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Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
7° PACCHETTO SICUREZZA E GUERRA AI GIOVANI: IL GOVERNO MELONI RENDE IMPUTABILI I MINORI DAI 14 AI 18 ANNI
Guerra ai giovani. Il Governo Meloni, in perenne campagna elettorale, ha varato il settimo pacchetto sicurezza in 4 anni di governo: non sono evidentemente bastati i primi 6 per decidere, ancora una volta, la stretta sui giovani e giovanissimi. Il nuovo provvedimento interviene sull’articolo 98 del Codice penale, introducendo una presunzione capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto 14 anni e non ancora 18. Il nuovo Ddl prevede che i minori  siano sempre considerati imputabili in caso di reati, fino a prova contraria. Finora il giudice doveva, accertare caso per caso se il minorenne fosse capace di intendere e di volere, con il disegno di legge approvato nel pomeriggio dal Consiglio dei ministri ora “viene invertito l’onere della prova”. Abbiamo raccolto le considerazioni di Michele Miravalle che si occupa di disagio psichiatrico e minorile per l’associazione Antigone. Ascolta o scarica Andrea Savoldi, educatore che si occupa di penale minorile per la Cooperativa Il Calabrone di Brescia. Ascolta o scarica
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
L’infanzia come bersaglio. Il rapporto ONU che documenta la distruzione dei bambini di Gaza
Il nuovo rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite raccoglie oltre due anni di indagini sui Territori Palestinesi Occupati e documenta migliaia di violazioni contro i minori. Un testo destinato a incidere nel dibattito sul diritto internazionale e sulle responsabilità politiche della comunità internazionale. C’è un documento di ottantanove pagine depositato davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 18 giugno 2026. Si chiama The essence of childhood has been destroyed. Lo ha redatto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati. Non è un comunicato di un’organizzazione umanitaria. Non è un rapporto di parte. È il risultato di oltre due anni di indagini, migliaia di fonti aperte verificate forensicamente, interviste a medici, testimoni, sopravvissuti, analisi balistiche, immagini satellitari, scansioni TC di bambini feriti. È, per dirla senza perifrasi, la più dettagliata documentazione di sterminio metodico dell’infanzia mai prodotta da un organo delle Nazioni Unite nel XXI secolo. Almeno 20.179 bambini uccisi tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025. Quarantaquattromila feriti. Cinquemilasessanta ancora sepolti sotto le macerie. Diciassettemilacinquecento non accompagnati, senza famiglia, senza nome. Cinquantottomila che hanno perso uno o entrambi i genitori. Questi non sono dati di Hamas, né del Ministero della Salute di Gaza: sono cifre verificate e citate dalla stessa Commissione ONU incrociando UNICEF, OCHA e Save the Children. Il trenta per cento dei morti totali del conflitto è composto da minori, una percentuale che supera quella di ogni precedente escalation israeliana su Gaza (quella del 2008–2009 e quella del 2014) e che la Commissione riconduce esplicitamente all’espansione dei criteri di targeting e all’uso sistematico di armi ad area vasta in zone densamente popolate da civili. Il rapporto documenta qualcosa che le cancellerie occidentali si rifiutano sistematicamente di nominare: un pattern deliberato. Bambini colpiti alla testa e al torace da cecchini a distanza ravvicinata. Neonati di dieci giorni presi di mira da quadricotteri mentre venivano allattati in una tenda. Fratelli di dieci e nove anni uccisi da un drone mentre raccoglievano legna per il padre sulla sedia a rotelle, nella zona grigia della cosiddetta «linea gialla» istituita dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Medici internazionali che descrivono agli investigatori ONU un pattern di ferite da arma da fuoco unica, di precisione, su bambini isolati, spesso mentre gli adulti vicini restano illesi: indicatore tecnico, riconosciuto dai due patologi forensi indipendenti consultati dalla Commissione, di targeting intenzionale e non di fuoco indiscriminato. Il rapporto è anche un catalogo di dichiarazioni pubbliche che la Commissione inserisce nell’analisi dell’intento genocidario ai sensi dello Statuto di Roma, non come curiosità retoriche ma come elementi costitutivi della mens rea. Un membro della Knesset che il 30 gennaio 2025 afferma: «Gaza è piena di terroristi e ogni bambino che vi nasce è già un terrorista, dal momento della sua nascita». Un altro, durante una sessione plenaria del 9 maggio 2025: «Quello che è stato fatto a Gaza è una vergogna che non sia andata peggio. Non ci sono innocenti». Un ex deputato del Likud, in un’intervista televisiva israeliana del maggio 2025: «Ogni bambino a Gaza è il nemico. Non dobbiamo lasciare un solo bambino gazawi là». Queste dichiarazioni, lette insieme al pattern operativo documentato sul campo, concorrono a costruire il quadro probatorio che la Commissione ritiene sufficiente, con lo stesso standard di prova utilizzato dalla CPI per i mandati di arresto, per concludere che siamo di fronte a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Poi ci sono gli ospedali. Al-Nasr Pediatrico attaccato tre volte in una settimana del novembre 2023, fino alla chiusura forzata, con quattro neonati trovati in decomposizione nelle incubatrici spente quando i giornalisti poterono accedervi durante la prima tregua. Al-Rantisi, unico ospedale pediatrico specializzato rimasto operativo a Gaza, colpito il 16 settembre 2025 con ottanta pazienti all’interno. Le unità di terapia intensiva neonatale ridotte da 178 incubatrici a 54, con tre o quattro neonati costretti a condividere la stessa macchina. Operazioni chirurgiche su bambini eseguite senza anestesia, con materiale non sterile. Quindici neonati morti di ipotermia tra dicembre 2024 e febbraio 2025 nelle tende degli sfollati, in condizioni che la stessa UNICEF ha definito «prevenibili». Il quarto ciclo di vaccinazione antipolio per seicentomila bambini bloccato dal divieto israeliano di ingresso degli aiuti umanitari nell’aprile 2025, in un territorio dove il poliovirus era ricomparso dopo venticinque anni di eradicazione. Qui si apre la questione politica che nessun governo europeo vuole affrontare. L’Italia, come la Francia, la Germania e il Regno Unito, continua a vendere o a non bloccare la vendita di componenti militari a Israele, continua ad astenersi o a votare contro le risoluzioni ONU che chiedono l’embargo sulle armi, continua a definire «preoccupante» ciò che il diritto internazionale qualifica diversamente. La formula del «sostegno al diritto di Israele a difendersi» funziona da schermo per una complicità che il rapporto ONU rende difficilmente negabile: bambini uccisi con precisione da cecchini e droni in pieno giorno, in aree dove nessuna minaccia militare concreta era verificabile, da unità militari identificate dalla Commissione per nome e numero: la 162ª Divisione, la 98ª Divisione, la Brigata Kfir, la Multi-Dimensional Unit 888, la Brigata Efraim e la Brigata Menashe. La solidarietà con il popolo palestinese non è una postura morale che si esaurisce nell’indignazione. Si traduce in pressione concreta sui governi, in rifiuto dell’acquiescenza parlamentare, nella costruzione di reti di supporto legale, umanitario e culturale, nella richiesta pubblica e nominativa di una risposta politica a ottantanove pagine di documentazione forense che sono già agli atti di un organo delle Nazioni Unite. Significa non accettare che il silenzio istituzionale diventi la norma. Il titolo del rapporto è una citazione di un medico che lavora a Gaza, raccolta da un investigatore ONU. Ha detto che l’essenza dell’infanzia è stata distrutta, non che i bambini sono morti, ma che l’infanzia come condizione umana, come spazio di crescita e come proiezione di futuro è stata sistematicamente eliminata. Ottantanove pagine di documentazione forense depositate agli atti di un organo delle Nazioni Unite rendono questa affermazione incontestabile. Ciò che resta, per chiunque abbia responsabilità politica nei Paesi che continuano a guardare altrove, è la misura esatta della propria complicità. FONTI • Rapporto ONU A/HRC/62/CRP.2 – The essence of childhood has been destroyed https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-israel • Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-israel • UNICEF – State of Palestine https://www.unicef.org/sop • OCHA – Occupied Palestinian Territory https://www.ochaopt.org Francesco Russo
June 26, 2026
Pressenza
Gaza, le prove nelle ferite dei bambini
Il reportage del de Volkskrant premiato all’European Press Prize 2026 documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Un giornalismo che supplisce all’assenza di giornalisti. E istituzioni che fanno finta di non sentire. Il 3 giugno 2026, a Lisbona, l’European Press Prize ha assegnato il Distinguished Reporting Award ai giornalisti olandesi Maud Effting e Willem Feenstra del de Volkskrant per il reportage What the wounds are telling us, in italiano: Cosa ci dicono le ferite. La giuria lo ha definito “un lavoro straordinario che combina raccolta di dati e ritratti profondamente umani dei medici”, sottolineando come il pezzo costruisca intorno a questi testimoni la cornice di “ultimi osservatori internazionali”. Il premio più prestigioso del giornalismo europeo, selezionato tra oltre ottocento candidature da quarantaquattro Paesi, va dunque a un’inchiesta su Gaza. C’è un paradosso in questo riconoscimento che vale la pena nominare con chiarezza. L’Europa che premia è la stessa Europa che, con poche eccezioni, si è rifiutata di vedere. I governi degli stessi Paesi da cui provengono i medici-testimoni — Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi — hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica o semplicemente silenzio. Il premio arriva tre anni dopo l’inizio di una guerra che ha prodotto, secondo le autorità sanitarie di Gaza, oltre 64.000 morti, quasi 20.000 dei quali bambini. Premiare il giornalismo che ha documentato questo è giusto. Ma il gesto rischia di assolvere, indirettamente, l’inerzia politica che quel giornalismo ha denunciato. Il reportage del Volkskrant vale la pena di essere letto nella sua interezza e di essere raccontato, nei limiti che il rispetto del lavoro altrui impone, perché contiene qualcosa che i comunicati ufficiali e i dibattiti parlamentari non riescono a trasmettere: la specificità concreta del male. Effting e Feenstra hanno parlato per mesi con diciassette medici e un infermiere che, dall’ottobre 2023, hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche attraverso Gaza, spesso tornandoci due volte. Chirurghi d’emergenza, anestesisti, ortopedici, chirurghi plastici, intensivisti. Molti avevano esperienza in Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina. Nessuno era preparato a quello che ha trovato. A loro, e non ai giornalisti che Israele esclude sistematicamente da Gaza, è toccato il compito di testimoniare. Le sale operatorie, scrivono Effting e Feenstra, sono diventate sale di redazione. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze, supportate da fotografie, radiografie, appunti clinici e diari personali consegnati al giornale, ruota attorno a un dato che i due autori hanno costruito con precisione metodologica: quindici medici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Conteggio conservativo, casi incerti esclusi: almeno 114 bambini. La maggior parte non è sopravvissuta. Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato. Non è shrapnel. Non è il danno da esplosione indiscriminata. È un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza. Il patologo forense Wim Van de Voorde, professore emerito all’Università di Lovanio, ha esaminato le immagini: «È molto probabile che si tratti di colpi a lunga distanza, mirati alla testa e al collo, con munizioni militari». Il patologo Frank van de Goot, osservando le radiografie dei crani infantili con proiettili conficcati all’interno, ha notato che le pallottole avevano perso molta energia lungo il percorso, segno che i bambini erano stati colpiti da distanza considerevole. L’ex comandante delle forze di terra olandesi Mart de Kruif ha escluso che più di cento casi analoghi possano essere attribuiti al caso: «Se vedi un numero elevato di ferite da arma da fuoco all’area del petto e alla testa, non si tratta di danni collaterali. Si tratta di targeting deliberato». Israele ha rifiutato di rispondere alle domande sui cecchini. Il governo Netanyahu nega che i soldati sparino deliberatamente sui civili. Ma soldati anonimi hanno confessato il contrario sul quotidiano israeliano Haaretz, e l’organizzazione Breaking the Silence, fondata da veterani dell’esercito israeliano, ha documentato, sulla base di centinaia di interviste, ordini di sparare su chiunque entrasse in determinate aree. Vi è poi un secondo piano documentato dal reportage, forse il più perturbante perché il meno discusso: quello che i medici hanno chiamato, con un termine che rimanda all’universo videoludico, la gamification della guerra. I chirurghi hanno notato ondate di pazienti le cui ferite sembravano coordinate per regione corporea: testa e collo un giorno, addome il giorno dopo, arti il seguente, poi genitali. Il chirurgo Nick Maynard dell’Università di Oxford ha raccontato al giornale che un residente in urologia del Nasser Hospital ha trattato quattro ragazzi colpiti ai testicoli in un singolo giorno. Goher Rahbour ha visto cinque o sei pazienti in una giornata con colpi a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. I soldati israeliani, sempre su Haaretz, hanno ammesso di sparare sui civili in attesa agli snodi di distribuzione alimentare, chiamando questa pratica con il nome di un gioco infantile, il semaforo, in cui i civili “sanno” che possono avvicinarsi solo quando il fuoco si interrompe. Non è un dettaglio marginale. È la descrizione di un sistema che ha trasformato l’uccisione in routine ludica, attribuendo al tiro sui corpi una struttura di gioco con regole, punteggi, record. Nel 2020, cecchini israeliani avevano già raccontato a Haaretz di gare per colpire il maggior numero di ginocchia in una singola giornata: il primato era di quarantadue. A tutto questo si aggiunge la documentazione sulle armi a frammentazione. Nove medici hanno riferito di aver estratto dai corpi dei pazienti, bambini inclusi, minuscoli frammenti metallici a forma di cubo o cilindro, capaci di produrre ferite di ingresso microscopiche e devastazione interna massiccia. Il chirurgo Mark Perlmutter, vicepresidente dell’International College of Surgeons, afferma di aver consegnato due frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. L’esercito israeliano definisce questa documentazione «una menzogna palese» e nega di possedere o impiegare tali armi. Il 28 maggio 2025, Feroze Sidhwa, il chirurgo californiano che aveva aperto il reportage con la scena dei quattro bambini intubati il suo primo giorno a Gaza, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «I miei pazienti avevano sei anni, con schegge nel cuore e proiettili nel cervello». Aveva ammorbidito il discorso originale su consiglio di un amico fidato, per non allontanarsi troppo dalla convenzione diplomatica. Eppure quella frase è rimasta. Ed è rimasta inascoltata. Il reportage di Effting e Feenstra fa quello che il giornalismo deve fare quando le istituzioni abdicano: costruisce un archivio. Fotografie, radiografie, diari, testimonianze incrociate, perizie forensi. Un archivio che dice, con il linguaggio della medicina trasformata in prova, ciò che la politica si rifiuta di nominare. Sidhwa, tornato a Stockton, ha ripreso i suoi pazienti in California. Mamode ha strappato la tessera del Partito Laburista. Perlmutter ha consegnato i frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. Ognuno di loro ha fatto la propria parte. Il premio di Lisbona certifica che quella parte era anche giornalismo. Resta aperta, e sempre più urgente, la domanda su quale parte tocchi a chi ha il potere di agire e continua a non farlo. Fonti Maud Effting, Willem Feenstra, What the wounds are telling us, de Volkskrant, settembre 2025 (Distinguished Reporting Award, European Press Prize 2026, cerimonia di Lisbona, 3 giugno 2026) https://www.volkskrant.nl/kijkverder/v/2025/gunshot-palestine-children-israel-war~v1819649/ Feroze Sidhwa et al., 65 Doctors, Nurses, and Paramedics: What We Saw in Gaza, The New York Times, 9 ottobre 2024 https://www.nytimes.com/interactive/2024/10/09/opinion/gaza-doctors-letter.html Breaking the Silence, The Perimeter, rapporto basato su interviste a soldati israeliani, 2024 https://www.breakingthesilence.org.il/the-perimeter BBC News, indagine su oltre 160 bambini feriti da arma da fuoco a Gaza, agosto 2024 https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo The Lancet, gruppo di ricercatori internazionali sulla stima delle vittime a Gaza, 2024 https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(24)01169-3/fulltext Nizam Mamode, audizione davanti alla commissione parlamentare britannica, autunno 2024 https://committees.parliament.uk/event/22392 Feroze Sidhwa, intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, New York, 28 maggio 2025 https://webtv.un.org/en/asset/k1m/k1m4v8a3x7 Amnesty International, rapporti sull’uso di armi a frammentazione a Gaza, 2023–2025 https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north-africa/middle-east/israel-and-occupied-palestinian-territory/ Haaretz, testimonianze anonime di soldati israeliani sul tiro sui civili e sui punti di distribuzione alimentare, 2024–2025 https://www.haaretz.com Haaretz, inchiesta sui cecchini israeliani e il tiro alle ginocchia, 2020 https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-israeli-snipers-brag-about-shooting-gaza-protesters-knees-1.8632555 Francesco Russo
June 6, 2026
Pressenza
La realtà del sistema di accoglienza per i minorenni
Accogliere un bambino, una bambina o un adolescente temporaneamente fuori dalla propria famiglia d’origine significa attivare un percorso di protezione, cura e accompagnamento che coinvolge servizi, comunità, istituzioni, operatori e territori. Le comunità per minorenni e i servizi rivolti ai genitori con figli non rappresentano una risposta isolata, ma una componente del sistema integrato di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, chiamato a sostenere i legami familiari, promuovere il benessere dei minorenni e costruire condizioni concrete per il loro futuro. Nei giorni scorsi, durante il convegno “Valore e Qualità dell’Accoglienza nelle comunità per minorenni”, che si è svolto a Roma presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti e SOS Villaggi dei Bambini ETS hanno presentato una fotografia dell’accoglienza dei minorenni – in comunità e non solo – che restituisce la realtà e la complessità dei servizi e degli interventi realizzati per garantire i diritti di bambini, bambine e adolescenti. Quando l’accoglienza ha maggiori probabilità di funzionare davvero? È da questa domanda che prende avvio la ricerca di SOS Villaggi dei Bambini ETS. Lo studio ha analizzato 499 percorsi conclusi tra il 2018 e il 2024: 141 nei servizi genitore-bambino e 358 nei servizi residenziali per minorenni. Per valutare l’efficacia dell’accoglienza, SOS ha scelto di dotarsi di quattro indicatori rigorosi, intesi come standard di qualità per orientare in modo sempre più preciso l’azione educativa: esistenza del PEI Progetto educativo individualizzato, verificata nell’82,8% dei casi; coerenza della dimissione rispetto a quanto previsto nel Progetto Quadro, verificata nell’85,6% dei casi; raggiungimento di almeno il 50% degli obiettivi previsti nel PEI, verificato nel 73,7% dei casi; coinvolgimento fattivo del bambino, della bambina o dell’adolescente nella preparazione del progetto di uscita, verificato nel 64,1% dei casi. SOS considera un esito pienamente positivo solo quando tutti e quattro i criteri risultano verificati contemporaneamente: una scelta esigente che fissa uno standard elevato, perché alcune condizioni non dipendono esclusivamente dalla struttura di accoglienza, ma anche dal lavoro dei servizi pubblici, dalla situazione familiare, dalla rete territoriale e dalla complessità dei singoli percorsi. Dall’analisi emergono alcuni fattori decisivi. Nei servizi residenziali per minorenni, aumentano le probabilità di esito positivo quando è possibile lavorare sulla presenza familiare, anche in situazioni complesse, e quando fratelli e sorelle vengono accolti insieme. Le problematiche relazionali e comportamentali del singolo minorenne richiedono, invece, un presidio specifico. Nei servizi genitore-bambino incidono l’età all’ingresso, la presenza di forme di disagio documentate o certificate, la cittadinanza straniera e la natura delle problematiche familiari. La ricerca conferma così che l’accoglienza di qualità non si misura solo nella disponibilità di un luogo sicuro, ma nella capacità di costruire percorsi educativi personalizzati, partecipati e sostenuti da una rete stabile di relazioni, servizi e istituzioni. L’indagine del CNCA analizza invece la qualità dei servizi di accoglienza per minorenni e genitori con figli promossi dalla propria rete, il cui motore è il sostegno ai diritti dei minorenni. La “scelta professionale” e la competenza pedagogica sono gli elementi che permettono al sistema di restare in piedi nonostante investimenti regionali spesso non sufficienti. Alla ricerca hanno partecipato 101 organizzazioni delineando un sistema solido e professionalizzato, dove la cooperativa sociale rappresenta la forma giuridica prevalente (75%). Il 45% dei dirigenti collabora con la propria realtà da oltre 20 anni. Il sistema CNCA gestisce 1.793 unità di offerta. In particolare: 497 strutture residenziali per minorenni, 315 centri e attività diurni, 17 centri e attività a carattere sociosanitario, 114 asili e servizi per la prima infanzia, 124 interventi di supporto alla persona, famiglia e rete sociale, 248 interventi di integrazione sociale, 478 interventi e servizi educativo-assistenziali. L’area degli interventi educativo-assistenziali è numericamente quasi pari all’area dell’accoglienza residenziale. Questo equilibrio dimostra la volontà politica del CNCA di investire nella prevenzione dell’allontanamento e nella protezione dei legami familiari originali attraverso il sostegno domiciliare e scolastico, facendo ricorso alla residenzialità – su indicazione dei servizi pubblici invianti – solo nei casi di necessità. Negli anni sono nati nuovi servizi per rispondere in modo più adeguato a nuovi e vecchi bisogni. In particolare, sono cresciuti del 50% gli alloggi per l’autonomia, rivolti alle persone che escono dalle comunità, momento di massima vulnerabilità. In leggera crescita anche il numero delle comunità educativo-psicologiche, una risposta all’emergenza della salute mentale post-pandemica. Il profilo delle persone accolte riflette le faglie della società. Il disagio sociale (25%) e l’incuria (23%) sono i problemi più presenti. Negli ultimi 5 anni, poi, è cresciuta la sofferenza della sfera psico-relazionale (51%) e dei disturbi psichiatrici (49%). Il CNCA si oppone alla “sanitarizzazione” forzata: l’obiettivo è mantenere un ambiente di “normalità accogliente” anche per i minorenni con alta complessità clinica, evitando di trasformare le comunità in reparti ospedalieri mascherati. La comunità CNCA è un sistema aperto. La sinergia con i servizi pubblici è solida (86%) e i rapporti di collaborazione con le formazioni sociali del territorio sono stabili e significativi (90%). Persiste invece una difficoltà nell’interazione con le imprese del territorio (solo il 16% di rapporti costanti), che limita le opportunità di inserimento lavorativo, e dunque di autonomia, per i neomaggiorenni. Qui la ricerca di SOS Villaggi dei Bambini: https://www.sositalia.it/getmedia/3461a63a-9635-44cf-8527-8ca34fdb9772/Ricerca-Predittiva-SOS-Villaggi-dei-Bambini-DEF.pdf. Qui la ricerca del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti – CNCA: https://www.cnca.it/wp-content/uploads/2026/05/CNCA-NGF_report-ricerca_web.pdf. Giovanni Caprio
May 18, 2026
Pressenza
Assicurare ai Minori anche il diritto alla Sicurezza Cibernetica
L’adescamento di minori online rappresenta una delle minacce più insidiose e pericolose per i bambini e gli adolescenti, un fenomeno che, come sottolinea il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online (C.N.C.P.O.), negli ultimi due anni evidenzia, pur mantenendosi su livelli elevati, un’evoluzione che richiede interventi sempre più specializzati e tempestivi. Nel 2025, il numero complessivo dei casi trattati si attesta a 434, frutto di un’intensificazione delle attività di prevenzione e educazione digitale. L’adescamento online, infatti, è un fenomeno che si sviluppa e si manifesta nelle piattaforme digitali sempre più precocemente utilizzate da bambini e ragazzi, come i social network le app di messaggistica istantanea e, più recentemente i videogiochi online. Spesso è nei luoghi virtuali del gioco che gli adescatori “avvicinano” i giovanissimi, nascondendosi dietro profili falsi di sedicenti coetanei, pronti ad usare tecniche di manipolazione affettiva per ottenere immagini sessuali, video e addirittura incontri reali con potenziali vittime. Come si legge nel report > “Tracce digitali, vittime reali: l’impegno a difesa e protezione dei più > piccoli, pubblicato in occasione della Giornata Nazionale contro la Pedofilia > e la Pedopornografia (5 Maggio), “un’analisi più approfondita dei dati mostra > come il rischio non sia distribuito in modo uniforme tra le diverse fasce > d’età. Se è vero che i bambini tra i 0 e i 9 anni rappresentano ancora una > quota relativamente minore di vittime, con 17 casi, è altrettanto vero che si > tratta di una tipologia di vittime particolarmente fragili per le quali un > approccio sessuale precoce e tecnomediato può costituirsi come trauma concreto > con potenzialità dannose piuttosto elevate. La fascia d’età 10-13 anni > registra 179 casi. In questa fase dello sviluppo i minori iniziano a esplorare > il mondo digitale in maniera più autonoma, utilizzando i social media e le > chat per stringere nuove amicizie. Gli adescatori sfruttano questa apertura > per avvicinarsi alle vittime, fingendo di condividere interessi comuni e > instaurando un rapporto basato su fiducia e manipolazione. È in questo > contesto che la Polizia Postale ha rafforzato le proprie strategie di > prevenzione, promuovendo campagne di sensibilizzazione rivolte sia ai ragazzi > che ai genitori, affinché possano riconoscere segnali di pericolo e adottare > comportamenti più sicuri online. Infine, il dato più significativo riguarda la > fascia 14-16 anni, con 238 casi. Il volume registrato in questa fascia d’età > riflette la crescente esposizione degli adolescenti a dinamiche digitali > complesse, che vanno dal sexting alla condivisione di immagini intime, > talvolta indotte con minacce o ricatti. Gli adescatori mirano a minori di > questa età consapevoli della loro naturale curiosità per la seduzione, la > sessualità e l’interazione libera, consapevoli di quanto i ragazzi si sentano > sicuri in un dominio, quello digitale, in cui credono di muoversi con maggiore > dimestichezza, minore esposizione corporea senza particolari controlli.”: https://www.commissariatodips.it/docs/giornata-nazionale-contro-la-pedofilia-report-2026.pdf. L’impegno nella tutela dei minori e le attività di prevenzione e contrasto ai fenomeni di abuso sessuale nel dominio cibernetico potrebbe essere uno dei temi da trattare in occasione del prossimo 27 maggio, 35° anniversario della ratifica italiana della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (https://www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/). Anche quest’anno l’UNICEF Italia, con il patrocinio dell’ANCI, lancia la quinta edizione della campagna DIRITTI IN COMUNE e invita tutte le amministrazioni comunali a partecipare. I Comuni svolgono un ruolo determinante nell’assicurare ai bambini e agli adolescenti che tutti i diritti siano garantiti. Aderire a DIRITTI IN COMUNE rappresenta quindi un’opportunità per i Comuni di far conoscere la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in maniera diffusa e per ogni amministratore, di farsi portavoce dell’importanza di costruire contesti territoriali capaci di ascoltare le necessità e di rispondere ai reali bisogni delle giovani generazioni, ribadendo il ruolo fondamentale dei Comuni nella promozione del benessere dei minorenni. DIRITTI IN COMUNE è l’iniziativa dell’UNICEF Italia, promossa nell’ambito del Programma UNICEF Città amiche dei bambini e degli adolescenti (https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/), rivolta a tutti i Comuni italiani per sensibilizzare gli amministratori stessi, i dipendenti delle amministrazioni comunali e i cittadini, alla promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Molteplici le azioni di comunicazione che le amministrazioni locali possono realizzare utilizzando i canali social istituzionali e degli amministratori. È inoltre possibile, promuovere la campagna sulla homepage del sito del Comune e distribuire i materiali messi a disposizione dall’UNICEF Italia, in tutti gli uffici e i luoghi pubblici, nelle scuole e durante eventi organizzati per l’occasione. Le amministrazioni comunali che partecipano hanno l’opportunità di: promuovere e rafforzare la conoscenza della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza tra amministratori, funzionari, personale comunale e cittadini, contribuendo alla crescita di una cultura istituzionale attenta ai diritti dei minorenni; diffondere materiali di comunicazione, già predisposti per la stampa e per l’utilizzo sui canali digitali del Comune (sito web istituzionale, newsletter, social media) e durante gli eventi pubblici realizzati; dare visibilità alle iniziative pubbliche realizzate sul territorio in occasione della campagna di sensibilizzazione; essere inseriti nell’elenco nazionale dei Comuni che hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione DIRITTI IN COMUNE pubblicato sull’apposita pagina del sito web di Unicef. Per aderire occorre inviare l’adesione da un indirizzo mail istituzionale del Comune (non una PEC) per segnalare la partecipazione all’indirizzo: cittamiche@unicef.it, scaricare i materiali messi a disposizione da UNICEF Italia e diffonderli tramite i canali istituzionali del Comune (social, sito, newsletter, ecc.) e condividere con amministratori, funzionari, uffici comunali e durante gli eventi pubblici. Qui tutte le informazioni per aderire: https://www.unicef.it/italia-amica-dei-bambini/citta-amiche/diritti-in-comune/. Giovanni Caprio
May 11, 2026
Pressenza
Parma, contestato l’EOS (Fiera delle Armi) e la presenza di minori
All’European Outdoor Show (“Fiera EOS”), tenutosi a Parma dal 28 al 30 marzo e giustamente ribattezzato Fiera delle Armi dal coordinamento di realtà che vi si è opposto, hanno partecipato anche minori. È quanto denunciano il Fatto Quotidiano in un articolo del 5 aprile e Federica di Docenti per Gaza in un’intervista di Stefano Bertoldi, dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, trasmessa da Radio Onda d’Urto il 18 aprile scorso. La stessa fiera si era tenuta soprattutto a Brescia, per oltre trenta edizioni, sotto il nome di EXA: EX-posizione internazionale di Armi da “caccia, security e outdoor”. Dopo una pausa iniziata nel 2014 per scarsa partecipazione, nel 2019 tutto è ripartito grazie a nuovi investimenti e un rebranding tutto green per cui EXA è diventata “Energie X l’Ambiente”. Nel 2022, finalmente con l’acronimo attuale (EOS), è passata a Verona. Dove però non è stata benaccetta: importanti manifestazioni organizzate a più voci ad ogni edizione e culminate in un corteo nazionale nel 2025 hanno infatti ottenuto che gli organizzatori, per l’edizione 2026, cercassero una nuova location. E così arriviamo a Parma, e al Coordinamento contro la Fiera delle Armi. E anche qui, come a Verona, un’ecologia di soggetti si è unita contro la guerra. L’appello è partito ancora a fine 2025 dalla Casa della Pace, realtà pacifista e nonviolenta attiva anche nel campo dei diritti delle persone migranti, ed ha visto l’adesione di realtà ambientaliste, del coordinamento Palestina (fra cui Docenti per Gaza), di realtà di lotta per l’abitare e di partiti. A Parma, l’ente fiera vede una compartecipazione per il 36% di enti locali. Così che, come sottolinea Docenti per Gaza, la responsabilità etica e economica dell’evento è anche pubblica. Come per Leonardo S.p.a. ed il tentativo tutto europeo di reintroduzione della leva, si fronteggia lo stesso connubio di armi, interessi economici e complicità dell’istituzione statale che porta al genocidio in Palestina. Tra i presenti alla fiera, Beretta, Fiocchi e Benelli. Le stesse che vendono armi e munizioni ai coloni israeliani, come mostra l’inchiesta di Elisa Brunelli per Altreconomia. E SIG Sauer, la stessa che ha venduto armi all’IDF per una commissione di 100 milioni di euro. E minori. Studenti dell’Istituto alberghiero “Pellegrino Artusi” di Chianciano Terme, partecipante per una dimostrazione sulla cucina della selvaggina dal titolo “Gusto selvaggio”. Oppure ragazzi e ragazze in visita, che girano tra gli stand e maneggiano armi. Nonostante il Comune di Parma avesse rassicurato il rispetto di un certo codice etico ad un’assemblea pubblica richiesta dal Coordinamento contro la Fiera delle Armi. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non è un episodio sorprendente. Ormai è consueta la presenza di militari, l’esposizione di armamenti (e addirittura le esperienze di prova del loro funzionamento), nelle scuole, nelle fiere e nei raduni di ogni tipo. Fin dall’infanzia bisogna abituare le creature piccole, i minori, ad avere un atteggiamento confidente, non solo con le divise di ogni arma, ma anche con la tecnologia applicata alla guerra. Le armi non sono banali strumenti, si inventano, si producono, si vendono per le guerre. Altre narrazioni sono false e servono a creare naturalizzazione e abitudine alla logica amico-nemico. Negli istituti superiori, soprattutto i tecnico-professionali, ma anche di primo grado (la ex scuola media), e nei licei, l’esercito italiano e i carabinieri sono una presenza costante. Le tematiche delle gite agli aeroporti militari, alle caserme, le conferenze tenute nelle ore di Educazione Civica, di Formazione Scuola Lavoro (già PCTO), sono spesso bonariamente inserite nella ampia categoria della educazione alla legalità. Legalità come rispetto acritico delle norme, anche le più restrittive e liberticide, come i recenti decreti sulla sicurezza (decreto Caivano del 2023 e individuazione zone rosse nei quartieri considerati a rischio). Legalità che, anche quando caratterizzata – lo abbiamo già scritto – da evidenti illegittimità costituzionali, prevede che gli alunni (e i loro insegnanti) conoscano come si contrasta la violenza di genere, cos’è la prevenzione all’uso di droghe, le manifestazioni del bullismo, soprattutto cyber. Per gli ITIS (istituti superiori di II°) nelle loro tante varianti di indirizzo, l’orientamento svolto dai corpi militari costituisce, negli obiettivi inseriti nei Piani dell’Offerta Formativa (PTOF), il supporto (o la sostituzione nel compito) alle figure docenti incaricate di guidare gli alunni verso un futuro lavoro post diploma, come prescrive la Missione n. 4 del PNRR. Anche qui nessuna novità, l’abbattimento dello scarto fra formazione scolastica e mercato, fra domanda e offerta di lavoro (mismatching), era una fissazione di Matteo Renzi che ne fece il punto chiave della Buona Scuola (L. 105/2015). E la Fiera delle Armi, European Outdoor Show, è per scopo un luogo armato: è dedicato alle attività di caccia, organizza corsi di tiro, un mercato di presentazione delle aziende di armamenti, e molto altro relazionato agli strumenti di offesa. Il resto è puro spettacolo, uno show, qualcosa che sta fra la fiera paesana e l’esposizione di oggetti per far divertire, mentre si insegnano le specifiche abilità necessarie all’uso. I minori, riporta Il Fatto Quotidiano, devono essere accompagnati almeno fino a 12 anni, ma tutti, con mamma e papà o con i coetanei adolescenti, possono ammirare armi di ogni tipo, saggiare i risultati della ricerca tecnologica più avanzata, giocare alla guerra come nei peggiori videogiochi. Bambine e bambini sono un bacino di capitale umano, uno stock di materie prime e di prodotti in uscita dal ciclo produttivo, così lo definiscono alcuni ricercatori statunitensi e nostrani (INVALSI insegna… ). Un esempio è quello relativo agli studi dell’economista Orazio Attanasio, ospite di passate edizioni del Festival dell’Economia di Torino, che di allevamento di tale deposito di valore economico si occupa da tempo. La sua ricerca, portata in Italia all’Università della Calabria e finanziata dal Fondo Italiano per la Scienza, è orientata all’efficacia delle misurazioni in ambito sociale. Si tratta di chiudere nella gabbia delle competenze-chiave, considerate sempre misurabili oggettivamente, la conoscenza, le discipline sia umanistiche che scientifiche (la retorica STEM, sempre nel PNRR), per preparare le giovani generazioni per la forza-lavoro che serve, le alte specializzazioni per i meritevoli e, verso il basso della scala sociale, il vasto nuovo proletariato. I corpi dell’esercito – del resto – sono un ambito non solo lavorativo, dove impiegare le due macrocategorie ma, in senso proprio, sono soprattutto luogo di istruzione basilare, di disciplinamento, per le figure di alto profilo e per la carne da cannone. Nelle attuali guerre non si muore solo di tecnologia applicata, di droni intelligenti, di algoritmi capaci di governare gli scenari, ma anche, ancora, nelle trincee, negli assalti a campo aperto, Insomma, bisogna essere preparati. La fiera di Parma svolge anche questo servizio. Ma per quanto ancora? Dopo Verona, via anche da Parma. E chi l’Osservatorio ringrazia per aver partecipato alla Fiera, fuori con la mobilitazione di denuncia o dentro con i loro corpi, sono il Coordinamento contro la Fiera delle Armi, Docenti per Gaza, e quelle attiviste e attivisti di Extinction Rebellion che sono riuscite e a entrare. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università Ndr: le fotografie sono preziose testimonianze prodotte da Extinction Rebellion tra il 28 e il 30 marzo 2026 a Parma, vedi qui.
Pisa, “Mese della prevenzione sugli abusi” diventa “Mese dei figli dei militari”: proteste dell’Osservatorio
Il mese di aprile è stato designato come “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori” negli Stati Uniti nel 1983[1], allo scopo di portare particolare attenzione sul tema dei maltrattamenti delle persone piccole e sulla necessità che le comunità lavorino insieme per il sostegno alle famiglie e la prevenzione di ogni forma di violenza[2]. All’interno delle forze armate, nelle basi USA e nelle scuole per la prole delle/dei militari, qui comprese la base militare di Camp Darby e la scuola elementare e media DoWEA (Department of War Education Activity) di Livorno questa ricorrenza diventa il “Mese dei figli di militari”. Un’occasione per far conoscere ai genitori i metodi della pedagogia amorevole, così lontani dall’addestramento militare? Per uscire dalle basi, conoscere i luoghi e creare occasioni d’incontro per la prole dei militari con le persone piccole del posto? Macché, niente di tutto questo. Leggiamo sul sito del DoWEA che “il Mese dei figli di militari” è un «momento per applaudire le famiglie dei militari, i loro figli e le loro figlie per i sacrifici quotidiani e le sfide che superano» e che «nel corso del mese, la DoWEA incoraggerà le scuole a organizzare eventi speciali per onorare i bambini militari e far sì che amministratori e presidi integrino i temi di questo mese nei loro doveri e responsabilità quotidiani. Questi sforzi ed eventi speciali sottolineeranno l’importanza di fornire ai bambini servizi e sostegno di qualità per aiutarli ad avere successo nello stile di vita militare mobile».[3] Il comma 1 dell’articolo 29 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 recita così: «Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità; b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona; e) sviluppare nel fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale».[4] La retorica di esaltazione dei “valori” militari che il “Mese dei figli di militari” mette in evidenza ci appare in contraddizione coi principi sopra citati. A queste persone piccole la carriera militare e la guerra vengono presentate non solo come necessarie, ma addirittura virtuose; devono convivere con l’idea che i propri genitori rischino la vita (e uccidano altre persone, magari piccole come loro, un aspetto che non viene sottolineato sul sito del DoWEA). Allora si organizzano feste e iniziative varie (aspettiamo il programma dettagliato per Camp Darby) per convincerle che sono esse stesse “Little troopers” (Piccoli soldati: è il nome di un’associazione che sostiene le famiglie delle/dei militari), protagoniste in quanto nate da soldatesse e soldati di grandi imprese patriottiche. Una manipolazione bell’e buona. Come si concilia tutto questo con l’educazione al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalle Nazioni Unite e delle civiltà diverse dalla propria? O con uno “spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”, per non parlare del rispetto dell’ambiente? Quando, storicamente e attualmente, l’esercito USA muove guerre di aggressione verso Paesi terzi e di controllo imperialistico, non certo di difesa del proprio territorio; guerre che sono sempre, anche, crimini ambientali di portata enorme. Poi, siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’indovina, ci chiediamo anche quanta pressione e condizionamenti ricevano figlie e figli delle soldatesse e soldati USA, a indirizzare le loro stesse vite verso la carriera militare e quanto lo sforzo formativo e l’impegno economico del DoWEA per «stimolare ogni studente a massimizzare il proprio potenziale e a eccellere a livello accademico, sociale, emotivo e fisico per prepararsi alla vita, all’università e alla carriera»[5] sia indirizzato a tale scopo, violando così anche il principio sancito dal paragrafo a) del succitato comma della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e il diritto all’autodeterminazione. Il “Mese dei figli di militari” ci sembra quindi in palese e ingannevole contraddizione col “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori”. La violenza sulle persone piccole in tutte le sue forme – fisica, sessuale, psicologica, emotiva, istituzionale, ecc. – nasce dalla pedagogia nera, ovvero il sistema “educativo” basato sul controllo da parte delle figure di riferimento adulte delle azioni, delle parole, del tempo, delle scelte delle persone piccole attraverso punizioni, umiliazioni, percosse, ricatti, giudizi, minacce, sensi di colpa, tecniche manipolatorie (il gaslighting, la menzogna “a fin di bene”, ma anche premi e lodi), fino agli insulti, le percosse, lo stupro, l’infanticidio. Il sistema “educativo” che insegna l’obbedienza cieca e la sottomissione a chi è più forte o comunque in una posizione di potere. Ora, quale stile educativo è meglio allineato alla pedagogia nera di quello militare che anzi ne è la massima espressione? Riusciamo a immaginare un ambito meno violento, meno rispettoso delle specificità e libertà individuali e dei diritti umani? Giustamente ci scandalizza il pensiero dei cosiddetti “bambini soldato”, le persone piccole che in alcuni Paesi sono costrette a imbracciare e usare le armi. Noi troviamo altrettanto disdicevoli la retorica militarista del “Mese dei figli di militari” e diciture come “Piccoli soldati” (“Little troopers”). A meno che, anche in questo caso, non si vogliano usare due pesi e due misure e giudicare le iniziative a seconda del Paese di provenienza, se più o meno ricco e potente. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa [1] Child Welfare Information Gateway Archived 2010-08-28 at the Wayback Machine, History of National Child Abuse Prevention Month. 3 April 2009. [2] https://www.childwelfare.gov/preventionmonth/about-national-child-abuse-prevention-month/ [3] https://www.dodea.edu/month-military-child [4] Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ONU 1989. [5] https://www.dodea.edu/month-military-child -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente