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Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
India: la marcia degli ‘scarafaggi’ e il ricovero forzato di Sonam Wangchuk
Stamattina, 20 luglio, migliaia di giovani aderenti al movimento Cockroach Janta Party a New Dehli hanno manifestato per chiedere le dimissioni del ministro dell’istruzione. L’intervento delle forze dell’ordine ha impedito loro di avvicinarsi alla sede del Parlamento indiano. Il leader degli ‘scarafaggi’, Abhijeet Dipke, è stato arrestato e il loro portavoce, Saurav Das, ha denunciato le autorità per le aggressioni subite dai manifestanti. “La folla a Jantar Mantar, luogo designato per le proteste a pochi chilometri dal Parlamento, era formata da studenti, professionisti e famiglie con bambini piccoli – riferisce AP – La polizia ha sparso gas lacrimogeni e caricato i manifestanti con i manganelli, dopo che questi avevano tentato di forzare le barricate di sicurezza che circondavano il luogo della protesta nel centro di Nuova Delhi”. AP spiega che il Cockroach Janta Party è “nato a maggio dopo che il presidente della Corte Suprema ha paragonato alcuni giovani disoccupati a degli scarafaggi“: i giovani si sono dati l’epiteto come proprio appellativo. “Il movimento ha preso slancio dopo che ripetute fughe di notizie riguardanti gli esami di ammissione per le facoltà di medicina e i posti di lavoro governativi hanno scatenato l’ira dell’opinione pubblica – precisa AP – Le proteste, diventate una rara sfida pubblica al governo nazionalista indù di Modi, giunto al suo terzo mandato, stanno raccogliendo il sostegno di partiti di opposizione, attivisti per i diritti umani e celebrità di Bollywood”. Evidenziando che gli scontri avvenuti stamane sono stati intensi, i più cruenti da quando è iniziata la rivolta degli ‘scarafaggi‘ contro il governo Modi,  AP riporta che la tensione era stata esacerbata poiché “sabato la polizia ha trasferito con la forza in ospedale l’attivista in sciopero della fame Sonam Wangchuk”. Dichiarando che se ai manifestanti fosse stato permesso di raggiungere il Parlamento lui avrebbe interrotto lo sciopero della fame, Sonam Wangchuk aveva chiesto il permesso di uscire dall’ospedale per unirsi alla marcia degli ‘scarafaggi’. L’ingegnere ecologista fondatore nel 1988 dello Students’ Educational and Cultural Movement of Ladakh (SECMOL) e nel 2017 dello Himalayan Institute of Alternatives Ladakh (HIAL), che protesta digiunando dal 28 giugno scorso, sabato era stato prelevato e condotto in ospedale. Oggi sua moglie, Gitanjali J Angmo, ha presentato ricorso all’Alta Corte di New Delhi per impugnare l’ordinanza con cui al marito è stato imposto il ricovero forzato, un intervento che lei e i legali che l’assistono ritengono illegittimo poiché eseguito senza mandato d’arresto e in violazione dei diritti della persona a disporre liberamente riguardo a cure e terapie mediche cui sottoporsi. Il Cockroach Janta Party, che si autodefinisce “un progetto comunitario indipendente di satira e impegno civico” e ha assunto la ‘forma’ di un partito politico, di cui ricalca il linguaggio e i rituali e cerimoniali senza però averne la struttura, aggrega aderenti e sostenitori nella protesta a rivendicazione dei diritti civili dei cittadini indiani e, specificatamente, di cinque istanze: “Ognuna di esse – riforma giudiziaria, procedure elettorali che garantiscono la rappresentanza, assegnazione del 50% dei seggi parlamentari alle donne, lotta contro l’asservimento dei media al governo (Godi media), lotta contro gli effetti del cambiamento di partito – rappresenta una posizione politica concreta che un ‘vero’ partito [degli scarafaggi] sosterrebbe”.   Maddalena Brunasti
July 20, 2026
Pressenza
India: arrestato l’attivista indigeno che protesta contro il progetto di un hotel di lusso
Decine di agenti di polizia hanno arrestato il noto attivista per i diritti indigeni Pranab Doley e altri due uomini, Amit Nag e Brijit Kutum, mentre altri due, Bhaskar Saikia e Rajiv Pegu, si sono consegnati spontaneamente. Domenica, la polizia ha circondato la casa dove alloggiava Doley e lo ha preso in custodia senza mandato d’arresto. L’arresto, ripreso dalle telecamere, arriva dopo anni di campagne contro le violazioni dei diritti umani legate alla conservazione della natura e contro il progetto di un resort a cinque stelle vicino al famigerato Parco Nazionale di Kaziranga, su terre su cui gli indigeni Adivasi hanno diritti territoriali. “Che democrazia è, se non ci è permesso far sentire la voce del popolo? La polizia venuta ad arrestarmi non ha mostrato alcun mandato di arresto”, ha dichiarato Pranab Doley, membro del popolo indigeno Mising, mentre veniva arrestato. Il Parco Nazionale di Kaziranga è da tempo tristemente noto per la violenza e la brutalità perpetrate dai suoi guardaparco contro i popoli indigeni che un tempo vi abitavano – e che ora ne sono stati espulsi e vivono ai suoi margini. Lì, per molti anni è rimasta in vigore la politica dello “sparare a vista”, che ha portato all’uccisione di decine di persone. Un’inchiesta della BBC ha rivelato che a Kaziranga i guardaparco hanno ucciso 106 persone in 20 anni. Secondo quanto riportato, il progetto dell’hotel Hyatt ha già causato lo sfratto di oltre 45 famiglie adivasi e potrebbe avere ripercussioni sui mezzi di sussistenza di centinaia di altre. Fa parte di un piano più ampio del governo dell’Assam per assegnare vaste aree di terreno adiacenti al parco a società private per la costruzione di resort di lusso. “Neghiamo queste accuse mirate e oltraggiose mosse contro Pranab Doley e altri attivisti e chiediamo il loro immediato rilascio” ha dichiarato in un comunicato il Greater Kaziranga Land and Human Rights Protection Committee (GKLHRPC), di cui Pranab Doley è coordinatore. “Condanniamo fermamente il trattamento illegale riservato a Pranab Doley e ad altri attivisti. Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio dei tre attivisti e che il governo dell’Assam ponga fine alla persecuzione degli attivisti indigeni che difendono i diritti delle comunità adivasi colpite”. “Pranab Doley non ha fatto nulla di male e dovrebbe essere rilasciato immediatamente – ha commentato la direttrice di Survival International, Caroline Pearce – Al contrario, è lui che si batte contro quello che è sbagliato: il furto di terre, gli sfratti e gli abusi inflitti ai popoli indigeni in India nel nome della ‘conservazione’. Gli arresti sono solo un altro esempio di questa repressione. Le autorità devono rilasciare il signor Doley e gli altri arrestati e smettere di anteporre la conservazione e il turismo ai diritti fondamentali dei popoli indigeni”. Survival
July 14, 2026
Pressenza
USA, nel 2023 emergeva il vergognoso esperimento dei “gatti cannibali”
In tutto il mondo crescono le richieste di vietare i mercati di animali vivi, soprattutto dopo che la Covid-19 dal 2020 al 2021 ha terrorizzato il pianeta, è apparso nel sangue, nell’intestino e negli escrementi di animali terrorizzati macellati davanti ai clienti in un “mercato umido” (un mercato che vende animali vivi) a Wuhan, in Cina. E, mentre le nazioni di tutto il mondo tentavano di contenere la pandemia attraverso lockdown, quarantene e vari gradi di violazione dei diritti e delle libertà delle loro popolazioni – o delle loro “mandrie”, come direbbe Michel Foucault – il movimento per i diritti degli animali si è sollevato per chiedere un divieto mondiale della pratica oscena dei mercati di animali vivi. La condanna dei mercati di animali vivi, lungi dall’essere limitata ai paesi “occidentali”, proveniva da organizzazioni con sede in tutto il mondo: India, a Bangkok e persino in Cina. Il divieto proposto avrebbe riguardato tutti i paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti (solo a New York si contano  80 mercati di animali vivi ), e avrebbe avuto ripercussioni sulle importazioni americane di animali per la ricerca scientifica provenienti dai mercati cinesi. Purtroppo nemmeno la Covid-19 ha posto fine al business della vivisezione e della sperimentazione animale che nasconde assurdità inconcepibili in un mondo che si sciacqua la bocca con i discorsi sull’eticità. A tal riguardo è interessante rievocare il famigerato esperimento dei “gattini cannibali” . Un’inquietante relazione del 2023 di un organismo di controllo affermava che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) aveva speso 22,5 milioni di dollari per condurre ricerche “inutili e ingiustificabili” che prevedevano l’uccisione di gatti e l’induzione del “cannibalismo felino”, tra le altre pratiche riprovevoli. Il rapporto, redatto dall’organizzazione no-profit White Coat Waste Project – che si oppone alla sperimentazione animale da parte del governo – e dall’ex scienziato del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) Jim Keen – affermava che gran parte di questa ricerca riguardava la toxoplasmosi, una malattia trasmessa dal parassita Toxoplasma gondii . Secondo il rapporto, fino al 2015 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) acquistava e uccideva gatti e cani provenienti da paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e ne dava parti a gatti e altri animali allevati in laboratorio per la ricerca, di fatto imponendo quello che l’organismo di controllo definisce “cannibalismo felino”. Resti di gatti acquistati in Cina venivano anche iniettati nei topi, stando al documento. “Il consumo di carne di cane e di gatto rappresenta una dieta anomala per questi animali e per i topi, quindi è probabilmente irrilevante per la biologia naturale della toxoplasmosi” – affermava il rapporto – “La loro rilevanza e giustificazione scientifica sono, nella migliore delle ipotesi, discutibili, così come la loro rilevanza per la salute pubblica americana, dato che non consumiamo carne di cane e di gatto e tale pratica è ora illegale negli Stati Uniti”. “L’ARS continua a valutare le proprie attività per migliorare la ricerca sulla toxoplasmosi, salvaguardando al contempo la salute del popolo americano” – affermava il portavoce del Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) – “L’USDA rimane impegnato a proteggere la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare americano e mantiene la massima aderenza agli standard etici e alle migliori pratiche di gestione”. Il T. gondii è molto comune e la malattia può insorgere tramite il contatto con cibo contaminato, feci di gatto o trasmissione da madre a figlio, ma la maggior parte delle persone esposte non sviluppa mai sintomi di toxoplasmosi, secondo la Mayo Clinic . È più grave per le persone con un sistema immunitario compromesso, così come per le donne in gravidanza e i loro bambini. I gatti sono gli unici animali in cui il T. gondii può completare il suo intero ciclo vitale, quindi sono stati tradizionalmente utilizzati nella ricerca sulla toxoplasmosi, affermava il nuovo rapporto. La ricerca, condotta presso il Laboratorio per le malattie parassitarie degli animali del Servizio di ricerca agricola del Maryland, prevedeva l’allevamento di gatti specificamente per nutrirli con carne cruda infetta da T. gondii. I ricercatori raccoglievano poi le feci dei gatti per prelevare le uova del parassita da utilizzare nella ricerca sulla sicurezza alimentare e uccidevano gli animali una volta che smettevano di espellere uova, nonostante gli esperti veterinari avessero affermato che non avrebbero rappresentato un rischio per la salute pubblica se fossero stati dati in adozione, si legge nel rapporto. Il programma è costato 22,5 milioni di dollari e ha causato la morte di oltre 3.000 gatti dal 1982, secondo il rapporto. “La sperimentazione sulla toxoplasmosi dei gattini condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) causa inutili dolori e sofferenze agli animali, apporta scarsi o nulli benefici scientifici e spreca milioni di dollari dei contribuenti a causa di un finanziamento federale interno perpetuo e non competitivo”, affermava il rapporto. Il White Coat Waste Project ha segnalato per la prima volta la ricerca sulla toxoplasmosi condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) in un’indagine del 2022. In quell’anno i legislatori hanno presentato il KITTEN Act (Kittens in Traumatic Testing Ends Now) , che chiedeva la fine di questo tipo di sperimentazione sui gatti. Il disegno di legge è stato ripresentato al Congresso a dicembre 2023, come riportava la NBC News . “Il fatto che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) abbia catturato animali domestici e altri cani e gatti innocenti in paesi stranieri, compresi i mercati della carne cinesi condannati dal Congresso, per poi ucciderli e darli in pasto a gatti da laboratorio qui negli Stati Uniti, è semplicemente disgustoso e ingiustificabile” – dichiarò alla NBC il deputato della Florida Brian Mast, co-firmatario della legge. Il Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha annunciato il 2 aprile 2024 che avrebbe riorientato la sua ricerca sulla toxoplasmosi e che “l’uso di gatti come parte di qualsiasi protocollo di ricerca in qualsiasi laboratorio dell’ARS è stato interrotto e non verrà ripristinato”. Quattordici gatti che erano coinvolti nel programma di ricerca sono stati inoltre dati in adozione a dipendenti dell’USDA, secondo quanto riportato nella dichiarazione. In risposta, il presidente del White Coat Waste Project, Anthony Bellotti, ha dichiarato in un comunicato che il gruppo è “entusiasta che, dopo un anno di intensa campagna da parte del White Coat Waste Project e dei suoi 2 milioni di membri e sostenitori, insieme alla leadership di numerosi membri del Congresso repubblicani e democratici, il mattatoio di gattini dell’USDA sia stato finalmente relegato alla lettiera della storia”. Purtroppo questo è il destino ancora degli animali usati in moltissimi sperimenti e il copione si concretizza spesso con le stesse modalità. E’ arrivato il momento di porre fine a questa ecatombe. Lorenzo Poli
July 10, 2026
Pressenza
Lobga Rangzen, l’attivista tibetano autoimmolato davanti all’ONU per l’indipendenza del Tibet
Giovedì 2 luglio 2026, l’attivista tibetano per l’indipendenza Lobga Rangzen si è auto-immolato davanti al quartier generale delle Nazioni Unite a New York. Amato residente di lunga data del Queens, Lobga era un convinto sostenitore della causa tibetana. Nato e cresciuto a Karze, nel Tibet orientale, fu monaco buddhista durante l’adolescenza e la prima età adulta. In seguito fuggì in India come rifugiato apolide e successivamente emigrò negli Stati Uniti. Ha ricoperto ruoli in numerose organizzazioni tibetane locali ed è stato presidente del Tibetan National Congress NYNJ. Lobsang Palden, 52 anni, ampiamente conosciuto come Lobga Rangzen, ha trasmesso in diretta la propria auto-immolazione davanti al quartier generale delle Nazioni Unite alle 17:49 ed è stato dichiarato deceduto alle 19:04 presso il Bellevue Hospital. Il suo appello era per la libertà e l’indipendenza del Tibet. La recente Legge cinese sull’Unità e il Progresso Etnico si è rivelata per lui la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prima della sua auto-immolazione, Lobga ha trasmesso in diretta su Facebook un messaggio in cui affermava che le sue azioni erano motivate dal suo impegno per il Tibet e non da circostanze personali. Ha parlato della mancanza di libertà sotto l’occupazione cinese in Tibet, ha condannato le politiche volte a cancellare il popolo tibetano e ha chiesto l’indipendenza del Tibet. Ecco di seguito il messaggio di Lobga Rangzen prima di immolarsi: «La Cina ha attuato una politica mirata alla completa distruzione della cultura e dell’identità tibetana. Tutto questo è la diretta conseguenza della perdita dell’indipendenza del Tibet. In Tibet non ci sono diritti umani, non c’è libertà di parola e non c’è libertà di culto; è persino vietato possedere una foto di Sua Santità il Dalai Lama. Nonostante si trovino sotto il controllo della Cina, ammiro il coraggio, la volontà e l’impegno che i tibetani rimasti in patria stanno dimostrando per preservare la propria cultura. Desidero invece ricordare ai tibetani in esilio che Sua Santità il Dalai Lama è un essere illuminato che lavora per tutta l’umanità e che ha avviato un fondamentale processo di democratizzazione in esilio. Questo è stato compiuto con una visione a lunghissimo termine per il futuro del Paese. Chi vive in esilio non può limitarsi a stare lì, a essere soddisfatto solo di avere un lavoro e una casa. Sua Santità ci ha ricordato che ogni tibetano è un rappresentante di quei connazionali in Tibet che non hanno voce, e bisogna ricordarsi di agire come la loro voce nel mondo. Per questo, richiamo tutti i tibetani in esilio, appartenenti a tutte e tre le province principali del Tibet, a essere uniti contro la Cina, per il futuro del Paese e per il popolo tibetano. I tibetani di tutte e tre le province hanno subito la stessa repressione: la Cina ha represso tutti, senza alcuna eccezione. Voglio rivolgere questo appello a tutti i tibetani in esilio: dobbiamo essere uniti e non perdere tempo ed energia in dissidi interni, legati sia all’appartenenza provinciale sia alle diverse tradizioni religiose tibetane. Quindi richiamo tutti i tibetani in esilio delle tre province a unirsi in un’unica forza. Faccio appello all’unità tra il governo tibetano in esilio, le varie associazioni e il popolo tibetano, affinché uniscano le proprie forze contro la repressione cinese. Rinnovo questo mio profondo appello: dobbiamo impegnare, a partire da oggi, ogni nostro sforzo per l’indipendenza del Tibet. Qualcuno dice: “Ah, non ho un Paese”. Non è vero. Il Paese lo abbiamo, ma ne è stata persa l’indipendenza. Dobbiamo impegnarci e fare ogni sforzo possibile per riconquistare la nostra indipendenza. Dobbiamo essere fieri di essere tibetani e bisogna dire con orgoglio: “Io sono tibetano. Io sono tibetano”. Non dobbiamo perderci nel provincialismo. Fra qualche giorno sarà il compleanno di Sua Santità il Dalai Lama. Se compirò un gesto forte, non vorrei assolutamente che a causa di questo mio gesto la celebrazione del suo compleanno, i canti e i balli che si fanno durante i festeggiamenti, vengano sminuiti, cancellati o vissuti con tono minore. Al contrario, è fondamentale fare di più e celebrare in modo molto più intenso. Bisogna danzare e cantare in tibetano: anche questo fa parte della preservazione della nostra cultura. Allo stesso tempo, dobbiamo riflettere profondamente e chiederci: “Che cosa posso fare io per il Tibet e per la preservazione della nostra identità?”. Quindi, se compirò un gesto forte, non è perché io sia disperato; non è perché non abbia da mangiare o un posto in cui stare. Io lo faccio per il mio Paese. Quindi, poiché compio questo gesto per il mio Paese, è fondamentale che continuiate a celebrare il compleanno del Dalai Lama e ad andare avanti con tutte le attività e le manifestazioni. Non lasciatevi andare al lutto. Invece di rimanere nel lutto, impegnatevi a realizzare quello che è il mio sogno e il mio desiderio. Cercate in ogni modo di far avverare il mio appello. Il mio appello è questo: tutta la sofferenza che il popolo tibetano ha subito finora e che sta ancora subendo è dovuta unicamente alla perdita dell’indipendenza del Tibet. Perciò vi chiedo di dedicare ogni vostro sforzo alla riconquista dell’indipendenza della nostra terra. Libertà per il Tibet! Indipendenza per il Tibet! Bhö Gyalo!» – ha concluso con il pugno alzato. Le sue ultime parole sono state: “Non voglio che piangiate per me, voglio che continuiate la lotta per l’indipendenza del Tibet, perché la mancanza di indipendenza è la radice di tutti i nostri problemi. Bhoe Gyalo, Bhoe Rangzen Gyalo” [Vittoria al Tibet. Vittoria all’indipendenza del Tibet]. Ha dedicato la sua vita ad azioni pacifiche e non violente per denunciare gli abusi della Cina in Tibet e difendere il diritto del popolo tibetano alla dignità, alla fede, alla lingua e alla libertà. Solo un giorno prima stava protestando contro la legge cinese sull’Unità Etnica entrata in vigore l’1 luglio 2026, che formalizza la brutale campagna di assimilazione del governo cinese contro il popolo tibetano: bambini tibetani allontanati con la forza dalle loro famiglie e collocati in collegi coloniali gestiti dallo Stato, monasteri svuotati dei loro monaci e la lingua tibetana a rischio estinzione. Questi e altri abusi affondano le loro radici in oltre sessant’anni di occupazione e genocidio in Tibet.      Dal 1998, più di 168 monaci, monache e laici tibetani si sono auto-immolati (si sono bruciati vivi) in Tibet e all’estero per protestare contro la repressione e le atrocità del regime del PCC in Tibet e per attirare l’attenzione della comunità internazionale. Il suo è il primo caso noto di autoimmolazione tibetana al di fuori di India, Nepal e Tibet occupato. L’auto-immolazione di Lobga Rangzen è un’esplosione di frustrazione contro la continua brutalità e repressione cinese in Tibet. I tibetani in Tibet sono strettamente controllati, quindi non vi è comunicazione né tra i tibetani all’interno del Tibet né tra quelli in Tibet e quelli all’estero. Il 3 luglio 2026, Penpa Tsering – secondo Sikyong democraticamente eletto dell’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA) in India – in una dichiarazione ufficiale, ha affermato: “Sono profondamente addolorato dalla devastante notizia dell’autoimmolazione di Lobga Rangzen (Lobsang Palden) davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York City il 2 luglio 2026. In un videomessaggio pubblicato poche ore prima, aveva chiarito che questo sacrificio estremo era stato compiuto per la causa nazionale tibetana. Pur onorando la sua dedizione, la vita umana è preziosa e deve essere preservata affinché possa servire alla lotta a lungo termine per il Tibet. A nome dell’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA), esorto sinceramente tutti i tibetani a custodire e proteggere la propria vita. Il genocidio in corso all’interno del Tibet e l’entrata in vigore della draconiana “Legge sull’Unitа Etnica e il Progresso” il 1º luglio sono ciò che ha spinto Lobga Rangzen-la a questa tragica decisione. Egli si unisce ad almeno 157 tibetani all’interno del Tibet che hanno sacrificato la propria vita per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla brutale repressione subita sotto il dominio cinese. Le nostre più sentite condoglianze vanno alla famiglia di Lobga Rangzen-la, ai suoi amici e all’intera comunità tibetana. A nome della CTA e del popolo tibetano, prometto solennemente che porteremo nel cuore lo spirito di questi sacrifici e lavoreremo instancabilmente affinché non siano stati vani. Rivolgo un appello urgente ai tibetani in esilio, ai governi del mondo e alle istituzioni internazionali per i diritti umani affinché riconoscano la gravità della crisi in Tibet, si facciano avanti e prendano posizione in questo momento cruciale della nostra storia.”     Lorenzo Poli
July 7, 2026
Pressenza
Cina festeggia 105esimo anniversario del PCC, che supera i 101 milioni di iscritti
La mattina del 1° luglio, al Palazzo dell’Assemblea del Popolo a Beijing, si è svolta la cerimonia per il 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, durante la quale il segretario generale del Comitato Centrale del PCC, presidente della Repubblica Popolare Cinese e presidente della Commissione Militare Centrale, Xi Jinping, ha conferito agli insigniti le medaglie “1° Luglio” e ha pronunciato un importante discorso. Xi Jinping ha affermato che, negli ultimi 105 anni, il Partito Comunista Cinese ha sempre mantenuto salda la missione di perseguire la felicità del popolo cinese e la rinascita della nazione, ha compreso a fondo il corso generale dello sviluppo mondiale, ha colto con precisione l’evoluzione dei principali contraddizioni sociali in ogni periodo storico e ha guidato e unito il popolo di tutte le etnie del Paese in una lotta instancabile, scrivendo l’epopea più grandiosa nella storia millenaria della nazione cinese. Xi Jinping ha affermato che, negli ultimi 105 anni, i comunisti cinesi – rappresentati principalmente da Mao Zedong, da Deng Xiaoping, da Jiang Zemin e da Hu Jintao – hanno dato un contributo straordinario alla grande rinascita della nazione cinese. “Ricordiamo con profondo affetto i rivoluzionari della vecchia generazione, tra cui il compagno Mao Zedong, il compagno Zhou Enlai, il compagno Liu Shaoqi, il compagno Zhu De, il compagno Deng Xiaoping e il compagno Chen Yun, nonché il compagno Jiang Zemin. Ricordiamo con profondo affetto i martiri della rivoluzione che hanno sacrificato la propria vita per l’indipendenza nazionale, la liberazione del popolo e la prosperità della nazione. Il loro spirito nobile rimarrà per sempre impresso nei cuori di miliardi di persone” – ha dichiarato Xi Jinping. Secondo gli ultimi dati sull’organico del Partito pubblicati dal Dipartimento Centrale per l’Organizzazione del Comitato Centrale del PCC, il Partito continua ad incrementare i propri consensi. Al 31 dicembre 2025, il Partito Comunista Cinese contava 101.286.000 membri, con un aumento netto di 1.015.000 rispetto all’anno precedente, e 5.431.000 organizzazioni di base, in crescita di 181.000 unità. Nel corso dei suoi 105 anni di storia, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha sviluppato un insieme di norme istituzionali e meccanismi operativi volti a sostenere e rafforzare la propria leadership, trasformandoli in punti di forza della governance nazionale. Questi meccanismi hanno svolto un ruolo insostituibile nel portare avanti la modernizzazione cinese e ciò ha generato una tendenza all’incremento dei consensi non solo in patria, ma persino all’estero. Un recente sondaggio – realizzato da CGTN in collaborazione con l’Università Renmin della Cina e con l’Istituto di Ricerca sulla Comunicazione Internazionale nella Nuova Era tra 11.521 intervistati in 41 Paesi – mostra che nel mondo il PCC convince più dei partiti occidentali come modello di governance. Secondo il sondaggio, il 61,3% degli intervistati a livello globale ritiene che i partiti occidentali rappresentino esclusivamente gli interessi di alcuni gruppi di elettori, favorendo politiche di breve periodo e divisioni sociali. La percentuale supera il 70% tra gli intervistati di India, Indonesia, Pakistan, Sudafrica e Nigeria. Tra i paesi sviluppati, Regno Unito e Stati Uniti registrano rispettivamente il 62,5% e il 61,5%. Le contrapposizioni partitiche e la pressione elettorale rendono inoltre spesso difficile, per i partiti occidentali, costruire meccanismi decisionali stabili ed efficaci. Il 63,7% degli intervistati ritiene che gli scontri tra partiti occidentali possano facilmente causare il malfunzionamento dei meccanismi di governance nazionale. Il 58,5% considera invece il sistema di cooperazione multipartitica e consultazione politica sotto la guida del Partito Comunista Cinese più favorevole alla formulazione e all’attuazione delle politiche nazionali, e più funzionale alla governance del paese e alla tutela dell’interesse pubblico rispetto ai partiti occidentali, segnati da frequenti divisioni interne. Sul piano della coerenza degli obiettivi di sviluppo, il 66,3% degli intervistati ritiene che il Partito Comunista Cinese sia in grado di unire strettamente i diversi partiti politici e le personalità senza affiliazione, orientandoli verso obiettivi comuni e garantendo al paese una direzione strategica e aspettative di sviluppo chiare e stabili. Al contrario, il 67,3% ritiene che nei sistemi occidentali basati sulla competizione multipartitica la direzione dello sviluppo nazionale cambi frequentemente in funzione dei cicli elettorali, risultando priva della necessaria pianificazione di lungo periodo: un’opinione condivisa dalla maggioranza degli intervistati in tutti i 41 paesi coinvolti. In sostanza, secondo gli intervistati, il PCC offre una soluzione originale alla ricerca di modelli più efficaci di governance partitica, ottenendo un ampio riconoscimento a livello internazionale. E’ forse il punto di crisi principale della partitocrazia occidentale: al posto che operare nell’interesse del popolo, i partiti occidentali continuano a rappresentare gli interessi soltanto di una parte dell’elettorato. https://italian.cri.cn/2026/07/01/ARTI1782897756929988 https://italian.cri.cn/2026/07/01/ARTI1782888637302217 Lorenzo Poli
July 2, 2026
Pressenza
Una pioggia di premi per gli oppositori alla giunta del Myanmar
Nel 2022 le organizzazioni umanitarie internazionali nominarono il Movimento di Disobbedienza Civile birmano, abbreviato in CDM, per il Nobel per la pace: “Per il coraggio e la determinazione dimostrata nel portare avanti i loro ideali di democrazia” di contro a una giunta militare crudele, aggiungo. L’accademia svedese del Nobel per la pace oggi dopo quattro anni ha dimostrato ampiamente di non stare dalla parte della pace ma della politica, e come le sue assegnazioni suscitino a volte perplessità.  Ma al di là del Nobel per la pace, premi importanti sono stati assegnati a individui e gruppi che lottano per la democrazia sia all’interno che all’esterno del martoriato Myanmar. Forse il più importante in assoluto è stato assegnato lo scorso 3 dicembre a Stoccolma da quello che in gergo viene chiamato il “Nobel Alternativo” ma in realtà si intitola “Premio per la giusta sostenibilità”. L’edizione 2025 ha assegnato cinque premi di cui uno al collettivo giornalistico d’inchiesta “Justice for Myanmar” che vive in esilio e il comunicato di ringraziamento lo ha letto in loro vece Greta Thumberg. Il collettivo ha dedicato il premio al popolo del Myanmar per la loro resistenza, per il loro coraggio. Le inchieste di questo collettivo, attraverso i dati forensi e il controllo dei dati bancari, hanno portato grandi partner internazionali a ritirarsi da progetti economici in partnership con la giunta, assestando danni considerevoli alle tasche dei militari e impedendo così l’utilizzo del denaro per l’acquisto di ulteriori armi. Quest’ultimo è il vero, dichiarato obiettivo delle inchieste: smantellare uno a uno i contratti e togliere l’ossigeno alla giunta per l’acquisto di nuove armi impiegate contro la popolazione.  Il “Right livelihood award” (Il premio per una Giusta Sostenibilità) è nato nel 1980, istituito da un filantropo con doppia cittadinanza svedese e tedesca, ex membro del parlamento europeo Jacob von Uexkull; premia i coraggiosi e le coraggiose change makers che “offrono soluzioni pratiche ed esemplari al mondo per i problemi e le sfide sociali e ambientali più urgenti”. Il premio venne istituito dopo che l’accademia svedese del Nobel si rifiutò di aggiungere nuovi premi sulla giustizia sociale e la conservazione ambientale premiando in particolare i visionari dal sud globale. Fra i suoi passati vincitori troviamo SOS Mediterranee (2023), Greta Thunberg nel 2019 ma anche organizzazioni come Syria Civil Defence (2016), Emergency  (2015), il più famoso whistleblower di tutti i tempi Edward Snowden nel 2014, e Vandana Shiva nel 1993, tra i tanti altri.  Nel 2018, la UN Correspondents Association nella categoria “eccellenze nel raccontare l’ambiente” ha premiato la giornalista birmana Thin Lei Win per il suo lavoro sulla sicurezza alimentare e l’agricoltura. Lei Win ha partecipato anche all’edizione del 2018 del festival Internazionale del giornalismo di Perugia.  Lei Win ha denunciato a più riprese come la condizione di malnutrizione e carestia presente nel suo paese sia la conseguenza di una scelta intenzionale della giunta militare. Malgrado  il Myanmar sia sempre stato un paese esportatore di riso, da decenni vede fame e malnutrizione diffusa, particolarmente nelle zone delle minoranze etniche come il Rakhine-diventato tristemente famoso nel 2017 per la crisi dei Rohingya- e il Chin. La giornalista birmana, dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021, ha ospitato nel suo sito online The Kite Tales i racconti dei colleghi giornalisti che vivono alla macchia. I loro sono racconti anonimi sulla vita sotto il regime costellata di brutalità e sofferenza.  “Una delle cose che la giunta dei militari vogliono da noi e dal mondo è che ci dimentichiamo del Myanmar invece queste storie ci dicono che tra tanta sofferenza la resistenza va avanti e che la gente cerca di sopravvivere nonostante i continui attacchi dei militari”. Il 23 maggio scorso, in Thailandia presso l’Università di Chiang Mai, è stato assegnato il premio per la diciassettesima edizione del Citizen of  Burma, un’organizzazione americana, all’attivista veterano  Min Ko Naing da quattro decenni impegnato sul fronte Pro- democrazia, imprigionato nel 1989 liberato successivamente nel 2004. Dopo il colpo di stato del 2021 è scappato e vive in esilio. Non ha potuto ritirare personalmente il premio che consiste in diecimila dollari americani. L’anno scorso il premio era stato assegnato a Aung San Suu Kyi e a ritirarlo fu il figlio Kim Aris. È notizia del 25 giugno: la rete dal basso per la democrazia in Myanmar, che dopo il colpo di Stato del 1 febbraio 2021 ha dato vita alla cosiddetta “rivoluzione di primavera”, è tra i vincitori del premio americano per la democrazia, organizzato annualmente dal National Endowment for Democracy (NED). “Il loro sforzo nel difendere il diritto di riunirsi liberamente, continua ad ispirare molte persone nel mondo che lottano per le libertà fondamentali” motiva l’organizzatore del premio. Il premio annuale viene assegnato a “Individui e gruppi che hanno dimostrato un coraggio eccezionale nel sostenere la democrazia e i diritti umani”. Gli altri gruppi a ricevere il premio provengono dalla Russia, da Cuba, dalla Siria e dall’Etiopia. La cerimonia di premiazione si terrà il prossimo settembre in Virginia al George Washington’s Mount Vernon. Alla cerimonia, ad assegnare i premi, sono importanti figure politiche del partito democratico, come ad esempio Nancy Pelosi. In passato il premio è andato due volte ai movimenti pro democrazia birmani e anche personalmente alla leader Aung San Suu Kyi. L’assegnazione dei premi per i diritti umani, a onor del vero, ha un’agenda geopolitica che li guida, e spesso riflettono le più ampie dinamiche globali in atto. Generalmente sono strumenti per legittimare politiche estere, amplificare e dare visibilità a delle specifiche narrative. Nel nostro caso, i premi servono a sostenere figure e movimenti che si oppongono alla giunta militare in Myanmar in conflitto ideologico con i poteri occidentali, ma soprattutto un regime che rischia di entrare definitivamente nell’orbita della Cina.   Donna Reporter
July 1, 2026
Pressenza
Cuba e Russia ampliano la collaborazione nel settore farmaceutico
Russia e Cuba hanno annunciato la creazione della loro prima joint venture nel settore biofarmaceutico, un fatto senza precedenti nelle relazioni bilaterali. Il progetto è stato comunicato dal primo vicepresidente della società statale cubana BioCubaFarma, Eulogio Pimentel e segna un passo significativo nella cooperazione scientifica e tecnologica tra i due Paesi. La collaborazione mira a promuovere lo sviluppo biotecnologico, la produzione di farmaci innovativi e lo scambio di conoscenze nel campo della salute. In questo contesto si evidenzia la partecipazione di progetti legati a ‘startup’ in incubazione all’interno della piattaforma tecnologica di Skólkovo, uno dei principali poli di innovazione della Russia. Attualmente la collaborazione include diversi farmaci già registrati e in uso. Tra questi ci sono Heberprot-P, un rimedio unico per la cura efficace delle ulcere del piede diabetico; Hebermin, una crema con fattore di crescita utilizzata per trattare le ulcere da ustioni, CIMAvax-EGF, un vaccino terapeutico per il trattamento del cancro ai polmoni e Jusvinza, un farmaco utilizzato nel trattamento di gravi processi infiammatori. Uno dei programmi congiunti più importanti è HEBERSaVax, incentrato sul controllo delle terapie oncologiche. (RT)   Andrea Puccio
June 29, 2026
Pressenza
“Grande Muraglia Verde”, Cina pianta 100 miliardi di alberi per fermare la desertificazione
Gli alberi sono l’unico vero antidoto contro i rapidi cambiamenti climatici. Gli alberi sono fondamentali per l’ambiente perché assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno tramite la fotosintesi; riducono l’inquinamento catturando polveri sottili e mitigano le isole di calore urbano offrendo ombra. Le piante rappresentano il migliore organismo capace di limitare l’aumento della CO2: nel loro legno trattengono enormi quantità di carbonio, agendo come un polmone verde che mitiga l’effetto serra. Attraverso il processo della fotosintesi una pianta adulta produce in un anno una quantità di ossigeno – che copre il fabbisogno annuo di 10 persone – e, a seconda della specie, è in grado di assorbire dai 20 ai 50 chili di anidride carbonica. Inoltre, gli alberi funzionano da filtri naturali: le foglie intrappolano metalli pesanti, ozono e ossidi di azoto, migliorando l’aria che respiriamo. Una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili. Un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno e non è cosa da poco se consideriamo che in una città come Milano, in cui sono presenti 1.700 ettari di verde, significa togliere dall’aria 30 tonnellate di polveri sottili. Per finire, Le radici stabilizzano il terreno riducendo l’erosione: assorbono l’acqua piovana, diminuendo il rischio di alluvioni e allagamenti e prevengono il dissesto idrogeologico trattenendo il suolo e sostenendo la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi. In sostanza, a differenza di quello che una buona parte dello sviluppo tecnologico vuole farci credere, ovvero che siano necessari soluzionismo tecnocratici alla crisi climatica, la verità è che per contrastare i cambiamenti climatici e fermare la desertificazione bisogna piantare alberi. Tanti alberi. La pensa così la Cina, che il 1° gennaio 1978 ha avviato il Three-North Shelterbelt Program per aumentare la copertura forestale nella Cina settentrionale in un’area che si estende su 13 province per un totale di oltre 4 milioni di chilometri quadrati. Il termine del piano, discusso e avviato dal Partito Comunista Cinese nel 1978, è previsto per il 2050: entro tale data verranno piantati 100 miliardi di alberi lungo una cintura lunga circa 4.500 chilometri con il fine di convertire aree degradate. Nelle zone interessate, come attorno al deserto del Taklamakan, la cintura verde è arrivata in alcuni punti a superare il chilometro di larghezza. È considerato il più grande progetto di riforestazione al mondo e, ad oggi, copre 13 province nel nord della Cina, su una superficie paragonabile all’estensione della Germania. Secondo alcune ricerche entro il 2100 metà della superficie terrestre sarà ricoperta da terre aride: per questo motivo la “Grande Muraglia Verde” servirà – e già serve – per bloccare l’erosione del suolo, combattere il cambiamento climatico e arginare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan proteggendo fattorie, villaggi, strade e ferrovie. Il programma è stato concepito per proteggere i suoli fertili, ridurre la frequenza e l’intensità delle devastanti tempeste di sabbia, e mitigare gli effetti della siccità. Il piano di sviluppo di 72 anni è stato suddiviso in tre distinte fasi, al suo compimento avrà triplicato la copertura forestale dell’area, passando dal 5,05% al 14,95%. I risultati parziali sono più che soddisfacenti: l’avanzata del deserto si è fermata, le aree interessate dall’erosione del suolo si sono ridotte di due terzi, così come è cresciuta la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica. E gli effetti benefici si sentono anche a distanza: grazie al progetto, la qualità dell’aria è migliorata persino a Pechino. Gli sforzi hanno contribuito a portare la copertura forestale nazionale cinese dal 10% del 1949 a superare il 25%. A beneficiarne sono inoltre i terreni agricoli, protetti dalla sabbia delle dune e dunque più produttivi, grazie anche alla maggior frequenza delle precipitazioni dovuta a sua volta all’aumento dell’umidità nella zona. Il conseguente sviluppo delle industrie forestali e frutticole sta contribuendo a migliorare il tenore di vita di decine di milioni di persone, che ora possono contare tra l’altro sui grandi impianti solari ed eolici installati in prossimità del deserto. La loro presenza ha il duplice scopo di garantire alla popolazione energia da fonti rinnovabili e fungere da ancoraggio per la (nuova) vegetazione, proteggendo i terreni agricoli. Negli anni si sono verificati alcuni effetti negativi, come l’aumento delle allergie tra la popolazione e la bassa percentuale di sopravvivenza degli alberi – registrata soprattutto in fase di avvio del progetto a seguito della piantumazione di specie a crescita rapida inadatte al tipo di terreno. Ciò non ha fermato lo sviluppo della Grande Muraglia Verde: un gruppo di ecologi cinesi, a dicembre 2025, ha quantificato i risultati complessivi in termini di biodiversità degli sforzi di ripristino forestale in Cina, scoprendo che tali sforzi hanno portato all’espansione dell’habitat del 73,6% delle specie di uccelli presenti nelle foreste, come riportato dal China Science Daily. Un risultato che dovrebbe far invidia all’Occidente (Europa e USA) che in questi anni non sono riusciti a mettere a punto serie politiche in questo campo. Sebbene l’idea fosse antecedente, a seguire la Cina nelle politiche di riforestazione – con alcune difficoltà – è stata l’Unione Africana con uno dei più ambiziosi progetti ambientali globali: la Great Green Wall, la Grande Muraglia Verde africana, ovvero il progetto di una barriera di alberi lunga migliaia di chilometri dal Senegal fino a Gibuti attraverso l’intera regione del Sahel, coinvolgendo ben 20 Paesi africani (1). “Ad oggi, il progetto ha coperto meno del 10% dell’obiettivo di 100 milioni di ettari, ma sta facendo buoni progressi per raggiungere la scadenza del 2030”, ha spiegato a Oltremare in una lunga intervista Moctar Sacande, coordinatore dei progetti internazionali presso la Divisione forestale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Non nasconde di essere nelle file degli ottimisti: “D’altronde il progetto è di vitale importanza per milioni di persone e per la stabilità della regione”. La Tanzania ha iniziato a integrare la sua strategia nazionale nell’ambiziosa iniziativa panafricana della Grande Muraglia Verde (Great Green Wall) guidata dall’Unione Africana. Sotto l’egida della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale), il Paese mira a combattere la desertificazione, ripristinare i suoli degradati e adattarsi al cambiamento climatico. Il Piano d’azione nazionale (NAP) della Tanzania è ora guidato dai dipartimenti ambientali con l’assistenza di consulenti indipendenti e la supervisione generale del Coordinatore della Grande Muraglia Verde e di un team centrale composto da esperti della SADC, della FAO e dell’Unione Africana. La Tanzania è stato il terzo paese ad aver sviluppato un NAP nel 2023. Di Cina si parla solo in modo negativo, quando ci si riferisce alla mancanza di libertà, di sfruttamento dei lavoratori, di coltivazioni o allevamenti super-intensivi che inquinano. La Cina, in questo caso, è un esempio da seguire in tutto il mondo, dove i deserti stanno avanzando e dove il cambiamenti climatico sta modificando gli habitat naturali. Donald Trump, che nega i cambiamenti climatici evidenti, dovrebbe prendere esempio dai comunisti cinesi, ma evidentemente è troppo impegnato a fare guerre in giro per il mondo per accorgersene.   (1) Oggi il progetto coinvolge oltre venti paesi: Algeria, Burkina Faso, Benin, Ciad, Capo Verde, Gibuti, Egitto, Etiopia, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Gambia, Tunisia e Costa d’Avorio e ha ottenuto il supporto della Banca Mondiale, dell’Unione europea e della Fao.   Fonti: https://www.campagnamica.it/attualita/foreste-e-boschi-10-motivi-per-piantare-un-albero/ https://www.sardegnaforeste.it/notizia/limportanza-degli-alberi-troppo-spesso-trascurata https://www.hdblog.it/green/articoli/n662670/grande-muraglia-verde-alberi-clima/   Lorenzo Poli
June 27, 2026
Pressenza