Ripensare l’agricoltura in chiave ecosocialista
8 luglio, 7 di mattina, T. è a due o tre metri dal terreno – rosso, pietroso – e
danza, al ritmo sincopato della motosega che ha in mano, misto alle cicale che
si sgolano, tra i rami enormi di un ulivo secolare. È qui dalle 5. Io ed M.
siamo giù nella pioggia di segatura e spostiamo rami, facendo lunghi serpentoni
pronti per la trincia – se riusciamo a trovare chi ce l’ha. Il campo è un mare
di fascine. Questi cinquanta alberi sono abbandonati da almeno vent’anni, ovvero
da quando è morto mio nonno, che di mestiere faceva il contadino, qui in Puglia,
nell’entroterra barese, dove si alternano uliveti, vigneti, ciliegeti e
mandorleti, più qualche nuova aggiunta che gli agricoltori s’inventano per
sopravvivere seguendo le tendenze del mercato, come le albicocche piantate di
fretta qualche anno fa che già puntellano d’arancio i campi tra i muretti a
secco. I figli di mio nonno, mio padre e mio zio, sono scappati da una vita di
fatica e sacrifici. E non sono gli unici.
Luglio, per l’occhio attento, non è il periodo ideale per potare gli ulivi. Gli
ulivi si potano in primavera, dopo le gelate. Ma se c’è una cosa che sanno
benissimo gli agricoltori del sud, è che non c’è manodopera. Il mio potatore di
fiducia, che gestisce la sua azienda da solo con sua moglie, si è liberato solo
adesso: e allora adesso potiamo. «Zapp e pot quann pot», zappa e pota quando
puoi, ha detto T. stamattina da dentro l’ulivo di cui non si vedeva nemmeno il
tronco, tanti erano i polloni che lo accerchiavano nel tentativo disperato
dell’albero bicentenario di ritornare cespuglio. T. è uno dei pochissimi
agricoltori della sua generazione – gen X a occhio e croce – se non l’unico, in
questa zona. Anche volendo assumere manodopera, è difficilissimo trovarla.
Perfino i contoterzisti scarseggiano: trovare qualcuno che trinci le fascine si
sta rivelando particolarmente difficile. E lo stesso vale per potatori, aratori
e trattoristi in generale: sono tutti pieni, tutti in ritardo, tutti in balia
delle stagioni che impazziscono (quest’anno ha piovuto per due settimane di fila
nel momento clou delle lavorazioni del suolo, e tutto in ritardo a catena).
UNA CRISI AGRARIA SISTEMICA
Ciò non sorprende in un contesto in cui meno del 4% della forza lavoro nazionale
è impiegata in agricoltura in Italia, solo il 12% degli agricoltori europei ha
meno di quarant’anni, e in cui la «migrantizzazione» dell’agricoltura dilaga nel
cavalcare la necessità di lavoro flessibile, sfruttabile, e ricattabile in un
settore strutturalmente in crisi. Con i sussidi della Politica Agricola
Comunitaria (Pac) che continuano a basarsi sulla quantità di ettari posseduti,
favorendo la concentrazione terriera che vede le aziende diminuire in numero ma
aumentare di superficie, le piccole imprese stentano a sopravvivere, e molte,
infatti, non sopravvivono. «È un mestiere che non vuole fare più nessuno» e
hanno anche ragione, quando un chilo di ciliegie all’ingrosso viene pagato 0,35€
e conviene di più lasciarle sugli alberi che pagare manodopera per la raccolta –
cosa che accade regolarmente. È facile dare la colpa alla concorrenza, ai
compratori, al clima, al prezzo della benzina: ma tutte le crisi
dell’agricoltura vengono dalla sussunzione della stessa alle logiche del
capitale, il cui obiettivo non è mai stato la produzione di cibo sano e la
(ri)produzione dei territori, ma solo profitto e crescita (da esportare
altrove). Ed è tempo di riorganizzare il settore agro-alimentare – colonna
portante del soddisfacimento dei bisogni delle persone – in modo da sganciarlo
alla radice dalle logiche estrattive dell’accumulazione e del mercato globale,
piuttosto che continuare a provare ad assorbirlo meglio, da un lato, o a
trattarlo come appendice della rivoluzione, dall’altro.
Il messaggio è relativamente semplice: l’agricoltura – per quanto sussunta,
industrializzata, modernizzata, meccanizzata, digitalizzata – appartiene,
ancora, e per fortuna, al regno della vita. Non al regno del capitale.
Inevitabilmente, e ostinatamente, non funziona sotto le regole del mercato
globale e sotto gli imperativi della crescita prometeica in cui è stata comunque
inglobata – in un «food system» che fa finta di esistere come entità a sé
stante, ma in verità è completamente imbricato in tutti gli altri settori
dell’economia. E questo nonostante la dipendenza del settore da sussidi pubblici
(si pensi al quarto di fondi Ue che finiscono nella Pac) che rende di fatto
imprese private finanziate pubblicamente, fatto rileggibile, con un po’ di
audacia, come interessante precedente di pianificazione centralizzata. Il
risultato del tentativo di fare agricoltura sotto il capitalismo (fallimentare,
dato che la famigerata «fame nel mondo» aumenta) è la devastazione ambientale
(con i sistemi del cibo globali che si qualificano come prima causa del
superamento di 6 limiti planetari su 9), l’abbandono dilagante delle zone
rurali, la precarietà economica di chi ci vive, la perdita di presidio ecologico
dei territori. Sì, anche la perdita di presidio ecologico dei territori, perché
il fatto che l’Italia sia tornata ad avere più superficie boschiva che campi
coltivati (cosa che non succedeva dal medioevo) non è una buona notizia: non si
tratta di un ritorno alla natura, ma di abbandono di territori che sono stati
co-prodotti dalle persone per secoli. L’agricoltura contadina è l’originaria
forma di controllo e gestione del territorio, di prevenzione di frane, erosione,
alluvioni, inondazioni, incendi e di gestione di tutti gli eventi estremi che
puntellano la nostra contemporaneità sempre più densamente; una contemporaneità
in cui non c’è più nessuno a svuotare cunette o ad arare il perimetro dei campi.
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Lorenzo Feltrin
CHE FINE HA FATTO LA QUESTIONE AGRARIA?
Prima di catapultarmi in uliveto, il 29 giugno, in una sala gremita
dell’Università di Barcellona, nell’ambito della conferenza internazionale di
ecologia politica (Pollen26), dibattevamo accesamente tra intellettuali,
agricoltori e attiviste da tutti gli angoli d’Europa l’urgente necessità di
ritornare alla questione agraria nel Nord Globale. Ovvero: il bisogno di
rileggere criticamente la crisi agraria e rurale nei paesi del Nord Globale come
frutto dell’economia capitalista neoliberista globalizzata e, al contempo, di
ripensare un progetto ecosocialista che metta al centro la terra. E non per
velleità escapiste di ritorno a inesistenti età dell’oro, ma per garantire la
nostra sopravvivenza stessa, in un contesto di collasso climatico e di crescente
precarietà delle catene di approvvigionamento globali – sia questa a causa delle
guerre imperialiste o della fragilità infrastrutturale che inizia a trasparire
tra una heatwave e l’altra.
La questione agraria, che interroga da decenni studiosi sul cambiamento agrario,
sul capitalismo nelle campagne, sulla differenziazione di classe dei contadini,
sulle economie delle piantagioni e molto altro, non è affatto un discorso
astratto o di nicchia; ci tange anzi in prima persona. Eppure, sembra che nei
paesi (post)industrializzati la sinistra abbia del tutto abbandonato
(figurativamente oltre che fisicamente) la campagna, le zone rurali, i paesi
agricoli, come fossero un vestigio di un passato andato, uno spazio
intrinsecamente conservatore, o una serie di attività economiche obsolete – come
se mangiare e gestire i territori non ci riguardasse più. Mentre ci affrettiamo
a riattualizzare lotte operaie e a brandire piani di reindustrializzazione per
la giustizia sociale, ci dimentichiamo della stragrande maggioranza della
superficie che abitiamo: quella da cui provengono le risorse, l’acqua, il cibo,
l’energia; nonché quell’interfaccia col mondo non umano che dobbiamo
urgentemente rigenerare se vogliamo sopravvivere.
Nonostante l’aggiunta prepotente dell’«eco» al pensiero marxista – che ci ha
aperto gli occhi sulle questioni metaboliche, la frattura sempre più profonda
che il capitalismo industriale e urbano porta nei cicli dei nutrienti planetari,
e la centralità della dimensione agraria nel risanare la suddetta frattura –
restiamo ancora lontanissimi dal concepire, visualizzare, e pianificare una
transizione socio-ecologica che prenda sul serio la riproduzione, nel senso
ecofemminista: quella di tutto il vivente, e quindi anche della nostra specie.
L’aver obliterato la questione agraria dalle analisi materialiste contemporanee
e dalle proposte (eco)socialiste lascia le campagne e le aree interne alla mercé
del populismo di destra, dello sviluppismo rurale che turistifica e mercifica
qualsiasi residuo di economia non-capitalista, e del progettismo del terzo
settore che ha reso anche l’attivismo una professione – che termina quando
terminano i soldi del progetto. Se vogliamo prendere sul serio la giustizia
eco-climatica, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, e la giustizia
sociale (di genere, anti-imperialista, di classe, spaziale), dobbiamo avere un
piano per le nostre campagne, uno che parli a chi le abita, le cura, le
rigenera, e a chi vorrebbe (ri)cominciare a farlo. Un piano, forse, di
reagrarianizzazione.
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ECCO IL MENÙ, DEI CONFLITTI
Redazione Jacobin Italia
VERSO RURALITÀ COLLETTIVE EMANCIPATORIE
Mi guardano tutti come fossi pazza quando racconto che sto recuperando l’uliveto
secolare di famiglia, e un po’ pazza mi sento: reperire informazioni su come
fare agricoltura oggi sembra impossibile – soprattutto nella pratica del trovare
attrezzi, persone che sanno fare i lavori e hanno disponibilità a farli sul
territorio, per non parlare di qualcuno che possa insegnarti le cose; azzardare
opzioni di gestione collettiva o non orientata al profitto sembra illegale o per
lo meno un insulto, e districarsi tra tradizioni, ossessioni imprenditoriali,
ingarbugli ereditari ed esuberanti costi di gestione non è affatto scontato.
Nella migliore delle interpretazioni, per l’occhio più generoso (o più
nostalgico), sarò un’altra di quelle eroine che «tornano» o che rilanciano
l’asset di famiglia che hanno il privilegio di ereditare, in chiave Tradizione &
Innovazione Chic Inc. Ma questa non è la storia di cui mi interessa far parte.
Come può il «ritorno alla terra» – che si fa urgente dal punto di vista di
approvvigionamento giusto e sostenibile, e di rigenerazione socialmente giusta
della natura – diventare progetto collettivo, emancipatorio, ambientale e di
giustizia sociale, al di fuori dei cliché dell’eroismo, dell’escapismo da
ecovillaggio, e dell’imprenditoria gentrificatrice? Quale forma specifica prende
oggi la lotta operaia nelle campagne, dove la frammentazione e la
diversificazione confondono e dividono? Che tipo di riforma fondiaria, che
contrasti l’accentramento e l’abbandono, e garantisca un rinnovato accesso alla
terra, è appropriato per il nostro secolo? Quali infrastrutture pubbliche
possono incentivare il recupero e la gestione collettiva della terra, l’uso
comune di attrezzi agricoli, e il preservare e reinventare quelle tracce di
economie agrarie non-capitaliste che persistono tra le nostre colline? Come può
la sinistra (eco)socialista tornare a parlare (d)alle campagne, (d)ai territori,
(d)ai paesi, per portare proposte e visioni che rispondano ai bisogni reali
delle persone e degli ecosistemi che le sostengono, unendo un necessario grado
di pianificazione a una rinnovata autodeterminazione territoriale?
Queste e molte altre sono le domande che la questione agraria attuale rende
urgenti per le lotte anticapitaliste, ambientaliste e di giustizia sociale a cui
l’ecosocialismo deve rispondere. E queste e molte altre sono le domande che
competono per la mia attenzione tra le cicale, la motosega e un mare di fascine
che spero qualcuno possa trinciare a breve.
*Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la
Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma
di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e
divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È
co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della
Londa School of Economics.
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