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Viviamo in una guerra perenne ma la chiamiamo pace
Riflettere sull’attualità attraverso la letteratura e l’antropologia In Europa c’è la pace; altrove, c’è la guerra. I social media e la TV rimandano immagini di territori bombardati e di corpi dilaniati, ma riguardano altre persone, altri luoghi. Anche se vicinissimi come l’Ucraina, quei luoghi non sono qui e quei corpi non siamo noi. Non piovono bombe sulle nostre teste, pensiamo quindi di vivere in pace. Ma è così? Oggi guerra e pace non sono termini contrapposti, ma assumono la caratteristica della contemporaneità: anche se la guerra non è qui, vi siamo immersi fino al collo e, per quanto riguarda l’Italia, ne siamo anche committenti. Del resto, altrimenti, il Parlamento europeo non investirebbe nel programma ReArm Europe, ma in sanità e istruzione. Per capire il nostro presente è necessario usare approcci multidisciplinari, poiché multipolari sono i contesti che osserviamo. Vale la pena integrare le categorie della geopolitica con altri strumenti interpretativi che abbiamo a disposizione ma che spesso trascuriamo, pensando che le nostre vite dipendano unicamente dai rapporti di forza fra gli Stati. Tra questi, la letteratura. In “1984”, George Orwell descrive un futuro in cui la guerra cambia obiettivo: non serve a vincere ma diventa strumento del potere costituito e dell’economia, che la perfezionano come sistema di controllo delle masse. Il titolo nasce dall’inversione delle ultime cifre dell’anno in cui Orwell stava terminando il romanzo, il 1948, ma l’opera è sorprendentemente profetica. È infatti al 1990 che possiamo far risalire il mutamento dell’ordine mondiale. L’autore britannico, però, non usò una sfera di cristallo, ma attinse alla ricerca storica. Ed è qui che, rileggendo il libro con rinnovato interesse, si innesta un’altra lente utile a comprendere il mondo che ci circonda e le sue prevedibili evoluzioni: l’antropologia. Orwell arrivò a concepire il racconto dopo un’approfondita analisi dei sistemi di potere scaturiti dalla ristrutturazione geopolitica postbellica e degli impatti che essi avevano sui comportamenti delle persone. Li traspose poi su un piano distopico, realizzando una delle opere di letteratura politica più famose al mondo. La dimensione antropologica, cioè il modo in cui gli individui organizzano la società e le relazioni tra loro, è parte costitutiva della storia. La guerra perenne Fu Orwell a creare la definizione di guerra perenne. Quella che oggi, travestita da pace, è la nostra realtà. Il lavoro dello scrittore irrompe nel presente: ci stiamo abituando alla distopia, tanto da non distinguerla più dalla realtà. Finto diventa sinonimo di falso e quindi contrario di vero. La confusione tra i termini alimenta una condizione allucinatoria. La guerra, il genocidio e la crisi climatica sono reali, lo sappiamo, ma ciò che diventa falsa è la nostra percezione dei fatti: l’ingiustizia esiste, ma noi ci abituiamo a essa come componente dell’esistenza. In poche parole, la normalizziamo. E poi accade una cosa ancora più rischiosa, ma estremamente umana: desideriamo diventare immuni dal dolore che ci provocano le immagini dei bambini di Gaza dissezionati senza anestesia. È a questo punto che i contenuti generati con sistemi di intelligenza artificiale si mischiano con il vero e il falso: tutti risultano verosimili. La colpa non è dell’IA, che fa il suo lavoro di macchina (in proposito si vedano i contributi di Francesco Russo su Pressenza), né di chi ha bisogno di fidarsi della notizia falsa per superare lo stato di dissociazione generato dal vivere una vita tutto sommato normale mentre in Palestina i sionisti sparano alla testa di chi chiede il pane. È la componente più fragile, quella che cerca conforto nel complottismo. Questa interpretazione dà risalto ai presupposti che inducono le persone a restare a guardare e farà montare su tutte le furie i militanti armati di moralismo da usare per giudicare chi non si impegna nella lotta politica. Eppure, a mio avviso, è l’unica strada per superare la fase di stallo. Per questo ci serve l’antropologia. Ce lo ha insegnato Franz Boas all’inizio del secolo scorso. Usare l’antropologia per capire la geopolitica Se le persone non si attivano è perché hanno dei motivi. Affermarlo non significa trovare loro delle attenuanti, ma comprendere il nostro contesto. Ogni giorno scrolliamo contenuti di morte intervallati da post che indicano la felicità come obiettivo, notizie sullo sfruttamento dei bambini nel mondo alternate a pubblicità di prodotti irrinunciabili per la skincare. Tutto è così banale. Lo è anche il male, che si radica in noi e intorno a noi non quando ci mettiamo a odiare, ma quando smettiamo di pensare. Lo diceva Hannah Arendt, pensatrice iper-citata ma forse mai così incompresa come adesso. Sì, va tutto a rotoli, ma ci siamo abituati. Ad altri va peggio di noi: secondo la FAO, nel rapporto 2025, sulla base dell’indice di povertà multidimensionale — che considera il reddito e altri fattori come l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie — circa 1 miliardo e 100 milioni di persone vivono in povertà in 109 Paesi e oltre la metà sono bambini. Che ne parliamo a fare? Ne parliamo perché non ci sta bene. Forse questa è la nostra unica speranza: partire dalle frustrazioni e trasformarle in rivendicazioni. Arriviamo al nocciolo della questione: in prospettiva non sembrano crescere movimenti in grado di rovesciare questo sistema. Le piazze fluttuano peggio della marea del Tamigi: un anno siamo un milione, l’anno dopo non raggiungiamo le 10.000 presenze alle manifestazioni convocate per le stesse motivazioni. E allora, pur senza abbandonare gli sforzi di costruzione di un piano di lotta collettivo, dobbiamo ripensare anche a quello individuale. Chi siamo dentro le geometrie sociali? Chi sono gli altri intorno a noi? Ci accorgiamo di avere altri intorno a noi? La banalità del male è un concetto che descrive un tipo di comportamento umano tutt’altro che straordinario, le cui caratteristiche Arendt estrapolò dopo aver assistito al processo di Eichmann. Le descrisse nel suo libro “Eichmann in Jerusalem”: «Non fu stupidità ma una curiosa, autentica incapacità di pensare». E ancora: «Egli non aveva mai capito che cosa stesse facendo». In pratica, l’alto funzionario delle SS non vedeva altri che se stesso e il proprio zelo nel perseguire gli obiettivi assegnati. La burocrazia sostanziò le sue azioni, le giustificò e lo tenne al riparo da ogni pensiero critico. La tesi continua a convincerci e la richiamiamo spesso, ma forse resta un riferimento teorico. La sua utilità è invece nella pratica: non serve a farci prendere le distanze dal male o a convincerci che noi non saremmo capaci di compierlo. Serve a capire in quali tratti di quel male possiamo riconoscerci. Uno di essi è proprio il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Se il malessere sociale è così diffuso è certamente a causa del sistema di sfruttamento e oppressione. Tuttavia non siamo impotenti di fronte a esso e, per questo, va recuperata la lezione transfemminista di soggettività complesse come bell hooks — scritta in caratteri minuscoli come lei desiderava — e Audre Lorde, che esplorarono l’amore e la cura delle relazioni come pratiche di lotta al capitalismo e al patriarcato. Usare il materno come pratica di lotta Se la Rivoluzione d’Ottobre è lontana, è però vicinissima la possibilità di un cambiamento culturale: credere nell’opportunità di una resistenza personale alle pressioni esterne che ci vogliono individualità separate. A questa visione si contrappone chi ritiene che la dimensione soggettiva non sia così determinante e che lo status quo dipenda esclusivamente dai rapporti di forza fra i giganti finanziari. Lo sforzo collettivo da compiere è allora quello di non posizionarsi né sull’uno né sull’altro argine, ma di scendere a nuotare controcorrente nel fiume, tenendosi per mano. Lavorare a un’agenda politica radicale senza usare la postura muscolare per fare a braccio di ferro tra noi. Contrastare la guerra non con la parola pace, ma prendendo amorevolmente posizione contro ogni ingiustizia. Usare il materno come forza di generazione di istanze politiche. La radice del genocidio parte anche da qui. Parte anche da noi. Fonti: ✓ Hannah Arendt – The New Yorker ✓ Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem (Feltrinelli) ✓ 1984, il capolavoro di George Orwell – Rai Cultura ✓ Palantir e il manifesto della guerra infinita – Pressenza ✓ FAO – Global Multidimensional Poverty Report 2025 ✓ L’antropologia di Franz Boas: un pioniere della modernità Nives Monda
June 13, 2026
Pressenza
Il GCAP come pilastro del ‘Preserving Peace’. La UE delinea la Difesa Europea
[Questo articolo è la continuazione del contributo uscito due giorni fa sulla votazione avvenuta in Senato riguardo al GCAP, e serve a comprendere il ruolo di questo progetto nella tendenza alla guerra di cui la UE è partecipe e promotrice] Con il via libera dato dalla commisione Esteri del Senato […] L'articolo Il GCAP come pilastro del ‘Preserving Peace’. La UE delinea la Difesa Europea su Contropiano.
October 25, 2025
Contropiano
Meloni ma quali figli di papà? Dalle piazze arriva la sfiducia al governo
Gli studenti che si stanno mobilitando nelle scuole e nelle università non sono ‘figli di papà’ sono figli della stessa rabbia che ha portato migliaia di lavoratori a incrociare le braccia lo scorso 22 settembre, scioperare e scendere in piazza dopo aver bloccato armi, attrezzature militari e rifornimenti diretti a […] L'articolo Meloni ma quali figli di papà? Dalle piazze arriva la sfiducia al governo su Contropiano.
October 1, 2025
Contropiano
CONTRO IL RIARMO EUROPEO E IL SUO MONDO: DOPPIA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA. LA DIRETTA
Doppia manifestazione nazionale a Roma sabato 21 giugno contro il riarmo, in vista, la prossima settimana, del vertice Nato de L’Aja, con i 32 Stati dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, oltre a Paesi partner e Unione Europea, dal 24 al 26 giugno, incentrato proprio sulla riconversione bellica del capitalismo occidentale, all’interno dello scenario da Terza Guerra Mondiale che passa già dal genocidio israeliano in Palestina, dall’Iran, dall’Ucraina, dal Kurdistan e tanti altri territori a livello globale.   STOP REARM EUROPE – Da Ostiense e fino al Colosseo il corteo di 450 realtà tra società civile, associazionismo, sindacati (come la Cgil) ma pure partiti (PRC, AVS, M5S, Sinistra Anticapitalista, mentre il Pd è presente con una delegazione) con la Campagna europea “Stop Rearm Europe – Welfare, not warfare” ripresa in Italia da Arci, Ferma il Riarmo (Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Perugia Assisi, Greenpeace Italia), Attac e Transform Italia: “siamo una marea di persone e organizzazioni – si legge nell’indizione – che da sempre e ogni giorno lottano per disarmare il nostro Paese, l’Europa e il mondo, per fermare tutte le guerre e i conflitti, le occupazioni, le ingiustizie, lo sfruttamento, il patriarcato, la repressione, per la democrazia, il lavoro, i diritti, la giustizia sociale e climatica e la pace. Ciascuno a suo modo, ciascuno con i suoi strumenti. Ma questo è un momento troppo tragico e pericoloso: per impedire la guerra globale, abbiamo bisogno di unire le forze, mettere insieme ciò che ci unisce, riconoscerci gli uni con gli altri e lottare insieme”. L’intervento dalle ore 16, dal microfono d’amplificazione, di Yilmaz Orkan, Uiki Onlus, l’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica   DISARMIAMOLI! – Dall’Esquilino, invece, e verso i Fori Imperiali è il percorso della manifestazione nazionale “Disarmiamoli”, con un’ottantina di realtà di base e di movimento: tra gli altri, Potere al popolo, Movimento studenti palestinesi, Giovani palestinesi, Usb, Osa, Movimento No Tav e Movimento per il diritto all’abitare di Roma, Calp e No Ponte Calabria. Questo corteo, che riprende lo sciopero generale del 20 giugno del sindacalismo di base, mette con maggior evidenza in discussione la rimozione “dell’attore chiave della militarizzazione del pianeta, la Nato… Perché non basta opporsi ai piani di aumento di spesa militare. Il regime di guerra che ci viene imposto si accompagna a un’ulteriore torsione autoritaria. In guerra esistono solo amici o nemici. Chi si oppone a guerra e militarismo è tacciato di alto tradimento. È considerato alla stregua del nemico. E contro il nemico si usa il pugno duro, il carcere, la repressione”. La corrispondenza delle ore 15.30 con Giorgio Cremaschi, compagno bresciano di Potere Al Popolo.  Ascolta o scarica
June 21, 2025
Radio Onda d`Urto
Costruiamo uno sciopero sociale europeo contro la guerra e il riarmo
Il 21 giugno saremo in piazza a Porta San Paolo contro il piano Rearm Europe, lo faremo in uno spezzone ampio, plurale, radicale, dove mettere in comune le nostre voci. Uno spazio pubblico di movimento non identitario, per iniziare un percorso comune verso un autunno di lotte e sciopero contro la guerra, il genocidio, il riarmo e l’autoritarismo. Sono giorni terribili, in cui missili e bombe – in Iran, in Palestina, in Ucraina – uccidono persone, distruggono città rendendo evidente la crisi di ogni ordine internazionale. In queste ore, l’escalation criminale di Israele si salda al piano repressivo e razzista di Trump negli Stati Uniti. Dall’altra parte, la chiamata alla difesa dello Stato schiaccia i movimenti iraniani. La guerra viene scelta oggi per intervenire negli equilibri mondiali eliminando ogni ipotesi di alternativa. > Guerra e militarismo però non riguardano solo i governi reazionari. In questo > contesto, l’Europa organizza insieme alla NATO un piano di riarmo da 800 > miliardi, con la proposta di un aumento delle spese militari fino al 5%. Questo progetto intende ridisegnare il modello sociale, economico e politico europeo: riconversione industriale bellica, contenimento dei salari, tagli del welfare e dei servizi pubblici, fine della “transizione ecologica”, privatizzazione dei beni comuni, attacco ai diritti e alle libertà personali. Nella guerra, l’autoritarismo, esemplificato nel nostro Paese da provvedimenti come il DL Sicurezza, ormai convertito in legge, e dal Decreto Caivano, diventa disciplinamento sociale generale, modello di governo della forza lavoro e delle libertà di tutt3, nei territori, nelle scuole, nelle università. > Non dobbiamo arrenderci all’impotenza, alla rassegnazione, all’angoscia > quotidiana. Non siamo sol3: le rivolte di Los Angeles si stanno estendendo in > tutti gli Stati Uniti, la solidarietà al popolo palestinese sta arrivando alle > porte di Gaza, la marea transfemminista non si ferma, l’opposizione alla > guerra si afferma ovunque. Tutt3 insieme possiamo resistere e liberarci. Dobbiamo connettere e valorizzare i piani delle diverse mobilitazioni, immaginare un processo politico che ridia forza ed efficacia allo strumento dello sciopero, del blocco generalizzato, del conflitto diffuso contro la macchina da guerra capitalistica. “Sciopero”, come insubordinazione del lavoro vivo, come accumulo di forza e sperimentazione oltre le ritualità e la competizione tra organizzazioni, come processo di organizzazione che coinvolga donne, identità lgbtq+, precariə, migranti, salariatə e chiunque non voglia pagare il prezzo della guerra, chiunque intenda rifiutare la guerra e il comando che essa impone su tutta la società. “Sociale”, per la dimensione diffusa e diversificata dello sfruttamento e dell’oppressione: luoghi di lavoro, filiere della produzione e riproduzione sociale, territori ed ecosistemi messi a valore. “Europeo”, perché il piano di riarmo si afferma, si muove e ridisegna il piano continentale; perché abbiamo bisogno di un respiro transnazionale che costruisca reti, movimenti e lotte all’altezza della sfida. L’immagine di copertina è Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Costruiamo uno sciopero sociale europeo contro la guerra e il riarmo proviene da DINAMOpress.
June 16, 2025
DINAMOpress
Stop Rearm Europe, 21 giugno a Roma
Pubblichiamo il contributo della rete RESET against the war, in vista della manifestazione del 21 giugno a Roma, che vuole essere uno spazio europeo di contestazione delle politiche belliciste e di riarmo in tutto il continente. La guerra incombe sulle nostre vite ormai da vari anni. Nelle prossime settimane assisteremo a un suo “salto di qualità” per quanto riguarda il coinvolgimento europeo: dal 21 al 29 giugno a L’Aja si svolgerà il vertice della NATO che deciderà i dettagli del piano da 800 miliardi per il riarmo deciso dall’Unione Europea. Tale evento si colloca in un contesto bellico eterogeneo, che non corrisponde alla semplice sommatoria dei molteplici scenari di guerra – Ucraina, Palestina, India e Pakistan, Sud Sudan e Congo – ma rappresenta una risposta generale alla crisi irreversibile dei meccanismi di comando del capitale sul lavoro vivo e sulla riproduzione sociale, su scala transnazionale. La guerra è un tentativo di “mettere ordine”, senza mai riuscirci del tutto, rispetto alle varie crisi che agiscono simultaneamente su vari livelli: ecologico, economico-finanziario, geopolitico, istituzionale e sociale. La folle corsa agli armamenti, che il piano vuole accelerare e finanziare, non ha semplicemente la funzione di preparare l’Unione Europea all’allargamento di uno scontro militare. Nel suo complesso, il piano ReArm Europe rappresenta infatti anche, e soprattutto, uno degli strumenti con cui saranno intensificate, su scala europea, politiche di disciplinamento sociale – tramite misure autoritarie come il d.l. Sicurezza, l’attacco ai corpi e alla vita delle retoriche e delle pratiche razziste e sessiste – e dinamiche di inasprimento dello sfruttamento, sottraendo risorse economiche alla riproduzione sociale e imponendo una coazione al lavoro, sempre più povero. Non si tratta quindi di un mero “riarmo”. Questo scenario di guerra ha reso per l’ennesima volta evidente come i diritti umani rappresentino oggi un mero strumento retorico che l’Unione europea ha continuato a sbandierare mentre consentiva che l’Italia facesse dell’Albania un centro di detenzione per persone migranti, stabiliva liste dei Paesi “terzi” sicuri in cui deportarle, continuava a fare accordi con lo Stato genocidario di Israele. I governi sovranisti, d’altronde, non sono stati da meno, promuovendo politiche esplicitamente neoautoritarie che hanno colpito direttamente l’involucro formale democratico: stato di diritto, pluralismo, libertà di informazione, separazione dei poteri. La una torsione autoritaria, tuttavia, riguarda tutti i governi europei, in forme diverse, anche i più “democratici”, e si incarna in misure razziste, patriarcali e in un militarismo che punta a imporre un presente di povertà, sfruttamento e a chiudere ogni spazio di opposizione e lotta. Come situarsi in questo contesto eterogeneo di guerra? Per noi non si tratta di essere per o contro l’Unione europea; non si tratta soltanto di registrare e criticare la fine della democrazia liberale, del costituzionalismo liberale cosmopolita. Non si tratta neanche di opporci alle sole politiche di riarmo. > Per noi è invece urgente fare dell’Europa lo spazio minimo di una politica > transnazionale che si opponga alla guerra e agli effetti sociali che essa > continua a produrre e riprodurre, costruendo una politica di parte in grado di > intrecciare le lotte sul lavoro, sul terreno ecologico, femministe e > trasfemministe, la cui frammentazione è oggi intensificata dalla guerra, che > impone fronti e blocchi che occorre rompere. Nonostante tale drammatica situazione, in Italia e nel resto del mondo, migliaia di persone continuano a mobilitarsi contro la guerra in tutte le sue forme, contro la complicità delle istituzioni statali e sovranazionali, a partire dalle mobilitazioni femministe e transfemministe, che per prime hanno legato l’opposizione alla guerra alla lotta contro il patriarcato, contro il razzismo, contro lo sfruttamento e la devastazione ambientale. Queste mobilitazioni mostrano la presenza, all’interno della società, di un sentimento di repulsione e rifiuto della guerra. Tuttavia, più in generale il piano della mobilitazione rimane parziale e frammentato. Non riesce ad andare al di là di un intervento su una singola questione o su un singolo scenario di guerra, restando spesso bloccata su posizioni campiste. Manca un’ipotesi comune che sia in grado di legare e articolare un’opposizione generale alla guerra, intesa come meccanismo globale di comando sul lavoro e sulle vite, che superi i singoli scenari di guerra e le letture geopolitiche, e che sia invece capace di far convergere i differenti soggetti che pagano le sue conseguenze: operai, precarie, migranti, donne e soggetti LGBTQAI+. Insomma, è sempre più urgente aprire uno spazio di organizzazione in grado di connettere chi oggi lotta contro il razzismo, il sessismo, la devastazione ambientale, la precarietà. Uno spazio in grado di fare del piano transnazionale ed europeo un piano di contesa e di scontro che, al rifiuto dell’Europa del riarmo, non contrapponga la dimensione nazionale coi suoi confini, ma un piano di convergenza delle lotte tra chi si sta opponendo alla guerra a livello europeo e transnazionale. Foto di Andrea Tedone, Corteo Contro la Base a Coltano (Pisa) giugno 2022 Per questi motivi pensiamo che la mobilitazione di sabato 21 giugno, lanciata dalla rete STOP REARM EUROPE, possa essere un momento importante di mobilitazione e presa di parola per continuare a elaborare la nostra posizione di parte contro la guerra, e per continuare a elaborare e diffondere le parole, i concetti e le pratiche contro la guerra, che sono state al centro della prima residenza di RESET. Vogliamo stare dentro a quel percorso a partire dalla nostra posizione di parte, una posizione che mette al centro i soggetti sociali colpiti dalla guerra nelle loro condizioni eterogenee, da connettere in chiave transnazionale nella prospettiva di un nuovo internazionalismo non identitario e non bellicista: rifiutiamo la logica bellica e campista del nemico, secondo la quale il nemico del mio nemico è mio amico. Ancora, pensiamo che rivendicare il solo disarmo o invitare alla diserzione non siano opzioni sufficienti. Vogliamo portare queste e altre prospettive dentro a STOP REARM e dentro alla piazza del 21 giugno. Saremo in quella piazza perché pensiamo che il percorso che porta a quella giornata possa offrire un’occasione alla costruzione di un’opposizione sociale di cui abbiamo un impellente bisogno. È in questa prospettiva che invitiamo a un confronto tutte le realtà collettive, gli spazi sociali, le organizzazioni sindacali, le collettive transfemministe, i singoli e le singole interessate a costruire uno spazio di lotta e convergenza che possa animare la giornata del 21 giugno, giovedì 5 giugno presso l’AULA VI del Dipartimento di Lettere presso l’Università La Sapienza alle 18.00. Contro la guerra, verso e oltre il 21 giugno. Rearm? No, Reset! Immagine di copertina di Renato Ferrantini, corteo contro la guerra a Roma, novembre 2022 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Stop Rearm Europe, 21 giugno a Roma proviene da DINAMOpress.
May 26, 2025
DINAMOpress