L’indegno scaricabarile europeo sul bando ai prodotti delle colonie israelianeAll’indomani della riunione del Consiglio degli Esteri dell’UE, la questione
dell’interruzione del commercio con le colonie israeliane resta sospesa nel
vuoto. Da un lato, diversi Stati membri sollecitano la Commissione a presentare
una proposta formale; dall’altro, l’esecutivo europeo rinvia ogni decisione
all’orientamento che emergerà tra i Ventisette. Il risultato è uno stallo
istituzionale che, di fatto, conferma l’immobilismo europeo di fronte alle
violazioni israeliane del diritto internazionale. Nel frattempo, Tel Aviv
continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti, mentre l’UE
discute della natura giuridica delle eventuali misure sui beni prodotti nelle
colonie: i Paesi favorevoli allo stop sostengono che si tratti di una questione
commerciale, approvabile a maggioranza qualificata, mentre altri la qualificano
come una decisione di politica estera, soggetta all’unanimità. In questo quadro
spicca la contraddittorietà della posizione di Tajani, che da un lato non
esclude il sostegno dell’Italia allo stop al commercio con le colonie e
dall’altro sostiene che la misura debba essere approvata all’unanimità.
La riunione del Consiglio Affari Esteri dell’UE del 13 luglio si è conclusa con
un sostanziale nulla di fatto. Al centro delle discussioni vi era il cosiddetto
“documento delle opzioni” presentato dalla Commissione europea la scorsa
settimana. Il testo non è pubblico, ma il suo contenuto è stato ricostruito
da Euronews, che afferma di averne visionato una copia. Il documento, lungo due
pagine, non costituisce una proposta formale, ma delinea tre possibili opzioni
per intervenire sul commercio con le colonie israeliane: imporre una licenza di
importazione alle aziende che acquistano beni provenienti dagli insediamenti,
aumentare le tariffe doganali fino a renderne economicamente proibitiva
l’importazione oppure vietare del tutto il commercio. Al termine della riunione,
l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che
«l’opzione che ha ottenuto il maggior sostegno» è proprio quest’ultima.
«Maggior sostegno», tuttavia, non significa maggioranza. Nonostante «tutti i 27
Stati membri concordano sul fatto che gli insediamenti israeliani siano illegali
secondo il diritto internazionale», come rimarcato
da diverse risoluzioni dell’ONU e di tribunali internazionali, al termine della
riunione solo 11 Paesi – tra cui Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi
Bassi, Spagna e Svezia – si sarebbero espressi a favore del divieto totale delle
importazioni provenienti dalle colonie israeliane, mentre 8 si sarebbero opposti
e altri 8 non avrebbero preso posizione. Sul tavolo continua a mancare una
proposta formale della Commissione, passaggio necessario perché il Consiglio
possa pronunciarsi sulla questione. Se da una parte diversi governi continuano a
sollecitare l’esecutivo europeo a presentare una proposta, dall’altra la
Commissione pare prendere tempo e attendere che il Consiglio raggiunga una
quadra. In mezzo a questo scaricabarile di responsabilità, Kallas ha annunciato
che i ministri dei Ventisette hanno incaricato gli ambasciatori del Coreper, il
Comitato dei rappresentanti permanenti, di proseguire l’esame delle opzioni
elaborate dalla Commissione, rinviando così ulteriormente l’eventuale avvio dei
negoziati su una misura specifica.
Il nodo cruciale emerso dalla riunione di ieri riguarda l’inquadramento
giuridico dell’eventuale proposta della Commissione. Quando presenta un atto
legislativo, l’esecutivo europeo ne individua infatti la base giuridica. Nel
caso del commercio con le colonie israeliane, la misura potrebbe essere
qualificata come una questione di politica estera oppure di politica
commerciale. Nel primo caso sarebbe necessaria l’unanimità dei Ventisette, che
al momento pare lontana; nel secondo basterebbe invece la maggioranza
qualificata, pari ad almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della
popolazione dell’UE, soglia che secondo diversi osservatori potrebbe essere
raggiunta. Il dibattito giuridico si è così rapidamente trasformato in uno
scontro politico: gli Stati favorevoli a misure contro le colonie sostengono che
la questione rientri nella politica commerciale, mentre quelli contrari
ritengono che abbia natura di politica estera. La Commissione stessa ritiene che
sarebbe necessaria l’unanimità, mentre Kallas ha riferito che il Servizio
giuridico del Consiglio ritiene applicabile la procedura a maggioranza
qualificata. In questo dibattito spicca la posizione di Tajani, che pare volere
tenere i proverbiali due piedi in una scarpa: il titolare della Farnesina ha
mostrato parziale apertura all’eventuale introduzione di un blocco totale del
commercio con le colonie israeliane, ma ha sostenuto che una simile misura
dovrebbe essere approvata all’unanimità, requisito che condannerebbe una
eventuale proposta a una quasi inevitabile bocciatura.
Allo stato attuale, lo stallo sembra destinato a protrarsi. Sebbene Kaja Kallas
non abbia escluso la convocazione di riunioni straordinarie, il prossimo
Consiglio Affari Esteri è previsto per il 12 ottobre, a sole due settimane dalle
elezioni politiche in Israele. La concomitanza dei due appuntamenti rischia di
complicare ulteriormente il dossier: non è infatti escluso che alcuni Stati
membri preferiscano attendere l’esito del voto prima di affrontare la questione
del commercio con le colonie. Nel frattempo, Israele continua ad approvare nuovi
piani di espansione degli insediamenti. Domenica 12 luglio il governo israeliano
ha dato il via libera alla costruzione di 450 abitazioni nel quartiere
palestinese di Umm Lison, nella Gerusalemme Est occupata, rilanciando un
progetto rimasto fermo per oltre due anni a causa di problemi infrastrutturali.
L'Indipendente