La crisi di Hormuz rafforza gli Stati Uniti e lascia l’Europa col fiato sul collo
Il blocco dello stretto di Hormuz, causato dall’escalation militare seguita agli
attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta mandando in pezzi la
sicurezza energetica europea. Da lì, infatti, passa circa un quinto del
commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) e una quota significativa del
GNL che arriva nei terminal europei, soprattutto dal Qatar, attraversa proprio
il passaggio marittimo tra Iran e Oman. Non è un dettaglio marginale neppure per
l’Italia.
Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il ministro degli Esteri Luigi Di
Maio si recò in Qatar insieme all’amministratore delegato di ENI Claudio
Descalzi per negoziare nuovi accordi di fornitura di GNL destinati a garantire
la “sicurezza energetica” del Paese. Oggi il Qatar resta uno dei pilastri di
questo sistema: nel 2025 il GNL ha coperto circa un terzo dei consumi italiani
di gas, e circa il 24% del GNL importato in Italia proviene dal Qatar. Non a
caso, la compagnia statale QatarEnergy ha appena dichiarato la “force majeure”
su alcune forniture di GNL dopo attacchi alle infrastrutture energetiche del
Paese, una clausola che consente di sospendere temporaneamente le consegne e che
riguarda anche i contratti di lungo periodo con compagnie europee, tra cui ENI.
Secondo una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial
Analysis (IEEFA), una chiusura dello stretto potrebbe mettere a rischio circa il
10% delle importazioni europee di GNL. I mercati del gas reagiscono in tempo
reale a queste dinamiche. Negli ultimi giorni i prezzi del gas europeo sono
schizzati alle stelle, riaccendendo i timori di una nuova fase di volatilità
energetica. Per paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come l’Italia,
questo significa una prospettiva molto concreta: instabilità dei prezzi, con
costi più alti per imprese e famiglie e il rischio che le bollette tornino a
salire.
La crisi nel Golfo Persico non riguarda solo il Medio Oriente. Rivela qualcosa
di più profondo: la fragilità della strategia energetica europea degli ultimi
anni.
Non è la prima volta che accade. È già successo con la guerra in Ucraina e i
suoi effetti sul mercato energetico europeo. Dopo il 2022, il Vecchio Continente
ha costruito nuovi terminal di rigassificazione e ha aumentato massicciamente le
importazioni di gas naturale liquefatto. Questa strategia ha permesso all’Europa
di superare lo shock energetico iniziale e di diversificare le forniture. Ma ha
anche prodotto una nuova realtà: la dipendenza energetica non è scomparsa, si è
semplicemente spostata. E qui entrano di nuovo in ballo gli Stati Uniti che oggi
sono diventati il principale fornitore di GNL dell’Unione Europea. Nel secondo
trimestre del 2025 hanno coperto circa il 27% di tutte le importazioni di gas
europee e circa il 58% del gas liquefatto importato dal continente. Secondo
diverse analisi, se le tendenze attuali continueranno, entro il 2030 gli Stati
Uniti potrebbero arrivare a fornire tra il 75 e l’80% del GNL importato
dall’Europa.
In altre parole, la dipendenza energetica europea non è finita. Ha cambiato
direzione.
Il gas liquefatto viene spesso presentato come una soluzione che garantisce
sicurezza e flessibilità. Ma in realtà lega l’Europa a un mercato globale molto
più volatile.
A differenza dei gasdotti, il GNL è una commodity globale: le navi metaniere
vanno dove il prezzo è più alto. In caso di tensioni internazionali, Europa e
Asia competono per gli stessi carichi. Il risultato è un sistema energetico in
cui i prezzi possono cambiare drasticamente nel giro di pochi giorni.
Come osserva Seb Kennedy in un’analisi pubblicata da Energy Flux, “Questa guerra
è una manna per gli esportatori di GNL statunitensi e una catastrofe per tutti
gli altri.” Ogni shock geopolitico nel mercato globale del gas tende oggi a
rafforzare la posizione degli Stati Uniti come fornitore dominante. Più aumenta
l’incertezza su altri produttori o su alcune rotte marittime, più il GNL
americano diventa centrale per l’equilibrio del sistema.
Questo rafforza il peso geopolitico degli Stati Uniti nel sistema energetico
globale. Per l’Europa, invece, significa entrare in un sistema molto più
instabile, esposto alle crisi geopolitiche, alla competizione con l’Asia per gli
stessi carichi di GNL e alla volatilità dei mercati.
L’Italia è pienamente inserita in questa nuova geografia energetica. Non a caso,
nelle ore successive all’attacco statunitense contro l’Iran, il governo italiano
ha convocato immediatamente ENI e Snam per valutare possibili contromisure e
monitorare l’impatto sul sistema energetico nazionale. Su queste contromisure,
tuttavia, si sa molto poco: nessun dettaglio è stato reso pubblico su quali
scenari siano stati discussi e su quali strumenti il governo intenda utilizzare.
ENI ha firmato nel 2025 un contratto ventennale con la società statunitense
Venture Global per l’acquisto di circa due milioni di tonnellate di GNL
all’anno. Snam gestisce gran parte delle infrastrutture di trasporto e
rigassificazione che permettono l’arrivo di questi carichi nel Paese. Dietro c’è
anche la finanza italiana: Intesa Sanpaolo è tra le principali banche europee
coinvolte nel finanziamento di nuovi progetti GNL negli Stati Uniti, con
miliardi di dollari destinati negli ultimi anni allo sviluppo di nuovi terminal.
Il risultato è che una parte crescente del sistema energetico europeo, e
italiano, è ormai legata all’espansione del gas liquefatto statunitense. La
narrativa della “liberazione dal gas russo” ha quindi nascosto un paradosso:
l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti russi con una dipendenza da un
mercato globale molto più instabile, in cui rotte marittime, conflitti regionali
e competizione tra continenti possono ridisegnare gli equilibri nel giro di
poche settimane.
I “vincitori” di questa partita sono le grandi compagnie fossili che continuano
a beneficiare dell’instabilità geopolitica. Le crisi energetiche, come si è
visto già nel 2022, si traducono spesso in profitti straordinari per i
produttori di petrolio e gas. Un paradosso che rende ancora più evidente il nodo
politico della questione energetica europea.