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I 3 anni di guerra anticivili in Sudan; autonomia cinese nelle rinnovabili e Resiliencia Social Club
Abbiamo voluto riprendere una crisi, quella sudanese che teniamo a seguire da quando c’era ancora Al Bashir al potere, raccontando da questi microfoni l’insurrezione, la cacciata del tiranno e le speranze prima che i due generali iniziassero una guerra contro i civili a cui avrebbero dovuto restituire la sovranità su un paese dalla sua indipendenza sempre pervaso da una militante dialettica politica, ora schiacciata da uno dei conflitti più sanguinosi, caratterizzato dalla ferocia delle milizie armate dalle potenze della regione, che si fanno la guerra sulla pelle dei civili, afflitti dalla spaventosa guerra di droni ormai da tre anni… il quarto è iniziato in questi giorni e perciò abbiamo chiesto a Matteo Palamidesse di fare il punto della tragedia. Abbiamo poi coinvolto Sabrina Moles, estensore di un articolo in cui si analizza il successo della diversificazione nella produzione di energia della pianificazione dello sviluppo cinese, che ha permesso a Pechino di non subire eccessivamente i disagi causati dalla guerra nel Golfo. Il tutto si inserisce in una condizione di quasi monopolio nelle rinnovabili di facile implementazione che ha reso la Cina un partner più affidabile di tutti, sicuramente più dell’approccio muscolare di Trump. Con Sabrina è stata un’occasione per capire meglio come si evolvono i rapporti tra centro e periferia degli enti preposti a governare l’energia cinese. Infine siamo andati all’Habana con Raffa, una storica redattrice di Radio Ondarossa, per raccogliere le sue impressioni sulla situazione e le forme di resilienza creativa del popolo cubano. La nostra reporter ha dovuto recarsi nell’isola recentissimamente e ha vissuto presso la sua famiglia acquisita, scoprendo come i cubani sono riusciti a sopravvivere alla strozzatura dell’economia imposta da Rubio/Trump dopo l’operazione piratesca contro Maduro. -------------------------------------------------------------------------------- Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa . -------------------------------------------------------------------------------- IL GREEN DEAL CINESE FUNZIONA E ANCHE I CHIP DELL’AI La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera. Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/). Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani. Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata. I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese. -------------------------------------------------------------------------------- NEL BUIO DEI BLACKOUT DIETRO LA STELLA RIVOLUZIONARIA BRILLA L’ARTE DI ARRANGIARSI L’opportunità era ghiotta: una compagna, Raffa, appena tornata da L’Habana, dove aveva vissuto nella sua famiglia acquisita due settimane di bloqueo, condividendo disagi e soluzioni all’embargo, aggirandosi per uno stato che non appare fallito, ma in grado di trovare mezzi per sopravvivere al boicottaggio dell’ingombrante vicino da più di 60 anni. Inventando sempre nuove forme di approvvigionamento e rintuzzamento degli adescamenti da parte del mondo consumistico che propone il proprio fittizio benessere, che il modus vivendi caraibico respinge non riconoscendovi tanti caratteri di maggiore reale attrazione, nonostante l’indubbio controllo illiberale del regime dinastico, che traspare sullo sfondo della narrazione di come davvero si vive nella capitale cubana in questi giorni di aperta minaccia da parte del peggior fascista alla Casa Bianca.
April 18, 2026
Radio Blackout - Info
I 3 anni di guerra anticivili in Sudan; autonomia cinese nelle rinnovabili e Resiliencia Social Club
Abbiamo voluto riprendere una crisi, quella sudanese che teniamo a seguire da quando c’era ancora Al Bashir al potere, raccontando da questi microfoni l’insurrezione, la cacciata del tiranno e le speranze prima che i due generali iniziassero una guerra contro i civili a cui avrebbero dovuto restituire la sovranità su un paese dalla sua indipendenza sempre pervaso da una militante dialettica politica, ora schiacciata da uno dei conflitti più sanguinosi, caratterizzato dalla ferocia delle milizie armate dalle potenze della regione, che si fanno la guerra sulla pelle dei civili, afflitti dalla spaventosa guerra di droni ormai da tre anni… il quarto è iniziato in questi giorni e perciò abbiamo chiesto a Matteo Palamidessedi fare il punto della tragedia. Abbiamo poi coinvolto Sabrina Moles, estensore di un articolo in cui si analizza il successo della diversificazione nella produzione di energia della pianificazione dello sviluppo cinese, che ha permesso a Pechino di non subire eccessivamente i disagi causati dalla guerra nel Golfo. Il tutto si inserisce in una condizione di quasi monopolio nelle rinnovabili di facile implementazione che ha reso la Cina un partner più affidabile di tutti, sicuramente più dell’approccio muscolare di Trump. Con Sabrina è stata un’occasione per capire meglio come si evolvono i rapporti tra centro e periferia degli enti preposti a governare l’energia cinese. Infine siamo andati all’Habana con Raffa, ex redattrice di Radio Ondarossa, per raccogliere le sue impressioni sulla situazione e le forme di resilienza creativa del popolo cubano. La nostra reporter ha dovuto recarsi nell’isola recentissimamente e ha vissuto presso la sua famiglia acquisita, scoprendo come i cubani sono riusciti a sopravvivere alla strozzatura dell’economia imposta da Rubio/Trump dopo l’operazione piratesca contro Maduro. -------------------------------------------------------------------------------- Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa . -------------------------------------------------------------------------------- IL GREEN DEAL CINESE FUNZIONA E ANCHE I CHIP DELL’AI La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera. Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/). Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani. Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata. I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese. -------------------------------------------------------------------------------- NEL BUIO DEI BLACKOUT DIETRO LA STELLA RIVOLUZIONARIA BRILLA L’ARTE DI ARRANGIARSI L’opportunità era ghiotta: una compagna, Raffa, appena tornata da L’Habana, dove aveva vissuto nella sua famiglia acquisita due settimane di bloqueo, condividendo disagi e soluzioni all’embargo, aggirandosi per uno stato che non appare fallito, ma in grado di trovare mezzi per sopravvivere al boicottaggio dell’ingombrante vicino da più di 60 anni. Inventando sempre nuove forme di approvvigionamento e rintuzzamento degli adescamenti da parte del mondo consumistico che propone il proprio fittizio benessere, che il modus vivendi caraibico respinge non riconoscendovi tanti caratteri di maggiore reale attrazione, nonostante l’indubbio controllo illiberale del regime dinastico, che traspare sullo sfondo della narrazione di come davvero si vive nella capitale cubana in questi giorni di aperta minaccia da parte del peggior fascista alla Casa Bianca.
I 3 anni di guerra anticivili in Sudan; autonomia cinese nelle rinnovabili e Resiliencia Social Club
Abbiamo voluto riprendere una crisi, quella sudanese che teniamo a seguire da quando c’era ancora Al Bashir al potere, raccontando da questi microfoni l’insurrezione, la cacciata del tiranno e le speranze prima che i due generali iniziassero una guerra contro i civili a cui avrebbero dovuto restituire la sovranità su un paese dalla sua indipendenza sempre pervaso da una militante dialettica politica, ora schiacciata da uno dei conflitti più sanguinosi, caratterizzato dalla ferocia delle milizie armate dalle potenze della regione, che si fanno la guerra sulla pelle dei civili, afflitti dalla spaventosa guerra di droni ormai da tre anni… il quarto è iniziato in questi giorni e perciò abbiamo chiesto a Matteo Palamidesse di fare il punto della tragedia. Abbiamo poi coinvolto Sabrina Moles, estensore di un articolo in cui si analizza il successo della diversificazione nella produzione di energia della pianificazione dello sviluppo cinese, che ha permesso a Pechino di non subire eccessivamente i disagi causati dalla guerra nel Golfo. Il tutto si inserisce in una condizione di quasi monopolio nelle rinnovabili di facile implementazione che ha reso la Cina un partner più affidabile di tutti, sicuramente più dell’approccio muscolare di Trump. Con Sabrina è stata un’occasione per capire meglio come si evolvono i rapporti tra centro e periferia degli enti preposti a governare l’energia cinese. Infine siamo andati all’Habana con Raffa, una storica redattrice di Radio Ondarossa, per raccogliere le sue impressioni sulla situazione e le forme di resilienza creativa del popolo cubano. La nostra reporter ha dovuto recarsi nell’isola recentissimamente e ha vissuto presso la sua famiglia acquisita, scoprendo come i cubani sono riusciti a sopravvivere alla strozzatura dell’economia imposta da Rubio/Trump dopo l’operazione piratesca contro Maduro. -------------------------------------------------------------------------------- Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa . -------------------------------------------------------------------------------- IL GREEN DEAL CINESE FUNZIONA E ANCHE I CHIP DELL’AI La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera. Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/). Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani. Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata. I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese. -------------------------------------------------------------------------------- NEL BUIO DEI BLACKOUT DIETRO LA STELLA RIVOLUZIONARIA BRILLA L’ARTE DI ARRANGIARSI L’opportunità era ghiotta: una compagna, Raffa, appena tornata da L’Habana, dove aveva vissuto nella sua famiglia acquisita due settimane di bloqueo, condividendo disagi e soluzioni all’embargo, aggirandosi per uno stato che non appare fallito, ma in grado di trovare mezzi per sopravvivere al boicottaggio dell’ingombrante vicino da più di 60 anni. Inventando sempre nuove forme di approvvigionamento e rintuzzamento degli adescamenti da parte del mondo consumistico che propone il proprio fittizio benessere, che il modus vivendi caraibico respinge non riconoscendovi tanti caratteri di maggiore reale attrazione, nonostante l’indubbio controllo illiberale del regime dinastico, che traspare sullo sfondo della narrazione di come davvero si vive nella capitale cubana in questi giorni di aperta minaccia da parte del peggior fascista alla Casa Bianca.
April 18, 2026
Radio Blackout
SUDAN: IL CONFLITTO DIMENTICATO A RISCHIO “SCENARIO LIBICO”, 25 MILIONI I DENUTRITI
Un attacco di droni ha colpito questa mattina le vicinanze dell’aeroporto internazionale della capitale del Sudan, Khartoum. Il raid avviene a un giorno dalla riapertura dello scalo per la prima volta in oltre due anni di guerra civile tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido, le milizie paramilitari. I voli nazionali avrebbero dovuto riprendere una volta completati i preparativi tecnici e operativi. Non vi è stata alcuna rivendicazione immediata di responsabilità e non sono state rilasciate informazioni sulle vittime o sui danni. L’aeroporto è chiuso da quando, ad aprile 2023, sono scoppiati gli scontri che hanno causato gravi danni alle infrastrutture vitali della capitale. Testimoni hanno riferito di aver sentito i droni nel centro e nel sud di Khartoum e i suoni delle esplosioni nell’area dell’aeroporto dalle 4.00 alle 6.00 ora locale. L’attacco è il terzo in sette giorni contro la capitale da parte dei droni, che la scorsa settimana hanno preso di mira la capitale Khartoum per due giorni consecutivi, colpendo anche due basi militari nel nord-ovest della città. Nel conflitto dimenticato iniziato nell’aprile del 2023, 12 milioni di persone sono fuggite dalla propria abitazione (4 milioni quelle che hanno lasciato il Sudan), 30 milioni necessitano di aiuti umanitari e 25 milioni vivono l’insicurezza alimentare. Per porre un argine al conflitto dimenticato e alla gravissima crisi umanitaria, i Missionari Comboniani chiedono al Governo Italiano, tramite i canali di Nigrizia, un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti per i civili bloccati senza cibo a El Fasher, città assediata in Darfur. Altra notizia che andiamo ad approfondire riguarda la banca BNP Parisbas: la scorsa settimana è stata condannata da un tribunale di Manhattan a pagare oltre 20 milioni di dollari a tre rifugiati sudanesi, ora residenti negli Stati Uniti, che le avevano fatto causa con l’accusa di avere contribuito ai crimini del regime, quello di Omar al-Bashir, al quale la banca aveva offerto i suoi servizi tra il 1997 e il 2011. Crollo delle azioni in borsa, con i vertici della banca e gli investitori che ora temono di vedersi sommergere da migliaia di richieste di risarcimento, dopo che il “caso pilota” è andato a segno. A detta degli analisti di BDL Capital Management “il numero potenziale di vittime coinvolte – circa 23.000 persone – espone la banca a un rischio teorico di risarcimenti fino a 150 miliardi di dollari”. L’approfondimento con Brando Ricci, giornalista di Nigrizia. Ascolta o scarica
October 21, 2025
Radio Onda d`Urto