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“LEVANTE”: LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO E LA MEMORIA DELLA CLASSE OPERAIA CINESE. IL CASO DEL DONGBEI, L’ESTREMO NORDEST.
Secondo appuntamento nel mondo della letteratura operaia cinese per “Levante”, la trasmissione di Radio Onda d’Urto dedicata all’Asia Orientale. Dopo avere presentato “Consegno pacchi a Pechino” di Hu AnYan, tradotto in italiano per Laterza da Federico Picerni, nostro ospite nella puntata di aprile 2026 (riascoltala qui),a maggio 2026 ci spostiamo nell’estremo Nordest della Cina, il Dōngběi, al confine con l’Estremo oriente russo e con la Corea del Nord. Una zona che, con un paragone forse improprio, viene spesso paragonata alla “Rust Belt” degli Usa, un tempo cuore dell’industria pesante (e della classe operaia), poi travolta da licenziamenti, depressione economica e crisi (anche) d’identità. Ospiti della puntata Dario Di Conzo – co-curatore di Levante su Radio Onda d’Urto, oltre che docente a contratto di Riforme economiche nella Cina contemporanea all’Università L’Orientale di Napoli – e Gaia Perini, studiosa di letteratura cinese moderna. Laureata a Bologna, Gaia Perini ha vissuto in Cina dal 2003 al 2018, dove ha conseguito una seconda laurea e un dottorato alla School of Humanities and Social Sciences della Tsinghua University di Pechino, lavorando sotto la guida di Wang Hui. Le sue ricerche attraversano letteratura moderna, pensiero politico e teoria della traduzione, con un’attenzione particolare a Ba Jin (anarchico e scrittore cinese tra i più importanti del XX secolo) e, più recentemente, alle forme letterarie attraverso cui la Cina contemporanea ha raccontato la precarizzazione del lavoro e la memoria della classe operaia. Le sue ricerche si orientano in particolare quindi sulla letteratura proprio del Dōngběi cinese, come quella prodotta dai “figli” della stagione dei licenziamenti di massa nelle imprese di stato cinesi, avvenuti tra metà Anni Novanta e primi Anni Duemila. La puntata di maggio 2026 di “Levante” su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
[Da Roma a Bangkok] Bio-geopolitica della mascolinità in Cina
Questa trasmissione punta a spiegarvi la crisi artificiale della mascolinità creata, in Cina, dal Partito come risposta all’omonazionalismo americano, e le sue conseguenze su diversi aspetti della vita di persone, uomini, donne, LGBTQIA+ , passando per Confucio. In questo periodo storico, del resto, anche la Cina sta attraversando una fase di irrigidimento ideologico e sociale: il potere politico tende a rilanciare nazionalismo, disciplinamento sociale e modelli conservatori sotto il profilo dell'identità di genere. Per questa ragione, le posizioni cinesi rispetto ai diritti civili, alle soggettività LGBTQIA+ e, più in generale, alle libertà sociali sono peggiorate negli ultimi anni. Chi fosse interessata ad approfondire, può leggere qui, qui, qui e qui.
May 20, 2026
Radio Onda Rossa
“No good men”, amarsi a Kabul a ridosso del regime talebano
Ambientato a Kabul nel 2021, poco prima che gli americani si ritirassero dall’Afghanistan, No Good Men, film di aperura al Festival di Berlino, in uscita sugli schermi italiani il 28 maggio, è una storia d’amore che fa luce sul dramma di un Paese, unendo al racconto dei suoi usi e costumi ante-talebani, alle difficoltà della libertà di stampa, alla critica della condizione femminile svalutata, discriminata e violentata,  al susseguirsi di fatti che videro i Talebani prendere il potere, con drammatiche scene di fuga e disperazione in aeroporto, una sottile indagine psicologica dei sentimenti che coinvolgono un uomo e una donna che loro malgrado sfidano la morale corrente. Naru è una donna afghana che non si adegua alle convenzioni del suo Paese: è infatti l’unica operatrice televisiva, sa di essere brava e non le importa della diffidenza dei colleghi uomini.   Ha lasciato il marito e alleva da sola il figlio di pochi anni.  In un contesto fragile, minacciato dall’incombente regime talebano, lacerato da sparatorie, atti terroristici e opprimenti divieti, Naru lavora alla televisione Kabul News e frequenta un conosciuto giornalista investigativo, sfidando la mentalità del luogo, intollerante verso due persone sposate affiancate dal lavoro. L’analisi psicologica del film mette anche in discussione la popolare convinzione femminile, rivelata da interviste di Naru alle donne di Kabul, che in Afghanistan “there are no good men”, non vi siano uomini buoni. La conoscenza autobiografica della regista rende credibile la narrazione della vita di una capitale martoriata, sulla quale l’Occidente sa cinematograficamente ancora poco, le cui difficoltà umane e storiche rivelano aspetti universali che riguardano ogni individuo e territorio di questo nostro globo sempre più connesso e interdipendente. La regista afghana Shahrbanoo Sadat, nei panni di Naru, è protagonista del film, affiancata dall’ottimo attore Anwar Hashimi, il giornalista volto di Kabul News. Leggiamo nei titoli di coda che “No Good Men” è dedicato da Shahrbanoo Sadat alle vittime di un attentato del 2016 contro una stazione televisiva afghana. Shahrbanoo Sadat ha dichiarato alla stampa di voler onorare i colleghi colpiti dall’atto terroristico che lavoravano in quella stazione televisiva (Kabul TV), di cui lei stessa faceva parte. No Good Men (2026) Un film di Shahrbanoo Sadat con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi. Genere: Drammatico. Durata: 103 minuti. Uscita nelle sale: 28 maggio 2026     Bruna Alasia
May 18, 2026
Pressenza
L’universo non è un righello
> Dalla scienza delle reti al significato culturale del Purushottam Maas, un > invito a ripensare tempo, relazioni e produttività. Siamo cresciuti con l’idea rassicurante che la realtà sia qualcosa di stabile, lineare e misurabile. A scuola impariamo che la distanza più breve tra due punti è una linea retta e che il mondo può essere descritto attraverso coordinate, metri, mappe e confini. Questa visione, ereditata dalla geometria euclidea, ha influenzato non solo il modo in cui rappresentiamo lo spazio fisico, ma anche il nostro rapporto con il tempo, l’economia e le relazioni umane. Negli ultimi decenni, però, molte discipline scientifiche hanno iniziato a mostrare i limiti di questa prospettiva. La fisica dei sistemi complessi, la biologia, le neuroscienze e la scienza delle reti suggeriscono che la realtà non possa essere compresa soltanto osservando oggetti separati nello spazio, ma debba essere letta attraverso le connessioni che li attraversano. Uno degli esempi più interessanti arriva dagli studi sulla diffusione globale delle epidemie. Alcuni ricercatori hanno sviluppato il concetto di “distanza efficace”: in un mondo interconnesso dai trasporti aerei, la vicinanza geografica non coincide più necessariamente con la vicinanza reale. Due grandi hub internazionali come Londra e New York, pur separate da migliaia di chilometri, risultano “vicinissime” dal punto di vista dei flussi di persone e merci. Al contrario, località fisicamente vicine ma isolate dalle reti di comunicazione possono essere, nei fatti, molto più lontane. La stessa trasformazione è avvenuta nelle neuroscienze. Per lungo tempo il cervello è stato studiato come un insieme di aree separate, ciascuna associata a una funzione precisa. Oggi, invece, il lavoro sul connettoma umano mette al centro le reti neurali, la sincronizzazione e la qualità delle connessioni tra regioni cerebrali. Non conta soltanto “dove” si trovano i neuroni, ma come comunicano tra loro. Anche la fisica contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea di uno spazio assoluto e immutabile. La relatività di Einstein ha mostrato che spazio e tempo non sono contenitori rigidi indipendenti dagli eventi, ma dimensioni dinamiche legate alla materia, all’energia e al movimento. In modi diversi, molte aree della ricerca moderna sembrano convergere verso la stessa intuizione: le relazioni contano almeno quanto gli oggetti. MOLTO PIÙ DI UN MESE, OLTRE LA MISURA DEL TEMPO Questo passaggio da una visione statica a una relazionale del mondo trova, a mio avviso, un curioso parallelo simbolico in alcune tradizioni ancestrali del tempo ciclico. Nel calendario lunisolare induista, infatti, esiste un mese supplementare che viene aggiunto ogni 32 o 33 mesi (circa ogni tre anni), per riallineare il ciclo della Luna con quello del Sole. È noto come Adhik Maas, il “mese aggiuntivo”. Dal punto di vista astronomico, si tratta di una correzione necessaria. Ma dal punto di vista culturale e spirituale questo tempo “fuori dal tempo” ha assunto nei secoli un significato molto più profondo. Viene raccontato che questo mese, inizialmente considerato infausto e privo di identità propria, trovò protezione presso Vishnu, diventando Purushottam Maas, “l’Essere supremo” (un mese di grande rilevanza spirituale e di particolare auspicio). Nella tradizione, è un tempo sospeso dal ritmo ordinario, dedicato alla riflessione interiore, alla disciplina spirituale (sadhana), alla carità e alla semplificazione della vita, al di fuori delle attività quotidiane più mondane. Ciò che colpisce è il simbolismo di questa anomalia temporale. Un elemento nato per correggere uno scarto matematico diventa occasione di riallineamento umano e spirituale. In un certo senso, ricorda ciò che accade anche nella scienza contemporanea: quando emergono fenomeni che non rientrano nei vecchi modelli, non sempre si tratta di errori da eliminare. A volte sono segnali che invitano a cambiare paradigma. Secondo il calendario tradizionale seguito da molte comunità induiste, il mese di Purushottam Maas si apre oggi e durerà dal 17 maggio al 15 giugno 2026. Per milioni di persone rappresenta un periodo particolarmente favorevole alla meditazione, alla carità, allo studio e alla riduzione delle attività materiali considerate superflue. Tradizionalmente, durante questo mese si incoraggiano pratiche di condivisione e servizio, momenti di silenzio, lettura di testi sapienziali e una vita quotidiana più sobria. Molte famiglie evitano traslochi, investimenti economici o matrimoni, considerandolo un tempo di rallentamento e introspezione. In molte tradizioni culturali e spirituali il tempo non è soltanto misura, ma anche significato. Anche nella nostra cultura, maggio, con il suo legame con la rinascita della natura, è associato a tempi simbolici dedicati alla pausa e all’interiorità: sia attraverso il mese mariano nella tradizione cristiana, inteso come tempo di raccoglimento spirituale e “primavera dello spirito”, sia attraverso il Purushottam Maas nel calendario lunisolare indiano, considerato un periodo di sospensione del ritmo ordinario. Pur nella diversità dei contesti, entrambi indicano la possibilità di sospendere, almeno simbolicamente, la logica del tempo produttivo per restituire spazio alla dimensione interiore. Al di là dell’aspetto religioso, il significato culturale di questa pausa appare sorprendentemente attuale. Viviamo in società che misurano quasi tutto attraverso produttività, velocità e accumulo. Il tempo viene frammentato in scadenze, obiettivi e prestazioni. Competere e produrre: correre e arrivare a fine mese sentendosi identificati con il proprio lavoro e con la propria “produttività”. Ma un sistema fondato soltanto sull’accelerazione rischia di perdere il senso delle connessioni profonde che rendono possibile la vita collettiva. Fermarsi a pensare “chi sono” oltre le etichette, il ruolo sociale e le aspettative esterne può diventare, oggi, un gesto profondamente rivoluzionario. La scienza delle reti ci ricorda che nessun nodo esiste isolatamente. Le crisi climatiche, economiche e sociali degli ultimi anni mostrano con evidenza quanto siano intrecciati i destini umani. Un conflitto locale modifica gli equilibri globali, una pandemia attraversa continenti in poche settimane, una scelta finanziaria presa in un centro economico remoto può influenzare milioni di vite. Perfino ciò che immaginiamo “neutro” – un investimento, un laboratorio universitario, una ricerca tecnologica – può essere legato da fili invisibili a economie di guerra, apparati militari e interessi geopolitici che producono tecnologie, servizi e strumenti progettati per la distruzione della vita. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti che emerge sia dalla ricerca scientifica contemporanea sia dalle tradizioni ancestrali del tempo ciclico: la realtà non è fatta di elementi separati, ma di relazioni in continuo movimento. Per questo il mese di Purushottam Maas può essere letto, anche da una prospettiva laica, come un invito simbolico a interrompere per un momento la logica lineare della corsa permanente. Non per fuggire dal mondo, ma per osservare con maggiore attenzione la qualità delle connessioni che costruiamo ogni giorno. Non siamo punti in uno spazio piano bidimensionale da misurare con un righello. Non siamo nemmeno soltanto corpi collocati in uno spazio materiale quantificabile. Siamo molto di più: reti umane, ecologiche, culturali e interiori, più vaste di quanto la scienza contemporanea riesca oggi a descrivere completamente. E forse il vero problema del nostro tempo non è la mancanza di informazioni o di tecnologia, ma la difficoltà di percepire fino in fondo questa rete di nodi, intrecci e interdipendenze invisibili che lega le nostre vite. In un’epoca che trasforma tutto in numeri, codice a barre, velocità e prestazioni, l’idea di un “mese fuori dal tempo” continua a porre una domanda semplice e radicale: che cosa accade quando smettiamo di misurare la vita soltanto con il righello dell’efficienza? Chi siamo, quando smettiamo per un momento di identificarci con ciò che produciamo e compriamo? E quali sono i fili invisibili che continuano a unirci agli altri, anche quando crediamo di essere soli? Valentina Fabbri Valenzuela
May 17, 2026
Pressenza
Il Primo Ministro indiano Modi in Italia
Il 19 e 20 maggio il Premier indiano sarà a Roma, alla fine di un tour mondiale ed europeo. L’appello di Sikhs For Justice al Governo italiano: «L’Italia non chiuda gli occhi sulla repressione transnazionale operata dal Governo Modi». Con l’imminente arrivo in Italia del Primo Ministro indiano Narendra Modi, l’organizzazione Sikhs For Justice (SFJ) – movimento Khalistan Referendum con sede negli Stati Uniti – richiama l’attenzione del governo italiano e della premier Giorgia Meloni su episodi di sorveglianza, minacce e intimidazioni nei confronti di attivisti sikh che vivono nel Paese. «La rete di repressione transnazionale di Modi» ha dichiarato il consigliere legale del gruppo, Gurpatwant Singh Pannun «sta bussando alla porta dell’Italia, così come ha già fatto in Canada, negli Stati Uniti e nel Regno Unito». Al centro delle denunce vi sarebbero tentativi di monitoraggio e minacce nei confronti dei promotori del referendum per l’indipendenza dello Stato del Punjab, che sarà rinominato “Khalistan”, sostenuto dall’associazione Sikhs For Justice. In particolare, l’avvocato statunitense Pannun segnala una presunta registrazione audio di una conversazione con un diplomatico indiano a Milano, ove si farebbe riferimento a minacce di morte nei confronti di due Sikh promotori del Khalistan referendum, solo pochi mesi prima dell’omicidio in Canada di Hardeep Singh Nijjar, organizzatore del Khalistan referendum canadese. Polizia e Carabinieri in Italia hanno ricevuto alcune denunce per minacce di morte, rivolte a promotori del Referendum per l’indipendenza dello Stato del “Khalistan”. In particolare, l’associazione Sikhs For Justice ha sottolineato che due attivisti del Khalistan Referendum Group, Jagroop Singh e Gurpal Singh, cittadini italiani, hanno recentemente ricevuto minacce di morte in Italia da parte di individui presumibilmente legati al Consolato indiano. La SFJ ha sollevato serie preoccupazioni sulla sicurezza degli attivisti politici Sikh che risiedono in Italia. Il comunicato trasmesso dall’associazione fa riferimento anche a un più ampio schema di repressione transnazionale contro i promotori del referendum per il nuovo Khalistan a livello internazionale, ove si registra: l’omicidio di Shaheed Hardeep Singh Nijjar in Canada: minacce e azioni mirate contro i promotori del Referendum per l’indipendenza del Khalistan in Canada, un piano organizzato per l’omicidio dell’avvocato statunitense Gurpatwant Singh Pannun (cfr. https://www.theguardian.com/us-news/2026/feb/13/nikhil-gupta-assassination-plot-pleads-guilty), le minacce e gli  avvertimenti  rivolti a Paramjeet Singh Pamma,  promotore anch’egli del Referendum sul Khalistan nel Regno Unito cfr. (https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jan/12/sikh-activist-uk-increase-security-hindu-nationalist-threats). L’associazione SFJ chiede alle autorità italiane di accertare se le reti diplomatiche e consolari indiane in Italia vengano utilizzate per attività di sorveglianza, intimidazione e persecuzione contro la minoranza dei sikh ed in particolare contro i sikh promotori del Khalistan Referendum. In particolare, il gruppo pro-Khalistan ha esortato il Primo ministro Meloni a garantire che l’Italia non diventi il prossimo territorio ove possano intensificarsi le minacce e le intimidazioni provenienti dall’India, con il rischio di passare «dalla sorveglianza e dalle minacce agli omicidi». Il gruppo Sikhs For Justice conclude chiedendo che la cortesia diplomatica italiana non si trasformi in protezione della repressione transnazionale. C’è un comunicato stampa del gruppo, che riportiamo qui in calce per una lettura completa. Secondo Amnesty International, la situazione dei diritti umani in India nel 2025-2026 è «drammaticamente peggiorata». Le autorità di Nuova Delhi continuano a usare leggi su sedizione e antiterrorismo per reprimere giornalisti, studenti, attivisti e oppositori politici. Le minoranze religiose – in particolare musulmani e sikh – sono colpite da discriminazioni istituzionalizzate, violenze e demolizioni punitive (cfr. https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2026/asia-e-pacifico/india/). Amnesty denuncia, inoltre, l’espulsione illegale di rifugiati rohingya, la persecuzione delle minoranze etniche nello stato di Assam e i crescenti rischi ambientali dovuti a un modello economico basato sul carbone. L’organizzazione interazionale accusa il governo Modi di «criminalizzare il dissenso» e di avere «chiuso lo spazio civico più di qualsiasi altro governo democratico nella storia moderna del Paese». Human Rights Watch conferma un modello strutturale di repressione in India. Il suo rapporto 2026 documenta arresti arbitrari, violenze custodiali e pressioni sui media indipendenti, descrivendo un sistema di controllo che si estende ben oltre i confini nazionali. HRW cita episodi di sorveglianza e intimidazione contro cittadini indiani all’estero, compresi sikh, attivisti kashmiri e critici del governo BJP. In particolare, il rapporto menziona l’uso politico della revoca del visto Overseas Citizenship of India per punire studiosi e giornalisti della diaspora che denunciano abusi (cfr. https://www.hrw.org/asia/india). Lo studio del Parlamento Europeo Transnational Repression of Human Rights Defenders (2025) dedica un capitolo all’India, segnalando atti di repressione transnazionale ai danni di militanti e difensori dei diritti umani. Lo studio richiama il caso di Hardeep Singh Nijjar, ucciso nel 2023 in Canada, e il tentato omicidio dell’attivista Gurpatwant Singh Pannun a New York, sottolineando «elementi credibili di coinvolgimento di apparati collegati ai servizi segreti indiani». Classifica inoltre l’India come l’unico Paese che abbia perpetrato azioni di persecuzione oltreconfine, raccomandando ai governi ospitanti – inclusi quelli europei – di rafforzare i meccanismi di protezione per le comunità vulnerabili. La USCIRF (U.S. Commission on International Religious Freedom) esprime «profonda preoccupazione» per la repressione transnazionale indiana e le politiche interne che colpiscono musulmani, sikh e cristiani. Nel suo rapporto 2025, la Commissione chiede l’inserimento dell’India nella lista dei “Paesi di particolare preoccupazione per la libertà religiosa” e denuncia «l’uso di strumenti diplomatici e d’intelligence per silenziare dissidenti all’estero». La USCIRF invita i governi occidentali a non sacrificare i principi dei diritti umani sull’altare delle relazioni economiche o strategiche con Nuova Delhi. L’associazione Sikhs For Justice chiede al governo italiano di indagare sulle presunte attività dei funzionari indiani in Italia, di proteggere gli attivisti sikh residenti in Italia e di non ridurre la visita di Modi a «un mero atto di cortesia diplomatica».  Alla luce delle gravi denunce documentate da Amnesty, Human Rights Watch, dal Servizio ricerche del  Parlamento Europeo e dalla Commissione americana per la libertà religiosa, l’associazione Sikhs For Justice invita l’Italia (Paese fondatore dell’Unione Europea e firmatario delle principali convenzioni a tutela dei diritti umani) ad assumere un ruolo attivo nel monitoraggio della repressione transnazionale e a riaffermare i valori fondamentali di libertà di espressione, libertà di culto e libertà di associazione, prevenendo e sanzionando ogni forma di repressione nei confronti dei Sikhsul territorio italiano.     Redazione Italia
May 15, 2026
Pressenza
Ucraina e Gaza, situazioni analoghe? Prima parte
> Secondo un’opinione diffusa, i due interventi militari in Ucraina e a Gaza > sarebbero comparabili. Si avrebbe a che fare con due guerre, sotto forma di > un’invasione russa in Ucraina e di un’invasione israeliana a Gaza. Si > tratterebbe anche di due evidenti violazioni del diritto internazionale. Putin > e Netanyahu sarebbero entrambi colpevoli di crimini di guerra, poiché entrambi > devono affrontare mandati di arresto emessi dal Tribunale penale > internazionale (TPI). Entrambi violerebbero anche il diritto > all’autodeterminazione dei popoli: quello del popolo ucraino per i russi e > quello del popolo palestinese per gli israeliani. È necessario rendere > giustizia a questi paragoni artificiali, superficiali e fuorvianti. Passeremo > quindi in rassegna una serie di punti chiave. CONFRONTO NON SIGNIFICA RAGIONE Tuttavia, le differenze sono importanti. Ci sono due fatti principali che rendono queste situazioni incomparabili. Innanzitutto la Russia è il più grande paese del mondo e non ha bisogno di nuovi territori, mentre Israele, fin dalle proprie origini di colonia di popolamento, non ha smesso di praticare l’espansionismo territoriale a spese dei propri vicini. Poi le realtà politiche e demografiche di Russia e Israele sono distinte. Una popolazione di origine slava, per l’80% etnicamente russa, è presente nell’attuale territorio della Russia da circa 1.500 anni.[1] Al contrario, gli ebrei israeliani sono per lo più originari di luoghi esterni alla Palestina. A differenza della Russia, nazione storica, etnica e civica allo stesso tempo, Israele è essenzialmente una colonia di popolamento, un trapianto operato di recente.[2] La prima è quindi stabilizzata, mentre la seconda è molto apertamente alla ricerca di un’espansione demografica e territoriale. Non basta constatare che c’è stata un’invasione militare per prendere posizione. Le circostanze, le cause profonde e le responsabilità sono determinanti. Questi elementi vanno tenuti in considerazione. Nel conflitto in Ucraina, è stata la NATO a iniziare lo scontro, sotto la direzione statunitense, che minacciava la Russia estendendosi fino ai suoi confini e strumentalizzando l’Ucraina. In Palestina, la fonte del conflitto risiede nella negazione dei diritti nazionali palestinesi, nell’occupazione e nella colonizzazione sionista che opprime i palestinesi da oltre un secolo. L’assalto israeliano a Gaza ne è solo la continuazione. La Russia reagisce puntualmente a una minaccia esercitata dall’esterno contro la propria sicurezza; Israele persegue da decenni una politica autogenerata per realizzare il progetto coloniale sionista. La Russia è sulla difensiva; Israele è all’attacco. LA PRIMA SI RESTRINGE, IL SECONDO SI ESPANDE In seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica avvenuta nel dicembre 1991, il territorio della Russia ne è risultato notevolmente ristretto. L’URSS è stata suddivisa in quindici repubbliche, tra cui la Russia. Al contrario, Israele non ha smesso di tentare di ampliare il proprio territorio: non solo con la conquista del Sinai e delle alture del Golan, ma anche con l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. È ancora presente in Siria e porta avanti il proprio progetto di occupazione del Libano meridionale: tutto ciò allo scopo di costituire il Grande Israele, che comprende la maggior parte del Medio Oriente. Sostenuta a fatica dall’imperialismo americano, un’entità minoritaria eserciterebbe il proprio dominio sulla stragrande maggioranza delle popolazioni della regione. CONFINI COSTANTEMENTE PRESERVATI PER ISRAELE E COSTANTEMENTE TRASFORMATI PER LA RUSSIA A queste prime osservazioni generali, si aggiungono diversi fatti che accentuano le differenze tra le due situazioni. La disgregazione dell’URSS è l’esempio di una situazione che rispetta il principio dell’uti possidetis. I confini interni all’URSS sono diventati i confini delle quindici repubbliche sovrane. Le perturbazioni sopravvenute a questi confini sono emerse in Georgia, in Ucraina e in Azerbaigian, ma sono state il risultato di rivoluzioni colorate fomentate, alimentate e finanziate da interventi esterni della CIA, del National Endowment for Democracy (NED) e della United States Agency for International Development (USAID). In generale, il rispetto delle frontiere esistenti si è comunque imposto. Al contrario, i confini dello Stato di Israele non hanno smesso di modificarsi e rimangono ancora vaghi ed estensibili fino ai nostri giorni. Israele non ha una costituzione, anche perché quest’ultima lo obbligherebbe a definire i propri confini. RICONOSCIMENTO DELLO STATO UCRAINO DA PARTE DELLA RUSSIA E NON RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE DA PARTE DI ISRAELE Il memorandum di Budapest [3], firmato nel 1994, ha portato al riconoscimento dello Stato ucraino da parte di Mosca. D’altra parte, Israele non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese. UNO È CONTRO L’APARTHEID, L’ALTRO È A FAVORE Le ONG, gli esperti internazionali e i rappresentanti delle Nazioni Unite ritengono che Israele imponga un regime di apartheid sul proprio territorio. Nessuno formula tali accuse nei confronti della Russia. Al contrario, la Russia si è sempre opposta all’apartheid che regnava all’epoca in Sudafrica. Ciò spiega anche perché si è sempre opposta alle misure discriminatorie imposte da Kiev nei confronti della minoranza di lingua russa in Ucraina orientale. UNO AFFRONTA UN ESERCITO, L’ALTRO UNA GUERRIGLIA In Ucraina, abbiamo davvero a che fare con una guerra tra l’esercito russo e l’esercito ucraino. A Gaza, l’esercito israeliano, equipaggiato grazie al sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti, ha a che fare con la resistenza di piccoli gruppi di guerriglieri. UNA GUERRA IN UCRAINA, UN GENOCIDIO A GAZA La proporzione di civili uccisi in Ucraina riflette le caratteristiche consuete della guerra. È difficile determinare le cifre esatte. Per ragioni politiche e psicologiche, le parti belligeranti non ne forniscono. Sono solo stime e vanno prese con cautela. Le perdite in Ucraina sono principalmente militari e i civili pagano incidentalmente il loro tributo, ma non sono né gli obiettivi né le vittime primarie. A Gaza, l’obiettivo non è la guerra intesa come scontro militare, ma la distruzione di una società, la «pulizia etnica» e il genocidio di una popolazione. Sebbene sia difficile determinare il numero esatto di morti (un corrispondente che scrive sulla rivista The Lancet ipotizzava che fossero quasi 200.000 [4]), sappiamo che le vittime sono prima di tutto civili. L’esercito israeliano bombarda prioritariamente e consapevolmente i civili. Inoltre, ne autorizza l’uccisione in gran numero, anche per uccidere un solo leader di Hamas.[5]  Durante il picco del genocidio, sono morti centinaia di civili ogni giorno. La metà delle vittime civili sono bambini di età inferiore ai 18 anni. I crimini di guerra, nel senso di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni di Ginevra, sono la regola, non l’eccezione. Secondo il parere unanime degli esperti internazionali, nonché delle Nazioni Unite, delle ONG e di diversi paesi guidati dal Sudafrica[6], ci troviamo di fronte al genocidio degli abitanti di Gaza.[7] Vengono privati di cibo, acqua, gas ed elettricità. Scuole e ospedali vengono distrutti. I giornalisti, il personale medico e gli intellettuali vengono presi di mira. I camion di approvvigionamento delle risorse essenziali vengono bloccati alle frontiere. Le intenzioni genocide sono state espresse apertamente e ripetutamente dalle autorità israeliane. Nei conflitti armati, in Ucraina come altrove, i crimini di guerra vengono indubbiamente commessi da entrambe le parti, ma non sono la norma, e nessuno sostiene che l’esercito russo stia compiendo un genocidio della popolazione ucraina. PRESUNTE INTENZIONI CRIMINALI PER UNO E APERTAMENTE OSTENTATE PER L‘ALTRO Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (CPI) ha riferito di avere ragionevoli motivi per credere che Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova (Commissario presidenziale per i diritti dell’infanzia della Russia, N.d.r.) abbiano commesso crimini di guerra. Precisamente, sarebbero responsabili «del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e del crimine di guerra di trasferimento illegale di popolazione (bambini) da alcune aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa». [8] Va detto che a volte si trattava di orfani e, come indica il mandato di arresto, principalmente di bambini che vivevano nelle zone occupate dalla Russia e quindi, per la maggior parte, di bambini russofoni. È davvero per assimilarli alla Russia? Se fossero soprattutto bambini di lingua russa, che senso avrebbe questa assimilazione? Le autorità ucraine insistono nel dire che questi russofoni sono ucraini. Ci si chiede allora perché queste stesse autorità abbiano negato la parte russofona dell’identità di questi bambini legiferando per rendere illegale l’uso della lingua russa negli spazi pubblici. Le autorità russe si difendono dalle accuse di rapimento forzato di bambini. Sostengono di averli allontanati dalle zone di guerra per collocarli in campi vacanza sicuri. Notiamo innanzitutto che, quando è caduta l’accusa, i russofoni di quattro oblast erano già diventati cittadini russi. Certo, la minoranza russofona, in quanto minoranza nazionale, era solo un’estensione del popolo vicino e non costituiva un popolo a sé stante. Si trattava di una minoranza nazionale e non di una nazione minoritaria. Come frammento minoritario di popolo, non aveva quindi un diritto intrinseco all’autodeterminazione interna, come le popolazioni che costituiscono popoli a pieno titolo che, a loro volta, godono di tale diritto, e ancor meno un diritto all’autodeterminazione esterna. Il fatto che Donetsk e Lugansk si siano autoproclamate sovrane non ha cambiato la situazione e non ha smosso Mosca. Tuttavia, avendo subito leggi russofobe e una guerra civile, la minoranza nazionale russa ha acquisito un diritto all’autodeterminazione interna sotto forma di un diritto di riparazione. Aveva quindi il diritto all’autonomia governativa, costituzionalizzato all’interno dell’Ucraina, come previsto dagli accordi di Minsk I e II [9]. Tuttavia, poiché l’Ucraina si è rifiutata di applicare questi accordi, l’unica soluzione rimasta era quella di revocare il diritto all’autodeterminazione esterna, inteso come diritto al risarcimento di fronte al rifiuto di riparare all’ingiustizia subita. Avendo inoltre votato con un referendum a favore dell’annessione alla Russia, la costituzionalizzazione di queste annessioni non è stata un’impostazione. Le quattro oblast ora fanno parte della Russia. I bambini di queste quattro oblast, che costituivano la stragrande maggioranza delle persone trasferite, erano quindi russi. Detto ciò, l’accusa del TPI è molto grave e deve essere presa sul serio, soprattutto se alcuni bambini sono stati trasferiti senza il consenso dei genitori. Tuttavia, ci si chiede perché gli autori delle bombe lanciate dall’Ucraina sulle popolazioni civili del Donbass dal 2014 non siano stati perseguiti penalmente dal TPI. La questione si pone soprattutto perché queste bombe sono forse uno dei motivi principali per cui il progetto di spostare i bambini ha potuto imporsi ai leader russi. Anche la Russia è accusata di aver commesso crimini contro l’umanità. I suoi avversari la accusano in particolare di aver distrutto le infrastrutture civili ucraine, che garantivano l’elettrificazione del paese. Si tratterebbe certamente di un crimine di guerra. Bisogna però notare che l’atto d’accusa a tal fine è stato formulato dal TPI nel giugno 2024. Eppure, gli interventi russi sono stati una rappresaglia a seguito degli attacchi ucraini agli impianti energetici russi che Washington stessa ha criticato. [10]    Si attende ancora che i mandati di arresto in merito vengano emessi dal TPI contro Volodymyr Zelensky. L’accusa del TPI contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, è molto più grave. Un mandato è stato emesso contro di loro per aver attuato una «carestia organizzata». Sorprendentemente, però, il TPI si rifiuta comunque di parlare di genocidio. Eppure, come altro può essere definita una carestia pianificata su scala di un’intera popolazione se non come lo sradicamento di questa stessa popolazione? La difficoltà di attribuire un genocidio è in generale intimamente legata alla difficoltà di determinare l’esistenza di un’intenzione genocida. Tuttavia, le autorità israeliane hanno chiaramente annunciato le loro intenzioni di distruggere tutto, di rendere Gaza invivibile e di privare i cittadini delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Non hanno rapito 20.000 bambini. Li hanno uccisi. Hanno costretto allo sfollamento più di un milione di persone. Le informazioni provenienti da Gaza a riguardo sono circolate abbondantemente sui social network. Ognuno ha potuto essere un testimone diretto di azioni genocide. Per quanto gravi siano le accuse mosse contro Vladimir Putin, non si può affermare che tra lui e Netanyahu non ci siano differenze. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: [1] https://www.historyworld.net/history/Russia/611?section=Origins [2] https://cjf.qc.ca/revue-relations/publication/article/israel-un-colonialisme-de-peuplement-plus-que-centenaire/ [3] https://www.axl.cefan.ulaval.ca/europe/Memorandom-1994.htm [4] https://www.aljazeera.com/news/2024/7/8/gaza-toll-could-exceed-186000-lancet-study-says [5] https://www.lorientlejour.com/article/1441348/larmee-israelienne-aurait-autorise-le-massacre-dun-grand-nombre-de-civils-a-gaza-des-le-7-octobre.html [6] https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20260313-pre-01-00-fr.pdf [7] https://www.youtube.com/watch?v=WAPIdWpDuCw [8] https://www.icc-cpi.int/fr/news/situation-en-ukraine-les-juges-de-la-cpi-delivrent-des-mandats-darret-contre-vladimir [9] https://mjp.univ-perp.fr/constit/ua2015.htm [10] https://www.ledevoir.com/monde/europe/811539/ukraine-attaque-sites-energetiques-russie-drones -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Simona Trapani. Revisione di Thomas Schmid. Samir Saul - Michel Seymour
May 5, 2026
Pressenza
L’innovazione è in Asia: e l’Italia?
di Fernanda Gonzàles I brevetti ci rivelano qual è il vero centro dell’innovazione globale Articoli di Tommaso Giacomelli e Simone Cosimi con link utili. La classifica del 2025 è dominata dall’Asia, con Cina e Giappone in testa. Stati Uniti ed Europa fuori dalla top ten La classifica dei brevetti attivi nel 2025 è dominata dall’Asia L’Asia è diventata l’epicentro dell’innovazione
La Cina esorta gli USA a porre fine al blocco contro Cuba
La Cina ha esortato ancora una volta gli Stati Uniti a porre immediatamente fine al blocco, alle sanzioni e a qualsiasi altra forma di pressione contro Cuba, oltre ad astenersi dal diffamare la cooperazione tra il gigante asiatico e l’isola caraibica. “La cooperazione della Cina con Cuba è trasparente e legittima. Inventare pretesti e diffondere voci non giustifica il brutale blocco o le sanzioni illegali degli Stati Uniti contro Cuba”, ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jang. Il portavoce ha anche sottolineato che denigrando la cooperazione tra Pechino e L’Avana, gli Stati Uniti non riusciranno a nascondere il fatto che “hanno gravemente violato il diritto di Cuba alla sopravvivenza e allo sviluppo”, così come “le regole di base delle relazioni internazionali”, riporta RT. “La Cina sosterrà fermamente Cuba nella salvaguardia della sua sovranità e della sua sicurezza nazionale” ha aggiunto. Recentemente, nel mezzo dell’aumento delle pressioni di Washington contro Cuba, Pechino ha donato all’isola caraibica un nuovo parco fotovoltaico che viene costruito a Cienfuegos. “Apprezziamo il contributo permanente della Cina al programma di transizione energetica di Cuba con la realizzazione di nuovi parchi solari con accumulo. E continuiamo!”, ha dichiarato a questo proposito il Viceministro cubano del Commercio estero, Déborah Rivas Saavedra. La collaborazione tra Pechino e L’Avana ha permesso la realizzazione di oltre cinquanta parchi solari sull’isola, alleviando in parte i disagi energetici dovuti alla mancanza di combustibili necessari alla produzione di elettricità. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
April 30, 2026
Pressenza
Sgomento al Tufello, sgombero di una giovane donna con minore
Assemblea straordinaria degli inquilini delle case popolari per oggi alle 18.30, al Tufello, in piazza Euganei. Ingenti forze della Polizia Locale stanno eseguendo uno sgombero al Tufello, in via Monte Crocco dell’alloggio abitato da una giovane donna con un figlio minore, nostra associata. La donna non ha opposto resistenza è […] L'articolo Sgomento al Tufello, sgombero di una giovane donna con minore su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Il patriarcato è sempre esistito? Sulle tracce delle antiche madri
A questa domanda la Casa delle Donne di Viareggio prova a rispondere in due incontri, il 9 e 24 aprile.  Nel primo la dotta conferenza della prof. Maria Amelia D’Agostino, socia fondatrice della Casa, ricostruisce,  testi specialistici alla mano, gli habitat sociali della preistoria scavando nel passato più lontano alla ricerca di archetipi pre-patriarcali. Studiosi e archeologi non avevano “visto” questa lettura poi evidenziata da ricercatrici che hanno guardato con occhio diverso reperti molto antichi, risalenti al Paleolitico, al Mesolitico e al Neolitico. Forme e incisioni, le figure femminili steatopigie, le posizioni nelle tombe, la simbologia: si arriva così a ricostruire gruppi sociali matrilineari in cui la discendenza è tracciata in linea femminile. L’ocra rossa significa il sangue mestruale sacro e mai impuro; viene celebrata la ciclicità della vita e la rinascita; protetti, accettati e considerati come sciamani appaiono i disabili. Non si tratterebbe di civiltà matriarcali nel senso di comando femminile, ma nel senso ugualitario e cooperativo dove la centralità sociale e sacrale è posta sulla figura della madre. Nel secondo incontro “Donne, principio materno e nonviolenza: l’esperienza del popolo Moso” (a cura della prof. Francesca Rosati Freeman, profonda conoscitrice dei Moso) compiamo un viaggio in una cultura tuttora viva e presente per esplorare radici di pace e partecipazione femminile. La ricercatrice si è recata sul posto più volte, ha scritto tre libri e prodotto tre documentari (visibili su YouTube); l’ultimo libro è “Ritorno al Lago Madre”, scritto dopo 10 anni di assenza. Una cultura millenaria che sopravvive in una comunità di 40mila persone a 2.700 metri di altitudine nella punta sud-ovest della Cina, dove vivono altre 24 minoranze etniche delle 55 riconosciute dalla Cina. Il turismo (sviluppatosi con la costruzione delle strade), sia paesaggistico che culturale e la diffusione delle tecnologie (portate dai giovani andati a studiare nelle città cinesi) non hanno scalfito le caratteristiche di questo popolo, che tramanda oralmente i propri saperi ed è matriarcale non come opposto femminile al patriarcato, ma perché è basato su altri valori: non c’è comando o dominio, non ci sono abusi, né stupri, né possesso individuale e la guerra non esiste perché il conflitto si previene. Viene venerata la Madre Terra (non ci sono dei maschili), l’acqua come grembo che accoglie e nutre, il focolare sempre acceso al centro della casa quale simbolo di purificazione, l’altare degli antenati perché la vita è ciclo continuo (reincarnazione buddhista), dove la donna è ponte: una filosofia dell’esistenza con al centro la cura e la continuità della vita. Le categorie di tipo occidentale quali famiglia, matrimonio, maternità e paternità non esistono. Il principio materno non è legato al generare biologicamente ma al prendersi cura, alla relazione. La famiglia è matrilineare, si vive nella casa materna tutta la vita, il matrimonio non è codificato, ma è una libera relazione e i figli rimangono nella casa materna, pur visitati e seguiti anche dal padre, che a sua volta vive nella sua casa materna. La donna anziana guida e orienta, ma non comanda, ogni decisione è presa con il metodo del consenso. I diversi lavori hanno lo stesso valore,  la cassa di famiglia è comune e nessuno può arricchirsi a scapito di un altro. Quindi no, il patriarcato non è esistito dagli albori della razza umana, ma è stato preceduto da altri modelli che in qualche angolo del pianeta tuttora perdurano pervicacemente, vestigia di un lontanissimo passato. Possiamo quindi farne tesoro. Ci serve saperlo o poterlo immaginare per aiutarci a decostruire gli stereotipi che ci portiamo dentro, per lo più inconsapevolmente e che minano la volontà di uguaglianza e cooperazione che pure ci abita.     Redazione Toscana
April 27, 2026
Pressenza