Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna
caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!”
-Tiziano Terzani-
Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente,
condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava
l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini.
Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui
condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti
lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il
giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti
divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su
Tiziano Terzani.
Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che
quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita
dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci
dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero,
dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo
“giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo.
Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in
basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e
decomplessificare la figura di Tiziano Terzani.
Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter
indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di
Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie
precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del
giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato
come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era
diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un
filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un
precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità.
Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal
sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il
mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla
comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano, (o “di massa”),
accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di
spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più
propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite;
uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che
non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei
luoghi.
Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando
Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente
che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”,
ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità.
Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel
suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino.
Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai
tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che
Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro
della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di
viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli.
Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una
pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti
vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si
tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la
guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo
cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli
uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il
giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici
aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la
presstitute.
Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo
lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli
disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In
quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con
occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non
prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di
quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia,
racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse.
E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” –
senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come
scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà.
Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del
pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una
volta nel servizio di Passato e Presente:
“Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni
che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la
razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno
nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a
scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e
tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del
simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli
opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è
Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del
tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.”
Gloria Germani
Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e
abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per
poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si
sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una
personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha
conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più.
La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul
fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui
parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale,
un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto
la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica
del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare
tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la
saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio.
La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con
la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro
indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un
altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico
nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine
alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e
Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture
dell’India.
Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani,
da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in
Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione
di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua
“delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del
mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste
rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e
culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo.
La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste
rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro,
l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era
stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello
capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di
massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in
Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per
riprodurlo sotto altre vesti.
A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria
delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato
seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con
presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era
questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista
occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la
colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero,
con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di
questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i
suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa
per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale
occidentale.
Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza
vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma
riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda
epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio
culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco
Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno.
E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale
di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo
cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di
giostra:
“Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste.
Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi
economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è
diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o
poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non
a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a
dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai
nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla
grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si
crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che
presto si saprà.”
Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno
un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più
importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo
contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della
decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di
concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli
ecosistemi e con i popoli che la vivono.
Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001,
momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del
terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam.
Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti
dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo
i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden”
sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni
degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il
mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro
punto di vista” (1). E più oltre: “Il problema è che fino a quando penseremo di
avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la
civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo
se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la
totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a
capire chi siamo e dove siamo” (2).
Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre
2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che
espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere
della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle
dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una
“brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la
Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che
aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato
duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle
logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda
delle cause.
Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di
consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul
crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e
non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione
delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della
sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la
guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una
visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai.
Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del
servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e
della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di
lettura che non colgono la complessità del personaggio.
Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri
biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto
anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero
di Tiziano.
A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la
guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova
riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una
visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed
esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo,
del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della
modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del
consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova
visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale.
Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che
Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno
il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita
moderna contemporanea.
(1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29.
(2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..
Fonti:
Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come
via di conoscenza e di vera libertà
https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/
https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/
Lorenzo Poli