A Roma un festival di Yoga popolareIn occasione del festival di Yoga popolare che si svolgerà il 7 giugno a Roma,
presso il LOA Acrobax a via della Vasca Navale 6, abbiamo intervistato Yoga
Riot, il collettivo che organizza l’evento.
Chi è Yoga Riot, come nasce e di che progetti si occupa?
Yoga Riot nasce da un gruppo di insegnanti provenienti da realtà diverse che
hanno deciso di unirsi e mettersi in gioco; la nostra è un’esigenza semplice ma
radicale: riportare lo yoga fuori dai circuiti esclusivi, costosi e spesso
depoliticizzati in cui è stato rinchiuso; è un un progetto collettivo che prova
a rimettere al centro l’accessibilità, la relazione e il contesto sociale in cui
viene praticato lo yoga. Per noi lo yoga non deve essere un privilegio ma
piuttosto uno slancio di libertà.
Viviamo in un tempo in cui le disuguaglianze si fanno più profonde e
l’individualismo si insinua nel quotidiano fino a normalizzarsi. Noi vogliamo
creare rete, stare insieme; crediamo infatti in uno yoga che appartenga a tutti
e tutte, senza distinzione di classe, genere, provenienza geografica, età o
corporatura.
In questo primo anno di vita abbiamo portato lo yoga negli spazi sociali, nelle
iniziative di quartiere, nei centri yoga, costruendo pratiche aperte, giornate
di raccolta fondi per associazioni e iniziative dal basso e momenti di confronto
tra insegnanti. Non ci interessa insegnare yoga come prodotto, ma creare spazi
in cui le persone possano riflettere, spazi di consapevolezza, ma anche di
conflitto e trasformazione.
Yoga Riot è quindi sia pratica che discorso politico: una critica alla
mercificazione e un tentativo concreto di costruire alternative.
Volantino festival yogariot
Come nasce l’idea di un Festival di Yoga Popolare?
L’idea nasce da una constatazione: esistono tante esperienze isolate di yoga
accessibile, spesso dentro spazi sociali o reti informali, ma raramente si
incontrano tra loro. Il festival è anche un tentativo di fare rete, di mettere
in relazione pratiche, studenti e studentesse, insegnanti e storie diverse.
“Popolare” non è uno slogan, ma una posizione precisa: significa accessibile
economicamente, ma anche culturalmente. Significa uscire dall’immaginario
elitario dello yoga come pratica per pochi e poche e riconoscerlo come uno
strumento che può appartenere a chiunque.
Il festival vuole essere uno spazio di attraversamento: si pratica, si discute,
si ascolta, si mettono in crisi certe narrazioni dominanti. Per noi è una sorta
di laboratorio collettivo.
Oggi lo yoga dominante mette al centro corpi tonici, scolpiti, performanti. È
uno yoga che spesso misura il valore in termini di estetica e prestazione. Un
immaginario escludente, che produce modelli irraggiungibili e che finisce per
allontanare moltissime persone.
Noi partiamo da una critica netta a questa visione. Non ci interessa uno yoga
performativo, né un’altra versione più gentile che a ben vedere ha la stessa
logica. Ci interessa costruire uno spazio in cui non si debba dimostrare niente.
Si pratica per il gusto di farlo. Si pratica perché è bello praticare.
Dal Basso rivendica con forza la libertà di movimento, uno dei temi fondanti del
festival.
> Quando parliamo di libertà di movimento, non stiamo parlando solo del corpo
> sul tappetino. Parliamo della libertà delle persone di muoversi nel mondo. In
> un tempo in cui attraversare un confine può, significa rischiare la vita,
> essere respinti, detenuti, pensare allo yoga come pratica neutra è una
> finzione che non possiamo permetterci.
Per noi libertà di movimento significa anche questo: stare dalla parte di chi
attraversa frontiere fisiche fatte di muri, fili spinati e leggi, ma anche
frontiere mentali fatte di paura, razzismo e esclusione. Significa rifiutare
un’idea di benessere costruita su privilegi blindati, accessibile solo a chi ha
già spazio, tempo e diritti garantiti.
Uno yoga popolare prova a rompere queste barriere, simbolicamente ma anche
concretamente, creando spazi in cui nessuno e nessuna è illegittimo o fuori
posto. Spazi in cui il movimento è possibilità, non controllo ma apertura. Per
noi la libertà di movimento è quindi una posizione: chiudere gli occhi su quello
che succede fuori dalla sala non è un’opzione.
> Dal Basso è antisessista, prova a mettere in discussione il modo in cui i
> corpi vengono letti, esposti e normati; prova a creare pratiche e spazi in cui
> non ci sia oggettivazione, né pressione a conformarsi a un certo tipo di
> immagine.
Allo stesso modo, parlare di antifascismo oggi è per noi fondamentale. Abbiamo
immaginato un festival che fa dell’antifascismo il suo cavallo di battaglia. In
un momento storico in cui riemergono pulsioni autoritarie, normalizzazioni della
violenza e dell’esclusione, anche la pratica diventa un atto politico. Un
festival di yoga popolare prova a costruire, nel suo piccolo, uno spazio aperto,
accessibile, non gerarchico, dove la differenza non viene schiacciata ma
riconosciuta. Lo yoga si fonda sull’unione, il fascismo sulla divisione.
Il festival nasce quindi da un rifiuto, ma anche da un desiderio molto concreto:
creare un’alternativa reale, collettiva, praticabile.
Cosa possiamo aspettarci da questo festival a Roma?
Uno spazio vivo. Ci saranno pratiche diverse accessibili anche a chi non ha mai
fatto yoga, due staffette dove le insegnanti e gli insegnanti si passeranno
idealmente il testimone, più di trenta laboratori (non solo di yoga), talk,
mostre fotografiche e presentazioni di libri, il pranzo cucinato dagli chef e
dalle chef di OSAI, l’Osteria Scuppiata Anticapitalista Itinerante, un mercato
di autoproduzioni, un’area bimbi e bimbe (un vero e proprio minifestival con
laboratori e attività pensati per i più piccoli e le più piccole) e la musica
che spazierà dalla cumbia alla techno. Dal Basso sarà soprattutto un momento di
confronto su temi come il corpo, il lavoro, il precariato, l’autodeteminazione,
il benessere e la loro dimensione politica.
Ci interessa che chi partecipa viva un’esperienza. Immaginiamo un festival
collettivo, allegro, vivo, di confronto, forte, dirompente. Roma, in questo
senso, non è solo una cornice: è una città attraversata da conflitti,
disuguaglianze e pratiche di resistenza. Il festival prova a stare dentro questa
complessità.
Oggi moltissime palestre e spazi sociali offrono corsi di yoga: che legame c’è
tra questa disciplina e valori come autogestione, antisessismo e antifascismo
che si vivono negli spazi sociali?
Il legame non è automatico, e infatti spesso viene completamente rimosso. Lo
yoga, così come viene proposto nel mainstream, è spesso individualista,
performativo e perfettamente compatibile con logiche neoliberali.
> Negli spazi sociali, invece, cambia il contesto: l’autogestione rompe il
> rapporto verticale insegnante studente, l’antisessismo mette in discussione i
> modelli normativi sui corpi, e l’antifascismo restituisce centralità alla
> dimensione collettiva e politica dell’esistenza.
In questo senso lo yoga può diventare uno strumento diverso: non per stare
meglio in un sistema che ti sfrutta, ma per acquisire maggiore consapevolezza e,
potenzialmente, capacità di trasformazione a autodeterminazione. Lo yoga è una
filosofia di vita che, se portata avanti seriamente, può andare a scardinare la
percezione stessa delle nostre esistenze. Troppo spesso nelle aziende viene
usato come anestetico per ricaricarci e diventare ancora più produttivi e
produttive; una pratica consapevole può invece andare a creare un atto
trasformativo dove scelgo di non sottostare più alle logiche di un sistema
capitalistico.
Il festival sarà ad Acrobax, uno spazio di recente oggetto di varie minacce da
parte delle autorità: come è connessa la vostra esperienza al lavoro che Acrobax
sta svolgendo?
La connessione è molto concreta. Scegliere di fare il festival ad Acrobax non è
solo una questione logistica, ma politica. Significa riconoscere il valore di
uno spazio che da anni costruisce alternative attraverso assemblee, sport
popolare, cultura e mutualismo.
In un momento in cui esperienze come questa vengono messe sotto pressione,
esserci è anche un modo per prendere posizione. Non in modo simbolico, ma
pratico: lo yoga è ancora ben inquadrato in un sistema di privilegi, portare lo
yoga in un centro sociale attraverso un festival può far avvicinare persone che
normalmente non si avvicinerebbero. Può far scoprire le potenzialità e la
ricchezza di uno spazio come quello di Acrobax.
Per noi lo yoga non è separato dalla realtà in cui accade. Se pratichi in uno
spazio che difende un’idea di città più giusta, più accessibile, più collettiva,
quella pratica cambia. E allo stesso tempo può contribuire a sostenere quella
stessa idea di città.
Il festival è parte di un ecosistema che si difende e si costruisce insieme.
Yoga Riot presenta: DAL BASSO, festival di Yoga popolare il 7 giugno, dalla
mattina alla sera
LOA Acrobax, via della Vasca Navale 6, Roma
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