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La guerra uccide anche l’ambiente: Luca Mercalli al Film Festival della Lessinia
In una piazza gremita di spettatori, Luca Mercalli, in un dialogo con lo speleologo Francesco Sauro, ha presentato il suo nuovo libro sulla storia del clima in Italia e ha parlato di come il Paese si trova ad affrontare la crisi climatica tra negazionismo, disinformazione e soldi spesi in armamenti. La conferenza-dialogo tra il climatologo Luca Mercalli e lo speleologo Francesco Sauro intitolata La guerra uccide anche l’ambiente era prevista per le 11.00, ma già alle 10.30 i posti a sedere nel tendone delle conferenze del Film Festival della Lessinia erano esauriti, così come la fila di panche supplementari allestite dall’organizzazione nella piazza e persino gli spazi della retrostante ‘Biblioteca della montagna’. Davanti a questa folla di spettatori il climatologo, venuto a presentare il suo nuovo libro Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025), esordisce citando una recente dichiarazione di un politico italiano che esortava a parlare “dell’Italia e degli italiani” piuttosto che del clima ed evidenziando come parlare di clima in Italia significhi soprattutto parlare del futuro dell’Italia e degli italiani: “Se l’ambiente collassa, collassa tutto quello che ci sta sopra: economia, società, e tutto il resto”, dice Mercalli. Il climatologo prosegue poi spiegando che cosa comporta l’aumento delle emissioni di CO2 e delle temperature globali e cita, smentendole, alcune teorie negazioniste, come la famosa dichiarazione del fisico Carlo Rubbia su Annibale e gli elefanti, sostenendo che anche un esperto si può sbagliare se parla di cose che esulano dal suo campo di competenza e che purtroppo è prassi comune “ribaltare la realtà storica piegandola alle esigenze mediatiche del momento”. Riguardo ai costi ambientali delle guerre, Mercalli spiega innanzitutto che molte guerre si fanno proprio per garantirsi l’accesso ai combustibili fossili e prosegue dicendo che se l’Italia diventasse più indipendente dal fossile “avremmo enormi vantaggi” sia sul piano ambientale, perché consumare meno combustibili fossili significa ridurre le emissioni, sia sul piano geopolitico, perché ci renderebbe più immuni alle pressioni di potenze straniere e infine anche sul piano economico: la bolletta energetica, cioè i soldi che regaliamo ai Paesi che ci forniscono gas e petrolio, è nell’ordine di decine di miliardi di euro; il climatologo stima che quest’anno si avvicinerà ai 50 miliardi di euro e dice: “Pensate a cosa potremmo fare con questi soldi se rimanessero in Italia”. “Perché non ci sono mai abbastanza soldi nel budget per la transizione energetica, che ci renderebbe indipendenti e invece non si esita mai a investire in armi? La guerra produce prima di tutto inquinamento: aerei e mezzi militari vanno a gasolio e kerosene, portaerei e sottomarini a energia nucleare. C’è un dispendio di energia immediato nelle operazioni militari, ma anche un enorme dispendio di energia nella costruzione degli armamenti. Le risorse nel mondo sono in esaurimento, le più facili da estrarre si stanno già esaurendo e l’appropriazione di queste risorse da parte dell’industria militare metterà in crisi tutte le altre industrie civili. Inoltre non sono riciclabili: quando un missile o un drone esplodono i loro pezzi non si recuperano più, finiscono ad inquinare la terra. Buttiamo via una quantità enorme di metalli e inquiniamo i terreni in modo permanente.” “Le emissioni del settore militare non si conoscono, sono dati secretati”; le stime si possono fare soltanto sui soldi spesi per gli armamenti: 2.850 miliardi di dollari nel 2025, che facendo le proporzioni significano emissioni pari a uno Stato che sarebbe il quinto più inquinante al mondo. “Come cittadini siamo chiamati a fare sacrifici per ridurre le emissioni, ma un missile che esplode brucia il tuo budget di risparmio emissioni di tutto un anno.” Infine, a prescindere da tutto il resto, la guerra è sempre sbagliata, dice Mercalli citando  la Costituzione italiana e aggiungendo un omaggio alle Donne in Nero presenti con i loro cartelli nella piazza. Si lascia poi spazio alle domande dal pubblico, che evidenziano una consapevolezza della criticità della crisi climatica, ma anche una buona dose di smarrimento quando si tratta di capire cosa possiamo fare noi cittadini per combatterla nel totale disinteresse dei media e dei politici. Nelle sue risposte, Mercalli fa riferimento alle buone pratiche che possiamo attuare a livello individuale: investire i risparmi nell’efficientamento energetico delle nostre case, evitare i trasporti più inquinanti (lui stesso dice di non prendere un aereo da nove anni), mangiare meno carne ed evitare di comprare oggetti inutili. Ma dice anche che i cittadini devono pretendere soluzioni dal mondo politico: “Se ci dicono che non ci sono soldi per la transizione energetica, chiediamogli quanto costa un F35.” “Si è diffusa l’idea che tutte le scelte ambientali siano un fastidio e un ostacolo per l’economia”. Sia la destra che la sinistra hanno in testa solo l’economia: alla prima difficoltà l’ambiente viene tolto dall’agenda politica. Ma “l’economia va male proprio perché noi non facciamo i conti con la nostra impronta ecologica”. Sul ruolo dei media, dice che la disinformazione è una delle minacce più grandi per l’umanità e una grande piaga in Italia. “Io metterei al governo chi dice la verità sul clima e lavora per ridurre la nostra dipendenza dall’estero”, dice, esortando ad informarsi e leggere i programmi dei partiti “che non è detto che poi li rispetteranno, ma ci tocca scegliere il meno peggio.” FONTI: * Carlo Rubbia https://www.climalteranti.it/2019/03/21/anche-un-premio-nobel-puo-raccontare-cose-sbagliate-su-clima/ * IPCC https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/ * https://www.qualenergia.it/articoli/dipendenza-energetica-italia-75-percento-italia-quali-scelte-2030/ * Bolletta energetica 2024 https://www.ilsole24ore.com/art/energia-2024-bolletta-italiana-scende-485-miliardi-cala-spesa-petrolio-e-gas-AGLlASfB * Donne in Nero https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_in_nero     Mara Zanella
August 31, 2026
Pressenza
Il liberalismo: mobilitazione delle energie individuali e collasso del sistema ecologico
Spesso mi capita di parlare del carattere obsoleto del liberalismo e dell’immagine del mondo liberale e individualista riguardo a questioni particolari. Tuttavia, l’inadeguatezza e il carattere obsoleto del liberalismo appartengono al piano generalissimo della forma della civiltà occidentale alle prese con le sfide del XXI secolo. La questione ecologica è […] L'articolo Il liberalismo: mobilitazione delle energie individuali e collasso del sistema ecologico su Contropiano.
August 18, 2026
Contropiano
L’Italia invasa dai data center
Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero […] L'articolo L’Italia invasa dai data center su Contropiano.
August 3, 2026
Contropiano
Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento
Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole. FUOCO, FUMO E DIOSSINA: L’EMERGENZA AMBIENTALE DEL MUNICIPIO IX Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo. A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili. > Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, > Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, > mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le > finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona. Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme. IL QUARTIERE DORMITORIO CHE NON DOVEVA ESSERE: LA CEMENTIFICAZIONE DI FONTE LAURENTINA Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali. > Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è > trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere > e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite > in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi > di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici > dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e > socialità, restano da anni in stato di abbandono. Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo. BLACKOUT E RETI AL COLLASSO: QUANDO IL CEMENTO SUPERA LA CAPACITÀ DELLA CITTÀ La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta. > Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore > accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi > senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, > difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da > diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di > Roma sud. Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali. Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo. IL CASO PAPILLO: UN CANTIERE INFINITO TRA CEMENTO E ASSENZA DI SERVIZI Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento. Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto. Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici. > Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono > assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un > tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del > primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il > quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti > «ai limiti del tollerabile». Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato. Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio. UN UNICO PROBLEMA: IL TERRITORIO SACRIFICATO AGLI INTERESSI PRIVATI Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente. > Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto > ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto > pensate per una città più piccola. Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno. la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento proviene da DINAMOpress.
August 1, 2026
DINAMOpress
Earth Overshoot Day, si aggrava lo stato del pianeta
Il benemerito Global Footprint Network (la rete mondiale sull’impronta ecologica) ogni anno calcola e annuncia l’Earth Overshoot Day. È il giorno dell’anno nel quale le risorse che l’umanità consuma superano la capacità di rigenerazione delle stesse risorse da parte del pianeta Terra. Vale a dire, da quel giorno si supersfrutta, si crea ulteriore debito ecologico, si aggrava lo stato del pianeta. Per il 2026 questo giorno è il giovedì 30 luglio. Da qui al 31 dicembre si compie lo scempio, il saccheggio, solo che ciò non viene considerato alla stessa stregua da governi, élite dominanti, capitalisti, finanza, complessi militar-industriali, giornalisti e intellettuali al loro servizio ecc. Esistono naturalmente movimenti, studiosi, organismi, media che prendono sul serio la cosa e si comportano coerentemente. Sorprendentemente, ma non troppo, tuttavia molta sinistra non è di questo avviso. Centro-sinistra sicuramente, ma anche settori di sinistra alternativa, affetti da industrialismo e da sviluppismo. Per alcuni, malattie inguaribili. Naturalmente la parola e la nozione “umanità” è generalizzazione. È la solita media. C’è chi gozzoviglia e c’è chi vive sobriamente. O perché costretta dalle condizioni materiali di esistenza o perché sceglie deliberatamente di rispettare natura e ambiente (e, importante, rispettare l’intera società). La metafora che abbiamo spesso usata è quella del Titanic. Prima che affondasse, la nave rispecchiava la stratificazione sociale della divisione in classi nella terraferma. La prima classe era costituita da esponenti della classe dominante soprattutto statunitense, la seconda classe da turisti e borghesi in generale, la terza classe da poveri migranti in cerca di fortuna negli Usa. Infine, molto in basso, i fuochisti, i lavoratori manovali che a turno dovevano costantemente alimentare con palate di carbone le macchine a vapore. A salvarsi naturalmente con le scialuppe di salvataggio furono soprattutto componenti delle prime due classi. Va da sé. Allora ricapitoliamo. Se l’intera umanità consumasse e sfruttasse come uno statunitense occorrerebbero 5,1 pianeti terra, se tedesco e italiano da 2,8 a 3,2 pianeti, se indiano 0,7-0,8, se cinese 2,3-2,4. Con il necessario rilievo che il cinese produce anche per il consumo occidentale e che comunque sono impressionanti i dati attuali cinesi sulla transizione ecologica, sull’uso dell’energia verde ecc. Malgrado ciò i soliti progressisti, “democratici”, perbenisti Pd ecc. stigmatizzano sempre la Cina. Un unico esempio: la guerrafondaia Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per il giornale “Repubblica”, considera eguali Usa e Cina nell’inquinamento e nello sfruttamento ambientali. Solo che la nostra prode “democratica” mette sullo stesso piano i 349 milioni di abitanti degli Usa con i 1.412 milioni della Cina. Come insegnano le procedure delle istituzioni di ricerca l’impatto ambientale e climatico si calcola sempre pro-capite. Un’ultima osservazione. Le diseguaglianze caratterizzano il capitalismo storico all’interno di ogni singolo Paese e nella scala mondiale tra aree e regioni, tra centri e periferie, tra Nord Globale e Sud Globale. All’inizio degli anni Ottanta esisteva una piramide mondiale, dal lato del consumo di energia. Energia in senso complessivo, comprendente quindi anche l’energia spesa per produrre merci e per assicurare i servizi ecc. Questa piramide costituisce una gerarchia mondiale, sul piano materiale e sul piano del potere. Uno statunitense consumava tanta energia quanta l’energia consumata da 2 tedeschi, da 3 svizzeri, da 4 italiani, da 60 indiani, da 160 tanzaniani, da 1.100 ruandesi. Oggi questa gerarchia è sicuramente attenuata nel rapporto tra aree dell’Occidente collettivo ed entro i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e tuttavia è aggravata in rapporto al resto del mondo. Un solo richiamo finale a proposito del rapporto tra centri e periferie. È difficile per un occidentale, anche di sinistra, concepire che i popoli delle periferie rivendichino il debito coloniale, per i 4-5 secoli di rapina e di trasferimento di risorse a causa del colonialismo e dell’imperialismo. E che parallelamente rivendichino il debito ecologico, a causa delle emissioni di gas serra e della distruzione ambientale operate per lo sviluppo dei centri capitalistici. Tuttavia ciò è ineludibile. Giustizia sociale, giustizia ecologico-climatica, giustizia colonial-imperialistica, pace e fine delle guerre si intrecciano e non sono separabili. “Nel capitalismo tutto si tiene”, elementare verità.               Giorgio Riolo
July 30, 2026
Pressenza
Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, […] L'articolo Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi? su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Napoli. Divieto di balneazione sull’intero litorale sangiovannese, pericolo sanitario in vista
Ci risiamo: le acque di Pietrarsa sono tornate non balneabili, estendendo il divieto all’intero litorale sangiovannese. A vietare la balneazione è un’ordinanza del Sindaco di Napoli, emanata proprio nel giorno della festività del Patrono di San Giovanni a Teduccio. Come è noto, la tradizione vuole che la statua del santo […] L'articolo Napoli. Divieto di balneazione sull’intero litorale sangiovannese, pericolo sanitario in vista su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Il fallimento dello Stato italiano: tre casi sotto gli occhi
I braccianti bruciati vivi; due famiglie sotto i riflettori (e con le istituzioni in tilt); e la vicenda dei morti per inquinamento industriale: Savona, Taranto e la provincia di Alessandria sono le “primatiste”. Riprendiamo due articoli di Umberto Franchi   PRIMO EPISODIO: STRAGE DEI BRACCIANTI. CHI SONO GLI ASSASSINI ?   In galera  ci sono i due caporali esecutori dei
Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identità
La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “. Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano. Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area, trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo. Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale, ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, invisibile e solitaria. Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale. La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom e popolazione locale che spesso risulta difficile. Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria. Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio comunale. Mentre  si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni. La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura. A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone. In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana. Redazione Milano
June 11, 2026
Pressenza