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La crisi di Hormuz rafforza gli Stati Uniti e lascia l’Europa col fiato sul collo
Il blocco dello stretto di Hormuz, causato dall’escalation militare seguita agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta mandando in pezzi la sicurezza energetica europea. Da lì, infatti, passa circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) e una quota significativa del GNL che arriva nei terminal europei, soprattutto dal Qatar, attraversa proprio il passaggio marittimo tra Iran e Oman. Non è un dettaglio marginale neppure per l’Italia. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si recò in Qatar insieme all’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi per negoziare nuovi accordi di fornitura di GNL destinati a garantire la “sicurezza energetica” del Paese. Oggi il Qatar resta uno dei pilastri di questo sistema: nel 2025 il GNL ha coperto circa un terzo dei consumi italiani di gas, e circa il 24% del GNL importato in Italia proviene dal Qatar. Non a caso, la compagnia statale QatarEnergy ha appena dichiarato la “force majeure” su alcune forniture di GNL dopo attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese, una clausola che consente di sospendere temporaneamente le consegne e che riguarda anche i contratti di lungo periodo con compagnie europee, tra cui ENI. Secondo una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), una chiusura dello stretto potrebbe mettere a rischio circa il 10% delle importazioni europee di GNL. I mercati del gas reagiscono in tempo reale a queste dinamiche. Negli ultimi giorni i prezzi del gas europeo sono schizzati alle stelle, riaccendendo i timori di una nuova fase di volatilità energetica. Per paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come l’Italia, questo significa una prospettiva molto concreta: instabilità dei prezzi, con costi più alti per imprese e famiglie e il rischio che le bollette tornino a salire. La crisi nel Golfo Persico non riguarda solo il Medio Oriente. Rivela qualcosa di più profondo: la fragilità della strategia energetica europea degli ultimi anni. Non è la prima volta che accade. È già successo con la guerra in Ucraina e i suoi effetti sul mercato energetico europeo. Dopo il 2022, il Vecchio Continente ha costruito nuovi terminal di rigassificazione e ha aumentato massicciamente le importazioni di gas naturale liquefatto. Questa strategia ha permesso all’Europa di superare lo shock energetico iniziale e di diversificare le forniture. Ma ha anche prodotto una nuova realtà: la dipendenza energetica non è scomparsa, si è semplicemente spostata. E qui entrano di nuovo in ballo gli Stati Uniti che oggi sono diventati il principale fornitore di GNL dell’Unione Europea. Nel secondo trimestre del 2025 hanno coperto circa il 27% di tutte le importazioni di gas europee e circa il 58% del gas liquefatto importato dal continente. Secondo diverse analisi, se le tendenze attuali continueranno, entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero arrivare a fornire tra il 75 e l’80% del GNL importato dall’Europa. In altre parole, la dipendenza energetica europea non è finita. Ha cambiato direzione. Il gas liquefatto viene spesso presentato come una soluzione che garantisce sicurezza e flessibilità. Ma in realtà lega l’Europa a un mercato globale molto più volatile. A differenza dei gasdotti, il GNL è una commodity globale: le navi metaniere vanno dove il prezzo è più alto. In caso di tensioni internazionali, Europa e Asia competono per gli stessi carichi. Il risultato è un sistema energetico in cui i prezzi possono cambiare drasticamente nel giro di pochi giorni. Come osserva Seb Kennedy in un’analisi pubblicata da Energy Flux, “Questa guerra è una manna per gli esportatori di GNL statunitensi e una catastrofe per tutti gli altri.” Ogni shock geopolitico nel mercato globale del gas tende oggi a rafforzare la posizione degli Stati Uniti come fornitore dominante. Più aumenta l’incertezza su altri produttori o su alcune rotte marittime, più il GNL americano diventa centrale per l’equilibrio del sistema. Questo rafforza il peso geopolitico degli Stati Uniti nel sistema energetico globale. Per l’Europa, invece, significa entrare in un sistema molto più instabile, esposto alle crisi geopolitiche, alla competizione con l’Asia per gli stessi carichi di GNL e alla volatilità dei mercati. L’Italia è pienamente inserita in questa nuova geografia energetica. Non a caso, nelle ore successive all’attacco statunitense contro l’Iran, il governo italiano ha convocato immediatamente ENI e Snam per valutare possibili contromisure e monitorare l’impatto sul sistema energetico nazionale. Su queste contromisure, tuttavia, si sa molto poco: nessun dettaglio è stato reso pubblico su quali scenari siano stati discussi e su quali strumenti il governo intenda utilizzare. ENI ha firmato nel 2025 un contratto ventennale con la società statunitense Venture Global per l’acquisto di circa due milioni di tonnellate di GNL all’anno. Snam gestisce gran parte delle infrastrutture di trasporto e rigassificazione che permettono l’arrivo di questi carichi nel Paese. Dietro c’è anche la finanza italiana: Intesa Sanpaolo è tra le principali banche europee coinvolte nel finanziamento di nuovi progetti GNL negli Stati Uniti, con miliardi di dollari destinati negli ultimi anni allo sviluppo di nuovi terminal. Il risultato è che una parte crescente del sistema energetico europeo, e italiano, è ormai legata all’espansione del gas liquefatto statunitense. La narrativa della “liberazione dal gas russo” ha quindi nascosto un paradosso: l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti russi con una dipendenza da un mercato globale molto più instabile, in cui rotte marittime, conflitti regionali e competizione tra continenti possono ridisegnare gli equilibri nel giro di poche settimane. I “vincitori” di questa partita sono le grandi compagnie fossili che continuano a beneficiare dell’instabilità geopolitica. Le crisi energetiche, come si è visto già nel 2022, si traducono spesso in profitti straordinari per i produttori di petrolio e gas. Un paradosso che rende ancora più evidente il nodo politico della questione energetica europea.
March 9, 2026
ReCommon
Argentina, tutto il gas che fa gola all’Italia
pubblicato su Il Manifesto il 12 febbraio 2026 La nostra relazione con il mare non è sporadica, ci conviviamo». Biologa marina, da più di quarant’anni Raquel Perier «convive» con il Golfo San Matías nella Patagonia settentrionale argentina, battendosi per la sua salvaguardia sia dentro i laboratori che per le strade. Negli anni ‘90, le comunità di San Antonio Oeste e Las Grutas si levarono contro la costruzione di un oleodotto. Una mobilitazione che nel 1999 non portò solo alla cancellazione dell’opera, ma anche all’approvazione della legge 3308 della provincia di Río Negro, che vietava la presenza nel golfo di infrastrutture per l’energia fossile. Un divieto, però, che non è più in essere. A settembre 2022, la legge 3308 è stata infatti modificata per permettere la realizzazione di vari progetti legati allo sfruttamento di petrolio e gas, prevalentemente estratti nella formazione geologica di Vaca Muerta, nella provincia limitrofa di Neuquén. L’AFFOSSAMENTO DELLA LEGGE 33 08 è stata la precondizione all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il RIGI è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo. Congiuntamente agli efferati tagli alla spesa pubblica, il RIGI è il fiore all’occhiello della strategia economica del presidente argentino Javier Milei, con l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio per il 2026 e ridurre il debito sovrano. Una vera e propria «terapia d’urto». MILLE CHILOMETRI A SUD DI BUENOS AIRES, la città di Viedma ospita l’assemblea Multisectorial Comarca Marítima Viedma Patagones. Quando il confronto vira sulle conseguenze di un potenziale incidente a una delle infrastrutture energetiche previste nella provincia di Río Negro, c’è chi si fa il segno della croce. «Non saremmo preparate. La sanità pubblica della provincia è al collasso, soprattutto quella d’emergenza. Il solo ospedale pubblico attrezzato è quello di Viedma, e se ciò non bastasse non ci sono abbastanza ambulanze né sufficiente personale medico». Una manifestazione di protesta contro il progetto Argentina LNG – foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon A PARLARE È MARISA ALBANO dell’Asociación Sindical de Salud Pública de Río Negro (ASSPUR), sindacato che difende i diritti di chi lavora nel settore sanitario. Il RIGI sta accelerando la riconversione della matrice produttiva della provincia da agricola e basata sulla pesca a petrolifera e mineraria, conseguenza della «terapia d’urto» di Milei. All’orizzonte si stagliano 6 unità galleggianti per la liquefazione e l’export di gas (FLNG), parte del più ampio progetto Argentina LNG. L’iniziativa è guidata da YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di dollari, il mega-progetto si pone l’obiettivo di espandere la produzione di idrocarburi a Vaca Muerta – seconda riserva di gas di scisto al mondo – e orientarla all’export. IL GAS DI VACA MUERTA E’ PRODOTTO prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. «A Paso Córdoba (area di Vaca Muerta, ndr) l’acqua sgorga già contaminata dal petrolio. Là si producono le rinomate pere argentine che poi vengono esportate in tutto il mondo, anche in Italia», commenta Marisa. NEI GIORNI 11 E 12 FEBBRAIO 2024 si è tenuto a Roma il primo incontro ufficiale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Milei. La premier non ha lesinato commenti positivi per l’esito del meeting. Il 20 novembre dello stesso anno è arrivato il momento di ricambiare la cortesia istituzionale, con l’annuncio del «Piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina». Firmato il 6 giugno 2025, il Piano dedica ampio spazio allo sfruttamento di Vaca Muerta. Una nota a pie’ pagina precisa che «l’accordo raggiunto tra YPF ed ENI nell’aprile di quest’anno può valere come esempio di interesse strategico di entrambi i governi». COME SOVENTE ACCADE, LA PRINCIPALE multinazionale energetica italiana fa da apripista e il governo segue. Il riferimento è al memorandum firmato il 14 aprile 2025 tra ENI e YPF per valutare la partecipazione del Cane a sei zampe in Argentina LNG. È così che, contestualmente alla firma del Piano italo-argentino, ENI e YPF siglano l’accordo per Argentina LNG «per le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di LNG all’anno». IN UN PAESE ECONOMICAMENTE FRAGILE come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata si muova senza forti rassicurazioni pubbliche. È qui che entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione. Quella italiana è SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. L’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. PER MOLTI ANNI L’OPERATIVA DI SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma il RIGI e l’affinità politica tra Roma e Buenos Aires hanno cambiato le carte in tavola, con incontri d’affari presenziati dall’agenzia italiana già dal 2024. Molto spesso all’ordine del giorno c’era lo sfruttamento di Vaca Muerta. Uno dei tratti distintivi delle zone di sacrificio è la violenza sulle persone, spesso esercitata attraverso la militarizzazione dei territori interessati dai mega-progetti. Argentina LNG non sembra fare eccezione. QUANDO ARRIVO’ IL MOMENTO delle consultazioni pubbliche relative alla Fase I del progetto «San Antonio Oeste è stata militarizzata, con l’intento di scoraggiare la partecipazione pubblica», racconta Fabricio Di Giacomo, membro della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. «La presenza poliziesca era massiccia. Alcuni poliziotti erano vestiti di nero e portavano grosse armi a tracolla, come se fossero un reparto speciale. Li vedevi in due sulle moto, pronti ad avvicinarsi a ogni persona che arrivava per la consultazione». LE CONSULTAZIONI PER LA FASE III in cui è coinvolta ENI devono ancora tenersi. All’estremità meridionale del Golfo San Matías si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità Unesco per l’unicità dell’habitat e la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le sei unità galleggianti per il gas corrisponde a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Le unità galleggianti occupano una superficie già di per sé molto ampia, a ciò bisogna aggiungere luci artificiali e rumori h24. La conformazione particolare del golfo porta a una circolazione delle correnti di tipo semi- chiuso. Ciò significa che, in caso di incidenti, gli agenti inquinanti stazionerebbero nelle sue acque per molto tempo», aggiunge Perier. LA TRASFORMAZIONE DI RIO NEGRO e Chubut può porre fine all’identità, come racconta Fernando Ledesma, della Comunità Mapuche Tewelche Trawun Kutral: «Quando una persona è privata del suo territorio, è privata anche dei valori che il territorio trasmette. Siamo costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirci in città, perdendo le pratiche e i saperi trasmessi dai nostri avi». A ciò si aggiunge la repressione: «La nostra gente è accusata di terrorismo per il semplice fatto di difendere questi territori dall’estrattivismo». Gli fa eco Ana Dominguez, coordinatrice della campagna Golfo Azul Para Siempre, una rete di organizzazioni formali e di gruppi informali nata in difesa del golfo: «Spesso veniamo accusati di dire no a qualsiasi tipo di sviluppo. Non è così. Stiamo dicendo sì allo sviluppo che già esiste, alla vita che già esiste. ENI e SACE hanno un ruolo privilegiato. Devono interrompere quello che stanno facendo. SACE non dovrebbe sprecare i soldi della cittadinanza italiana in progetti che uccidono la nostra gente».
February 12, 2026
ReCommon
La rotta del gas Usa in Europa: perché Trump guarda ai Balcani
Il gas non è mai una semplice merce. Ovunque, è sempre stato una leva di potere, uno strumento di influenza politica e un vincolo strutturale nei rapporti tra Stati. Quello che cambia, di volta in volta, non è la logica, ma la geografia. Oggi una di queste geografie passa dai Balcani dove si sta costruendo una nuova rotta del gas pensata per ridurre la dipendenza dai flussi russi via pipeline, attraverso l’importazione di gas liquefatto via mare, con un ruolo crescente delle forniture statunitensi. Il punto di ingresso è la Grecia, che negli ultimi anni è stata trasformata in piattaforma energetica per il Sud-Est europeo. Non si tratta solo di diversificazione delle forniture. È un riassetto infrastrutturale e politico che ridisegna dipendenze, crea nuove rendite e lega il futuro energetico di intere regioni a contratti e impianti pensati per durare decenni. Il punto di snodo è Alexandroupolis, nel nord-est della Grecia. Il terminale galleggiante di rigassificazione (FSRU) di Alexandroupolis, sviluppato da Gastrade, è entrato in operazioni commerciali nell’ottobre 2024. Sulla carta, l’impianto dovrebbe rafforzare la sicurezza energetica del Sud-Est europeo, consentendo alla Grecia di diventare un hub regionale per il gas. In realtà, Alexandroupolis è prima di tutto un’infrastruttura strategica. Si trova in un’area rilevante dal punto di vista militare, lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Mar Nero, ed è da anni sostenuta politicamente dagli Stati Uniti come parte della strategia di rafforzamento della loro presenza economica e geopolitica nella regione. Il messaggio è semplice: controllare l’ingresso del gas significa condizionare gli equilibri politici dei Paesi che ne dipendono. Questo è quello che è stato confermato anche nel meeting ministeriale della Partnership for Transatlantic Energy Cooperation (P-TEC), un importante vertice internazionale dedicato all’energia tenutosi lo scorso autunno ad Atene. Al centro del confronto tra Stati Uniti, paesi europei e istituzioni UE c’era il ruolo della Grecia come piattaforma strategica per l’importazione e la redistribuzione del gas liquefatto verso il Sud-Est e l’Est Europa. Durante l’incontro, funzionari statunitensi ed europei hanno richiamato l’importanza dei terminali greci di gas naturale liquefatto (GNL) e del cosiddetto “corridoio verticale”, la direttrice infrastrutturale che dalla Grecia risale verso i Balcani, la Romania e, in prospettiva, l’Ucraina. La narrativa è quella ormai consolidata della sicurezza energetica e della riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma il contesto è chiaro: creare le condizioni politiche e infrastrutturali perché ilGNLstatunitense trovi uno sbocco stabile e di lungo periodo nei mercati europei. Il tassello principale per il gas che dall’altra parte dell’oceano approda ad Alexandroupolis è l’interconnettore Grecia–Bulgaria (IGB), operativo dal 2022, che permette alla Bulgaria di importare gas non russo sia dal Trans-Adriatic Pipeline (TAP) sia dai terminali GNL greci. Da lì, il disegno si estende verso Macedonia del Nord, Serbia e Balcani occidentali, con nuovi progetti di pipeline sostenuti anche da istituzioni europee e statunitensi. L’obiettivo dichiarato è la diversificazione. Il risultato concreto è la costruzione di una nuova dipendenza: infrastrutture costose, pensate per funzionare decenni, e mercati piccoli e politicamente fragili che vengono legati al gas liquefatto e ai suoi prezzi volatili. In prima fila a riservarsi un posto speciale in questo nuovo mercato troviamo Venture Global, uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nel novembre 2025 l’azienda ha annunciato un accordo ventennale con la società greca Atlantic-See LNG Trade S.A., presentandolo come un contributo alla sicurezza energetica dell’Europa centrale e orientale. Si tratta del primo contratto di lungo periodo della Grecia con un esportatore GNLstatunitense, con volumi indicativi intorno a 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2030.  Questa partita non riguarda solo la Grecia. L’Italia è coinvolta direttamente. Nel luglio 2025, ENI ha reso pubblica un’intesa ventennale con Venture Global per l’acquisto di circa 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL dal progetto CP2 in Louisiana, con avvio delle forniture entro la fine del decennio. È un segnale forte: i grandi operatori italiani stanno costruendo portafogli LNG di lungo periodo legati agli Stati Uniti, contribuendo a consolidare il ruolo di Venture Global come attore centrale nel mercato europeo. Sul piano infrastrutturale entra in gioco anche Snam. Snam fa parte del consorzio Senfluga (insieme a Enagás, Fluxys e Damco) che detiene il 66% di DESFA, il gestore della rete gas greca; il restante 34% è in mano allo Stato greco. DESFA detiene a sua volta una quota del 20% in Gastrade. Non si tratta quindi di un controllo diretto, ma di una catena di interessi che collega l’infrastruttura chiave di Alexandroupolis anche al sistema del gas italiano. Una catena che produce rendite, influenza e posizionamento strategico in un’area considerata sempre più centrale. Il ruolo di Washington è dichiarato. Funzionari e documenti statunitensi parlano apertamente della Grecia come “gateway” per l’energia verso il Sud-Est europeo e della necessità di sostituire il gas russo con forniture alternative, GNL in testa. Cambia il fornitore, non la logica, e a guadagnarne sono gli esportatori di gas, che ottengono contratti ventennali, ed i grandi operatori infrastrutturali, che monetizzano rigassificazione e transito. La “sicurezza energetica” diventa sicurezza della domanda per l’industria GNL statunitense.
February 9, 2026
ReCommon
CENTOCELLE HA CELEBRATO IL FUNERALE DEI BENI COMUNI
A Casale Falchetti la mobilitazione cittadina per lanciare una proposta di moratoria degli sfratti e degli sgomberi delle realtAi?? associazionistiche romane Il Comune non desiste dal piano di sgombero degli spazi sociali. La rigida e, forse, miope applicazione della Delibera 104 continua a mietere vittime fra associazioni e gruppi autogestiti che, a vario titolo occupano immobili comunali. Tutte quelle esperienze di aggregazione dal basso che negli anni hanno arricchito il panorama culturale romano creando, in completa autonomia, reti coese basate sulla condivisione di idee, stanno per essere azzerate. Il 20 febbraio A? stata una giornata di mobilitazione cittadina. In circa dieci municipi sono state organizzate una serie di iniziative per lanciare la proposta di una moratoria degli sfratti e degli sgomberi degli spazi non solo sociali ma anche abitativi. Lai??i??iniziativa che ha avuto luogo a Centocelle A? stata pensata come un vero e proprio funerale dei beni comuni: una bara, fiori, attivisti vestiti a lutto. Una coppia di trampolieri truccati nella migliore tradizione del dia de muertos, una fanfara ed una jazz band hanno completato il quadro. Lai??i??eccentrica assemblea, riunitasi presso il casale Falchetti sede del LSA 100celle, si A? spostata su tre punti caldi del quartiere: via Fontechiari davanti agli spazi del Contratto di quartiere Centocelle vecchia; il teatro tenda Nuovo Pianeta; lai??i??ex scuola Vespucci sgomberata nel 2014. Tre emblemi, secondo il coordinamento, del paradossale modus operandi dellai??i??amministrazione capitolina: da un lato luoghi pubblici abbandonati e non messi a profitto, secondo il gergo di mercato; dallai??i??altro spazi sociali da sgomberare perchAi?? non ne producono abbastanza. Il contratto di quartiere doveva riqualificare lai??i??autoparco comunale trasformandolo in una ludoteca, ricavandone spazi per servizi alla cittadinanza, una sala polifunzionale. Si aspetta da anni lai??i??agibilitAi?? per poterli consegnare al municipio. Quindi di fatto si tratta di una proprietAi?? comunale chiusa. Il Teatro Tenda si trova nellai??i??area del Parco Somaini. Oggi A? un altro spazio chiuso ed inutilizzabile senza lo sgombero delle macerie e dei rottami che insistono nellai??i??area. Lai??i??ex scuola Vespucci, occupata e poi sgomberata da 48 famiglie che avevano proposto un progetto di auto recupero dellai??i??immobile a spesa zero per il Comune. Oggi i locali sono vuoti e abbandonati. ai???Gli spazi sociali sono il tessuto vivo della cittAi?? ai??i?? si legge in un volantino distribuito durante la manifestazione ai??i?? Luoghi che resistono alla crisi attraversati da migliaia di persone. Luoghi che offrono unai??i??altra idea di cittAi??, di socialitAi??, di libertAi??, di servizi costruiti dal basso con il lavoro volontario e che spesso sono gratuiti o a prezzi popolari. Per questo ci sentiamo di gridare (che) non siamo a debito, ma siamo a creditoai???. Eai??i?? delle scorse settimane la notizia dellai??i??occupazione degli uffici del Dipartimento ai???Patrimonio, Sviluppo e Valorizzazioneai??? di Roma Capitale, esecutore materiale delle indicazioni contenute nella Delibera incriminata. A promuovere lai??i??azione, la rete degli spazi sociali romani estenuata dallai??i??impossibilitAi?? di interloquire con alcun membro dellai??i??amministrazione cittadina. Un atto che ha portato allai??i??incontro col Sub-Commissario al Patrimonio ed alla concessione di un nuovo incontro, in data da destinarsi, in cui tirare definitivamente le fila della situazione. http://www.fieradellest.it/centocelle-ha-celebrato-il-funerale-dei-beni-comuni/
March 11, 2016
LSA100celle
#RomaNonSiVende: Appello per una mobilitazione cittadina per il 19 Marzo
Da mesi un nuovo equilibrio si A? stabilito a Roma. Un equilibrio che supera le istituzioni democratiche e applica attraverso la gestione prefettizia le ricette decise dal governo Renzi e dall’Europa. Il Dup (Documento unico di Programmazione) firmato da Tronca A? un concentrato di queste misure: imposizione di tagli lineari, privatizzazione dei servizi, alienazione del patrimonio pubblico sacrificando sull’altare del debito di Roma Capitale i beni, gli spazi e i servizi pubblici della cittAi??. Un documento che lascia pochi margini di manovra a chi si candida a governare Roma e poche speranze ai romani sempre piA? privati di servizi essenziali. Il Dup rappresenta bene la gabbia di una cittAi?? incastrata fra una politica istituzionale clientelare e corrotta incarnata dalle giunte degli ultimi anni, e la trappola dell’obbedienza cieca al patto di stabilitAi??. Una gabbia che non lascia spazio alla democrazia, ma che al contrario traduce la fase di eccezionalitAi??, iniziata con Gabrielli a seguito dello scandalo di Mafia Capitale, in fase di normalizzazione dell’era Tronca. Il risultato A? una cittAi?? governata da un gruppo di prefetti i quali, protetti dalla loro veste di “tecnici”, hanno il compito di applicare il principio di austeritAi?? senza se e senza ma, sancendo la prioritAi?? dei vincoli di bilancio rispetto alla garanzia dei diritti fondamentali. L’imposizione incondizionata di sacrifici imposti ai lavoratori ed alle lavoratrici delle aziende partecipate di Roma Capitale con il conseguente blocco della contrattazione, le minacce di inutili privatizzazioni con contestuale licenziamento di migliaia di lavoratori precari come nel caso di educatrici, maestre, lavoratori dell’accoglienza e dei canili comunali, il lavoro notturno non piA? retribuito, la negazione sia del riconoscimento della clausola di salvaguardia sociale che l’accesso alla cassa integrazione sono gli esempi piA? lampanti della pericolosa precipitazione della gestione Tronca. Tutti ciA? mentre nello stesso DUP si certifica una carenza di personale pari ad 8.000 unitAi?? e gli organi di stampa conducono una campagna denigratoria nei confronti dei lavoratori capitolini, ATAC ed AMA in primis, tacciandoli di “fannullaggine”. Ma siamo certi che la cittAi?? sia d’accordo con questa linea? E’ davvero inevitabile sacrificare servizi e diritti conquistati in anni di lotte, per gettare qualche moneta nel pozzo nero del debito di Roma? E questo debito, siamo sicuri sia davvero un dogma intoccabile? Tante realtAi?? diverse si stanno ponendo le stesse domande, alcune di queste si incrociano e si confrontano, altre non si conoscono ma scoprono di parlare la stessa lingua. Le centinaia di sfratti per morositAi?? incolpevole, le minacce di sgomberi per spazi romani, che colpiscono non solo centri sociali e le occupazioni abitative, ma associazioni, coworking, comitati, e tante altre micro-realtAi??, stanno suscitando una risposta che passa per partecipatissime assemblee, come quella ad Esc a fine gennaio, e come le ultime riunioni cittadine a casale Falchetti. Da questi momenti di confronto A? sempre piA? forte l’esigenza di mettersi su un piano della discussione globale, che sia in grado di leggere la complessitAi?? della sempre piA? drammatica situazione che la cittAi?? di Roma soffre. Sappiamo bene che gli attacchi ricevuti sono in totale continuitAi?? con i processi attivi sulla metropoli e, per questo, crediamo sia necessario imporre una svolta al pericoloso tentativo di “riscrittura” della nostra cittAi??. Una svolta che vede negli sgomberi e nei tagli dei servizi due facce della stessa medaglia. Una svolta che riguarda tutte e tutti: da chi fa politica attiva nei territori, a chi semplicemente si muove con i mezzi pubblici o manda i propri figli ai nidi comunali. In assenza totale di spazi di democrazia, il rischio di essere schiacciati da un “tallone di ferro” che impone la finanziarizzazione della metropoli A? una questione che deve essere affrontata collettivamente. C’A? bisogno di una risposta cittadina, ampia e partecipata, che possa aprire nuovi spazi decisionali e nuovi conflitti, contro la cappa prefettizia e giubilare e che dica chiaramente che #RomaNonSiVende. Tronca deve essere bloccato e l’emendamento del DUP e del bilancio di previsione di fine Marzo ribaltato. E’, a nostro avviso, necessaria una risposta visibile, che sfili nelle strade della capitale con tutte e tutti coloro che vogliono una Roma diversa, mentre Tronca e i suoi tecnici scorrono i tasti sulla calcolatrice della vendita delle nostre vite. Coscienti che un percorso di questa portata ha bisogno di ulteriori momenti di confronto dove auspichiamo continuino a convogliare le tante realtAi?? in lotta che fanno di Roma una cittAi?? che non si arrenderAi?? facilmente allai??i??arroganza della finanza e delle politiche economiche europee ed internazionali; per un percorso che non sia tra “addetti ai lavori”, ma nel quale ogni cittadino si senta coinvolto, per un percorso partecipato, espansivo e, soprattutto in divenire, promuoviamo tutti insieme gli spazi sociali, il sindacalismo di base e conflittuale, i movimenti per il diritto all’abitare, le cooperative sociali, le realtAi?? dei lavoratori autorganizzati, i comitati di quartiere una manifestazione cittadina per il 19 Marzo. PerchAi?? non vogliamo farci s-Troncare, ma vogliamo vivere in una cittAi?? in cui fioriscano i diritti! Il Dup S-Tronca Roma, stronchiamo il DUP insieme #RomaNonSiVende
March 3, 2016
LSA100celle