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Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio
L’acqua bolle a 40 gradi? Se il Governo, attualmente governo Meloni, avesse un interesse ad affermare che l’acqua bolle a 40 gradi lo farebbe con un decreto legge. E non ho dubbi che correderebbe la propria azione con autorevoli pareri … Leggi tutto L'articolo Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La perdita del bene comune “acqua”
Tra i principali «beni comuni» essenziali per la vita, un ruolo cruciale spetta all’acqua. L’acqua è una fonte di vita insostituibile per il funzionamento «sostenibile» del clima terrestre e, di conseguenza, dell’insieme delle attività umane e delle forme di vita sulla Terra. Negli ultimi tempi, abbiamo perso il bene comune acqua. Ci è stata rubato e noi stessi l’abbiamo trasformato in qualcosa di diverso, esterno a noi. Francesco, il santo di Assisi, non potrebbe più chiamare l’acqua  «sorella». La prima forma significativa di perdita del «bene comune pubblico » acqua è iniziata non appena l’acqua è stata trattata come «oro blu», in confronto al petrolio considerato fin dal XIX secolo «oro nero». Pensare all’acqua come «oro» significa capovolgere la concezione dell’acqua come «fonte di vita». L’oro è materialità, ricchezza, avidità, conquista, conflitti, violenza. E più l’oro è raro, più è appropriabile solo dai più forti. La sacralità dell’acqua cessa di essere espressa in riferimento alla vita. La perdita dell’acqua come bene comune è stata sancita a livello internazionale circa 50 anni fa con l’avvio delle politiche di adeguamento strutturale da parte del FMI e della Banca Mondiale, dopo la crisi del sistema finanziario internazionale tra il 1971 e il 1973, accompagnate da condizioni, una delle quali era la sottomissione della concessione dei prestiti alla privatizzazione del settore pubblico, in particolare l’acqua. Aver costretto i paesi del Sud ad affidare la gestione di beni essenziali per la vita alle «forze internazionali del mercato» ha avuto conseguenze nefaste, la più importante delle quali è stata l’accentuazione delle disuguaglianze tra Nord e Sud. (1) La grande svolta riguardante l’acqua è, tuttavia, avvenuta nel 1992-94 a partire dal Primo Vertice della Terra convocato dall’ONU nel 1992 a Rio de Janeiro. In occasione della Conferenza internazionale dell’ONU sull’acqua e l’ambiente tenutasi a Dublino nel marzo 1992 in preparazione del Vertice , la comunità internazionale ha approvato I quattro principi di Dublino sull’acqua, il cui 4° principio, il più concreto e politicamente influente, recita: «L’acqua, utilizzata per molteplici scopi, ha un valore economico e dovrebbe quindi essere riconosciuta come bene economico». (2 ) La Dichiarazione di Dublino precisa: « In virtù di questo principio è fondamentale riconoscere il diritto fondamentale dell’uomo all’acqua potabile e a un’igiene adeguata a un prezzo accessibile» Ciò significa che l’accesso all’acqua, anche se riconosciuto come un diritto, deve essere a pagamento! Basta con la gratuità dei diritti universali .(3) E poi continua: «Il valore economico dell’acqua è stato a lungo ignorato(…). Considerare l’acqua come un bene economico e gestirla di conseguenza, significa aprire la strada a un uso efficiente e a un’equa distribuzione di questa risorsa, alla sua conservazione e alla sua protezione». Ora,  secondo la concezione economica dominante, la gestione di un «bene economico» deve essere assicurata secondo i principi e i meccanismi del sistema economico capitalista di mercato. Da qui la diffusione in tutto il mondo dei processi di mercificazione, deregolamentazione, liberalizzazione, privatizzazione… Infine, la finanziarizzazione della natura completa l’opera di capovolgimento. Il principio della monetizzazione della natura è stato approvato dal Secondo Vertice della Terra (Rio+10) a Johannesburg nel 2002. Vent’anni dopo, a Montréal nel dicembre 2022, la COP15-Biodiversità dell’ONU ha ufficialmente sancito la finanziarizzazione della natura fondata sul principio che ogni elemento della natura debba essere considerato un «capitale naturale» e, quindi, un «bene finanziario», gestito secondo i principi e le logiche dei mercati finanziari globali. (4) Il percorso è stato lungo ma, nonostante l’opposizione di milioni di cittadini e di interi popoli, non solo indigeni (penso all’Italia dove, nel giugno 2011, il 97% dei votanti ha detto no alla privatizzazione dell’acqua, tramite referendum nazionale), (5) i «signori» del denaro sono riusciti finora a gettare alle ortiche il principio dell’acqua come bene comune pubblico, uno dei pilastri su cui era stata costruita «una buona società». È possibile rigenerare il bene comune pubblico mondiale acqua? Contrariamente a quanto scritto nella Dichiarazione di Dublino, si deve constatare che, trentacinque anni dopo, l’assoggettamento della gestione dell’acqua alle concezioni capitalistiche dell’economia e alle visioni tecnocratiche ha condotto l’Umanità e la Terra. Verso una Apocalisse idrica (6) Un recente rapporto dell’Università delle Nazioni Unite (UNU) parla, in termini più moderati, di Bancarotta idrica globale. (7)  Conosciamo le cifre schiaccianti, di cui una sola, la principale, è sufficiente: 4,4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile in modo regolare, sufficiente e sicuro (da considerare insieme ai 4,5 miliardi di persone che non dispongono di alcuna copertura sanitaria di base)!  Abbiamo appena appreso che ora in Medio Oriente si sono verificati bombardamenti reciproci di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare tra l’Iran, Israele  e gli altri paesi della regione. Eppure, tutti questi paesi dipendono per il 60-80% dagli impianti di desalinizzazione per il loro approvvigionamento di acqua dolce. Una situazione del genere non può durare. L’Apocalisse non può essere il futuro dell’umanità e della Terra. Segni di resistenza, di rivolta contro questo mondo si manifestano un po’ ovunque. Sì, il mondo cambierà, perché il desiderio di giustizia e di uguaglianza nella dignità e la forza della solidarietà e della pace sono come i batteri: non muoiono mai.   PS: Una versione più ampia e dettagliata contenente ulteriori dati numerici e note di riferimento è disponibile sul sito agora-humanite.org dell’Agora degli Abitanti della Terra   Note (1) Nonostante alcune riforme, le condizioni rimangono in vigore. Vedi https://www.cetri.be/Economies-du-Sud-toujours-sous, 2022 (2)https://www.google.com/search?q=Les+Quatre+principes+de+Dublin+cocncernant+l%27eau&oq (3) Per gratuità del diritto all’acqua potabile si intende la copertura dei costi da parte della collettività tramite le finanze pubbliche, come avviene per le spese militari (4)https://www.pressenza.com/fr/2023/02/cop15-biodiversite-et-financiarisation-de-la-nature/ (5) https://altreconomia.it/inchiesta-acqua-pubblica/ (6) 17 anni fa, in un articolo pubblicato su La Libre Belgique, avevo già parlato di “Apocalisse idrica”. Vedi https://www.lalibre.be/debats/opinions/2009/04/22/comment-eviter-lapocalypse-hydrique-OSWDTBYUWZDH3GMLYC763DOFZM/ (7) https://unu.edu/inweh/collection/global-water-bankruptcy   Riccardo Petrella
March 22, 2026
Pressenza
Ruggine a Taranto. Il dissalatore per una città senza confronto
(disegno di irene servillo) A Taranto, proprio al confine con i comuni di Massafra e Statte, è stata fortemente voluta da Acquedotto Pugliese la realizzazione del più grande dissalatore d’Italia, quello alla sorgente del fiume Tara. Il Tara è un fiume carsico lungo appena due chilometri, con una portata media ridotta. Il fiume, di cui abbiamo già scritto, rappresenta però un luogo di assoluto valore ambientale e soprattutto sociale: durante le calde estati sono rituali i bagni refrigeranti e i trattamenti con i fanghi, ritenuti benefici dalla comunità ampia ed eterogenea che si riversa sulle sponde e nelle conche del fiume. Con un trampolino e qualche struttura arrangiata a riva tra le canne di giunco, il Tara è l’unica oasi per ragazzi e anziani dei quartieri operai che faticano a raggiungere i tratti di spiaggia balneabile oltre gli impianti della zona industriale, l’acciaieria e la raffineria dell’Eni. La costruzione del dissalatore viene giustificata da Acquedotto Pugliese come mezzo per contrastare la crisi idrica in Puglia, ma lega a sé innumerevoli interrogativi, alcuni tuttora irrisolti. In partenza, il costo dell’opera previsto si aggirava intorno ai 98 milioni di euro, di cui circa 27 da finanziamenti Pnrr e oltre 70 dal Fondo Sviluppo e Coesione. A marzo dello scorso anno, in seguito a una variazione del quadro economico approvata dall’Autorità Idrica Pugliese, l’opera raggiunge un costo di circa 130 milioni di euro, dove l’incremento dovrebbe giungere dai proventi tariffari dell’Acquedotto. Ciò che fa più rumore riguarda la provenienza delle acque del Tara: trattandosi di un fiume carsico, la sua portata dipende direttamente dai fenomeni piovosi. Perciò è lecito chiedersi come possa tale impianto rimediare alla carenza di acqua se il suo stesso funzionamento dipenderà dalle variazioni di portata del fiume. Può la Regione Puglia spingere per la realizzazione di questo progetto, con simili investimenti e un significativo impatto ambientale (visto che sul Tara sussiste già un prelievo di 1.100 l/s destinato all’ex Ilva e all’agricoltura), senza impegnarsi a pensare ad alternative al progetto se non l’utilizzo delle autobotti? Nel frattempo, secondo l’Istat, la rete idrica pugliese registra perdite pari al 46,3 per cento delle acque trasportate e ad ottobre è stato dichiarato per la Puglia lo stato d’emergenza idrica. Caso simile persiste in Sicilia, dove la costruzione di diversi dissalatori non sembra aver minimamente posto rimedio alla carenza di acqua. LA TECNICA COME MURO Se con il precedente articolo si è voluto restituire una fotografia del contesto in cui si colloca l’opera, questo vuole essere invece uno strumento di analisi e comprensione delle dinamiche politico-amministrative che hanno accompagnato il progetto fino a oggi. Nonostante l’iter autorizzativo si sia concluso i primi giorni di settembre e i lavori siano partiti a pieno ritmo alla fine dello stesso mese, con nove ditte previste sul cantiere e circa centoventi lavoratori, l’opposizione della comunità, che non comprende le iniziative della politica locale e degli enti pubblici, rimane forte e ha acquisito sempre più consapevolezza nel tempo. Due strade perfettamente parallele, mobilitazione e iter autorizzatorio, che non hanno mai avuto modo di incontrarsi, nemmeno quando la mobilitazione ha espresso la necessità di sviluppare un confronto politico serio e motivato sull’opera. Le rivendicazioni della comunità del Tara sono in linea con quelle di altre vertenze del territorio: la discarica di inerti alle porte del quartiere Paolo VI, la proposta di costruire un impianto di rigassificazione nel porto di Taranto, le sempre più inquietanti vicende dell’ex Ilva che continua a mietere vittime tra operai e cittadini, la raffineria dell’Eni. E ancora: la volontà di realizzare un impianto fotovoltaico off-shore nel porto di Taranto, l’ampliamento dell’inceneritore di Massafra, le discariche, la marina militare che non intende indietreggiare restituendo spazi sottratti alla città per più di un secolo. Quelle elencate sono tutte vicende che hanno come comune denominatore l’appropriazione dei luoghi a danno delle comunità che li vivono e che non vengono minimamente coinvolte nei processi decisionali, opere tutte giustificate dall’invocazione di un presunto bene superiore o dalla presenza di altre opere impattanti. È un paradosso che Taranto continua a vivere anche con la vicenda del dissalatore: una delle aree pugliesi che più soffre i disservizi della rete idrica viene chiamata a sacrificare un pezzo di sé, mettendo a rischio uno dei pochi luoghi rimasti indenni dal feroce sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi decenni. A testimonianza di ciò si prenda la motivazione al parere negativo all’opera, in conferenza di servizi, da parte della Soprintendenza del ministero della cultura. Tra le oltre cinquanta pagine di motivato dissenso si legge: “La realizzazione del progetto trasformerebbe in modo irreversibile il paesaggio identitario. Il paesaggio non è soltanto un fatto visivo. La convenzione europea del paesaggio lo definisce come ‘una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni’, il cui carattere deriva dall’azione congiunta di fattori naturali e umani. Il territorio diventa paesaggio quando gli abitanti si riconoscono in esso, nei suoi tratti identitari, contribuendovi non solo con interventi materiali ma anche in senso culturale e simbolico. Solo attraverso tale processo può maturare una percezione positiva del paesaggio. Tale dinamica difficilmente può attivarsi in un contesto in cui la trasformazione avviene in tempi così rapidi e mediante l’introduzione di impianti e infrastrutture di grande scala, come nel caso in esame”. Nonostante questo dissenso all’opera, la Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio della Regione Puglia, come si legge dal verbale della conferenza di servizi, ritiene che non ci siano criticità rilevate dal punto di vista paesaggistico. La conferenza si conclude a gennaio 2025, oltre i novanta giorni regolamentari, nonostante il parere del ministero, nonostante le prescrizioni significative da parte di Arpa Puglia, nonostante le prescrizioni dell’Asl di Taranto, nonostante i dubbi sulle interferenze con la rete gas di Snam. Tale conclusione coincide con il rilascio della Valutazione di impatto ambientale dell’opera, una delle principali autorizzazioni che concorrono al rilascio del Paur (Provvedimento autorizzatorio unico regionale), il vero e proprio via libera ai lavori. Il 20 febbraio 2025 viene rilasciata, sempre dalla Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio, l’autorizzazione paesaggistica all’opera, altro tassello necessario al rilascio del Paur. Il ruolo ricoperto in questa vicenda dalla Regione non è affatto marginale, ma centrale e soprattutto decisionale. Lo stesso rilascio del Paur è responsabilità della Regione, che coordina la conferenza di servizi, cura l’istruttoria e i rapporti con gli enti coinvolti. A maggio, in occasione della presentazione dei candidati alle elezioni amministrative di Taranto per il Pd, un gruppo di cittadini riuniti nella rete civica Difesa fiume Tara, ha colto l’opportunità per interrogare sulla vicenda Emiliano, sempre presente agli eventi di partito, che spesso si svolgono nei salotti buoni della città e per il solo periodo di campagna elettorale. Alla fine dell’evento, l’ex governatore regionale decideva di accettare il confronto con la compagine civica, mentre gli altri partecipanti, attoniti, facevano da cornice alla discussione. Da queste parti, infatti, cercare un confronto schietto con i vertici politici dei partiti non è pratica diffusa. Il presidente, incalzato dalla rete, respingeva ogni attribuzione di responsabilità politica rispetto alla vicenda: «Per Acquedotto Pugliese decide la sua governance», «io non sono il faraone», «se Acquedotto Pugliese ha scelto è perché ci sono delle motivazioni tecniche». Quest’ultima affermazione è stata il vero e proprio leitmotiv con il quale la mobilitazione ha dovuto fare i conti. Pur trattandosi di scelte innanzitutto politiche, la stessa politica, a ogni livello, quando interrogata sulle proprie responsabilità, ha sempre ricondotto il dibattito a una mera questione tecnica. In occasione del sit-in promosso dalla rete civica nell’aprile 2025 presso la presidenza della Regione Puglia a Bari, nonostante fosse stato chiesto un incontro di natura esclusivamente politica con Emiliano, a presentarsi sono stati tre dirigenti di Acquedotto Pugliese, uno di Arpa Puglia e uno della Regione. La giustificazione fornita è che il governatore non avrebbe potuto rispondere a questioni decisionali di Acquedotto Pugliese in quanto frutto di scelte tecniche. La tecnica ancora una volta usata come un muro tra comunità e politica.  DOPO LE ELEZIONI La scorsa primavera una scarna e poco partecipata campagna elettorale per le elezioni amministrative, la retorica stanca di una classe dirigente che si reinventa da ormai trent’anni, hanno tracciato un solco invalicabile tra interessi comunitari e politica locale. Tutti i candidati hanno parlato del dissalatore: chi avrebbe voluto farlo a mare (come se spostare un problema ambientale equivalesse a eliminarlo), chi si dichiarava totalmente contrario. Lo stesso futuro sindaco Piero Bitetti, nella settimana precedente il ballottaggio, ha dichiarato che il Tara sarebbe stato difeso con ogni strumento giuridico e urbanistico. Le elezioni comunali si sono svolte tra maggio e giugno e, per tutta la successiva estate, si è assistito al progressivo rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie alla conclusione del Paur. Intanto, la cittadinanza ha tentato invano di conoscere le reali posizioni della nuova amministrazione sul dissalatore, la discarica di inerti nel quartiere Paolo VI, la nave rigassificatrice nel porto di Taranto e l’accordo di programma per l’ex Ilva. Pur rivendicando, con presidi in occasione dei vari consigli comunali, la volontà di partecipare alle decisioni che riguardano le proprie vite, non hanno ricevuto risposte esaurienti. Alle dichiarazioni della campagna elettorale non è seguita alcuna azione, ma piuttosto un imbarazzante silenzio proveniente dal Palazzo di Città, o qualche sparuto “bisogna valutare”. A inizio settembre, tutte le autorizzazioni necessarie concesse, è stato dichiarato concluso il procedimento di rilascio del Paur. In risposta a ciò, la comunità ha chiesto che fosse il comune di Taranto a farsi carico del ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale, dando seguito alle promesse fatte durante la campagna elettorale. Il sindaco non sarebbe obbligato a presentare ricorso, ma ci si aspetta che venga effettuata una valutazione di merito sulla correttezza dell’iter autorizzativo, magari assegnando un mandato all’avvocatura comunale, oppure ascoltando i cittadini che nel frattempo avevano studiato le carte e richiesto un incontro al sindaco innumerevoli volte, senza mai ricevere risposta. La stessa rete Difesa fiume Tara ha preparato un dossier contenente una serie di punti dell’iter meritevoli di attenzione. Il dossier è stato consegnato nei primi giorni di ottobre all’assessora all’ambiente (in quota AVS), ma nonostante le parole del suo partito durante la campagna elettorale rispetto al tema dissalatore, la cittadinanza non ha potuto constatare alcuna azione dell’amministrazione in difesa del fiume Tara, tantomeno l’allontanamento del partito dal governo cittadino. L’ultimo episodio, che sancisce la rottura di ogni rapporto istituzionale (se così può definirsi) tra comune di Taranto e mobilitazione è avvenuto il 13 ottobre 2025, in occasione di un consiglio comunale durato nove ore. Tra i punti all’ordine del giorno vi era una mozione che chiedeva alla giunta e in particolare al sindaco di impugnare il Paur presso il Tar. La mozione veniva emendata e trasformata in un impegno non più a impugnare, ma a valutare se vi fossero i motivi per impugnare, insomma un’ulteriore dilazione di fronte alla scadenza dei termini per effettuare il ricorso, fissata al 4 novembre. Nonostante questo, la rete Difesa fiume Tara non ha smesso di cercare un modo per presentare il ricorso, creando una collaborazione con il Gruppo di intervento giuridico, un’associazione che utilizza lo strumento del diritto per tutelare l’ambiente e i contesti a esso collegati. Il vero colpo di scena riguarda però i termini di presentazione del ricorso: si è scoperto che il Paur non era stato ancora pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia e che, secondo una legge regionale, i termini per impugnare un atto cominciano a decorrere dal momento della pubblicazione. Il Paur è stato pubblicato il 4 dicembre, addirittura dopo l’inizio dei lavori presso i cantieri del dissalatore. Così il Gruppo di intervento giuridico ha preso in carico il dossier ignorato dall’assessora, presentando ricorso presso il Tar del Lazio. Si è scelta la sede di Roma in quanto competente per le controversie che riguardano opere finanziate tramite Pnrr. Contestualmente la rete civica continua a proporre eventi di autofinanziamento che serviranno a sostenere le spese processuali. In attesa dell’esito del ricorso, resta una certezza: mentre istituzioni e politica hanno scelto di non assumersi responsabilità, assecondando le scelte di Acquedotto Pugliese, della Regione Puglia e dell’Autorità Idrica Pugliese, la difesa del Tara è ormai interamente sulle spalle della comunità locale. (domenico colucci)
March 17, 2026
Napoli MONiTOR
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
L’educazione ambientale oltre lo sviluppo sostenibile: educare ai conflitti ambientali
L’EDUCAZIONE AMBIENTALE OLTRE LO SVILUPPO SOSTENIBILE: EDUCARE AI CONFLITTI AMBIENTALI GIOVEDÌ 26 MARZO 2026 DALLE ORE 8.30 ALLE ORE 16.30 IN PRESENZA PRESSO IIS ALDINI – VALERIANI VIA BASSANELLI, 9/11 BOLOGNA PER ISCRIVERSI: COMPILARE IL MODULO: ISCRIZIONE ONLINE SCARICA QUA LA LOCANDINA CON GLI ABSTRACT DEL CONVEGNO -------------------------------------------------------------------------------- CONVEGNO NAZIONALE DI FORMAZIONE IL CESP è ente accreditato/qualificato per la formazione del personale della scuola (Decreto Min. 25/07/06 prot.869, circ. MIUR prot. 406 del 21/2/06 – Direttiva 170/2016-MIUR). La partecipazione ai convegni e seminari CESP è gratuita e dà diritto, ai sensi dell’art. 36 del CCNL 2019/2021 (che sostituisce gli articoli 63 e 64 del CCNL 2006/2009), all’ESONERO DAL SERVIZIO. —> Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto del permesso per formazione oppure utilizza il modulo allegato alla locandina -------------------------------------------------------------------------------- PROGRAMMA: 8.30-9.00: iscrizioni e registrazioni. * Claudia Finetti, Cesp Bologna introduce e coordina il convegno * L’educazione ambientale alla luce delle Nuove Indicazioni Nazionali, Matteo Vescovi – CESP Bologna * Transizione energetica: le sfide per i movimenti ambientali dopo la COP 30, Renato Di Nicola – Per il clima fuori dal fossile * La rinaturalizzazione dei territori come risposta alla crisi climatica, Cassandra Fontana – Università di Firenze   10.50-11.10 Pausa caffè (e prime domande) 11.10-13.00 seconda parte * Fiumi che esondano: nuove prospettive di gestione dei territori, Andrea Nardini – Ingegnere civile idraulico * Parlare a scuola di agricoltura intensiva: aspetti ecologici e politici, Giulio Marianacci – CESP Bologna * Di chi sono la aree verdi nella città? Cambiamenti climatici e democrazia, Anna Providenti – Resistenze spaziali   POMERIGGIO  14.00 -16.00 Laboratori didattici (sessioni parallele), attivabili a fronte di un numero minimo di iscritte/i. 1. terra/Terra: sporcarsi le mani con l’ambiente | infanzia e primaria 2. I fiumi non sono righe blu | scuola primaria 3. Strategie di ecodesign per lo sviluppo di prodotti ecocompatibili | scuole medie e superiori   4. Riconoscere e decostruire le fake news del negazionismo climatico | scuole medie e superiori 5. Arti e media per decifrare la crisi ambientale, a cura di Valentina Cappi (Università di Bologna) | scuole medie e superiori 6. I diritti della natura: dalla foresta amazzonica alle nostre classi, a cura di Federica Falancia. | scuole medie e superiori 7. Contro-cartografie: il quartiere che vorrei, a cura di Resistenze Spaziali | tutti gli ordini di scuola  8. Confini planetari e conflitti ambientali, percorsi per l’ed. ambientale | tutti gli ordini di scuola 16.00 – 16.30     Restituzione e confronto in plenaria -------------------------------------------------------------------------------- PRESENTAZIONE DEI LABORATORI A-TERRA/TERRA: SPORCARSI LE MANI CON L’AMBIENTE A CURA DI GIANLUCA GABRIELLI | INFANZIA E PRIMARIA La terra, quella con la t minuscola, è il sostrato che insieme all’acqua fonda la nostra esistenza di esseri umani. La Terra, quella con la T maiuscola, ce la stiamo giocando tra manipolazioni, surriscaldamenti, inquinamenti. Nella scuola primaria, in attesa di un paradigma ecologico di sapere che informi il nostro approccio, può essere utile e interessante fare baricentro sulla terra, facendo esperienze che permettano ai bambini e bambine e a noi di scoprirla e riscoprirla, con i sensi e con la mente, per divenire insieme consapevoli di quanto di noi ci sia in essa. Nel laboratorio ci si sporcherà le mani provando semplici attività riproponibili in classe e nel frattempo rifletteremo insieme. Impasteremo e depureremo terra per plasmare forme, cercheremo forme di vita, prepareremo oggetti didattici. La cornice sarà a grandi linee il racconto del cambiamento di sguardo che studiose e studiosi hanno proiettato sul suolo negli ultimi cento anni. B-I FIUMI NON SONO RIGHE BLU, A CURA DI CLAUDIA FINETTI | SCUOLA PRIMARIA “Siamo arrivati ad avere un rapporto sempre più complicato, conflittuale e antagonista con le geografie dell’acqua”, scrive Francesco Visentin nel suo libro “Geografie d’acqua: paesaggi ibridi”. Questo avviene perché ci occupiamo dei fiumi e delle acque solo in caso di alluvioni o siccità e pensiamo al paesaggio solo in relazione all’essere umano. Fiumi e acque sono risorse solo per noi, risorse da gestire perché arrechino benefici a nostro uso e consumo o viceversa perché non arrechino danno. I fiumi devono essere addomesticati e disciplinati, producendo tutti gli interventi e le opere necessarie a separare acqua e terra, di cui è espressione la rappresentazione cartografica dei fiumi come righe blu, nette e precise. In questo laboratorio si offriranno materiali interdisciplinari e spunti bibliografici per iniziare a restituire ai fiumi la loro soggettività, il loro ruolo di esseri vivi e attivi, potenti portatori di vita, protagonisti della storia per il loro potere di disegnare i paesaggi e di creare ambienti ibridi, dove terra e acqua convivono. C-STRATEGIE DI ECODESIGN PER LO SVILUPPO DI PRODOTTI ECOCOMPATIBILI A CURA DI FILLY GRIMALDI | SCUOLE MEDIE E SUPERIORI A partire dall’osservazione di casi esemplari di progettazione per la sostenibilità (ad es. car pooling, bike sharing), ci addentriamo nelle strategie di eco-design e indaghiamo, con checklist e tabelle, le possibili migliorie di un prodotto (ad es. una borraccia) sia rispetto a “richieste dell’ambiente ” (ad es. si possono sostituire materiali non rinnovabili? si può riutilizzare per lo stesso o per altri scopi? si può eliminare l’imballaggio? …) che rispetto a “richieste del mercato” (ad es. estetica, economicità, disponibilità … ). Il laboratorio proposto è strutturato per le classi della scuola secondaria e mira a migliorare le capacità di lettura dei processi in un’ottica del ciclo di vita, rilevandone la scarsa integrazione della dimensione sociale e incentivare così i/le nostre studenti ad una partecipazione più consapevole al ruolo di co-progettisti nei processi di trasformazione sociale in cui siamo immersə. D-RICONOSCERE E DECOSTRUIRE LE FAKE NEWS DEL NEGAZIONISMO CLIMATICO A CURA DI MATTEO VESCOVI | SCUOLE MEDIE E SUPERIORI La comunicazione che ci circonda è permeata di messaggi che negano la gravità della crisi climatica e tendono a mettere in dubbio l’esigenza di un cambiamento sostanziale delle nostre società, screditando chi si impegna in questo campo nei movimenti o nella ricerca scientifica. L’effetto complessivo è diffondere la sfiducia e l’inazione. Nel laboratorio daremo conto delle evidenze scientifiche e delle politiche ritenute valide nell’ambito delle istituzioni internazionali, come l’IPCC. Mostreremo, poi, che buona parte dei contenuti negazionisti ha origine da vere e proprie campagne denigratorie messe in campo da associazioni finanziate dalle compagnie del fossile. Infine, analizzeremo le strategie retoriche di questi messaggi e proveremo a elaborare dei percorsi didattici che, attraverso la decostruzione delle fake news, aiutino le e gli studenti ad acquisire le competenze necessarie per verificare l’attendibilità di una fonte e favoriscano la fiducia negli obiettivi della giustizia climatica. E-ARTI E MEDIA PER DECIFRARE LA CRISI AMBIENTALE, A CURA DI VALENTINA CAPPI (UNIVERSITÀ DI BOLOGNA) | SCUOLE MEDIE E SUPERIORI È soprattutto attraverso i media che acquisiamo informazioni sul cambiamento climatico. Il modo in cui la crisi climatica viene raccontata nei media mainstream e nei social media ci suggerisce cause, responsabilità e soluzioni della crisi e ci permette di identificare (o meno) il ruolo che possiamo o dovremmo avere all’interno della stessa, oltre a creare un clima di opinione e a suscitare sentimenti che possono favorire o ostacolare l’adozione di strategie di mitigazione e adattamento. In questo laboratorio, partendo dall’analisi di alcuni prodotti audiovisivi molto popolari ci doteremo di un metodo per osservare quali aspetti sono ormai iper-visibili e quali appaiono ancora invisibilizzati, quali parole e quali cornici del racconto sembrano generare ansia e fatica, o depoliticizzare i problemi, e quali possono invece destare nuova attenzione. Ci interrogheremo anche su quali sono i limiti dei media di informazione, le possibilità di quelli di intrattenimento e gli spazi creativi che altre forme artistiche, come il fumetto o il collage, possono offrire all’esplorazione, anche nelle classi scolastiche, del cambiamento climatico come fenomeno complesso e diseguale. Saper comunicare in maniera accurata i cambiamenti climatici, raccontare i nessi e le interconnessioni tra il livello locale e globale, le responsabilità individuali e collettive, le relazioni tra i processi di lungo periodo e gli eventi acuti è, infatti, il primo passo per la costruzione di comunità consapevoli. F-I DIRITTI DELLA NATURA: DALLA FORESTA AMAZZONICA ALLE NOSTRE CLASSI, A CURA DI FEDERICA FALANCIA. | SCUOLE MEDIE E SUPERIORI L’esistenza di una norma giuridica non ne garantisce l’effettività. Per questo, anche lì dove la natura è riconosciuta dalla Costituzione quale soggetto di diritto, come in Ecuador, la sua qualificazione diventa oggetto di conflitto, invece che di consenso, soprattutto all’interno dei contenziosi giudiziari. In tale prospettiva, il caso dei kichwa Sarayaku, nel bacino amazzonico dell’Ecuador, si rivela esemplare delle potenzialità e contraddizioni di questi strumenti. In questo laboratorio verrano presentati alcuni strumenti giuridici e una proposta didattica che possono facilitare l’emersione del significato intrinseco della soggettività della natura quale relazione della corporeità umana. G-CONTRO-CARTOGRAFIE: IL QUARTIERE CHE VORREI, A CURA DI RESISTENZE SPAZIALI | TUTTI GLI ORDINI DI SCUOLA In un mondo in cui assistiamo ad una progressiva sottrazione degli spazi comuni, è urgente riappropriarsi dei luoghi che abitiamo. Questo laboratorio propone la contro-cartografia come pratica pedagogica per docenti di ogni ordine e grado, estendibile alle classi come strumento di co-creazione dei luoghi. L’obiettivo è scardinare la visione asettica della mappa tradizionale per far emergere una geografia delle emozioni. Integrando una prospettiva ecologica interrogheremo il rapporto tra corpi (umani e non) e ambiente: come vibrano i nostri sensi nello spazio? Quali storie nasconde il suolo? Come possiamo costruire un nuovo tipo di città? Attraverso un approccio multidisciplinare e performativo, i partecipanti utilizzeranno il proprio corpo e le proprie sensazioni come sensore per tracciare “linee di desiderio”rendendo visibile l’invisibile: emozioni, mancanze e potenzialità ecosistemiche. Un esercizio di immaginazione radicale per co-progettare scuole e quartieri partendo non da metri quadri, ma da relazioni e vita vissuta. H-CONFINI PLANETARI E CONFLITTI AMBIENTALI, PERCORSI PER L’ED. AMBIENTALE, A CURA DI GIULIO MARIANACCI | TUTTI GLI ORDINI DI SCUOLA La difficoltà di mettere a fuoco nei curriculum scolastici la realtà della crisi ecologica ci fa pensare alla presenza di una specie di curricolo nascosto imperniato su l’accettazione del modello capitalistico e delle dinamiche di potere che condizionano la nostra società verso la crescita infinita. Proporre l’educazione ambientale oltre lo sviluppo sostenibile, significa quindi ripensare questi curricola mettendo al centro il tema dei limiti planetari e dando spazio a quelle voci che criticano l’attuale modello di sviluppo. Con le attività di questo laboratorio si intende dare spazio all’elaborazione di percorsi di educazione ambientale che considerino i territori anche dal punto di vista delle relazioni di scarto che lo attraversano. Con questo vogliamo intendere che la radice della crisi ecologica sta anche in un modo particolare in cui la natura e alcuni gruppi sociali sono ritenuti privi di valore intrinseco e pertanto su di loro chi detiene maggior potere può scaricare i costi delle scelte adottate. A partire da alcuni esempi, si proporrà di elaborare percorsi didattici che possano favorire l’attivazione delle e degli studenti.
March 15, 2026
CESP
In corteo sulla via Appia. Il movimento Basta Impianti invade l’ex Ginori-Pozzi
Fotogalleria di Giuseppe Carrella Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna: capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai finestroni, una veranda in lamiera. Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura – probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora. Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco. Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere. Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti, sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo permanente è uno dei passi in avanti. Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente, da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni. Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo. Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”. Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete idrica già compromessa. Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il passaggio del mezzo. Entriamo. Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni. Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente: ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi. Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli, aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale associato al novanta per cento». Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
March 11, 2026
Napoli MONiTOR
Nuova legge sulle “aree idonee” per impianti di rinnovabili. Facciamo il punto
La disciplina sulle cosiddette “aree idonee” serve ad individuare superfici e aree per l’installazione di impianti alimentati a fonti rinnovabili, con l’obiettivo di velocizzare le procedure per gli impianti ubicati in zone ritenute più favorevoli. Il decreto DL 175/2025 convertito … Leggi tutto L'articolo Nuova legge sulle “aree idonee” per impianti di rinnovabili. Facciamo il punto sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una riflessione ecologica (finalmente) non “green”
Mi sembra che di recente il concetto di ecologia si stia confondendo in maniera un po’ grottesca con quello di tecnologia “green”: pannelli solari, turbine eoliche, auto e bici elettriche. Al contrario, l’ecologia è la scienza che studia gli ecosistemi … Leggi tutto L'articolo Una riflessione ecologica (finalmente) non “green” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Ombre sulla città, Milano e l’urbanistica
Ombre sulla città: Milano e l’urbanistica  di Barbara Pizzo e Alessandra Valentinelli, RomaRicercaRoma La più recente fase dell’inchiesta giudiziaria che ha portato alla redazione del “Salva Milano”, tra i decreti più controversi del Governo Meloni, ha concentrato di nuovo l’attenzione pubblica sull’urbanistica e il governo delle trasformazioni urbane, un tema di solito poco frequentato, se non addirittura estraneo alla maggioranza della popolazione, nonostante i suoi effetti e i suoi impatti riguardino tutti. Ci sono due aspetti in particolare che pensiamo valga la pena discutere allontanandoci dal fragore mediatico. Il primo riguarda il modo di pensare il governo del territorio da parte di chi è chiamato specificamente ad occuparsene. Il secondo riguarda il territorio, il suo presente e il suo futuro. Riferendosi all’elusione “sistematica” del Piano regolatore di Milano, Giuseppe Marinoni, presidente della Commissione Paesaggio, parlava di “Piano Ombra” caratterizzato da “alte parcelle”. Le indagini, che pure lo riguardano (nei suoi confronti è stata richiesta la custodia cautelare) e che a marzo scorso hanno già portato ad alcuni arresti, dicono del ricorso a modalità di “semplificazione” (per lo snellimento delle procedure) delle trasformazioni urbane in cui l’intervento di singoli decisori risulta particolarmente orientato all’esercizio di quella discrezionalità che invece solo marginalmente dovrebbe caratterizzare i sistemi di regolazione, quali, appunto, quelli urbanistici. Nella nuova tornata di avvisi di metà luglio sono 74 le persone a vario titolo indagate. Tra esse spiccano l’Assessore alla “Rigenerazione” Giancarlo Tancredi, Manfredi Catella, protagonista con il suo gruppo COIMA di alcune fra le più glam delle operazioni immobiliari locali, gli scambi non proprio eleganti tra il Sindaco Sala e l’architetto Stefano Boeri. In particolare, l’indagine evidenzia dinamiche relative alle procedure autorizzative che hanno attirato l’attenzione degli inquirenti per modalità quantomeno disinvolte nell’uso degli strumenti urbanistici. Ciò che emerge è la reiterazione di tali modalità le quali, nei fatti, rendono ambigui ruoli che invece dovrebbero essere chiari e distinti: non sono solo, né tanto, le “laute parcelle per le consulenze” che preoccupano, ma il fatto che divenga consulente chi in realtà dovrebbe controllare, supervisionare, governare, ricordandoci che il tema del “conflitto di interessi”, che può assumere moltissime forme, resta un nodo cruciale, a tutti i livelli e in tutti i settori pubblici, purtroppo incredibilmente sottostimato. A colpire tuttavia, nel vortice di dichiarazioni di maggioranza e opposizione, è la pressoché unanime preoccupazione che le notizie di reato possano fermare la città: “Così si ferma Milano”, “Non si può fermare la città” sono affermazioni ripetute e rilanciate dai media, che suonano tra il terrorizzante e il minaccioso. Allora (ci) chiediamo: ma davvero la Milano che si pensa motore dello sviluppo nazionale potrebbe fermarsi per un blocco dei cantieri? Siamo certi sia la finanza del mattone a costituire la ricchezza della città? Il tema non è semmai quello tutto politico, sollevato dal consigliere Enrico Fedrighini il 17 luglio, del “controllo pubblico per interesse pubblico” delle trasformazioni urbane? Fra le rendite assicurate dai palazzi in costruzione e l’economia meneghina, le differenze non sono sottili. Il capoluogo lombardo è sede di tre prestigiose università, delle principali banche e società informatiche nazionali, della metà delle multinazionali presenti in Italia. È “capitale del design”, dei brevetti in campo energetico e biotecnologico. Milano “è” la Borsa, e detiene i primati per occupazione, concentrazione di imprese e turismo d’affari con un PIL procapite doppio della media italiana. In tale quadro stride il numero di domande in lista d’attesa per l’assegnazione degli appena 600 alloggi popolari che, dai conteggi Sicet pubblicati da Zita Dazzi su Repubblica, ogni anno tornano disponibili: 17.000 famiglie che si sommano ai 4.500 nuclei che hanno già comprato casa negli edifici sequestrati dalla magistratura, o comunque congelati dallo stallo degli uffici comunali sui permessi. Dagli arresti in primavera cui si deve anche il ritiro del discusso “Salva Milano”, non sono mancate le riflessioni sulla bontà di una rigenerazione che espelle residenti: con quotazioni crescenti che oscillano tra 5.000 e oltre 25.000 €/mq per gli appartamenti più lussuosi, “non si trova casa”, denuncia a ogni articolo Lucia Tozzi; “non si trovano tranvieri”, dicono allarmati i milanesi. Del resto se, nonostante i 17 milioni di metri cubi di licenze residenziali rilasciate in 10 anni, Nomisma stima 80.000 immobili sfitti, il 10% del totale, i dati indicano una politica che risponde non alla domanda abitativa ma ai costruttori: “dumping urbanistico” l’ha definita il Presidente dell’INU Michele Talia, ottenuta dimezzando gli oneri a standard e servizi, con scomputi e deroghe che, solo negli ultimi anni secondo la Corte dei Conti ripresa da Barbacetto sul Foglio, hanno prodotto perdite secche per le casse di Palazzo Marino di oltre 100 milioni di euro. Il giro d’affari emerso dalle odierne inchieste è pervasivo quanto la sua retorica; cattura valore dall’esistente, creando “eventi” o aree “strategiche”: nei lotti vuoti del centro, negli ex scali ferroviari, nelle opere per i Giochi invernali del 2026 (già futuro studentato da 1.400 posti), allo Stadio di San Siro (di proprietà del Comune) a rischio demolizione per far posto ad un nuovo impianto (privato) dotato di attività commerciali e terziarie, con il progetto “Milano 2050” per nove “centralità” periferiche collegate alla rete metropolitana, oggetto per la procura di “un’operazione di speculazione intensiva” da 12 miliardi. Chi ci guadagna in questa corsa al mattone? Con inquinanti fuori soglia, verde e servizi in perenne affanno, in disarmo persino Argelati e Lido, le piscine comunali vanto di una città un tempo civile, il Rapporto 2025 di Assolombarda titola implacabile: “Milano perde talenti” per la mancanza di qualità urbana, dissipando un capitale umano la cui coorte giovanile alimenta sempre più i 600.000 coetanei, emigrati all’estero negli ultimi 10 anni. Argelati e Lido riflettono bene il cedimento del pubblico ai privati che Nadia Urbinati imputa alle istituzioni “disfunzionali”. Apprezzate piscine all’aperto, attive nei tre mesi della peggior afa estiva, hanno significato per generazioni di milanesi isole di divertimento, refrigerio e sport a tariffe accessibili. L’Argelati era stata la prima inaugurata nel 1915, poi ampliata nel 1956, seguita dal Lido nel 1930 con un’unica vasca da 6.500 mq balneabili; cartoline di una Milano se non popolare, svagata, accoglievano l’una 30.000, l’altra sino a 50.000 bagnanti a stagione. Così quando la Giunta Sala, tra il 2019 e il 2022, ne ha disposto la chiusura, ha toccato un nervo sensibile del culto ambrosiano, memore degli investimenti sociali nelle vecchie periferie. Ne spiega le implicazioni Antonio Longo, cui va il merito della petizione contro il “Salva Milano” lanciata con altri colleghi del Politecnico. Il suo report sulla “operazione” piscine evidenzia l’insufficienza di risorse comunali da spendere in lavori straordinari, 15 milioni che hanno indotto il Lido all’agonia, poi la sua concessione al privato per 25 milioni e 42 anni di gestione svincolata dal mantenimento del centro balneare: una rinuncia a preservare bene storico e benefici collettivi della funzione anche e non secondariamente climatica che, per Argelati, ancora in attesa di offerte valide, suona come la condanna alla fatiscenza. Sorte analoga alle piscine ha travolto la pista verde del Trotto: anch’esso abbandonato per scarsità di fondi di manutenzione, lo spazio pubblico adiacente lo stadio è stato reso edificabile e, nel 2023, venduto agli sviluppatori di Hines. A Milano, e non solo, la si chiama densificazione e la si giustifica con la “resilienza ambientale” che deriverebbe dal non consumare suolo, ma non si soddisfa nessun equilibrio ecologico se poi si sacrificano i terreni permeabili superstiti nel tessuto costruito, peraltro contravvenendo il Regolamento europeo sul ripristino della Natura, approvato appunto per difenderli. Ci chiediamo dunque: fermare un certo modo di portare avanti lo sviluppo urbano, che estrae valore molto più di quanto non ne produca, che è troppo spesso solo “rendita che produce altra rendita” (Pizzo 2023) e che determina una città sempre più iniqua e diseguale, davvero significa “fermare la città”? E se sì, allora su cosa si basa la sua struttura socioeconomica e in cosa consiste il suo “modello di sviluppo”? Possibile che una città come Milano abbia come sola freccia al proprio arco, l’economia della rendita? Se, invece, questo tipo di economia che intreccia mattoni e finanza, è l’unico modo in cui si pensa sia possibile fare “tutto il resto”, quello che tiene assieme tutto, allora a maggior ragione, dobbiamo (finalmente) riprendere a discutere seriamente di rendita urbana (che “non è più quella di una volta” – Pizzo cit.), e (finalmente) mettere in relazione finanziarizzazione e teoria della rendita per capire esattamente come e a cosa serve, cosa produce nei vari specifici contesti (a cosa si intreccia, come è usata, cosa produce) – e valutarla conseguentemente. Lo scorso 21 luglio in Aula, il Sindaco ha rivendicato le proprie azioni e chiesto sostegno in cambio del rinvio a settembre del nodo più controverso, il Meazza. Tancredi invece si è dimesso; forse non era il momento per annunciare pure un cambio di passo, a partire da quella Commissione Paesaggio nelle cui dubbie mani sono state accentrate le scelte di trasformazione. Frutto avvelenato dell’ansia di semplificare le procedure, la Commissione ha sottratto margini di verifica all’amministrazione e prerogative al Consiglio, indebolendo l’istituzione nella contrattazione coi privati che era supposta vigilare. La semplificazione ha inoltre agito in concorso con il “dumping” sugli oneri di urbanizzazione, compressi al 5% del valore del volume edificabile contro il 20-30% che le città europee in media incassano per la gestione urbana, redistribuendoli in incrementi e conservazione del patrimonio pubblico, per garantire disponibilità ed efficienza dei servizi collettivi, il diritto all’abitare, la tutela della salute, il contrasto della vulnerabilità al clima. Colluse o indifferenti, a Milano le pratiche edilizie sono al contrario progredite senza il “peso” di un confronto con il carico di nuovi abitanti, l’impatto sulla mobilità, vincoli o salvaguardie ambientali: si è così disatteso il mandato di governo urbanistico che, il 24 luglio bocciando il ricorso contro i sigilli alle Torri “Lac” di Baggio, la Cassazione ha affermato di ritenere imperativo. Bisogna dunque ancora chiedersi: mettere in discussione e sperabilmente provare a modificare un certo modo (solo “ambrosiano”?) di fare urbanistica cosa significa esattamente? Ossia: cosa intendiamo con “fermare la città”? Se significasse fermare o rallentare un modello di sviluppo basato sulla crescita dissennata, un consumo di risorse insostenibile, un’idea di città come luogo del privilegio e dell’esclusione, piuttosto che come diritto e inclusione, allora forse si dovrebbe prendere sul serio la possibilità che una tale macchina vada fermata. Se è così, con la vicenda milanese (ma solo perché è emersa per prima) ci è data davvero l‘occasione di “fermarci”, allontanarci dagli interessi piccoli e grandi, ma immediati, dal “basso cabotaggio”, dalle idee per le città dal respiro breve e dalle prospettive anguste, e provare a chiederci: ma cosa stiamo facendo, per chi? È questa la città che desideriamo? Ed è una città vivibile? Da urbaniste, formate in un tempo in cui non si parlava d’altro che di “crisi” dell’urbanistica, della sua debolezza crescente e quasi-inutilità, ci sorprende che ora tutti i guasti messi in luce da questa inchiesta milanese siano ricondotti a quella disciplina che “improvvisamente” avrebbe invece un così grande potere; ci preoccupa l‘ulteriore delegittimazione e svilimento di una pratica nobile, socialmente rilevante, che questo ennesimo scandalo potrà produrre (e di nuovo a favore di chi vorrebbe “meno urbanistica”). Milano dimostra come una visione subalterna alle logiche della rendita e della finanza immobiliare riduca la città a congerie di eventi, opere e architetture che, per quanto possano incantare con la loro bellezza, rispondono a mire speculative in grado di logorare i luoghi, i modi e le relazioni da cui dipende la qualità della vita urbana. Perciò chiariamo che la soluzione a tutto questo non è “meno urbanistica”, e forse neppure “più urbanistica”, ma certamente un’urbanistica diversa da quella attualmente praticata, che purtroppo anche molti esponenti del così detto “riformismo” hanno più o meno direttamente ed esplicitamente contribuito ad affermare.     Per approfondimenti, si rimanda al testo di Barbara Pizzo Vivere o morire di rendita, Donzelli 2023, e al recente “Dialogo” promosso dalla SIU, tenutasi proprio a Milano il 18 e 19 giugno, intitolato “Mercato e regolazione. Processi di finanziarizzazione e rendita” tra Barbara Pizzo, Sapienza Università di Roma e Tuna Tasan Kok, dell’Università di Amsterdam, che sarà pubblicato a breve in forma di podcast sul sito della SIU; si vedano inoltre, su queste pagine, il Manifesto di Walter Tocci, tratto dal suo intervento al Congresso INU di maggio 2025 “Elogio dell’Urbanistica” e l’appello contro il Decreto “Salva Milano”   (immagine: Milano Murata di AleXandro Palombo, Milano Galleria di Arte Moderna, 21 lug.2025) L'articolo Ombre sulla città, Milano e l’urbanistica proviene da Roma Ricerca Roma.
July 29, 2025
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