Il lupo resteràC’è una fotografia che ha segnato l’immaginario ecologista italiano: Luigi
Boitani, in eskimo, insieme a «Lupo Uno/Due», il primo lupo radiocollarato in
Europa, nel Parco nazionale d’Abruzzo. Da quella cattura nacque, all’inizio
degli anni Settanta, l’«Operazione San Francesco», la ricerca che cambiò il modo
di guardare al lupo in Italia e aprì una nuova stagione delle politiche di
conservazione.
A guardarla, quella fotografia, c’è intera la mitologia del lupo, e il
significato che poteva avere durante il decennio rivoluzionario, gli anni
Settanta. Prima di quell’operazione che ebbe il sostegno del neonato Wwf
(fondato nel 1967), l’approccio scientifico al lupo era tutto votato al
contenimento: Alessandro Ghigi, storico rettore di Bologna, ancora nel 1963
scriveva che l’animale doveva essere quasi eliminato, perché la sua presenza era
considerata «indizio di uno stato di arretrata economia agraria e di civiltà».
Pochi anni prima, un film mitico di Giuseppe De Santis, girato tra Scanno e
Pescasseroli, metteva in scena un dramma romantico neo-realista, in cui i
protagonisti erano i lupari, i cacciatori professionisti di lupi. In Uomini e
lupi del 1957 (sceneggiato da pesi massimi come Tonino Guerra e Cesare
Zavattini), i lupari, alla ricerca di una taglia offerta dal Comune, sono
appunto esempi di un’emarginazione difficile da aggirare in un quadro montagnoso
arcaico, fotografato nella bellissima scena del paese assaltato dai lupi.
Tra il 1972 e il 1974, grazie quella missione che Boitani sviluppò collaborando
con l’americano David Mech, esperto in radiocollari, e Erik Zimen, allievo di
Konrad Lorenz, si creò una rivoluzione conoscitiva maggiore. Sterminato e
perseguitato per millenni, del lupo non si sapeva quasi nulla, o ben poco;
individuati con il wolf howling (la simulazione dell’ululato) e seguiti con i
collari, i lupi cominciavano a svelare i loro comportamenti, i loro percorsi, la
loro organizzazione sociale. Lupo Uno/Due venne trovato morto, ucciso da uno
sparo, sul letto del Sangro. Ma nel 1976, il 22 novembre, viene emanato il
decreto Marcora, con cui si vieta l’utilizzo dei bocconi avvelenati e si
proibisce la caccia al lupo.
Non si può sottovalutare questa rivoluzione – che è una rivoluzione
dell’immaginario, nel quale il lupo ha un ruolo millenario contraddittorio ma
ben visibile. Nel mondo antico, l’animale è fortemente legato alla nascita della
civiltà urbana; la lupa di Roma si incardina in un rito di incivilimento che
segna il passaggio dal selvaggio all’umano. È la cultura cristiana che lo
trasforma in un nemico assoluto: nell’Antico Testamento come nel Nuovo,
l’animale viene associato alla notte e alla steppa e diventa l’incarnazione del
male – e del diavolo. Una demonizzazione, però, che non estirpa la relazione con
il lupo dal folklore popolare. Nell’Abruzzo attraversato dai giovani studiosi
insieme a Boitani, nel villaggio di Pretoro, si celebra a maggio – il momento in
cui nascono i lupi, dopo una gestazione di due mesi – un rito cristiano che
culmina con una sacra rappresentazione in cui un santo medievale, San Domenico,
compare salvando un bambino dal rapimento del lupo; studiò queste culture
subalterne il mitico Alfonso di Nola, antropologo marxista autore di un
capolavoro per lo studio dell’Italia centrale come Gli aspetti
magico-religiosi di una cultura subalterna italiana (che esce, forse non a caso,
nel 1976).
Eliminato in molti paesi europei (tra cui la Francia), il Canis lupus italicus
aveva resistito nell’Appennino centrale, tra Abruzzo e Marche, scorrazzando
sulle punte colossali del Gran Sasso e inerpicandosi tra gli affascinanti Monti
Sibillini; ed è da questo studio che nasce un capolavoro dello studio del lupo
come Dalla parte del lupo di Luigi Boitani del 1987. Un libro scritto da uno
zoologo, che unisce studio dell’immaginario e riflessione scientifica,
soppiantando finalmente l’idea del «lupo cattivo». Una rivoluzione che si può
allineare a quella di Franco Basaglia e alla sua idea rivoluzionaria di malattia
mentale – il lupo, il pazzo, l’emarginato, possono vivere in società, in una
società con un nuovo patto di convivenza come quello patrocinato da San
Francesco in un famosissimo «fioretto».
Il risultato di questa rivoluzione è sotto gli occhi di tutti. Il lupo – di cui
si contavano un centinaio di esemplari all’inizio degli anni Settanta – è
tornato stabilmente sugli Appennini e sulle Alpi, si è spostato, grazie al
fenomeno della dispersione, sulle Alpi marittime, penetrando e popolando la
Francia. La sua protezione è diventata una questione europea, con la convenzione
di Berna (1979), che ha garantito la protezione dell’animale dal bracconaggio.
Con un numero più elevato di lupi, però oggi il conflitto si riaccende:
l’Europa, nel 2025, ha declassato il lupo da specie «altamente protetta» a
«specie protetta», ma soprattutto sono in aumento i casi di bracconaggio e
avvelenamento, in una discussione che si polarizza anche all’interno del fronte
animalista. È la dimostrazione che il lupo non è soltanto un animale – continua,
per noi, a significare altro, è una sorta di sentinella del progresso, e di
tutto questo abbiamo parlato con lo zoologo «con l’eskimo», Luigi Boitani, oggi
professore emerito della Sapienza di Roma.
Partiamo dal quella fotografia con «Lupo Uno / Due», da cui nasce l’Operazione
San Francesco. Come nasce quella ricerca?
È nato tutto quasi per caso. Io avevo fatto una tesi sulle libellule, niente a
che vedere con i vertebrati. Avevo scelto zoologia invece di botanica perché
c’era un professore più simpatico. Però avevo una fissazione: volevo studiare
sul campo. All’epoca l’Istituto di zoologia della Sapienza era un centro di
eccellenza straordinario, ma dominato dagli entomologi. Si raccoglievano
animali, li si classificava, si descrivevano nuove specie. Un lavoro
importantissimo, ma non era il mio mondo. Io volevo fare ecologia. Così, appena
laureato, andai negli Stati uniti, a Yale. Lì scoprii l’ecologia del wildlife,
dei grandi vertebrati. Condividevo la stanza con uno studente che studiava i
leoni della Gir Forest in India: era un’altra dimensione. Tornai in Italia
deciso a studiare le capre di Montecristo, un caso che mi sembrava interessante
perché si trattava di capire come sopravvivevano questi animali all’interno di
un contesto poco ospitale e difficile per l’alimentazione. Poi gli amici del Wwf
mi dissero: «Prima di partire, ci aiuteresti a capire quanti lupi sono rimasti
in Italia?». Doveva essere un lavoro di un paio di mesi. Sono diventati
cinquant’anni.
E lì nasce l’Operazione San Francesco.
Sì. Nel primo anno venne fuori un quadro drammatico: forse un centinaio di lupi
sopravvissuti in tutta Italia. Era evidente che, se si voleva salvare il lupo,
bisognava capire qualcosa di più. Cominciammo allora una vera ricerca sul campo,
usando per la prima volta in Europa i radiocollari. Chiamai David Mech, il
grande studioso americano del lupo, e si formò quel piccolo gruppo che catturò
«Lupo Uno / Due» nel Parco d’Abruzzo. Da lì è cominciato tutto.
La vostra è stata una ricerca scientifica che ha avuto immediatamente effetti
politici e culturali. È raro che accada.
E soprattutto, c’è da dire che quella ricerca non partiva dall’università, che
in realtà non c’entrava quasi nulla. Nelle università italiane praticamente
nessuno studiava l’ecologia dei grandi vertebrati selvatici. Il salto di
conoscenza è stato dimostrare che era possibile farlo. Ma il punto decisivo è
che la ricerca si scontrò subito con la politica. Cento lupi rimasti
significavano una sola cosa: il primo obiettivo era proteggerli e scardinare la
classificazione del lupo come «specie nociva». Il Wwf riuscì a ottenere il primo
decreto di protezione, ma la campagna funzionò anche grazie alla particolare
personalità di Fulco Pratesi, fondatore, che lavorò molto sui rapporti
personali. Fulco telefonò al ministro e nel giro di pochi giorni arrivò il
provvedimento che proteggeva il lupo e vietava i bocconi avvelenati.
In Italia, però, il lupo non è mai stato completamente sterminato, a differenza
della Francia. Perché?
Le ragioni sono molte. Sicuramente in Francia c’è stata una capacità statale più
forte: se Parigi decideva una cosa, quella decisione arrivava fino all’ultimo
villaggio del paese. In Italia questo non succede, c’è sempre stata una
frammentazione enorme. Ma credo conti anche un altro elemento: l’immaginario. In
Italia il lupo ha mantenuto un’enorme forza simbolica positiva. Potremmo dire,
per riassumere, che la lupa di Roma, la sua forza simbolica, ha contato
moltissimo. Parlando con le persone, in cinquant’anni di conferenze, ho sempre
incontrato una parte importante del pubblico fortemente «pro lupo», anche tra
gli allevatori, in Abruzzo, in Toscana, in Calabria.
LEGGI ANCHE…
MOVIMENTI
IL COMUNISMO COSMICO DI FRANCO PIPERNO
Giuliano Santoro
Quindi esiste una tradizione di convivenza?
Io credo di sì. Una convivenza conflittuale, certo, ma reale. I lupi gravitavano
intorno ai paesi da sempre. Anche nel Medioevo ogni villaggio aveva la sua
discarica a cielo aperto. I lupi vivevano ai margini degli insediamenti umani,
si nutrivano degli scarti alimentari: e anche oggi, l’avvicinamento ha a che
fare con la gestione di macelli e rifiuti. E anche i lupari non erano
sterminatori sistematici, come la louveterie francese: intervenivano quando il
danno, nei confronti degli allevatori, diventava eccessivo. C’era un rapporto
diverso, persino ritualizzato.
Questo emerge molto anche nell’immaginario religioso e folklorico appenninico:
santi che parlano coi lupi, li addomesticano, li convincono a collaborare.
Esatto. Mi piace pensare che esista una cultura profonda di identificazione e
rispetto verso il lupo, anche inconsapevole. Pensiamo all’Irpinia: molti non
sanno che «hirpus», da cui prende il nome la popolazione sannitica che abitava
quella regione montuosa, significa lupo: quella presenza simbolica è rimasta e
riemerge in forme diverse, e non è solo italiana. La ritroviamo anche in Grecia.
Lei lega questa differenza anche ai modelli storici di pastoralismo.
Sì, è una mia ipotesi. Nel Mediterraneo centrale prevaleva un’agricoltura
residenziale: il pastore viveva stabilmente sul territorio. Questo rende
possibile una forma di conoscenza reciproca tra l’uomo e l’animale lupo. Nel
Vicino Oriente, invece, il pastoralismo era molto più mobile, quasi nomade. E se
incontri continuamente lupi diversi non costruisci nessun equilibrio. La
convivenza diventa più difficile.
Oggi il conflitto torna con forza. Che cosa pensa del recente declassamento
europeo della protezione del lupo?
Dal punto di vista biologico, il lupo oggi non è più nella situazione degli anni
Settanta, la specie non rischia l’estinzione in Italia. Il problema è politico e
gestionale. Un eventuale declassamento potrebbe anche essere sostenibile, ma
solo dentro un sistema serio di governo del conflitto. E questo sistema in
Italia non esiste. La coesistenza significa compromesso: gli allevatori
accettano una quota di danni, la società accetta che in certi casi possano
esserci abbattimenti controllati. Ma serve una governance vera, capace di
mettere intorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti. E questo manca
completamente.
Tu fai spesso il confronto con la Francia.
Perché lì, pur con molti aspetti discutibili, una struttura nazionale esiste.
Faccio parte del comitato scientifico del Piano nazionale francese del lupo: ci
sono tavoli, decisioni, monitoraggi. In Francia hanno circa mille lupi e ne
abbattono duecento all’anno in modo pubblico e regolato. In Italia diciamo di
amare il lupo, poi però nei primi quattro mesi del 2026 sono già quasi duecento
i lupi trovati morti tra incidenti, veleno e uccisioni illegali. Questo è il
modello italiano: non governare il fenomeno, lasciare spazio agli abusi.
A proposito di uccisioni: nel Parco nazionale d’Abruzzo negli ultimi mesi sono
stati trovati 21 lupi avvelenati, uccisi e alcuni esposti pubblicamente sulla
strada. Tra l’altro, alcuni di questi episodi si sono sviluppati ad Alfedena,
vicino a Villetta Barrea e a Civitella Alfedena, la cittadella del lupo: quindi,
un grande significato simbolico. Dietro questi episodi ci sono i cacciatori?
No. Io non credo che il mondo venatorio abbia un ruolo centrale in questa
vicenda, e anzi, il cacciatore italiano mediamente non è interessato al lupo.
Dietro questi episodi vedo piuttosto la mano di una parte dell’allevamento più
aggressivo e speculativo, legato a quella che ormai viene chiamata «mafia dei
pascoli».
In che senso?
Intorno ai pascoli girano enormi sussidi europei, e c’è una corsa ad
accaparrarsi territori sempre più vasti. È un fenomeno storico, che si era
sviluppato anche in Sicilia (con continue vessazioni ai proprietari per
acquisire illegalmente i territori), ma che ora si lega anche alle speculazioni
sui fondi che vengono dall’Europa. E nel frattempo si è esteso il pascolo brado:
mucche e cavalli lasciati mesi interi sui monti. Questi animali diventano una
gigantesca fonte alimentare per lupi e orsi. Infatti nel Parco d’Abruzzo i lupi
mangiano soprattutto bestiame domestico morto, non cervi. Si crea così
un’ecologia completamente alterata.
E i lupi appesi ai cartelli stradali? Quelle immagini sembrano avere una
dimensione rituale.
Ce l’hanno eccome. È una tradizione antichissima. Il luparo mostrava il lupo
morto per certificare la vittoria sulla bestia. Esiste persino un paese vicino
Siena che si chiama Lupompesi: «lupo appeso». Sono simboli che ritornano.
Tu insisti molto sul tema del compromesso tra lupo e uomo come modello di
convivenza. A che punto è, oggi, il dibattito su questo tema, che oggi si è
riacceso anche in ragione della morte di Osso, il cane del giornalista Michele
Serra, che addirittura dice di voler abbandonare la sua residenza perché «la
natura è meravigliosa, ma troppo dura, esigente», legando di nuovo la presenza
del lupo alla durezza della montagna.
Se posso semplificare, io vedo da una parte chi vorrebbe eliminare il lupo come
fosse una zanzara, dall’altra chi considera ogni lupo sacro e intoccabile.
Entrambe sono posizioni sbagliate. I danni agli allevatori esisteranno sempre,
anche con recinti elettrici e cani da guardia. Il punto è renderli sostenibili
socialmente. Questo riguarda anche certe retoriche del «rewilding». Non uso mai
la parola rewilding. In Europa la wilderness non esiste. Siamo
cinquecentocinquanta milioni di persone. Quello che abbiamo è un paesaggio
profondamente antropizzato, un equilibrio storico tra attività umane e presenza
animale. Chi sogna il ritorno di una natura totalmente selvaggia spesso è
qualcuno che la montagna la vede due settimane d’estate.
Quindi quale sarà il futuro del lupo in Italia?
Il lupo resterà. Ne sono convinto. Ma attraverserà continuamente crisi, ondate
di ostilità, uccisioni, ritorni di paura. È quello che accade da cinquant’anni.
La vera sfida è capire se saremo capaci di costruire istituzioni e pratiche di
convivenza mature. Perché gli strumenti oggi li abbiamo: risarcimenti,
monitoraggi, prevenzione, conoscenze scientifiche, gruppi importantissimi con
«Io non ho paura del lupo». Bisogna puntare, anche, sul monitoraggio, che è
costoso ma va fatto. Altrimenti, non si capisce di cosa si parla quando si parla
di «soprannumero». Quello che manca è la politica e la cultura.
*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine.
Luigi Boitani è uno dei più importanti biologi, zoologi e divulgatori
scientifici italiani, considerato a livello internazionale il massimo esperto
europeo di lupi e grandi carnivori. È stato professore di zoologia alla Sapienza
di Roma, dove ha guidato il dipartimento di biologia animale e dell’uomo.
DIAMOCI UN TAGLIO
La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua.
Abbonati
a Jacobin Italia
L'articolo Il lupo resterà proviene da Jacobin Italia.