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Non ce la facciamo da soli
Quelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso. Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… – scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria…”[Comune-info] «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE Comune-info
September 3, 2026
Pressenza
Nepal, catastrofe climatica e diritti umani: il CNDDU propone il “Diario climatico”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio e solidarietà al popolo nepalese ed esorta dirigenti e insegnanti: “L’emergenza ambientale è anche un’emergenza dei diritti umani. Non agire significa compromettere il diritto stesso alla vita e alla sicurezza delle generazioni presenti e future”.   > Il distacco e il crollo di imponenti masse glaciali d’alta quota in Nepal > hanno innescato un devastante effetto domino, con fiumi di fango, acqua, rocce > e sedimenti che hanno travolto interi villaggi, provocando centinaia di > vittime, migliaia di dispersi e un numero incalcolabile di sfollati. > > Gli scienziati dell’International Centre for Integrated Mountain Development > (ICIMOD) e autorevoli riviste scientifiche, come Nature, evidenziano come non > si tratti di una tragica fatalità isolata, ma di un fenomeno che richiama > drammaticamente le conseguenze del cambiamento climatico. > > Il riscaldamento globale sta destabilizzando i ghiacciai dell’Himalaya, una > delle più importanti riserve di acqua dolce del pianeta, minacciando > direttamente la sopravvivenza e la sicurezza di intere popolazioni. > > Il CNDDU sottolinea con forza come la crisi climatica non sia soltanto > un’emergenza ecologica, ma rappresenti anche una grave minaccia per > l’esercizio dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, alla salute, > all’acqua, alla casa e a un ambiente sicuro. Come docenti e formatori, non > possiamo restare inerti di fronte a questa realtà. > > In vista dell’avvio del nuovo anno scolastico, esortiamo i dirigenti > scolastici e gli insegnanti di ogni ordine e grado a dedicare, nell’ambito > delle ore di Educazione civica, un momento di riflessione e approfondimento > alla crisi climatica e alle sue conseguenze sui diritti umani. Tale percorso > potrà avvalersi del contributo di esperti in grado di porre l’accento > sull’importanza delle politiche ambientali e sulle responsabilità dell’intera > comunità rispetto ai cambiamenti climatici. > > A questo proposito, proponiamo l’adozione di un Diario climatico, concepito > come strumento didattico attraverso il quale annotare progressivamente le aree > del pianeta colpite dalle più gravi catastrofi ambientali e i territori > maggiormente a rischio. Si tratta di realizzare una vera e propria mappatura > geopolitica e ambientale, capace di mantenere viva l’attenzione sulla > necessità di proteggere il nostro ecosistema e di sviluppare una cultura della > prevenzione e della responsabilità. > > È fondamentale, infatti, spiegare ai nostri giovani il legame indissolubile > che unisce le nostre abitudini quotidiane ai grandi equilibri del pianeta. > Dobbiamo promuovere nelle nuove generazioni una profonda coscienza ecologica e > rafforzare il senso di appartenenza a una comunità planetaria solidale. > > Chiediamo, inoltre, alle istituzioni internazionali e ai governi di agire > tempestivamente, non soltanto attraverso gli indispensabili aiuti umanitari > d’emergenza, come quelli messi in campo da organizzazioni quali l’UNICEF, ma > anche mediante politiche climatiche globali vincolanti e coraggiose, capaci di > contrastare efficacemente il riscaldamento globale prima che le sue > conseguenze diventino irreversibili. > > La tragedia del Nepal rappresenta un campanello d’allarme globale che risuona > fino alle nostre aule. Ignorarlo significa compromettere il futuro delle > prossime generazioni. > > Rossella Manco – Segreteria Nazionale CNDDU Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
Una scritta fascista ‘riapparsa’ sulla scuola dedicata a un martire della Resistenza
Il Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera oggi informa che “Giancarla Codrignani, legislatrice emerita ed una delle figure più illustri dei movimenti femministi, pacifisti e nonviolenti, e Riccardo Orioles, già principale collaboratore di Pippo Fava ed uno dei più illustri giornalisti e militanti antimafia, hanno espresso attenzione e sostegno ai cittadini viterbesi che chiedono la rimozione della scritta fascista dalla facciata della scuola intitolata al martire della Resistenza Mariano Buratti”. “Esprimiamo la nostra più profonda gratitudine a Giancarla Codrignani ed a Riccardo Orioles – riferisce il comunicato del Centro – Ribadiamo ancora una volta che per inconfutabili ed ineludibili ragioni morali e giuridiche quella scritta non può campeggiare sulla facciata dell’edificio che ospita una scuola pubblica dell’Italia repubblicana, democratica ed antifascista”. Ieri, 31 agosto, il Centro ha diramato la Lettera aperta al Ministro dell’Istruzione e al Ministro dell’Interno affinché a Viterbo non si commetta un’illegalità e una follia in cui sono dettagliatamente spiegate la vicenda, la questione e le ragioni della richiesta per la rimozione dell’insegna. * NEWS ISTRUZIONE / 26 luglio 2026 : Viterbo, sit-in al liceo Buratti per la scritta fascista – Centinaia di persone davanti al liceo classico di Viterbo intitolato al partigiano Mariano Buratti: dopo i lavori è ricomparsa una scritta di epoca fascista. Provincia e Soprintendenza: resterà, ma attenuata. Peppe Sini
September 1, 2026
Pressenza
Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città
LA VICENDA DI SPIN TIME RIPORTA AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: SENZA COMUNITÀ I QUARTIERI RESTANO INDIFESI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE E ALLA DESERTIFICAZIONE SOCIALE. RIPENSARE I POLI CIVICI COME COMUNITÀ EDUCANTI SULL’EREDITÀ DEI CONSIGLI SCOLASTICI DISTRETTUALI SIGNIFICA RESTITUIRE ALLA SCUOLA E AI TERRITORI LUOGHI STABILI DI PARTECIPAZIONE, CURA E TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA Foto tratte dal “Centro Estivo-Casa Esquilino alla Di Donato” -------------------------------------------------------------------------------- Una delle cose che sta emergendo in questo periodo in seguito allo sgombero di Spin Time è l’importanza della comunità, del quartiere, per dirlo in termini pedagogici, della “comunità educante” nelle nostre città. I fondi immobiliari, la speculazione urbanistica, i palazzinari hanno accumulato un potere enorme a Roma. Un potere che ha radici lontane perché da sempre, se pensiamo al legame tra scandali finanziari e bancari e lo sviluppo urbanistico della città che costò il governo a Giolitti, questo intreccio ha determinato lo sviluppo economico della città. Ma anche tornando a periodo più recenti, ci accorgeremmo facilmente di come il quadro non sia cambiato. Dopo più di un secolo di battaglie, occupazioni, lotte, infatti, ci ritroviamo a fronteggiare di fatto dinamiche molto simili. Dove però esiste un rapporto, un legame, una rete di realtà che tra loro dialogano costantemente, la possibilità di difendere un territorio da questi processi e dalla desertificazione che determinano, aumenta. La posizione dalla quale lo difendi, se stai in queste reti, rimane una posizione di svantaggio, una posizione di debolezza, data la correlazione di forze sbilanciata in modo schiacciante dal lato del potere economico, eppure, anche da questa posizione, l’ambizione di poter fermare e condizionare gli interessi speculativi non è del tutto utopistica. Ad accorgersi del valore di questo patrimonio di relazioni, dovremmo essere in particolare noi insegnanti, lavoratori della scuola, genitori: la possibilità di costruire “comunità educanti” forti costituisce un ostacolo alla realizzazione dei processi di gentrificazione e sussunzione di un territorio agli interessi dominanti e per questo conservatori e reazionari, negli anni, queste esperienze di resistenza le hanno combattute. Per questo si sono sempre impegnati per far diventare praticamente impossibile, quasi ovunque, lo scenario che i decreti delegati approvati nel 1974 pensavano di voler perseguire nel nostro paese. L’orizzonte nel quale si muovevano i movimenti per la democratizzazione della scuola faceva si che essi avessero chiaro quanto fosse necessario costruire degli spazi di incontro nei quartieri all’interno dei quali ci potessero essere tutti, dai negozianti alle associazioni ai partiti e certamente la scuola e tutte le agenzie educative che affianco ai partiti cominciavano ad affacciarsi sulla scena sociale. L’educazione non doveva quindi più essere intesa come un perimetro limitato alla scuola, ma una preoccupazione diffusa e il futuro delle nuove generazioni un orizzonte di cui avere cura insieme. Ciò era, secondo la convinzione di tutti, possibile solo creando contesti di discussione e incontro allargati, che fungessero come organi intermedi tra la politica istituzionale e la società. Quei movimenti, in quegli anni, vedevano nella costruzione del “distretto scolastico” la ricaduta di un’idea di società diversa, in cui dire “politica” significava dire “educazione” e dire “educazione” volesse dire automaticamente dire “politica”. Il “consiglio scolastico distrettuale” era il tassello che avrebbe completato il percorso di democratizzazione interno alla scuola e rimesso finalmente la scuola stessa al centro di una rete di relazioni di cui doveva fare parte, spingendola a stabilire una relazione dialettica con le altre forze sociali a essa esterne. Riducendo le distanze, eliminando steccati, stabilendo invece dei ponti. Il “consiglio scolastico distrettuale” doveva essere il parlamento del quartiere: doveva essere il luogo dove tutte le forze sociali, una volta messa la pedagogia al centro dell’azione politica, dovevano incontrarsi perché a partire dalle preoccupazioni educative i territori diventassero effettivamente luoghi di trasformazione democratica della società nella sua interezza. Democratica e progressista Questo disegno fallì per varie ragioni e venne definitivamente e non casualmente derubricato in un drammatico ciclo di aggressione ai diritti dei lavoratori portato avanti dal governo Berlusconi nei primi anni di questo millennio. Oggi sembra utopistico di fronte al deserto sociale che in molti quartieri è avanzato radendo al suolo esperienze fondamentali dai comitati ai centri sociali alle associazioni e certo anche ai partiti. Territori nei quali le scuole, spesso isolate, non possono svolgere il loro ruolo né all’interno dei loro edifici, tantomeno concependosi come spazi in interazione con i luoghi nei quali si trovano. Eppure, la si può rilanciare. In fondo, ci è stata una stagione di lotte e battaglie in cui questa idea di democrazia, di partecipazione, di democrazia partecipativa, si stava di nuovo facendo largo. Poi si è arrestata. Ma è importante ricordarlo, non parliamo di due secoli fa. È stato, infatti, il movimento contro la globalizzazione economica a riprendere attraverso l’esperienza dei “social forum” alcune di quelle istanze. Dando vita a una stagione di mobilitazioni forse tra le più ambiziose del recente passato, e tra le più vicine alla esperienza della democratizzazione della scuola negli anni ‘70. L’importanza dei poli civici Oggi ci dovremmo impegnare perché in tutte le città, in tutti i quartieri la cittadinanza possa contare su reti forti, su “comunità educanti” forti, non necessariamente omogenee, ma forti come hanno dimostrato di esserlo quelle all’Esquilino, dove, a facilitare la comunicazione e l’interazione esiste da anni il “Polo civico”, la cui preziosa funzione è emersa in maniera lampante e andrebbe rafforzata. Ogni territorio dovrebbe avere un Polo civico e in qualche modo, al suo interno bisognerebbe fare in modo che vi confluissero tutte le realtà che compongono il variegato tessuto di un quartiere perché possano esercitare quella funzione di scambio e co-costruzione dei processi di cura rivolti ai più giovani (ma anche ai meno giovani) per cui era stato pensato il “consiglio scolastico distrettuale”. Solo intendendo in questo modo, politico ed educativo, pedagogico e politico, la funzione della “comunità educante”, immaginando che essa si possa configurare come un vero e proprio “polo civico”, per il quale agire politicamente significhi agire pedagogicamente e mettere pedagogia e cura al primo posto delle proprie linee strategiche. Solo così potremo nutrire l’ambiziosa, utopistica ma concreta, convinzione di poter ancora giocare questa partita, contrastare la speculazione e la voracità dei grandi gruppi economici e difendere le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Nuovo numero di “Costruire la pace. Decostruire la guerra”
E’ disponibile a questo link la Rassegna stampa “Costruire la pace. Decostruire la guerra”, numero 29, luglio/agosto 2026 https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/08/rassegna-stampa-sito-cavagna-29-luglio-agosto-2026.pdf curata dal gruppo informale Amici di p.Angelo Cavagna per ricordarne l’incessante azione a favore della pace, della obiezione di coscienza e del servizio civile, contro ogni militarismo. Il numero di luglio/agosto è particolarmente ricco, oltre 100 notizie, anche in funzione delle molte occasioni di dibattito occorse sul binomio pace/guerra. e temi collegati, come il summit Nato di Ankara, il dibattito seguito all’editoriale di Vito Mancuso su La Stampa sulla necessità della deterrenza armata e la lettera di Mons.Ricchiuti, presidente di Pax Christi alla segretaria PD Elly Schlein. Ancora le diverse opinioni nel mondo pacifista sul DDL inerente la Difesa civile, la proposta di candidare i “Bambini di Gaza”al Nobel per la pace e il primo si alla Camera alla controversa riforma del Servizio civile. Molti gli “orrori” che segnaliamo dai reels di facebook sulla (in)cultura in cui fermentano razzismo e militarismo. Anche una sezione dedicata al rapporto tra musica e guerra e tanto altro ancora. Per riceverla gratuitamente scrivete a: 30passi@libero.it I 28 numeri arretrati li trovate qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
August 30, 2026
Pressenza
Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza
Non dimentichiamoci di Gaza
Quanto segue è un appello a partecipare alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza” che abbiamo pensato insieme Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per l’inizio di questo anno scolastico. Invitiamo a far discutere durante il primo collegio docenti una mozione che: esprime solidarietà al popolo palestinese e condanna il genocidio e ogni forma di connivenza e collaborazione; serve a ricordare che la libertà d’insegnamento caratterizza, attraverso una norma di rango costituzionale, la scuola italiana; impegna e invita a tenere una lezione durante il primo giorno di scuola in solidarietà al popolo palestinese, a partire da attività come far volare un aquilone, leggere la poesia di Mahmoud Darwish “Pensa agli altri”, proiettare il video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia o quant’altro sceglieranno insieme alunni e docenti. Attraverso questa mobilitazione pacifica ma netta, si intende rivendicare con un atto pratico il diritto d’insegnare liberamente che ci spetta per Costituzione e con cui intendiamo mantenere la nostra postura docente per questo anno che inizia. Questo perché, nonostante le numerose e infondate ispezioni dell’anno scorso non abbiano portato a nulla, il discorso ufficiale delle istituzioni scolastiche e universitarie italiane oggi continua nel suo tentativo di: collaborare con università israeliane e aziende delle armi; equiparare antisionismo e antisemitismo; militarizzare le scuole; reprimere e indurre autocensura nel corpo docente. Ci troviamo in un momento storico in cui come docenti siamo chiamate e chiamati a fare il nostro lavoro con la responsabilità e la coscienza che ci contraddistinguono. Le governances europee investono fondi pubblici nel riarmo invece che nella scuola, i ministeri della difesa studiano come reintrodurre la leva e come diffondere la cultura della difesa, i principali attori statali internazionali tornano a considerare pubblicamente l’utilizzo di armi nucleari per “risolvere i conflitti”. Le forze armate di vari paesi della NATO considerano le menti della popolazione un campo di battaglia. Ciò significa che mettono in atto operazioni militari con l’obiettivo di influenzare le opinioni pubbliche verso un’identità collettiva centrata su un’idea di Patria e di Nemico. L’obiettivo è una società militarizzata che sostenga il loro operato perfino con il voto. Questo è uno degli aspetti che denunciamo come tentativo di “israelizzare la società“. Questo significa autoritarismo e fascismo dai vertici delle istituzioni scolastiche da una parte e lezioni sul cyberbullismo tenuti nelle nostre classi non da noi ma da uomini e donne sorridenti e in divisa dall’altra. Con noi docenti accanto ad annuire e a legittimarli. Questa prima mobilitazione è per rivendicare una postura diversa, di resistenza. Per portarla nella tua scuola: manda in questi giorni una mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno; durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le attività proposte. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza; il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri! quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle restituzioni (Modulo restituzioni mobilitazione per Gaza primo giorno di scuola). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità. È che un clima di paura e autocensura va in frantumi se rendiamo collettivo e visibile questo atto di pace, educante e politico. Infine, se scegli l’attività degli aquiloni, mi raccomando prova a farne volare almeno uno prima! Perché la bellezza delle idee si traduce spesso nella fatica di capire come caspita si scioglie un nodo mostruoso. E nella gioia di capire quando correre (accelera per farlo alzare). Insomma torniamo bambini e bambine un attimo prima di questo nuovo inizio di anno scolastico. Perché rifiutare un sistema, fare un atto d’amore e insegnare qualcosa… È solo un inizio. Buon vento, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte MOZIONE-NON-DIMENTICHIAMOCI-DI-GAZA.pdf (qui le proposte di attività) Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 30, 2026
Pressenza
Virginia Veludo: “Nessuno si salva da solo”
Nell’accogliente giardino della Biblioteca Civica di Luino, all’ombra di un enorme albero della canfora, si è svolto sabato 29 agosto l’incontro con Virginia Veludo, insegnante, divulgatrice culturale con il nome di rossaperpendicolare e autrice del libro E mi sono sentita meno sola. Vivere una normale giornata in Italia oltre la rassegnazione, all’interno dell’iniziativa Tax the Rich, con raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare 1% EQUO. In un intenso dialogo con Davide Di Giuseppe, insegnante al Liceo Sereni di Luino, Virginia ha iniziato spiegando l’importanza dell’esperienza diretta come base del suo libro. Anche Cristina, la protagonista, è un’insegnante, una persona simile a lei prima che acquisisse la consapevolezza della possibilità di intervenire sulla realtà. Cristina si sente persa, disorientata, ansiosa, inadeguata e rassegnata, vittima del deleterio mantra “Ma tanto non cambia niente, quindi perché impegnarsi?” Sempre per esperienza diretta, Virginia ha parlato a lungo dello stato drammatico della scuola, ormai sempre più ridotta a un’azienda, anche nei termini utilizzati, con un corpo docente frammentato e in gran parte precario, studenti che stanno perdendo la capacità di capire un testo, ragazze giovanissime convinte che la gelosia sia normale (e che avrebbero un gran bisogno di quell’educazione affettivo-sessuale tanto osteggiata dal ministro Valditara). Una scuola che non fornisce strumenti per alimentare lo spirito critico, come proponeva Don Milani, fatta per creare cittadini disposti ad accettare qualsiasi condizione. Certo, ci sono insegnanti coraggiosi e appassionati che cercano di tamponare la situazione, nonostante l’acqua stia uscendo da tutte le parti e ragazzi che si oppongono a questa deriva aziendalista e autoritaria. E qui si arriva a un altro tema cruciale: perché i giovani vengono tanto criticati e bersagliati da divieti e termini denigratori tipo “Maranza”? Da una parte non c’è da stupirsi di certi comportamenti aggressivi, dato che il mondo è governato da bulli violenti e arroganti che la fanno sempre franca e costituiscono quindi dei modelli, per quanto deleteri, dall’altra bisogna ricordare che i giovani fanno paura. Le rivoluzioni e i cambiamenti sono sempre partiti da loro (un esempio recente è il movimento degli scarafaggi in India, che con le sue proteste nonviolente ha ottenuto le dimissioni del Ministro dell’Istruzione). E ancora, bisogna ricordare i tanti che si oppongono ai progetti di mega resort di lusso, o l’enorme e decisiva partecipazione dei giovani al voto nel referendum sulla giustizia. Certo, è difficile trovare un’alternativa, ma bisogna continuare a manifestare e a fare pressione. Si è poi passati a un tema straziante, quello dei migranti morti in mare, esemplificato dalla storia del ragazzino maliano annegato con la pagella cucita nei vestiti in un naufragio che ha causato 900 vittime. Come in tanti altri punti del libro, ai dati crudi e drammatici si alternano poesie, in questo caso la bellissima “Casa” della poetessa somalo-britannica Warsan Shire. E i morti in mare sono solo l’ultima, drammatica conseguenza di un problema causato da noi occidentali, con le guerre e i disastri climatici da cui i migranti scappano, per poi trovarsi alle prese con vergognose risposte razziste e tossiche narrazioni su una presunta invasione. Virginia ha manifestato la stessa, appassionata indignazione nei confronti del dramma forse più terribile del nostro tempo, il genocidio a Gaza, chiedendosi quale sia la linea rossa da oltrepassare per cui finalmente l’Occidente reagirà. Anche qui la risposta è sempre la stessa: l’importanza di fare pressione sui governi – complici colonie di Israele e Stati Uniti – e di dare segnali più chiari possibile. In fondo, tornando al titolo del libro, partecipare aiuta a sentirsi meno soli. Un altro aiuto può arrivare dalle poesie: come detto, il libro ne contiene molte, in particolare di Bertolt Brecht, magnifico esempio del ruolo di poeti e scrittori nel dare strumenti critici per capire e interpretare la realtà, al contrario della tendenza all’evasione e al disimpegno di tanti artisti. Questo tema è tornato anche nelle risposte ad alcune domande del pubblico, in relazione all’aiuto che la letteratura può dare nel trasmettere modelli diversi ai ragazzi: c’è bisogno di persone, in particolare insegnanti, che credono in quello che dicono e offrono un’altra visione del mondo e questo loro lo sentono. E ancora, l’importanza dei mezzi di informazione indipendenti nel far conoscere le tante esperienze positive oscurate dai media mainstream, come le vittorie a catena dei socialisti negli Stati Uniti. I temi del libro – le tante ricadute sulla vita quotidiana delle scelte politiche deleterie dei governi – si legano benissimo alla proposta di legge 1% EQUO – Tax The Rich, un’imposta dell’1% sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa), che ha giù superato le 60.000 firme e di cui si è parlato con Dario Ballardini (Coordinatore Campagna 1% Equo) e Antonio Cuomo (Segretario Provinciale Rifondazione Comunista). Virginia ha commentato che questa dovrebbe essere la proposta unitaria e principale di tutta la sinistra, lasciando perdere le sterili differenziazioni sulle percentuali da adottare. E così si torna al concetto centrale di tutto l’incontro: “Nessuno si salva da solo”, dunque la partecipazione è l’unico modo per uscire dall’isolamento e dalla rassegnazione. Anna Polo
August 30, 2026
Pressenza
UMANA FESTIVAL Patti (ME) – Educazione e scuola, conversazione con Roberta Leoni, Osservatorio contro militarizzazione
UMANA² FESTIVAL – V EDIZIONE, 26 ⎯ 29 AGOSTO 2026 EX CONVENTO SAN FRANCESCO, PATTI (ME) Pubblichiamo il video dell’incontro intitolato “Educazione e scuola” in cui Roberta Leoni, docente, attivista e Presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università conversa con Lorenzo Guadagnucci e Matteo Pasquinelli il 28 agosto 2026 all’UMANA FESTIVAL V Edizione – Patti (ME). Le Conversazioni di UMANA² Festival, tra tecnologia, scuola e repressione sono una lente per affrontare il presente e per indagare i pilastri della nostra società, collettivamente. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Tirocini all’ACN: quando sfuma la differenza tra civile e militare
L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha emanato un bando in cui si dà la possibilità a studenti e studentesse degli ITS Academy e dell’università di svolgere dei tirocini presso la loro sede. Nella scheda relativa al profilo dei tirocinanti, tra attività più o meno tecniche che riguardano l’ambito civile, si trova una sezione destinata a chi proviene dalla facoltà di Scienze politiche e di Economia in cui ci si occupa della «ricerca e analisi di politiche internazionali di sicurezza cyber e di innovazione tecnologica, elaborate anche nell’ambito di consessi multilaterali (ONU, NATO, OCSE, G7, Consiglio d’Europa, OECD)». Balza subito all’occhio in questo caso l’equiparazione di organizzazioni internazionali politiche e militari che sono attraversate allo stesso modo dalle problematiche che riguardano la sicurezza cibernetica e l’imporsi di nuove tecnologie. E in effetti, sebbene l’ACN si occupi prevalentemente di cybersicurezza sul piano civile, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 24 luglio 2024 aveva già previsto l’inserimento all’interno dell’Agenzia di una Struttura Difesa che avrebbe dovuto operare per potenziare la collaborazione con l’omonimo Ministero. Volontà che è stata poi concretizzata il 9 giugno del 2025 quando è stato sottoscritto un atto di intesa tra i due organismi. Nel comunicato in cui si annuncia la sottoscrizione di questo documento il Prefetto Bruno Frattasi, all’epoca Direttore Generale dell’ACN, esprimeva in maniera molto chiara l’orizzonte all’interno del quale doveva essere inserito il concetto di cybersicurezza: «la costituzione di un meccanismo di tipo osmotico, che pur dipendente funzionalmente dal Vertice dell’Agenzia tuttavia conserva, in virtù del cosiddetto “doppio cappello”, un rapporto di stretta dipendenza con lo Stato Maggiore della Difesa, risponde ad un’esigenza non più eludibile di progressiva integrazione della componente civile con quella militare.» La progressiva militarizzazione dello spazio cibernetico viene definito “ineludibile”, non più prorogabile vista la complessità geopolitica che pone delle minacce in cui tutto entra a far parte potenzialmente dell’ambito della difesa nazionale. Lo scorso 4 agosto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha approvato il disegno di legge che va a modificare il Codice dell’ordinamento militare. Tra le proposte, all’articolo 7, si trova l’istituzione di uno «spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato» che non riguarderà più soltanto le reti di connessione ma anche hardware, software, campi e superfici elettromagnetiche, fino ad arrivare a tutto ciò che è digitale, inclusi gli aspetti cognitivi che si possono ritrovare in questo ambito. Inoltre, viene promossa una nuova figura professionale chiamata «Specialista Cyber Militare» che verrà formata in maniera specifica nell’ambito della cybersicurezza militare e dovrà rimanere in ferma per 5 anni, un periodo che sarà rinnovabile con delle ferme volontarie biennali. Chi decide di continuare viene premiato con un incentivo economico di 4300 € ogni due anni. È ovvio che questa novità pone il Ministero della Difesa come competitor della aziende commerciali che si occupano della sicurezza online e che faticano a trovare specialisti. È altrettanto ovvio però che arruolarsi nelle Forze Armate diventerà un occasione per acquisire competenze che poi potranno essere riversate nel tessuto industriale del Paese. Si verrà così a creare un sistema di “porte girevoli” in cui la compenetrazione tra logica militare e logica economica diventerà la regola. Se poniamo i tirocini proposti dell’ACN all’interno di questo quadro ci rendiamo conto di quanto sia facile per chi parteciperà vedere nel settore militare un’ottima opportunità di guadagno, formazione e carriera. Sebbene l’Agenzia non sia stata toccata dal DDL citato è ovvio che quella osmosi di cui parlava Frattasi nel suo comunicato è ancora più forte nel momento in cui la difesa si appropria di uno spazio cibernetico di pertinenza i cui perimetri potranno essere modificati di volta in volta in base alle esigenze politiche e all’evoluzione del quadro internazionale. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci auguriamo che alle giovani generazioni venga proposto un futuro migliore rispetto a quello che vede una società completamente militarizzata in cui passare per le Forze Armate è il modo migliore per vedersi pagare gli studi e avere un accesso privilegiato al mondo del lavoro. Fonti:https://infodifesa.it/governo-ddl-difesa-nazionale-due-sottocapi-cyber-intel-avanzamenti-missioni-estero/; https://www.cybersecurity360.it/news/ddl-difesa-nasce-lo-spazio-cibernetico-militare-cosa-cambia-per-le-aziende/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 29, 2026
Pressenza