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Obblighi di cooperazione istruttoria e all’utilizzo delle COI pertinenti, specifiche e aggiornate nel riconoscimento della protezione sussidiaria
La Corte di Cassazione interviene in materia di obbligo di cooperazione istruttoria, uso delle COI e motivazione apparente nelle decisioni sulla protezione internazionale (soprattutto sussidiaria) da parte dei tribunali di merito. Il caso riguarda un cittadino pakistano proveniente da un’area del Punjab situata a circa 50 km dal Kashmir occupato dall’India, lungo il c.d. Working Boundary, ossia il confine ufficialmente riconosciuto tra Pakistan e India, a sud della Line of Control (LoC), teatro di un conflitto di lunga durata nonostante l’accordo di cessate il fuoco. La Commissione Territoriale ritenendo credibile la provenienza geografica del richiedente, circostanza documentalmente accertata anche tramite certificazione di domicilio, proprio in ragione della stessa, ha riconosciuto la sola protezione speciale (post-Piantedosi), escludendo tuttavia il riconoscimento di una forma di protezione internazionale. E’ stato impugnato il provvedimento in Tribunale per insistere sul riconoscimento della protezione sussidiaria allegando e documentando mediante COI come il conflitto in Kashmir sconfini frequentemente oltre la LoC, con episodi di violenza e attacchi anche nelle aree di Sialkot e lungo il Working Boundary. Il Tribunale ha invece rigettato richiamando COI aggiornate ma del tutto generiche, riferite al Pakistan o all’intera regione del Punjab, senza confrontarsi né con la specifica situazione delle aree di confine, né con le COI prodotte dal ricorrente. La Corte di Cassazione con questa ordinanza cassa il decreto per violazione del dovere di cooperazione istruttoria e per motivazione apparente, ribadendo alcuni principi ormai consolidati ma spesso disattesi nella prassi: ai fini dell’art. 14 lett. c) non è richiesta la personalizzazione del rischio, ma la verifica dell’intensità della violenza indiscriminata nella zona di provenienza; il giudice del merito è tenuto ad acquisire COI pertinenti, specifiche e aggiornate, dando conto in motivazione del loro contenuto rilevante, e non può limitarsi alla mera elencazione dei link o a richiami generici a fonti internazionali; il dovere di cooperazione istruttoria non è escluso dalla ritenuta non credibilità della vicenda personale, ove questa non investa il fatto stesso della provenienza geografica dell’area interessata dal conflitto. Nel caso concreto, la Corte rileva che il decreto impugnato non confuta né analizza le fonti prodotte dal ricorrente e si risolve in una motivazione assertiva e meramente apparente, inidonea a rendere comprensibile il percorso logico-decisionale seguito. Ci sembra un’ordinanza utile, soprattutto nei casi in cui i rigetti si fondano su COI “a macro-area”, senza un reale esame delle zone di confine o delle situazioni di conflitto. Corte di Cassazione, ordinanza n. 3729 del 26 dicembre 2025 Si ringrazia l’Avv.ta Federica Remiddi per la segnalazione e il commento. Il caso è stato seguito insieme all’Avv. Salvatore Fachile e alle Avv.te Vittoria Garosci e Ludovica Di Paolo Antonio. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
La condanna di Kabul
Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Teheran, l’attacco del Pakistan in Afghanistan continua da giorni e rischia di gettare la popolazione già stremata da una condizione di crisi umanitaria cronica in un baratro senza ritorno. L’ennesima condanna di una regione al centro dello scacchiere internazionale.  Le prima avvisaglie più concrete di una pericolosa degenerazione nelle relazioni tra Pakistan e Afghanistan si sono avvertite già nel settembre 2023 quando il governo di Islamabad senza grandi avvertimenti aveva imposto l’espulsione di tutte le famiglie afghane presenti nel paese prive di un permesso di soggiorno legittimo.  Cominciò allora un esodo di massa che portò in meno di tre anni al rientro forzato di più di un milione di persone, famiglie che si erano stabilizzate in Pakistan sin dai tempi dell’invasione russa degli anni ‘80 e che in un giro di orologio si sono ritrovate rifugiate nella propria terra.  Con la costruzione di campi profughi temporanei tra i deserti di Kandahar la rabbia delle popolazioni afghane frontaliere di etnia pashtun si è fatta ancora più accesa, brace viva sulla ferita ancora aperta causata dalla cooperazione pluridecennale del paese confinante con le truppe statunitensi durante l’occupazione.  Ne sono nate scaramucce di piccola entità tra le postazioni militari sulla linea di confine — peraltro mai formalmente riconosciuta da Kabul in quanto retaggio del potere coloniale britannico —, accompagnate dall’accusa reciproca di sostenere gruppi terroristici anti-governativi all’interno dei rispettivi paesi (IS-KP in Afghanistan e TTP in Pakistan).  Nell’ottobre 2025 un’incursione aerea di Islamabad colpì diverse aree del paese a prevalenza tagika e pashtun con l’obiettivo di eliminare i centri di comando del TTP. La reazione delle forze di terra talebane rinfocolò un conflitto cruento durato dieci giorni.  La cessazione delle ostilità mediata a Doha sembrava aprire un nuovo capitolo di stabilità, fino almeno allo scorso 17 febbraio quando un paio di attentati nella regione del Pakistan settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa rivendicati dal TTP hanno ucciso 17 persone e spinto il governo di Islamabad a lanciare una nuova campagna di attacchi aerei nelle province afghane di Nangarhar, Paktia, Khost, Laghman e Kabul.  Come riferito da Attaullah Tarar, ministro dell’informazione pakistana, gli attacchi avrebbero avuto ad oggetto “esclusivamente campi di addestramento del TTP e un punto di comando dello Stato Islamico”. Il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid ha fermamente rigettato questa versione dichiarando su X che gli attacchi hanno avuto come obiettivo i civili “uccidendo e ferendo decine di persone, tra cui donne e bambini”.  La risposta militare di Kabul, che rigetta con fermezza le accuse di affiliazione alle cellule di comando del TTP, non si è fatta attendere. La contro-offensiva via terra ha colpito diversi avamposti pakistani a pochi chilometri dalla linea Durand, aprendo la magnitudo del conflitto su tutto lo spazio di confine da Nangarhar a Kandahar. Il ministro degli esteri pakistano Ishaq Dar non ha esitato a definire il conflitto “guerra aperta” e il bollettino aggiornato delle vittime non lascia grande spazio all’interpretazione.  Ad oggi, secondo le fonti ufficiali pakistane, sono più di 400 i militari talebani uccisi. Dall’altro lato, i portavoce dell’Emirato confermano la morte di 42 civili afghani e il ferimento di più di un centinaio durante i bombardamenti.  La guerra lanciata dall’asse USA-Israele su Teheran non fa che acuire la tensione e gettare ombre sulle reali intenzioni del Pakistan. Numerosi esponenti degli ambienti filo-governativi a Kabul accusano infatti la repubblica islamica confinante di continuare a supportare Washington con la finalità di riprendere possesso delle basi militari nel paese, a cominciare da quella tristemente nota di Bagram, teatro di numerose violazioni dei diritti umani per mano dell’esercito statunitense durante il ventennio di occupazione.  Quello che è sicuro è che la prosecuzione di un conflitto ad alta intensità rischia di gettare la popolazione afghana in una condizione di crisi senza ritorno.  Il conflitto coglie infatti il paese in uno dei suoi periodi più tragici dal punto di vista umanitario, con poco più di un terzo della popolazione in stato di insicurezza alimentare acuta, 3,7 milioni di minori che necessitano cure urgenti per malnutrizione e più di 3 milioni di rifugiati interni, espulsi dal 2021 ad oggi soprattutto da Pakistan e Iran (dati WFP e UNHCR).  La chiusura totale dei tavoli di negoziato in corso nei mesi scorsi a Doha e Istanbul pare far sgretolare anche la più flebile speranza di un cessate il fuoco in tempi brevi.  Al centro, una popolazione allo stremo abbandonata ancora nel cuore di uno scacchiere geopolitico che non sembra lasciare grande scampo.  La condanna di Kabul continua.  Guglielmo Rapino
March 13, 2026
Pressenza
Status di rifugiato a richiedente pakistano perseguitato per motivi politici: insufficienti le tutele di polizia e magistratura
Il tribunale di Lecce, con motivazione molto puntuale e approfondita ha riconosciuto al richiedente lo status di rifugiato politico per la persecuzione ordita da esponenti del partito PDM nei suoi confronti e verso la sua famiglia, per la militanza politica nel partito PTI. Il Collegio ha ritenuto il racconto intrinsecamente credibile, coerente e sufficientemente circostanziato nei profili essenziali (contesto familiare, appartenenza territoriale a Mandi Bahauddin, militanza politica del padre e dello zio nel PTI, dinamica dell’omicidio dello zio, riconoscimento di alcuni autori, denuncia nominativa alla polizia, successiva carcerazione e scarcerazione anticipata dei responsabili, minacce dirette e aggressione con cane a pochi giorni dalla liberazione, decisione di fuga). La narrazione è lineare nel suo sviluppo cronologico, non presenta contraddizioni interne rilevanti, reca dettagli non stereotipati (luoghi specifici, sequenza delle condotte degli aggressori, riferimento alla matricola dell’arma) ed è corroborata dall’allegazione documentale (copia della sentenza di condanna, fotografia degli arrestati rilasciata dalla polizia e pubblicata dalla stampa locale), elementi che rafforzano l’attendibilità estrinseca della versione offerta. La giustificazione della mancata protezione effettiva da parte delle autorità risulta plausibile: il primo rifiuto di verbalizzare, l’intervento risolutivo di un “mediatore” politico per ottenere la denuncia e l’asserita scarcerazione anticipata per influenza di esponenti locali delineano un quadro di protezione statale solo formale, facilmente condizionabile da poteri para-mafiosi e reti partitiche radicate sul territorio. Il nesso causale con il motivo convenzionale è diretto: le minacce e l’aggressione sono riconducibili all’attività politica del nucleo familiare nel PTI e, soprattutto, all’“opinione politica” imputata al ricorrente quale testimone- accusatore dei rivali; la persecuzione è quindi motivata da ragioni politiche ai sensi dell’art. 1A(2) della Convenzione di Ginevra (opinione politica effettiva o percepita). Tale ricostruzione trova riscontro nella situazione attuale del Pakistan, caratterizzata da un persistente giro di vite contro il PTI e i suoi simpatizzanti: fonti qualificate attestano, nel 2024–2025, arresti di massa di quadri e attivisti, procedimenti penali in serie, compressione delle libertà di riunione ed espressione (anche mediante blackout delle comunicazioni proprio in occasione del voto dell’8 febbraio 2024), nonché un contesto di forte ingerenza dei poteri di sicurezza nel processo politico; questi elementi descrivono un ambiente nel quale gli oppositori o presunti tali sono facilmente individuati e vulnerabili a ritorsioni, con scarse garanzie effettive di tutela da parte delle forze dell’ordine e della magistratura. Tribunale di Lecce, decreto del 10 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Carla Alessandra Laghezza per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Il Pakistan cerca giustizia per i danni ambientali…
… attraverso le climate litigation, ma costi, lentezze giudiziarie e pochi specialisti rendono difficile raggiungere risultati reali. di Mariam Waqar Khattak (*) Immagine ripresa dalla copertina di un e-book di https://valori.it/   «Mi hanno detto di non farlo». Muhammad (uno pseudonimo) parla a bassa voce durante un’intervista telefonica il 10 dicembre 2025. La frustrazione è evidente mentre spiega che deve comparire ancora
February 27, 2026
La Bottega del Barbieri
AFGHANISTAN: ATTACCHI PAKISTANI SU LARGA SCALA. COLPITE KABUL E KANDAHAR.
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad hanno condotto raid aerei contro obiettivi militari in Afghanistan e dichiara di aver ucciso 274 talebani tra Kabul, Kandahar e Paktia. Il ministero della difesa di Kabul afferma di aver risposto con raid aerei in Pakistan. I due eserciti si sarebbero affrontati anche via terra nella zona del valico di frontiera di Torkham. “La pazienza è finita” dice il Governo pakistano, tornato a schierare il proprio potenziale militare a seguito di un attacco suicida rivendicato dai talebani pakistani, autonomi ma affiliati a quelli afghani, che ha ucciso più di 30 persone in una moschea sciita di Islamabad.  Sull’altro fronte il governo talebano afghano sostiene di “volere una soluzione pacifica”, ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in una conferenza stampa, confermando inoltre la presenza di “aerei pachistani in volo sopra l’Afghanistan”. Difficile al momento capire esattamente cosa stia accadendo sul terreno afghano dove da decenni è presenti l’ong italiana Emergency. I centri sanitari dell’organizzazione hanno ricevuto finora nove feriti, ma il bilancio è fortemente parziale. “Nella notte tre pazienti sono giunti al nostro ospedale di Kabul dall’area di Pul-e-Charkhi, zona est della capitale, e sei hanno raggiunto il nostro posto di primo soccorso a Gardez (provincia di Paktia, a sud di Kabul)”, spiega Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan. “Quattro di questi sono stati già trasferiti a Kabul e due arriveranno nelle prossime ore”, ha precisato, aggiungendo che è probabile che “il numero di feriti possa aumentare”. Emergency, ha affermato poi Panic, chiede “la fine immediata delle ostilità” tra i due Paesi, sostenendo che “questa nuova escalation di violenza rischia di far ripiombare” l’Afghanistan “nell’incubo della guerra” e che un eventuale allargamento del conflitto può avere “conseguenze imprevedibili” sull’intera regione. Su Radio Onda d’Urto l’intervista al giornalista Emanuele Giordana, già direttore di Lettera 22, e attuale direttore di Atlanteguerre.it. Ascolta o scarica
February 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Pakistan, delitti d’onore diffusi e protezione statale inefficace: riconosciuto lo status di rifugiato
Il Tribunale di Roma ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano che aveva espresso il timore, in caso di rimpatrio, di essere vittima di delitto d’onore. Il richiedente era stato ritenuto pienamente credibile dalla Commissione territoriale, la quale aveva motivato il rigetto della domanda “sulla base della ritenuta soggettività del timore espresso in caso di rimpatrio, avendo giudicato non più attuale il pericolo di vendette da parte dei familiari della ragazza con cui il ricorrente aveva iniziato una relazione“. Con un approfondito esame delle fonti internazionali il Tribunale dà conto “della diffusione dei delitti d’onore in Pakistan e della inefficacia delle misure predisposte dallo Stato per combattere il fenomeno“, affermando che “sebbene il numero maggiore di vittime si registri tra le donne, anche gli uomini possono essere bersaglio dei delitti d’onore” e che gli stessi “possono avvenire anche a distanza di anni dalla ritenuta aggressione“. Tribunale di Roma, decreto del 17 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Cleo Maria Feoli per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Protezione sussidiaria a richiedente pakistano del Punjab: il Paese è tra i più colpiti al mondo dalla violenza
Il Tribunale di Perugia, sez. spec. immigrazione, ha riconosciuto la protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. c), d.lgs 251/2007, a cittadino pakistano proveniente dalla regione del Punjab. Secondo il Giudice, “dall’esame delle fonti internazionali si apprende come il Punjab si trovi attualmente in uno stato di massima allerta a causa della violenza che dilaga nella vicina provincia di Khyber Pakhtunkhwa (K.P.) nel nord-ovest del Paese”. Inoltre, “Secondo il Global Terrorism Index (GTI) del 2025, il Pakistan è attualmente il Paese più colpito al mondo dalla violenza – secondo solo al Burkina Faso – con un aumento del 45 percento dei decessi nel 2024. La fonte riferisce infatti dell’incremento del fenomeno terroristico da quando vi è stata l’ascesa dei Talebani in Afghanistan, con un numero di attacchi aumentato di cinque volte dal 2021. La maggiore incidenza degli attacchi in Pakistan è stata principalmente guidata dal gruppo estremista Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), vicino ai Talebani afghani. I decessi attribuiti al gruppo sono praticamente raddoppiati tra il 2023 e il 2024”. Il Giudice effettua una disamina di numerose fonti COI ed infine afferma che “il ricorrente sarebbe esposto a un pericolo di danno grave in caso di ritorno nella zona di provenienza, ed al rischio di subire minacce gravi alla vita ed alla salute”. Tribunale di Perugia, decreto del 24 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Francesco Di Pietro per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Protezione speciale: una tutela che evita una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare
Sei decisioni del Tribunale di Genova che riconoscono la protezione speciale a richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Marocco e Pakistan, confermando un orientamento giurisprudenziale ormai cristallino: la tutela va garantita quando il rimpatrio comporterebbe una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare, alla luce dell’art. 8 CEDU e dell’art. 19, co. 1.1 TUI. Le decisioni sottolineano come, in tutti i casi, i ricorrenti abbiano costruito in Italia percorsi di integrazione lavorativa, sociale e linguistica solidi, spesso accompagnati da impegni formativi, contratti stabili e reti amicali o familiari. Si tratta di un progetto di vita e radicamento territoriale dopo esperienze di estrema vulnerabilità: anni di povertà e indebitamento nei Paesi di origine, detenzione e torture in Libia, naufragi, problemi di salute e cura affrontati in Italia. I giudici riconoscono che interrompere bruscamente questi percorsi costituirebbe, di per sé, una condizione degradante. Le sentenze richiamano anche le condizioni oggettive dei Paesi di provenienza: l’instabilità politica e la violenta repressione delle proteste in Bangladesh, l’invivibilità socio-economica e ambientale che caratterizza intere aree del paese, aggravata da eventi climatici estremi, erosione, inondazioni e insicurezza alimentare; le gravi violazioni dei diritti umani in Pakistan, soprattutto a danno delle minoranze religiose. In altri casi incide la mancanza di qualsiasi rete familiare nel Paese di origine dopo decenni trascorsi all’estero. La valutazione complessiva porta il Tribunale a ritenere che il rimpatrio forzato vanificherebbe percorsi di integrazione ormai sostanziali, creando un vulnus grave e attuale ai diritti fondamentali dei ricorrenti. Queste sei pronunce rafforzano ulteriormente il ruolo della protezione speciale come strumento imprescindibile per garantire continuità di vita, dignità e tutela effettiva per chi, in Italia, ha già costruito una parte significativa della propria esistenza. 1) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’1 agosto 2025 2) Ricorrente del Pakistan – Tribunale di Genova, decreto del 4 agosto 2025 3) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 10 ottobre 2025 4) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 14 ottobre 2025 5) Ricorrente del Marocco – Tribunale di Genova, sentenza del 21 ottobre 2025 6) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’11 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Alessandra Ballerini per le segnalazioni.
Ancora in fiamme la Mezza Luna Fertile, pur con aliti di pace
Sudan Nonostante avessero annunciato il loro assenso ad una tregua umanitaria temporanea, le milizie “Forze di supporto rapido” hanno bombardato il Kordofan, poche ore dopo gli attacchi dei droni su Atbara e Omdurman. Una commissione di esperti delle Nazioni Unite ha accusato le milizie di aver commesso atrocità contro i civili a El Fasher, nel Darfur settentrionale. Le Forze di Supporto Rapido e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese del Nord (SPLM-N) hanno bombardato la città di Dilling, importante centro del Kordofan Meridionale. Un drone delle Forze di Supporto Rapido ha bombardato diverse località a El Obeid, nel Kordofan Settentrionale. L’Emergency Lawyers Group, un gruppo per i diritti umani che monitora le violazioni in Sudan, ha riferito che 6 persone sono state uccise e 12 ferite quando un proiettile ha colpito all’interno dell’ospedale di Dilling. Tunisia La famiglia del prigioniero politico tunisino Jawhar Ben Mbarek e i suoi avvocati hanno lanciato un grido d’allarme, avvertendo di un pericolo imminente che potrebbe costargli la vita dopo che 10 giorni fa aveva intrapreso uno sciopero della fame totale e a tempo indeterminato, all’interno del carcere “Belli” nel governatorato di Nabeul (nord). Un gesto di protesta contro l’”ingiustizia politica” e un “processo iniquo”, subiti nel procedimento noto come “cospirazione contro la sicurezza dello Stato 1”. Ben Mbarek, professore di diritto costituzionale, è una delle figure di maggior spicco dell’opposizione al presidente Kais Saied da quando quest’ultimo ha dichiarato lo stato di emergenza il 25 luglio 2021. È una figura di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale, una coalizione di personalità politiche e partiti di opposizione, in particolare il partito islamista Ennahda. Inizialmente è stato condannato in un processo farsa a 18 anni di carcere. Turchia /Israele La giustizia turca ha emesso mandati di arresto per genocidio contro il primo ministro israeliano Netanyahu e diversi politici e militari israeliani, tra cui il ministro della guerra Katz e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. I mandati di arresto riguardano un totale di 37 sospetti. Tra questi, figura anche il capo di Stato Maggiore israeliano, Eyal Zamir, secondo quanto riferito dalla procura di Istanbul, che denuncia il “genocidio e i crimini contro l’umanità perpetrati in modo sistematico da Israele a Gaza”. La giustizia turca cita anche il caso dell’Ospedale dell’amicizia turco-palestinese nella Striscia di Gaza – costruito dalla Turchia – colpito e completamente distrutto a marzo dall’esercito israeliano. Turchia/Kurdistan Ankara sta vagliando un progetto per far rientrare i combattenti e i civili curdi rifugiati in Iraq. Una legge è allo studio ed è oggetto di discussioni in una commissione parlamentare che coinvolge anche deputati curdi. Secondo una fonte di Ankara, la proposta prevede prima il ritorno dei civili e poi l’amnistia per i combattenti che consegnano all’esercito iracheno le loro armi. Alcuni capi del movimento della guerriglia non saranno ammessi al rientro ma otterranno asilo politico in altri paesi. La proposta di legge dovrebbe essere discussa in parlamento entro novembre. Di seguito un’intervista all’avvocato di Ocalan, sul processo di pacificazione: LA PACE INCERTA TRA CURDI E TURCHI: UN PERCORSO DIFFICILE, CORAGGIOSO E DI SPERANZA PER I CURDI. – Anbamed Pakistan/Afghanistan Il secondo round di trattative a Istanbul è fallito. Lo ha ammesso il ministro della guerra di Islamabad, Assif, che ha però assicurato che gli scontri di frontiera non riprenderanno se non ci saranno attacchi da parte dei Talebani pakistani rifugiati in territorio afghano. La crisi tra i due paesi è arrivata al culmine in seguito ad una serie di attacchi di guerriglieri a postazioni di confine in Pakistan, con decine di vittime: l’aeronautica di Islamabad ha bombardato la stessa capitale afghana Kabul. Le mediazioni di Doha prima e adesso di Ankara non sono riuscite ad avvicinare le posizioni dei due paesi. ANBAMED
November 8, 2025
Pressenza
Libertà per l’attivista climatico Sonam Wangchuk
Il leader culturale del Ladakh noto per essere uno tra gli attivisti climatici più influenti del pianeta è detenuto nella prigione di Jodhpur. Il Ladakh, o piccolo Tibet indiano, è una terra isolata posta sul tetto del mondo con passi che superano i 5 mila metri di altitudine. Con una popolazione di 300 mila abitanti che ha sempre vissuto di agricoltura in un contesto buddhista di condivisione sociale, è un luogo di elevata spiritualità e organizzazione dal basso che per secoli ha mostrato come la resilienza in condizioni difficili potesse permettere lo sviluppo di una cultura articolata, comunitaria e quasi totalmente priva di violenza.  Dominato dal deserto di alta quota, dai rilievi in cui nasce il fiume Indo, da imponenti ghiacciai e da una copertura nevosa che in inverno impedisce ogni accesso via terra, il Ladakh è anche un luogo di confine, quello tra India, Cina e Pakistan che risulta il più militarizzato al mondo. E’ qui che in un area remota del Paese nasce nel 1966 Sonam Wangchuk, un bambino particolarmente dotato che fugge a Delhi per studiare e che diventerà un brillante ingegnere, inventore, riformatore del sistema dell’istruzione pubblica e attivista ambientale. Progettista di una tecnica ingegneristica (Ice Stupa) in grado di realizzare piccoli ghiacciai artificiali in grado di rilasciare l’acqua nella stagione secca in un’area del pianeta particolarmente colpita dal cambiamento climatico, fondatore del rivoluzionario campus studentesco SECMOL che funziona con energia solare per cucinare, illuminare e riscaldare, progettista e supervisore della costruzione di edifici passivi in terra cruda in Ladakh, Sikkim e Nepal, in modo che i principi del risparmio energetico vengano implementati su larga scala, fondatore dell’Istituto himalayano delle alternative Ladakh, per le sue soluzioni innovative ai problemi locali Sonam Wangchuk ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali di altissimo livello. Su ripetuti inviti della comunità studentesca nel 2013 ha inoltre contribuito a lanciare il New Ladakh Movement (NLM), un’organizzazione sociale ispirata ai valori dell’istruzione e dell’ecologismo chiedendo che la popolazione tribale del Ladakh fosse finalmente tutelata dal governo centrale come previsto dalla Costituzione federale indiana. A questo scopo, nel marzo del 2023 ha praticato uno sciopero della fame di 21 giorni contro le lobby indutriali e minerarie che mettono a rischio il fragile ecosistema di questa regione, a cui è seguita nel settembre del 2024 una marcia in puro stile gandhiano verso Dheli che aveva lo scopo di richiamare l’attenzione del governo e del parlamento su questo tema. Dopo pochi giorni la marcia è stata però interrotta dalla polizia che ha arrestato Wangchuck e i suoi sostenitori. In un Ladakh progressivamente deprivato del proprio stile di vita e di un sistema agricolo che garantiva l’autosufficienza alimentare, diventato sempre più dipendente dall’esterno e soggetto a speculazioni immobiliari che lo hanno trasformato in luogo di vacanza per turisti poco attenti, le rivendicazioni dei nativi sono esplose il 24 settembre scorso con una protesta che ha portato all’incendio della sede del partito del primo ministro. Alla manifestazione, dettata dalla frustrazione della gente nei confronti del governo centrale e dalle promesse non mantenute che dopo la separazione del Ladakh dallo stato di Jammu e Kashmir avrebbero dovuto condurre all’autonomia, alla protezione dall’acquisizione di terreni da parte di stranieri e al diritto alla riserva di posti di lavoro per la popolazione locale, si è risposto con una durissima repressione poliziesca che ha causato l’uccisione di 4 manifestanti e il ferimento di altri 80 mentre nel capoluogo Leh è stato imposto il coprifuoco e sono stati oscurati tutti i servizi internet. E’ in questo contesto che Wangchuck viene nuovamente arrestato e questa volta con l’accusa di avere ispirato e fomentato le proteste. Su di lui si sono scatenate varie inchieste governative che lo accusano di avere legami con il Pakistan (per aver partecipato ad una conferenza ONU in quel Paese), che hanno portato al ritiro della licenza per il SECMOL e che riguardano un’inchiesta sull’Istituto himalayano delle alternative. In pratica, una vita di impegno e di dedizione agli altri e alla protezione della terra (che è pure diventata un film di successo in mezzo mondo) è stata distrutta in pochi giorni. Nonostante l’insostenibilità delle accuse e senza che sia stato emesso alcun ordine di detenzione formale alla sua famiglia, Wangchuk è stato allontanato dal Ladakh e trasferito nella prigione di Jodhpur dove non si hanno informazioni sulle sue condizioni di salute. Per quest’uomo geniale e coraggioso che ha messo al centro del suo impegno la salvaguardia dell’ambiente e la tutela dei diritti delle minoranze, è stata presentata dalla moglie J. Angmo una petizione di Habeas corpus alla Corte Suprema: un’atto che segue l’ampia mobilitazione che coinvolge cittadini comuni, accademici, leader dell’opposizione e organizzazioni politiche, voci che si sono levate contro l’arbitrarietà dell’arresto e che sono seriamente preoccupate della tenuta delle garanzie costituzionali nel grande Paese asiatico. Max Strata
November 4, 2025
Pressenza