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Protezione sussidiaria per debt bondage a cittadino indiano di etnia Jatt/Sick, proveniente dal Punjab
La decisione della Commissione Territoriale di Roma offre un interessante esempio di riconoscimento della protezione sussidiaria a fronte di una condizione di servitù da debito (debt bondage), fenomeno tuttora diffuso in India e scarsamente contrastato dalle autorità statali. La Commissione, pur escludendo lo status di rifugiato per l’assenza di un nesso con uno dei cinque motivi di persecuzione, ha ritenuto che il rimpatrio esporrebbe il richiedente al rischio concreto, attuale e individualizzato di subire trattamenti inumani o degradanti, così accertando il diritto alla protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. b), d.lgs. 251/2007. Di particolare rilievo è la scelta di non sminuire – come spesso avviene nelle audizioni delle Commissioni – la posizione dell’interessato a quella stereotipata di “migrante economico”, valorizzando invece tanto le dichiarazioni rese quanto la relazione dell’Ente Antitratta (NdR.). -------------------------------------------------------------------------------- La vicenda riguarda un cittadino indiano del Punjab che sin dall’infanzia si è trovato costretto a lavorare, per via dei maltrattamenti subiti dal padre. In seguito, sempre più sfruttato, questi contraeva una serie di debiti con il proprio datore di lavoro che lo ha posto in una condizione di schiavitù tale da trovarsi a lavorare solo al fine di pagare i debiti contratti con lo stesso.  Detta situazione lo poneva nella necessità di entrare in contatto con un trafficante, sempre mediante il proprio datore di lavoro, al fine di procurarsi un nulla osta per lavoro stagionale in Italia. Ebbene, in Italia si trovava vittima di una truffa, non essendovi alcun datore di lavoro ad attenderlo: ciò acuiva lo stato di bisogno, amplificando il debito che arrivava al pagamento di circa 30.000 Rupie mensili; quanto raccontato portava lo stesso a trovarsi costretto a vivere in una roulotte ed a lavorare in un’officina meccanica ad orari e a condizioni degradanti. Preso in carico dall’Ente Antitratta per l’emersione, seguiva un ottimo percorso che ha condotto al riconoscimento della protezione internazionale. La decisione emessa dalla Commissione Territoriale è meticolosa e puntuale e viene accertato il diritto alla protezione sussidiaria per ‘debt bondage’.  Difatti l’organo ministeriale, nel valutare la credibilità della condizione debitoria in India, come narrata dal ricorrente e come  puntualizzato dalla relazione dell’Ente Antitratta ‘Parsec’, statuiva che “nel caso in esame, per tutte le suesposte ragioni, la misura del rimpatrio porrebbe l’interessato nella difficoltà di risanare la posizione debitoria propria e della famiglia, esponendolo al fondato rischio, concreto, attuale e individualizzato di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti ai sensi della lettera b) dell’art. 14 d.lgs. 251/2007”. Commissione Territoriale di Roma, decisione del 17 agosto 2026 Si ringrazia l’Avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione, il caso è stato seguito dall’operatrice legale Paola De Crescenzo. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e dell’India * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” Vedi le sentenze: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
India: l’ONU chiede la sospensione del controverso mega-progetto per l’isola di Gran Nicobar
Il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha esortato il governo indiano a sospendere il controverso progetto per l’isola di Gran Nicobar, infliggendo un duro colpo alla reputazione dell’iniziativa. L’organo ONU ha chiesto all’India di “sospendere la realizzazione dei progetti nelle Isole Gran Nicobar e Andamane fino a quando non sarà stato completato uno studio completo e indipendente sull’impatto ambientale, economico, sociale, culturale e spirituale.” Se realizzato, il progetto – che ha un valore di 10 miliardi di dollari e prevede un mega-porto, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, un parco industriale e l’insediamento di fino a 650.000 coloni – sarà devastante per gli Shompen incontattati che vivono sull’isola di Gran Nicobar. Il Comitato ONU ha inoltre sottolineato la “mancata adozione di misure atte a rispondere alle preoccupazioni” sollevate sugli “impatti negativi dei progetti di sviluppo nelle isole Gran Nicobar e Andamane, che minacciano la sopravvivenza di diversi popoli indigeni e tribali vulnerabili, in particolare coloro che vivono in isolamento volontario.” Nella sua risposta al CERD, il governo indiano ha ammesso che, poiché gli Shompen sono incontattati, è stato impossibile consultarli sul progetto e tanto meno ottenere il loro Consenso Libero, Previo e Informato come richiesto dal diritto internazionale. Il progetto era già stato fortemente criticato da numerosi esperti, tra cui 39 studiosi internazionali di genocidio che nel 2024 hanno denunciato che, se il progetto dovesse procedere, gli Shompen rischieranno il genocidio. Il CERD ha inoltre espresso preoccupazione per la pratica, in atto da tempo in India, di sfrattare i popoli indigeni dalle loro terre per trasformarle in Riserve della tigre. Il Comitato ha esortato l’India a sospendere gli sfratti forzati e ad adottare invece “un approccio alla conservazione basato sui diritti umani, che riconosca i popoli indigeni e tribali come custodi della biodiversità.” “Le Nazioni Unite si sono ora unite al coro di voci che si sono sollevate contro il progetto per l’isola di Gran Nicobar” ha commentato la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Tutti gli esperti indipendenti che lo hanno esaminato hanno denunciato che per gli Shompen sarà disastroso. Nessuna argomentazione sui potenziali benefici economici può giustificare un genocidio. Il governo indiano e le aziende interessate, come il Gruppo Adani, devono ascoltare e abbandonare questo progetto devastante.” Popoli indigeni incontattati nel mondo “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza”, il nuovo rapporto di Survival International, rivela che nel mondo vivono almeno 196 popoli e gruppi incontattati in 10 Paesi diversi. Sono autosufficienti, resilienti e vivono in modo indipendente nelle loro foreste – e, quando i loro diritti sono rispettati, prosperano. Oltre il 96% dei popoli incontattati è minacciato da industrie estrattive. Survival
August 27, 2026
Pressenza
India: Shakti / शक्ति – Le contadine e il paradigma biologico
> In occasione dell’attuale l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, > proclamato dalle Nazioni Unite, Navdanya ha pubblicato il documentario > “Shakti” (dal sanscrito: “potere”, “forza” o “energia” n.d.t.) dedicato alle > contadine indiane che si oppongono al sistema agroindustriale globale e nelle > comunità locali praticano con successo l’agricoltura biologica e rigenerativa. IL DOCUMENTARI0 Shakti si basa sulle testimonianze di produttrici biologiche da tutta l’India appartenenti al movimento Mahila Anna Swaraj (MAS). Il film documenta la loro resilienza e il loro spirito d’iniziativa come protettrici delle sementi, fautrici della difesa del libero accesso ai semi, nonché coltivatrici negli “Orti della Speranza” – un modello per la salute e la sicurezza alimentare. Racconta le loro storie sulla creazione di forme di agricoltura autoctone e sostenibili, che combattono l’eredità di debiti e tragedie causate dalle multinazionali degli OGM, e che hanno sostenuto le loro comunità nelle sfide e incertezze della pandemia. Questo cortometraggio di 35 minuti offre uno sguardo sul lavoro di base di Navdanya e Mahila Anna Swaraj, che stanno creando un paradigma biologico guidato dalle donne per il futuro della nostra alimentazione. SUI REGISTI Neel Chaudhuri è un drammaturgo, regista teatrale e cineasta con sede a Nuova Delhi, il cui lavoro esplora i temi della giustizia climatica, dell’ecologia e dell’agricoltura sostenibile in collaborazione con le comunità contadine locali. Tra i documentari che ha realizzato con Navdanya figura “Shakti”, dedicato alle cooperative di contadine e alla libera circolazione delle sementi in tutta l’India. Yashas Chandra è un cameraman e regista, il cui lavoro si concentra sull’India rurale, le tradizioni indigene e la resilienza ecologica. Ha collaborato con Navdanya alla realizzazione di cortometraggi che documentano l’agricoltura biologica, la diversità delle sementi e come le comunità possano dare risposta alle crisi climatiche e agricole, tra cui anche “Shakti”. IMMAGINI TRATTE DAL FILM Link al film Il documentario “Shakti” (produttore esecutivo: Vandana Shiva) dura circa 30 minuti ed è disponibile su YouTube con sottotitoli in italiano:  Traduzione dal tedesco di Anna Sette Navdanya International
August 14, 2026
Pressenza
Amnesty International: “India-Israele, rischio di complicità in crimini internazionali”
Il rapporto di Amnesty International divulgato oggi, 30 luglio, rivela che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti fabbricate in India sono state consegnate a grandi aziende israeliane fornitrici dell’esercito della propria nazione. Il rapporto “Made in India” descrive la stretta e vantaggiosa partnership tra il governo indiano e il settore della difesa israeliano: una collaborazione che ha reso lo stato asiatico un importante elemento della catena di forniture di armi e munizioni a sostegno delle operazioni militari dell’esercito di Israele. L’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato che il continuo invio di materiale che potrebbe essere usato da Israele nel genocidio, tuttora in corso, contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata, rischia di rendere le autorità indiane complici di tale genocidio. Attraverso l’uso di dati commerciali relativi alle spedizioni tra India e Israele, Amnesty International ha verificato che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti made in India sono state spedite a grandi aziende israeliane che riforniscono l’esercito. Tra le aziende indiane figurano alcune che sono direttamente possedute e controllate dallo stato: “Non solo il governo indiano non ha controllato, come avrebbe dovuto ai sensi del diritto internazionale, le esportazioni di armi a Israele da parte di aziende private ma ha anche rafforzato la sua partnership in materia di difesa con lo stato israeliano”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Alla luce delle misure cautelari ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto il rischio di genocidio ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, le autorità indiane non possono credibilmente affermare di ignorare che, continuando ad autorizzare e a facilitare i trasferimenti di armi a Israele, stanno assumendo il rischio concreto di contribuire a gravi violazioni dei diritti umani – ha aggiunto Callamard – Mentre l’esercito israeliano stava infliggendo morte, distruzione e sofferenza su scala massiccia alla popolazione palestinese, le aziende indiane hanno continuato a fare profitti fornendo componenti e munizioni al settore della difesa israeliano”. “Il governo indiano deve cessare immediatamente di autorizzare esportazioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti a Israele e deve assicurare che le aziende che operano sotto la sua giurisdizione non contribuiscano a crimini di diritto internazionale – ha precisato Callamard – Tutte le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani nelle loro attività globali, compresa quella di adottare misure preventive, rigide e commisurate al livello di rischio, per assicurare che i loro prodotti non siano coinvolti in violazioni del diritto internazionale”. Le ricerche di Amnesty International hanno analizzato 2596 spedizioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti inviate dall’India a Israele a partire dal 7 ottobre 2023. Dai dati emerge che le aziende indiane hanno spedito ad aziende israeliane fornitrici dirette dell’esercito almeno 390.516 parti di ricambio per piccole armi a uso militare, 564.970 parti di ricambio per ordigni esplosivi (come testate per droni, involucri per proiettili d’artiglieria e altro ancora) e 298 componenti per veicoli militari. Amnesty International ha escluso sistematicamente dalla sua analisi i dati riguardanti spedizioni che potevano essere destinate a un uso civile e quelli relativi ad armi, munizioni e parti di ricambio probabilmente usate per la tecnologia difensiva antimissile, con cui spesso la popolazione civile israeliana viene protetta da attacchi indiscriminati. Dall’esame del quadro giuridico nazionale sui trasferimenti di armi in relazione alle norme e agli standard internazionali sono emerse importanti carenze, come l’inadeguata trasparenza delle procedure relative alle esportazioni e la mancanza di un esplicito riferimento alla diligenza dovuta in materia di diritti umani per impedire che prodotti militari siano usati in violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario. Nell’aprile 2013, in occasione dell’adozione del Trattato sul commercio di armi, l’India si astenne e da allora non l’ha mai firmato né ha depositato gli strumenti di accessione. Farlo sarebbe il primo passo per mettere sotto controllo le esportazioni di armi. Ai sensi dei loro obblighi di rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario, a tutti gli stati è vietato trasferire o permettere ad aziende private di trasferire armi a una parte coinvolta in un conflitto armato – stato o attore non statale che sia – laddove vi sia il chiaro rischio che quel trasferimento possa contribuire alla commissione di violazioni del diritto internazionale umanitario. Quando le aziende e i loro dirigenti sono consapevoli della concreta possibilità che le armi da loro trasferite vengano usate per compiere crimini di diritto internazionale, può derivarne anche una responsabilità penale. A giugno e a luglio del 2026 Amnesty International ha scritto allo stato dell’India e a nove aziende menzionate nella sua ricerca, descrivendone le conclusioni. Al momento della pubblicazione, non aveva ricevuto alcuna risposta. Le armi identificate Dopo i crimini contro l’umanità commessi il 7 ottobre 2023 da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi durante gli attacchi nel territorio israeliano, Israele ha avviato una campagna brutale e distruttiva nella Striscia di Gaza che è arrivata a costituire un genocidio, tuttora in corso, e ha proseguito le sue operazioni militari e prassi illegali nella Cisgiordania, compreso il sostegno alla crescente violenza dei coloni. Il tutto, nel contesto di una decennale occupazione illegale del Territorio palestinese e di un sistema di apartheid nei confronti delle persone palestinesi. Israele ha potuto compiere questi crimini di diritto internazionale grazie alla pressoché ininterrotta fornitura di armi e munizioni da un certo numero di stati di primo piano, come Stati Uniti d’America e Germania, e al transito di armi verso Israele da stati come la Slovenia e la Francia. Amnesty International ha identificato le esportazioni indiane di armi, munizioni, parti di ricambio e accessori verso Israele coi codici 93+ e 8710+ ai sensi del Sistema di armonizzazione dei codici riconosciuto a livello internazionale. Il codice 93+ indica un’ampia categoria di prodotti che comprende la maggior parte di armi e munizioni, così come parti di ricambio e accessori. Il codice 8710+ comprende veicoli da combattimento e veicoli cingolati articolati e relative parti di ricambio. Amnesty International ha identificato almeno 2596 spedizioni di armi, parti di ricambio e munizioni dall’India verso Israele tra il 7 ottobre 2023 e il 30 novembre 2025: componenti per armi automatiche usate dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza; ordigni esplosivi inviati all’azienda israeliana Elbit Systems; testate esplosive per i “droni kamikaze” Skistricker simili a quelle identificate tra le macerie a Khan Younis, nella Striscia di Gaza; componenti per veicoli militari dirette ai principali fornitori dell’esercito israeliano. Amnesty International ritiene che alcune aziende indiane potrebbero rischiare di essere complici di crimini di diritto internazionale e di altre gravi violazioni dei diritti umani commesse da Israele. Tra le aziende esaminate figurano: PLR Systems Private Limited, che produce parti per armi automatiche ed è una joint venture tra Adani Defence & Aerospace e Israel Weapon Industries; Indo MIM Private Limited, che produce componenti per armi da fuoco; Kalyani Systems Private Limited, che produce ordigni esplosivi e loro involucri ed è una sussidiaria della Bharat Forge;  Munitions India Limited, di proprietà statale, che produce ordigni a elevata capacità esplosiva; e Alpha Elsec Defence & Aerospace Systems Private Limited, che produce testate esplosive ed è una joint venture tra Alpha Design Technologies ed Elbit Systems. Tra le aziende israeliane che hanno ordinato e ricevuto materiale vi sono Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems Ltd e Israel Aerospace Industries Ltd, note per il loro contributo alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. Nel 2025 Amnesty International ha chiesto a tutti gli stati e a tutte le aziende private di cessare ogni attività con quelle aziende o avrebbero “rischiato complicità nel crimine contro l’umanità di apartheid, nel genocidio e in altri crimini di diritto internazionale”. Amnesty International chiede da tempo un embargo totale sulle armi a Israele che comprenda la fornitura diretta o indiretta, la vendita o il trasferimento di armi e materiale militare, comprese tecnologia collegata, parti di ricambio e componenti, assistenza tecnica, formazione, assistenza finanziaria o di altro tipo fino a quando le aziende interessate non potranno dimostrare che non stanno contribuendo all’occupazione illegale israeliana o ai crimini di diritto internazionale israeliani. Lo stato dell’India e le aziende indiane che forniscono a Israele armi, munizioni, parti di ricambio e componenti dovranno cessare immediatamente ogni trasferimento: “Permettendo consapevolmente i trasferimenti di armi a Israele, l’India sta chiaramente violando i suoi obblighi di prevenire il genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e di assicurare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra – sottolinea Callamard – Se un’azienda stabilisce che prodotti che ha venduto possono aver contribuito a violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, dovrà fornire o collaborare a fornire rimedi a ogni persona danneggiata da tali vendite”. https://www.amnesty.org/en/documents/asa20/1327/2026/en/ Amnesty International
July 30, 2026
Pressenza
India. La generazione che si rifiuta di strisciare: la Gen Z è una lotta di classe
Il 20 luglio, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar verso il Parlamento. Portavano cartelli, gridavano slogan e chiedevano le dimissioni del Ministro dell’Istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan, a causa delle ripetute irregolarità negli esami, delle fughe di notizie sui test, degli esami cancellati e del rifiuto del […] L'articolo India. La generazione che si rifiuta di strisciare: la Gen Z è una lotta di classe su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Gli scarafaggi sfidano Modi
Le proteste studentesche in India derivano da una pagina satirica sui social media chiamata «Cockroach Janta Party» (Cjp). L’attivista Abhijeet Dipke ha creato la pagina in risposta a un commento denigratorio del presidente della Corte suprema indiana, che aveva paragonato i giovani attivisti a «scarafaggi» per aver messo in discussione il governo. Quella che era iniziata come una campagna online si è presto trasformata in un movimento di protesta a livello nazionale contro le irregolarità negli esami condotti dalla National testing agency (Nta), in particolare la fuga di notizie sui quesiti del National eligibility-cum-entrance test (Neet) che ha spinto molti aspiranti studenti al suicidio in tutto il paese. La protesta ha acquisito slancio significativo quando Sonam Wangchuk, veterano del settore dell’istruzione e attivista sociale del Ladakh, si è unito alla campagna e ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza chiedendo le dimissioni del ministro dell’istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan. Sabato 25 luglio, la campagna ha potuto rivendicare il merito di aver costretto Pradhan a dimettersi. DAI SOCIAL MEDIA ALLE STRADE Sebbene la protesta iniziale si concentrasse su un unico punto, si è poi trasformata in un più ampio movimento anticorruzione guidato dal Presidente della Corte Suprema e dai giovani, con l’obiettivo di chiedere conto al governo autoritario di destra del Bharatiya Janata Party (Bjp). Con decine di migliaia di studenti che hanno risposto all’appello del Presidente della Corte Suprema per una marcia verso il Parlamento di Nuova Delhi il 20 luglio 2026, la protesta è emersa come uno dei più grandi movimenti sociali in India degli ultimi anni. Il movimento ha ottenuto il sostegno di un ampio spettro di partiti di opposizione, compresi quelli di sinistra, nonché di importanti personalità pubbliche e celebrità. Ha inoltre attirato una notevole attenzione internazionale grazie a campagne virali sui social media e a un’ampia copertura da parte di media indipendenti e della stampa estera, su una scala che non si vedeva dalle proteste degli agricoltori del 2020-2021. Il Bjp e i suoi sostenitori hanno risposto con la loro solita brutalità, lanciando una raffica di insulti e definendo i manifestanti «antinazionali», «finanziati dall’estero», «anti-indù», «terroristi», ecc. Quando tutti questi tentativi di screditare le proteste sono falliti, il Bjp ha fatto ricorso alla violenza della polizia, prelevando con la forza Sonam Wangchuk dal luogo della protesta a Jantar Mantar Road. Wangchuk è stato rinchiuso in un ospedale statale, isolato dalla famiglia e dagli alleati politici. In seguito all’appello del presidente della Corte suprema del 20 luglio per una marcia verso il Parlamento, il ministero degli interni guidato da Amit Shah ha schierato polizia e forze paramilitari per disperdere violentemente gli studenti radunatisi in Jantar Mantar Road e nelle zone circostanti. Ciò ha comportato il blocco dei servizi internet vicino al luogo della protesta, l’uso di gas lacrimogeni contro i manifestanti, percosse con i manganelli, lanci di pietre e arresti arbitrari. Diverse studentesse e studenti hanno subito violenze sessuali da parte della polizia. È stato segnalato l’uso di fucili a pallini da parte delle forze antisommossa : sebbene la polizia di Delhi neghi di aver utilizzato tali armi, almeno due manifestanti sono stati ricoverati in ospedale con ferite da proiettili di gomma. A decine sono rimasti gravemente feriti. LEGGI ANCHE… INDIA INDIA FIRST Luca Mangiacotti IL DISSENSO NELL’ERA MODI La repressione rientrava in una tattica ben nota che il governo del Bjp ha ripetutamente impiegato contro il dissenso, in particolare durante le proteste contro le leggi di modifica della cittadinanza del 2019-2020, che miravano a privare del diritto di voto una parte significativa della comunità musulmana in India. Questo schema prevede il rifiuto categorico di intavolare un dialogo, campagne diffamatorie sistematiche contro i manifestanti (amplificate dalla sezione informatica del Bjp) e l’uso eccessivo della forza da parte della polizia per reprimere le dimostrazioni, con il conseguente arresto degli attivisti in base a leggi antiterrorismo draconiane come l’Unlawful activities (prevention) act (Uapa). Tuttavia, l’approccio aggressivo del Bjp si è rivelato questa volta clamorosamente controproducente. Le folle hanno continuato ad aumentare dopo la repressione del 20 luglio e la leadership del Cjp ora chiede le dimissioni del Primo Ministro Narendra Modi. La difficoltà del Bjp nel controllare la narrazione deriva anche dal fatto che il movimento studentesco ha mobilitato preoccupazioni condivise dei giovani indiani al di là delle divisioni di classe, casta e religione. Una parte significativa dei manifestanti proviene da famiglie indù della classe media che hanno sostenuto con veemenza la politica Hindutva di Modi. Allo stesso tempo, sarebbe un errore liquidare l’attuale agitazione come un fenomeno passeggero della «Generazione Z» o un movimento guidato unicamente dalle ansie della classe media. Sebbene condivida alcune caratteristiche con le recenti mobilitazioni giovanili nei paesi vicini come Nepal e Bangladesh, il movimento è saldamente radicato nell’opposizione alle radicali riforme neoliberiste del sistema educativo attuate dal governo del Bjp. SMANTELLARE L’ISTRUZIONE PUBBLICA Sebbene la leadership del Cjp abbia limitato le proprie richieste in materia di istruzione alla semplice richiesta di responsabilità da parte delle autorità, le rimostranze derivano dalle più ampie politiche neoliberiste perseguite dal Bjp. La Nuova politica nazionale sull’istruzione (Nep), varata nel 2020, ha accelerato la commercializzazione e la centralizzazione dell’istruzione. Tale politica segna un significativo arretramento dello Stato rispetto al suo impegno nei confronti dell’istruzione pubblica, consentendo alle aziende e alle grandi società informatiche di ristrutturare il sistema educativo. La crescente dipendenza dai test computerizzati e l’espansione degli esami a risposta multipla, anche in discipline umanistiche e delle scienze sociali che enfatizzano il ragionamento critico e la scrittura analitica, esemplificano la più ampia spinta verso la standardizzazione e la digitalizzazione della valutazione educativa. La Nep 2020 ha inoltre rafforzato il controllo del governo centrale sugli istituti scolastici e sugli organi di regolamentazione, diminuendo la loro autonomia istituzionale e facilitando una maggiore influenza politica sulle nomine e sui processi decisionali. Questi sviluppi hanno favorito i tentativi del Bjp di rivedere il curriculum scolastico al fine di perpetuare la propria ideologia di supremazia indù. Nel complesso, la politica ha acuito le disuguaglianze di classe e di casta esistenti, rendendo l’accesso a un’istruzione di qualità sempre più dipendente dalle risorse private e indebolendo così il suo ruolo storico di percorso di mobilità sociale per i gruppi a basso e medio reddito. Il governo centrale ha recentemente pubblicato un rapporto, dopo molti ritardi, come ormai consuetudine del Bjp, basato sull’indagine nazionale sull’istruzione superiore (Aishe). Il rapporto afferma che l’India ha registrato un forte calo delle iscrizioni ai corsi di laurea triennale in tutto il paese, soprattutto nei principali indirizzi come lettere, scienze e commercio, tra il 2022 e il 2024. Questo dato è particolarmente rilevante, considerando che le iscrizioni ai corsi di laurea triennale rappresentano il 75% del totale delle iscrizioni all’istruzione superiore, che comprende anche studi post-laurea, diplomi e altri corsi di certificazione. In questo periodo si è registrato anche un aumento significativo del numero di istituti di istruzione superiore partecipanti all’indagine Aishe, il che indica un’espansione delle università private. Allo stesso tempo, abbiamo assistito allo smantellamento sistematico degli istituti pubblici che non solo fornivano istruzione sovvenzionata ai poveri e alla classe media, ma erano anche costituzionalmente obbligati a riservare posti ai Dalit e alle caste svantaggiate, storicamente oppresse. Insieme al crescente tasso di disoccupazione nel paese, questi sviluppi segnalano una grave crisi all’interno dell’economia indiana, alimentando il risentimento diffuso nei confronti del governo. LEGGI ANCHE… INDIA LO SCIOPERO IN INDIA E IL GOVERNO MODI Thomas Crowley L’ECONOMIA INDIANA IN CRISI Il tasso di disoccupazione è particolarmente elevato tra i laureati e i possessori di titoli post-laurea. Nel 2025, circa dodici milioni di candidati hanno presentato domanda per 8.868 posti di lavoro presso le Ferrovie Indiane, azienda statale. È significativo notare che coloro che si candidano per questi posti tendono ad essere sovraqualificati rispetto ai requisiti richiesti. Dei 2,5 milioni di candidati per i 53.000 posti vacanti di fattorino a Jaipur, molti erano laureati e alcuni addirittura in possesso di un dottorato di ricerca. La crisi occupazionale è ulteriormente aggravata dall’alto costo della vita, dall’aumento dei prezzi del gas e della benzina e da condizioni meteorologiche estreme come ondate di calore e inquinamento atmosferico, che hanno reso la vita particolarmente insopportabile per i lavoratori. Molti indiani della classe operaia si sono uniti alla protesta del Cjp per chiedere un futuro migliore per i loro figli, affinché non debbano affrontare le stesse difficoltà delle generazioni precedenti. L’indebolimento dei programmi di sicurezza sociale come il Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act e l’attuazione da parte del Bjp di codici del lavoro altamente discriminatori hanno lasciato molti lavoratori, soprattutto nel settore informale, in una condizione di estrema precarietà e vulnerabili allo sfruttamento sul posto di lavoro. Il governo ha risposto alle recenti agitazioni sindacali nelle città industriali dell’India settentrionale con una repressione simile a quella subita durante la protesta del Cjp, e diversi giovani attivisti e studenti che si erano schierati a sostegno dei lavoratori in lotta sono stati arrestati. Un altro fattore importante che alimenta la rabbia dell’opinione pubblica contro il governo e i suoi ricchi sostenitori è il fatto che molti dei suoi esponenti di spicco hanno figli che studiano e vivono all’estero. La figlia del ministro dell’istruzione è attualmente studentessa alla Tufts University, mentre suo padre supervisiona il sistema scolastico in rovina nel suo paese. L’élite indiana rimane isolata dalle dure realtà che affrontano i lavoratori del paese. Questo riflette anche la più ampia tendenza delle élite ad «abbandonare» l’economia indiana, sia trasferendosi all’estero, sia attraverso il consumo eccessivo di beni di lusso importati che non contribuiscono alla crescita e all’occupazione interne. Il governo indiano sta incentivando queste tendenze riducendo i dazi doganali sulle importazioni di merci straniere. Ad esempio, il possibile accordo commerciale indo-statunitense potrebbe comportare un’ulteriore riduzione delle tariffe doganali sui prodotti americani da parte dell’India, che sono già basse al 14,6%. La riduzione delle tariffe potrebbe avere un impatto negativo su numerosi piccoli agricoltori e imprese, e le associazioni di agricoltori si preparano a intensificare le proteste contro l’accordo, mettendo ulteriormente sotto pressione il governo. LEGGI ANCHE… INDIA  IL NAZIONALISMO HINDU A CACCIA DI VOTI Luca Mangiacotti PIÙ DI UNA PROTESTA MONOTEMATICA Le proteste del Cjp hanno catturato l’immaginazione nazionale proprio perché sono riuscite a incanalare il risentimento latente contro il Bjp tra i giovani, gli agricoltori e le classi lavoratrici, così come le comunità indigene che stanno subendo la distruzione diffusa delle loro case e dei loro habitat a causa delle politiche estrattive del governo. Sembra essere la prima volta che un movimento incentrato su una singola questione si trasforma in una protesta anti-Bjp e anti-Modi. I movimenti precedenti includevano le proteste a livello nazionale contro gli emendamenti sulla cittadinanza che escludevano le persone. Si sono diffusi ampiamente in tutto il paese, ma non non sono mai riusciti a trasformarsi in un vero e proprio movimento anti-Bjp. La protesta più eclatante degli ultimi tempi è stata la mobilitazione degli agricoltori contro una serie di proposte di legge sull’agricoltura nel 2020. Sebbene siano riusciti ad ampliare la mobilitazione includendo le rivendicazioni delle donne e dei lavoratori Dalit, la protesta non si è estesa all’opposizione al governo, cosa che il movimento Cjp sembra aver invece realizzato. Il peso schiacciante della crisi economica che affligge il paese, senza alcuna prospettiva di miglioramento, sembra aver riunito un folto gruppo di persone le cui preoccupazioni vanno ben oltre il settore dell’istruzione. Ciò ha trasformato la protesta del Cjp in una mobilitazione contro Modi e il Bjp intaccando gravemente il culto della personalità del primo ministro. I giovani del movimento si fanno significativamente promotori del secolarismo, rifiutando le politiche divisive e anti-musulmane del Bjp. Il governo Modi sta usando tutti gli strumenti a sua disposizione per reprimere il movimento studentesco. Sta autorizzando la polizia a utilizzare una sorveglianza invasiva basata sull’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale e minaccia di revocare i passaporti degli attivisti identificati e di detenerli arbitrariamente per un periodo prolungato. È dovere della sinistra indiana unirsi e mobilitare i propri quadri e sindacati affinché aderiscano in massa alla protesta. Ed è significativo che le sezioni studentesche dei principali partiti comunisti indiani abbiano partecipato al movimento fin dai suoi esordi. Solo la sinistra può spingere il movimento studentesco oltre la sua agenda monotematica, verso la piena realizzazione del suo potenziale radicale e trasformativo. Non è affatto certo che queste proteste possano tradursi in risultati elettorali concreti, come dimostrato anche dalle proteste degli agricoltori del 2020. Ciononostante, offre alla sinistra l’opportunità di radicarsi più profondamente e di ampliarne la portata, spingendo le lotte contro la ristrutturazione neoliberale del sistema educativo verso un orizzonte anticapitalista. *Komal Mohite è una studiosa e attivista, vive a Nuova Delhi. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Gli scarafaggi sfidano Modi proviene da Jacobin Italia.
July 27, 2026
Jacobin Italia
[Da Roma a Bangkok] I pride in Asia
Nel mese del pride di presentiamo una carrellata di come si manifesta per il pride in Asia, o meglio nella parte del continente che dall'India va verso est. Piccole manifestazioni molto represse in paesi dove il movimento lgbtiq è ancora molto nascosto, manifestazioni oceaniche ed estremamente commerciali ovvero invase, come e più che in occidente dalle grandi multinazionali, feste tradizionali che si trasformano in pride, giornate di lotta o di festa, insomma una grande varietà... lontana dalle attese esotizzanti dell'occidente.
June 18, 2026
Radio Onda Rossa
Hey Meta, dove vanno a finire le immagini riprese dagli smartglasses? // Il lavoro emotivo dietro all’AI
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video, audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama, subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti sessuali. Persone ignare di essere riprese. Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande, scattare foto e video, tradurre in tempo reale. Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione dati e all’AI. Mathare, slum di Nairobi, Kenya Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento dell’IA. Citati nella puntata: “Non sembra che sappiano di essere ripresx“:  momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya – Svenska Dagbladet ‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404 Media The Data Labelers Association Asia, MG (2025), The emotional labor behind AI intimacy;. In: M. Miceli, A. Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data Workers’ Inquiry. ‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive content to train AI – The Guardian
Hey Meta, dove vanno a finire le immagini riprese dagli smartglasses? // Il lavoro emotivo dietro all’AI
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video, audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama, subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti sessuali. Persone ignare di essere riprese. Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande, scattare foto e video, tradurre in tempo reale. Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione dati e all’AI. Mathare, slum di Nairobi, Kenya Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento dell’IA. Citati nella puntata: “Non sembra che sappiano di essere ripresx“:  momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya – Svenska Dagbladet ‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404 Media The Data Labelers Association Asia, MG (2025). Il costo silenzioso del lavoro emotivo. In: M. Miceli, A. Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data Workers’ Inquiry. ‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive content to train AI – The Guardian
May 20, 2026
Radio Blackout
Hey Meta, dove vanno a finire le immagini riprese dagli smartglasses? // Il lavoro emotivo dietro all’AI
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video, audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama, subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti sessuali. Persone ignare di essere riprese. Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande, scattare foto e video, tradurre in tempo reale. Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione dati e all’AI. Mathare, slum di Nairobi, Kenya Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento dell’IA. Citati nella puntata: “Non sembra che sappiano di essere ripresx“:  momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya – Svenska Dagbladet ‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404 Media The Data Labelers Association Asia, MG (2025). Il costo silenzioso del lavoro emotivo. In: M. Miceli, A. Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data Workers’ Inquiry. ‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive content to train AI – The Guardian