Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile
Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima
enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza
artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla
diagnosi teologica alla prescrizione politica.
Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la
tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la
concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta
l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e
imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana.
Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le
Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il
Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic
Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms,
Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia —
l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che
l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente
virtuoso.
La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma
fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far
perdere di vista qualcosa di più importante.
Il problema non è il Vaticano
I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi,
energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti
online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie
escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in
modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri
dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere
a un problema che non è più il problema centrale.
La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della
guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli
schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul
tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli
strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance.
Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile
in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci
sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro.
L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale,
non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una
propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture
invisibili del potere.
Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo
territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli
algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni
pubbliche e persino il concetto stesso di verità.
Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una
logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle
piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione
algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le
assunzioni.
Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo.
La finanza etica e il suo soffitto strutturale
Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti
hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali
più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione
dell’esposizione a certi rischi reputazionali.
Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non
riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità
private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al
controllo democratico.
Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un
solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale,
dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente
profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la
propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti
disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella
singola istituzione. È nel paradigma.
Che cosa servirebbe, invece
Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei
documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di
enforcement.
L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica
più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono
frutto della collettività.
Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti
digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act
europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul
lavoro.
L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale
globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto
prima in spazi molto meno solenni.
Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver
nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce
a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a
una lista di settori proibiti.
Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati
finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o
non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia
operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare
come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche.
Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo.
Fonti
• Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica”
Debug dei Desideri – Substack
• Comunicato stampa IOR
Istituto per le Opere di Religione
• Enciclica Magnifica Humanitas
Vatican.va
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