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La nuova generazione tarantina
«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia. Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale. Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica. Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE LA CRISI DI TARANTO Francesco Bagnardi La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile. Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero. Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai. Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale. Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico. La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DISINNESCARE LA BOMBA DELL’EX ILVA Virginia Rondinelli Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.   Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro. Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto». I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale. Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui. Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica. Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita. Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari? Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore. C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi. *Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova generazione tarantina proviene da Jacobin Italia.
October 24, 2026
Jacobin Italia
Darsena Europa: la posidonia e il costo ambientale del cemento
Il termine “vescovo” deriva dal greco ἐπίσκοπος (epìscopos), letteralmente “colui che osserva le cose dall’alto”. Sgomenta invece il livello dal quale il vescovo di Livorno è stato capace di guardare al rischio di devastazione della grande … Leggi tutto L'articolo Darsena Europa: la posidonia e il costo ambientale del cemento sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
E dopo i bollori d’estate, il super-Niño
L’estate 2026 verrà ricordata tra le più calde mai regitsrate (per Europa e Italia un record assoluto) ed è solo il preludio ad un fenomeno meteorologico planetario (El Niño) che, secondo le previsioni degli scienziati, sarà il più intenso degli ultimi mille anni. Si stima che provocherà gravi perturbazioni nelle […] L'articolo E dopo i bollori d’estate, il super-Niño su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
Cagliari, 17 e 18 ottobre: A che ora è la fine del mondo?
Festival di Letteratura della Crisi Climatica-Libri e idee per mettersi in salvo Alla sua terza edizione, il nostro Festival di Letteratura della Crisi Climatica torna con due giorni densi di incontri, libri, laboratori, scienza, attività per studenti e famiglie, musica e non solo. Quest’anno il programma si muove lungo tre grandi fili conduttori: il rapporto tra guerra e ambiente; la
October 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Spazzatura, il lato invisibile della modernità
Simon Paré-Poupart inizia Spazzatura!, un libro di memorie sui suoi vent’anni di lavoro da netturbino, spiegando perché ha ricominciato a bestemmiare. Aveva promesso ad alcuni amici credenti che non lo avrebbe fatto più. Poi, un giorno, salta giù dal camion e trova diciotto sacchi di rifiuti sovraccarichi incastrati tra due auto parcheggiate male. Pieni di detriti edili e chiodi. Se si fosse fatto male trasportandoli, sarebbe stata colpa sua. Se avesse graffiato una delle due auto infilandosi nello spazio stretto, anche quella sarebbe stata colpa sua. Il proprietario di casa, intanto, osservava la scena da dietro le tende. «È allora – scrive Paré-Poupart – proprio allora, è più forte di te, e lanci un grido di rabbia». Bestemmiare è tutto ciò che ti resta. Il proprietario di casa si trasforma rapidamente nel «bravo borghese» proprietario di un acquario, mentre lo spazzino viene ridotto alla «alla bestia insignificante che pulisce i vetri». Nel giro di poche pagine, Paré-Poupart evoca Sisifo, Georges Bataille, Victor Hugo e René Descartes; descrive il liquame dei rifiuti come «l’acqua santa che ti battezza»; e spiega che «è bestemmiando che diventi davvero un netturbino». Paré-Poupart ha trascorso più di vent’anni a raccogliere rifiuti a Montreal e dintorni. Secondo le sue stime, ha trasportato quasi settantamila tonnellate di immondizia. Noi spazzini, scrive, «cancelliamo le macchie della società dei consumi». Il loro lavoro impedisce che l’intero edificio crolli. Rende possibile vivere alla maggior parte delle persone, rimanendo pressoché invisibile. L’illusione che vuole smantellare è semplice: «Niente scompare per magia». «Essere un netturbino è di per sé un atto di autolesionismo», scrive Paré-Poupart. Il ritmo di lavoro distrugge spalle, ginocchia, polsi e schiena. Il complimento più grande che un netturbino possa ricevere è semplice: «Sei una macchina». Ma se diventare come una macchina è la norma, si chiede Paré-Poupart, cosa viene esattamente richiesto al lavoratore? Se esiste il bisogno di lavorare a questo ritmo disumano non è forse un segno inequivocabile che stiamo annegando nei rifiuti? È una domanda a cui il libro torna continuamente. Nessuno sul camion della spazzatura ha deciso che i prodotti dovessero diventare più economici, più fragili e più difficili da riparare, o che i Comuni dovessero smaltire quantità sempre maggiori di rifiuti con un numero sempre minore di lavoratori. Chi si occupa della raccolta dei rifiuti eredita queste decisioni.  Il che porta Paré-Poupart fino ai cassonetti della raccolta differenziata. Ci ritorna con un’ossessione comica. Sono cassonetti troppo pesanti d’estate e ancora di più d’inverno. Si riempiono d’acqua piovana. Si congelano trasformandosi in cumuli di neve. Finiscono per far spargere la carta per strade intere. «I contenitori sono stati concepiti, selezionati e acquistati da persone che non hanno probabilmente mai lavorato come netturbini», scrive. «E non si sono nemmeno mai presi la briga di consultarne uno, ovviamente!».  L’inverno è il periodo in cui tutto precipita. L’autore invita a immaginare la raccolta differenziata trasformarsi in una disciplina olimpica: concorrenti che trascinano bidoni della spazzatura stracolmi sui cumuli di neve, si destreggiano tra le auto parcheggiate, lottano per staccare i contenitori congelati prima di correre di nuovo al camion per ricominciare tutto da capo. Gettare la spazzatura ha un proprio stile. I percorsi hanno un loro ritmo. Ti-Chris, il leggendario collega che, a detta di tutti, una volta gettò una lavatrice nel camion con una sola mano, è il tipo di figura singolare che sembra esistere in ogni luogo di lavoro. Gli addetti alla raccolta dei rifiuti si riconoscono dal modo in cui si muovono. Victor Hugo definì le fogne «la coscienza della città». Paré-Poupart sostiene che i rifiuti «dissipano i miraggi, pareggiano le condizioni, dicono tutto, almeno a chi li sa ascoltare». LA VISTA DAL RETRO DEL CAMION I netturbini hanno una loro gerarchia. L’immondizia è al primo posto, il riciclo viene subito dopo e il compost è all’ultimo. Per chiunque non sia del settore, questa gerarchia sembra capovolta. Il riciclo è più pulito. Il compost è più ecologico. L’immondizia è semplicemente immondizia. Ma la raccolta dei rifiuti indifferenziati lascia la massima libertà di organizzare il percorso in autonomia. I camion si riempiono rapidamente. Il ritmo raramente si interrompe. Gli operatori esperti improvvisano. La raccolta del compost, al contrario, «può diventare un cazzo di orrore burocratico!». «Più gli operatori si sentono liberi di gestire il proprio lavoro», scrive Paré-Poupart, «meno si sentono controllati». I cassonetti per la raccolta differenziata sono stati progettati da persone che non li hanno mai trasportati. I percorsi sono stati organizzati da persone che non li hanno mai percorsi. I supervisori spiegano il lavoro a persone che lo svolgono da decenni. In ogni pagina di questo libro, qualcuno che non è mai salito sul retro di un camion sta riorganizzando la vita di chi lo fa. In un’azienda privata di smaltimento rifiuti, Paré-Poupart e i suoi colleghi tentano di organizzare un sindacato. Vogliono salari più alti e che la dirigenza tenga conto del loro «punto di vista e delle loro competenze». Invece si ritrovano con telecamere installate nelle cabine dei camion, consulenti e capi che considerano l’esperienza un ostacolo anziché una risorsa. «Se non siete contenti, ragazzi, andatevene», dice loro un manager. «Tanto gente senza titolo di studio pagata venti dollari l’ora ne trovo quanta ne voglio».  Il presupposto che la raccolta dei rifiuti sia semplicemente ciò che fanno le persone senza alternative emerge in tutto il libro. Paré-Poupart ha lavorato part-time mentre conseguiva la laurea e poi il master, alternando turni alla guida di un camion a giornate trascorse in aula e in biblioteca. Ciononostante, continua a gettare la spazzatura. Quando un cittadino fastidioso gli dice «potevi studiare» invece di fare questo lavoro, Paré-Poupart risponde di avere già un master. Ma l’uomo non gli crede. «Il riciclo è magia – scrive Paré-Poupart – o meglio, un gioco di prestigio». L’operatore ecologico fa sparire bottiglie, cartone e plastica – «tadaaa!» – e tutti gli altri hanno la sensazione che il problema sia stato risolto. Il suo obiettivo critico non è tanto il riciclo in sé, quanto la narrazione intorno a esso. La riduzione, sostiene, viene invece trattata con superficialità, perché produrre meno rifiuti genera ben pochi profitti. Il riutilizzo lo stesso. Il riciclo invece lascia intatto lo stesso sistema, promettendo al contempo responsabilità ambientale A questo punto, il bidone ecologico non è più un simbolo di virtù ambientale. È solo un altro ingombrante dispositivo progettato da qualcuno che non ha mai dovuto trascinarlo tra le auto parcheggiate. Il percorso di Simon poi lascia Montreal. Lo fa attraverso un capitolo in cui Paré-Poupart segue il flusso del riciclo dal Quebec al Vietnam, basandosi sulla ricerca dell’antropologa Mikaëla Le Meur nel villaggio del riciclo di Minh Khai. Sacchetti del latte e contenitori dello yogurt diventano balle di plastica scaricate a Minh Khai, in Vietnam, dove le donne trascorrono dieci ore al giorno ad aprire, lavare, smistare e separare i rifiuti spediti da paesi più ricchi. Paré-Poupart cita il racconto di Le Meur  riguardo a un’operaia che chiede se lavori come il suo esistano in Francia. Alla risposta che in effetti non esistono, lei risponde semplicemente: «Allora portatemi con voi in Francia». Altrove scrive che ciò che distingue i paesi ricchi da quelli poveri non è il fatto che uno produca rifiuti e l’altro no. Entrambi li producono. La differenza sta nel fatto che uno gode del «privilegio di sbarazzarsi dei propri rifiuti», mentre l’altro li eredita. DOVE FINISCE LA SPAZZATURA Rispetto alla produzione, al processo lavorativo, o alla logistica, il tema dei rifiuti ha occupato un posto relativamente modesto nella letteratura politico-economica. Eppure esiste un importante corpus di studi sull’argomento. Picking Up di Robin Nagle, un’etnografia degli operatori ecologici di New York, rimane uno dei migliori resoconti del lavoro che mantiene in vita una città, dimostrando che la raccolta dei rifiuti merita di essere compresa come un lavoro qualificato e indispensabile. Giants of Garbage di Harold Crooks ha ricostruito come l’assenza di un controllo pubblico democratico sulla raccolta dei rifiuti abbia permesso alla criminalità organizzata di dominare il settore in modo straordinario. Studiosi come Zsuzsa Gille, Martin O’Brien e Josh Lepawsky hanno tutti trattato i rifiuti come un problema di economia politica piuttosto che di igiene urbana. Spazzatura! è un gradito contributo a questa tradizione. Verso la fine del libro, Paré-Poupart cita brevemente l’osservazione di Zygmunt Bauman secondo cui le società moderne producono «rifiuti umani» oltre a rifiuti materiali. È una conclusione appropriata per un’opera autobiografica che ha dedicato le sue pagine a mostrare con quanta facilità anche i lavoratori addetti alla gestione dei rifiuti scompaiano dalla vista delle altre persone. La società dei consumi si basa sul rendere certe persone usa e getta, al pari degli oggetti che vengono pagate per spostare. All’inizio del libro, Paré-Poupart afferma di voler dimostrare che nessun lavoro è inferiore a un altro. Alla fine della lettura, è difficile dubitarne. Mostrando cosa richieda realmente la raccolta dei rifiuti – abilità, discernimento e know-how accumulato – rivela anche quanto della società moderna diventi visibile dal retro di un camion della spazzatura. Ciò che rimane impresso nella mente del lettore, tuttavia, sono i piccoli dettagli dei percorsi stessi: sacchi della spazzatura incastrati tra le auto parcheggiate, bidoni per la raccolta differenziata congelati nella neve, cabine di camion dotate di telecamere, sacchi di latte in arrivo in Vietnam. Insieme, questi dettagli rivelano una società che appare ben diversa vista dal cassone di un camion della spazzatura rispetto a come appare vista dal marciapiede. *Alex N. Press è un giornalista di Jacobin, si occupa di organizzazione sindacale. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Spazzatura, il lato invisibile della modernità proviene da Jacobin Italia.
October 17, 2026
Jacobin Italia
Un lago che combatte contro la speculazione
Vi ricordate quando spuntò un lago sulla Prenestina? La vicenda che vide la forza di eventi naturali vincere davanti a profitto e affarismo dei palazzinari rimarrà memorabile per tutta la città di Roma. Anni dopo quell’evento, continua la battaglia per la difesa del Lago Bullicante e perchè l’intera zona dell’ex Snia diventi monumento naturale. Nonostante l’enorme sostegno popolare che il progetto del lago ha sempre avuto, incombe ancora la minaccia del costruttore Puccini, che detiene una ampia area e che negli anni a più riprese ha proposto interventi in ottica di cementificazione, dalla logistica allo studentato. Le istituzioni preposte non hanno ancora avuto il coraggio di fare l’unica cosa necessaria, ossia un esproprio che permetta di appropriarsi di un bene comune e che garantisca a chi vive in una delle zone più cementificate di Roma di poter godere di una isola verde, anche per ripararsi da estati sempre più insopportabili. Domenica la lotta per il Lago Bullicante torna a mobilitarsi. Appuntamento alle h. 11.00 Abbiamo qui raccolto gli articoli più importanti che abbiamo scritto negli ultimi anni a sostegno di questa battaglia. VALENTINELLI: «LA RETE ECOLOGICA VA AMPLIATA E POTENZIATA» Un appello firmato da molte lotte territoriali e associazioni chiede l’ampliamento della rete ecologica del Piano regolatore. Ne abbiamo parlato con Alessandra Valentinelli del Forum Territoriale Parco delle Energie, impegnato nella difesa delle aree della Ex-Snia e del Lago Bullicante EX-SNIA: LE RUSPE NON POSSONO SRADICARE UN SOGNO Da giorni intorno al lago dell’Acqua Bullicante sono in azione le ruspe del proprietario per sradicare la natura che è cresciuta intorno ai ruderi dell’ex-fabbrica Snia Viscosa. La comunità che da anni si batte per la difesa del parco e del lago chiede di fermare il massacro della natura e che sia finalmente espropriata l’intera area e inserito il lago fra le acque demaniali EX-SNIA MONUMENTO NATURALE, MA IL LAGO CONTINUA A COMBATTERE Dopo 25 anni di lotte un primo risultato è stato raggiunto, ma non basta per mettere al sicuro l’intera area che circonda il lago Bullicante. Il territorio non si arrende e continua a battersi per ottenere l’esproprio di tutta l’area e la realizzazione di un grande parco Tutte le immagine di Ex-Snia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Un lago che combatte contro la speculazione proviene da DINAMOpress.
October 17, 2026
DINAMOpress
Crisi climatica, le parole per dirla
C’è un passaggio sottile, ma percettibile, tra trovare le parole per parlare della crisi ecoclimatica e perderle. Perché, dopo aver nominato il problema, averlo sviscerato attraverso i dati scientifici e le esperienze dirette, averne individuato le cause strutturali e tracciato prospettive e politiche concrete per affrontarlo, non ci sono parole da aggiungere, ci sono azioni da fare. E se chi doveva assumersi la responsabilità di quelle azioni non l’ha fatto, trascinando consapevolmente e colpevolmente l’umanità in un disastro incommensurabile, non c’è da stupirsi se in tanti abbiamo perso le parole. Mentre si susseguono record e disastri climatici uno dietro l’altro, con un’accelerata che non avremmo potuto prevedere solo qualche anno fa, sentiamo di aver poco da dire, oltre al solito «Ve l’avevamo detto», «non è maltempo è crisi climatica», «estate più calda di sempre, ma la più fresca dei prossimi decenni», «e c’è chi ancora nega il cambiamento climatico».  Ma queste parole non ci bastano, forse addirittura ci fanno male, perché sembrano segnare la sconfitta di un ciclo di lotte. Volevamo cambiare il mondo – system change not climate change era lo slogan che animava gli scioperi climatici tra il 2018 e 2019 – ma il mondo, o meglio chi detiene il potere di plasmarlo, ci ha superato e forse anche spaesato, trascinandoci nel vortice della guerra e rendendoci spettatori allibiti della realtà. Non sono mancate lotte coraggiose e convergenze imprescindibili, come quelle con le lotte del mondo del lavoro o con la Palestina, eppure il movimento climatico nel suo complesso e nella sua dimensione di massa ha fatto fatica a ritrovare la bussola. Proporre di riaprire il dibattito significa non solo riconoscere la centralità del cambiamento climatico e del degrado ecologico – nel senso che, a prescindere dall’importanza che li si voglia dare, questa è già oggi una delle principali minacce alla nostra vita – ma anche costruire parole e pratiche che sappiano fare tesoro dei successi e fallimenti di questi anni, ragionare sui punti ciechi del movimento climatico e tracciare delle proposte radicalmente alternative al modello esistente, ovvero impossibili da cooptare per il capitale e usare come arma per dividere la società. Il climate strike del prossimo 16 ottobre e l’Assemblea nazionale ecosociale che si terrà il 17 a Firenze segnano due appuntamenti non rituali, che nascono dall’urgenza di tornare in piazza, dopo un’estate che ha fatto 35mila vittime per il caldo estremo, e dalla necessità di dare una spinta propulsiva per (ri)aprire uno spazio capace di far tesoro del metodo della convergenza delle lotte come unica risposta all’altezza di una fase storica segnata da un attacco frontale alla vita in tutte le sue manifestazioni.  Tuttavia, alcune questioni sono centrali per far progredire il movimento climatico a un nuovo livello di consapevolezza, per renderlo popolare e incisivo, attraverso un salto di qualità a cui questo spazio di dibattito che apriamo oggi su Jacobin Italia spera di poter contribuire. LEGGI ANCHE… L’OCCIDENTE FOSSILE Andreas Malm - Paola Imperatore DALLE COP AI RAPPORTI DI FORZA NELLA SOCIETÀ La prima: il movimento climatico nasce e si definisce dentro una dialettica molto chiara tra le giovani generazioni, il cui futuro viene minacciato dal riscaldamento globale, e la governance climatica internazionale, ovvero le Conferenze internazionali sul clima dell’Onu (le Cop) a cui partecipano i vari governi statali. La richiesta è di rispettare gli impegni presi per contrastare l’aumento della temperatura globale, da cui a catena dipendono tutte le altre condizioni che rendono vivibile il pianeta.  Per tutta risposta, le Cop si blindano, spalancano le porte ai lobbisti del fossile e le chiudono alla società civile, mancando sistematicamente ogni impegno preso. Questa dialettica diventa difficile da immaginare oggi, tanto più che l’intera architettura istituzionale internazionale ha perso ogni credibilità e autorevolezza davanti al genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese, rivelandosi un’impalcatura vuota che conta «fino a un certo punto».  Dentro questa crisi delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto, cosa conta allora? I rapporti di forza. La prima sfida della lotta climatica oggi è esercitare la sua riflessione a partire da questa consapevolezza e dalla costruzione di rapporti di forza, che significa non solo piazze piene ma anche progetti radicati nei territori, organizzazione stabile e duratura attraverso proprie «istituzioni» comunitarie, forme di autonomia che diano concretezza alle alternative, rafforzando al contempo la credibilità delle nostre proposte. Unire insomma all’azione simbolica di denuncia la costruzione di una soggettività collettiva con radici ben salde nei territori, capace di accumulare una tale forza da rendere imprescindibile per le istituzioni ascoltare la società.  L’ECOSOCIALISMO Il secondo punto chiave riguarda la capacità di tenere il focus sul modo di produzione capitalistico della merce e in particolare dell’energia. Le frizioni intorno alla costruzione di impianti di energie rinnovabili ha creato una frattura fossile/rinnovabile all’interno del composito movimento ambientalista, fatto di lotte territoriali, gruppi ecologisti, organizzazioni di tutela del paesaggio, organizzazioni climatiche. Frizioni che hanno diviso la società e favorito le manovre del capitale.  Dobbiamo riconoscere che ad oggi non c’è nessuna transizione energetica ma solo un veloce processo di addizione energetica, con lo stesso capitale fossile che sta investendo nel campo delle rinnovabili diversificando il suo portfolio di investimenti, e allo stesso tempo che presunti progetti di transizione portati avanti senza o contro il territorio non sono progetti che incarnano i principi della giustizia climatica. Se rimuoviamo dal discorso climatico la questione ecologica in senso più ampio, il legame – materiale ed emotivo – della comunità dalla terra che abita e la partecipazione democratica, scivoliamo in un riduzionismo climatico che sa parlare di emissioni ma non riesce a guardare alle radicate relazioni socio-ambientali. Che si tratti di fossili, rinnovabili o nucleare, laddove si reitera uno specifico modo di produzione capitalista dell’energia si riproducono anche le sue contraddizioni e violenze. Dall’altro lato, per i territori non c’è possibilità di difesa delle proprie condizioni di vita se non si prende sul serio il riscaldamento climatico e la fuoriuscita dal fossile. Si può salvare un terreno agricolo da una distesa di pannelli solari voluta da una compagnia energetica olandese o israeliana ma vedere il proprio raccolto ripetutamente devastato da ondate di calore, siccità, grandinate. Si può salvare il proprio paesaggio, ma vedere intere terre sommerse, vite devastate, paesaggi cancellati dall’altra parte del mondo – come successo in Nepal – o a pochi chilometri da casa nostra. E l’ecologismo, essendo un progetto di difesa della vita per tutte e tutti, non può ignorare quello che succede fuori dalla propria porta di casa. La nostra lotta allora non deve articolarsi intorno alla frattura fossile/rinnovabile ma intorno ad altre domande chiave: quanta energia stiamo producendo e per cosa? Come la produciamo? Chi lo decide? Chi ne beneficia? Chi ne paga i costi socio-ambientali?  Queste sono le domande che orientano un progetto ecosocialista. Non si tratta di produrre una merce green – che sia energia, cibo, auto o altro – mantenendo invariati i rapporti di sfruttamento esistenti, ma costruire nuove relazioni socio-ambientali da cui possano provenire nuove forme, pratiche e strategie di produzione e riproduzione incentrate sulla giustizia climatica. LEGGI ANCHE… AMBIENTE NON È COLPA VOSTRA Redazione Jacobin Italia LA SCIENZA NON BASTA La terza questione chiave riguarda il rapporto tra i sistemi di conoscenza e l’apporto che questi possono dare per far sedimentare una coscienza climatica. I dati scientifici sul cambiamento climatico, le sue accelerazioni, la sua natura antropica e gli scenari futuri sono largamente condivisi dalla comunità scientifica. Non mancano i numeri, i divulgatori, i corsi universitari sul tema. Eppure, proprio oggi che più che mai abbiamo accesso alle informazioni, dilagano scetticismo e negazionismo, fatalismo e indifferenza.  La costruzione di false emergenze e la negazione di quelle reali è un tratto caratteristico del nostro tempo, eppure in tanti tra attivisti, giornalisti, esperti, ci chiediamo come comunicare meglio il cambiamento climatico. Forse, però, il punto cruciale non riguarda tanto o solo la buona divulgazione di dati scientifici, ma la profonda alienazione della società moderna dalla natura da cui la vita dipende.  Marco Armiero quando racconta la vicenda del Vajont parla di come i saperi esperti abbiano ignorato e tacciato come antiscientifiche le preoccupazioni che provenivano da allevatori e abitanti. Questi ultimi si erano accorti che, durante la costruzione della diga, erano comparse delle crepe nelle pareti delle case, e che gli animali si comportavano nervosamente e si allontanavano dal pascolo. Ma la loro parola non ebbe alcun valore di fronte a report ufficiali e sismografi, e quando la frana precipitò nel bacino del Vajont a morire furono proprio quegli abitanti, allevatori e contadini rimasti inascoltati. Riconoscere che l’esperienza diretta e la conoscenza acquisita dal rapporto quotidiano col territorio siano importanti non significa in alcun modo abbandonare l’uso dell’argomentazione scientifica sul cambiamento climatico, ma creare un’ecologia in cui tutti i saperi possano apportare ricchezza alla lotta e in cui tanto l’esperto quanto il comune cittadino si sentano in diritto di prendere parola sul mondo che abitiamo e su quello che vorremmo costruire.  La sfida è duplice: mettere la scienza a servizio della giustizia climatica e, al contempo, rafforzare una cultura ecologica intesa come insieme di visioni e valori che riconoscano l’interdipendenza tra società e natura, anziché riprodurre l’alienante visione della società come separata dalla natura, e in grado persino di dominarla attraverso la tecnica e il sapere scientifico. La prima condizione per difendere la terra che abitiamo è conoscerla e sentirsene parte, e una società alienata dalla natura – ovvero dal luogo dove viviamo, lavoriamo, mangiamo, passeggiamo – non può difendersi. ECOLOGIA COME LIBERAZIONE NON COME PRIVAZIONE Infine, un ultimo punto che ci interroga riguarda l’immaginario. La proposta di transizione ecologica del movimento climatico è stata sussunta, rimasticata e ridata in pasto all’opinione pubblica in una forma lontana da quella che le piazze invocavano. Misure antipopolari hanno catalizzato l’odio o l’insofferenza di molti verso le politiche climatiche, con un malcontento cavalcato dalle destre per attaccare l’ecologismo, presentato come fenomeno da salotto. In questo contesto, la risposta del sistema – perché parlare oggi di destre significa parlare di sistema, data la loro salda posizione in quasi tutti i posti di comando – è stata quella di negare l’urgenza del problema e costruire paura attorno alle politiche ambientali. Oggi sembra normale abbattere interi parchi per costruire supermercati o basi militari, mentre appare utopistico introdurre un congedo climatico che protegga lavoratori e lavoratrici in caso di allerta metereologica; sembra possibile investire miliardi nel riarmo ma non un euro per abbattere i costi dei mezzi pubblici; risulta plausibile investire denaro pubblico per un ecobonus che ha rafforzato la distinzione tra case di serie A (con pannelli solari di ultima generazione, bollette più basse e infissi moderni) e case di serie B (nei quartieri popolari soffocati dal cemento dove si spera che non crolli il tetto alla prima pioggia), ma non per un piano di edilizia pubblico, degno e sostenibile. Questo significa che pur avendo una risposta ai problemi concreti della gente, non siamo riusciti a costruire nella società un immaginario desiderabile e credibile, fatta eccezione per pochi preziosi esempi come quello della riconversione ecologica portata avanti dal Collettivo di Fabbrica Gkn. L’ecologia e le proposte contro la crisi climatica sono ancora vissute dai più come un progetto di sottrazione e privazione: non fare più questo, non fare più quello, non andare a lavoro in macchina, non comprare al supermercato, evita le cose confezionate nella plastica. Ma l’ecologia, come ci ricorda Fatima Ouassak, è un progetto di liberazione: dal ricatto lavorativo, dalla violenza ambientale, da confini e istituzioni totali. Ma anche liberazione del tempo libero e della possibilità di stare insieme. L’ecologismo che pratichiamo oggi è imperfetto e contradditorio, e non potrebbe essere diversamente date le condizioni in cui ci troviamo. Non è la perfezione dell’ecologismo che dobbiamo ricercare in noi o negli altri, quanto la possibilità di rendere il progetto ecoclimatico alla portata di tutti e tutte. Occorre allora far tesoro delle battaglie passate e presenti, guardare al futuro con le domande giuste da affrontare collettivamente e avere una bussola che ci orienti nel buio del nostro tempo.  *Paola Imperatore è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Pisa.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Crisi climatica, le parole per dirla proviene da Jacobin Italia.
October 15, 2026
Jacobin Italia
L’ex-Ilva di Taranto e l’insostenibile peso degli operai dell’industria
(disegno di mario damiano) Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è. Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini respiriamo tutta quell’aria inquinata”. Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e contaminazioni. Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più. “Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione. Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti, muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir, come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne, uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora è la minoranza”. Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema. Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”. Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai dell’industria. La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi – avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non avevano opposto un mondo diverso. IL PIANO ALTERNATIVO Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una certa disperazione si scambiano qualche urlo. “E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei. “E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli altri. Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per economie alternative. Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà. L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove rassicurazioni. Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti, senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie – purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila. In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi, operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”. Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”. Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per accogliere più crocieristi. E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa, il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un miliardo di euro”. Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”. Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntivo. Sono poi escluse dai calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla centralità simbolica della pratica politica stessa. CONQUISTE OPERAIE Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on. Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma, pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider, lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”. Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato. “A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del 1969.  C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti, licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole sulla sicurezza. Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di lavoro. Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci, sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”. Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne. Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative, azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei contratti collettivi, impegni di investimento. Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane, massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra… solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”. Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio 1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto. Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per di più a spese dell’operaio”. Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai. Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti, quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro? Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato. Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi, gli straordinari e per ridurre gli orari”. Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni sindacali. Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero, lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili all’Italsider. La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni, intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina del lavoro locale. In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria consumarono i loro corpi. Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti. Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani. Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe. Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012: “L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare, formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito (comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi? Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro. Perché parlare può fare male”. I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile. Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto. LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi. Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti, scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano con trasporto. In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico, punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti, migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro, l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al ragno nero”. Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito, facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla solitudine dell’operaio”. Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato, internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici; basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad aumentare. Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi. Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro, siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel 2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento, una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo soli a questo mondo”. Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato, ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”. La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie. Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche, delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi. ULTIMI PREPARATIVI Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia fabbrica che chiude. In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche, investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io». Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della riproduzione sociale. (francesco bagnardi)
October 14, 2026
Napoli MONiTOR
R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
Civitavecchia, l’eolico offshore non premia tutti
Nei giorni scorsi la commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente ha espresso parere favorevole alla realizzazione di un parco eolico galleggiante al largo di Civitavecchia: 28 turbine da 18 megawatt, per una potenza complessiva di 504 megawatt, a oltre venti chilometri dalla costa. La notizia ha un significato rilevante non solo per la città, ma anche per chi osserva gli impatti della transizione energetica sui territori, in particolare nelle zone di sacrificio dove il fossile ha storicamente disaccoppiato lavoro e salute. Civitavecchia è una di queste zone. Nel suo territorio per decenni sono state attive tre centrali elettriche. La più grande, Torre Valdaliga Nord, alimentata prima a petrolio e poi a carbone, è stata spenta alla fine del 2025, ma è rimasta in «riserva fredda», pronta a essere riattivata fino al 2038, salvo ulteriori ripensamenti del governo. In questo contesto, l’eolico offshore è diventato per una parte della città non solo un’alternativa occupazionale, ma la possibilità di un riscatto, e anche una riparazione per la servitù ambientale subita per decenni. Il parere ambientale favorevole è quindi una buona notizia, anche se è arrivato dopo oltre tre anni di istruttoria. Tuttavia, l’autorizzazione non vuol dire realizzazione dell’impianto, e quest’ultima non implica gli stessi benefici per tutti. Il progetto è promosso dal consorzio Divento, costituito da Plenitude (società del gruppo Eni), da Cdp Equity (gruppo Cassa depositi e prestiti) e dal fondo infrastrutturale danese Copenhagen Infrastructure Partners, in collaborazione con partner esperti nella progettazione di queste infrastrutture, come 7Seas Windpower e NiceTechnology. Per questi soggetti l’investimento sarà conveniente, e pertanto realizzabile, solo con un quadro di incentivi adeguato.  Le rinnovabili innovative o con costi di generazione elevati, come l’eolico in mare, sono sostenute dal decreto FER2. Il sostegno viene assegnato attraverso aste: lo Stato fissa una tariffa di riferimento e i produttori competono offrendo un ribasso. Per gli impianti di maggiori dimensioni il meccanismo funziona come un contratto per differenza bidirezionale: se il prezzo di mercato è inferiore alla tariffa aggiudicata, il GSE versa la differenza; se è superiore, è il produttore a restituirla. Per l’eolico offshore la tariffa di riferimento è di 185 euro a megawattora per 25 anni. Gli operatori del floating la giudicano tuttavia insufficiente e le aste non sono ancora partite. Nel giugno 2026 il Ministero ha proposto di mantenere i 185 euro per il galleggiante, indicizzandoli all’inflazione ed eliminando la riduzione automatica del 3 per cento nelle aste successive. Non è chiaro, tuttavia, se questa misura convinca gli investitori e renda bancabili i progetti in essere.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DICONO IDROGENO E SUSSURRANO FOSSILI Andrea Turco Per i cittadini del comprensorio, e in particolare per i lavoratori della centrale e le imprese dell’indotto, i benefici dipendono invece in larga misura dalla realizzazione dell’hub industriale per la filiera dell’eolico offshore, e cioè dalle attività di produzione, assemblaggio, logistica e manutenzione attorno a cui era stata costruita la promessa della riconversione. Il parco, da solo, non è sufficiente a generare questi benefici: il cantiere creerà molta occupazione, ma solo per alcuni anni, mentre a regime l’impianto darà lavoro a poche decine di persone. Allo stato attuale, tuttavia, non esistono condizioni e investitori che assicurino la realizzazione dell’hub. I fattori principali che contribuiscono a questo esito sono almeno quattro. Il primo riguarda la minore competitività di Civitavecchia, rispetto ad altri territori portuali, nell’attuale quadro delle politiche di sviluppo locale adottato dal governo Meloni. Un decreto interministeriale del 2025 ha individuato Taranto e Augusta come scali prioritari per l’assemblaggio e la movimentazione delle strutture dell’eolico offshore, assegnando a Civitavecchia un ruolo secondario. Ufficialmente, l’esito è legato alla qualità e alla fattibilità dei progetti presentati dalle varie autorità. Tuttavia, a incidere sono stati anche fattori strutturali. Civitavecchia non è né Nord né Sud, e non solo dal punto di vista geografico, ma anche socio-economico: è esclusa dalla Zona economica speciale del Mezzogiorno, che offre agevolazioni fiscali e procedure semplificate, ma non ha la dimensione dei grandi hub logistici europei; infine, è un territorio con un peso elettorale minimo nei meccanismi del consenso e dello scambio politico. Il secondo riguarda la governance del porto. La riforma del 2016 ha escluso imprese e sindacati dagli organi decisionali delle autorità portuali e ha concentrato i poteri nel presidente, di nomina governativa, riducendo l’influenza degli attori locali su uno degli asset da cui dipende la riconversione. Il progetto per la logistica dell’eolico offshore presentato dall’Autorità portuale al Ministero è stato elaborato senza il coinvolgimento di sindacati, imprenditori e amministratori locali, e forse anche questo ha contribuito alla sua minore incisività. Anni prima era accaduto il contrario: il progetto Zephyro per l’elettrificazione verde del porto, ideato da esperti vicini ai movimenti ambientalisti locali, era stato presentato alla Commissione europea e aveva sfiorato il finanziamento. C’era, però, un altro presidente. Il terzo riguarda il mercato e, di riflesso, le politiche industriali. Secondo Anev ed esperti del settore, una filiera nazionale dell’eolico offshore richiederebbe almeno 15 gigawatt di impianti installati, mentre il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima ne prevede poco più di 2 al 2030. Inoltre, la filiera industriale europea è già concentrata in alcuni hub del Nord Europa e della Spagna. Chi realizza il parco, peraltro, è interessato alla produzione e alla vendita di energia, non alla costruzione delle componenti. Per attrarre le imprese che le producono servirebbe quanto meno un indirizzo politico chiaro sul ruolo che l’eolico offshore dovrà avere nel futuro energetico del paese. Questa chiarezza, tuttavia, manca. Lo dimostra il Piano di gestione dello spazio marittimo: la direttiva europea chiedeva di adottarlo entro il 2021, ma l’Italia lo ha completato solo alla fine del 2024, e le aree in cui insediare gli impianti non sono ancora state definite. Nel frattempo, secondo Legambiente, i privati hanno presentato oltre 90 progetti, per circa 74 gigawatt, localizzati secondo la convenienza di ciascun proponente. In altre parole, la pianificazione pubblica è arrivata dopo l’iniziativa privata, invece di orientarla. Il quarto fattore, che frena la realizzazione dell’hub e, più in generale, una transizione davvero giusta a Civitavecchia, riguarda anch’esso le politiche pubbliche. In primo luogo, l’Italia non ha accompagnato il phase-out con una legge organica di riconversione territoriale paragonabile a quella tedesca, che ha previsto fino a 40 miliardi di euro per le regioni carbonifere. Il Just Transition Fund italiano, inoltre, riguarda soltanto Taranto e il Sulcis Iglesiente, escludendo Civitavecchia e Brindisi. A Civitavecchia il Mimit ha raccolto decine di manifestazioni d’interesse e progetti di investimento, ma finora non ne è emerso un programma industriale integrato con la filiera offshore. Negli atti ufficiali del governo, del resto, il parco eolico non compare come parte della transizione di Civitavecchia dal carbone. La riserva fredda complica inoltre la disponibilità delle aree della centrale, anche se a luglio 2026 il governo ha aperto alla definizione di un cronoprogramma per renderle disponibili alla reindustrializzazione. LEGGI ANCHE… AMBIENTE UNA COMUNITÀ CONTRO IL FOSSILE Giorgio De Girolamo - Ferdinando Pezzopane Quanto accade a Civitavecchia non è un caso isolato. Una ricerca recente, analizzando circa 92 mila progetti verdi finanziati dal Pnrr, mostra che gli investimenti a maggiore intensità innovativa tendono a concentrarsi nelle aree metropolitane, mentre nei comuni periferici e meno sviluppati prevalgono interventi di adattamento e ripristino, e alcuni territori restano del tutto esclusi. Nelle zone di sacrificio del fossile questa asimmetria ha conseguenze più gravi che in altri territori. Il carbone ha creato monoculture industriali, che hanno vincolato le competenze e limitato prospettive di sviluppo alternative. In questi territori la transizione è attesa come una forma di riparazione per decenni di danni ambientali e sanitari. Se la riparazione non arriva, l’esclusione dai benefici è vissuta come la ripetizione del sacrificio in una forma nuova: un sacrificio, questa volta, verde. L’eolico offshore è una tecnologia affascinante, e il suo potenziale energetico la rende attraente per un paese che deve sostituire rapidamente il gas. Si tratta, tuttavia, di una tecnologia ad altissima intensità di capitale, in cui il costo dell’energia dipende in modo significativo dal costo del finanziamento. Se la sua realizzazione è affidata al mercato, gli investitori privati la sostengono solo se ottengono un rendimento adeguato, e questo rendimento è pagato dai cittadini attraverso la bolletta. I 185 euro a MWh, ancora insufficienti per gli operatori, sono più del doppio del prezzo a cui è venduta l’energia eolica onshore. I produttori dell’eolico sostengono che, se si consentirà loro di costruire gli impianti, la crescita della domanda attirerà anche la produzione delle componenti e farà scendere i costi, come è accaduto con le rinnovabili «tradizionali», che oggi producono energia a un costo inferiore a quello del gas. Questo meccanismo, noto come «legge di Wright”, non dice però dove si collochino i benefici industriali della crescita. Nel caso del solare, la riduzione dei costi è dipesa in modo decisivo dall’ingresso dei produttori cinesi, sostenuti da una politica industriale di Stato su scala enorme, e ha concentrato in Cina gran parte della capacità manifatturiera, a scapito soprattutto dell’Europa. Con l’eolico offshore potrebbe accadere qualcosa di simile: anche se i costi scendessero, la produzione delle componenti potrebbe finire altrove, e a Civitavecchia, e in altre zone in Italia interessate da questi progetti, resterebbe soltanto la funzione di ospitare gli impianti. Le dimensioni infrastrutturali e finanziarie dell’eolico offshore, la complessità della sua installazione e la necessità di costruire di pari passo una filiera locale pongono una questione di fondo: se questi obiettivi si raggiungano più rapidamente coordinando gli attori di mercato attraverso regolazione e pianificazione, oppure affidando l’operazione allo Stato. Che la seconda strada non sia peregrina lo suggerisce anche una delle misure oggi allo studio per abbassare la tariffa dell’eolico offshore: affidare le opere di connessione alla rete a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Terna, sebbene sia quotata, è controllata dallo Stato e opera in regime di monopolio, con un rendimento fissato dall’autorità di regolazione: per questa ragione può finanziarsi a costi più bassi di un operatore privato. Lo stesso ragionamento vale, a maggior ragione, per un soggetto parimenti «pubblico» che realizzasse gli impianti con la certezza di utilizzarne l’energia per molti anni e sapendo dove e quando realizzarli. Potrebbe finanziarsi a un tasso agevolato, realizzare più impianti fino a raggiungere una soglia sufficiente a sostenere una filiera, e vendere l’energia a un prezzo più vicino al costo di produzione. Eni ed Enel, le grandi imprese energetiche a partecipazione pubblica, potrebbero svolgere egregiamente questo ruolo, anche in collaborazione con le utility regionali e interregionali. Oggi, tuttavia, si muovono come qualsiasi operatore privato. Secondo Massimo Florio, nel suo recente Il capitale contro lo Stato (Feltrinelli), è il sintomo di una trasformazione più ampia: un capitalismo oligopolistico che cresce meno di quello del dopoguerra non considera più sostenibile uno Stato che produce beni pubblici, e tende a occuparlo e a svuotarlo, colpendone l’indipendenza, la competenza amministrativa e la capacità di intervento diretto nell’economia.  L’alternativa, tuttavia, non può essere il vecchio statalismo. Quel modello era centralizzato e verticale: funzionava in un’economia in cui bastava portare energia e infrastrutture dove mancavano, ma ha prodotto anche impianti calati sui territori senza che questi avessero voce sul loro destino. Civitavecchia lo sa bene. Una transizione come quella dell’eolico offshore richiede piuttosto un’alleanza tra Stato e intelligenza sociale. Lo Stato porta capitale paziente, un orizzonte lungo e missioni che precedono e rendono possibile l’iniziativa privata. L’intelligenza sociale porta la conoscenza dei problemi, la capacità di definirli prima che diventino progetti e di correggere la rotta quando le cose non vanno. Civitavecchia l’ha già dimostrata con il progetto Zephyro. Va respinta, inoltre, una spiegazione tanto diffusa quanto comoda, secondo cui le cose non funzionano «perché manca la politica». A Civitavecchia non sono mancati i processi: mobilitazioni, una coalizione capace di tenere insieme sindacati, ambientalisti, imprese e istituzioni locali, tavoli ministeriali, manifestazioni d’interesse, decreti, un’autorizzazione ambientale. Sono mancate le decisioni capaci di produrre effetti. Il caso è ricco di processi e povero di risultati, e invocare «più politica» rischia di suggerire che basterebbe aggiungere altri processi, proprio ciò di cui Civitavecchia non ha bisogno. Perché i processi producano effetti servono almeno quattro condizioni, che il caso rende evidenti: che i territori abbiano voce nelle sedi in cui si decide; che gli asset critici, come aree, banchine e linee di trasmissione, non siano vincolati o governati altrove; che la scala degli investimenti sia sufficiente a sostenere una filiera; e che la pianificazione pubblica preceda l’iniziativa privata, invece di ratificarla a posteriori. Quando queste condizioni mancano, i processi si moltiplicano proprio perché costano poco e non spostano nulla. La partecipazione diventa allora un surrogato della decisione, una forma di proceduralismo compensativo che, se non genera effetti, consuma la fiducia dei territori invece di accumularla. *Claudio Marciano è ricercatore in sociologia del territorio e dell’innovazione presso l’Università di Genova. È autore, assieme al giornalista Report Rai Manuele Bonaccorsi, del libro I Padroni del vaccino. Chi vince e chi perde nella lotta contro il Covid-19 (Piemme, 2022).  Filippo Barbera è professore ordinario di sociologia economica e del lavoro presso il Dipartimento Cps dell’Università di Torino e fellow presso il Collegio Carlo Alberto. Si occupa di economia fondamentale, sviluppo delle aree marginalizzate e teoria sociale applicata.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Civitavecchia, l’eolico offshore non premia tutti proviene da Jacobin Italia.
October 13, 2026
Jacobin Italia