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BRENNERO: MANIFESTAZIONE SABATO CONTRO IL TRAFFICO ECCESSIVO DELL’AUTOSTRADA E LE SUE CONSEGUENZE
Una grande manifestazione ambientalista sul confine tra l’Italia e l’Austria, che potrebbe diventare una vera e propria passeggiata sull’autostrada, è prevista nel pomeriggio di sabato 30 maggio. I gruppi ambientalisti denunciano da tempo le problematiche causate dall’eccessivo traffico di mezzi pesanti tra Italia e Austria. Secondo il presidente della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (CIPRA)  Stephan Tischler “la politica dei trasporti, basata da decenni sul presupposto di mantenere scorrevole il traffico stradale in aumento lungo il corridoio del Brennero attraverso ampliamenti e nuove costruzioni, si traduce non solo in un volume di traffico in continua crescita, ma anche, nonostante le dichiarazioni politiche vadano nel senso opposto, in un crescente impatto sulle persone e sull’ambiente”.  Gli enti locali attorno al Passo del Brennero, come Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner, organizzatore della manifestazione, lamentano che le limitazioni che sono state imposte dall’Austria non sono sufficienti per limitare lo smog e il rumore. A questo si aggiunge anche l’over tourism in Alto Adige, secondo diverse organizzazioni ambientaliste che sostengono la manifestazione.   La chiusura del tratto autostradale in direzione nord sarà dalle 7 per i mezzi pesanti e dalle 10,30 anche per le auto. Nella giornata di venerdì si sono formate code fino a 14 chilometri.  Ai microfoni di Radio Onda d’Urto David Hoffman di Climate Action South Tyrol Ascolta o scarica
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
L’Occidente dichiara guerra all’ambiente!
Una proposta di discussione per l’azione La fase storica che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale né una semplice somma di emergenze. È una crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che investe simultaneamente il piano economico, sociale, militare e ambientale. Una crisi segnata da un’accentuata aggressività occidentale, che […] L'articolo L’Occidente dichiara guerra all’ambiente! su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Le Dita Nella Presa - Lavorare per la macchina
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine "Lavorare per la macchina" di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, questa volta in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la
[Le Dita nella Presa] Lavorare per la macchina (1/5: Puntata completa)
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine Lavorare per la macchina di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds . Un avvertimento: nella fanzine, e dunque nell'audio che ascolterete, ci sono riferimenti a video violenti, al suicidio e altre sofferenze psicologiche. La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la     
May 24, 2026
Radio Onda Rossa
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA Foto Fondazione Benvenuti Italia -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. Quale cambiamento? proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
Il lupo resterà
C’è una fotografia che ha segnato l’immaginario ecologista italiano: Luigi Boitani, in eskimo, insieme a «Lupo Uno/Due», il primo lupo radiocollarato in Europa, nel Parco nazionale d’Abruzzo. Da quella cattura nacque, all’inizio degli anni Settanta, l’«Operazione San Francesco», la ricerca che cambiò il modo di guardare al lupo in Italia e aprì una nuova stagione delle politiche di conservazione.  A guardarla, quella fotografia, c’è intera la mitologia del lupo, e il significato che poteva avere durante il decennio rivoluzionario, gli anni Settanta. Prima di quell’operazione  che ebbe il sostegno del neonato Wwf (fondato nel 1967), l’approccio scientifico al lupo era tutto votato al contenimento: Alessandro Ghigi, storico rettore di Bologna, ancora nel 1963 scriveva che l’animale doveva essere quasi eliminato, perché la sua presenza era considerata «indizio di uno stato di arretrata economia agraria e di civiltà». Pochi anni prima, un film mitico di Giuseppe De Santis, girato tra Scanno e Pescasseroli, metteva in scena un dramma romantico neo-realista, in cui i protagonisti erano i lupari, i cacciatori professionisti di lupi. In Uomini e lupi del 1957 (sceneggiato da pesi massimi come Tonino Guerra e Cesare Zavattini), i lupari, alla ricerca di una taglia offerta dal Comune, sono appunto esempi di un’emarginazione difficile da aggirare in un quadro montagnoso arcaico, fotografato nella bellissima scena del paese assaltato dai lupi.  Tra il 1972 e il 1974, grazie quella missione che Boitani sviluppò collaborando con l’americano David Mech, esperto in radiocollari, e Erik Zimen, allievo di Konrad Lorenz, si creò una rivoluzione conoscitiva maggiore. Sterminato e perseguitato per millenni, del lupo non si sapeva quasi nulla, o ben poco; individuati con il wolf howling (la simulazione dell’ululato) e seguiti con i collari, i lupi cominciavano a svelare i loro comportamenti, i loro percorsi, la loro organizzazione sociale. Lupo Uno/Due venne trovato morto, ucciso da uno sparo, sul letto del Sangro. Ma nel 1976, il 22 novembre, viene emanato il decreto Marcora, con cui si vieta l’utilizzo dei bocconi avvelenati e si proibisce la caccia al lupo. Non si può sottovalutare questa rivoluzione – che è una rivoluzione dell’immaginario, nel quale il lupo ha un ruolo millenario contraddittorio ma ben visibile. Nel mondo antico, l’animale è fortemente legato alla nascita della civiltà urbana; la lupa di Roma si incardina in un rito di incivilimento che segna il passaggio dal selvaggio all’umano. È la cultura cristiana che lo trasforma in un nemico assoluto: nell’Antico Testamento come nel Nuovo, l’animale viene associato alla notte e alla steppa e diventa l’incarnazione del male – e del diavolo. Una demonizzazione, però, che non estirpa la relazione con il lupo dal folklore popolare. Nell’Abruzzo attraversato dai giovani studiosi insieme a Boitani, nel villaggio di Pretoro, si celebra a maggio – il momento in cui nascono i lupi, dopo una gestazione di due mesi – un rito cristiano che culmina con una sacra rappresentazione in cui un santo medievale, San Domenico, compare salvando un bambino dal rapimento del lupo; studiò queste culture subalterne il mitico Alfonso di Nola, antropologo marxista autore di un capolavoro per lo studio dell’Italia centrale come Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana (che esce, forse non a caso, nel 1976).  Eliminato in molti paesi europei (tra cui la Francia), il Canis lupus italicus aveva resistito nell’Appennino centrale, tra Abruzzo e Marche, scorrazzando sulle punte colossali del Gran Sasso e inerpicandosi tra gli affascinanti Monti Sibillini; ed è da questo studio che nasce un capolavoro dello studio del lupo come Dalla parte del lupo di Luigi Boitani del 1987. Un libro scritto da uno zoologo, che unisce studio dell’immaginario e riflessione scientifica, soppiantando finalmente l’idea del «lupo cattivo». Una rivoluzione che si può allineare a quella di Franco Basaglia e alla sua idea rivoluzionaria di malattia mentale – il lupo, il pazzo, l’emarginato, possono vivere in società, in una società con un nuovo patto di convivenza come quello patrocinato da San Francesco in un famosissimo «fioretto». Il risultato di questa rivoluzione è sotto gli occhi di tutti. Il lupo – di cui si contavano un centinaio di esemplari all’inizio degli anni Settanta – è tornato stabilmente sugli Appennini e sulle Alpi, si è spostato, grazie al fenomeno della dispersione, sulle Alpi marittime, penetrando e popolando la Francia. La sua protezione è diventata una questione europea, con la convenzione di Berna (1979), che ha garantito la protezione dell’animale dal bracconaggio. Con un numero più elevato di lupi, però oggi il conflitto si riaccende: l’Europa, nel 2025, ha declassato il lupo da specie «altamente protetta» a «specie protetta», ma soprattutto sono in aumento i casi di bracconaggio e avvelenamento, in una discussione che si polarizza anche all’interno del fronte animalista. È la dimostrazione che il lupo non è soltanto un animale – continua, per noi, a significare altro, è una sorta di sentinella del progresso, e di tutto questo abbiamo parlato con lo zoologo «con l’eskimo», Luigi Boitani, oggi professore emerito della Sapienza di Roma. Partiamo dal quella fotografia con «Lupo Uno / Due», da cui nasce l’Operazione San Francesco. Come nasce quella ricerca? È nato tutto quasi per caso. Io avevo fatto una tesi sulle libellule, niente a che vedere con i vertebrati. Avevo scelto zoologia invece di botanica perché c’era un professore più simpatico. Però avevo una fissazione: volevo studiare sul campo. All’epoca l’Istituto di zoologia della Sapienza era un centro di eccellenza straordinario, ma dominato dagli entomologi. Si raccoglievano animali, li si classificava, si descrivevano nuove specie. Un lavoro importantissimo, ma non era il mio mondo. Io volevo fare ecologia. Così, appena laureato, andai negli Stati uniti, a Yale. Lì scoprii l’ecologia del wildlife, dei grandi vertebrati. Condividevo la stanza con uno studente che studiava i leoni della Gir Forest in India: era un’altra dimensione. Tornai in Italia deciso a studiare le capre di Montecristo, un caso che mi sembrava interessante perché si trattava di capire come sopravvivevano questi animali all’interno di un contesto poco ospitale e difficile per l’alimentazione. Poi gli amici del Wwf mi dissero: «Prima di partire, ci aiuteresti a capire quanti lupi sono rimasti in Italia?». Doveva essere un lavoro di un paio di mesi. Sono diventati cinquant’anni. E lì nasce l’Operazione San Francesco. Sì. Nel primo anno venne fuori un quadro drammatico: forse un centinaio di lupi sopravvissuti in tutta Italia. Era evidente che, se si voleva salvare il lupo, bisognava capire qualcosa di più. Cominciammo allora una vera ricerca sul campo, usando per la prima volta in Europa i radiocollari. Chiamai David Mech, il grande studioso americano del lupo, e si formò quel piccolo gruppo che catturò «Lupo Uno / Due» nel Parco d’Abruzzo. Da lì è cominciato tutto. La vostra è stata una ricerca scientifica che ha avuto immediatamente effetti politici e culturali. È raro che accada. E soprattutto, c’è da dire che quella ricerca non partiva dall’università, che in realtà  non c’entrava quasi nulla. Nelle università italiane praticamente nessuno studiava l’ecologia dei grandi vertebrati selvatici. Il salto di conoscenza è stato dimostrare che era possibile farlo. Ma il punto decisivo è che la ricerca si scontrò subito con la politica. Cento lupi rimasti significavano una sola cosa: il primo obiettivo era proteggerli e scardinare la classificazione del lupo come «specie nociva». Il Wwf riuscì a ottenere il primo decreto di protezione, ma la campagna funzionò anche grazie alla particolare personalità di Fulco Pratesi, fondatore, che lavorò molto sui rapporti personali. Fulco telefonò al ministro e nel giro di pochi giorni arrivò il provvedimento che proteggeva il lupo e vietava i bocconi avvelenati. In Italia, però, il lupo non è mai stato completamente sterminato, a differenza della Francia. Perché? Le ragioni sono molte. Sicuramente in Francia c’è stata una capacità statale più forte: se Parigi decideva una cosa, quella decisione arrivava fino all’ultimo villaggio del paese. In Italia questo non succede, c’è sempre stata una frammentazione enorme. Ma credo conti anche un altro elemento: l’immaginario. In Italia il lupo ha mantenuto un’enorme forza simbolica positiva. Potremmo dire, per riassumere, che la lupa di Roma, la sua forza simbolica, ha contato moltissimo. Parlando con le persone, in cinquant’anni di conferenze, ho sempre incontrato una parte importante del pubblico fortemente «pro lupo», anche tra gli allevatori, in Abruzzo, in Toscana, in Calabria. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL COMUNISMO COSMICO DI FRANCO PIPERNO Giuliano Santoro Quindi esiste una tradizione di convivenza? Io credo di sì. Una convivenza conflittuale, certo, ma reale. I lupi gravitavano intorno ai paesi da sempre. Anche nel Medioevo ogni villaggio aveva la sua discarica a cielo aperto. I lupi vivevano ai margini degli insediamenti umani, si nutrivano degli scarti alimentari: e anche oggi, l’avvicinamento ha a che fare con la gestione di macelli e rifiuti. E anche i lupari non erano sterminatori sistematici, come la louveterie francese: intervenivano quando il danno, nei confronti degli allevatori, diventava eccessivo. C’era un rapporto diverso, persino ritualizzato. Questo emerge molto anche nell’immaginario religioso e folklorico appenninico: santi che parlano coi lupi, li addomesticano, li convincono a collaborare. Esatto. Mi piace pensare che esista una cultura profonda di identificazione e rispetto verso il lupo, anche inconsapevole. Pensiamo all’Irpinia: molti non sanno che «hirpus», da cui prende il nome la popolazione sannitica che abitava quella regione montuosa, significa lupo: quella presenza simbolica è rimasta e riemerge in forme diverse, e non è solo italiana. La ritroviamo anche in Grecia. Lei lega questa differenza anche ai modelli storici di pastoralismo. Sì, è una mia ipotesi. Nel Mediterraneo centrale prevaleva un’agricoltura residenziale: il pastore viveva stabilmente sul territorio. Questo rende possibile una forma di conoscenza reciproca tra l’uomo e l’animale lupo. Nel Vicino Oriente, invece, il pastoralismo era molto più mobile, quasi nomade. E se incontri continuamente lupi diversi non costruisci nessun equilibrio. La convivenza diventa più difficile. Oggi il conflitto torna con forza. Che cosa pensa del recente declassamento europeo della protezione del lupo? Dal punto di vista biologico, il lupo oggi non è più nella situazione degli anni Settanta, la specie non rischia l’estinzione in Italia. Il problema è politico e gestionale. Un eventuale declassamento potrebbe anche essere sostenibile, ma solo dentro un sistema serio di governo del conflitto. E questo sistema in Italia non esiste. La coesistenza significa compromesso: gli allevatori accettano una quota di danni, la società accetta che in certi casi possano esserci abbattimenti controllati. Ma serve una governance vera, capace di mettere intorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti. E questo manca completamente. Tu fai spesso il confronto con la Francia. Perché lì, pur con molti aspetti discutibili, una struttura nazionale esiste. Faccio parte del comitato scientifico del Piano nazionale francese del lupo: ci sono tavoli, decisioni, monitoraggi. In Francia hanno circa mille lupi e ne abbattono duecento all’anno in modo pubblico e regolato. In Italia diciamo di amare il lupo, poi però nei primi quattro mesi del 2026 sono già quasi duecento i lupi trovati morti tra incidenti, veleno e uccisioni illegali. Questo è il modello italiano: non governare il fenomeno, lasciare spazio agli abusi. A proposito di uccisioni: nel Parco nazionale d’Abruzzo negli ultimi mesi sono stati trovati 21 lupi avvelenati, uccisi e alcuni esposti pubblicamente sulla strada. Tra l’altro, alcuni di questi episodi si sono sviluppati ad Alfedena, vicino a Villetta Barrea e a Civitella Alfedena, la cittadella del lupo: quindi, un grande significato simbolico. Dietro questi episodi ci sono i cacciatori? No. Io non credo che il mondo venatorio abbia un ruolo centrale in questa vicenda, e anzi, il cacciatore italiano mediamente non è interessato al lupo. Dietro questi episodi vedo piuttosto la mano di una parte dell’allevamento più aggressivo e speculativo, legato a quella che ormai viene chiamata «mafia dei pascoli». In che senso? Intorno ai pascoli girano enormi sussidi europei, e c’è una corsa ad accaparrarsi territori sempre più vasti. È un fenomeno storico, che si era sviluppato anche in Sicilia (con continue vessazioni ai proprietari per acquisire illegalmente i territori), ma che ora si lega anche alle speculazioni sui fondi che vengono dall’Europa. E nel frattempo si è esteso il pascolo brado: mucche e cavalli lasciati mesi interi sui monti. Questi animali diventano una gigantesca fonte alimentare per lupi e orsi. Infatti nel Parco d’Abruzzo i lupi mangiano soprattutto bestiame domestico morto, non cervi. Si crea così un’ecologia completamente alterata. E i lupi appesi ai cartelli stradali? Quelle immagini sembrano avere una dimensione rituale. Ce l’hanno eccome. È una tradizione antichissima. Il luparo mostrava il lupo morto per certificare la vittoria sulla bestia. Esiste persino un paese vicino Siena che si chiama Lupompesi: «lupo appeso». Sono simboli che ritornano. Tu insisti molto sul tema del compromesso tra lupo e uomo come modello di convivenza. A che punto è, oggi, il dibattito su questo tema, che oggi si è riacceso anche in ragione della morte di Osso, il cane del giornalista Michele Serra, che addirittura dice di voler abbandonare la sua residenza perché «la natura è meravigliosa, ma troppo dura, esigente», legando di nuovo la presenza del lupo alla durezza della montagna. Se posso semplificare, io vedo da una parte chi vorrebbe eliminare il lupo come fosse una zanzara, dall’altra chi considera ogni lupo sacro e intoccabile. Entrambe sono posizioni sbagliate. I danni agli allevatori esisteranno sempre, anche con recinti elettrici e cani da guardia. Il punto è renderli sostenibili socialmente. Questo riguarda anche certe retoriche del «rewilding». Non uso mai la parola rewilding. In Europa la wilderness non esiste. Siamo cinquecentocinquanta milioni di persone. Quello che abbiamo è un paesaggio profondamente antropizzato, un equilibrio storico tra attività umane e presenza animale. Chi sogna il ritorno di una natura totalmente selvaggia spesso è qualcuno che la montagna la vede due settimane d’estate. Quindi quale sarà il futuro del lupo in Italia? Il lupo resterà. Ne sono convinto. Ma attraverserà continuamente crisi, ondate di ostilità, uccisioni, ritorni di paura. È quello che accade da cinquant’anni. La vera sfida è capire se saremo capaci di costruire istituzioni e pratiche di convivenza mature. Perché gli strumenti oggi li abbiamo: risarcimenti, monitoraggi, prevenzione, conoscenze scientifiche, gruppi importantissimi con «Io non ho paura del lupo». Bisogna puntare, anche, sul monitoraggio, che è costoso ma va fatto. Altrimenti, non si capisce di cosa si parla quando si parla di «soprannumero». Quello che manca è la politica e la cultura. *Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Luigi Boitani è uno dei più importanti biologi, zoologi e divulgatori scientifici italiani, considerato a livello internazionale il massimo esperto europeo di lupi e grandi carnivori. È stato professore di zoologia alla Sapienza di Roma, dove ha guidato il dipartimento di biologia animale e dell’uomo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il lupo resterà proviene da Jacobin Italia.
May 23, 2026
Jacobin Italia
Noi siamo portatori di scintille. La lotta ecologista in Tunisia tra repressione e resistenza
(disegno dall’archivio monitor) Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès, la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre, oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione della resistenza, dall’altra. È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere, Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”. Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il “complesso della morte”. Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo. Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio, cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965 a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti. L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee, malformazioni alla nascita. Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre 2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il 21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel momento in cui la mobilitazione si arresta. Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario. Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre, sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si combatteva con i corpi e i fumogeni. DUE SENTENZE Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa, nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento, insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione della resistenza. Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”. Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda Islem. Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo, nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci sono prove del danno? È semplicemente un insulto». Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa: “Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro tutto questo, sei un criminale». È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso: da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città – proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni. Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente, oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
May 21, 2026
Napoli MONiTOR
Le deroghe alle normative ambientali per favorire il riarmo europeo
Con la consigliera scientifica dell’Osservatorio Permanente Armi Leggere e ricercatrice IRES toscana Chiara Bonaiuti abbiamo parlato delle deroghe alle normative ambientali previste dal Libro Bianco sul riarmo europeo “Defence Readiness Omnibus”. La deregolamentazione consentirà procedure accelerate e semplificate per le aziende che producono armamenti in tutta Europa. Riprendiamo anche il comunicato della Rete Pace e Disarmo che riporta la lettera sottoscritta da oltre 25 associazioni europee che chiede di fermare il pacchetto di direttive contenuto nel Libro Bianco che permette licenze semplificate per lo scambio di armamenti: “Il cuore della proposta sta nel rendere le Licenze di Trasferimento Generali (GTL) la prassi standard in molti casi di vendita di armamenti. Le GTL consentono trasferimenti ripetuti di beni militari senza autorizzazione caso per caso, per diversi anni consecutivi, facendo perdere agli Stati Membri la visibilità sulla destinazione finale delle armi; ciò avverrebbe in particolare per quanto riguarda i progetti di difesa finanziati dall’UE e le tecnologie emergenti come i droni e i sistemi d’arma autonomi.” Ascolta qui il contributo audio:
Le deroghe alle normative ambientali per favorire il riarmo europeo
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May 20, 2026
Radio Blackout