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Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
India: l’ONU chiede la sospensione del controverso mega-progetto per l’isola di Gran Nicobar
Il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha esortato il governo indiano a sospendere il controverso progetto per l’isola di Gran Nicobar, infliggendo un duro colpo alla reputazione dell’iniziativa. L’organo ONU ha chiesto all’India di “sospendere la realizzazione dei progetti nelle Isole Gran Nicobar e Andamane fino a quando non sarà stato completato uno studio completo e indipendente sull’impatto ambientale, economico, sociale, culturale e spirituale.” Se realizzato, il progetto – che ha un valore di 10 miliardi di dollari e prevede un mega-porto, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, un parco industriale e l’insediamento di fino a 650.000 coloni – sarà devastante per gli Shompen incontattati che vivono sull’isola di Gran Nicobar. Il Comitato ONU ha inoltre sottolineato la “mancata adozione di misure atte a rispondere alle preoccupazioni” sollevate sugli “impatti negativi dei progetti di sviluppo nelle isole Gran Nicobar e Andamane, che minacciano la sopravvivenza di diversi popoli indigeni e tribali vulnerabili, in particolare coloro che vivono in isolamento volontario.” Nella sua risposta al CERD, il governo indiano ha ammesso che, poiché gli Shompen sono incontattati, è stato impossibile consultarli sul progetto e tanto meno ottenere il loro Consenso Libero, Previo e Informato come richiesto dal diritto internazionale. Il progetto era già stato fortemente criticato da numerosi esperti, tra cui 39 studiosi internazionali di genocidio che nel 2024 hanno denunciato che, se il progetto dovesse procedere, gli Shompen rischieranno il genocidio. Il CERD ha inoltre espresso preoccupazione per la pratica, in atto da tempo in India, di sfrattare i popoli indigeni dalle loro terre per trasformarle in Riserve della tigre. Il Comitato ha esortato l’India a sospendere gli sfratti forzati e ad adottare invece “un approccio alla conservazione basato sui diritti umani, che riconosca i popoli indigeni e tribali come custodi della biodiversità.” “Le Nazioni Unite si sono ora unite al coro di voci che si sono sollevate contro il progetto per l’isola di Gran Nicobar” ha commentato la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Tutti gli esperti indipendenti che lo hanno esaminato hanno denunciato che per gli Shompen sarà disastroso. Nessuna argomentazione sui potenziali benefici economici può giustificare un genocidio. Il governo indiano e le aziende interessate, come il Gruppo Adani, devono ascoltare e abbandonare questo progetto devastante.” Popoli indigeni incontattati nel mondo “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza”, il nuovo rapporto di Survival International, rivela che nel mondo vivono almeno 196 popoli e gruppi incontattati in 10 Paesi diversi. Sono autosufficienti, resilienti e vivono in modo indipendente nelle loro foreste – e, quando i loro diritti sono rispettati, prosperano. Oltre il 96% dei popoli incontattati è minacciato da industrie estrattive. Survival
August 27, 2026
Pressenza
15 agosto 2021 – 2026. Dopo cinque anni, i Talebani sono ancora più spietati
Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata dal CISDA con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei Talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan. Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”. “Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan. Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati. “I Talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo. Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa. Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze. L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei Talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro. E poi la corruzione, che arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare. Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione, alle quali viene imposto un vero e proprio “pizzo”. Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti. Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale. Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta e questo offre ai Talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale. La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video. Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale e serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai Talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o di località turistiche da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, o della violenza contro le donne”. È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo. Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi. Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente. Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i Talebani e il loro regime, o nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da Hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato e ha manifestato per il rilascio di queste donne”. Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è in questo momento condurre lotte clandestine”. Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata. È un lavoro difficile e pericoloso. I Talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato. Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui il CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano con testardaggine a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
August 16, 2026
Pressenza
India: Shakti / शक्ति – Le contadine e il paradigma biologico
> In occasione dell’attuale l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, > proclamato dalle Nazioni Unite, Navdanya ha pubblicato il documentario > “Shakti” (dal sanscrito: “potere”, “forza” o “energia” n.d.t.) dedicato alle > contadine indiane che si oppongono al sistema agroindustriale globale e nelle > comunità locali praticano con successo l’agricoltura biologica e rigenerativa. IL DOCUMENTARI0 Shakti si basa sulle testimonianze di produttrici biologiche da tutta l’India appartenenti al movimento Mahila Anna Swaraj (MAS). Il film documenta la loro resilienza e il loro spirito d’iniziativa come protettrici delle sementi, fautrici della difesa del libero accesso ai semi, nonché coltivatrici negli “Orti della Speranza” – un modello per la salute e la sicurezza alimentare. Racconta le loro storie sulla creazione di forme di agricoltura autoctone e sostenibili, che combattono l’eredità di debiti e tragedie causate dalle multinazionali degli OGM, e che hanno sostenuto le loro comunità nelle sfide e incertezze della pandemia. Questo cortometraggio di 35 minuti offre uno sguardo sul lavoro di base di Navdanya e Mahila Anna Swaraj, che stanno creando un paradigma biologico guidato dalle donne per il futuro della nostra alimentazione. SUI REGISTI Neel Chaudhuri è un drammaturgo, regista teatrale e cineasta con sede a Nuova Delhi, il cui lavoro esplora i temi della giustizia climatica, dell’ecologia e dell’agricoltura sostenibile in collaborazione con le comunità contadine locali. Tra i documentari che ha realizzato con Navdanya figura “Shakti”, dedicato alle cooperative di contadine e alla libera circolazione delle sementi in tutta l’India. Yashas Chandra è un cameraman e regista, il cui lavoro si concentra sull’India rurale, le tradizioni indigene e la resilienza ecologica. Ha collaborato con Navdanya alla realizzazione di cortometraggi che documentano l’agricoltura biologica, la diversità delle sementi e come le comunità possano dare risposta alle crisi climatiche e agricole, tra cui anche “Shakti”. IMMAGINI TRATTE DAL FILM Link al film Il documentario “Shakti” (produttore esecutivo: Vandana Shiva) dura circa 30 minuti ed è disponibile su YouTube con sottotitoli in italiano:  Traduzione dal tedesco di Anna Sette Navdanya International
August 14, 2026
Pressenza
Mai più Hiroshima 1945-2026, commemorazione a Roma in Piazza del Pantheon
Ogni anno, da come si svolge la cerimonia, si percepisce uno scarto e una maggiore o minore motivazione o convergenza tra i messaggi di ciascun partecipante. Oggi già dopo le 9 del mattino tutte le parti erano presenti e concentrate nelle prove, ognuna al suo posto. Le istituzioni locali ci tengono, si vede. Athos De Luca ha il merito di avere reso resiliente, istituzionale, artistica, consuetudinaria, questa tragica ricorrenza. Prende parola con il suo linguaggio lieve, allusivo ma molto chiaro, per dire che Hiroshima e Nagasaki sono precedenti da tenere a mente, perciò «ci prendiamo cura del ricordo, lo trasmettiamo ai giovani. La Pace si ottiene eliminando le diseguaglianze, l’accumulo di ricchezza…».Ringrazia tutti gli ospiti: Roma Capitale, la Regione Lazio, la Fanfara dei Carabinieri diretta dal comandante Di Silvestri, la mezzosoprano Eiko Misumi, Paola Iorio che dirige il Balletto di Roma, i cui allievi oggi si esibiranno sulle note dell’Adagio di Philip Glass, la Lega Internazionale delle donne per la Pace e la Libertà e Legambiente, che riceverà il premio dell’associazione “Terra e Pace”.  «Dobbiamo lavorare per la pace perché è il bene più grande, pena la fine del pianeta», insiste. Dopo i due inni nazionali, giapponese e italiano, la prima a intervenire è l’Ambasciatrice Hikarito Ono, che legge in italiano il suo messaggio. Si vede che è più coinvolta perché prima di cominciare ha chiesto alla sua assistente di fare una foto insieme alla socia WILPF Angela Perri, che portava il cartello “No more Hibakusha. Message to the World”. Mai successa una cosa simile negli anni scorsi (quando erano presenti funzionari uomini). Molto educatamente dice che Roma da 29 anni organizza questa commemorazione e gli Hibakusha continuano a subire le conseguenze fisiche e psicologiche dopo 81 anni (mai sentito nominare questo termine negli anni passati). Le armi nucleari dopo non sono state più utilizzate in guerra, la loro presenza compromette la pace. Il Giappone è l’unico Paese ad averle subite e ritiene che non debbano essere usate in nessuna circostanza. Per questo il Giappone svolge un grande ruolo per il disarmo e la non proliferazione. Da 160 anni vi sono relazioni diplomatiche tra Giappone e Italia, si sta lavorando fianco a fianco per impegnare la comunità internazionale per un mondo libero dalle armi nucleari, nel comune auspicio di un mondo di Pace. Interviene poi Pierluigi Sanna in rappresentanza del Sindaco Gualtieri per Roma Città metropolitana, sottolineando che si tratta della Comunità metropolitana più ampia al mondo e che si dedica alle politiche di pace e disarmo nel mondo intero. Roma non potrebbe non svolgere il suo ruolo per la Pace. Cita a memoria “quel pontefice” (Papa Pio XII) che disse: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra».  Lo segue l’assessore della Regione Lazio Fabrizio Ghera in rappresentanza del Presidente Rocca. Ricorda che il Giappone e l’Italia sono nazioni amiche e dice – sintetico ma molto chiaro – che le armi nucleari fungono da deterrenza, ma il pericolo c’è sempre. Athos De Luca interviene di nuovo per dire che gli anziani che hanno vissuto la guerra e possono raccontarla scompaiono, quindi la trasmissione della memoria ai giovani è compito nostro. Annuncia quindi il balletto. Paola Iorio (alter ego dell’amabile Carla Fracci habituée della cerimonia) sale sul palco a vegliare sul suo corpo di ballo. Quest’anno i tutù sono neri (mai successo) e non sembra casuale, sono ballerini luttuosi che strenuamente sorreggono le colombe della pace. La musica è una ventata di note tumultuose, inquiete, malinconiche, che sembrano chiedere: Perché? Perché tutto questo? Intervengo dicendo che la WILPF è la più antica associazione pacifista di donne, con due Premi Nobel per la Pace. Per evitare che vi siano altri Hibakusha ci vuole educazione, formazione, rispetto delle leggi e cittadinanza attiva. Ci sono due approcci: uno che si rifà al valore della deterrenza e ritiene che la paura delle armi nucleari scoraggi il nemico e quindi garantisca la pace, ma in realtà questa valorizzazione stimola la proliferazione; l’altro si rifà al diritto umanitario internazionale che dalla clausola Martens del 1899 all’Advisory Opinion emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia del 1996 sancisce che le armi di distruzione di massa sono illegali. Durante l’ultima conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione quasi non si è sentito più parlare di disarmo, ma solo di non proliferazione e alcuni Stati come gli USA, la Russia e la Francia, con i loro alleati, hanno respinto il tema delle conseguenze umanitarie delle armi nucleari, recependo solo il tema delle conseguenze umanitarie della guerra nucleare, come se i test nucleari o le miniere di uranio non causassero conseguenze. Anche sui test nucleari gli USA sono tornati indietro. A novembre-dicembre si svolgerà, invece, la Conferenza del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), l’unico che veramente prevede l’abolizione ed è su questo che bisognerebbe concentrarsi. La WILPF insieme ad altre associazioni ha denunciato la presenza illegale di armi nucleari nelle basi di Ghedi e di Aviano. La Procura di Roma ha archiviato, la procura di Brescia ha archiviato, la Procura di Pordenone ha indetto u’udienza a giugno. L’esito è stato un’ordinanza che archivia pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni dei denuncianti e confermando la presenza delle bombe nucleari. Per la non punibilità viene richiamato l’art. 51 del Codice Penale in virtù di accordi stipulati e l’art. 117 della Costituzione italiana. Gli avvocati di IALANA ritengono che in base alle fonti giuridiche nazionali e internazionali le bombe sono illegali e per questo andremo avanti fino alla Corte di Giustizia europea. Invitiamo più persone possibile a coinvolgersi su questo tema e a prendere contatto con le realtà che se ne occupano. Athos De Luca invita a cantare Eiko Misumi, vestale dell’omaggio canoro, anche lei in blu scurissimo. Intona un medley di FORUSATO (1914) “Paese natio” testo di Tatsuyuki Takano, melodia di Teiichi Okano e SATOKIBIBATAKE “Campi di canne da zucchero”, testo e musica di Naohiko Terajima. Nonostante la dolcezza e il brio che diffonde, questa canzone è ispirata alla battaglia di Okinawa, aprile-giugno 1945. Arriva il momento della premiazione, quest’anno non il consueto fossile, ma una pergamena consegnata alla vicepresidente nazionale di Legambiente Vanessa Pallucchi. De Luca spiega che “Legambiente” ha avuto il merito di dare spessore scientifico alle istanze ambientali. Vanessa Pallucchi ricorda gli impegni dell’organizzazione nei riguardi del nucleare civile oltre che militare, quest’ultimo abbracciato negli Anni Ottanta, menziona la creazione di ponti con Chernobyl e con Fukushima. Ribadisce che la guerra è legata alle forti diseguaglianze e al cambiamento climatico, per questo chiedono più Pace e più rinnovabili, un altro modello di sviluppo, la denuclearizzazione. Appartengono alla “Rete Pace Disarmo” e stanno portando avanti il progetto “Un’altra difesa è possibile”, per la quale si devono raccogliere le firme per l’avvio dell’iter parlamentare. Chiude come sempre l’evento “Il Silenzio” l’assolo con la tromba intonato da Franco Ceretta. Athos De Luca poi congeda tutti auspicando che l’anno prossimo sia migliore, ci sia la Pace e invita a impegnarsi per il disarmo. Dopo poco più di un’ora l’impressione è di una cerimonia meno commovente, più energica, con più rimandi comuni. WILPF (Women's International League for Peace and Freedom)
August 6, 2026
Pressenza
Amnesty International: “India-Israele, rischio di complicità in crimini internazionali”
Il rapporto di Amnesty International divulgato oggi, 30 luglio, rivela che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti fabbricate in India sono state consegnate a grandi aziende israeliane fornitrici dell’esercito della propria nazione. Il rapporto “Made in India” descrive la stretta e vantaggiosa partnership tra il governo indiano e il settore della difesa israeliano: una collaborazione che ha reso lo stato asiatico un importante elemento della catena di forniture di armi e munizioni a sostegno delle operazioni militari dell’esercito di Israele. L’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato che il continuo invio di materiale che potrebbe essere usato da Israele nel genocidio, tuttora in corso, contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata, rischia di rendere le autorità indiane complici di tale genocidio. Attraverso l’uso di dati commerciali relativi alle spedizioni tra India e Israele, Amnesty International ha verificato che armi, munizioni, parti di ricambio e componenti made in India sono state spedite a grandi aziende israeliane che riforniscono l’esercito. Tra le aziende indiane figurano alcune che sono direttamente possedute e controllate dallo stato: “Non solo il governo indiano non ha controllato, come avrebbe dovuto ai sensi del diritto internazionale, le esportazioni di armi a Israele da parte di aziende private ma ha anche rafforzato la sua partnership in materia di difesa con lo stato israeliano”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Alla luce delle misure cautelari ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha riconosciuto il rischio di genocidio ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, le autorità indiane non possono credibilmente affermare di ignorare che, continuando ad autorizzare e a facilitare i trasferimenti di armi a Israele, stanno assumendo il rischio concreto di contribuire a gravi violazioni dei diritti umani – ha aggiunto Callamard – Mentre l’esercito israeliano stava infliggendo morte, distruzione e sofferenza su scala massiccia alla popolazione palestinese, le aziende indiane hanno continuato a fare profitti fornendo componenti e munizioni al settore della difesa israeliano”. “Il governo indiano deve cessare immediatamente di autorizzare esportazioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti a Israele e deve assicurare che le aziende che operano sotto la sua giurisdizione non contribuiscano a crimini di diritto internazionale – ha precisato Callamard – Tutte le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani nelle loro attività globali, compresa quella di adottare misure preventive, rigide e commisurate al livello di rischio, per assicurare che i loro prodotti non siano coinvolti in violazioni del diritto internazionale”. Le ricerche di Amnesty International hanno analizzato 2596 spedizioni di armi, munizioni, parti di ricambio e componenti inviate dall’India a Israele a partire dal 7 ottobre 2023. Dai dati emerge che le aziende indiane hanno spedito ad aziende israeliane fornitrici dirette dell’esercito almeno 390.516 parti di ricambio per piccole armi a uso militare, 564.970 parti di ricambio per ordigni esplosivi (come testate per droni, involucri per proiettili d’artiglieria e altro ancora) e 298 componenti per veicoli militari. Amnesty International ha escluso sistematicamente dalla sua analisi i dati riguardanti spedizioni che potevano essere destinate a un uso civile e quelli relativi ad armi, munizioni e parti di ricambio probabilmente usate per la tecnologia difensiva antimissile, con cui spesso la popolazione civile israeliana viene protetta da attacchi indiscriminati. Dall’esame del quadro giuridico nazionale sui trasferimenti di armi in relazione alle norme e agli standard internazionali sono emerse importanti carenze, come l’inadeguata trasparenza delle procedure relative alle esportazioni e la mancanza di un esplicito riferimento alla diligenza dovuta in materia di diritti umani per impedire che prodotti militari siano usati in violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario. Nell’aprile 2013, in occasione dell’adozione del Trattato sul commercio di armi, l’India si astenne e da allora non l’ha mai firmato né ha depositato gli strumenti di accessione. Farlo sarebbe il primo passo per mettere sotto controllo le esportazioni di armi. Ai sensi dei loro obblighi di rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario, a tutti gli stati è vietato trasferire o permettere ad aziende private di trasferire armi a una parte coinvolta in un conflitto armato – stato o attore non statale che sia – laddove vi sia il chiaro rischio che quel trasferimento possa contribuire alla commissione di violazioni del diritto internazionale umanitario. Quando le aziende e i loro dirigenti sono consapevoli della concreta possibilità che le armi da loro trasferite vengano usate per compiere crimini di diritto internazionale, può derivarne anche una responsabilità penale. A giugno e a luglio del 2026 Amnesty International ha scritto allo stato dell’India e a nove aziende menzionate nella sua ricerca, descrivendone le conclusioni. Al momento della pubblicazione, non aveva ricevuto alcuna risposta. Le armi identificate Dopo i crimini contro l’umanità commessi il 7 ottobre 2023 da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi durante gli attacchi nel territorio israeliano, Israele ha avviato una campagna brutale e distruttiva nella Striscia di Gaza che è arrivata a costituire un genocidio, tuttora in corso, e ha proseguito le sue operazioni militari e prassi illegali nella Cisgiordania, compreso il sostegno alla crescente violenza dei coloni. Il tutto, nel contesto di una decennale occupazione illegale del Territorio palestinese e di un sistema di apartheid nei confronti delle persone palestinesi. Israele ha potuto compiere questi crimini di diritto internazionale grazie alla pressoché ininterrotta fornitura di armi e munizioni da un certo numero di stati di primo piano, come Stati Uniti d’America e Germania, e al transito di armi verso Israele da stati come la Slovenia e la Francia. Amnesty International ha identificato le esportazioni indiane di armi, munizioni, parti di ricambio e accessori verso Israele coi codici 93+ e 8710+ ai sensi del Sistema di armonizzazione dei codici riconosciuto a livello internazionale. Il codice 93+ indica un’ampia categoria di prodotti che comprende la maggior parte di armi e munizioni, così come parti di ricambio e accessori. Il codice 8710+ comprende veicoli da combattimento e veicoli cingolati articolati e relative parti di ricambio. Amnesty International ha identificato almeno 2596 spedizioni di armi, parti di ricambio e munizioni dall’India verso Israele tra il 7 ottobre 2023 e il 30 novembre 2025: componenti per armi automatiche usate dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza; ordigni esplosivi inviati all’azienda israeliana Elbit Systems; testate esplosive per i “droni kamikaze” Skistricker simili a quelle identificate tra le macerie a Khan Younis, nella Striscia di Gaza; componenti per veicoli militari dirette ai principali fornitori dell’esercito israeliano. Amnesty International ritiene che alcune aziende indiane potrebbero rischiare di essere complici di crimini di diritto internazionale e di altre gravi violazioni dei diritti umani commesse da Israele. Tra le aziende esaminate figurano: PLR Systems Private Limited, che produce parti per armi automatiche ed è una joint venture tra Adani Defence & Aerospace e Israel Weapon Industries; Indo MIM Private Limited, che produce componenti per armi da fuoco; Kalyani Systems Private Limited, che produce ordigni esplosivi e loro involucri ed è una sussidiaria della Bharat Forge;  Munitions India Limited, di proprietà statale, che produce ordigni a elevata capacità esplosiva; e Alpha Elsec Defence & Aerospace Systems Private Limited, che produce testate esplosive ed è una joint venture tra Alpha Design Technologies ed Elbit Systems. Tra le aziende israeliane che hanno ordinato e ricevuto materiale vi sono Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems Ltd e Israel Aerospace Industries Ltd, note per il loro contributo alle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte di Israele. Nel 2025 Amnesty International ha chiesto a tutti gli stati e a tutte le aziende private di cessare ogni attività con quelle aziende o avrebbero “rischiato complicità nel crimine contro l’umanità di apartheid, nel genocidio e in altri crimini di diritto internazionale”. Amnesty International chiede da tempo un embargo totale sulle armi a Israele che comprenda la fornitura diretta o indiretta, la vendita o il trasferimento di armi e materiale militare, comprese tecnologia collegata, parti di ricambio e componenti, assistenza tecnica, formazione, assistenza finanziaria o di altro tipo fino a quando le aziende interessate non potranno dimostrare che non stanno contribuendo all’occupazione illegale israeliana o ai crimini di diritto internazionale israeliani. Lo stato dell’India e le aziende indiane che forniscono a Israele armi, munizioni, parti di ricambio e componenti dovranno cessare immediatamente ogni trasferimento: “Permettendo consapevolmente i trasferimenti di armi a Israele, l’India sta chiaramente violando i suoi obblighi di prevenire il genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e di assicurare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra – sottolinea Callamard – Se un’azienda stabilisce che prodotti che ha venduto possono aver contribuito a violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, dovrà fornire o collaborare a fornire rimedi a ogni persona danneggiata da tali vendite”. https://www.amnesty.org/en/documents/asa20/1327/2026/en/ Amnesty International
July 30, 2026
Pressenza
L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo
Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini. La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle […] L'articolo L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
Corea del Sud: libertà di coscienza e umanità nel caso Lee Man-hee
Il procedimento giudiziario che coinvolge Lee Man-hee, fondatore della Chiesa di Shincheonji, continua a suscitare attenzione in Corea del Sud e all’estero. Il leader religioso, oggi novantacinquenne, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ipotizza un coinvolgimento organizzato di membri della comunità religiosa in attività politiche tra il 2021 e il 2024. Le autorità coreane ritengono che possano essere state violate le norme che regolano il rapporto tra organizzazioni religiose e attività politica; la comunità di Shincheonji respinge le accuse e sostiene che i fedeli abbiano agito liberamente, esercitando i propri diritti civili. Sarà la magistratura a stabilire se siano stati commessi reati. Al tempo stesso, la vicenda richiama principi che riguardano ogni società democratica. Ogni persona deve poter scegliere liberamente se credere o non credere, aderire o meno a una comunità religiosa, sostenere un partito politico o partecipare alla vita pubblica secondo la propria coscienza. La libertà di coscienza e la libertà di associazione costituiscono diritti fondamentali che meritano la massima tutela. Accanto alla legittima esigenza dello Stato di garantire il rispetto della legge, emerge anche un’esigenza di umanità. Considerata l’età di Lee Man-hee, 95 anni, e in assenza di una condanna definitiva, la prosecuzione della detenzione solleva interrogativi sul principio di proporzionalità. In molti ordinamenti democratici, situazioni analoghe vengono affrontate, quando possibile, attraverso misure meno restrittive, che consentono di proseguire le indagini senza rinunciare al rispetto della dignità della persona. Lee Man-hee è conosciuto a livello internazionale soprattutto per il suo costante impegno pubblico a favore della pace, del dialogo tra le religioni e del superamento dei conflitti attraverso mezzi non violenti. Indipendentemente dall’esito del procedimento giudiziario, questo patrimonio di iniziative rappresenta un elemento significativo del suo percorso pubblico. Per questo motivo, una misura alternativa alla detenzione, che permetta alla giustizia di seguire il proprio corso nel pieno rispetto delle garanzie processuali, costituirebbe un segnale di equilibrio e di fiducia nello Stato di diritto. Una democrazia dimostra infatti la propria maturità quando riesce a coniugare l’applicazione della legge con il rispetto della dignità umana e della libertà di coscienza. Fonti: https://www.jonghapnews.com/news/articleView.html?idxno=486547 https://www.job-post.co.kr/news/articleView.html?idxno=219473 https://www.nbntv.kr/news/articleView.html?idxno=340391 https://www.chungnamilbo.co.kr/news/articleView.html?idxno=895907 https://www.yjb0802.com/news/articleView.html?idxno=59710 https://www.ijournalist.co.kr/news/articleView.html?idxno=8779 https://www.g-enews.com/article/General-News/2026/06/2026062800432342219ae5042aca_1 https://www.wooriilbo.com/news/article.html?no=101040# > A 95-Year-Old Religious Leader in Custody: South Korea Crosses a Line Pressenza Praha
July 20, 2026
Pressenza
India: la marcia degli ‘scarafaggi’ e il ricovero forzato di Sonam Wangchuk
Stamattina, 20 luglio, migliaia di giovani aderenti al movimento Cockroach Janta Party a New Dehli hanno manifestato per chiedere le dimissioni del ministro dell’istruzione. L’intervento delle forze dell’ordine ha impedito loro di avvicinarsi alla sede del Parlamento indiano. Il leader degli ‘scarafaggi’, Abhijeet Dipke, è stato arrestato e il loro portavoce, Saurav Das, ha denunciato le autorità per le aggressioni subite dai manifestanti. “La folla a Jantar Mantar, luogo designato per le proteste a pochi chilometri dal Parlamento, era formata da studenti, professionisti e famiglie con bambini piccoli – riferisce AP – La polizia ha sparso gas lacrimogeni e caricato i manifestanti con i manganelli, dopo che questi avevano tentato di forzare le barricate di sicurezza che circondavano il luogo della protesta nel centro di Nuova Delhi”. AP spiega che il Cockroach Janta Party è “nato a maggio dopo che il presidente della Corte Suprema ha paragonato alcuni giovani disoccupati a degli scarafaggi“: i giovani si sono dati l’epiteto come proprio appellativo. “Il movimento ha preso slancio dopo che ripetute fughe di notizie riguardanti gli esami di ammissione per le facoltà di medicina e i posti di lavoro governativi hanno scatenato l’ira dell’opinione pubblica – precisa AP – Le proteste, diventate una rara sfida pubblica al governo nazionalista indù di Modi, giunto al suo terzo mandato, stanno raccogliendo il sostegno di partiti di opposizione, attivisti per i diritti umani e celebrità di Bollywood”. Evidenziando che gli scontri avvenuti stamane sono stati intensi, i più cruenti da quando è iniziata la rivolta degli ‘scarafaggi‘ contro il governo Modi,  AP riporta che la tensione era stata esacerbata poiché “sabato la polizia ha trasferito con la forza in ospedale l’attivista in sciopero della fame Sonam Wangchuk”. Dichiarando che se ai manifestanti fosse stato permesso di raggiungere il Parlamento lui avrebbe interrotto lo sciopero della fame, Sonam Wangchuk aveva chiesto il permesso di uscire dall’ospedale per unirsi alla marcia degli ‘scarafaggi’. L’ingegnere ecologista fondatore nel 1988 dello Students’ Educational and Cultural Movement of Ladakh (SECMOL) e nel 2017 dello Himalayan Institute of Alternatives Ladakh (HIAL), che protesta digiunando dal 28 giugno scorso, sabato era stato prelevato e condotto in ospedale. Oggi sua moglie, Gitanjali J Angmo, ha presentato ricorso all’Alta Corte di New Delhi per impugnare l’ordinanza con cui al marito è stato imposto il ricovero forzato, un intervento che lei e i legali che l’assistono ritengono illegittimo poiché eseguito senza mandato d’arresto e in violazione dei diritti della persona a disporre liberamente riguardo a cure e terapie mediche cui sottoporsi. Il Cockroach Janta Party, che si autodefinisce “un progetto comunitario indipendente di satira e impegno civico” e ha assunto la ‘forma’ di un partito politico, di cui ricalca il linguaggio e i rituali e cerimoniali senza però averne la struttura, aggrega aderenti e sostenitori nella protesta a rivendicazione dei diritti civili dei cittadini indiani e, specificatamente, di cinque istanze: “Ognuna di esse – riforma giudiziaria, procedure elettorali che garantiscono la rappresentanza, assegnazione del 50% dei seggi parlamentari alle donne, lotta contro l’asservimento dei media al governo (Godi media), lotta contro gli effetti del cambiamento di partito – rappresenta una posizione politica concreta che un ‘vero’ partito [degli scarafaggi] sosterrebbe”.   Maddalena Brunasti
July 20, 2026
Pressenza