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Grazie, Alicia Ordóñez
Se n’è andata in un solo istante, mentre i medici la operavano per un intervento di lieve entità, diremmo piuttosto di routine. Se n’è andata senza preavviso, in silenzio. Senza disturbare nessuno, con discrezione. Se n’è andata con la dolcezza di una brezza, con la serenità di una notte stellata. Una delle menti più lucide, una tempra a tutta prova, la rettitudine che la caratterizzava, la prudenza in ogni suo gesto, la sensibilità discreta. Ci ha lasciato una delle grandi figure di riferimento dell’Umanesimo, una delle amiche più care. A modo suo e in linea con il suo modo di vivere, senza aver lasciato nulla in sospeso e perfettamente pronta ad accedere all’immateriale, al trascendente, alla Luce più bella, di cui ci ha dato testimonianza tante volte. Le sono grata per il suo costante incoraggiamento a proseguire lungo il cammino della liberazione interiore e della trasformazione sociale. Le sono grata di cuore per lo spazio di libertà che ha alimentato le sue ricerche e che ha condiviso con tanta disponibilità. Le sono grata per il suo affetto, sempre presente e attento, ma soprattutto le sono grata per la sua coerenza esemplare. Pace nei nostri cuori, Luce nelle nostre menti! Pía Figueroa
July 4, 2026
Pressenza
La geografia della materia: viaggio concettuale nell’opera dell’argentino Gabriel Manzo
Nell’ecosistema dell’arte contemporanea argentina, pochi nomi condensano con tanta organicità la pratica del laboratorio, l’itineranza europea e il prestigio accademico come il marplatense Gabriel Manzo. Con una traiettoria che supera ormai i tre decenni, Manzo ha edificato un idioletto visivo in cui l’installazione, la scultura e la pittura operano come vasi comunicanti con la storia, la letteratura e l’ambiente geografico. Rilevante per la sua figura, tuttavia, va oltre la mera potenza formale delle sue mostre; risiede in un profondo rispetto intellettuale consolidatosi nelle aule universitarie e istituzionali su entrambe le sponde dell’oceano. Lontano dall’autocompiacimento, l’artista suole sottolineare che il mettere in discussione e la critica sono i veri motori che convalidano il valore di una proposta nei tempi attuali. Il rumore della sua stessa fama gli provoca più pudore che orgoglio; forse perché comprende, come ama ironizzare, che «un uomo senza detrattori non sarebbe degno di abitare questo mondo». Sostiene che l’elogio accarezza la schiena, ma che nei tempi che corrono vale la pena metterne in dubbio il suo reale valore. Nella sua figura abita un mistero di chiaroscuri: possiede una sensibilità che graffia la fragilità, una delicatezza quasi traslucida che si scontra frontalmente con la verità della sua stessa geografia corporea. È lo stesso uomo robusto capace di sollevare alberi con le braccia o di logorarsi per sedici ore sotto il sole, con le mani screpolate, strappando alle cortecce la memoria della loro trama per incorporarla sulla tela. A differenza delle tendenze d’epoca che danno priorità all’immediatezza o all’effettismo visivo autoreferenziale, la sua produzione è sostenuta da una formazione esigente che legittima il suo status di docente. Diplomato come Professore Superiore in Disegno, Pittura, Incisione e Scultura presso la Scuola di Arti Visive Martín A. Malharro di Mar del Plata, in Argentina, Manzo ha compreso precocemente che l’arte è, fondamentalmente, un campo di ricerca teorica e che si sarebbe trasformata nel mezzo di ciò che intende dire, anche se disturba. Questa convinzione lo ha spinto a convalidare il suo percorso in Europa, dove ha conseguito la Laurea in Belle Arti e, successivamente, il Master in Educazione Artistica presso l’Università dell’Estremadura nel 2009. Le sue ricerche sulla sinestesia del colore al Círculo de Bellas Artes di Madrid, unite alla sua residenza curata dalla celebre artista Soledad Sevilla e da Simón Zabell a Santander, hanno ampliato i suoi strumenti metodologici. Di ritorno in Argentina, questo bagaglio concettuale si è tradotto in una prassi pedagogica molto stimata da studenti e colleghi, che riconoscono in lui un «maestro» capace di legare il mestiere tecnico alle teorie estetiche più complesse. La biografia personale e la mappa creativa dell’artista si sono alterate in modo definitivo durante la sua estesa residenza nel vecchio continente. Stabilitosi a Cáceres, durante gli anni duemila Manzo ha abitato per sette anni le terre dell’Estremadura. La pianura, la severità dei colori aridi e le reminiscenze araldiche della regione hanno modificato la sua tavolozza e il suo rapporto con il volume, imprimendo alla sua opera una monumentalità distintiva. Quella fu una tappa di decantazione e di riconoscimento pubblico; le sue mostre personali gli aprirono le porte del circuito europeo, incorporando in varie occasioni opere di sua paternità nel patrimonio permanente del Comune di Cáceres, così come nel Centro d’Arte e Conoscenza “Aldealab”. Installazioni di grandi dimensioni come Fuente e Puentes sono alcuni di questi esempi. Allo stesso modo, la sua versatilità lo ha portato a dialogare con le arti sceniche d’avanguardia, collaborando al design dei costumi e della scenografia con la prestigiosa compagnia Karlik Danza Teatro e l’iconico gruppo catalano La Fura dels Baus. Il suo periplo vitale è proseguito verso l’Italia, un’esperienza che ha funzionato come un processo di sedimentazione estetica. A Roma si è impregnato dell’eredità classica e del dramma barocco, trasferendo quel senso teatrale e compositivo nei suoi progetti del momento come La macchina del fango. Il suo soggiorno a Venezia ha operato come la chiusura di questo diario di bordo transatlantico. L’atmosfera acquatica, la luce diffusa dei canali e lo schiacciante carico della memoria storica hanno apportato una nuova sensibilità ai suoi studi su texture e velature. Questo viaggio attraverso le capitali artistiche non è stato un mero detour cosmopolita: ha costituito la materia prima spirituale e intellettuale della sua produzione matura, sebbene ogni volta che parli di quei luoghi il suo legame profondo sia con quei personaggi —molti dei quali legati a loro volta all’arte— con cui ha condiviso e continua a condividere l’arte e la vita. Nessuno dei ritorni nelle sue amate Roma e Venezia è un evento turistico: sostiene che i suoi ritorni ogni anno nel vecchio mondo siano una modalità di resurrezione. Nelle sue radici italiane pulsa un’eredità profonda, un legame invisibile che diventa carezza sensibile quando le sue mani accarezzano la pietra scolpita da quei popoli medievali. Dice di percorrere con magica angoscia le strade di Duronia, dove nacquero i suoi antenati. Di ritorno in Argentina, quell’arsenale concettuale rinnovato ha avuto un impatto immediato sul circuito nazionale. Progetti intermedi come la sua celebre “Re di Cuore” già davano conto di questa transizione fondamentale. In essa, Manzo ha iniziato a decostruire l’iconografia del potere, il caso e la vulnerabilità umana, utilizzando la simbologia del ricordo per esplorare i fili invisibili che muovono gli affetti e le strutture sociali. Qui si permette di mostre con strazio i substrati di memoria che conformano la storia umana. Questa serie ha funzionato come preludio a una maturità concettuale che sarebbe esplosa nei suoi progetti successivi. In precedenza, proposte come “La macchina del fango” —ispirata alle cronache di Roberto Saviano— avevano dimostrato la sua capacità di trasmutare la critica politica e sociale in un’esperienza tridimensionale sublime, dove il disegno e l’oggetto assemblato si fondevano in un’armonia perturbante. Tuttavia, è la sua recente serie “Versus ovvero la tregua delle passioni” —patrocinata dal Consolato Generale d’Italia e allestita nelle sale del MUMART e successivamente nel Foyer del Teatro Auditorium— a ratificare in modo inappellabile l’attualità e la densità della sua proposta. In essa, Manzo confronta lo spettatore con gli opposti essenziali della trama sociale: le luci e le ombre di una società che lo opprime, l’antagonismo e la conciliazione. Lo spessore concettuale di Versus: Dall’Inferno alla Delizia Versus non è solo un dispiegamento oggettuale, ma un vero e proprio trattato filosofico visivo che si nutre direttamente delle grandi pietre miliari del pensiero e dell’arte europea. Nelle sue composizioni, la tensione drammatica evoca direttamente l’architettura morale e la discesa psicologica dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. Manzo trascina lo spettatore attraverso una topografia di passioni umane e punizioni contemporanee, costruendo una cartografia del dolore e della redenzione. Questa densità letteraria dialoga, a livello pittorico e compositivo, con la complessità morale e il brulicare di figure de Il giardino delle delizie di Bosch. Come il maestro fiammingo, Manzo edifica mondi simultaneamente apocalittici e paradisiaci, dove l’ibridazione della materia, lo scarto e il sacro convivono sulla stessa superficie, ricordandoci l’eterna dualità e fragilità dell’esperienza umana. Questa ambizione concettuale si completa con un’ossessione tecnica di carattere analogico. Nelle complesse trame tessili che fanno da spina dorsale alla mostra, si indovina una rigorosa citazione e reverenza verso Jan Van Eyck. Manzo recupera la minuziosità, il peso e la dignità che il maestro del Rinascimento nordico conferiva ai panneggi e ai tessuti; ma qui, le pieghe e le stoffe non vestono corpi divini, bensì vengono lavorate e ibridate con legni policromi per incarnare le pieghe stesse della storia collettiva, le ferite del tessuto sociale e il residuo dei legami umani. Versus si articola sotto una premessa che definisce l’etica estetica dell’artista: Manzo sostiene di non proporre ciò che gli piace, ma di mostrare ciò che il mondo gli scaraventa addosso. Questa dichiarazione lo posiziona non come un mero esteta, ma come un ricettore critico della realtà sociologica contemporanea. La sua opera si alimenta del residuo della storia, convertendo le tensioni collettive nella forza motrice dei suoi allestimenti. Di fronte all’ambizione monumentale di quest’ultima esposizione, la proposta stupisce per una duplice condizione. Da un lato, una sovranità e una prodezza tecnica implacabile: in un’epoca segnata dalla produzione smaterializzata, dalla virtualità o da laboratori ipertrofici pieni di assistenti, Manzo rivendica un’etica artigianale quasi estinta. Ognuno degli imponenti moduli, i legni di grande formato e le complesse trame tessili sono stati ideati, tagliati, assemblati e policromati nell’assoluta solitudine del suo laboratorio. Questa resistenza fisica e ingegneristica nel sollevare strutture monumentali senza aiuti esterni costituisce, in sé stessa, una dichiarazione politica sull’autonomia del creatore. Dall’altro lato, questa monumentalità fisica convive con una poetica profonda della contraddizione. Al di là del colossale dispiegamento fisico, Versus commuove per la finezza del suo lirismo. Attraverso il gioco analogico e la sovrapposizione di trame aspre, Manzo elabora un saggio visivo sulla condizione umana, dove la violenza sociale si trasmutano in una tregua estetica di sublime bellezza filosofica. Gabriel Manzo si erige, in questo modo, come un anello fondamentale dell’arte argentina attuale: l’esempio dell’artista globale che non perde le sue radici atlantiche, del creatore la cui maturità tecnica è supportata dalla teoria, e la cui opera continua a richiedere allo spettatore l’atto, oggi rivoluzionario, di fermarsi a pensare. Redacción Argentina
June 26, 2026
Pressenza
Immaginare comunità contro la restaurazione di Milei in Argentina
In Argentina, dal dicembre 2023, è al governo Javier Milei, capo di una coalizione utraliberista La Libertad Avanza, il suo obiettivo dichiarato è distruggere lo stato, portare il paese verso la “libertà finanziaria”, ed eliminare i privilegi della casta e dei parassiti. Il libro di Verónica Gago e Luci Cavallero, Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario edito in Italia da Ombre Corte, tradotto dallo spganolo da Anna Curcio, analizza come l’uomo della motosega sia arrivato al potere, sia stato riconfermato alla elezioni parlamentari del 2025, e, nonostante le enormi mobilitazioni, stia riuscendo ad attuare il suo progetto di distruzione del paese anche grazie a una base di appoggio popolare.  La domanda sottostante alle pagine del libro è: come si è costruito questo appoggio popolare a Milei? E in che modo la crisi economica e valutaria del 2022/23, con un’inflazione su base annua del 300%, ha portato alla vittoria del governo anarcocapitalista, e quella del 2001, con le immagini dei blindati che portavano valuta fuori dai confini, ha portato alla più grande rivolta nel paese e alla costruzioni di rete di solidarietà e autogestione di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda le due studiose e attiviste argentine utilizzano un metodo di analisi femminista e materialista.  > «Gran parte del sostegno che ha ricevuto alle urne può essere spiegato > attraverso il modo in cui funziona l’economia quotidiana, vero terreno di > fermentazione, preparazione e prova del nuovo regime» (p.47). E da qui discerne un’ analisi di come austerità, disciplina e sacrificio vengono accettate e riprodotte nella sfera domestica, un territorio ancora oggi sconosciuto alla disciplina economica, nonostante siano decenni che l’economia femminista pone al centro della riflessione politica ed economica la riproduzione sociale.  Prima passo laterale di questa analisi femminista è quello di guardare alla crisi economica non dal lato della finanza pubblica, ma a partire dalle trasformazioni sociali ed economiche nella sfera quotidiana, relazionale ed emotiva. Si continua, così, sul solco tracciato da Gago già nel suo primo libro Neoliberalismo dal basso, edito in italiano da Tamu Edizioni. Il secondo passo laterale è quello di analizzare la produzione di soggettività, e quindi di consenso all’anarco liberismo autoritario di Milei, che la finanziarizzazione della riproduzione sociale produce. E ultimo passo, analizzare la svolta autoritaria del mondo ponendo al centro l’Argentina e l’America Latina come territori decisivi per comprendere le dinamiche in cui siamo immerse, e non solo come specchio di ciò che accade negli Stati Uniti.  > E a partire da questi tre passi laterali che l’ipotesi delle autrici taglia il > campo d’analisi in maniera netta: «l’autoritarismo della libertà finanziaria è > la dinamica che, in nome della libertà, promuove la fascistizzazione della > vita collettiva» (p.58). In un territorio come l’America Latina dove «la convergenza tra neoliberalismo e autoritarismo è originaria» (p.61), organizzata nelle dittature tra gli anni ’60 e ’80, e basata sul genocidio delle popolazioni indigene fondativo degli stati nazione del sud e nord America. Oggi la riconversione da un neoliberalismo autoritario a un «fascismo di tipo coloniale» avviene tramite «la guerra alla riproduzione sociale» e la sua fascistizzazione.  In questo modo Cavallero e Gago superano il dibattito sulla svolta autoritaria globale, fermo alla domanda se quello a cui assistiamo sia fascismo o meno, e diviso tra chi individua la causa nelle guerre culturali – dando colpa al femminismo – e chi in una mutazione del neoliberismo. Le autrici chiariscono come sia il campo della riproduzione sociale ad essere lo spazio in cui si viluppa la fascistizzazione della società, un processo che ha un doppio movimento dal basso verso l’alto, con comportamenti microfascisti diffusi, costituendo un vera e propria mobilitazione sociale, e dall’alto verso il basso, con politiche che mirano a produrre popolizioni sacrificabili, le donne, le persone trans e non binarie, le persone migranti e razializzate.  Ed è per questo che il femminismo e il transfemminismo sono in prima linea nella battaglia contro le destre fasciste in tutto il mondo. Per buona pace di autori e autrici che qui in Italia continuano a leggere il femminismo contemporaneo come un prodotto dell’identy politics statunitense, invece che guardare alle battaglie del tranfemminismo popolare latino-americano, in cui fonda le radici l’analisi di questo libro.  > La libertà finaziaria, nucelo essenziale dell’agenda politico-economica di > Milei, va mano nella mano con il suo antifemminismo di Stato e la guerra ai > generi. Sono prima di tutto i giovani maschi a sentirsi mobilitati da un progetto che, da un lato, li chiama a responsabilizzarsi, a costruirsi come soggetti imprenditori e speculatori, a rischiare e proiettarsi come persone di successo, tramite app di trading e comunità digitali, invece che rispecchiarsi nella loro condizioni materiali di impoverimento, sfruttamento e condizione di vittima. E dall’altro, li fa riappropriare della violenza patriarcale, transfobica e razzista nella vita quotidiane. Esattamente quella violenza che il movimento transfemminista ha denunciato in questi ultimi dieci anni. > Assistiamo, quindi, a una restaurazione patriarcale finanziaria e coloniale: > una vera e propria controrivoluzione contro le battaglie transfemministe e le > reti di solidarietà e autogestione popolare.  Questo libro inizia con otto tesi sul debito, avanza con otto tesi sulla centralità del genere, e si conclude in otto tesi sulla comunità futura, una linea di analisi che dalla questione materiale del debito privato e pubblico su cui si basa il capitalismo finanziario, passa per produzione di popolazioni sacrificabili sulla base del genere e della razza, per chiudere su come immaginare politicamente nuovi futuri oltre la catastrofe. E nella tesi conclusiva ci esortano: «la sfida è quella di creare e sostenere un’organizzazione trasversale e costruire unità attraverso la vicinanza programmatica e affettiva tra le lotte».  Presentazioni in Italia con le autrici: 25 giugno ore 19:00 a Roma, Esc Atelier autogestito 26 giugno ore 19:00 a Bologna, festival Radici 28 giugno ore 18:30 a Milano, centro sociale Cantiere 29 giugno ore 19:15 a Padova, festival Sherwood Per tutte le informazioni sulle presentazioni leggi la pagina di Ombre Corte Immagine di copertina di Juan Valiero per concessione del giornale La Vaca, proteste a Buenos Aires nel febbraio del 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 25, 2026
DINAMOpress
L’ARGENTINA CONTINUA A SCAVARE, IN CERCA DEI DESAPARECIDOS DELLA DITTATURA. L’INTERVISTA AGLI ANTROPOLOGI FORENSI DELL’EAAF
A quarant’anni e più dalla fine dei regimi militari che hanno insanguinato l’America Latina, la terra continua a restituire la verità. Una verità materiale, fatta di resti, frammenti e prove scientifiche che il silenzio non è riuscito a consumare. Chi pensa che la stagione delle dittature sudamericane sia un capitolo chiuso della storia del Novecento commette un errore di prospettiva, perché in molti angoli del continente la ricerca della verità e della giustizia si muove ancora oggi, nel 2026, nel silenzio dei cantieri archeologici e delle fosse comuni. L’epicentro di questa attività si trova in Argentina, nella provincia di Córdoba, tra le mura dell’ex centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio de “La Perla”. Lì, le squadre dell’Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF) sono ancora al lavoro, impegnate in complessi scavi mirati. Non lo fanno per celebrare una semplice ricorrenza o per un rito della memoria; scavano per risolvere un crimine violento e pianificato a tavolino che è ancora, tecnicamente e giuridicamente, in corso. Il colpo di Stato del 24 marzo 1976 in Argentina non è stato un evento isolato. È stato il tassello di una violenza coordinata che ha travolto interi Paesi della regione: sotto l’ombrello ideologico e operativo del Plan Cóndor – l’accordo segreto tra i servizi segreti, CIA ed eserciti per dare la caccia agli oppositori oltre i confini nazionali –, le dittature di Argentina, Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay e Bolivia hanno cooperato per trasformare un intero continente in una rete di repressione spietata. In questo quadro, la violenza di Stato non ha cercato solo la punizione o l’eliminazione fisica dell’oppositore politico, del sindacalista o dello studente. Ha cercato qualcosa di più radicale: la cancellazione totale dell’esistenza. La desaparición forzada è stata una lucida strategia studiata per sottrarre il corpo, negare il decesso, distruggere i documenti e cancellare ogni traccia della persona dai registri dello Stato, trasformando un essere umano in un nulla giuridico. “Non sono né vivi né morti, sono desaparecidos”, diceva con cinismo il generale Jorge Rafael Videla. Un vuoto assoluto progettato per generare un terrore perenne nei vivi, privati persino del diritto di piangere i propri morti. È esattamente su questa interruzione che interviene il lavoro dell’EAAF. Nato nel 1984 nel delicato passaggio del ritorno alla democrazia in Argentina, sotto l’impulso delle madri che cercavano i propri figli e guidato dall’antropologo statunitense Clyde Snow, il gruppo ha capovolto la logica del terrore di Stato. Laddove i regimi hanno nascosto i corpi nelle pieghe della terra o sul fondo dell’oceano, l’antropologia forense ha risposto con il rigore del metodo scientifico. Il lavoro che l’EAAF porta avanti a La Perla e in decine di altri contesti si fonda su una combinazione rigorosa di discipline, che va dall’indagine storica alla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti per ricostruire cosa accadeva nei terreni militari, fino allo scavo archeologico strato dopo strato, necessario per non contaminare i reperti. Infine, lo studio di laboratorio sui resti ossei e la successiva comparazione del DNA con la banca dati biologica dei familiari permette di dare un nome a ciò che lo Stato voleva rendere anonimo per sempre. Questo modello è diventato così solido da fare scuola in tutto il mondo, applicato in Messico, in Bosnia o nei paesi africani devastati dai conflitti civili. Sul versante dei vivi, questo approccio si riflette nell’incessante ricerca delle Abuelas de Plaza de Mayo, che attraverso la genetica continuano a rintracciare e restituire la vera identità ai figli dei desaparecidos sottratti in fasce e cresciuti da famiglie vicine ai regimi sotto falso nome. Restituire un nome a un frammento osseo trovato a La Perla non è una consolazione privata per le famiglie, ma un atto pubblico di giustizia. Ogni identificazione trasforma lo smarrimento della sparizione in un fatto accertabile che entra nei tribunali, riattiva i processi penali rimasti congelati per decenni e inchioda lo Stato alle sue responsabilità criminali. Finché un corpo non viene localizzato e identificato, la desaparición non appartiene al passato, non si è conclusa; è un reato permanente che si sta consumando in questo esatto momento. Il lavoro forense non interpreta la storia e non produce retorica: restituisce le prove materiali e legali su cui fondare la pretesa della verità. Ed è da queste prove materiali, e dalla loro ricerca nel Cono Sur, che bisogna ripartire per raccontare il presente. In collegamento con Radio Onda d’Urto, da Buenos Aires, Juan, antropologo della squadra di ricerca dell’EAAF Ascolta o scarica
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
Taty Almeida, madre dei 30.000 desaparecidos
Un paio di mesi fa, in occasione del cinquantesimo anniversario del Golpe in Argentina, ho avuto modo di rivedere più volte Taty Almeida. Era in sedia a rotelle, consapevolmente a un passo della morte, ma la stessa di sempre: allegra in apparenza, certo generosa e portatrice di una vitalità debordante, paragonabile alle donne forti della Bibbia. È stata fino alla fine nemica mortale della violenza che costituisce la vera faccia del neoliberismo, per come si è imposto e continua a imporsi in Argentina. Ma non solo, perché la violenza brutale è il DNA del neoliberismo in cui viviamo immersi e come tale si svela ancora oggi quando trova opposizione: furono, allora, i 30.000 desaparecidos, di tutti i quali Taty fu madre, come le altre Madri, d’altronde, e sono, oggi, i rapimenti e gli assassinii , senza precedenti, di capi di Stato, il genocidio a Gaza, l’aggressione all’Iran, lanciati o proseguiti dal Caligola che siede alla Casa Bianca e ha pure re/inventato il Colosseo , mentre si arrovella nel desiderio del Nobel per la pace. Ma è anche, ancora oggi, la guerra in Ucraina, costruita a tavolino dai suoi predecessori e abbracciata a tamburo battente da una classe dirigente europea che una cosa soltanto dovrebbe avere il coraggio di fare: dimettersi e sparire, travolta dalla Storia. Brutalità e ipocrisia, cui bisogna aggiungere la vergogna di un sistema eliminazionista nei confronti dei migranti, cui un Occidente in crisi affibbia oggi il ruolo di capro espiatorio, che fu assegnato agli ebrei dall’Europa nazi-fascista. Il giorno del cinquantenario, all’urlo incontenibile e viscerale insieme di “Madres de la Plaza, el pueblo las abraza”, con cui all’unisono un milione e passa di voci, la vera Voce Umana, le acclamava quando ancora una volta le poche madri rimaste sono entrate in Plaza de Mayo, dalla sua sedia a rotelle Taty rilanciava con un altrettanto vibrante e potente “Non ci avete vinto” ed elencava, implacabile, i misfatti dell’attuale governo argentino e le richieste di un popolo umiliato e sfruttato, ma non sconfitto. La forza delle Madri e, tra loro, di Taty, è la forza di un’Antigone che tiene testa all’attuale Creonte, spalleggiata, questa volta, da un coro che è il popolo argentino. Portavoce dell’unico Paese che ha saputo portare in tribunale e condannare dopo regolare processo i governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, Taty fino all’ultimo respiro ci ha ripetuto che opporsi alla violenza con la non violenza è l’unica lotta da cui non ci si può esimere e che, se portata avanti con le categorie fondanti di Memoria, Verità e Giustizia, è destinata ad essere vincente.   Redazione Roma
June 19, 2026
Pressenza
Cortázar-Muñoz: l’Argentina fa strani scherzi
di Daniele Barbieri (*). A seguire un quintetto di link per farvi ronzare orecchie e occhi con il cuoricino intorno.  Non è facile parlare del disegno di José Muñoz. Meno difficile partire dal racconto, per quanto impegnativo. E il racconto è L’inseguitore, di Julio Cortázar (traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2023 – ma il racconto è del 1959 e le
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Territori del comune: autogestione del lavoro ed economie popolari a Buenos Aires
Nel pieno della molteplice crisi planetaria del capitalismo, nuove esperienze di autorganizzazione e di autogestione stanno emergendo nelle complesse aree urbane e metropolitane in America Latina. Trasformando i territori e riconfigurando le pratiche del lavoro, del sindacalismo e della cooperazione sociale, queste eterogenee trame ridefiniscono lo scenario delle lotte sociali confrontandosi con le dinamiche di sfruttamento, estrazione, spossessamento e impoverimento, mostrando una significativa capacità di resistenza, di continuità nel tempo e di reinvenzione articolata e ambivalente di pratiche di conflitto e riproduzione sociale. Introducendo il dibattito sulle economie popolari in Italia, questo libro, a partire da una ricerca etnografica in Argentina, mette al centro i processi socio-spaziali e le strategie politico-economiche di due diverse esperienze di autogestione del lavoro situate nell’area metropolitana di Buenos Aires, la fabbrica recuperata “19 de Diciembre”, e la cooperativa tessile dell’economia popolare e migrante “Juana Villca”. Interrogandosi attorno alle potenzialità, alle tensioni, ai limiti e alle prospettive delle trame cooperative e comunitarie, indaga la relazione tra spazi e soggettività, conflitti e produzione del comune nelle esperienze di autogestione, riflettendo sulla sperimentazione di forme di istituzionalità popolare emergente. Pubblichiamo a seguire la prefazione al libro di Alioscia Castronovo a cura di Verónica Gago, nel libro pubblicato da Lettera Ventidue Edizioni (2025) nella collana IAUS, con prologo di Carlo Cellamare. Territori del comune, di Alioscia Castronovo, è un lavoro di ricerca impegnato a tradurre, ampliare e approfondire il dibattito sulle economie popolari in America Latina. La nozione di economie popolari si propone di aprire un altro spazio epistemico, economico e politico che eccede ed al tempo stesso problematizza l’usuale lessico dell’informalità. Per farlo, comincia definendo in modo affermativo ciò che le economie popolari sono concretamente, permettendoci così di situarci in un luogo altro per discutere anche di lavoro formale e informale, delle forme di sfruttamento e dei suoi orizzonti temporali in relazione alle lotte concrete. Ma si tratta di una definizione aperta e contesa. > Tradurre questo dibattito significa, in queste pagine, situarlo in un altro > contesto, dislocarlo da una lingua a un’altra e, soprattutto, farlo conoscere > al di là delle coordinate abituali. Tutto questo comporta un lavoro enorme per > rendere leggibile una esperienza complessa per lettori e lettrici che non > condividono molti dei riferimenti che il paesaggio delle economie popolari > comporta. Pertanto, la traduzione implica anche la costruzione di immagini > affinché questi dibattiti e queste narrazioni possano essere visualizzate, > rese intellegibili e, così, percepite come vicine. Nell’ambito di questo movimento, accade qualcosa di più: è in gioco la possibilità di riconoscere la valenza di questo termine ben oltre le metropoli latinoamericane. Che cosa permette di leggere e comprendere in una città come Roma, dove viene pubblicato il libro, il termine economie popolari nelle modalità in cui emerge dal dibattito in Argentina? Che cosa ha a che fare la produzione tessile migrante con l’economia globale? Cosa ci dice l’esperienza dell’occupazione e autogestione di una fabbrica rispetto agli attuali dibattiti sul lavoro? A tutto questo, aggiungiamo l’apertura e la traduzione di una serie di dibattiti che riguardano concetti ampi e voluminosi come quello di “popolare”, che in questo caso si lega a quello di economia e si coniuga al plurale. Come se questo fosse poco, c’è un secondo lavoro di connessione e traduzione che emerge in questo libro. Situare le domande di ricerca sulle economie popolari in relazioni ai dibattiti sullo spazio urbano e pensare quindi le specificità delle “economie popolari urbane”, producendo così un triplo concetto. Sono loro, e le loro trame, come le chiama l’autore, a modificare sia le città (ancora una volta, non solo quelle del terzo mondo), così come i circuiti e le connessioni che danno corpo a ciò che chiamiamo “il popolare”. > Le economie popolari urbane diventano una materialità geografica, composta da > transazioni e traiettorie, che affrontano le forme di spossessamento che il > neoliberismo produce quotidianamente. A partire da queste, si possono comporre > mappe, strade, e leggere i flussi che d’altro modo passerebbero inavvertiti. > Il popolare, questa parola così difficile da afferrare, e per questo stesso > motivo, così importante da situare, converge così con una serie di modi di > fare, di ottenere entrate economiche e resistere a fronte di condizioni sempre > più violente e ingiuste. Alioscia Castronovo fa dialogare concetti e realtà con tradizioni teoriche e bibliografiche diverse per produrre, anche dal punto di vista del vocabolario teorico, un territorio comune, sfidando i confinamenti geopolitici delle teorie. Nell’insistere nel rendere densa la mappa, interroga la dimensione spaziale delle economie popolari per legare e articolare la logica della “moltiplicazione del lavoro” (B. Neilson & S. Mezzadra) con la moltiplicazione dei territori. La scommessa di questo testo è mostrare le spazialità del lavoro che emergono a partire dalla prospettiva delle economie popolari urbane senza fare del territorio una semplice applicazione di teorie o una illustrazione di formule astratte. Emerge così una preoccupazione cartografica dei concetti: come se nell’esercizio di dare loro radicamento potesse emergere più chiaramente la loro capacità cognitiva. Cosa ci dice la parola precarietà al di fuori delle realtà europee del lavoro? È utile pensare in termini di informalità una volta che viene provincializzata la norma del lavoro salariato? Che tipo di dinamica politica struttura una cooperazione sociale la cui dimensione produttiva non risulta visibile? In che modo le dinamiche migratorie sud-sud intervengono negli immaginari del lavoro? Questo lavoro di ricerca affronta qui due esperienze singolari. Addentrarsi nella loro vita quotidiana sarebbe stato impossibile senza, prima, aver costruito un percorso di impegno politico e affettivo con loro, come ha fatto Alioscia. Gli anni di ricerca dottorale che vengono sintetizzate in queste pagine sono anche anni di riunioni, militanza e modalità di condivisione di momenti e congiunture difficili. Ma anche anni in cui queste specifiche congiunture hanno contribuito a riformulare le domande di ricerca, aggregando nuove problematiche ed esigendo una minuziosa attenzione alle modalità in cui le innovazioni sociali producono i loro propri ritmi (con momenti di retromarcia, modifiche e ridefinizioni del proprio progetto). > Per questo a partire da questi processi si apre un percorso di inchiesta > proprio del dibattito sulle economie popolari urbane, al cui interno questo > libro si iscrive: in che senso in queste trame vi è una produzione di valore? > Quali forme organizzative assumono? In che modo queste trame sono parte della > temporalità della crisi? Una volta all’interno delle esperienze con cui questo libro lavora, si creano altri movimenti, più intensi: mostrare come all’interno di quei luoghi, che possiamo definire in qualche modo i luoghi classici e riconosciuti del lavoro (una fabbrica e un’officina tessile), emerga una proliferazione spaziale e temporale. Ed è così che approfondendo la ricerca sull’occupazione della fabbrica recuperata ribattezzata “19 de Diciembre” da parte dei lavoratori, ci incontriamo con la storia della fabbrica metalmeccanica Isaco (fondata negli anni Settanta da famiglie italiane, fu la sesta fabbrica di ricambi automobilistici più importante del continente), “riorganizzata” dalle riforme neoliberiste negli anni Novanta e, infine, convertita in uno spazio recuperato e autogestito dopo la crisi del 2001. Coniugare la storia della fabbrica con la prospettiva delle economie popolari non è né semplice né lineare. Questo percorso consegna spessore alla domanda attorno alla forma di una economia popolare che ha un passato strettamente legato all’esperienza di fabbrica e che, nel suo farsi cooperativa ed estendere le sue relazioni al quartiere, gli dà la possibilità di ripensarsi e, soprattutto, di ri-esistere. Il contrappunto, al tempo stesso come analisi congiunta e parallela, con la cooperativa Juana Villca, composta da lavoratori e lavoratrici boliviani/e a Buenos Aires, aggiunge alla nozione di economia popolare urbana una deriva in cui il popolare si confronta con le dimensioni comunitarie ed economiche e si coniuga con le complessità delle migrazioni. La cooperativa è parte di catene produttive versatili e precarizzate ma, soprattutto, protagonista di dinamiche politiche spregiudicate e intelligenti. In queste trame si “tessono” vestiti e politica, si affronta il razzismo e si mettono in tensione gli idilli comunitari. Infine, questo testo annuncia linee di ricerca aperte, in costruzione, sulla capacità di creazione di istituzioni popolari, del comune, capaci di gestire risorse pubbliche per sostenersi ed espandersi. La domanda attorno all’istituzionalità delle economie popolari permette di comprendere le sue infrastrutture come esperienze non circostanziali né provvisorie. Non si tratta della certezza di una transizione verso altre forme economiche o modelli alternativi di trame urbane produttive, quanto piuttosto della capacità di sostenere forme di riproduzione collettiva che lottano in tempi sempre più difficili. In questo senso, questo libro è anche una scommessa aperta rispetto a quello che queste esperienze mostrano sia come apprendimento che come promessa. Alioscia Castronovo, redattore di DINAMOpress, è cresciuto tra la Svizzera e la Sicilia, ha studiato Antropologia Culturale alla Sapienza di Roma, dove ha vissuto e militato nei movimenti studenteschi e sociali. Nel 2019 ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica alla Sapienza e in Antropologia Sociale presso l’Istituto di Alti Studi Sociali IDAES-UNSAM in Argentina, con una ricerca etnografica sulle esperienze di autogestione del lavoro tra fabbriche recuperate e cooperative dell’economia popolare a Buenos Aires. Dopo alcuni anni tra Argentina e Colombia, dove ha insegnato all’Universidad Nacional di Bogotá, è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Padova, impegnato in una ricerca etnografica sulle economie popolari urbane, i processi di autorganizzazione e le politiche pubbliche in Colombia. Fa parte del Gruppo di ricerca di CLACSO “Economías populares. Mapeo teórico y práctico” e dell’Urban Popular Economy Collective. Immagine di copertina di Gianluigi Gurgigno, fotografo e antropologo, collaboratore di dinamopress (l’immagine è contenuta nel libro e ritrae i festeggiamenti del primo maggio nella fabbrica recuperata 19 de Diciembre, Villa Ballester, area metropolitana di Buenos Aires, nel 2018). Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Territori del comune: autogestione del lavoro ed economie popolari a Buenos Aires proviene da DINAMOpress.
May 21, 2026
DINAMOpress
L’Argentina di Milei: la macelleria sociale tra proteste e consenso
Un racconto politico dell’Argentina di Javier Milei, ex professore universitario e opinionista televisivo diventato presidente dell’Argentina, nel 2023. Neoliberista autoritario e radicale, Milei ha promosso un programma di riforme – in parte bloccato dalle mobilitazioni popolari – che prevede un ridimensionamento strutturale del welfare, privatizzazioni e nuovi strumenti di limitazione dell’opposizione politica e di piazza tramite un perpetuo stato di emergenza. Con Susanna De Guio – sociologa della comunicazione, redattrice editoriale e giornalista che vive a Buenos Aires dal 2016 – abbiamo cercato di fare un punto sugli ultimi anni della presidenza Milei, soffermandoci sia sullo stato dei movimenti di protesta che lo hanno ostacolato sia sui blocchi sociali che invece supportano e mantengono in piedi la macchina politico-economica e autoritaria di “El Loco”.