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CNDDDU: promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti
Intervenendo in merito alla morte di Abderrahim Fakir e all’intervento di contrasto alla criminalità giovanile effettuato dalla Polizia di Stato simultaneamente in 44 province italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone l’elaborazione di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti. Il CNDDU esprime profondo cordoglio per la morte di Abderrahim Fakir e manifesta sincera vicinanza ai suoi familiari, che hanno rivolto alla comunità una richiesta fondata sui valori essenziali di ogni democrazia: verità, giustizia e dignità. Gli episodi verificatisi successivamente durante la manifestazione di Bologna, caratterizzati da scontri, danneggiamenti e violenze nei confronti delle forze dell’ordine e del patrimonio pubblico, impongono una riflessione che vada oltre la cronaca e le inevitabili contrapposizioni politiche. Il dolore di una famiglia, il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente, il dovere delle istituzioni di garantire la sicurezza e il rispetto della legalità appartengono tutti allo stesso orizzonte costituzionale e non possono essere posti in alternativa tra loro. La tutela dei diritti umani non può essere selettiva. Essa riguarda la persona sottoposta a un intervento delle autorità, i cittadini che esercitano pacificamente il diritto di manifestazione, gli operatori delle forze dell’ordine chiamati a garantire la sicurezza collettiva, il personale sanitario impegnato nei soccorsi, i commercianti e tutti coloro che subiscono le conseguenze della violenza. Ogni aggressione, indipendentemente da chi la compia, rappresenta una lesione della convivenza democratica. Per questo motivo il CNDDU richiama con fermezza il principio di responsabilità istituzionale e civile. In uno Stato di diritto l’accertamento delle eventuali responsabilità appartiene esclusivamente agli organi competenti, ai quali spetta il compito di ricostruire i fatti con imparzialità, trasparenza e rigore. Allo stesso tempo, nessuna forma di protesta può giustificare comportamenti che trasformino il dissenso in violenza, poiché la violenza priva la comunità della possibilità di costruire soluzioni condivise. L’accaduto evidenzia la necessità di un’evoluzione culturale del concetto stesso di sicurezza. La sicurezza non coincide esclusivamente con il mantenimento dell’ordine pubblico, così come i diritti umani non possono essere interpretati esclusivamente come tutela individuale. Entrambi costituiscono beni pubblici, strettamente interdipendenti, che si rafforzano reciprocamente quando vengono perseguiti attraverso istituzioni trasparenti, cittadini responsabili e comunità educate al dialogo. Le società democratiche sono oggi chiamate a confrontarsi con fenomeni sempre più complessi: fragilità sociali, disagio psicologico, marginalità, diffusione dell’odio online, polarizzazione del dibattito pubblico e crescente difficoltà nella gestione dei conflitti collettivi. Rispondere a tali trasformazioni richiede un’innovazione che non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto organizzativa, educativa e culturale. Il CNDDU ritiene necessario promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti fondato sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche, università, forze dell’ordine, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del Terzo settore. La gestione delle situazioni più complesse dovrebbe valorizzare équipe multidisciplinari capaci di integrare competenze giuridiche, psicologiche, sanitarie e sociali, affinché l’intervento pubblico sia sempre più efficace, proporzionato e rispettoso della dignità di ogni persona. Parallelamente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sistemi di documentazione delle operazioni, protocolli digitali condivisi, procedure verificabili e strumenti di monitoraggio indipendente, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e della normativa sulla protezione dei dati personali, possono aumentare la trasparenza, tutelare gli operatori e offrire ai cittadini maggiori garanzie di imparzialità. La tecnologia, tuttavia, rappresenta soltanto uno strumento: senza una solida cultura dei diritti e della responsabilità rischia di non produrre alcun cambiamento significativo. L’innovazione più importante resta quella educativa. La scuola è chiamata a sviluppare nei giovani competenze che vadano oltre la conoscenza delle norme: capacità di dialogo, gestione non violenta dei conflitti, educazione alla cittadinanza digitale, pensiero critico, rispetto delle istituzioni democratiche e consapevolezza che ogni diritto comporta anche un corrispondente dovere nei confronti della collettività. Una società che investe nell’educazione riduce le occasioni di conflitto e rafforza la qualità della propria democrazia. Per tali ragioni il CNDDU propone l’avvio di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti, promosso congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero della Salute, dalle Università e dagli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di diffondere pratiche di prevenzione, mediazione, cultura costituzionale e rispetto reciproco nei contesti scolastici e sociali. Investire nella prevenzione significa ridurre il rischio che il conflitto degeneri in violenza e rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. La qualità di una democrazia non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La morte di una persona richiede verità e giustizia; gli episodi di violenza richiedono una ferma riaffermazione della legalità; la crescente polarizzazione impone un rinnovato investimento nell’educazione civica e nei diritti umani. Non esistono diritti senza responsabilità, né sicurezza senza libertà. Quando la dignità della persona, la trasparenza delle istituzioni e il rispetto della legge procedono insieme, la democrazia si rafforza e diventa capace di trasformare anche le sue prove più difficili in occasioni di crescita civile. È questa la prospettiva che il CNDDU ritiene indispensabile promuovere nelle scuole e nella società italiana. Il CNDDU esprime il proprio apprezzamento nei confronti della Polizia di Stato per la rilevante operazione di contrasto alla criminalità giovanile che ha interessato 44 province italiane, coinvolgendo oltre 1.000 operatori, e ha portato all’arresto di centinaia di persone, tra maggiorenni e minorenni, responsabili di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica, consentito il sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, armi da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni oggetto di ricettazione e fatto emergere un dato che merita una particolare attenzione: l’esistenza di quasi un migliaio di profili social utilizzati per diffondere messaggi di odio, di esaltazione della violenza e di legittimazione dell’uso delle armi. Siamo di fronte a un’operazione che testimonia l’efficacia dell’azione dello Stato nel presidiare la legalità, ma che, nello stesso tempo, restituisce l’immagine di un fenomeno assai più complesso della mera devianza minorile. Sarebbe infatti un errore confinare questi dati nella sola dimensione della cronaca giudiziaria. Quando un numero così elevato di adolescenti e giovani entra in contatto con circuiti criminali, quando i luoghi della socializzazione diventano spazi di reclutamento e quando i social network si trasformano in amplificatori della cultura della sopraffazione, il problema non riguarda esclusivamente la sicurezza pubblica: riguarda la qualità del progetto educativo di un Paese. Negli ultimi anni il dibattito sulla criminalità minorile si è concentrato prevalentemente sulle risposte repressive. È una prospettiva inevitabile, perché lo Stato ha il dovere di tutelare i cittadini e di riaffermare il primato della legge. Tuttavia, limitare l’analisi alla repressione significa intervenire quando il processo di costruzione della devianza è già compiuto. Una politica realmente lungimirante dovrebbe interrogarsi su ciò che precede il reato, su quel lento percorso attraverso il quale alcuni giovani arrivano a considerare la violenza una forma di linguaggio, il gruppo criminale una comunità di appartenenza e l’illegalità una modalità ordinaria di affermazione personale. La questione, pertanto, non è soltanto giuridica o criminologica. È profondamente educativa. Ogni società trasmette alle nuove generazioni un sistema di significati attraverso il quale interpretare il mondo, costruire relazioni e orientare le proprie scelte. Quando questo processo si indebolisce, altri modelli occupano lo spazio lasciato libero. La criminalità organizzata, le baby gang, le comunità virtuali fondate sull’odio e sulla violenza riescono ad attrarre perché offrono ciò che ogni adolescente ricerca: riconoscimento, identità, appartenenza, visibilità. Il problema, allora, non consiste soltanto nel contrastare tali organizzazioni, ma nel comprendere perché esse risultino, per alcuni giovani, più persuasive delle istituzioni educative. La riflessione pedagogica contemporanea insegna che nessun comportamento può essere modificato esclusivamente attraverso la sanzione. Le regole vengono rispettate stabilmente quando sono comprese, condivise e riconosciute come strumenti di tutela della persona. Se la legge viene percepita soltanto come limite imposto dall’autorità, il rispetto delle norme dipenderà dalla paura del controllo; se, invece, il diritto viene presentato come il fondamento della convivenza democratica e della libertà di ciascuno, allora esso diventa parte integrante della coscienza civile. È proprio questa la sfida che oggi la scuola italiana è chiamata ad affrontare. L’educazione alla legalità non può più essere interpretata come un insieme di iniziative episodiche, affidate alla buona volontà delle singole istituzioni scolastiche o concentrate nelle ricorrenze dedicate alla memoria delle vittime delle mafie. Pur trattandosi di esperienze preziose, esse non bastano più. Le trasformazioni sociali degli ultimi anni impongono un cambio di paradigma. La legalità deve cessare di essere un tema e diventare un metodo educativo; non un progetto, ma una dimensione permanente dell’esperienza scolastica. L’elemento più inquietante emerso dall’operazione della Polizia di Stato riguarda, infatti, la dimensione culturale del fenomeno. I quasi mille profili social individuati dimostrano che la violenza non viene soltanto praticata, ma anche raccontata, condivisa, imitata e, talvolta, perfino ammirata. Gli algoritmi delle piattaforme digitali tendono a moltiplicare la visibilità dei contenuti più estremi, contribuendo a costruire un immaginario nel quale la forza appare sinonimo di autorevolezza e la sopraffazione diventa uno strumento di riconoscimento sociale. Non siamo più soltanto di fronte a comportamenti devianti: siamo di fronte alla progressiva normalizzazione di una cultura nella quale il diritto perde la propria funzione di riferimento etico e civile. È in questo contesto che il CNDDU ritiene indispensabile avviare una riflessione sul ruolo dell’educazione giuridica nella scuola italiana. Per troppo tempo il diritto è stato considerato una disciplina destinata prevalentemente agli indirizzi economici o professionali, quasi che la conoscenza della Costituzione, delle istituzioni democratiche, dei diritti fondamentali e dei doveri di cittadinanza costituisse un sapere specialistico. Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. La complessità della società contemporanea richiede cittadini capaci di comprendere il funzionamento delle istituzioni, di interpretare criticamente l’informazione, di riconoscere le manipolazioni comunicative, di esercitare responsabilmente i propri diritti e di assumere decisioni consapevoli anche negli ambienti digitali. Per queste ragioni il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, una proposta che intende superare definitivamente la logica degli interventi occasionali. È necessario avviare un Piano nazionale per la cultura costituzionale e dei diritti umani che riconosca la prevenzione educativa quale componente strutturale delle politiche di sicurezza del Paese. In tale prospettiva, i docenti delle discipline giuridiche ed economiche dovrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo stabile nella progettazione educativa degli istituti, coordinando percorsi interdisciplinari dedicati all’educazione costituzionale, ai diritti umani, alla cittadinanza digitale, alla prevenzione della violenza, delle discriminazioni, del bullismo, del cyberbullismo e dei processi di radicalizzazione giovanile. Non si tratta di rivendicare nuovi spazi disciplinari, ma di valorizzare una professionalità già presente nella scuola italiana e troppo spesso sottoutilizzata. Il docente di diritto possiede gli strumenti culturali per trasformare norme apparentemente astratte in occasioni di riflessione critica sulla vita quotidiana, aiutando gli studenti a comprendere il significato concreto della dignità umana, della responsabilità personale, della funzione delle istituzioni e del rapporto inscindibile tra libertà individuale e interesse collettivo. In un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e tecnologiche, questa competenza non rappresenta un sapere settoriale, ma una risorsa strategica per la formazione del cittadino. Il CNDDU ritiene, inoltre, che sia giunto il momento di compiere una scelta culturale coraggiosa: affiancare agli indicatori tradizionali del successo scolastico un nuovo parametro educativo, quello della maturazione della competenza civica e costituzionale degli studenti. Così come il sistema nazionale valuta gli apprendimenti linguistici, matematici e scientifici, appare ormai indispensabile monitorare in modo sistematico anche la capacità delle nuove generazioni di comprendere il significato delle regole democratiche, di esercitare il pensiero critico, di riconoscere i meccanismi della manipolazione e di partecipare responsabilmente alla vita della comunità. La qualità di una democrazia non dipende soltanto dal livello delle competenze professionali dei suoi cittadini, ma dalla loro capacità di vivere la cittadinanza come pratica consapevole. Occorre, infine, liberarsi da un equivoco che ha accompagnato per troppo tempo il dibattito pubblico. La sicurezza non coincide esclusivamente con il controllo del territorio. Una società è realmente sicura quando riesce a ridurre le condizioni culturali che rendono la violenza una possibilità credibile. Le politiche educative devono, pertanto, essere considerate parte integrante delle politiche della sicurezza nazionale. Investire nella scuola significa investire nella tenuta democratica del Paese; investire nella cultura giuridica significa rafforzare gli anticorpi civili della comunità; investire nei docenti di diritto significa dotare la Repubblica di professionisti capaci di tradurre i principi costituzionali in competenze di vita. L’imponente operazione della Polizia di Stato dimostra che le istituzioni possiedono gli strumenti per reprimere i fenomeni criminali. Il compito della scuola è diverso e, per certi aspetti, ancora più impegnativo: impedire che quei fenomeni trovino terreno fertile nelle coscienze delle nuove generazioni. È qui che si gioca la sfida decisiva. Una Repubblica che affida il futuro dei propri giovani alla sola efficacia della risposta penale rinuncia alla propria più alta funzione educativa. Una Repubblica che, invece, riconosce nella scuola il luogo in cui il diritto diventa cultura, la Costituzione esperienza vissuta e i diritti umani criterio quotidiano di convivenza, sceglie di costruire una sicurezza fondata non sull’emergenza, ma sulla maturazione di cittadini capaci di custodire, con consapevolezza, il patrimonio democratico che la Costituzione affida a ciascuno di noi. Romano Pesavento, presidente del CNDDU Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
ANDISU al Forum CNEL-TER: diritto allo studio al centro delle politiche per le aree interne
“Le residenze universitarie sono un antidoto allo spopolamento e rafforzano il ruolo degli atenei nei territori”, ha affermato Emilio Di Marzio, presidente dell’Associazione Nazionale degli organismi per il Diritto allo Studio Universitario partecipando all’inaugurazione del Forum CNEL-TER “Territori, Economia, Rappresentanza” promosso dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro per favorire il dialogo tra istituzioni e reti rappresentative dei territori. Nel comunicato di ANDISU è riferito che alla prima riunione i rappresentanti delle reti aderenti al forum hanno condiviso esperienze, individuato le principali priorità strategiche e avviato un percorso di collaborazione finalizzato alla definizione di proposte comuni per rafforzare la competitività dei territori, migliorare la qualità dei servizi pubblici e sostenere la crescita delle comunità locali. L’incontro, cui è intervenuto Renato Brunetta, presidente del CNEL, ha coinvolto l’ANDISU come protagonista: “Una tra le reti istituzionali chiamate a contribuire ai lavori del Forum, ANDISU apporta l’esperienza degli enti per il diritto allo studio universitario e il contributo che questi offrono allo sviluppo sociale ed economico dei territori attraverso servizi, residenze universitarie e misure a sostegno degli studenti – è spiegato nel comunicato dell’Associazione Nazionale degli organismi per il Diritto allo Studio Universitario – La partecipazione al Forum CNEL-TER conferma il ruolo strategico del diritto allo studio universitario quale leva di sviluppo territoriale, capace di favorire l’accesso all’istruzione superiore, contrastare i divari geografici e sostenere la vitalità delle aree interne attraverso investimenti in servizi e infrastrutture dedicate agli studenti”. «Nelle aree interne gli enti per il diritto allo studio rappresentano spesso un vero antidoto allo spopolamento – ha evidenziato il presidente di ANDISU, Emilio Di Marzio – Contribuiamo a mantenere vive piccole università che esprimono un grande valore accademico e scientifico e che costituiscono un presidio economico e sociale fondamentale per i territori. Lo facciamo, in particolare, attraverso il potenziamento delle residenze universitarie. Grazie ai fondi del PNRR, negli ultimi due anni sono stati investiti circa 2 miliardi di euro nello sviluppo dell’housing universitario. Il dialogo costante con i rettori, soprattutto degli atenei delle aree interne, ci consentirà nell’arco del prossimo anno e mezzo di inaugurare un numero significativo di nuove residenze nell’entroterra italiano, rafforzando il ruolo delle università come motore di sviluppo, coesione e attrattività dei territori». Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Maria Karapetyan, ex studentessa di Rondine, eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE
Grande orgoglio e soddisfazione a Rondine Cittadella della Pace per l’importante traguardo raggiunto da Maria Karapetyan. Membro dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia e “Rondine d’Oro”, Karapetyan è stata eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. L’elezione ha visto una convergenza straordinaria sulla sua figura: la deputata ha ottenuto il maggior numero di preferenze tra i candidati, raccogliendo 119 voti da parte dei parlamentari in rappresentanza di 57 Paesi. A nome di tutta Rondine vanno a Maria le più vive congratulazioni per questo bellissimo riconoscimento, accompagnate dalla certezza che saprà svolgere il suo prestigioso incarico con eccellente professionalità e profonda umanità, continuando a coltivare il dialogo e la riconciliazione tra i popoli. Un traguardo, questo, che dà nuova forza alle parole che Maria aveva pronunciato in passato, proprio durante il suo percorso formativo a Rondine, e che oggi risuonano come una promessa mantenuta e confermata dai suoi eccezionali risultati: “I giovani non sono solo il futuro, ma il presente: se offri ai giovani la possibilità di prendere parte alla formazione del proprio futuro, loro possono essere in prima linea nella costruzione della pace”.   Una vita spesa per il dialogo e per i diritti umani Nata in Armenia nel 1988 – anno in cui la sua terra natale fu squarciata da un terribile terremoto –, Maria Karapetyan ha imparato negli anni ad accettare gli eventi immodificabili, scegliendo però di intervenire con coraggio laddove le è possibile fare la differenza. Un percorso di crescita avvenuto anche grazie all’esperienza formativa a Rondine. Dal 2013 al 2015 è stata infatti studentessa presso la Cittadella della Pace, dove si è impegnata in prima persona nella progettazione e realizzazione di programmi educativi per studenti italiani e internazionali. Nello stesso periodo ha conseguito con successo il Master in Studi sulla Pace presso l’Università di Roma Tre. Il suo percorso personale e professionale è da sempre legato all’impegno per la risoluzione dei conflitti armati e nella diplomazia dal basso. Ha contribuito a progetti innovativi di dialogo tra i popoli del Caucaso meridionale e, dal 2012, ha ricoperto il ruolo di direttrice di sviluppo dell’Imagine Center for Conflict Transformation, organizzazione indipendente nata nel 2007 per la trasformazione positiva delle relazioni e la creazione di fondamenti per una pace durevole e sostenibile nelle società che hanno superato i conflitti. In questo contesto è stata attivamente coinvolta nella progettazione e realizzazione di progetti di dialogo tra i popoli del Caucaso. Nella primavera del 2018, durante la così detta Rivoluzione di velluto, Karapetyan è scesa in piazza a Yerevan tra le protagoniste del cambiamento politico dell’Armenia verso una maggiore democrazia. Entrata nelle istituzioni, ha ricoperto la carica di membro dell’Assemblea Nazionale dal 2019 al 2021, periodo in cui ha fatto parte della Commissione permanente per la protezione dei diritti umani e gli affari pubblici. In seguito alle elezioni parlamentari del 20 giugno 2021, è stata nuovamente rieletta all’Assemblea Nazionale, dove siede tutt’oggi nella Commissione permanente per gli affari esteri.   Fonte: CS di Rondine Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Perù: «Non ci arrenderemo finché la modifica alle borse di studio non verrà archiviata»
La lotta per un’istruzione inclusiva continua ad essere portata avanti dagli studenti, dai borsisti e dagli ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC), che stanno ora organizzando una veglia permanente davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, situata nel distretto di San Borja, nella città di Lima. «Non ci arrenderemo, resteremo qui, mentre nel contempo continuiamo il dialogo con la presidente eletta», hanno affermato. Bryan Melgar, rappresentante del Fronte Nazionale dei Borsisti del Perù (FRENABEP), ha rilasciato alcune dichiarazioni a Pressenza durante il picchetto che decine di studenti, borsisti ed ex borsisti del PRONABEC hanno deciso di mantenere, chiedendo che questo governo (o quello entrante) archivi il progetto di modifica del Regolamento della Legge n. 29837, che snatura l’accesso all’istruzione per i giovani di talento ma in condizioni di vulnerabilità economica. «Questo governo ha deciso di ignorare la nostra richiesta, la nostra rivendicazione. Ha emanato una risoluzione ministeriale che proroga la consultazione pubblica di altri 30 giorni; in un certo senso è un risultato, ma è anche un modo per lavarsene le mani e lasciare il problema al prossimo governo. Quello che chiediamo è che questo governo si assuma le proprie responsabilità e, fin da ora, archivi questa risoluzione ministeriale, rendendola nulla», ha dichiarato Melgar in mezzo agli studenti in veglia. Il rappresentante del FRENABEP ha inoltre segnalato che, sebbene il periodo di consultazione pubblica sia stato esteso a 30 giorni, esso non ha avuto un’adeguata diffusione: «L’hanno pubblicato solo sul loro sito ufficiale, non l’hanno nemmeno pubblicato sui social network o su altri mezzi di comunicazione più vicini ai borsisti», limitando così la partecipazione civica delle persone coinvolte nella modifica normativa. EPURAZIONE DEI BORSISTI Attualmente il PRONABEC assiste 60.000 borsisti universitari e 283 di dottorato. Le modifiche che lo Stato peruviano intende apportare al programma di borse di studio sono considerate dagli studenti come una «snaturazione del programma». Pertanto, con la nuova normativa, i borsisti non potrebbero manifestarsi liberamente, poiché correrebbero il rischio di perdere la borsa di studio. Non potrebbero nemmeno ripetere gli anni di corso, né cambiare corso di laurea, e verrebbe loro revocato il sostegno psicologico-emotivo. «Il sistema che gestiscono è troppo rigido e poco attento alla realtà dei giovani e dei borsisti. Ecco di cosa stiamo parlando. C’è qualcosa che stanno gestendo, internamente, che potremmo definire una “epurazione dei borsisti”. Per loro siamo solo una spesa. Da dicembre, con la Beca 18, le borse di studio sono state praticamente tagliate, perché senza soldi non ci sono borse di studio. Di chi è la colpa? Non si è mai saputo. Ma delle 38.000 borse di studio promesse, non sono mai esistite. Da lì hanno persino avviato un processo di snaturamento, la cosiddetta riorganizzazione del Programma Nazionale delle Borse di Studio. Potremmo dire che si tratta di un vero e proprio processo, di un’iniziativa volta a snaturare l’attuale sistema di borse di studio e a trasformarlo in un altro tipo di sistema. Al settore dell’istruzione, a quanto pare, non interessa. Hanno già iniziato, da tempo, a tagliare i bilanci, per miliardi. Per questo ne stanno soffrendo tutte le università pubbliche e private, gli istituti, a livello nazionale. Ciò che stanno causando è semplicemente tagliare i sogni, stroncare l’istruzione del Paese. Modificando l’intera legge sul Programma Nazionale delle Borse di Studio, stanno cambiando i corsi di laurea, i corsi post-laurea, i crediti, l’intero numero di borse di studio esistenti. Stanno cambiando tutto, a loro piacimento, senza una vera consultazione, senza coordinamento con i giovani e con i borsisti”, ha denunciato Bryan Melgar. SOSTEGNO DA PARTE DEGLI STUDENTI E DEI CITTADINI I manifestanti accampati davanti al Ministero dell’Istruzione sottolineano che continueranno la veglia permanente fino a quando non otterranno una risposta dall’attuale governo o da quello entrante, a partire dal prossimo 28 luglio. La richiesta dei borsisti ha ricevuto il sostegno delle federazioni universitarie di Lima e Callao, nonché dell’Università Cattolica e dell’Università Cayetano Heredia. Inoltre, nel caso delle università prive di federazioni, hanno ricevuto il sostegno delle associazioni studentesche, come quelle dell’Università Científica, dell’UPC, dell’Università Ruiz de Montoya e di altre a livello nazionale. Redacción Perú
July 20, 2026
Pressenza
Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
COPEUU avvia una nuova fase internazionale
18 luglio 2026. Educatori/trici, pedagogisti, ricercatori/trici e professioniste/i del settore dell’apprendimento provenienti da Italia, Francia, Costa Rica, Cile, Argentina e Perù si sono riuniti in un incontro virtuale per inaugurare una nuova fase nello sviluppo della Corrente Pedagogica Umanista Universalista (COPEUU). La giornata ha segnato l’inizio pubblico di un processo internazionale di riflessione, dialogo e costruzione collettiva volto a rafforzare e proiettare la proposta pedagogica della COPEUU alla luce delle sfide educative del momento storico attuale. Questo incontro rappresenta il primo di una serie di momenti internazionali dedicati allo studio, allo scambio e alla costruzione collettiva che accompagneranno lo sviluppo di questa nuova fase nei prossimi anni. COPEUU (Corrente Pedagogica Umanista Universalista) è un movimento internazionale di educatori, ricercatori e professionisti che promuove un nuovo paradigma educativo attraverso la Pedagogia dell’Intenzionalità, una proposta ispirata nell’Umanesimo Universalista SILO (Mario Rodríguez Cobos, 1938-2010) che considera l’apprendimento come un’esperienza integrale, consapevole e trasformativa della realtà. La sua metodologia esperienziale crea le condizioni per un apprendimento intenzionale, in cui l’esperienza personale, la riflessione e lo scambio diventano fonte di comprensione e trasformazione. Il suo punto di partenza è una nuova visione dell’essere umano: la convinzione che ogni persona venga al mondo con una missione irripetibile e intrasferibile orientata all’umanizzazione, e che l’educazione abbia la responsabilità di creare le condizioni affinché tale missione possa essere scoperta e sviluppata. Da questo punto di vista, l’apprendimento non coinvolge solo le dimensioni intellettuale, affettiva, corporea e sociale, ma anche la dimensione spirituale dell’essere umano, intesa come ricerca di senso, superamento della sofferenza e aspirazione a una vita coerente e dotata di senso, orientata a contribuire al benessere proprio e altrui. Durante l’incontro è stato presentato il senso di questa Nuova Fase, frutto di quindici anni di percorso della COPEUU e di un processo pedagogico che affonda le sue radici nell’Umanesimo Universalista e nello sviluppo della Pedagogia dell’Intenzionalità. Lungi dal rappresentare un punto di arrivo, il processo propone di aprire un nuovo ciclo di studio, partecipazione e sviluppo collettivo, creando le condizioni per ampliare la ricerca, favorire lo scambio internazionale e rafforzare una comunità di apprendimento sempre più diversificata e intergenerazionale. L’incontro ha inoltre permesso di condividere la visione operativa che guiderà questa nuova fase, articolata in diverse linee d’azione, tra cui lo studio internazionale, la ricerca sulla Pedagogia dell’Intenzionalità, la produzione di materiali didattico-pedagogici, il rafforzamento dei gruppi locali, lo sviluppo di piattaforme digitali, la formazione continua, gli incontri di scambio e il rapporto con i Parchi di Studio e Riflessione. Con questo invito, COPEUU ribadisce il proprio impegno a favore di un’educazione in grado di contribuire all’umanizzazione personale e sociale, e invita educatori, famiglie, ricercatori, istituzioni e persone interessate a partecipare attivamente a questo processo internazionale di studio, scambio e costruzione collettiva. Contatto Le persone, le istituzioni e le organizzazioni interessate a ricevere maggiori informazioni sulla proposta pedagogica di COPEUU o a partecipare a questa nuova fase possono contattare: copehu.internacional@gmail.com oppure sui nostri profili Instagram/Facebook e www.copehu.net   COPEHU
July 19, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomandato ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche, ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
Nella scuola di Valditara è vietato pensare?
Riportiamo la lettera di denuncia e solidarietà  scritta da un gruppo di professori del Liceo  Vivona di Roma in seguito a un grave episodio che coinvolge un loro collega e numerosi studenti. Il liceo Vivona di Roma sta vivendo un momento drammatico: un’ispezione ministeriale – volta ad accertare un fatto che non ha alcun evidente motivo di essere perseguito (una comunicazione privata, dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui il loro ex professore invitava i propri ex studenti e studentesse a restare vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli, ricordando la vicenda del genocidio di Gaza)– si è abbattuta sulla nostra scuola. Il caso di un libero cittadino che espone il proprio punto di vista (corredandolo di citazioni letterarie, di cui non si è volutamente afferrato il significato profondo) ad altri liberi cittadini e cittadine, è un fatto da indagare, insomma. Strano: la comunicazione, infatti, è intervenuta a rapporto docente-discenti concluso, dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Ciò nonostante, il quotidiano “Il Tempo” in un articolo mal scritto e capzioso, ha rivelato e commentato impudicamente il testo della comunicazione, che sarebbe stata fornita al giornale da uno studente anonimo, che parla di “un professore di latino e greco di una scuola di Roma”, fornendone un’interpretazione manipolatoria e in alcuni passaggi priva di logica. Nonostante nell’articolo del “Tempo” non sia nominata la nostra scuola, docenti, ma – soprattutto – studentesse e studenti, sono sottoposte/i ad un accertamento volto a determinare la presunta “colpevolezza” del nostro collega, stimato – come stanno testimoniando le numerose attestazioni che arrivano in queste ore – per cultura, preparazione, onestà intellettuale, impegno nella società, peraltro membro del consiglio di istituto. Quello che ciascuna/o di noi ha fatto – nel corso dell’anno scolastico – per far comprendere ai propri studenti e alle proprie studentesse ciò che è accaduto e continua ad accadere in Palestina è certificato dai nostri registri scolastici, cui gli ispettori possono certamente accedere, senza necessità di intervistare ragazzi e ragazze appena diplomati: un’operazione di informazione, analisi, approfondimento su una circostanza storica drammatica, che è sotto gli occhi di tutti/e, che affonda le proprie radici in una storia antica e che non noi, ma istituzioni internazionali come l’ONU definiscono genocidio. Molte e molti di noi, come docenti della scuola della Repubblica e come educatori alla pace, hanno avvertito non solo il diritto, ma il dovere di non abbassare lo sguardo e di rispondere alle domande che studentesse e studenti ci ponevano. Nel caso di specie, però, si tratta di altro. Un ex docente di ex studentesse e studenti si congeda da loro lasciando un messaggio: non accontentatevi di guardare la superficie, esercitate il libero arbitrio che è stato rafforzato attraverso la conoscenza che la scuola vi ha fornito, restate umani, chiunque voi sarete. Qui non si tratta di libertà di insegnamento, ma di libertà di espressione. Alcuni/e di noi hanno deciso – una volta appresa la notizia dell’audizione da parte degli ispettori – di spedire il medesimo messaggio ai propri ex studenti e studentesse: un atto di condivisione, di solidarietà, di contestazione di un evento rispetto al quale non intendiamo rimanere indifferenti, che rivendichiamo; auditeci tutti/e. E diteci chiaramente in cosa abbiamo violato leggi, norme, codice deontologico. Ai nostri colleghi, ma soprattutto agli studenti e alle studentesse che sono stati sottoposti -a 19 anni – al dilemma per decidere se essere delatori o mentitori, comunichiamo la nostra solidarietà: non è questa la scuola del comma 1 dell’art. 33 (che prevede le libertà di insegnamento e di apprendimento); la scuola dell’art. 11 (impudicamente ed erroneamente tirato in ballo dall’art. del “Tempo”, da cui sarebbe scaturito il casus belli, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.); la scuola dell’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”). In particolare: servendosi del ruolo di docente che un libero cittadino riveste, in un contesto però differente da quello in questione (che è lo scambio di idee con ex studenti), si tenta di minare una delle garanzie costituzionali della libertà individuale e collettiva: il diritto di manifestare il proprio pensiero. Un fatto inedito. A quando l’intervento su quanto padri e madri dicono ai propri figli/figlie? E chiediamo loro scusa: talvolta gli adulti sbagliano. E non stiamo parlando del professore oggetto dell’audizione Lettera degli studenti del Vivona contro le ispezioni dell’USR Gli interrogatori e le ispezioni portate avanti dall’USR (col beneplacito, se non la complicità attiva del Mim) verso noi studenti e studentesse del Liceo Vivona di Roma sono un fatto gravissimo, contro cui vogliamo prendere posizione. Negli ultimi giorni ad alcuni noi, studenti e studentesse delle classi quinte, è stato chiesto di fare da delatori verso un nostro docente. La presunta “colpa” è quella di essere un professore solidale con un popolo, quello palestinese, sotto le bombe da anni, che subisce un genocidio e uno stato di apartheid, come è stato definito anche da organismi dell’Onu. Evidentemente, le posizioni solidali contro il genocidio non sono viste di buon occhio dal Ministero di Valditara, che risponde con una politica di terrore fatta di ispezioni ed interrogatori. Come abbiamo ben imparato in questi mesi, la retorica di Valditara sulla presunta neutralità della scuola è solo un pretesto per reprimere il dissenso contro il governo. Lo stesso zelo non viene applicato per iniziative e posizioni che rientrano negli schemi governativi, guarda caso. Condanniamo l’ispezione così come le politiche intimidatorie e repressive del governo. Non saremo delatori contro i lavoratori della scuola perché siamo alleati nella lotta per una formazione e un mondo più giusti. Vogliamo una scuola democratica e libera dalle ingerenze governative: giù le mani dalla scuola. Adriano Cerri – Rappresentate d’Istituto del Liceo Vivona Sofia Vaglio – Rappresentante di Consulta del Liceo Vivona Redazione Roma
July 16, 2026
Pressenza
La storia dell’archivio del G8. Che non si trova a Genova ma a Bologna, accolto dal Vag61
Lo spazio autogestito nel quartiere Cirenaica ha salvato l’immenso archivio del controvertice del 2001, che ha dovuto cambiare Regione per il disinteresse delle istituzioni. Centinaia di documenti, fotografie e video, fondamentali anche nei processi, sono custoditi dal febbraio 2021 nel Centro doc intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani. Non è un semplice magazzino ma un luogo che incrocia il lavoro storico, la ricerca e la costruzione del conflitto_ “Non sono passati due anni dal G8 di Genova ma venticinque. Ci sono stati dei processi che hanno accertato una verità, per quanto parziale, che fa parte della nostra storia. E questa storia ci dice che Genova non ha voluto accogliere l’archivio del G8 che ora si trova a Bologna”. Per più di dieci anni il documentarista Carlo Bachschmidt ha raccolto insieme ai volontari della Segreteria legale del Genoa social forum articoli, documenti e testimonianze utili alla difesa dei manifestanti coinvolti nei processi sulle giornate di luglio 2001: 310 faldoni contenenti gli atti dei processi -quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, quelli per i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto- una rassegna stampa composta da 6.275 articoli di giornale e ore e ore di materiale audiovisivo. Un patrimonio enorme che, terminati i processi e dopo i tentativi falliti con il Comune e l’Università di trovargli una sistemazione, nel 2021 è stato trasferito a Bologna. Oggi la memoria di Genova è custodita tra gli scaffali del Vag61, da più di vent’anni un riferimento della cultura indipendente bolognese. Nel cuore del quartiere Cirenaica, in quella stessa via Paolo Fabbri che Francesco Guccini cantava negli anni Settanta, il Vag61 porta avanti progetti di cooperazione sociale guidati dai principi del mutualismo e dell’autogestione. Ha ospitato eventi in collaborazione con Mediterranean saving humans, ha dato vita al portale di informazione Zeroincondotta e ha creato il Centro di documentazione dei movimenti Lorusso-Giuliani, dove cinque anni fa sono confluiti i materiali relativi a Genova. “Il Centro doc esiste dal 2004 e lo abbiamo dedicato a due ragazzi entrambi uccisi in manifestazioni di piazza”, spiega Valerio Monteventi, attivista del Vag61 e volto storico della militanza bolognese. “Francesco Lorusso è stato ucciso da un carabiniere durante una manifestazione studentesca a Bologna, nel 1977, Carlo Giuliani durante il controvertice di Genova nel 2001. Seppur siano due momenti distanti tra loro, c’è una continuità nelle forme e nei contenuti di quelle lotte. Io -continua Monteventi, con la lucidità di chi ha vissuto le stagioni più calde dell’Italia repubblicana- ero un adolescente nel 1968, un ragazzo nel 1977 e un uomo nel 2001. Chi come me è stato testimone di quei momenti non era soddisfatto del modo in cui i media raccontavano le proteste, con descrizioni banali e strumentali. Così abbiamo iniziato a raccogliere volantini, fanzine, riviste pubblicate dalla fine degli anni Sessanta in poi, per restituire la ricchezza culturale di quegli anni”. Da questa raccolta, iniziata casa per casa, è nato il Centro doc, “che non è un archivio -specifica Monteventi- perché non è stato pensato come un museo della resistenza movimentista ma come una struttura viva, dove la trasmissione della memoria serva a rafforzare il presente. Dopo tutti questi anni -conclude- sono ancora convinto che si possa fare politica senza avere un partito alle spalle”. A ricostruire il viaggio delle testimonianze di Genova, prima del loro arrivo al Vag, è Nicola Pezzi che ogni martedì sera si ritrova insieme ai volontari e ai tirocinanti dell’Università di Bologna per continuare la digitalizzazione avviata dalla Segreteria legale. “Siamo stati contattati da Bachschmidt in pieno lockdown -racconta Pezzi con alle spalle una parte dei 300 faldoni blu che contengono le copie degli atti processuali-. Ci conosciamo perché qui ogni anno ospitiamo iniziative su Genova. Dopo la chiusura dei processi, nel 2012, l’attenzione era calata e lui era rimasto solo ad occuparsi dell’archivio. Ha continuato per qualche anno ma quando il contratto di locazione dell’ufficio è scaduto, si è rivolto alle istituzioni genovesi. Di fronte al loro disinteresse, su consiglio di Heidi Giuliani, che ci aveva affidato la documentazione relativa all’uccisione del figlio Carlo, si è rivolto a noi. Così nel febbraio del 2021 siamo andati a prelevare il materiale a Genova”. Nei faldoni c’è il lavoro di avvocati e volontari che negli anni hanno analizzato migliaia di video, fotografie e comunicazioni radio per prepararsi alle udienze dei processi. Il G8 di Genova, infatti, è stata la prima grande manifestazione in Italia ad essere ripresa da ogni lato e questo ha prodotto una quantità sterminata di materiale che è stata utilizzato, prima, per identificare parte dei manifestanti e accusarli di aver “devastato” la città; dopo, per smentire le ricostruzioni ufficiali e dimostrare l’uso ingiustificato e sproporzionato della forza da parte delle autorità. Questo ha reso possibile anche l’accertamento giudiziario dei pestaggi nella scuola Diaz e delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto. “La scannerizzazione degli atti dei processi è un lavoro lungo ma necessario -continua Pezzi-. Su internet mettiamo solo gli indici perché ci teniamo al rapporto con le persone. Genova ci permette di fare dei ragionamenti sul presente e questo è il senso di un archivio militante. Tutto quello che conserviamo qua è una base per le lotte attuali”. Il movimento del Sessantotto, quello del Settantasette, il processo del 7 aprile 1979 contro i vertici dell’Autonomia operaia, il fondo del poeta Roberto Roversi e la stagione dei Social forum conclusasi con Genova: il patrimonio custodito tra le pareti del Vag61 è immenso e attraversa mezzo secolo di storia. “Dal 2021 sono passati da qui 94 studenti, anche dall’estero. Ne sono venuti fuori -racconta Pezzi con orgoglio- molti lavori di tesi. Abbiamo ospitato una compagnia teatrale francese, fatto laboratori con le scuole e siamo finiti in un podcast sul ventennale di Genova”. Tante soddisfazioni che, però, non hanno destato grande attenzione a livello istituzionale. “Nel 2015 la Soprintendenza dei beni archivistici dell’Emilia-Romagna, che è un organo di Stato, ha riconosciuto il valore storico dell’archivio ma è un atto puramente simbolico. Dal Comune di Bologna non è arrivato nulla”. Nemmeno quando si è arricchito del materiale arrivato da Genova. Anche Carlo Bachschmidt, che negli anni si è interfacciato più volte con le autorità del capoluogo ligure, si è interrogato su questo silenzio: “Io non cercavo un semplice magazzino dove lasciare il materiale -spiega- ma un soggetto che finanziasse un lavoro storico. Se questo progetto dell’archivio non è andato in porto è perché, da una parte, noi del movimento non abbiamo trovato una sintesi delle nostre posizioni; dall’altra però il Comune ha lasciato cadere la questione. In realtà l’allora direttrice dell’archivio di Genova si era interessata ma il problema non era tecnico, bensì politico: una volontà dell’amministrazione non di rifiutare il progetto ma di disinteressarsene. A quel punto, dopo anni, ero stanco di ribadire che quello era un pezzo della storia di Genova. Così mi sono rivolto ai bolognesi”. una delle tavole del fumetto di Christian Mirra Quel lavoro di memoria, oggi, lo porta avanti il Vag61, nella convinzione che i temi delle piazze di Genova siano ancora attuali: la privatizzazione della sanità, la precarietà lavorativa, la denuncia di un mondo in cui le merci circolano liberamente mentre si innalzano muri contro le persone. Gestito interamente dal basso, il fondo “Lorusso-Giuliani” permette di studiare i fatti di Genova a partire dalla verità scritta delle sentenze, e interrogarsi su ciò che di questa verità rimane fuori. L’archivio custodisce anche la documentazione relativa all’omicidio di Carlo Giuliani, avvenuto il 20 luglio 2001, per il quale non c’è mai stato nessun processo. “L’accusa è stata archiviata -spiega Monteventi- perché il carabiniere che sparò, Mario Placanica, fu prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Allo stesso modo, il collega che nel 1977 uccise Francesco Lorusso, fu protetto dalla Legge Reale del 1975. Oggi questa legge è ancora in vigore, anzi è stata inasprita dall’ultimo “Decreto sicurezza”. Il problema è che lo Stato, a prescindere dai governi, continua ad affrontare la conflittualità sociale con una logica emergenziale e del nemico, sia esso un militante o un migrante”. altreconomia
July 15, 2026
Pressenza
CNDDU: caporalato, sistema criminale e cultura costituzionale della legalità
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il dibattito sul caporalato debba oggi compiere un deciso salto di qualità sul piano culturale, giuridico e scientifico. Le più recenti ricerche nell’ambito dell’economia del lavoro, della sociologia economica, della criminologia e del diritto del lavoro convergono infatti nel delineare un quadro profondamente diverso rispetto a quello che, fino a pochi anni fa, interpretava il fenomeno come una semplice forma di intermediazione illecita della manodopera. Il caporalato è oggi riconosciuto come un sistema complesso di governance illegale del lavoro, capace di inserirsi nelle fragilità dei mercati, nelle asimmetrie delle filiere produttive e nei processi di esternalizzazione dell’attività economica, trasformando la vulnerabilità sociale in un fattore di profitto. Gli studi presentati nel VII Rapporto “Agromafie e Caporalato”, discussi nel corso del 2025 anche nell’ambito di iniziative scientifiche promosse dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, insieme alle analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dell’INAPP, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e alle Relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, restituiscono un’immagine del fenomeno ben più articolata rispetto al passato. Il caporalato non coincide più con la sola figura del caporale né può essere letto esclusivamente come un insieme di violazioni penalmente rilevanti. Esso rappresenta il segmento più visibile di un sistema economico nel quale convergono criminalità organizzata, imprese irregolari, intermediazioni fittizie, filiere frammentate e sfruttamento della forza lavoro, con effetti che incidono sull’intero assetto economico e sociale del Paese. Questa evoluzione riflette le profonde trasformazioni dell’economia contemporanea. Le organizzazioni criminali mostrano una crescente capacità di adattarsi ai processi di globalizzazione, operando attraverso reti imprenditoriali, società di comodo, subappalti, piattaforme logistiche e articolati sistemi di intermediazione che rendono sempre più labile il confine tra economia legale ed economia illegale. Lo sfruttamento del lavoro non rappresenta più un’anomalia del mercato, ma diventa una strategia competitiva attraverso la quale si comprimono i costi di produzione, si alterano le regole della concorrenza, si alimentano fenomeni di evasione fiscale e contributiva e si rafforza il potere economico delle organizzazioni criminali. Secondo le più recenti elaborazioni, il volume d’affari riconducibile alle agromafie supera ormai i 25 miliardi di euro, mentre la filiera agroalimentare italiana sviluppa un valore economico superiore ai 620 miliardi di euro. Le stime disponibili indicano inoltre la presenza di circa duecentomila lavoratrici e lavoratori irregolari nel comparto agricolo e un’incidenza ancora elevata di irregolarità nelle aziende sottoposte a controllo ispettivo. Tali dati non rappresentano soltanto indicatori quantitativi, ma evidenziano il costo economico e sociale di un sistema che sottrae risorse alla fiscalità generale, altera il corretto funzionamento del mercato, penalizza le imprese che operano nel rispetto della legge e compromette la qualità dello sviluppo. Le analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro evidenziano inoltre come il lavoro forzato e lo sfruttamento producano profitti illeciti di dimensioni globali, mentre gli studi dell’INAPP sottolineano come precarietà, marginalità sociale, fragilità contrattuale e povertà educativa costituiscano fattori che amplificano il rischio di sfruttamento. Ne deriva una considerazione fondamentale: il caporalato non sfrutta soltanto la vulnerabilità delle persone, ma tende a riprodurla, alimentando un circuito nel quale esclusione sociale, dipendenza economica e ricattabilità diventano elementi funzionali alla permanenza del sistema. Alla luce di tali evidenze, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il contrasto al caporalato non possa esaurirsi nella pur necessaria azione repressiva. Le indagini giudiziarie, i controlli ispettivi e le misure sanzionatorie intervengono quando il danno è già stato prodotto. La vera sfida consiste nel rafforzare gli anticorpi culturali della società, sviluppando una diffusa cultura costituzionale della legalità capace di prevenire le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento. La legalità non può essere concepita esclusivamente come rispetto formale delle norme. Essa rappresenta una competenza civica e giuridica che consente di comprendere il significato economico e sociale dei principi costituzionali, di interpretare criticamente il funzionamento dei mercati, di riconoscere i limiti dell’iniziativa economica privata posti dalla tutela della dignità della persona e di comprendere che libertà d’impresa e giustizia sociale non costituiscono valori contrapposti, bensì principi destinati a integrarsi reciprocamente all’interno dell’ordinamento costituzionale. In questa prospettiva la scuola è chiamata a svolgere una funzione strategica. Non soltanto luogo di trasmissione del sapere, ma laboratorio di formazione della coscienza costituzionale delle nuove generazioni. È nella scuola che gli studenti possono acquisire gli strumenti per comprendere come il diritto non sia un insieme astratto di disposizioni normative, ma il linguaggio attraverso il quale la Repubblica disciplina i rapporti economici, tutela il lavoro, garantisce l’uguaglianza sostanziale e assicura che la libertà economica non si trasformi in abuso o sfruttamento. Particolare rilievo assume, in questo contesto, il contributo dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche. Essi svolgono una funzione essenziale nell’accompagnare gli studenti alla comprensione delle trasformazioni del lavoro, dei processi economici, del ruolo delle istituzioni, della responsabilità sociale dell’impresa e delle connessioni tra diritto, economia e democrazia. Attraverso lo studio della Costituzione, del diritto del lavoro, dell’economia politica e dell’Educazione civica, i docenti contribuiscono a formare cittadini capaci di riconoscere i segnali dello sfruttamento, di comprendere il valore della concorrenza leale e di interpretare criticamente i fenomeni complessi che caratterizzano la società contemporanea. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone pertanto di rafforzare, nell’ambito dell’Educazione civica, percorsi dedicati all’analisi delle trasformazioni del lavoro, dell’economia e delle filiere produttive, valorizzando il contributo delle discipline giuridiche ed economiche nella costruzione di una cittadinanza pienamente consapevole. Comprendere i meccanismi attraverso i quali le economie criminali si inseriscono nei mercati significa infatti sviluppare quella capacità critica che costituisce il più efficace strumento di prevenzione. La lotta al caporalato non si gioca esclusivamente nelle aule di giustizia. Si gioca anche nelle aule scolastiche, dove si forma la coscienza civile delle nuove generazioni. Una società capace di leggere il mercato attraverso i principi della Costituzione è una società meno esposta alla normalizzazione dello sfruttamento. Per questa ragione il CNDDU rinnova il proprio impegno affinché la cultura giuridica diventi sempre più patrimonio diffuso e strumento di partecipazione democratica, nella convinzione che il diritto, prima ancora di reprimere l’illegalità, abbia il compito di formare cittadini consapevoli, liberi e responsabili. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza