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La Città manifesta ha bisogno del tuo sostegno!
Care lettrici, cari lettori de La Città manifesta, come sapete l’autonomia di pensiero e di parola di un organo di stampa è garantita dalla piena autonomia e indipendenza di chi la produce. La redazione de La Città Invisibile, come tutto … Leggi tutto L'articolo La Città manifesta ha bisogno del tuo sostegno! sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Tutti i nodi irrisolti del nuovo aeroporto di Firenze: rumore, inquinamento, rischio idraulico e overtourism
Ultimo tassello della lunga e controversa vicenda dell’ampliamento dell’aeroporto di Peretola è la Valutazione dell’Impatto Acustico della nuova pista sulle frazioni più esposte affidato dal commissario straordinario del Comune di Prato, Claudio Sammartino, a uno studio specializzato in acustica ambientale. … Leggi tutto L'articolo Tutti i nodi irrisolti del nuovo aeroporto di Firenze: rumore, inquinamento, rischio idraulico e overtourism sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Da Bagnoli a Gaza: una visione internazionalista sull’America’s Cup a Napoli
A Villa Medusa, i comitati civici e le reti antimilitariste organizzano un dibattito sul furto di territori e diritti. Il 5 gennaio, a Villa Medusa a Bagnoli, si è tenuto un incontro molto denso e interessante dal titolo “Da Bagnoli a Gaza – stop genocidio, no America’s Cup, difendiamo i nostri territori”, in cui le realtà di base antimilitariste e ambientaliste napoletane e campane hanno ragionato dell’impatto dei grandi progetti, come l’America’s Cup, sulla vita dei bagnolesi e sull’intera città. La cornice dell’iniziativa era però molto più ampia e trasversale, al punto da indagare quali connessioni vi siano tra il livello locale, il genocidio che sta avvenendo nella Striscia di Gaza e l’attuale configurazione geopolitica mondiale. In particolare, le realtà che hanno ispirato e attraversato l’iniziativa – Comitato No Coppa America, Mare Libero, Assemblea antimilitarista, Comitato pace e disarmo, BDS Napoli e Salerno, Sanabel per Gaza e altre – hanno evidenziato che, spesso, ciò che ci viene presentato come un’opportunità di sviluppo per i nostri territori non lo è: se questo sviluppo è basato su logiche di profitto, e non sui bisogni delle persone, non serve alla giustizia sociale e ambientale. Anzi, tale paradigma macroeconomico rappresenta il terreno su cui possono avvenire le più aberranti speculazioni e generare insanabili sperequazioni. Quella che, leggendo il titolo, poteva sembrare una forzatura è stata invece immediatamente presentata per ciò che è: una connessione necessaria. Tra le progettazioni calate dall’alto sulla nostra costa, come l’America’s Cup, con una logica – denunciano i comitati – da “mani sulla città”, e ciò che sta avvenendo nel mondo, c’è un filo rosso nemmeno così sottile: il modello economico a cui si rifanno i poteri forti per realizzare i propri interessi, a discapito del bene comune. Per usare il termine giusto: il neoliberismo. Dagli anni ’70 in poi, come sappiamo, nel condannare gli inconvenienti pratici dell’intervento dello Stato, ritenuto spesso inefficace e incline a degenerare in limitazioni alla libertà d’impresa, alcuni economisti hanno teorizzato questa corrente filosofica e tanti sono i governi, per lo più occidentali, che l’hanno seguita. Celebre la frase di Margaret Thatcher secondo cui la società non esiste, ma esistono solo gli individui. In questo sistema, i mercati finanziari e i monopoli di capitale la fanno da padroni: anche se i teorici del neoliberismo, in una prima fase, avevano condannato le grandi imprese per violazioni della libera concorrenza, è proprio alla concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochi che, alla vigilia della terza decade del terzo millennio, siamo arrivati. Il legame fra le speculazioni che avvengono sul piano territoriale e quello globale appare nettamente evidente quando si analizzano i comportamenti delle multinazionali nel settore della logistica e della produzione di armamenti. Si è parlato, ad esempio, del caso MSC, nota per la sua importanza nel settore crocieristico ma che, invece, come si legge dal sito di BDS Italia, “Mediterranean Shipping Company S.A., meglio nota con la sigla MSC, oggi è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale. Movimenta annualmente 27 milioni di TEU (stima), ha più di 200.000 dipendenti, 675 uffici nel mondo, e trasporta merci su 300 rotte con 520 porti di scalo in 155 Paesi; con una flotta dalla capacità di 6.716.575 TEU, gestisce il 20,6% del mercato mondiale, seguita dalla Maersk con il 14,1%. MSC Italia è presente in 13 porti italiani, ha 16 uffici e circa 600 dipendenti”. Purtroppo, dietro tutto questo, sembrano esserci accuse avanzate dai media e dalle organizzazioni internazionali di complicità della MSC con il genocidio a Gaza. Fondata a Napoli nel 1970, per stessa ammissione di giornali israeliani, MSC sembra avere un coinvolgimento nella logistica di guerra negli ultimi anni: “Il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”, notizia comparsa il 1 novembre 2023 sul quotidiano israeliano “The Jerusalem Post”, media notoriamente vicino al partito di governo Likud, il cui presidente è Benjamin Netanyahu. Altre fonti giornalistiche hanno inoltre reso noto che l’azienda sarebbe stata protagonista di una scalata al settore del trasporto marittimo israeliano, tentando di acquisire direttamente il controllo della compagnia di navigazione Zim. Notizia poi smentita, ma comunque conferma del fatto che, nello scenario della riorganizzazione del settore shipping mondiale, MSC non è per nulla distante da ciò che accade in Israele. A fronte di queste informazioni, MSC è stata inserita nella blacklist del movimento BDS, in cui figurano altri nomi, ad esempio ENI, l’azienda globale dell’energia, su cui Francesca Albanese ha condotto le sue indagini come relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati. Il caso di specie che gli attivisti e le attiviste hanno portato all’attenzione della platea lunedì pomeriggio a Bagnoli è stato trattato come esempio di terreno su cui si possono compattare le lotte ambientali e sociali con la battaglia contro le violazioni dei diritti umani nel mondo. Una visione che potremmo chiamare internazionalista, poiché promuove l’intersezione fra le lotte per i diritti umani, in un’ottica di cooperazione tra gli abitanti del mondo, a partire dall’analisi delle esigenze concrete dei luoghi e delle persone che li abitano. Un’impostazione che, considerata la fase attuale in cui le necessità della gente comune sono sempre meno presenti nelle agende politiche dei governi, ci sentiamo ampiamente di condividere. In chiusura, si è parlato della bella iniziativa Sanabel per Gaza, progetto di sostegno alle persone con disabilità fisiche, sensoriali e intellettive e alle bambine e ai bambini con autismo e altre neurodivergenze nella Striscia di Gaza, a cui sarà il caso di dedicare un altro approfondimento. APPROFONDIMENTI E FONTI America’s Cup e Bagnoli America’s Cup a Napoli fino al 2029, affare da oltre un miliardo (la Repubblica): https://www.repubblica.it/sport/rubriche/spycalcio/2025/12/25/news/america_s_cup_a_napoli_fino_al_2029_un_affare_da_oltre_un_miliardo-425060199/ Comune di Napoli – documentazione ufficiale: https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54365 America’s Cup e polemiche su Bagnoli (NSS Sports): https://www.nss-sports.com/it/lifestyle/43702/americas-cup-2027-napoli-polemiche-bagnoli Tutti i dubbi di Bagnoli sull’America’s Cup (il manifesto): https://ilmanifesto.it/tutti-i-dubbi-di-bagnoli-sullamericas-cup Rassegna critica su America’s Cup: https://www.google.com/search?q=america%27s+cup+critiche&ie=UTF-8&oe=UTF-8&hl=it-it&client=safari Neoliberismo Il neoliberismo – Storia contemporanea: https://it.wikipedia.org/wiki/Neoliberismo La società oltre il neoliberismo. Intervista a Giorgia Serughetti – Pandora Rivista: https://www.pandorarivista.it/articoli/la-societa-oltre-il-neoliberismo-intervista-a-giorgia-serughetti/ MSC, Israele e logistica di guerra https://www.jpost.com/israel-news/article-771157 MSC – sede Israele: https://www.msc.com/en/local-information/middle-east/israel ICE – settore shipping Israele: https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/280342 MSC sfida Hapag-Lloyd e presenta un’offerta per acquisire Zim (ShipMag): https://www.shipmag.it/msc-sfida-hapag-lloyd-e-presenta-unofferta-per-acquisire-zim/ Sanabel per Gaza https://www.associazionesanabel.org/ Nives Monda
Piano del verde e ripristino della natura a Firenze: una proposta
Il 18 agosto 2024 è entrato in vigore il Regolamento UE 2024/1991, noto anche come Legge o Regolamento sul Ripristino della Natura, che afferma: “Gli spazi verdi urbani comprendono, tra l’altro, boschi, parchi e giardini urbani, fattorie urbane, … Leggi tutto L'articolo Piano del verde e ripristino della natura a Firenze: una proposta sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Un anno dopo la sentenza su Terra dei Fuochi, nasce il comitato per vigilare sulle bonifiche
(archivio disegni napolimonitor) Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Nel gennaio 2025,  la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso. All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori, accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni, negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo. La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro sapevano… e hanno scelto di non agire». Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo, pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece, le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli. Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare di rifiuti smaltiti in questa zona». Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio “Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice – è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi. Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio. L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica. Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica. L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo: ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
DESENZANO (BS): BLITZ CONTRO GRANA PADANO, GLI AMBIENTALISTI DI “NO FOOD NO SCIENCE” INTERROMPONO IL CONCERTO DI NATALE
La musica natalizia organizzata per la sera del 23 dicembre al Duomo di Desenzano del Garda, è stata interrotta “per qualche minuto” da attiviste e attivisti di “No Food No Science”, prontamente bloccati dalla polizia. In seguito i cinque ambientalisti sono stati trattenuti in Questura per quattro ore e ora arriva la denuncia. Durante i pochissimi minuti della pacifica protesta, i giovani ambientalisti hanno esposto uno striscione con la scritta “Grana Padano – Non c’è Natale negli allevamenti”. 500 gli spettatori presenti in Duomo: nessuno ha solidarizzato con i giovani che denunciavano la sponsorizzazione del concerto da parte del consorzio Grana Padano, che ha la sede proprio a Desenzano. Da tempo “No Food No Science” segnalano lo sfruttamento estremo all’interno degli allevamenti intensivi nella pianura Padana, del cui latte si riforniscono abbondantemente i caseifici produttori di Grana Padano. Il Consorzio è inoltre sempre più presente nell’organizzazione di grandi e piccoli eventi, per esempio anche delle Olimpiadi Milano-Cortina. Il direttore generale del Consorzio “Stefano Berni”, che ha immediatamente annunciato azioni legali contro “No Food No Science”, sostiene che attiviste e attivisti siano “prezzolati delle multinazionali dei cibi sintetici”, “servi sciocchi” che non sarebbero a conoscenza del riconoscimento ottenuto da diversi caseifici che certificano le loro produzione “Made green in Italy” dal Ministero dell’Ambiente. In realtà, come riportato nell’intervista di Radio Onda d’Urto, “No Food No Science” non ha nemmeno una posizione chiara per quanto riguarda la carne sintetica. Ai nostri microfoni per raccontare quanto accaduto, nonché per rivendicare le ragioni della protesta, Eleonora, Aldo ed Edoardo di “No Food No Science”, tra i cinque che hanno organizzato la protesta sulle rive del Benaco. Ascolta o scarica
Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno
(disegno di valeria cavallone) Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli. “Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”. Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori. Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi. Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti. Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”. In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia. Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari. (giuseppe vinci)
[entropia massima] Emergenza zero
Puntata 10 di EM, seconda del ciclo Emergenza Zero, parliamo di miniere e contaminazione da metalli pesanti nei processi estrattivi in Perù, con Stefano Sbrulli, autore del cortometraggio "Donde los niños no sueñan" girato a Cerro de Pasco e pubblicato su OpenDDB e Daniele Baldi geologo della Sigea, Società Italiana di Geologia Ambientale.
In corteo a Vitulazio contro la devastazione ambientale. Una fotogalleria
Fotogalleria di Fabrizio Ferraro Vitulazio (Caserta), 13 dicembre, ore 15.00. Calcestruzzo annerito intorno ai nostri passi. Siamo in corteo con il Movimento Basta Impianti. Un intreccio irregolare e numeroso di volti, età e rabbie. Altrettanto cospicuo lo schieramento delle forze dell’ordine. In testa un furgone, tra gli amplificatori spiccano le foto dei “martiri”. Superiamo un campanile, l’orologio è fermo alle 11:20. Ci sono anche le attiviste del comitato Mai più Ilside, le cui lotte nel 2021 hanno portato alla messa in sicurezza e bonifica del sito di gestione rifiuti di Bellona. «Noi abbiamo vinto allora», dicono mostrando le immagini del prezzo pagato in salute e vite. Basta Impianti mantiene il passo. A metà gennaio il movimento sarà ascoltato in Commissione bicamerale rifiuti e dalla Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali.