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Voltare le spalle agli sciacalli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di FGTB Charleroi & Sud-Hainaut  -------------------------------------------------------------------------------- Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome Ignazio La Russa. “Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana”, ha detto il compagno Pestiau. Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di merda. Come disertore (Disertate è il titolo di uno degli ultimi libri di Bifo, “Il disertore” è anche il nome della sua newsletter su Substack, dove è apparso questo articolo, ndr) volto le spalle ai fascisti che oggi come nel 1956, sono al servizio degli sfruttatori e oggi come allora portano la responsabilità della sofferenza e della morte dei lavoratori migranti, che allora erano italiani, oggi sono africani, afghani o bengali. Nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1093 persone, secondo i dati ufficiali elaborati dall’Inail. Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri. Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli? Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa spagnola (leggi anche Capire Ceuta). Il regista di Ceuta si chiama Donald Trump Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa. Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità. Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini. Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet. Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana. La grande migrazione e la sconfitta dell’internazionalismo Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio. Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di tipo assistenziale. Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio. La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi. In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale. Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato. Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione. Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. È meglio che niente, ma non basta. L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia. Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria. Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso. Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi. Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento. La gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro. Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria. Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali. Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori. La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione solidale del lavoro dipendente. Poteva andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro? Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche. Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Voltare le spalle agli sciacalli proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
MARCINELLE: A 70 ANNI DALLA STRAGE DI 262 MINATORI IN BELGIO, TRASMISSIONE SPECIALE SU RADIO ONDA D’URTO
L’8 agosto di 70 anni fa, nell’estate 1956,  la strage operaia di Marcinelle, in Belgio, con la morte di 262 minatori di 12 nazionalità diverse, 136 dei quali italiani. Persero la vita in un incendio devastante avvenuto nella miniera di carbone di Bois du Cazier. Nello stesso giorno di quella strage, 70 anni dopo, in Italia, l’8 agosto 2026 è già segnato da almeno tre omicidi sul lavoro: un elettricista di 40 anni, folgorato mentre stava lavorando al montaggio delle luminarie a Calanna, nel Reggino; un 61enne operaio originario dello Sri Lanka morto nel piazzale della Capp Plast di Firenze, travolto dal ribaltamento di un pallet e un operaio 60enne schiacciato dal muletto a Salto di Montese, sull’Appennino Modenese. In ricordo dei minatori uccisi dallo sfruttamento a Marcinelle e di tutte le persone vittime di omicidi sul lavoro, ogni giorno, in Italia e non solo, Radio Onda d’Urto ripropone la trasmissione storica dedicata alla strage di minatori in Belgio nel 1956. Una trasmissione con interviste in Italia e in Belgio, realizzata inizialmente nel 2007 e rieditata nel 2023. Ascolta lo speciale su Marcinelle di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
August 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Belgio: manifestazioni contro i tagli all’istruzione represse brutalmente dalla Polizia
Tra il 4 e il 9 giugno migliaia di studenti, genitori e insegnanti hanno protestato davanti al Parlamento della Federazione Vallonia-Bruxelles in concomitanza dell’approvazione di un decreto di bilancio secondo il quale le scuole francofone subiranno un pesante piano di austerità che andrà incidere su un sistema scolastico già in difficoltà per la scarsità di finanziamenti e di insegnanti, a fronte di un aumento considerevole di studenti e studentesse. L’architettura istituzionale del Belgio è caratterizzata da una struttura federale che gestisce in maniera differente le scuole fiamminghe, germanofone e francofone. Queste ultime sono al momento gestite da un governo di centrodestra che sta riformando in profondità lo Stato sociale con lo scopo di ridurre il più possibile la spesa pubblica. Nel decreto su citato – approvato nonostante le numerose proteste delle opposizioni sia dentro che fuori le istituzioni – è previsto per gli insegnanti dell’ultimo ciclo della scuola secondaria un considerevole aumento del carico di lavoro senza un corrispettivo aumento dei salari e una revisione peggiorativa del diritto alle assenze per malattia. Per studenti e studentesse è invece previsto un aumento delle tasse universitarie e una diminuzione delle agevolazioni per i pasti e per l’acquisto di materiale scolastico. Di fronte a questa situazione incresciosa gli insegnanti si sono organizzati nel collettivo Mars Attacks, che è cresciuto fino ad includere circa 400 scuole e a cui presto si sono unite anche studentesse e studenti. Tale reazione vigorosa alla diminuzione dei propri diritti ha spinto anche i genitori ad unirsi alla lotta attraverso l’istituzione di Parents Attack, collettivo di supporto alle proteste dei propri figli e delle proprie figlie che non solo vedono minacciato il proprio futuro ma anche le fondamenta stesse di uno Stato democratico. Preoccupazioni dimostratesi del tutto pertinenti alla situazione viste le violenze perpetrate dalla Polizia durante la manifestazione di fronte al Parlamento. Secondo molte testimonianze, un numero imprecisato di manifestanti è stato manganellato e insultato nonostante il loro atteggiamento pacifico. Sono stati inoltre segnalati accerchiamenti, l’utilizzo di cani poliziotto senza museruola e – dettaglio inquietante riportato da esponenti sindacali e delle associazione per la difesa dei diritti umani – agenti della Polizia con simboli riconducibili all’ambiente neonazista. Per di più la maggior parte degli studenti arrestati appartengono a minoranze etniche, ossia quella parte della popolazione studentesca che maggiormente soffre la discriminazione e il taglio delle spese sociali. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non condannare questa brutale repressione di cittadini e cittadine che manifestano pacificamente per la difesa dei propri diritti e per la democrazia. Soprattutto non possiamo chiudere gli occhi di fronte a un fatto grave accaduto nel cuore dell’Europa e che ci fa vedere chiaramente come repressione e compressione dei diritti non sia solo un problema del nostro Paese. Fonte: https://comune-info.net/gessetti-colorati-e-lacrimogeni-contro-i-marziani/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gessetti colorati e lacrimogeni contro i marziani
NEL CUORE DELL’EUROPA, IN BELGIO, NEGLI ULTIMI MESI È NATO UN SORPRENDENTE MOVIMENTO CHE LEGA INSEGNANTI, EDUCATORI, STUDENTI E GENITORI. PROTESTANO CONTRO I PROVVEDIMENTI DI AUSTERITÀ SULLA SCUOLA CHE AUMENTANO LE DISUGUAGLIANZE EDUCATIVE E CHE COLPISCONO SOPRATTUTTO STUDENTI E STUDENTESSE DI ORIGINE STRANIERA. LA REPRESSIONE, RACCONTA IL COLLETTIVO MARS ATTACKS, DIFFUSO RAPIDAMENTE IN OLTRE 400 SCUOLE, NON HA PRECEDENTI. GLI INSEGNANTI RACCONTANO COME LA MAGGIOR PARTE DEI RAGAZZI ARRESTATI APPARTIENE A MINORANZE ETNICHE Le foto di questo articolo sono di François Dvorak, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- «Ogni grande trasformazione della società passa attraverso il controllo politico dei sistemi di pubblica istruzione e formazione». È una delle prime lezioni che ho dovuto apprendere a mie spese lavorando nel Regno Unito pre-Brexit e osservando come la scuola stesse diventando in misura crescente, da Nord a Sud, il primo terreno su cui i governi di destra intervengono quando vogliono imprimere una nuova direzione politica ai sistemi-Paese. Apparentemente relegata ai margini del dibattito pubblico, la scuola è invece uno dei terreni di scontro attraverso cui si ridefiniscono il ruolo dello Stato, le priorità della spesa pubblica, il rapporto tra cittadini e istituzioni e, in ultima analisi, il modello di società al quale si aspira, nonché le forme del controllo e della creazione o del congelamento delle classi sociali. Questa dinamica è particolarmente evidente nella società contemporanea belga e, soprattutto, a Bruxelles. La presunta capitale europea è attraversata ogni giorno da migliaia di funzionari e cittadini di varie provenienze e destinazioni che spesso osservano da lontano, senza codici interpretativi, o ignorano del tutto, la natura delle mobilitazioni e dei conflitti sociali locali che possono avere una ricaduta ben più ampia dei livelli stratificati del federalismo e della frammentazione linguistica ai quali sono relegati anche dai media mainstream. Eppure è proprio nella scuola che emergono con maggiore forza le contraddizioni di un Paese estremamente frammentato sul piano istituzionale e linguistico, chiamato a confrontarsi con una realtà sociale e culturale sempre più eterogenea. La scuola francofona al centro dello scontro politico Per molte famiglie comuni che si trasferiscono a Bruxelles, la scelta della scuola più adatta rappresenta uno dei passaggi più complessi del percorso di vita e di crescita del proprio nucleo nella comunità di transito o di permanenza più duratura. Si tratta di un tema cruciale, quasi assente nel racconto italiano della città, che continua invece a privilegiare la narrazione enfatica dei giovani expat carichi di ambizione associati ai cosiddetti “cervelli in fuga” e del mercato del lavoro europeo, lasciando sullo sfondo le profonde disuguaglianze e le crescenti tensioni che attraversano il sistema sociale belga. Per capire le proteste che da mesi attraversano il Belgio francofono occorre specificare, inoltre, che in uno Stato federale estremamente frammentato, la scuola diventa ancora di più uno dei principali terreni di scontro politico. In Belgio, le relative politiche pubbliche non rientrano precipuamente tra le competenze federali, ma afferiscono alle tre comunità linguistiche (francese, fiamminga e germanofona) alle quali fanno capo sistemi distinti, con propri ministri, programmi, modalità di finanziamento e finalità programmatiche di carattere educativo. In particolare, le mobilitazioni di questi ultimi mesi stanno ancora scuotendo a fondo il mondo della scuola nella Federazione Vallonia-Bruxelles, responsabile dell’insegnamento francofono, dove il governo di centrodestra guidato dal partito liberale-conservatore MR (Mouvement Réformateur, presieduto da Georges-Louis Bouchez, nipote minatori italiani in Vallonia, che nel corso di cinque anni lo ha reso la prima forza politica francofona) e dal partito centrista-umanista “Les Engagés” ha avviato un vasto piano di austerità destinato a incidere profondamente sul sistema educativo e a proseguire quanto già in corso sul piano dei servizi pubblici drasticamente ridotti di anno in anno. Nel frattempo, il sistema fiammingo è stato interessato da dibattiti leggermente differenti, legati soprattutto alla carenza di insegnanti, alla qualità dell’apprendimento e alle riforme curricolari. La Federazione Vallonia-Bruxelles dispone di risorse finanziarie più limitate rispetto alla Comunità fiamminga e, in particolare, la scuola francofona soffre da anni di un sottofinanziamento relativo, aggravato dall’aumento del numero di allievi, dalla difficoltà di reclutare insegnanti e dall’elevato tasso di abbandono della professione, rendendo il settore uno dei principali fronti del conflitto sociale in Belgio negli ultimi anni. Il movimento che sfida la riforma Glatigny La contestata riforma promossa dalla ministra dell’Istruzione Valérie Glatigny interviene su numerosi aspetti del sistema educativo della Federazione Vallonia-Bruxelles prevedendo un aumento del carico di lavoro per gli insegnanti dell’ultimo ciclo della scuola secondaria senza alcun corrispondente incremento salariale, una revisione del regime delle assenze per malattia, restrizioni sul fine carriera, un significativo aumento del minerval, ovvero della tassa di iscrizione all’università, per migliaia di studenti, il ridimensionamento dei fondi destinati ai pasti e al materiale scolastico gratuito e profonde modifiche al sistema di istruzione tecnica e professionale. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di E.C. -------------------------------------------------------------------------------- Secondo sindacati e collettivi della scuola, queste misure potrebbero determinare la soppressione di oltre un migliaio di posti di lavoro, aggravando una situazione già caratterizzata da una cronica carenza di insegnanti, dall’aumento delle disuguaglianze educative e dall’acuirsi della segregazione scolastica e dell’abbandono precoce. Fenomeni che colpiscono in misura sproporzionata gli studenti di origine straniera, soprattutto provenienti da Paesi extraeuropei, come evidenziano i dati Eurostat e numerose ricerche transnazionali, tra cui il progetto ChatEurope promosso dall’European Data Journalism Network. Dal movimento di resistenza alla cosiddetta “riforma Glatigny” è nato il collettivo “Mars Attacks”, partito all’inizio della primavera con un primo nucleo di una decina di scuole che si sono organizzate spontaneamente riunendo insegnanti ed educatori. Nel giro di pochi mesi il movimento è cresciuto fino a coinvolgere direttamente all’inizio di questo mese quasi quattrocento istituti, costruendo una rete intersettoriale con organizzazioni studentesche, associazioni di genitori e numerose realtà della società civile. «È un movimento nato dalla base», raccontano gli insegnanti Mathieu Hovine e Quentin Padovano, incontrati a Bruxelles durante una delle ultime manifestazioni all’inizio di luglio. «I genitori e gli studenti si sono uniti successivamente, rafforzando la mobilitazione. I governi di destra iniziano quasi sempre dai servizi pubblici: sostengono che costino troppo e li riducono progressivamente. È un processo che vediamo ripetersi, con modalità diverse, in molti Paesi europei». Tra gli aspetti che più preoccupano gli esponenti del movimento c’è il futuro della nomina, lo status permanente che gli insegnanti acquisiscono dopo anni di servizio. Pur non essendo ancora oggetto di una riforma immediata, il governo ha già annunciato l’intenzione di rivederne il funzionamento. Per i docenti non si tratta semplicemente di un contratto stabile, ma di una garanzia di indipendenza professionale e di libertà d’insegnamento. «La nomina non è un privilegio né un concorso – spiegano gli insegnanti – È uno status costruito sull’anzianità di servizio, introdotto dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere insegnanti, magistrati e funzionari dalle pressioni della politica. Ridimensionarla significa indebolire una delle principali garanzie dell’autonomia di insegnamento». Al fianco degli insegnanti è cresciuta anche la mobilitazione delle famiglie, confluite nel collettivo “Parents Attack”, oggi presente in tutta la Federazione Vallonia-Bruxelles e attivo in stretta collaborazione con Mars Attack. «Rifiutiamo un modello di società che consideriamo profondamente ingiusto – spiegano i promotori – Ci battiamo per un’istruzione pubblica emancipatrice, democratica e realmente accessibile a tutte e tutti. Il nostro impegno nasce davanti ai cancelli delle scuole, perché è lì che si costruisce il futuro di una generazione destinata a vivere in un mondo già segnato dalle crisi climatiche, dalle guerre e dall’aumento delle disuguaglianze». Più che una mobilitazione a sostegno degli insegnanti, raccontano molti genitori, è stata la volontà di accompagnare i propri figli a spingerli all’impegno dopo aver visto ragazze e ragazzi organizzare assemblee, discutere i termini degli scioperi, costruire alleanze con altri movimenti sociali e sviluppare una straordinaria maturità politica. «Non volevamo lasciare quello spazio a chi guarda alla scuola soltanto come a una voce di bilancio – racconta un papà – La ministra pretendeva di parlare a nome nostro. Abbiamo deciso di farlo direttamente, insieme ai nostri figli». Dalla protesta sociale alla militarizzazione dello spazio pubblico Iniziata a colpi di gessetti colorati sull’asfalto, poster creativi e biciclettate attraverso la regione francofona, la mobilitazione ha raggiunto il suo momento più teso tra il 4 e il 9 giugno, quando migliaia di insegnanti, studenti e famiglie hanno manifestato davanti al Parlamento della Federazione Vallonia-Bruxelles mentre i deputati discutevano il decreto di bilancio contenente le misure contestate. Nonostante settimane di scioperi, assemblee e manifestazioni, e le forti critiche espresse anche dalle opposizioni parlamentari, il governo ha approvato la riforma lasciando pochissimo spazio alle interlocuzioni e respingendo anche gli emendamenti attraverso il voto di giovedì 8 luglio. A lasciare il segno, tuttavia, non è stato soltanto l’esito del voto, ma soprattutto la gestione dell’ordine pubblico. Per oltre tre giorni il centro di Bruxelles, tra la Stazione Centrale, rimasta persino chiusa al pubblico, e il piazzale terminale del giardino del Mont des Arts, è stato trasformato in una vera e propria zona di sicurezza: centinaia di agenti in assetto antisommossa, idranti, elicotteri, unità cinofile, vaste aree interdette e un imponente dispositivo di protezione attorno al Parlamento, con la presenza anche dell’esercito. Alcuni episodi di vandalismo, tra cui l’incendio di monopattini per strada, sono stati utilizzati dalle autorità per giustificare un massiccio dispiegamento delle forze dell’ordine. Una risposta che insegnanti, osservatori indipendenti, organizzazioni per i diritti umani e numerosi giornalisti presenti sul posto definiscono largamente sproporzionata, denunciando anche ostacoli e violenze nei confronti della stampa impegnata a documentare le manifestazioni. «Partecipo a manifestazioni da molti anni e non avevo mai visto un dispiegamento del genere – racconta Mathieu Hovine – Ci sono stati certamente momenti di tensione, ma nulla che potesse giustificare un simile livello di repressione». Secondo le testimonianze raccolte dal movimento e le dichiarazioni delle vittime, decine di studenti, molti dei quali minorenni, e anche alcuni genitori sarebbero stati colpiti con manganelli, insultati o fermati senza aver preso parte ad alcun episodio violento e persino la parlamentare federale ecologista Claire Hugon Lecharlier (Ecolo-Groen) ha denunciato di essere stata aggredita nei pressi della stazione centrale. Numerosi esponenti dell’opposizione parlamentare, rappresentanti sindacali e delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani contestano infatti pratiche considerate incompatibili con uno Stato di diritto a partire dall’accerchiamento dei manifestanti, dall’impiego di cani senza museruola, oltre alla presenza di agenti privi del numero identificativo e, in alcuni casi documentati, all’esibizione di simboli riconducibili all’estrema destra neonazista (come la croce “Deus Vult” riconducibile al gruppo suprematista e neonazista “Werwolf Division”) e alle teorie legate al suprematismo bianco, ora al centro di un’inchiesta. Ancora più gravi, secondo i manifestanti e numerose testimonianze raccolte sul campo, sarebbero stati gli episodi di profilazione razziale. Diversi insegnanti e genitori riferiscono che, nei giorni successivi alle manifestazioni, i controlli e i fermi di polizia hanno colpito in maniera sproporzionata studenti già soggetti a discriminazione etnico-razziale, alimentando forti preoccupazioni per l’aumento di tali pratiche nell’operato delle forze dell’ordine. «Nei giorni successivi abbiamo visto fermare soprattutto studenti razzializzati – raccontano gli insegnanti e i rappresentanti dei genitori – Nella mia scuola la maggior parte dei ragazzi che hanno denunciato di essere stati arrestati apparteneva a minoranze etniche. È stato uno degli aspetti più sconvolgenti di tutta questa vicenda». Il 9 giugno migliaia di persone sono tornate davanti al Palazzo di Giustizia di Bruxelles per denunciare le violenze della polizia e chiedere l’apertura di indagini indipendenti e di opportune interrogazioni. Nel frattempo, circa 200 organizzazioni per i diritti umani, avvocati, esponenti della società civile e organizzazioni per la tutela dell’infanzia hanno sottoscritto una lettera aperta collettiva sotto forma di una Carta Bianca promossa dal Delegato per i diritti dell’infanzia in Vallonia e a Bruxelles, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità istituzionali in merito al diritto dei bambini, degli adolescenti e dei giovani a manifestare pacificamente, che è garantito dalle convenzioni internazionali. I firmatari hanno inoltre chiesto l’apertura di un’indagine seria, indipendente e trasparente sulle operazioni di polizia denunciate durante le manifestazioni, con particolare attenzione agli episodi di violenza nei confronti di persone minorenni. L’orizzonte della mobilitazione oltre le vacanze scolastiche Nonostante l’approvazione della riforma, il movimento si considera tutt’altro che sconfitto. Alcuni ricorsi hanno già prodotto risultati significativi come il pronunciamento della Corte costituzionale che ha recentemente annullato parte della riforma relativa all’insegnamento tecnico e professionale, riconoscendo l’illegittimità della soppressione della settima annualità per numerosi studenti. Parallelamente, Mars Attacks ha avviato una raccolta fondi per sostenere nuove azioni legali contro il governo e continua a organizzare assemblee, incontri pubblici e iniziative territoriali. Tra gli appuntamenti più significativi figurano la manifestazione davanti al Parlamento vallone di Namur, convocata simbolicamente nel pieno delle vacanze scolastiche e in occasione dell’ultima seduta del 15 luglio per rafforzare ulteriormente un impegno costante che in questo periodo storico non conosce alcuna pausa, gli incontri settimanali che si svolgono in Place Xavier Neujean, nel centro di Liegi, e l’organizzazione di un’università estiva per attivisti del mondo scolastico in maniera tale da preparare il rientro in aula con una determinazione ancora più forte e cosciente. Per tutta la piattaforma animata dal movimento nato come “Mars Attacks”, in questo momento storico di alta tensione la battaglia non riguarda soltanto i salari o le condizioni di lavoro, ma in maniera complessiva il modello di scuola pubblica che la comunità del Belgio francofono intende costruire e, più in generale, il ruolo dello Stato sociale in un’Europa dove le politiche di austerità continuano a ridisegnare il rapporto tra cittadini e servizi pubblici. In questo senso, tale mobilitazione supera i confini nazionali e si inserisce in un dibattito europeo sempre più ampio sul futuro dell’istruzione pubblica, della democrazia e dei diritti sociali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gessetti colorati e lacrimogeni contro i marziani proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
BELGIO: SCUOLE FRANCOFONE IN RIVOLTA CONTRO I TAGLI. INTERVISTA A UN’INSEGNANTE DI BRUXELLES
Migliaia di manifestanti, tra cui studenti, insegnanti, genitori e attivisti sono da mesi in piazza a Bruxelles per protestare contro la riforma scolastica degli istituti francofoni del Belgio, i tagli alla scuola e per denunciare le continue violenze di polizia durante le manifestazioni. Il 5 giugno, dopo una maratona durata oltre 14 ore, il Parlamento della federazione francofona Vallonia-Bruxelles ha approvato in via definitiva il piano di tagli messo in capo dal governo di destra guidato da Movimento Riformatore e Les Engagés. Fuori dal Parlamento francofono sono scoppiate nuove proteste, proseguite nei pressi della stazione centrale di Bruxelles. Il giorno prima, il 4 giugno, una manifestazione composta da oltre 5mila persone tra insegnanti e studenti aveva occupato l’area tra rue des Colonies e rue Royale, chiedendo il ritiro della riforma e denunciando il governo di scaricare sul sistema scolastico il peso delle politiche di tagli alla spesa pubblica. Decine gli arresti nelle giornate del 4 e 5 giugno, gran parte dei quali giovanissimi. La mobilitazione – partita a marzo dal collettivo ‘Mars Attack!’ e da altre organizzazioni studentesche – è sostenuta dai sindacati del settore, che hanno proclamato uno sciopero in concomitanza con il dibattito parlamentare. Le autorità hanno risposto unicamente con un massiccio dispositivo di sicurezza. Agenti in tenuta antisommossa e numerosi mezzi della polizia continuano a militarizzare il quartiere attorno al Parlamento. Una nuova manifestazione si è svolta lunedì 8 giugno dove gli insegnanti, indossando giubbotti gialli, hanno formato una catena umana davanti al corteo per proteggere i partecipanti più giovani dalla polizia, che ha fatto ampio uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua in Rue Saint Jean per disperdere il corteo. Pericolose le parole del ministro della Difesa Theo Francken, che si è espresso a favore dell’invio dei giovani manifestanti “indisciplinati” in un campo di addestramento militare. Su Radio Onda d’Urto la testimonianza di Celia, insegnante di Bruxelles.  Ascolta o scarica.
June 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Belgio: Amnesty International si unisce a una denuncia contro FedEx per il transito illegale di armi dirette a Israele
Amnesty International ha aggiunto il proprio nome a una denuncia presentata contro FedEx Belgio riguardante l’asserito transito illegale di armi, comprese parti degli aerei da combattimento F-35, ampiamente usati da Israele durante il genocidio tuttora in corso contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata. L’organizzazione per i diritti umani si è unita a una coalizione di gruppi della società civile belga, come Azione per la pace, Lega dei diritti umani e Coordinamento nazionale d’azione per la pace e la democrazia, che hanno presentato una denuncia presso la Procura di Liegi, nella regione della Vallonia, contro FedEx Belgio, sussidiaria del gigante statunitense delle spedizioni. Secondo le leggi in vigore nella Vallonia, regione federale dotata di poteri legislativi, FedEx Belgio era tenuta a ottenere una licenza di transito dalle autorità locali, cosa che non è avvenuta. Per la legge belga, il trasferimento senza licenza di armi come quelle oggetto della spedizione è un reato. Gli F-35 sono i più avanzati aerei da combattimento in dotazione all’aviazione israeliana. Hanno causato morti e distruzioni massicce, spazzando via intere generazioni di famiglie palestinesi e riducendo la maggior parte della Striscia di Gaza in macerie. Il genocidio israeliano tuttora in corso ha bisogno di costanti nuove forniture di armi. “Tutti gli Stati, compreso il Belgio, hanno l’obbligo di prevenire e punire il genocidio e di non contribuire all’occupazione illegale israeliana del territorio palestinese: ciò comporta l’immediata sospensione di ogni trasferimento o transito di armi che possono essere usate da Israele per compiere crimini di diritto internazionale”, ha dichiarato Carine Thibaut, direttrice della sezione francofona di Amnesty International Belgio. Secondo informazioni disponibili sul sito di FedEx, nell’ottobre 2024 una spedizione soggetta al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi è stata trasferita dalla Hill Air Force Base, situata nello Stato dell’Utah, alla Base dell’aeronautica israeliana di Nevatim. Nel giugno 2025 FedEx ha dichiarato che “alcune rotte di volo sono state riconfigurate all’ultimo momento per ragioni operative” a causa della chiusura dello spazio aereo israeliano durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele. Conseguentemente, “alcuni prodotti soggetti al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi possono essere passati involontariamente per Liegi”. Ciò che era a bordo del velivolo di FedEx è stato scaricato a Liegi, trasportato su strada all’aeroporto di Colonia in Germania e poi fatto proseguire verso Israele. Violazioni del diritto internazionale Fonti giornalistiche hanno riferito di successivi transiti illegali di spedizioni attraverso l’aeroporto di Liegi, evidenziando la mancata applicazione delle leggi locali. “Temiamo stia emergendo uno schema secondo il quale le autorità federali belghe e quella della Vallonia non stanno applicando provvedimenti per regolare efficacemente il transito di armi. Con questa denuncia specifica, speriamo che ulteriori transiti illegali di armi destinate a Israele attraverso il Belgio verranno fermati e che si possa rispondere sul piano giudiziario di quanto avvenuto. Non è accettabile che multinazionali come FedEx possano ignorare le regole quando fa loro comodo. Non sono al di sopra della legge”, ha sottolineato Thibaut. Il diritto internazionale vieta a tutti gli Stati di trasferire armi a tutte le parti coinvolte in un conflitto armato, laddove vi sia il chiaro rischio che tali trasferimenti potranno contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Nel suo parere consultivo del 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha concluso che gli Stati hanno l’obbligo di non assistere Israele nel mantenimento della sua occupazione illegale del territorio palestinese. Gli Stati che continuano a trasferire armi a Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e, per quelli che lo hanno ratificato, anche del Trattato sul commercio di armi. Dalle ricerche di Amnesty International è anche emerso che Lockheed Martin Corporation continua a rifornire Israele di caccia F-16 e della relativa assistenza e di aerei da combattimento F-35, usati per bombardare in modo massiccio la Striscia di Gaza occupata. Anche le aziende che producono ed esportano armi hanno la responsabilità di rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, anche attraverso procedimenti rafforzati di due diligence sui diritti umani lungo tutta la catena di valore, per assicurare che le armi esportate non vengano usate per compiere possibili crimini di diritto internazionale. “Questa denuncia arriva nel momento in cui c’è una rinnovata pressione sui governi e sulle aziende dell’Unione Europea affinché dalle parole di condanna si passi ai fatti, che sono essenziali per porre fine al genocidio israeliano, tuttora in corso, contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, all’occupazione illegale dell’intero Territorio palestinese occupato e al crudele sistema di apartheid imposto nei confronti di tutte le persone palestinesi sui cui diritti Israele ha il controllo. La dignità umana non è una merce. Gli Stati, le aziende e molti altri attori devono porre fine alla loro dipendenza letale dai guadagni economici e dai profitti a ogni costo”, ha concluso Thibaut. Ulteriori informazioni Nel 2024 le autorità della Vallonia hanno sospeso le licenze per l’esportazione di polveri esplosive a Israele, citando le misure cautelari ordinate a questo Stato il 26 gennaio 2024 dalla Corte Internazionale di Giustizia, che aveva ritenuto ci fosse un rischio plausibile di genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata. Facendo riferimento al peggioramento della situazione umanitaria nella Striscia di Gaza occupata, le autorità valloni hanno poi emanato il divieto di transito di armi dirette a Israele attraverso gli aeroporti di Liegi e di Charleroi. La procura federale belga ha avviato indagini su un altro caso. Amnesty International ha contattato FedEx Belgio per commenti e ha ricevuto la seguente risposta da un portavoce dell’azienda: “FedEx è impegnata a rispettare le leggi e i regolamenti in materia. Non effettuiamo spedizioni internazionali di armi o munizioni e abbiamo in vigore procedure di verifica per impedire tali spedizioni”. Amnesty International chiede a tutti gli Stati di imporre un embargo totale sulle armi verso Israele, che comprenda tutte le armi, gli equipaggiamenti, la tecnologia o le parti che rischiano di consentire a Israele di proseguire il genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, la sua occupazione illegale e il suo sistema di apartheid anche attraverso materiali per la sorveglianza e per il mantenimento dell’ordine pubblico.   Amnesty International
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