Vivere su linee di confine, un’intervista a Sergio Bologna
Rilanciamo l’anteprima dell’intervista a Sergio Fontegher Bologna – tradotta e
pubblicata da “Officina Primo Maggio” – rilasciata dallo storico del movimento
operaio al collega Némec, giornalista di un sito sloveno in occasione
dell’uscita del suo ultimo libro, ““Vivere su linee di confine. I miei primi
vent’anni a Trieste” (edito dalla casa editrice Agenzia X, assai “nota ai punk
milanesi”). Scrive l’autore: «A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine
come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi
come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale».
Interessante è la presentazione editoriale del volume, allorquando si scrive che
si tratta di un «memoir ricco di valore storico, i primi vent’anni dell’autore
che scorrono sotto i nostri occhi come in un film ambientato sui tanti confini
di Trieste. La morte sfiorata pochi giorni dopo la nascita, la casa situata tra
il quartiere dei ricchi e quello dei lavoratori, poi la guerra, i bombardamenti,
i rifugi trasformati in cimiteri, i nazifascisti che scappano, i partigiani, le
truppe di Tito e gli americani… I confini invisibili dell’adolescenza, le ansie
e le passioni, i passaggi cruciali sul cammino verso l’età adulta, a partire
dall’osservazione delle diverse fasi di costruzione delle grandi navi che hanno
portato Sergio a diventare uno dei massimi esperti di logistica e spostamento
merci dei porti. Le rigorose analisi sulle prime frontiere da varcare per dare
spazio a un pensiero radicale che pochi anni dopo sarà condiviso con un gruppo
di intellettuali durante la gestazione dell’operaismo italiano e nella
fondazione di molte riviste teoriche di critica sociale, sulle quali ha scritto
e continua a farlo. Un’intera vita a studiare e cercare di capire i significati
delle separazioni e delle possibili convergenze tra le classi sociali, quei
confini mobili, continuamente riguadagnati e riperduti, quasi un moto perpetuo
di salite e discese. Ci vuole coraggio, un po’ di fantasia e un pizzico di
beffarda stramberia per non finire vittime del conformismo e “per non restar
inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per
non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondo di chi gode il
privilegio della narrazione”»[accì]
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Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti
del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza.
S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni,
semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora.
Némec: Mi può rispondere solo Lei.
S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si
rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle
scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di
Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una
guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei
coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in
faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la
mia memoria è nata allora.
Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono
anche degli intenti letterari nella sua scrittura?
S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie
o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci
ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo
vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto
mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere
enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia
riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore.
Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso
intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo.
S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa
s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che
consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue
segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è
il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue
energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in
cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna
di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio
padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un
manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11
anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per
molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze
hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di
linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche
nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio
padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”,
e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché
non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando
all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici,
il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi
lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è
diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo.
San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era
l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal
centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica,
una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna
Fronta.
Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera
massiccia.
S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è
sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che
su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle
condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando
la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna
paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi
frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta.
E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista.
Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio
Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare
nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria
non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di
famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è
pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo
storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha
insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici
dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di
San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a
scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata
“giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia
di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è
che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli
istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli
anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni
Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante
Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste
dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non
era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega
altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori
nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo.
E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato
personaggi come Christian Wirth.
Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle
all’arrivo dei partigiani.
S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai
avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre,
mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato
l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la
tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i
comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano
ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava
davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a
immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei
”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha
accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano
venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un
giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia
madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato.
Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente.
Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più
(morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di
Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come
quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio
Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva
bisogno di un capro espiatorio.
Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei.
S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato
veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha
portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di
italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione
a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del
libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto
Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso.
Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la
copertina.
S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non
ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in
tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo
andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io
ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda
dell’oratorio lo fa capire molto bene.
Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con
moltissime valenze, dal suo punto di vista.
S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema
dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi
ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato
un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per
sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia
nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale
l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non
interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era
ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi
collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a
ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato
americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani).
Némec: Grazie per aver accettato questa intervista.
Redazione Italia