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Ripensare l’agricoltura in chiave ecosocialista
8 luglio, 7 di mattina, T. è a due o tre metri dal terreno – rosso, pietroso – e danza, al ritmo sincopato della motosega che ha in mano, misto alle cicale che si sgolano, tra i rami enormi di un ulivo secolare. È qui dalle 5. Io ed M. siamo giù nella pioggia di segatura e spostiamo rami, facendo lunghi serpentoni pronti per la trincia – se riusciamo a trovare chi ce l’ha. Il campo è un mare di fascine. Questi cinquanta alberi sono abbandonati da almeno vent’anni, ovvero da quando è morto mio nonno, che di mestiere faceva il contadino, qui in Puglia, nell’entroterra barese, dove si alternano uliveti, vigneti, ciliegeti e mandorleti, più qualche nuova aggiunta che gli agricoltori s’inventano per sopravvivere seguendo le tendenze del mercato, come le albicocche piantate di fretta qualche anno fa che già puntellano d’arancio i campi tra i muretti a secco. I figli di mio nonno, mio padre e mio zio, sono scappati da una vita di fatica e sacrifici. E non sono gli unici. Luglio, per l’occhio attento, non è il periodo ideale per potare gli ulivi. Gli ulivi si potano in primavera, dopo le gelate. Ma se c’è una cosa che sanno benissimo gli agricoltori del sud, è che non c’è manodopera. Il mio potatore di fiducia, che gestisce la sua azienda da solo con sua moglie, si è liberato solo adesso: e allora adesso potiamo. «Zapp e pot quann pot», zappa e pota quando puoi, ha detto T. stamattina da dentro l’ulivo di cui non si vedeva nemmeno il tronco, tanti erano i polloni che lo accerchiavano nel tentativo disperato dell’albero bicentenario di ritornare cespuglio. T. è uno dei pochissimi agricoltori della sua generazione – gen X a occhio e croce – se non l’unico, in questa zona. Anche volendo assumere manodopera, è difficilissimo trovarla. Perfino i contoterzisti scarseggiano: trovare qualcuno che trinci le fascine si sta rivelando particolarmente difficile. E lo stesso vale per potatori, aratori e trattoristi in generale: sono tutti pieni, tutti in ritardo, tutti in balia delle stagioni che impazziscono (quest’anno ha piovuto per due settimane di fila nel momento clou delle lavorazioni del suolo, e tutto in ritardo a catena).  UNA CRISI AGRARIA SISTEMICA Ciò non sorprende in un contesto in cui meno del 4% della forza lavoro nazionale è impiegata in agricoltura in Italia, solo il 12% degli agricoltori europei ha meno di quarant’anni, e in cui la «migrantizzazione» dell’agricoltura dilaga nel cavalcare la necessità di lavoro flessibile, sfruttabile, e ricattabile in un settore strutturalmente in crisi. Con i sussidi della Politica Agricola Comunitaria (Pac) che continuano a basarsi sulla quantità di ettari posseduti, favorendo la concentrazione terriera che vede le aziende diminuire in numero ma aumentare di superficie, le piccole imprese stentano a sopravvivere, e molte, infatti, non sopravvivono. «È un mestiere che non vuole fare più nessuno» e hanno anche ragione, quando un chilo di ciliegie all’ingrosso viene pagato 0,35€ e conviene di più lasciarle sugli alberi che pagare manodopera per la raccolta – cosa che accade regolarmente. È facile dare la colpa alla concorrenza, ai compratori, al clima, al prezzo della benzina: ma tutte le crisi dell’agricoltura vengono dalla sussunzione della stessa alle logiche del capitale, il cui obiettivo non è mai stato la produzione di cibo sano e la (ri)produzione dei territori, ma solo profitto e crescita (da esportare altrove). Ed è tempo di riorganizzare il settore agro-alimentare – colonna portante del soddisfacimento dei bisogni delle persone – in modo da sganciarlo alla radice dalle logiche estrattive dell’accumulazione e del mercato globale, piuttosto che continuare a provare ad assorbirlo meglio, da un lato, o a trattarlo come appendice della rivoluzione, dall’altro. Il messaggio è relativamente semplice: l’agricoltura – per quanto sussunta, industrializzata, modernizzata, meccanizzata, digitalizzata – appartiene, ancora, e per fortuna, al regno della vita. Non al regno del capitale. Inevitabilmente, e ostinatamente, non funziona sotto le regole del mercato globale e sotto gli imperativi della crescita prometeica in cui è stata comunque inglobata – in un «food system» che fa finta di esistere come entità a sé stante, ma in verità è completamente imbricato in tutti gli altri settori dell’economia. E questo nonostante la dipendenza del settore da sussidi pubblici (si pensi al quarto di fondi Ue che finiscono nella Pac) che rende di fatto imprese private finanziate pubblicamente, fatto rileggibile, con un po’ di audacia, come interessante precedente di pianificazione centralizzata. Il risultato del tentativo di fare agricoltura sotto il capitalismo (fallimentare, dato che la famigerata «fame nel mondo» aumenta) è la devastazione ambientale (con i sistemi del cibo globali che si qualificano come prima causa del superamento di 6 limiti planetari su 9), l’abbandono dilagante delle zone rurali, la precarietà economica di chi ci vive, la perdita di presidio ecologico dei territori. Sì, anche la perdita di presidio ecologico dei territori, perché il fatto che l’Italia sia tornata ad avere più superficie boschiva che campi coltivati (cosa che non succedeva dal medioevo) non è una buona notizia: non si tratta di un ritorno alla natura, ma di abbandono di territori che sono stati co-prodotti dalle persone per secoli. L’agricoltura contadina è l’originaria forma di controllo e gestione del territorio, di prevenzione di frane, erosione, alluvioni, inondazioni, incendi e di gestione di tutti gli eventi estremi che puntellano la nostra contemporaneità sempre più densamente; una contemporaneità in cui non c’è più nessuno a svuotare cunette o ad arare il perimetro dei campi. LEGGI ANCHE… GUERRA FERTILIZZANTI A HORMUZ: IL CIBO DIETRO LE GUERRE Lorenzo Feltrin CHE FINE HA FATTO LA QUESTIONE AGRARIA? Prima di catapultarmi in uliveto, il 29 giugno, in una sala gremita dell’Università di Barcellona, nell’ambito della conferenza internazionale di ecologia politica (Pollen26), dibattevamo accesamente tra intellettuali, agricoltori e attiviste da tutti gli angoli d’Europa l’urgente necessità di ritornare alla questione agraria nel Nord Globale. Ovvero: il bisogno di rileggere criticamente la crisi agraria e rurale nei paesi del Nord Globale come frutto dell’economia capitalista neoliberista globalizzata e, al contempo, di ripensare un progetto ecosocialista che metta al centro la terra. E non per velleità escapiste di ritorno a inesistenti età dell’oro, ma per garantire la nostra sopravvivenza stessa, in un contesto di collasso climatico e di crescente precarietà delle catene di approvvigionamento globali – sia questa a causa delle guerre imperialiste o della fragilità infrastrutturale che inizia a trasparire tra una heatwave e l’altra. La questione agraria, che interroga da decenni studiosi sul cambiamento agrario, sul capitalismo nelle campagne, sulla differenziazione di classe dei contadini, sulle economie delle piantagioni e molto altro, non è affatto un discorso astratto o di nicchia; ci tange anzi in prima persona. Eppure, sembra che nei paesi (post)industrializzati la sinistra abbia del tutto abbandonato (figurativamente oltre che fisicamente) la campagna, le zone rurali, i paesi agricoli, come fossero un vestigio di un passato andato, uno spazio intrinsecamente conservatore, o una serie di attività economiche obsolete – come se mangiare e gestire i territori non ci riguardasse più. Mentre ci affrettiamo a riattualizzare lotte operaie e a brandire piani di reindustrializzazione per la giustizia sociale, ci dimentichiamo della stragrande maggioranza della superficie che abitiamo: quella da cui provengono le risorse, l’acqua, il cibo, l’energia; nonché quell’interfaccia col mondo non umano che dobbiamo urgentemente rigenerare se vogliamo sopravvivere.  Nonostante l’aggiunta prepotente dell’«eco» al pensiero marxista – che ci ha aperto gli occhi sulle questioni metaboliche, la frattura sempre più profonda che il capitalismo industriale e urbano porta nei cicli dei nutrienti planetari, e la centralità della dimensione agraria nel risanare la suddetta frattura – restiamo ancora lontanissimi dal concepire, visualizzare, e pianificare una transizione socio-ecologica che prenda sul serio la riproduzione, nel senso ecofemminista: quella di tutto il vivente, e quindi anche della nostra specie. L’aver obliterato la questione agraria dalle analisi materialiste contemporanee e dalle proposte (eco)socialiste lascia le campagne e le aree interne alla mercé del populismo di destra, dello sviluppismo rurale che turistifica e mercifica qualsiasi residuo di economia non-capitalista, e del progettismo del terzo settore che ha reso anche l’attivismo una professione – che termina quando terminano i soldi del progetto. Se vogliamo prendere sul serio la giustizia eco-climatica, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, e la giustizia sociale (di genere, anti-imperialista, di classe, spaziale), dobbiamo avere un piano per le nostre campagne, uno che parli a chi le abita, le cura, le rigenera, e a chi vorrebbe (ri)cominciare a farlo. Un piano, forse, di reagrarianizzazione.  LEGGI ANCHE… ECCO IL MENÙ, DEI CONFLITTI Redazione Jacobin Italia VERSO RURALITÀ COLLETTIVE EMANCIPATORIE Mi guardano tutti come fossi pazza quando racconto che sto recuperando l’uliveto secolare di famiglia, e un po’ pazza mi sento: reperire informazioni su come fare agricoltura oggi sembra impossibile – soprattutto nella pratica del trovare attrezzi, persone che sanno fare i lavori e hanno disponibilità a farli sul territorio, per non parlare di qualcuno che possa insegnarti le cose; azzardare opzioni di gestione collettiva o non orientata al profitto sembra illegale o per lo meno un insulto, e districarsi tra tradizioni, ossessioni imprenditoriali, ingarbugli ereditari ed esuberanti costi di gestione non è affatto scontato. Nella migliore delle interpretazioni, per l’occhio più generoso (o più nostalgico), sarò un’altra di quelle eroine che «tornano» o che rilanciano l’asset di famiglia che hanno il privilegio di ereditare, in chiave Tradizione & Innovazione Chic Inc. Ma questa non è la storia di cui mi interessa far parte. Come può il «ritorno alla terra» – che si fa urgente dal punto di vista di approvvigionamento giusto e sostenibile, e di rigenerazione socialmente giusta della natura – diventare progetto collettivo, emancipatorio, ambientale e di giustizia sociale, al di fuori dei cliché dell’eroismo, dell’escapismo da ecovillaggio, e dell’imprenditoria gentrificatrice? Quale forma specifica prende oggi la lotta operaia nelle campagne, dove la frammentazione e la diversificazione confondono e dividono? Che tipo di riforma fondiaria, che contrasti l’accentramento e l’abbandono, e garantisca un rinnovato accesso alla terra, è appropriato per il nostro secolo? Quali infrastrutture pubbliche possono incentivare il recupero e la gestione collettiva della terra, l’uso comune di attrezzi agricoli, e il preservare e reinventare quelle tracce di economie agrarie non-capitaliste che persistono tra le nostre colline? Come può la sinistra (eco)socialista tornare a parlare (d)alle campagne, (d)ai territori, (d)ai paesi, per portare proposte e visioni che rispondano ai bisogni reali delle persone e degli ecosistemi che le sostengono, unendo un necessario grado di pianificazione a una rinnovata autodeterminazione territoriale?  Queste e molte altre sono le domande che la questione agraria attuale rende urgenti per le lotte anticapitaliste, ambientaliste e di giustizia sociale a cui l’ecosocialismo deve rispondere. E queste e molte altre sono le domande che competono per la mia attenzione tra le cicale, la motosega e un mare di fascine che spero qualcuno possa trinciare a breve. *Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics. Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo Ripensare l’agricoltura in chiave ecosocialista proviene da Jacobin Italia.
July 11, 2026
Jacobin Italia
L’estate dell’ascolto: in Emilia-Romagna la musica riscopre la natura, la storia e la cura dell’umano
Da Rimini a Ravenna, fino alla pianura bolognese, una rete di rassegne culturali prestigiose propone un’alternativa etica ai mega-concerti della riviera, il cui impatto antropico mette a rischio habitat dunali e specie protette. Al centro: l’ecologia profonda, la sorellanza e la cura degli spazi comunitari. C’è un’Emilia-Romagna estiva che sfugge alle logiche del turismo di massa, del consumo rapido e dell’intrattenimento rumoroso. È un’area geografica e culturale che, nel mese di luglio, si riscopre legata da un filo invisibile: quello dell’ascolto profondo, dell’intimità e della cura reciproca tra l’essere umano e l’ambiente che lo ospita. Attraverso formati che uniscono la ricerca musicale, la cura dell’umano e dell’ambiente, diverse rassegne nelle province di Rimini, Ravenna e Bologna stanno tracciando una mappa della resistenza culturale, dimostrando come l’arte possa farsi custode del territorio e delle relazioni umane. Sintonizzarsi con la biosfera: il gemellaggio tra “In mezzo scorre il fiume” e “Altissime Voci” Il primo esempio di questa sinergia si manifesta sabato 11 luglio nell’incantevole e protetta cornice dell’Oasi del Quadrone a Medicina (BO), con l’evento Voci d’Acqua: voci d’acqua e sinfonie selvatiche. Non si tratta di un concerto tradizionale, ma di un’escursione sensoriale itinerante e completamente acustica (unplugged) che prenderà il via alle prime luci dell’alba, alle ore 07:00, da località La Vallona. L’appuntamento nasce dal gemellaggio artistico e d’intenti tra due festival regionali improntati all’ecologia profonda: In mezzo scorre il fiume, diretto dalla cantante e ricercatrice Luisa Cottifogli, e Altissime Voci – Festival Musicale tra Terra e Cielo, ideato e guidato da Arianna Lanci, mezzosoprano e responsabile LIPU di Rimini. L’evento vedrà le due artiste e direttrici fondere le proprie voci in un dialogo intimo con il paesaggio sonoro dell’oasi, muovendosi tra le tradizioni locali delle mondine, la poesia e l’improvvisazione vocale. La collaborazione con il Corpo Guardie Ambientali Metropolitane sottolinea la natura non solo artistica, ma civica dell’iniziativa. È l’espressione di una “sorellanza” che mette al centro la custodia della Terra, ricordando alla comunità l’interconnessione profonda tra uomo e biodiversità. Spazi restituiti alla comunità: la memoria sul colle di Rimini Spostandosi verso la costa, ma salendo sui colli di Covignano che dominano la riviera, la cura dell’umano e la valorizzazione del territorio trovano spazio nella seconda edizione di Serate al Colle – Tra cinema, storie e stelle. Promossa dall’Associazione Roveto Ardente APS con l’obiettivo di restituire alla cittadinanza il rinnovato giardino dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, la rassegna trasforma questo spazio verde in un avamposto di dialogo, silenzio e riflessione collettiva. L’iniziativa anima l’estate riminese attraverso un percorso culturale articolato in cinque giovedì a ingresso gratuito durante tutto il mese di luglio. Il calendario propone un’eterogeneità di linguaggi che spazia dal cinema d’autore all’approfondimento artistico: dopo l’apertura del 2 luglio dedicata alla proiezione di Leggere Lolita a Teheran, il programma prosegue il 9 luglio con un focus incentrato su Giotto e il fumetto. Il 16 luglio la rassegna culmina nell’intreccio narrativo-musicale dello spettacolo L’ascoltastorie, per poi riprendere con la settima arte il 23 luglio con Appuntamento a Land’s End e concludersi il 30 luglio con la pellicola L’Orchestra Stonata. Un mosaico di appuntamenti ideato per riscoprire la dimensione comunitaria e il valore civico della condivisione all’aria aperta. Archeologia della musica  Il viaggio attraverso questa estate dell’ascolto prosegue nel territorio ravennate con un pilastro della programmazione concertistica estiva: la rassegna I luoghi dello Spirito e del Tempo. Attiva da oltre trent’anni e inserita nel prestigioso network europeo REMA (Early Music in Europe), questa manifestazione si distingue per la sua capacità di fondere l’archeologia musicale con la valorizzazione del patrimonio monumentale romagnolo. Organizzato dal Collegium Musicum Classense, il festival persegue l’obiettivo etico di aprire al pubblico cortili, chiese e palazzi storici normalmente non visitabili, trasformandoli in culle di memoria e condivisione. È in questa imponente cornice che giovedì 30 luglio, alle ore 21:00, il cinquecentesco cortile di Palazzo Grossi a Castiglione di Ravenna ospiterà il Trio Lympha con il concerto Harmonia Mundi: il canto degli elementi. Attraverso l’uso di strumenti antichi e rari come il salterio e la nyckelharpa, uniti a percussioni e canti corali, la formazione proporrà un raffinato programma in cui la musica antica si fonde con le tradizioni popolari del mondo. Il filo conduttore della serata sarà il “battito degli elementi”, un concetto filosofico e sonoro capace di legare il misticismo medievale di Ildegarda di Bingen ai canti dei nativi americani. L’evento, ad ingresso a offerta libera, intende dimostrare come le radici musicali di culture, geografie e secoli apparentemente distanti rispondano allo stesso identico stimolo ancestrale: la vibrazione del cosmo e la profonda relazione spirituale tra l’essere umano e la natura. Un modello culturale per il futuro Cosa unisce, dunque, l’alba di Medicina, il giardino comunitario di Rimini e i palazzi storici del ravennate? La risposta risiede nella decostruzione del classico “grande evento” spettacolare a favore di una dimensione più intima, etica e sostenibile. Si avverte la necessità di porre un’alternativa ai mega-concerti che ogni estate si insediano sui litorali: appuntamenti di massa che rischiano di compromettere l’equilibrio delle delicate aree dunali, ecosistemi fragili dove la tutela della biodiversità — come la salvaguardia dei pulli di fratino o la protezione dei nidi di tartaruga marina — dovrebbe essere la priorità assoluta. Un precedente virtuoso in questa direzione viene tracciato ogni anno a giugno da Into the Blue – Sea Life Fest. Giunto nel 2026 alla sua sesta edizione, il festival organizzato da Fondazione Cetacea tra Rimini e Riccione è nato proprio per promuovere la coesistenza sostenibile tra le attività umane e la biologia marina. In questo panorama, tutti i festival citati non si limitano all’aspetto concertistico, ma propongono una musica concepita come strumento di connessione profonda, promuovendo cultura a 360 gradi. Le esecuzioni sonore si arricchiscono così, di volta in volta, di momenti emozionanti che uniscono ricerca (etnomusicologica o scientifica), alternandosi a seminari, conferenze di approfondimento, letture drammatizzate e poesia, offrendo al pubblico occasioni plurali di riflessione. Queste rassegne dimostrano che la musica e l’arte non devono necessariamente consumare il territorio che le ospita, ma possono valorizzarlo, proteggerlo e spiegarlo. In un momento storico segnato da forti crisi ambientali e sociali, in cui l’antropizzazione dei litorali mette a dura prova gli habitat costieri, e in cui tra cementificazione e taglio di alberi si mettono a rischio di alluvioni intere città, l’alleanza tra festival artistici regionali, il supporto reciproco tra artiste impegnate nel sociale e la scelta di dare spazio alla fragilità umana offrono un modello culturale necessario. In un paese in cui molti lavoratori dello spettacolo, per riuscire a sopravvivere, scelgono il silenzio o una “neutralità” che non li esponga pur di non scontentare i committenti per arrivare a fine mese, il successo di queste rassegne lancia un segnale potente. La loro crescente affluenza di pubblico non ha nulla a che fare con i grandi eventi commerciali di massa, rappresenta, al contrario, l’espansione di una comunità consapevole che cerca risposte e condivisione. In Emilia Romagna quest’estate la musica ci invita a fermarci e ad ascoltare, per meditare sul nostro passato… E sul futuro che vogliamo dipingere insieme. Per conoscere tutti gli appuntamenti delle Rassegne musicali citate: * In mezzo scorre il fiume: Per consultare il calendario completo della VII edizione del festival itinerante tra arte, musica e natura guidato da Luisa Cottifogli, è disponibile il portale ufficiale di In mezzo scorre il fiume. * Altissime Voci: Il programma completo del festival musicale dedicato ai rondoni e alla biodiversità urbana, ideato e diretto da Arianna Lanci, si trova sulla pagina Facebook Altissime Voci 2026 * Serate al Colle: Il cartellone completo dei cinque giovedì culturali ospitati nel giardino del Seminario vescovile sul colle di Covignano è raggiungibile sul portale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, * I luoghi dello spirito e del tempo: Per esplorare i trent’anni di storia della rassegna europea di musica antica e la scheda del concerto del 30 luglio a Palazzo Grossi, è possibile visitare il sito ufficiale: Collegium Musicum Classense o la pagina Facebook de I luoghi dello spirito e del tempo. * Into the Blue – Sea Life Fest: Per documentarsi sulle attività di salvaguardia della fauna marina romagnola e sui dettagli del festival sulla coesistenza balneare svoltosi a giugno, le informazioni ufficiali e i report dei nidi protetti sono pubblicati direttamente sul sito di Fondazione Cetacea. Redazione Italia
July 10, 2026
Pressenza
Le crociere, concausa della crisi energetica. Ma a Livorno 50 approdi in più nel 2026
Anche quest’anno la Fondazione LEM, riccamente sostenuta dal Comune di Livorno (cioè dalle nostre tasse) è andata in quel di Miami per portarsi a casa un altro po’ di crociere. È accaduto al Seatrade Cruise Global 2026, il principale evento … Leggi tutto L'articolo Le crociere, concausa della crisi energetica. Ma a Livorno 50 approdi in più nel 2026 sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Perù: Rafforzare la comunità e l’organizzazione per resistere e difendere il futuro dei territori
Mentre il Paese si prepara ad affrontare una nuova fase politica, tutto lascia intendere che l’estrattivismo continuerà a occupare un posto di rilievo nell’agenda nazionale. I segnali sono chiari. Negli ultimi anni sono state approvate norme che indeboliscono le istituzioni ambientali, limitano la partecipazione dei cittadini e criminalizzano la protesta contro i danni subiti dalle comunità a causa dei metalli pesanti e dell’inquinamento ambientale. Le ultime norme favoriscono l’espansione delle attività estrattive a scapito dei diritti delle comunità. A ciò si aggiunge uno scenario politico in cui la grande industria mineraria si profila come uno dei principali pilastri del prossimo governo. Il fujimorismo è stato uno dei principali promotori di norme che riducono i requisiti ambientali e che hanno progressivamente indebolito il quadro dei diritti dei cittadini, consolidando un modello di sviluppo che pone l’estrazione delle risorse al di sopra dei diritti umani, della protezione degli ecosistemi e dell’autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, questa storia non inizia oggi. Né finisce con un cambio di governo. Nei territori esiste una memoria che continua a vivere, costruita da comunità contadine, popoli indigeni, ronde contadine, organizzazioni sociali, lavoratori e difensori dei diritti che per decenni hanno sostenuto la difesa dell’acqua, della terra, degli ecosistemi e dei diritti collettivi. Quella memoria costituisce uno dei maggiori punti di forza del movimento sociale di fronte a un contesto sempre più avverso. LE ALTRE VOCI Tra il 24 e il 26 giugno, mentre Lima ospitava il Congresso mondiale delle miniere, si sono riuniti anche coloro che raramente vengono invitati negli spazi in cui si definisce il futuro del settore. Comunità colpite, organizzazioni sociali, popoli indigeni, lavoratori minerari e difensori dei diritti hanno ricordato che non esiste un vero dibattito sull’estrazione mineraria quando le voci dei territori rimangono ai margini delle decisioni. Questa è stata l’essenza del Forum Sociale «Le Altre Voci», uno spazio che ha rivendicato la necessità di porre al centro la democrazia, i diritti e la tutela dei territori. Le preoccupazioni espresse in quell’incontro non sono nuove. I conflitti socio-ambientali persistono, la pressione sulle risorse idriche continua e i meccanismi di tutela ambientale e lavorativa si indeboliscono, mentre l’estrazione mineraria informale e illegale continua ad espandersi al riparo di una debole presenza statale. Allo stesso tempo, le attività estrattive avanzano verso le sorgenti dei bacini idrografici, i territori indigeni, i ghiacciai, le valli agricole e gli ecosistemi strategici, senza che il Paese abbia definito una pianificazione territoriale che consenta di stabilire collettivamente quali attività siano compatibili con la vita e quali no. QUALI RIVENDICAZIONI SARANNO ASCOLTATE IN UNO SCENARIO DI POLARIZZAZIONE POLITICA? In questo contesto sorge una domanda fondamentale. Ci sarà spazio affinché le rivendicazioni delle comunità siano ascoltate in uno scenario segnato dalla polarizzazione politica e dalla crescente influenza degli interessi estrattivi? Esisterà la volontà di discutere una nuova governance mineraria quando da diversi settori del potere si insiste nel ridurre il dibattito alla crescita economica e agli investimenti? Queste domande non esprimono rassegnazione. Esprimono la necessità di mantenere una vigilanza costante e di rafforzare l’organizzazione sociale come condizione indispensabile per la difesa dei diritti. L’esperienza dimostra che i principali progressi in materia ambientale, territoriale e di diritti umani non sono scaturiti da concessioni spontanee del potere politico o economico, ma sono il risultato della mobilitazione, del coordinamento tra le organizzazioni e della tenacia delle comunità. LA GIUSTIZIA AMBIENTALE CONTINUERÀ A ESSERE UN COMPITO COLLETTIVO CHE POTRÀ ESSERE REALIZZATO SOLO ATTRAVERSO L’ORGANIZZAZIONE E LA SOLIDARIETÀ Per questo motivo, il momento attuale richiede di rafforzare le capacità delle organizzazioni sociali, rinnovare gli spazi di incontro e costruire alleanze più ampie tra comunità, popoli indigeni, lavoratori, collettivi giovanili, organizzazioni ambientaliste, mondo accademico e settori impegnati nella difesa della democrazia e dei beni comuni. In tempi di frammentazione, la coordinazione diventa una strategia politica indispensabile. Nessuna organizzazione potrà affrontare da sola l’avanzata di un modello estrattivo sostenuto da riforme legislative, interessi imprenditoriali e decisioni governative sempre più allineate. Sarà inoltre necessario mantenere viva la memoria delle lotte che hanno segnato la storia recente del Paese. Ricordare coloro che hanno difeso i propri territori non significa rimanere ancorati al passato. Significa riconoscere che le rivendicazioni in materia di giustizia ambientale, partecipazione effettiva, tutela dell’acqua, rispetto dei diritti del lavoro e garanzia dei diritti collettivi continuano ad essere attuali. La memoria rafforza l’identità dei movimenti sociali e impedisce che le stesse violazioni si ripetano sotto nuove forme. LA DEMOCRAZIA SI COSTRUISCE ANCHE A PARTIRE DAI TERRITORI Noi della Rete Muqui sosteniamo che il futuro del Paese non possa essere costruito mettendo a tacere chi abita i territori in cui vengono estratti i minerali. Non ci sarà fiducia finché le decisioni verranno prese senza un’effettiva partecipazione. Non ci sarà trasformazione se questa non fa che aggravare le disuguaglianze esistenti. Né basterà l’innovazione tecnologica se non si affrontano le cause strutturali dei conflitti, dell’inquinamento, della precarietà lavorativa e dell’esclusione delle comunità dalle decisioni che incidono sul loro presente e sul loro futuro. Le proposte avanzate dalle organizzazioni durante il Forum Sociale costituiscono una tabella di marcia per avanzare verso una governance mineraria democratica. L’effettiva partecipazione delle comunità, la protezione degli ecosistemi e delle risorse idriche, la garanzia dei diritti umani, una distribuzione più equa dei benefici, una risposta integrale al fenomeno dell’estrazione mineraria illegale e il rafforzamento dei diritti del lavoro non sono richieste astratte: rispondono a problemi concreti e a necessità urgenti del Paese. I prossimi anni saranno probabilmente segnati da una nuova offensiva estrattiva. Proprio per questo sarà ancora più importante rafforzare l’organizzazione, ampliare le alleanze, sostenere l’incidenza politica e mantenere aperte le possibilità di costruire alternative all’attuale modello di sviluppo. La resistenza non consiste solo nell’opporsi. Implica anche organizzarsi, immaginare e costruire un Paese in cui la democrazia si eserciti a partire dai territori, in cui il benessere collettivo prevalga sull’interesse particolare e in cui le altre voci smettano di essere considerate marginali per diventare protagoniste delle decisioni che definiranno il futuro del Perù. Lilian Oscco, segretaria esecutiva della Rete Muqui L’articolo originale è disponibile all’indirizzo: https://muqui.org/editorial-fortalecer-la-comunidad-y-la-organizacion-para-resistir-y-para-defender-el-futuro-de-los-territorios/   Redacción Perú
July 1, 2026
Pressenza
Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio
Dopo l’approvazione della legge statale n. 4/2026 sulle cosiddette “aree idonee” per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili, anche la Regione Toscana ha ripreso il percorso legislativo che si era interrotto a seguito della sentenza del TAR del Lazio. L’8 … Leggi tutto L'articolo Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)
La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi? La risposta, come sempre, è scomoda. In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare […] L'articolo Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano) su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Convegno di #Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la #guerra dell’Occidente all’ #ambiente di Redazione Contropiano Si è svolto sabato 20 giugno a #Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra.https://contropiano.org/news/ambiente-news/2026/06/22/convegno-di-ecoresistenze-lambientalismo-si-organizza-contro-la-guerra-delloccidente-allambiente-0196296
June 24, 2026
Antonio Mazzeo
«Zvërnec, il punto di non ritorno». La nuova stagione del conflitto in Albania
In Albania, la difesa dei fenicotteri della laguna di Zvërnec si è trasformata nel punto di emersione di un conflitto che riguarda terra, potere e diritto di cittadini e cittadine di intervenire sulle scelte che ridisegnano il loro Paese. Le mobilitazioni contro il progetto turistico di lusso legato a Jared Kushner, hanno messo in luce un malcontento che attraversa il Paese da anni e che si alimenta della sensazione diffusa che territori, spazi pubblici e risorse comuni vengano progressivamente sottratti alla popolazione per essere consegnati a interessi privati, oligarchie e investitori stranieri. Dietro la difesa di uno degli ecosistemi più delicati del Mediterraneo emerge così un interrogativo profondo su chi abbia il diritto di decidere il futuro dell’Albania e il destino delle sue terre. Lo raccontano due attiviste: Fioralba Duma, italo-albanese e membro dei collettivi Italiani Senza Cittadinanza, Mesdhe e Palestina e lirë, e Sidorela Vatnikaj, albanese di base a Tirana impegnata sui temi della giustizia di genere, urbana e sociale, con un percorso radicato nei movimenti contro la privatizzazione e la gentrificazione. Entrambe leggono nelle proteste di Zvërnec il punto di condensazione del conflitto tra bene pubblico e profitto privato, tra diritto collettivo alla terra e un modello di sviluppo imposto dall’alto. TERRITORIO, SOVRANITÀ E INTERESSI GLOBALI Per Fioralba Duma, Zvërnec è il luogo in cui una frattura politica sedimentata negli anni ha trovato finalmente un punto di rottura. «È vero, la protesta nasce dalla difesa di un ecosistema fragile, ma non solo. Parte dalla percezione che gli albanesi hanno del proprio peso politico, dalla possibilità concreta di incidere sulle decisioni che riguardano le loro terre, le loro istituzioni, il loro paesaggio. Zvërnec è, quindi, il punto di non ritorno di un malcontento che dura da decenni in Albania: quello verso istituzioni che sembrano pensare soltanto a svendere il Paese a interessi stranieri, a chi ha più potere, più ricchezza, più legami con il potere». Quando Duma parla di “svendita”, il riferimento è tanto locale quanto globale. Da un lato, la revisione della normativa sui parchi protetti e il declassamento della laguna di Narta-Zvërnec hanno modificato il regime di tutela dell’area, consentendo progetti edilizi e turistici che fino a poco tempo fa non sarebbero stati autorizzabili. Dall’altro, il progetto di Jared Kushner si inserisce in una rete di capitali transnazionali e relazioni geopolitiche che eccedono il caso albanese. «Si tratta di una cessione del territorio albanese a interessi internazionali. Senza contare che Kushner è legato a fondi e investimenti provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita». Il riferimento è ad Affinity Partners, la società di investimento creata da Jared Kushner dopo la fine del suo incarico alla Casa Bianca e sostenuta in larga parte dal fondo sovrano saudita. Tuttavia, per Duma, leggere questa vicenda solo attraverso la lente degli investimenti significherebbe perdere il quadro più ampio in cui si inserisce. «Non possiamo dimenticare che Kushner ha avuto un ruolo centrale nella negoziazione degli Accordi di Abramo». Firmati nel 2020 sotto l’amministrazione Trump, questi Accordi hanno normalizzato le relazioni tra Israele e diversi Paesi del Golfo, consolidando la rete politica e finanziaria che oggi alimenta anche molte delle operazioni economiche di Kushner. * Per Duma, quella rete si riflette anche nella visione di territori trasformati in asset immobiliari. In questa direzione, si colloca anche la cosiddetta “Gaza Riviera”: l’idea, emersa nel dibattito internazionale, di una riconversione immobiliare della Striscia di Gaza in una fascia costiera di lusso. Una prospettiva, quest’ultima, che si configura come paradigma estremo di espropriazione e valorizzazione speculativa del suolo. Da qui, il parallelismo con Zvërnec. Ciò che sta accadendo nella laguna riguarda un modello politico ed economico in cui la ridefinizione legislativa del territorio diventa lo strumento attraverso cui trasformare il bene comune in spazio da privatizzare. «È la stessa logica: guardare ai territori prima di tutto come occasioni di investimento». Duma sposta poi il discorso su un altro piano, dove lo spazio albanese si intreccia con la politica migratoria e con il ruolo del Paese negli equilibri regionali. «È una coincidenza significativa che l’accordo Rama-Meloni sia stato modificato proprio nello stesso giorno in cui è stata approvata la legge che rende possibili costruzioni e investimenti immobiliari in aree protette». Il riferimento è al protocollo siglato tra Edi Rama e Giorgia Meloni sulla gestione dei centri per migranti in territorio albanese. Questo accordo ha trasformato il Paese in uno spazio di esternalizzazione delle politiche migratorie italiane, destinando porzioni del suolo albanese alla detenzione e gestione di persone migranti intercettate dall’Italia. Per Duma, il parallelismo è politico prima ancora che giuridico. «Anche quell’accordo è un esempio chiaro del fatto che l’Albania non risponda più agli interessi dei suoi cittadini, ma metta i propri spazi a disposizione di altri governi, a volte persino gratuitamente». > Il progetto Kushner, la modifica delle leggi sulle aree protette e il > protocollo con l’Italia finiscono così per comporsi dentro uno stesso disegno, > che riguarda la progressiva messa a disposizione del territorio albanese – per > investimenti, infrastrutture o accordi geopolitici – attraverso processi > decisionali poco trasparenti e sempre più distanti dalla partecipazione > democratica. «Sono tutte queste dinamiche ad aver riempito il vaso del malcontento. E oggi quel vaso è traboccato». La geografia del conflitto non si esaurisce né a Zvërnec né a Rrjoll, località costiera nel nord dell’Albania che negli ultimi anni è diventata un altro dei luoghi simbolo delle tensioni legate alla privatizzazione del litorale e alla sottrazione di spazi alle comunità locali. «C’è anche la questione delle montagne. Una delle quattro richieste principali della mobilitazione riguarda proprio il cosiddetto “pacchetto montagne”, che apre alla privatizzazione delle aree alpine e montane del Paese, oltre al progetto Kushner». Si tratta di una proposta legislativa che punta a ridefinire l’uso di vaste aree montane dell’Albania, aprendo a concessioni e investimenti privati in territori finora rimasti in larga parte fuori dai grandi circuiti speculativi. Per Duma, questi processi si tengono insieme dentro una stessa architettura di potere. «Adesso il premier cerca di delegare ad altri la responsabilità di questo scempio. Ma ci sono sempre gli stessi oligarchi, con interessi nella politica, negli affari, nelle imprese e nei media. È tutto profondamente intrecciato». In questo intreccio, il ruolo dell’informazione diventa centrale. Duma sottolinea come, nelle prime fasi della protesta, la copertura mediatica sia stata limitata e frammentaria. «Uno degli elementi che ha segnato questa protesta è stato proprio il boicottaggio mediatico. All’inizio solo uno o due media hanno raccontato quello che stava succedendo. Poi altri si sono aggiunti, ma spesso speculando sulla mobilitazione». È anche per questo che, secondo Duma, il conflitto aperto a Zvërnec ha finito per catalizzare fratture che attraversano la società albanese in maniera trasversale. «Il disagio è molto profondo. Dentro questa protesta ci sono tanti temi: istruzione, sanità, salute pubblica, diritti, ma soprattutto la dimensione economica della vita sociale». Tra questi, uno dei più significativi è la migrazione. Negli ultimi anni, sono tantissimi i cittadini e le cittadine albanesi ad aver lasciato il Paese. «La migrazione dall’Albania è un tema centrale. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone se ne sono andate, soprattutto per ragioni economiche e per la mancanza di prospettive. Tuttavia, la diaspora continua a mantenere un legame forte con quello che accade qui. Anche per questo gli uccelli migratori, che sono diventati il simbolo di questa protesta, finiscono per richiamare qualcosa di molto concreto: il movimento di chi parte, la possibilità del ritorno e il rapporto che continua a esistere con il proprio Paese». LA FORMA URBANA DEL POTERE Per Sidorela Vatnikaj, quanto sta accadendo a Zvërnec si inserisce dentro una continuità politica che in Albania è visibile da molto tempo, soprattutto nei conflitti urbani. «Si tratta della stessa logica contro cui protestiamo da anni. Nel sud e nel nord del Paese riguarda l’appropriazione delle montagne, delle spiagge e delle aree protette. A Tirana riguarda soprattutto la privatizzazione di parchi e spazi collettivi». Al centro, spiega, c’è un processo decisionale verticale, in cui il governo procede senza consultazione pubblica, mentre il coinvolgimento di oligarchi e grandi investitori serve a consolidare e legittimare i progetti. È uno schema che, secondo Vatnikaj, Tirana conosce bene. Cita il caso del quartiere 5 Maggio, segnato da demolizioni e sgomberi, e quello di Kombinat, anch’esso attraversato da conflitti legati a trasformazioni urbane e processi di espulsione. «In quei quartieri, come in altri, architetti di fama internazionale sono stati usati per dare legittimità a processi violenti e corrotti di gentrificazione». > Da più di cinque anni, la capitale è stata attraversata da un processo > accelerato di gentrificazione e verticalizzazione che ha modificato il tessuto > urbano e reso l’abitare sempre più precario, mentre i movimenti urbani di > Tirana denunciano questi processi: «Prima si privatizzano beni pubblici, poi > questi spazi diventano strumenti di speculazione e, spesso, di riciclaggio di > denaro da parte di soggetti legati al crimine organizzato». La questione della trasformazione fisica degli spazi, finisce per investire direttamente la qualità democratica del Paese. «Si tratta della distruzione del bene pubblico, ma anche di una violazione dei processi democratici, dei diritti umani e delle leggi che dovrebbero proteggere questi territori. Nel frattempo molte comunità sono state espulse dalle loro case e dai loro quartieri senza alcuna spiegazione o informazione preventiva». Le conseguenze si misurano soprattutto sul piano dell’accesso alla casa. In una città dove il salario minimo si aggira intorno ai 400 euro e gli affitti medi superano ormai i 500 o 550 euro, il costo dell’abitare ha superato la capacità economica di una parte significativa della popolazione. «Oggi la casa è diventata economicamente insostenibile per la maggior parte delle persone. Non è possibile pagare un affitto e allo stesso tempo sostenere il costo della vita». Per Vatnikaj, il paradosso che attraversa Tirana si condensa in questo punto: mentre gli affitti continuano a salire, anche il numero dei grattacieli cresce. «Più gli affitti diventano cari, più aumentano i grattacieli. E la domanda è inevitabile: se le persone non possono permettersi di vivere qui, per chi stanno costruendo?». Una domanda che, secondo i movimenti urbani, si intreccia con la questione sull’origine dei capitali che alimentano il boom edilizio. «Questi appartamenti vengono venduti, ma spesso nessuno sa davvero da dove arrivino i soldi». Su questo fronte, ricorda Vatnikaj, anche la magistratura ha aperto indagini che riguardano ipotesi di riciclaggio di denaro, confermando un sospetto che i movimenti denunciano da tempo, sottolineando come la trasformazione urbana della capitale non risponda ai bisogni sociali, ma a logiche speculative e finanziarie sempre meno chiare. Tuttavia, il nodo è più profondo è riguarda un modello di trasformazione che investe insieme spazio, vita sociale e potere politico. «Si tratta della dissoluzione delle comunità e dello sconvolgimento delle vite delle persone, ma anche dell’affermazione di un’idea distorta di controllo, secondo cui tutto deve essere regolato, governato e convertito in profitto, persino lo spazio pubblico». È da qui che Vatnikaj legge anche l’ampiezza della mobilitazione in corso. Dopo giorni consecutivi di protesta, il movimento nato attorno a Zvërnec appare ormai come il punto di convergenza di conflitti diversi. Quello che si sta mettendo in discussione è un’intera architettura di potere costruita negli ultimi trentasei anni, fondata sull’alternanza e la collaborazione tra i due principali partiti, sostenuta da oligarchie economiche, grandi gruppi mediatici e istituzioni internazionali. «Per anni queste forze hanno governato insieme, con il sostegno degli oligarchi che hanno tratto profitto dalla privatizzazione dei beni pubblici, dei media che fanno parte di questo stesso sistema, e delle istituzioni internazionali che continuano a sostenere l’autocrazia di Edi Rama». Per questo, conclude, ciò che sta prendendo forma nelle piazze albanesi è un’affermazione politica. «Quello che stiamo costruendo oggi è anche una speranza. È un modo per dire che vogliamo un’altra Albania, un’altra idea di sviluppo. Per noi la crescita di un Paese non può coincidere con la privatizzazione dei beni pubblici, nè con la distruzione di quartieri o case per costruire resort di lusso. Significa costruire un’Albania democratica e più giusta, dove non siano autocrati e oligarchi a decidere delle nostre vite». Le immagini sono di Trivet Art e Flamingo Revolution Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Zvërnec, il punto di non ritorno». La nuova stagione del conflitto in Albania proviene da DINAMOpress.
June 24, 2026
DINAMOpress
#Milazzo, l’ultima estate di spiagge e mare per tutti #ambiente #mare #benecomune A partire dal 2027, il Comune di Milazzo rilascerà 18 concessioni per altrettanti lidi che sorgeranno della splendida spiaggia di Ponente. Ogni struttura occuperà 4.000 m2 tra terrapieno e spiaggia. Oltre 7 ettari di ombrelloni, cabine, bar e ristoranti in mano a un gruppo di privati che impediranno a migliaia di famiglie di godere del mare bene comune. https://www.youtube.com/watch?v=L6aBr7os90o
June 23, 2026
Antonio Mazzeo