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ONDA ANOMALA: ITALIA CONTROCORRENTE SU RINNOVABILI E CONSUMO DEL SUOLO
“Onda Anomala” notizie eventi e movimenti dal clima che cambia, trasmissione quindicinale in onda il martedi alle 18.45 all’interno della “Cassetta degli attrezzi” e in replica il giorno seguente alle 6.30. Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo. Il 7 ottobre il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la proposta di Piano di ripristino della natura (Pnr). La bozza del piano, presentata in ritardo dal Ministero dell’Ambiente (MASE) alla Commissione Europea, ha subito pesanti modifiche: ben 15 delle 23 misure inizialmente proposte dall’ISPRA sono state completamente cancellate, con un drastico indebolimento dei vincoli ecologici, specialmente nelle aree urbane. Su questo abbiamo raccolto l’analisi di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale al Politecnico di Milano ed editorialista di Altreconomia.Ascolta o scarica  Quali in particolare le modifiche contestate? L’analisi si concentra in particolare sull’Articolo 8, relativo al ripristino degli ecosistemi urbani: molte disposizioni vincolanti sono state declassate a semplici suggerimenti, trasformando i verbi legali da “devono” a “possono” o “si auspica”. Quello che era inizialmente una depavimentazione obbligatoria, vale a dire misure stringenti che miravano a rimuovere l’asfalto e il cemento per restituire suolo alla natura (ad esempio nei cortili scolastici) sono state ridotte a “deimpermeabilizzazioni” facoltative. Pileri evidenzia come questo forte ridimensionamento sia nato anche dal pressing dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e dei costruttori, preoccupati che l’introduzione di nuovi vincoli potesse bloccare i piani urbanistici esistenti e le trasformazioni edilizie già consolidate. Pileri definisce questa scelta “antistorica”. Senza misure vincolanti di depavimentazione e tutela del suolo, i 2.761 Comuni italiani coinvolti si troveranno privati di uno scudo legale per respingere le speculazioni dei privati e saranno esponenzialmente più vulnerabili ai danni economici e idrogeologici causati dagli eventi climatici estremi. Italia controcorrente anche sulle rinnovabili: mentre a livello globale aumentano i sussidi alle rinnovabili SACE alimenta gli extra-profitti fossili. Come? Ce lo spiega Simone Ogno di ReCommon. Ascolta o scarica  Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva uno studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil\&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese Total Energiese. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e anche Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. In sostanza invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto. Onda Anomala: Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo Ascolta o scarica 
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
UE “congelata” sul prezzo del gas
I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo. Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che […] L'articolo UE “congelata” sul prezzo del gas su Contropiano.
October 16, 2026
Contropiano
Il gas del Qatar che arriva in Italia parte dal Texas
Lo scorso 11 settembre, Reuters ha rivelato che QatarEnergy, principale azienda petrolifera e del gas statale di Doha, sta trattando con vari produttori statunitensi contratti pluriennali di gas naturale liquefatto (GNL) fino al 2031. Due delle tre fonti dell’agenzia indicano tra gli interlocutori Venture Global, Cheniere e Woodside; il braccio di trading della compagnia qatariota cerca tra i due e i tre milioni di tonnellate l’anno. In precedenza QatarEnergy aveva acquistato decine di carichi americani sul mercato spot(a breve termine), mentre adesso punta a contratti di lungo periodo. Il secondo esportatore di GNL del mondo, il Qatar, si mette così in fila per comprare dal primo, gli Usa. foto devopstom, CC BY-SA 2.0 Il motivo è noto. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, a marzo QatarEnergy ha fermato la produzione, e il 18 marzo i missili iraniani hanno colpito Ras Laffan, la principale zona industriale del Qatar per la produzione e l’esportazione di gas naturale liquefatto. Due dei quattordici treni di liquefazione e un impianto gas-to-liquids (GTL) hanno subito danni, per 12,8 milioni di tonnellate l’anno, circa il 17% della capacità di esportazione del Qatar. A New York, il 20 settembre, l’amministratore delegato Saad al-Kaabi ha spiegato che riparare i due treni richiederà tre anni, mentre l’impianto GTL dovrebbe tornare in funzione nel primo trimestre del 2027. Dallo scorso marzo, QatarEnergy ha notificato ai propri clienti l’impossibilità di adempiere ai propri impegni causa “forza maggiore”. Fino a fine agosto il Qatar aveva esportato appena 18 carichi di GNL, a fronte dei 509 dello stesso periodo dell’anno precedente. A riempire il vuoto sono gli Stati Uniti. Nel primo trimestre del 2026, secondo il think tank indipendente statunitense IEEFA, il 63% del GNL importato dall’Europa è arrivato da lì, e sull’intero anno la quota salirà a due terzi; entro il 2028 potrebbe toccare l’80% delle importazioni di GNL dell’Unione. IEEFA prevede che quest’anno gli Stati Uniti supereranno la Norvegia come primo fornitore di gas dell’Europa, ed è, in media, il gas più caro per gli acquirenti europei. Questa è la storia che si racconta da mesi: l’Europa sostituisce il gas qatariota con quello americano. Quello che non si racconta è che anche il Qatar sta facendo lo stesso. A Sabine Pass, in Texas, sorge l’impianto di liquefazione Golden Pass da circa 18 milioni di tonnellate l’anno a regime, posseduto al 70% da QatarEnergy e al 30% da ExxonMobil. La decisione finale di investimento risale al 2019, per oltre dieci miliardi di dollari, più di otto dei quali messi dal Qatar. I due soci l’hanno finanziato con i propri bilanci, senza contratti di vendita già firmati. Il primo GNL è stato prodotto da Golden Pass lo scorso 30 marzo, mentre la prima nave è stata caricata il 22 aprile. L’ad di QatarEnergy al-Kaabi ha affermato che il secondo e il terzo treno saranno pienamente operativi nel 2027. Come si può immaginare visto l’assetto societario, a QatarEnergy Trading spetta il 70% della produzione. In Italia, al largo di Porto Levante, nel Rodigino, il terminale Adriatic LNG riceve dal 2009 il GNL destinato a Edison nell’ambito del contratto venticinquennale con Qatar Energy:  6,4 miliardi di metri cubi l’anno, circa il 10% dei consumi italiani, e oltre quattro quinti del portafoglio GNL di lungo periodo di Edison. Quel contratto è sotto forza maggiore da aprile. Il 28 settembre Edison ha comunicato che QatarEnergy cancellerà altri sei carichi: le consegne mancate salgono così a 35, e fino all’inizio di dicembre non arriverà nulla. Fin da aprile Edison ha detto di stare sostituendo quei volumi soprattutto con GNL statunitense; al 30 giugno aveva rimpiazzato 14 dei 21 carichi cancellati fino ad allora. I numeri del terminal lo dimostrano: nel primo semestre ad Adriatic LNG sono arrivate 41 metaniere, 28 dagli Stati Uniti e 13 dal Qatar, a detta della stessa Edison. Su scala nazionale, secondo i dati Snam, dei 113 carichi di GNL arrivati in Italia tra gennaio e giugno 70 venivano dagli Stati Uniti, il 62%, contro il 47% dello stesso periodo del 2025. Reuters scriveva ad aprile che da giugno i carichi di Golden Pass avrebbero cominciato ad arrivare ad Adriatic LNG. Il primo carico di Golden Pass di cui si è avuta notizia in Italia è sbarcato a luglio a Piombino, al rigassificatore di Snam, che ne ha confermato la provenienza: stando a Shipping Italy, QatarEnergy ha usato uno slot previsto per un carico di altra origine, nell’ambito di un contratto di lungo periodo. Così il cerchio si chiude. Il gas che il Qatar non riesce a far uscire dal Golfo viene consegnato all’Italia sotto forma di quello che produce in Texas. Una normale dinamica di mercato, che però manda in pezzi la parola su cui si regge tutta la retorica italiana degli ultimi quattro anni, la diversificazione. Diversificare significa che l’interruzione di una fornitura non mette in crisi il sistema. Sul GNL è accaduto l’opposto: in pochi mesi gli arrivi italiani si sono spostati verso un unico fornitore alternativo per effetto di un singolo evento in un singolo paese. Inoltre quel fornitore è anche il più caro e a sua volta rifornisce il fornitore “in sospeso”. L’esposizione geopolitica non è stata ridotta, ma cambiata di indirizzo e concentrata. Nell’accordo commerciale con Washington, nel luglio 2025, l’Unione europea si era impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia americana in tre anni.. Diversi analisti l’avevano definito irrealizzabile ma ciò che un accordo commerciale poteva difficilmente raggiungere la guerra lo sta ottenendo per via di mercato. Il GNL statunitense si sta prendendo la quota di mercato europea che la diplomazia commerciale non era riuscita a procurargli, con prezzi più che raddoppiati per chi compra. Il Qatar, che di quella quota era il concorrente, oggi la alimenta, con gli acquisti dai produttori americani e con il proprio impianto in Texas. A luglio, l’Italia è diventata il primo importatore di GNL d’Europa. Il gas che arriva nei suoi terminal proviene sempre più da un solo paese, quello che lo vende più caro. E quando arriva dal Qatar, ormai, proviene dal Texas. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE --------------------------------------------------------------------------------
October 12, 2026
ReCommon
Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio
La folle dipendenza dell’Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo. La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington. […] L'articolo Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio su Contropiano.
October 10, 2026
Contropiano
2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia frenata dalle fossili L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.   IL PERCORSO: UN PIANO 100% RINNOVABILE AL 2045 L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme: 1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva. 2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili. 3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali. 4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali. 5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato. Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere. UN ASSE STRATEGICO PER IL PAESE Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.  > In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero > confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere > posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per > le grandi aziende energetiche pubbliche.  Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.   UNA SCELTA CHE CONVIENE La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo. ____ FEDERICO MARIA BUTERA (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. 1/ ITALIA 100% RINNOVABILE ENTRO IL 2045, UN OBIETTIVO INDIFFERIBILE, ANCHE PER LE PRIMARIE. «IL CLIMA STA PRECIPITANDO»   Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione. UN TUNNEL GEOPOLITICO PERICOLOSO Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.   LE FONTI RINNOVABILI AMBASCIATRICI DI PACE Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile. LA LEZIONE DELLA GERMANIA Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere. ___________ (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI.   > 2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche > per le primarie. «Il clima sta precipitando» Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
Libano. Israele punta a prendersi acqua, terre fertili e il gas nel mare
Nella settimana di visita nei campi profughi palestinesi per la commemorazione dell’eccidio di Sabra e Chatila, del 1982, con la delegazione dell’associazione Per non dimenticare ODV, ci siamo recati anche nel sud del Libano in particolare a Sidone e Tiro. Durante gli spostamenti da un sito all’altro abbiamo avuto l’opportunità […] L'articolo Libano. Israele punta a prendersi acqua, terre fertili e il gas nel mare su Contropiano.
September 20, 2026
Contropiano
La guerra in Ucraina ha distrutto la Sassonia-Anhalt
Sull’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt si stanno facendo molte analisi e molte verranno fatte nei prossimi giorni. Io mi limito ad una lettura molto “strutturalista”. E’ un mio limite… L’impatto del conflitto russo-ucraino sull’economia della Sassonia-Anhalt ha assunto i connotati di una vera e propria frattura strutturale, agendo con una […] L'articolo La guerra in Ucraina ha distrutto la Sassonia-Anhalt su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
La metanizzazione della Sardegna avanza, iniziano gli espropri
DI PAOLA MATOVA La possibile metanizzazione della Sardegna va avanti, sebbene a piccoli passi. Formalmente autorizzato dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del settembre 2025 nell’ambito del progetto di “decarbonizzazione” della Sardegna, il piano prevede l’arrivo del gas naturale liquefatto GNL attraverso nuovi punti di approvvigionamento. L’elemento principale è il terminale previsto a Oristano, collegato a una nave rigassificatrice (FSRU), cui fa da sponda e una seconda possibile entrata da Porto Torres, con l’ipotesi di un ulteriore impianto di rigassificazione. All’interno di questo disegno rientra anche il gasdotto del Centro-Sud Sardegna, infrastruttura destinata a distribuire il gas lungo una parte significativa del territorio sardo.    Con l’avvio delle procedure sugli espropri, datato 15 maggio, il progetto del gasdotto del Centro-Sud Sardegna è entrato nella sua fase più concreta. L’opera, promossa da Enura, società controllata da Snam, prevede la realizzazione di oltre 300 chilometri di gasdotto tra rete nazionale e rete regionale, attraversando decine di comuni dall’Oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Dopo la scadenza dei termini per presentare osservazioni fissata lo scorso giugno, l’iter amministrativo prosegue ora verso l’imposizione delle servitù, le occupazioni temporanee e gli espropri dei terreni necessari alla costruzione dell’infrastruttura. Il provvedimento non indica un numero complessivo degli espropri, ma gli elenchi a disposizione comprendono centinaia di proprietari e un numero elevato di particelle catastali, entrambi elementi che confermano l’ampiezza dell’intervento. A sollevare le maggiori perplessità sono le modalità con cui i cittadini sono stati informati. La Regione ha scelto la procedura prevista per gli interventi che coinvolgono un numero elevato di destinatari e infatti l’avviso è stato pubblicato per venti giorni negli albi pretori dei Comuni interessati e sul sito istituzionale della Regione, senza una comunicazione diretta ai proprietari. Formalmente la procedura è conforme alla normativa, ma nella pratica molti cittadini potrebbero non essersi accorti in tempo che i propri terreni erano interessati, dovendo orientarsi in  pochi giorni tra lunghi elenchi catastali e una documentazione tecnica complessa per verificare la presenza delle proprie particelle ed eventualmente predisporre osservazioni.   E’ quanto mai singolare che si stia procedendo con l’acquisizione dei terreni mentre restano aperte le contestazioni sull’intero progetto di metanizzazione della Sardegna e sulla sua effettiva utilità alle comunità. Mentre il gasdotto procede verso una fase operativa, il quadro energetico e industriale che ne aveva sostenuto la pianificazione è profondamente cambiato. La prospettiva di utilizzare il gas come soluzione di transizione per accompagnare l’uscita dal carbone è oggi messa in discussione dalle nuove scelte nazionali in materia energetica (decreto bollette), che hanno modificato le tempistiche di dismissione delle centrali a carbone. Allo stesso tempo, diversi elementi indicano che la necessità futura di gas nell’isola potrebbe essere molto diverso da quello che ci dice Enura/Snam nel suo progetto. Un altro elemento controverso è proprio l’allacciamento previsto del gasdotto ad Eurallumina, che è ora oggetto di una specifica procedura di assoggettabilità alla Valutazione d’impatto Ambientale (VIA) sulla quale sono state presentate osservazioni critiche al Mase. Questa viene infatti valutata in un contesto in cui il principale utilizzatore industriale indicato da Enura/Snam come destinatario principale del gas è uno stabilimento fermo dal 2009. L’ipotesi di destinare una parte significativa della nuova infrastruttura al rilancio dell’impianto di produzione di Eurallumina appare estremamente rischioso. In tutto questo contesto Arera, l’autorità regolatrice dell’energia, ha recentemente espresso forti riserve sul piano di metanizzazione della Sardegna, chiedendo maggiore chiarezza su costi, benefici e prospettive di utilizzo delle infrastrutture previste. Arera ha evidenziato il rischio che nuovi investimenti possano risultare sovradimensionati rispetto alla futura domanda di gas, con conseguenti effetti sulle tariffe energetiche. Una valutazione che mette in forte discussione la necessità di realizzare nuove opere fossili
July 20, 2026
ReCommon
LA RIPRESA DELLA GUERRA USA ALL’IRAN SPINGE UNA NUOVA IMPENNATA DEI PREZZI
L’aggressione imperialista Usa all’Iran, ormai, è ripresa a tutti gli effetti. Il presidente Usa Trump lo ha annunciato anche al Congresso di Washington: “Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz” e presto anche “l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain”, ha detto davanti ai deputati. Il tycoon ha annunciato poi che giovedì sera, 16 luglio, terrà un discorso alla nazione. Dal Golfo, intanto, da Abu Dhabi comunicano che missili iraniani hanno colpito due petroliere emiratine nello Stretto, causando un morto e 8 feriti. Teheran, invece, afferma di aver colpito strutture militari statunitensi in Bahrein e Giordania. Amman afferma di aver abbattuto 4 missili iraniani nel propri spazio aereo. Il commento di Siamak, attivista iraniano e parte del Collettivo Rivoluzionario Jina. Ascolta o scarica. La ripresa della guerra imperialista sta già causando una nuova impennata dei prezzi che avrà, un’altra volta, pesanti ripercussioni sulle tasche di lavoratori e lavoratrici. Il future sul gas naturale scambiato ad Amsterdam sale del 3,16%, 52,9 euro al Megawattora, sui massimi degli ultimi tre mesi. Il metano è ai massimi da maggio. Sale di nuovo anche il petrolio. Nella serata di lunedì 13 luglio il greggio ha superato i 75 dollari al barile. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato con l’economista Francesco Schettino, docente all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ascolta o scarica
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto