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I fucilieri della polizia italiana
Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: […] L'articolo I fucilieri della polizia italiana su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
MODENA: MIGLIAIA DI PERSONE IN PIAZZA CONTRO “PAURA E RAZZISMO”. MA IL NODO E’ IL DEPOTENZIAMENTO DEI SERVIZI DI SALUTE MENTALE
È accusato di strage e lesioni, non di reati di terrorismo, l’uomo che ha seminato sabato scorso il panico a Modena lanciando la propria auto a folle velocità nel centro cittadino. Otto i feriti, tra cui due donne in gravi condizioni. Una delle due, di 55 anni, resta in pericolo di vita, mentre altre 3 persone, ferite lievi sono state dimesse. L’aggressore è Salim El Koudri, 31 anni, nato a Bergamo, residente nel paese modenese di Ravarino, già in cura per problemi psichiatrici. Mattarella ieri è andato in ospedale dai feriti; lo stesso la Meloni, che ha saltato l’annunciata visita a Cipro, mentre è già iniziata la canea mediatica di Salvini e Vannacci contro i migranti, nonostante il 31enne fosse cittadino italiano e il gesto di cui si è reso protagonista, secondo le prime risultanze dell’inchiesta, appartenga alla sfera del disagio psichico. Il sindaco di Modena, Mezzetti ha tenuto a specificare “tra quelli che hanno immobilizzato l’aggressore c’erano cittadini italiani e non italiani; non bisogna mai generalizzare come si fa in queste ore, vedo tanti avvoltoi”. Mezzetti ha spiegato che sono intervenuti per bloccare il 31enne un cittadino italiano, Luca Signorelli, rimasto lievemente ferito, due cittadini egiziani e alcuni negozianti pachistani di negozi della via. Ha poi convocato una piazza nel tardo pomeriggio di ieri a cui hanno partecipato oltre 5000 persone. Presente in piazza Elena Valentini dello Spazio Anarchico Libera di Modena. Abbiamo raccolto le sue sensazioni Ascolta o scarica  Per quanto riguarda il disagio psichico i numeri parlano chiaro: nel 2025 in Italia, secondo il rapporto del Ministero della Salute, sono state assistite dai servizi di salute mentale oltre 845.000 persone, senza adeguate risorse umane ed economiche. Basta parlarne con qualsiasi operatore dei servizi sanitari nazionali. Questo, nonostante siano accertati oltre 16 milioni di italiani con disturbi psicologici di media e grave entità, con un + 6% rispetto al 2022. Se a questo aggiungiamo che e solo il 16% dei 148 mila psicologhi italiani lavora in strutture pubbliche, non è difficile capire che curarsi diventa quasi impossibile, se si è poveri e la terapia non è solo riconducibile ad un farmaco. Le considerazioni di Massimo Fada Rsu Cgil Dipartimento Salute Mentale Spedali Civili di Brescia Ascolta o scarica  Sentiamo anche Carla Ferrari Aggradi psichiatra e psicoterapeuta nel Direttivo del Forum Nazionale Salute Mentale e dell’Associazione Marco Cavallo di Brescia Ascolta o scarica  Noi dobbiamo comprendere che se la politica non investe seriamente nella salute mentale, invece che in armi e privatizzazione della cura, diventa difficile dotare la nostra società di strumenti atti a recuperare la persona in difficoltà ed evitare anche quello che è successo a Modena. Questo fatto ha però evidenziato un altra emergenza culturale nazionale che lega tra loro diversi fatti di cronaca accaduti in Italia negli ultimi mesi. Ne parliamo con Flavio Novara giornalista autore di un articolo sul tema su alkemianews.it Ascolta o scarica   
May 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Il paradossale divario tra realtà e percezione: minore violenza, maggiore insicurezza
La probabilità di morire di morte violenta oggi nel mondo è la più bassa degli ultimi 120 anni.   Il grafico sull’Indice Globale di Rilevanza Relativa delle diverse forme di violenza (fisica, etnica/religiosa, economica, di genere, psicologica) dal 1900 a oggi lo dimostra: la violenza fisica è in calo, mentre altre forme (psicologica, di genere, economica) sono oggi più visibili perché finalmente riconosciute. Non sono aumentate: le vediamo solo ora. La nostra sensibilità si è evoluta nell’ultimo secolo e molti altri tipi di violenza sono adesso comunemente riconosciuti, misurati e contestati: la violenza di genere, psicologica, morale, religiosa, etnica, economica, ambientale, informatica ecc. Tra gli adolescenti (10-19 anni) la violenza fisica è calata del 22% dal 2010 al 2024, passando dal 32% al 25%, mentre in Italia il crollo è ancora più marcato, con una riduzione del 47% (dal 15% all’8) e i femminicidi sono calati del 20% dal 2013. La violenza di genere ha visto una flessione significativa: a livello globale, è scesa dal 25% al 20%, e in Italia dal 18% al 12%. Eppure, nonostante questi miglioramenti oggettivi, la percezione di insicurezza è aumentata. Nel 2010, il 50% degli adolescenti nel mondo si sentiva al sicuro; oggi, quella percentuale è scesa al 40%. Secondo l’ISTAT, in Italia, il calo è stato dal 55% al 45%. Come è possibile che, a fronte di una reale diminuzione della violenza, la paura e l’insicurezza sia cresciuta? La risposta sta in un sistema mediatico e politico che alimenta l’ansia invece di informare, trasformando la sicurezza in un’ossessione collettiva, spesso strumentalizzata per fini che poco hanno a che fare con il reale benessere delle persone. Mentre la violenza reale diminuisce, nuove forme di violenza (psicologica, cyberbullismo) vengono finalmente riconosciute e misurate, creando l’illusione di un mondo più pericoloso. Ma la vera ragione è un’altra: ci viene raccontato solo il male, mentre il bene – la stragrande maggioranza delle persone e delle azioni quotidiane – viene ignorato. La spettacolarizzazione della violenza e la burocrazia della paura L’informazione mainstream e i social media hanno una responsabilità enorme. Mitragliate continue di notizie che raccontano solo le manifestazioni palesi, più o meno atroci e disumane, della cultura della violenza esplicita e implicita del nostro attuale sistema sociale. La cronaca nera diventa spettacolo da titoli sensazionalistici e immagini sempre più cruente. Le guerre, come quella in Ucraina o a Gaza, vengono trasmesse in prima serata come se fossero spettacoli tecnologici in cui vengono presentate le prestazioni di “droni kamikaze” e “missili intelligenti”. La tragedia così mostrata genera sconnessione emotiva, un processo di difesa di fronte all’angoscia e all’impotenza. Come fosse un film o un video gioco, ci abituiamo alla mancanza di empatia e compassione, questo significa disumanizzazione crescente, perdita di fiducia, apatia, rassegnazione. Anche le manifestazioni pacifiche, che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, vengono spesso ridotte a pochi teppisti che lanciano bottiglie, creando un’immagine distorta della realtà. Questa esposizione costante alla violenza, anche se in calo, genera un effetto psicologico noto come “mean world syndrome” (sindrome del mondo cattivo), teorizzato dal sociologo George Gerbner negli anni ’70. Secondo Gerbner, più le persone sono esposte a notizie violente, più tendono a percepire il mondo come un luogo pericoloso, anche quando i dati reali dicono il contrario. Oggi, con i social media e l’informazione 24/7, questo effetto è amplificato da algoritmi che privilegiano notizie negative e allarmistiche creando un senso di pericolo costante. Ma non sono solo i media ad alimentare questa paura. Anche le amministrazioni pubbliche e i politici hanno un ruolo cruciale. La parola “sicurezza” è diventata un’ossessione, la parola “emergenza” una routine, e messe insieme “emergenza sicurezza” un passepartout per introdurre leggi sempre più restrittive, controlli sempre più estenuanti e spesso insensati (come la proposta dei metal detector all’entrata delle scuole che si vorrebbero militarizzare sempre più ??!) e una burocrazia infinita che, invece di proteggere i cittadini, spesso rende la vita più difficile. Gli spazi di aggregazione sono sempre più limitati, divieti di assemblea hanno limitato le libertà individuali senza ridurre realmente la criminalità, che anzi crescere in maniera proporzionale a quanto più le persone in difficoltà si sentano sole, disperate e senza altra via d’uscita. Il cammino del sì ed il cammino del no Paura, angoscia, impotenza, diffidenza, normalizzazione dell’aggressione e della violenza più cruenta. Questo genera ansia generalizzata, depressione, isolamento sociale, disturbi del comportamento, stress, aumento del cortisolo, infiammazione cronica… Ad oggi nel mondo il 15% degli adolescenti (10-19 anni) soffre di disturbi della salute mentale. È un dato allarmante da un punto di vista di specie ed è ancora più preoccupante nel momento in cui i dati basati sui fatti reali ci dicono che, nonostante le reali tremende atrocità in corso, come specie non abbiamo mai vissuto in un mondo più sicuro, con i mezzi tecnologici e scientifici che oggi abbiamo a disposizione per garantire qualità della vita a tutte e tutti e al pianeta. Ma l’interesse del potere economico è un altro: i media vendono audience, i politici vendono voti, le aziende vendono sistemi di sicurezza e soprattutto vendono armi. La strategia è millenaria, sempre la stessa: “Divide et impera.” …”senza fede interna c’è paura, la paura produce sofferenza, la sofferenza produce violenza, la violenza produce distruzione; pertanto la fede interna evita la distruzione. I nostri amici oggi hanno parlato della paura, della sofferenza, della violenza e del nichilismo come massimo fattore di distruzione. Hanno parlato anche della fede in se stessi, negli altri e nel futuro”…i Tutti noi siamo chiamati a fare una scelta oggi che non si può più rimandare. Per Gaza, per le vittime di tutte le guerre, per bambine, bambini, ragazze e ragazzi che soffrono di male terribile per la coscienza umana: la mancanza di futuro. La stima di circa 1 su 7 nel mondo (10-19 anni) con disturbi di salute mentale è gravissima e lo ancor di più nel momento in cui siamo consapevoli che il dato è sottostimato per mancanza di censimento e l’enorme stigma presente nei continenti più popolosi). La buona notizia è che la scelta è facile. Tutte e tutti noi abbiamo consapevolezza che la maggior parte delle persone che conosciamo e che incontriamo sono “brava gente”. Noi siamo brava gente, e nel mondo ci sono tante tante buone azioni, progetti, trasformazioni che aprono il futuro e che noi ignoriamo. Ma gli algoritmi si educano… Dobbiamo fare lo sforzo di andare a cercare queste informazioni, dobbiamo fare lo sforzo di pubblicare queste informazioni, di mostrarci solidali, di ricreare comunità, di riprenderci gli spazi pubblici, di ricreare lo spaziotempo per un reale benessere individuale e sociale. Prendiamo l’abitudine di informarci sui tanti siti che raccontano un altro mondo, solidale, coerente, nonviolento. Raccontano di vita e non di morte. Raccontano di tutte quelle persone di ogni età e cultura, sparse per il mondo che attivamente stanno costruendo un futuro migliore. Dove trovare notizie positive? Una lista di siti per un’informazione diversa Per contrastare questa narrazione tossica, esistono, oltre Pressenza, fonti di informazione positiva, che raccontano storie di solidarietà, innovazione e cambiamento. Ecco dove trovare notizie che aprono il futuro invece di chiuderlo: 1. Good News Network – Notizie positive da tutto il mondo. 2. Positive News – Giornalismo costruttivo dal Regno Unito. 3. Solutions Journalism Network – Storie di problemi risolti con successo. 4. Daily Good – Storie di gentilezza e compassione. 5. Yes! Magazine – Soluzioni per un mondo migliore. 6. Good – Innovazione sociale e ambientale. 7. Humans of New York – Storie umane che ispirano. 8. The Optimist Daily – Notizie su progresso e sostenibilità. 9. Future Crunch – Dati e storie su come il mondo sta migliorando. 10. Il Buon Giorno – Notizie positive dall’Italia. 11. Buone Notizie – Storie di speranza e cambiamento. 12. Italia Che Cambia – Progetti di innovazione sociale in Italia. 13. Vita – Non profit, volontariato e solidarietà. 14. The Happy Broadcast – Notizie positive in formato visivo. 15. Reasons to be Cheerful – Soluzioni globali per un futuro migliore. 16. Peacelink – Telematica per la Pace 17. Mezzopieno News – Le buone notizie che cambiano il mondo 18. Amnesty International – Buone Notizie 19. Internazionale 20. L’AltraItalia – Il magazine delle buone notizie   Cosa possiamo fare? 1. Educazione all’uso dei mezzi d’informazione: imparare a leggere i dati e a distinguere tra fatti e narrazione. Alternare notizie mainstream con fonti alternative e positive. 2. Diffondere storie di cambiamento: Condividere notizie che ispirano invece di alimentare la paura. 3. Supportare il giornalismo costruttivo: Scegliere media che raccontano soluzioni, non solo problemi. 4. Riforma dell’informazione: Meno spettacolarizzazione della violenza, più contesto e dati reali. 5. Politiche basate su evidenze: Stop a leggi proibitive e punitive inutili e investimenti in educazione nonviolenta, prevenzione, ricreazione del tessuto sociale attraverso spazi e tempi pubblici 6. Agire localmente: Partecipare a iniziative di solidarietà e nonviolenza nella propria comunità. 7. Contrastare la burocrazia della paura: spegnere la tv e il telefonino, per incontrare persone. Siamo liberi di scegliere tra ciò che genera morte del corpo e dello spirito e ciò che rinasce alla vita.   Fonti: * UNICEF, “Violence Against Children” (2023) * ISTAT, “Sicurezza e violenza in Italia” (2023) * Telefono Azzurro, “Adolescenti e cyberbullismo” (2023) * Eurispes, “Rapporto Italia” (2022) * George Gerbner, “Mean World Syndrome” (1970s) i https://www.archivosilo.org/archivopro/Italiano/conferen/mi80madr.rtf Federica Fratini
April 24, 2026
Pressenza
Chi disinforma chi: uranio e sabotaggi…
… per fare due soli esempi dei deliri nel «servizio pubblico». di Giorgio Ferrari Ricordate «Le pillole contro la disinformazione» messe in onda dalla Rai? Si trattava di 30 brevi filmati per promuovere lo sviluppo del pensiero critico e l’alfabetizzazione digitale dei cittadini. Una produzione di Rai Contenuti Digitali per IDMO (Italian Digital Media Observatory). Non bastasse la campagna del
In tempo di guerra dov’è l’amore? E’ al centro della poesia persiana
L’Occidente è in guerra con la paura. Oggi il mio cuore soffre per l’Occidente. Nonostante lottiamo contro la paura in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Palestina e ora in Iran, questa continua ad aumentare e chiude il nostro cuore alla bellezza di altre culture. Oggi le famiglie di Teheran, Beirut e Tel Aviv sono messe sulla strada sotto una pioggia di bombe. Giorno dopo giorno, scuole e ospedali vengono bombardati e tutti vivono nella paura. Non sanno se domani saranno in grado di procurarsi vestiti caldi e asciutti, acqua e cibo per i loro figli. Non sanno se saranno in grado di mandare i loro figli a scuola. Come si sfida la paura? Nonostante la paura e l’odio presenti tra noi, l’amore, la fratellanza e la gioia sono ancora vivi in molte culture. La cultura iraniana possiede una conoscenza dell’amore, della gioia e della fratellanza. Invece di inasprire le leggi e punire gli oppositori del regime, i leader iraniani dovrebbero trarre ispirazione dai grandi poeti persiani anziché combattere la paura che “noi” occidentali abbiamo di loro. Inoltre, “noi” occidentali dovremmo saperne di più su questa straordinaria cultura millenaria. La cultura iraniana è eccezionale. Nel corso della sua storia, l’Iran ha visto molti grandi poeti che hanno influenzato la società, la spiritualità e la filosofia. Ho avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo con amici iraniani quando ero una studentessa universitaria. In diverse occasioni ho partecipato a serate di lettura di poesie iraniane. Ho un ricordo abbastanza chiaro di questi momenti perché sono rimasta totalmente stupita dalla bellezza di diversi brani di scrittura. La poesia persiana gioca infatti un ruolo fondamentale nella cultura iraniana perché è una parte viva della vita quotidiana. Gli iraniani citano spontaneamente i grandi poeti nelle conversazioni e usano la poesia per esprimere le loro emozioni più profonde. L’estetica persiana, strettamente legata alla poesia, è caratterizzata da un’armonia tra forma e contenuto, da una profonda connessione tra linguaggio ed espressione, da una ricerca della bellezza e della saggezza. I TEMI UNIVERSALI DELLA POESIA PERSIANA La poesia persiana si distingue per la profondità dei suoi temi, che fondono amore, spiritualità, filosofia e umanesimo. Amore Che sia terreno o divino, l’amore è al centro di quasi tutta la poesia persiana. L’amato, spesso idealizzato, rappresenta a volte un essere umano, a volte una metafora del divino. I ghazal di Hafez incarnano questa affascinante ambiguità, dove la passione carnale si fonde con l’estasi mistica. Spiritualità e Sufismo Molti poeti persiani sono stati influenzati dal sufismo, una corrente mistica all’interno dell’Islam che sostiene l’unione dell’anima con Dio. Rumi, Attar e Sanai scrissero versi di eccezionale intensità spirituale, celebrando l’amore universale e la dissoluzione dell’ego. La natura fugace della vita La poesia persiana sottolinea l’impermanenza del mondo, la fragilità dell’esistenza e l’importanza di assaporare il momento presente. Nelle sue quartine, Omar Khayyam medita sul passare del tempo, sulla vanità dell’ambizione umana e sulla saggezza di cogliere l’attimo. Natura e vino I poeti persiani descrivono spesso giardini, fiori, fiumi e vino come simboli di bellezza, piacere e libertà. Queste immagini servono anche come metafore filosofiche o spirituali. GRANDI POETI PERSIANI Omar Khayyam (1048–1131) Matematico, astronomo e poeta, Omar Khayyam è meglio conosciuto per le sue Rubaiyat (quartine). Il suo lavoro, spesso tinto di scetticismo ed edonismo, mette in discussione il destino, la religione e il significato della vita. Ferdowsi ( 940 – 1020) Ferdowsi, autore dello Shahnameh (“Libro dei Re”), è una delle figure più iconiche della letteratura persiana. Questo poema monumentale, composto da oltre 50.000 distici, occupa un posto centrale nella storia culturale dell’Iran. Nello scriverlo, Ferdowsi ha svolto un ruolo decisivo nel preservare la lingua, la cultura e l’identità persiana in un momento segnato dalla crescente influenza dell’arabo. Jalal ad-Din Rumi (1207–1273) Mistico sufi e poeta universale, Jalal ad-Din Muhammad Rumi, noto anche come Mowlana o Molavi, rimane una delle figure più importanti della letteratura e della spiritualità persiana. La sua opera trascende i secoli e i confini, e la sua poesia, tradotta in numerose lingue, è oggi tra le più lette al mondo, in particolare in Occidente. Saadi (1210–1292) Autore del Bustan (“Il Frutteto”) e del Golestan (“Il Giardino delle Rose”), Saadi di Shiraz è considerato uno dei grandi maestri della saggezza persiana e della prosa poetica. Le sue massime, intrise di umanità e moralità, continuano a essere citate e ammirate oggi, sia in Oriente che in Occidente. Hafez (1325–1390) Considerato il più grande poeta lirico della letteratura persiana, Hafez è famoso soprattutto per i suoi ghazal, in cui sensualità, misticismo e ironia si fondono con una sottigliezza unica. In Iran, il suo Divan si trova ancora nella maggior parte delle case ed è spesso consultato come un vero oracolo letterario. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE  DALL‘INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Anne Farrell
March 26, 2026
Pressenza
Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo
Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Canada su 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la […] L'articolo Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo su Contropiano.
February 15, 2026
Contropiano
Meloni e la democrazia dell’obbedienza in marcia
Articoli di Mario Sommella, Franco Astengo e Umberto Franchi. Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa
February 8, 2026
La Bottega del Barbieri
Se la paura diventa governo
CI SONO DOMANDE CHE NON CI PONIAMO PERCHÉ SAPPIAMO LA RIPOSTA E SIAMO ABITUATI AD ACCETTARLA. PERCHÉ, AD ESEMPIO, GIORGIA MELONI È CORSA IN OSPEDALE DA UN POLIZIOTTO ED È RIMASTA IN SILENZIO DAVANTI AI TANTI MORTI IN MARE DI QUESTI GIORNI? POI CI SONO SCELTE DI CUI ABBIAMO UN GRAN BISOGNO, MA CHE ABBRACCIAMO CON DIFFICOLTÀ PERCHÉ RICHIEDONO UNO SFORZO COLLETTIVO PER ESSERE ACCOLTE. SCRIVE EMILIA DE RIENZO: “FORSE LA VERA RESISTENZA OGGI NON STA NEL GRIDARE PIÙ FORTE, MA NEL SAPER ANCORA SOSTARE NEL DUBBIO… LA DEMOCRAZIA NON HA BISOGNO DI LEADER FORTI, MA DI CITTADINI SVEGLI. NON HA BISOGNO DI LUCCHETTI, MA DI SPAZI DI DISCUSSIONE… OLTRE IL PERIMETRO DELLA PAURA. FORSE È PROPRIO QUESTO CHE DÀ FASTIDIO: NON LA VIOLENZA…” Carnevale sociale promosso da Askatasuna a Vanchiglia, quartiere di Torino -------------------------------------------------------------------------------- C’è una regola non scritta nella gestione del consenso: estrarre il particolare per condannare l’universale. I fatti violenti di Torino vanno sicuramente condannati. Ma fermarsi lì significa accettare un racconto parziale, e quindi falso. È la strategia del “fermo immagine”: si isola il gesto di un singolo per oscurare una piazza intera che chiede diritti, riducendo la democrazia a una questione di ordine pubblico. La gerarchia del dolore In questo scenario, la narrazione procede per corsie preferenziali. Perché Giorgia Meloni corre in ospedale da un poliziotto e resta in silenzio davanti alle violenze nei confronti di manifestanti pacifici? E ai tanti morti in mare di questi giorni? Perché la solidarietà istituzionale è diventata selettiva, unilaterale, gerarchica? Questa è la visione del mondo che ci viene imposta: un’idea di società dove non tutte le vite hanno lo stesso peso politico. Se indossi una divisa, sei lo stato; se sei un migrante o un giovane che grida il suo dissenso, sei un “carico residuale” o un nemico interno. L’empatia è diventata un premio che il potere concede solo a chi gli obbedisce, mentre la crudeltà del silenzio avvolge chiunque sfugga al controllo. L’Illusione del leader forte I dati di oggi ci dicono che il 57 per cento degli italiani cerca un “leader forte” (fonte). Non è una novità, ma la conferma di un’inquietudine profonda che viene da lontano. In un mondo precario, identificarsi con uno Stato che “picchia duro” dà un senso illusorio di sicurezza. Ma la domanda di un leader forte non è un segno di salute; è il sintomo di una solitudine collettiva. Si crea il mostro, si alza il volume della paura e infine si vende la repressione come protezione. Così, il conflitto viene criminalizzato e i centri sociali diventano bersagli facili, mentre realtà come CasaPound vengono tollerate. Perché? Perché il neofascismo non mette in discussione la gerarchia del potere; il dissenso autogestito, invece, mostra che esistono forme di partecipazione non addomesticate. E questo fa paura più della violenza stessa. Nella mia esperienza con i ragazzi, ho imparato che la punizione fine a se stessa rende solo più violenti. Se un allievo sbagliava, l’espulsione segnava il fallimento di entrambi. Ma se ti fermavi, se rinunciavi al ruolo di giudice per sederti accanto a lui e chiedergli il motivo di quella rabbia, allora — e solo allora — si apriva il dialogo. Oggi lo Stato ha smesso di essere educatore. Si comporta come un insegnante autoritario che ha sostituito la parola con il registro dei cattivi. Chiedere “perché” non significa giustificare la violenza, significa assumersi la responsabilità di un cammino comune. Una società che espelle i suoi figli invece di interrogarne il malessere è una società che ha smesso di crescere. Il dubbio come atto di resistenza Forse la vera resistenza oggi non sta nel gridare più forte, ma nel saper ancora sostare nel dubbio. Mentre i commenti feroci sui social cercano colpevoli da linciare, noi dobbiamo avere il coraggio di restare nel campo dell’umano. La democrazia non ha bisogno di leader forti, ma di cittadini svegli. Non ha bisogno di lucchetti, ma di spazi di discussione. Restare umani significa proprio questo: rifiutare la soluzione facile della forza e continuare a cercare, ostinatamente, il senso della giustizia oltre il perimetro della paura. Forse è proprio questo che dà fastidio: non la violenza. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia De Rienzo, insegnante e formatrice, vive a Torino. Fa parte di Comune da oltre dieci anni (i suoi articoli sono leggibili qui). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se la paura diventa governo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info