L’ex-Ilva di Taranto e l’insostenibile peso degli operai dell’industria(disegno di mario damiano)
Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata
ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una
lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non
lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento
siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua
lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade
asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per
far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è.
Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese
c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini
respiriamo tutta quell’aria inquinata”.
Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle
scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si
erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono
pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma
avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla
Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo
nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e
dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni
dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre
chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di
raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno
conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti
e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e
contaminazioni.
Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato
cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro
azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che
ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione
dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli
impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari
ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione
significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più.
“Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da
anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver
avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa
ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee
che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione.
Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la
fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il
posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina
ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in
gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi
abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a
come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei
bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere
che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo
impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di
comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti,
muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir,
come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno
all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto
tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro
contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo
sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la
popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica
a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne,
uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora
è la minoranza”.
Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i
carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema.
Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno
prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e
richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni
industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti
nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono
refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal
modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine
degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella
e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa
industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera
che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente
arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”.
Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di
fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti
mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla
parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job
evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà
industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del
metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre
finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e
collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella
ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte
alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la
privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione
spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto
depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per
consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la
palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna
transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da
fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai
dell’industria.
La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione
industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi –
avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione
sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava
l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non
avevano opposto un mondo diverso.
IL PIANO ALTERNATIVO
Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte
d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città
Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni
lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una
testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del
movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una
certa disperazione si scambiano qualche urlo.
“E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei.
“E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva
chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli
altri.
Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da
fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida
né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di
progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono
analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per
economie alternative.
Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si
possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà.
L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far
tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso
in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si
sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi
arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove
rassicurazioni.
Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da
solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti,
senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la
narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è
inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel
mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono
lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie –
purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato
vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione
straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie
esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo
l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento
ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si
scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di
piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila.
In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande
manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi,
operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che
spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i
lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse
racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati
dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti
hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né
assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un
cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure
chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”.
Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte
ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di
economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo
arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo
Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone
dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori
che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la
vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché
sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo
tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta
come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi
che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe
dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi
siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un
tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”.
Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra
Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della
cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per
crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge
tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal
basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate
esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a
cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per
accogliere più crocieristi.
E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa,
il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti
tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della
fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica
integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi
sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da
Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario
rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel
documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un
effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di
lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra
Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un
miliardo di euro”.
Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei
lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente
riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più
ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di
fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli
organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”.
Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto
occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria
e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata
dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo
della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro
caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati
dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e
per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono
tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica
di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di
amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntivo. Sono poi escluse dai
calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime
non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un
processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille
o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla
centralità simbolica della pratica politica stessa.
CONQUISTE OPERAIE
Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno
prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di
Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un
discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di
assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava
una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli
italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche
la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on.
Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a
vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a
dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto
recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le
decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma,
pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider,
lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo
Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori
condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”.
Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto
tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si
chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori
impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a
emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile
circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva
dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità
industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato.
“A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del
1969. C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con
ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei
verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione
Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti,
licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari
interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole
sulla sicurezza.
Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di
rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero
l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto
guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di
Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla
parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione
diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la
creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in
fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di
lavoro.
Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione
dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe
operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di
una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci,
sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi
diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di
raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa
non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per
questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi
completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città
in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole
i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”.
Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero
contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una
opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne
le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione
apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà
sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la
promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che
avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne.
Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva
la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una
negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno
organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni
dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei
consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative,
azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei
contratti collettivi, impegni di investimento.
Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi
produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche
impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei
ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti
delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e
le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio
ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere
operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo
produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di
Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai
e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le
vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può
sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane,
massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra…
solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”.
Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e
distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo
che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che
questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio
1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non
hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto.
Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di
lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a
costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo
stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno
assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di
affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per
di più a spese dell’operaio”.
Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle
dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data
sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a
Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo
discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta
massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti
interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di
omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai.
Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al
siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti,
quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro?
Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani
fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia
dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore
straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici
ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato.
Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia
di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di
lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare
per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi,
gli straordinari e per ridurre gli orari”.
Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni
comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra
Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro
i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e
nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei
vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di
sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la
vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico
nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le
interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a
votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in
difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai
sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche
alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla
cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di
firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni
sindacali.
Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero,
lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre
le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano
diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli
ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di
fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello
sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che
poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la
disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di
sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva
espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare
e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale
di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi
per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli
operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita
opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti
e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la
monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento
siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze
dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che
almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili
all’Italsider.
La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni,
intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la
riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con
la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte
degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del
cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica
tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica
utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate
strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina
del lavoro locale.
In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta
emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era
ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla
salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso
che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e
malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola
correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non
fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria
consumarono i loro corpi.
Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati
di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione
sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi
del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle
relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti.
Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della
marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei
metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i
primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le
acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon
Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di
qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori
diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e
super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità
organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro
al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e
la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il
pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in
soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani.
Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si
erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio
per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo
mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la
legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la
cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro
debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina
Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico
e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale
nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi
strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a
costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di
lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe.
Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012:
“L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si
chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare,
formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti
di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati
dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito
(comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la
porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non
parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi?
Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere
altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro.
Perché parlare può fare male”.
I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze
scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni
operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano
presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli
anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per
disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato
Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni
sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per
la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di
immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa
ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con
tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la
proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è
un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e
il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile.
Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai
del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la
stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove
pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero
dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto.
LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO
E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi.
Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più
solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti,
scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano
con trasporto.
In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea
delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava
nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre
le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di
gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il
campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva
Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne
l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo
d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico,
punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il
capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di
notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la
chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto
deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i
cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia
personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie
arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di
carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla
tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa
sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole
darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del
siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e
il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle
ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le
autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi
cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il
rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al
capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio
i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto
d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di
fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla
perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio
l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri
agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti,
migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile
di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro,
l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso
aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le
ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta
per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza
rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al
ragno nero”.
Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il
paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di
tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di
lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente
dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso
legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta
di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e
bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non
hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono
che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto
quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando
giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol
lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della
partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito,
facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta
non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla
solitudine dell’operaio”.
Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine
di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di
alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in
stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a
sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro
stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che
la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal
regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul
lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta
con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un
operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A
differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi
post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi
non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato,
internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo
risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può
essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la
linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La
demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si
fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto
dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una
distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che
mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette
il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una
lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di
giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine
dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma
è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il
confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei
rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra
i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione
del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la
fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici;
basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad
aumentare.
Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale
solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio
dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana
decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in
fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando
sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove
opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il
risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e
precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi.
Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno
sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i
sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del
vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di
carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del
padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie
di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro,
siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del
protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel
2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad
appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento,
una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi
organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne
necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo
soli a questo mondo”.
Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella
dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti
il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una
prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle
ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle
umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione
politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo
come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa
integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo
manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite
di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di
prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di
non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato,
ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante
tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio
lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo
figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia
e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”.
La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è
giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un
enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i
giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie.
Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le
azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma
a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e
stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si
produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e
si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei
lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle
lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di
negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai
cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del
movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza
di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare
l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche,
delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso
forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la
sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi.
ULTIMI PREPARATIVI
Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola
di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava
con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di
maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo
preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già
vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe
stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e
precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A
tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più
pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma
è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia
fabbrica che chiude.
In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che
si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si
sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile
negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il
potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la
città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche,
investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla
decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per
non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace
andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho
fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri
frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io».
Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero
legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la
possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba
nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi
produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare
fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi
intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della
riproduzione sociale. (francesco bagnardi)