un vero e proprio gioco d’azzardo per i piccoli investitori, ovvero i tifosi. Nonostante molti di questi gruppi finanziari siano catalogati come “ad alto rischio” o addirittura “non autorizzati ad operare” in alcuni paesi, il mercato delle sponsorizzazioni è in continua crescita. Il mondo del calcio è una vetrina scintillante e promuovere aziende volte alla speculazione e al gioco d’azzardo in borsa è una minaccia concreta per chi decide di investire i propri risparmi su un marchio che associa alla squadra del cuore. ne parliamo con Lorenzo Buzzoni autore di “Crypto e tarding: calcio e tifosi nella rete di sponsor finanziari non autorizzati” uscito su Altreconomia ( https://altreconomia.it/crypto-e-trading-calcio-e-tifosi-nella-rete-di-sponsor-finanziari-non-autorizzati/)
March 9, 2026
Radio Blackout
Quando la Bolla Scoppia
Cassetta degli attrezzi per capire finanza, bolle speculative e “intelligenza” artificiale. Se ne parla con Marco Bersani, da Zazie nel Metrò, a Roma, giovedì 12 marzo alle 19. Marco Bersani, attivista e coordinatore nazionale di ATTAC Italia, impegnato nella critica al neoliberismo e alla finanziarizzazione dell’economia e nella difesa dei beni comuni. [...] Oggi l’intelligenza artificiale è diventata l’ennesimo terreno della corsa speculativa dove poche grandi piattaforme tecnologiche concentrano capitali, infrastrutture e dati su scala planetaria. Aziende come Nvidia, Microsoft, Google o OpenAI vengono presentate come protagoniste di una rivoluzione inevitabile, capace di ridefinire ogni settore della vita economica. Ma dietro questa narrazione si muove una dinamica profondamente politica: la costruzione di una nuova frontiera di accumulazione per il capitale. L’intelligenza artificiale diventa così un gigantesco dispositivo di attrazione di investimenti, capace di gonfiare valutazioni di mercato, concentrare potere nelle mani di poche multinazionali e aprire nuovi spazi di estrazione di ricchezza. Il rischio non è solo una bolla finanziaria. La direzione intrapresa è che una tecnologia presentata come neutrale e inevitabile venga usata per rafforzare ulteriormente un modello economico già profondamente diseguale: più concentrazione di ricchezza, più potere alle piattaforme globali, più precarizzazione del lavoro, più controllo. In altre parole, l’IA è diventata non tanto una promessa di emancipazione collettiva, ma l’ennesimo capitolo della finanziarizzazione dell’economia: una nuova grande promessa di futuro costruita per alimentare la crescita del capitale. Anche le politiche di riarmo (e le conseguenti guerre) rispondono ai medesimi interessi finanziari. Leggi tutto