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Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder» http://storieinmovimento.org/2026/07/31/corpo-a-corpo-e-uscito-numero-70-zapruder/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpo-a-corpo-e-uscito-numero-70-zapruder #autodeterminazione #transfemminismo #riproduzione #femminismi #medicina #Bacheca #scienza #welfare #aborto #genere
Corpo a corpo http://storieinmovimento.org/2026/07/31/corpo-a-corpo/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpo-a-corpo #movimentofemminista #autodeterminazione #autorganizzazione #ecofemminismo #riproduzione #femminismi #Zapruder #medicina #scienza #welfare #aborto #genere
Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder»
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto all'autodeterminazione. L'articolo Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder» sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Corpo a corpo
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto all'autodeterminazione. L'articolo Corpo a corpo sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina.Il Il pdf di “El cuerpo que camina” è scaricabile QUI Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America
Per un’immaginazione femminista anticoloniale: intrecciare le …
… le radici contro capitalismo e patriarcato Riprendiamo, per gentile concessione di autrice e direttore, un interessante “saggio” di Alice Salimbeni da Machina  C’è una rimozione che attraversa l’Europa – e l’Italia – come una ferita mal cicatrizzata: l’idea di essere «oltre» il colonialismo, di averlo relegato altrove, in un tempo e, soprattutto, in uno spazio che non ci riguarda
Spot 25.03.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Sport e Ciclo mestruale; Che cosa è successo alla squadra iraniana di calcio femminile; Nuovi regolamenti Fifa
Torna la primavera e torna anche l’Aurora Vanchiglia Transfemminista! Nella puntata di oggi raccontiamo come il ciclo influenza energie, infortuni e performance, eppure la maggior parte dei metodi di allenamento è stata sviluppata su corpi maschili e gli studi sono pochissimi. Seguiamo con un aggiornamento della Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale iraniana ha deciso di non cantare l’inno prima della partita contro la Corea, il che le è costato caro: alcune giocatrici sono state definite “traditrici” in patria e sette hanno chiesto asilo in Australia. Infine, la FIFA sta introducendo nuovi regolamenti per aumentare la rappresentanza femminile negli staff tecnici delle squadre nazionali femminili. Abbiamo ancora bisogno che qualcuno dica che non solo gli uomini sanno allenare le squadre di calcio?
March 28, 2026
Radio Blackout - Info
Spot 25.03.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Sport e Ciclo mestruale; Che cosa è successo alla squadra iraniana di calcio femminile; Nuovi regolamenti Fifa
Torna la primavera e torna anche l’Aurora Vanchiglia Transfemminista! Nella puntata di oggi raccontiamo come il ciclo influenza energie, infortuni e performance, eppure la maggior parte dei metodi di allenamento è stata sviluppata su corpi maschili e gli studi sono pochissimi. Seguiamo con un aggiornamento della Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale iraniana ha deciso di non cantare l’inno prima della partita contro la Corea, il che le è costato caro: alcune giocatrici sono state definite “traditrici” in patria e sette hanno chiesto asilo in Australia. Infine, la FIFA sta introducendo nuovi regolamenti per aumentare la rappresentanza femminile negli staff tecnici delle squadre nazionali femminili. Abbiamo ancora bisogno che qualcuno dica che non solo gli uomini sanno allenare le squadre di calcio?
PUBBLICATE CON DUE ANNI DI RITARDO LE RILEVAZIONI NAZIONALI SUI CENTRI ANTIVIOLENZA, 61MILA DONNE HANNO CHIESTO AIUTO
È un quadro stabile ma disarmante quello che emerge dai dati pubblicati oggi dall’Istat nel rapporto intitolato “I Centri Anti Violenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza”. Il documento fa riferimento all’anno 2024, “durante il quale poco più di 36.400 donne hanno affrontato il percorso di uscita dalla violenza grazie all’aiuto dei 409 centri anti violenza (Cav) presenti sul territorio italiano. Si sono rivolte ai Cav “61.370 donne, in media 169 donne per Cav, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72)”. Secondo l’analisi dei dati di Viviana Cassini, presidente del Cav – Casa delle donne di Brescia, il ritardo della pubblicazione dei dati a livello nazionale, potrebbe rallentare la conoscenza e quindi le strategie da mettere in campo da parte delle istituzioni nazionali, in primis, il governo. Tuttavia, nei casi analoghi a quello del Cav da lei presieduto, i dati a disposizione sono decisamente più recenti (2025) e questo permette loro di essere più tempestive nell’adottare azioni adeguate. Tra i principali risultati evidenziati dalla pubblicazione Istat, le violenze di carattere economico – subite dal 39,7% delle donne che si sono rivolte ad un Cav – ma anche “l’elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla propria madre” e l’aumento di donne con disabilità che si sono rivolte ai Cav. Si conferma inoltre come la stragrande maggioranza delle violenze avvengano all’interno della coppia e come trovare una sistemazione lontana dal contesto nel quale si è verificata la violenza sia una delle difficoltà principali delle sopravvissute alla violenza. Alla luce dei dati Istat, abbiamo chiesto a Viviana Cassini quali dovrebbero essere le azioni da intraprendere urgentemente da associazioni e istituzioni: “la prevenzione” è in cima alla lista delle priorità, poi la necessità di offrire alle vittime di violenza la possibilità concreta di “rientrare nel circuito sociale e lavorativo”; terza cosa “costruire percorsi nuovi e diversi” in modo che la donna possa “affrontare gente nuova, posti nuovi rispetto invece alla famiglia d’origine”. Infine è necessario insistere sul “cambiamento culturale” e spingere per una “legislazione più puntuale”, al contrario da quella promossa dal DDL Buongiorno che “mette di nuovo al centro dell’accusa la donna che deve giustificarsi se ha messo in atto tutta una serie di atti che facilitavano la possibilità di far capire all’altro che lei non ci stava, nel caso della violenza sessuale”. L’intervista con Viviana Cassini, presidente del CAV – Casa delle donne di Brescia. Ascolta o scarica
March 10, 2026
Radio Onda d`Urto
8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
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