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Diritti, sud e divenire minoritario
IL DETRITO È LO SCARTO, L’IMPRODUTTIVO, QUALCOSA CHE IL SISTEMA RIGURGITA. A VOLTE PERÒ I DETRITI PRENDONO PARLANO, IN ALCUNI CASI IMPARANO A DISOBBEDIRE, SPESSO VIVONO I SUD PER PENSARE LE VITE ALTRIMENTI E APRIRE SPAZI DEL POSSIBILE. A PROPOSITO DEL FILM DEBRIS/DETRITI_ARGENTINA DI SERGIO RACANATI, PRESENTATO AL BIF&ST-BARI INTERNATIONAL FILM&TV FESTIVAL VENERDÌ 27 MARZO Una carcassa di un animale, inerme e isolata in una strada. Cartelli e murales tra i rumori del traffico di Buenos Aires. Persone che dicono No. Sono i detriti di cui ci parla il film DEBRIS/DETRITI_Argentina di Sergio Racanati, presentato in occasione del Bif&st-Bari International Film&Tv Festival il 27 marzo 2026. Ma cos’è un detrito? Il detrito è lo scarto, l’improduttivo, qualcosa che ha svolto la sua funzione per un certo lasso di tempo e ora ha smesso di farlo. Qualcosa che il sistema ha rigurgitato, via, lontano, tra i marciapiedi, nelle periferie, nei terzi mondi interni ed esterni, fuori dalle aziende, dalle economie, dai privilegi, dalle norme. Qualcosa che non può essere reintrodotta e deve essere accumulata, accatastata, ma pur sempre misurata e controllata, nelle città, nei quartieri, nei sottoscala. Racanati afferma a tal riguardo: “Per me il film essay si sviluppa come un dialogo continuo e stratificato tra materiali visivi, etno-antropologici e una riflessione concettuale e politica che li attraversa e li mette in tensione”. Come gli ossi di seppia di Montale, anche qui le vite sono state prosciugate, ridotte all’osso. Mentre i cosiddetti Grandi 20 nel 2018 parlavano di nuove agende lavorative, di nuove infrastrutture per incrementare lo sviluppo e di politiche sostenibili, il mondo, le strade, i detriti, gli ossi de seppia, iniziarono a disobbedire. D’altro canto, si sa, sono sempre gli altri che hanno buoni propositi per noi, guai lasciare alle persone la possibilità di autodeterminarsi. Nel film di Racanati sono proprio questi detriti a parlarci, che si tratti di anime al margine, di oggetti abbandonati sul ciglio della strada, di lische di pesce, di cibi putridi, essi in ogni caso custodiscono la potenza di una possibilità. Le inquadrature si soffermano proprio su questi particolari apparentemente inutili, insignificanti, improduttivi, che disegnano una logica del minorare, come avrebbe detto Deleuze, che non vuole convertirsi in maggioranza e, forse, non vuole più essere contemplato dalla Storia, quella con la “S” maiuscola. Così come nel pensiero del filosofo francese la letteratura minore scava e sovverte quella maggiore, allo stesso modo la logica dei detriti di Racanati cerca di sovvertire — o al limite sospendere — gli accadimenti in cui essi sono inseriti. Inquadrare ciò che è scarto, l’improduttivo, affinché tutto il resto venga sospeso. Sembra essere questo, tra le altre cose, l’atto di resistenza dell’artista. Il detrito diventa l’elemento che apre lo spazio del possibile quando ogni politica, etica ed estetica hanno irrimediabilmente fallito. Perché sì, inutile ribadirlo, hanno fallito. L’artista sostiene infatti: “Sono contento di portare la riflessione sui Sud del mondo al BIFEST, insieme al materiale fragile dell’umanità che per me designa quella moltitudine di soggettività, narrazioni e forme di vita che occupano una posizione di vulnerabilità all’interno dei regimi di visibilità e di rappresentazione”. La sezione Frontiere del festival è il luogo ideale per condividere il film con il pubblico: “La mia ricerca ha come punto di partenza e di approdo la dimensione umana, osservata e de-costruita in relazione alle disparità politiche e sociali. Storia e contesto, coordinate imprescindibili ai fini di questa indagine filosofica e politica, si integrano in un rapporto tra forze polarizzate – globale e locale, macrostoria e microstoria, memoria collettiva e individuale – con uno sguardo che si focalizza sullo scarto, sul frammento, sul lacerato, sul detrito”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- È forse a partire da questo che si comprende la riflessione sui Sud che accompagna la produzione artistica di Racanati. Il film è infatti accompagnato dalla lettura del manifesto redatto dall’artista in cui vengono esplicitate le ragioni che lo hanno portato ad abbandonare le grandi capitali europee per vivere in un paese marginale del Sud Italia. Anche qui, il Sud è vissuto come spazio di possibilità. Non un’area geografica, ma una potenza che si muove all’interno delle relazioni politiche, ecologiche, sociali, spaziali e, disattivando l’operare dei dispositivi di potere, consente di pensare le vite altrimenti. Racanati, attraverso il Sud e la logica del minorare dei detriti, sembra parlarci proprio di questa possibilità. Come spiega lo stesso artista nel suo manifesto: “Sono particolarmente interessato alle marginalità, ai territori liminali, alle periferie, ai sistemi di decentramento del capitale cognitivo: ed ecco che ho scelto di ri-posizionarmi a Sud. Il Sud per me è un eco-sistema di possibilità di riscatto, di rivincita sullo sfruttamento del tempo-spazio e delle risorse umane. A Sud puoi ri-appropriarti del tuo tempo, del tuo spazio esistenziale. Non sono legato alla spettacolarizzazione del Sud. La sua dimensione più rurale, le sonorità più dure, l’inceppo politico, la sua struggente deriva mi seducono. Il Sud, è per me, un bene comune: un archivio dell’umanità. È ancor oggi per me la culla dell’umanità, anche nella sua dimensione più tragica. Anche nella sua dimensione di deriva”. Siamo il popolo dei detriti, degli amputati, quelli a cui è stata cucita la bocca, tagliato un braccio, una gamba; siamo il popolo che a lungo è stato tenuto nelle tenebre, ai margini delle strade, dei marciapiedi, lontano da quello che loro chiamano civiltà. Ma come dice Isaia, siamo il popolo delle tenebre, ma “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Diritti, sud e divenire minoritario proviene da Comune-info.
March 26, 2026
Comune-info
Gli Stati Uniti non temono Cuba, ma il suo esempio
Quando vengo a Cuba non mi piace alloggiare negli hotel, perché sono troppo distanti dalla vita quotidiana del popolo; sono cosciente che favorire l’accoglienza e la permanenza degli ormai pochi turisti che arrivano nell’isola sia importante, ma non fa per me e infatti sono ospite del mio “fratello” cubano Héctor e della sua famiglia, nella loro casa umile ma dignitosa. La loro umiltà e la loro dignità si accompagnano a una forza e a un carattere straordinari, caratteristiche che identificano pienamente il 98% della popolazione cubana, mentre il rimanente 2% è composto da quelli che qui vengono comunemente definiti “gusanos” (vermi) ovverossia sostenitori dell’assedio che non vedono l’ora di tornare a essere colonia e schiavi. Un nostro antenato affermava che “non esistono migliori schiavi di quelli felici di esserlo”; ecco, quelli sono i gusanos. Parlare lungamente con Héctor, farsi raccontare ogni avvenimento della rivoluzione e di tutto ciò che ha accompagnato la vita e la resistenza di questo popolo non ha prezzo e spesso abbiamo entrambi gli occhi lucidi quando Fidel entra con prepotenza nei nostri discorsi… anche in questo momento, mentre scrivo di lui e di tutto ciò che mi narra… Le parole non sono sufficienti per descrivere la bellezza di Cuba, ma soprattutto l’atmosfera che la permea; ovunque è possibile incontrare qualunque tipo di espressione a sostegno della Rivoluzione, della solidarietà, del desiderio incrollabile di sovranità e di libertà contro qualunque ingerenza esterna. I cubani sostengono di aver subito già troppe oppressioni dalla Spagna prima e dagli Stati Uniti ora e gli insegnamenti di Fidel e di Che Guevara qui sono cibo per l’anima. In questo momento la situazione è sicuramente difficilissima, peggiore del “periodo especial” seguito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e alla successiva dissoluzione del blocco sovietico, che era il principale partner economico dell’isola. Le soluzioni che il governo cubano mette in atto, come ad esempio l’enorme ampliamento della produzione energetica da fonti rinnovabili e l’adesione a circoli economici alternativi e solidali (BRICS), anche se hanno bisogno di tempi lunghi, danno comunque speranza. Per questo motivo Trump minaccia un giorno sì e l’altro pure di intervenire anche militarmente contro Cuba, cosa che ha già cercato di fare nelle scorse settimane con il fallito tentativo di infiltrare agenti terroristi. Gli Stati Uniti non temono Cuba, ma il suo esempio. Temono che la forza morale del popolo cubano porti finalmente il continente sudamericano a ribellarsi al giogo del loro odioso vicino nordamericano, temono il sentimento che unisce i popoli in un congiunto armonico e solidale, perché la solidarietà fra i popoli è l’arma più potente del mondo. Andiamo ora a vedere come l’ultradecennale assedio, recentemente ulteriormente inasprito, colpisca in modo terribile un popolo che pretende solo di essere felice, come si legge su molti muri nelle strade dell’Avana. Questa frase, “necesitas ser feliz” (tradotto letteralmente “hai bisogno di essere felice” ma il cui significato intrinseco è “il popolo cubano ha bisogno della felicità”) è diventata l’inno dei cubani al diritto di godere della propria felicità decidendo sovranamente e liberamente il proprio futuro e ovviamente il proprio sistema politico. Un diritto che appartiene a tutti i popoli del mondo. Come ho già spiegato, il primo, più grave e più recente problema è quello dei combustibili. Il blocco feroce, dietro minaccia di sanzioni oltre che di aggressioni militari, come già visto nel caso del Venezuela, dell’invio di petrolio e derivati a Cuba colpisce ogni tipo di attività, perché la mancanza di combustibile comporta la mancanza di elettricità e la mancanza di elettricità non spegne solo le luci, spegne tutto. La poca energia disponibile viene garantita solo a ciò che risulta “indispensabile” come gli ospedali; tutto il resto soffre enormemente. Vedere l’Avana al buio dopo le otto di sera incute un’infinita tristezza, ma posso testimoniare che la narrazione fatta dai media mainstream occidentali è un’enorme menzogna (come quasi tutto quello che viene scritto su Cuba): sono qui oramai da una settimana, ho girato moltissimo, ho parlato con la gente, nessuno incolpa né il governo né il sistema socialista (a parte i gusanos), perché tutti sanno benissimo chi sia il responsabile di tutti i problemi che colpiscono Cuba da oltre mezzo secolo. Non c’è alcuna manifestazione antigovernativa, come invece scrivono alcuni media asserviti agli USA. Un altro aspetto evidente del risultato delle varie coercizioni statunitensi è quello dei rifiuti. L’unico sistema per avere una raccolta puntuale e regolare della spazzatura in una città di oltre due milioni di abitanti come l’Avana è quello di possedere un numero adeguato di mezzi adibiti a questo scopo. Non è questo che manca, ma il combustibile per far muovere tali mezzi. All’inizio del razionamento del combustibile sono apparsi cumuli di spazzatura in molti quartieri e le immagini ovviamente hanno fatto il giro del mondo; poi però i cubani si sono resi conto dei rischi che questo comportava e hanno iniziato ad autogestirsi, quantomeno per quanto riguarda la posa in strada in attesa del ritiro della spazzatura, che seppure lentamente ha ripreso ad essere effettuato. Vado a dimostrarvi cosa intendo: Prima: Dopo: Come si può vedere, si stanno sfruttando al massimo i contenitori e i luoghi di raccolta. Di tutto questo però sui media mainstream occidentali è passato solo il “prima”, ovviamente incolpando della situazione il sistema socialista. Un altro problema enorme è la carenza di farmaci, che come è immaginabile vengono dirottati quasi esclusivamente verso gli ospedali. Ho visitato di persona una farmacia tristemente vuota e ho potuto intrattenere una cordialissima conversazione con le farmaciste presenti; non avevo alcun dubbio su ciò che mi avrebbero detto, perché solo coloro che non vogliono vedere, non vogliono sentire e non vogliono capire (i gusanos) possono incolpare il governo cubano della situazione. Infatti mi hanno raccontato che le cose hanno iniziato a peggiorare alcuni anni fa, dopo la timida apertura alla ripresa dei rapporti sotto la presidenza di Obama e quindi, guarda un po’, dal primo mandato Trump. Da quel momento tutto è precipitato con una lista interminabile di sanzioni, minacce, coercizioni e ricatti verso qualsiasi nazione osasse inviare qualunque cosa a Cuba, ma secondo “i gusanos” e i media mainstream niente di tutto questo corrisponde alla realtà. Come dire: “Non dovete credere ai vostri occhi ma a quello che noi vi diciamo.” Redazione Italia
March 10, 2026
Pressenza
In terre sature. Deindustrializzazione e inquinamento selvaggio in Terra di Lavoro
(foto di peppe carrella) Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi criminali. Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni, alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio. L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento, stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire: andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico». Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di stoccaggio e trattamento rifiuti. «Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti. «Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona, l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure, i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il metodo casalese “a strati”». Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli, tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise, viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale ampio, quanto più possibile». A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio, trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica: «Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…». Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)
January 14, 2026
Napoli MONiTOR
Assessore ai rifiuti del Lazio e consigliere Fd’I indagati per corruzione! Costruiamo l’alternativa!
L’assessore di Fratelli d’Italia Tiero è ritenuto dalla procura di Latina costruttore di un ampio sistema corruttivo per il quale è stato richiesto l’arresto dell’assessore ai rifiuti F. Ghera, il quale ha richiesto un incontro con l’imprenditore titolare della Refecta srl per stipulare un contratto con il Comune di Latina […] L'articolo Assessore ai rifiuti del Lazio e consigliere Fd’I indagati per corruzione! Costruiamo l’alternativa! su Contropiano.
October 13, 2025
Contropiano
Il Mega Maga è sempre aperto
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- In un paese dell’appennino molisano non hanno molto rispetto per lo slogan Make America Great Again, noto come “Maga”, utilizzato da Trump ma prima ancora da Clinton. La “casa degli oggetti” messa su un anno fa a Capracotta si chiama Mega Maga, dove Maga in realtà sta per magazzino. Presto diventerà un Repair Café, un Caffè delle riparazioni, cioè uno spazio aperto alla comunità nel quale le persone possono portare oggetti rotti e imparare a ripararli grazie all’aiuto di volontari. Ma già oggi è possibile portare e ritirare oggetti al Mega Maga, al momento completamente autogestito, tanto da essere sempre aperto: un semplice chiavistello, infatti, senza alcun lucchetto, permette di aprire dall’esterno la porta di questo capannone di due piani abbracciato da un piccolo giardino. Le spese dell’affitto, spiega Antonio D’Andrea, che più di altri ha creduto nell’idea, sono per ora coperte dalle donazioni. Nel Mega Maga trovano spazio mobili, elettrodomestici, lampadari, piatti, coperte ma anche libri e giocattoli. “Quando hanno portato una macchina da cucire ho pensato che sarebbe bello creare l’Angolo del cucito per recuperare i tanti abiti che abbiamo raccolto – dice Antonio – E poi l’Angolo della falegnameria, l’Angolo artistico e ovviamente l’Angolo del tè…”. Intanto mostra un forno praticamente mai utilizzato: era di una signora che non c’è più, i figli l’hanno portato sperando che possa essere finalmente utile a qualcuno. Colpisce la quantità di lana accumulata. “Stiamo immaginando di ricavarne dei cuscini paraspifferi, indispensabili qui in montagna, o dei teli per la pacciamatura in agricoltura, oppure della bambole ribelli dedicate a Rosa Luxemburg”, dice convinto Antonio. L’idea è che una volta a settimana qualcuno doni del proprio tempo non solo per aggiustare o trasformare qualche oggetto ma anche per insegnare ad aggiustare. Al momento, Pietro, che sa far di tutto con gli attrezzi, ha cominciato frequentare il Mega Maga. C’è anche Michele, che invece ha messo a disposizione il suo camioncino per ritirare gli oggetti più ingombranti. E nel paese altri si stanno interrogando su come dare una mano. Tutto senza l’intermediazione del denaro. Di certo, il grande tavolo di legno posto al centro del salone sarà il piano di appoggio per tanti aggiustatori. Diverse associazioni della regione hanno cominciato a conoscere il Mega Maga (per contatti è possibile scrivere a barchettaebbra at gmail.com). E il Comune? “Purtroppo la cooperativa che gestisce il porta a porta non è del paese e quindi è difficile creare una relazione”, spiega Antonio. Di certo, tra mille difficoltà, questo luogo sembra pronto a ridare vita a tanti oggetti, mettendo in discussione la logica delle discariche, ma anche a ricomporre relazioni e a immaginare un futuro diverso per un territorio alla prese con lo spopolamento. Ha scritto Vito Teti: «Abbiamo bisogno, per salvarci, per salvare la specie, se siamo ancora in tempo, di una grande rivoluzione culturale, morale, di rigenerare i luoghi e i cuori, di un nuovo vocabolario, di nuove parole, di nuove pratiche… Dobbiamo pensare altrimenti…» (leggi Il mio paese non è un borgo). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Avviare un Caffè delle riparazioni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Mega Maga è sempre aperto proviene da Comune-info.
October 9, 2025
Comune-info
[entropia massima] La migrazione dell'ano e il pensiero ecologico
Registrazione della tavola rotonda LA MIGRAZIONE DELL’ANO E IL PENSIERO ECOLOGICO al festival "Interferenze Costruttive" di RadioOndaRossa, presso il CSA La Torre. E' possibile ripensare la "comunicazione ambientale" al tempo della crisi climatica? Come integrare umano e non-umano su un pianeta  antropormfizzato? Riflessioni a partire dall'evoluzione giurassica degli echinoidi irregolari.  
October 6, 2025
Radio Onda Rossa
I comitati contro l'incenertore di Santa Palomba lanciano un corteo per il 9 settembre
In corrispondenza con un compagno dei comitati contro l'inceneritore di Santa Palomba facciamo un quadro della situazione attuale dopo le notizie che si sono susseguite sui quotidiani sul deposito della "prima pietra" dell'opera. Gli annunci dell'avvio dei lavori, volti a dare la percezione di un'opera ineluttabile e che verrà portata a termine senza intoppi, non corrispondono alla realtà. E per ribadire la contrarietà a questo impianto nocivo il 9 settembre, alle 13.30, con partenza dal sito del cantiere, si terrà una manifestazione. A partire dai dibattiti svolti durante l'annuale Discamping, del 30-31 agosto, insieme ai comitati romani contro i piani della giunta Gualtieri di cementificazioni e altri impianti per la gestioni dei rifiuti, si sta costruendo per ottobre una mobilitazione che porti a Roma tutte queste lotte.
September 4, 2025
Radio Onda Rossa
Urbino dice NO alla discarica a Riceci
Nel cuore delle colline marchigiane, a pochi chilometri da Urbino, la società Aurora Srl, partecipata da Marche Multiservizi S.p.A., ha progettato una discarica di rifiuti industriali da 5 milioni di metri cubi. Un impianto di proporzioni colossali – oltre 11 volte il volume del Duomo di Milano – che minaccia il Paesaggio, la salute e l’identità ambientale del territorio tra Petriano, Urbino e Vallefoglia. Il progetto, nato nel silenzio e protetto da clausole di riservatezza, è stato smascherato e osteggiato grazie alla mobilitazione dal basso: comitati spontanei, tecnici, attivisti e cittadini hanno dato vita a un’assemblea permanente capace di informare, contrastare e proporre alternative concrete. Un doppio segnale istituzionale: il “no” della Provincia e il vincolo paesaggistico. A seguito di una lunga fase di approfondimento tecnico e di pressione pubblica, la Conferenza dei Servizi convocata dalla Provincia di Pesaro e Urbino ha espresso parere negativo sul progetto, evidenziandone l’incompatibilità con il territorio. Questo pronunciamento ha segnato un primo importante passo contro la discarica. Anche grazie alla mobilitazione della cittadinanza, il Comune di Petriano ha modificato il proprio orientamento iniziale, promuovendo la richiesta di un vincolo paesaggistico su tutta l’area coinvolta. Il procedimento, oggi in fase conclusiva presso la Regione Marche, rappresenta un atto formale di tutela e riconoscimento del valore ambientale del Paesaggio collinare marchigiano. Tuttavia, le recenti osservazioni presentate da Aurora Srl contro il vincolo paesaggistico lasciano presagire ulteriori ostilità legali, in vista della decisiva udienza del TAR di Ancona prevista per l’autunno 2025, dove si discuterà il ricorso contro il parere negativo della Provincia. “Non è solo una questione di Paesaggio ma di scelte strutturali sbagliate: non si può continuare a trattare i rifiuti come una rendita per pochi e un problema per tutti”. Le responsabilità sono chiare * Aurora Srl, società costruita ad hoc, è oggi partecipata da Marche Multiservizi, che ha investito nel progetto denari provenienti anche da fondi pubblici. * Marche Multiservizi S.p.A., sebbene partecipata dai Comuni, agisce come attore privatistico, senza trasparenza verso la cittadinanza. * Le istituzioni politiche, salvo rare eccezioni, hanno evitato a lungo di esporsi o hanno oscillato tra silenzi e ambiguità. Le richieste dell’Assemblea Permanente * Ritiro immediato e definitivo del progetto di discarica a Riceci. * Un piano rifiuti equo, moderno e partecipato, che abbia come faro la salute pubblica e sia basato su riduzione, riciclo, responsabilità ambientale e tariffazione puntuale. * Trasparenza e coerenza da parte delle istituzioni, affinché la gestione dei beni comuni non sia condizionata da logiche speculative. “Non è solo un no: è una proposta di futuro. Un’alternativa concreta, ambientale, democratica e sostenibile alla gestione opaca dei rifiuti nella nostra provincia.” Francesco Veterani, portavoce Assemblea Permanente dei Cittadini Urbino contro la discarica di Riceci Redazione Italia
August 3, 2025
Pressenza
BRESCIA ARCHIVIA LA RACCOLTA RIFIUTI PORTA A PORTA INTEGRALE: “OCCASIONE SPRECATA” PER MIGLIORARE UN MODELLO OBSOLETO
Non è ancora una decisione definitiva ma l’orientamento della maggioranza in consiglio comunale a Brescia sulla raccolta dei rifiuti porta a porta integrale, è quello di mantenere lo status quo. La lista “Al lavoro con Brescia” denuncia delusa la mancanza di coraggio per intervenire su una questione sulla quale si parla da un decennio. Resteranno quindi i cassonetti nelle strade, anche se l’intenzione è quella di sostituirli con modelli che possano calcolare i conferimenti, in modo da poter calcolare una tassa personalizzata. In un comunicato diffuso dalla lista “Al lavoro con Brescia” si sottolinea come la tassa sui rifiuti della città di Brescia sia una delle più economiche d’Italia. Diversi partiti della maggioranza Castelletti, tra cui il PD, avevano infatti agitato lo spauracchio di un aumento medio della tassa di 70 euro. “La questione è però politica e necessita di un dibattito più ampio, che coinvolga associazioni, imprenditori, sindacati e consigli di quartiere”, come ha detto ai nostri microfoni Francesco Catalano, consigliere comunale di “Al lavoro con Brescia”. Ascolta o scarica Riportiamo il comunicato stampa di “Al lavoro con Brescia”: Rifiuti: delusione per una occasione sprecata. Di porta a porta integrale si discute da decenni. Sembrava fosse la volta buona, invece il confronto nella maggioranza consiliare, sebbene non definitivo, ha fatto emergere la propensione dei più per la conservazione del modello attuale. Una delusione per noi che facciamo della questione ambientale e di quella sociale il cuore della nostra azione politica. La tariffa di Brescia rimarrà una delle più basse d’Italia, ma il modello di raccolta sarà uno dei più vecchi. Sembra prevalga la paura del cambiamento, il timore di perdere consenso per l’impopolarità di un aumento delle tariffe. Ci aspettavamo di più da questa maggioranza: un investimento sul futuro green della città, una azione concreta per aumentare la percentuale di differenziata. La risposta è la conservazione dell’esistente. Scelta sbagliata. La nostra proposta di una campagna di ascolto che partisse dai Consigli di Quartiere, per coinvolgere le associazioni, i sindacati, le attività economiche non sembra interessare. Per scelte così importanti è necessario un dibattito pubblico aperto e ampio. E così mentre quasi tutta la provincia si muove sul porta a porta integrale, in città probabilmente continueranno a troneggiare i cassonetti, con la pila di sacchi ai loro piedi. La TARI crescerà comunque, per gli adeguamenti di ARERA e le scelte del Governo nazionale. L’amministrazione avrebbe anche potuto ridurre l’impatto economico sulle fasce più deboli della popolazione. Il restare fermi non fa parte della nostra prassi politica. Soprattutto su un argomento, quello ambientale, che ha più che mai bisogno di scelte innovative. Non nascondiamo la nostra delusione per quella che si configura come una occasione mancata, che non farà altro che posticipare alle prossime amministrazioni una scelta ineludibile. Da parte nostra continueremo ad impegnarci dentro e fuori le istituzioni per dare consenso e prospettiva a scelte ambientali capaci di migliorare davvero la nostra città e la qualità della vita delle nostre concittadine e concittadini. Scelte che non possono rimanere promesse mancate. Confidiamo che il percorso di confronto dei prossimi giorni e mesi riesca ad affrontare molte delle questioni che comunque restano aperte, tenendo ben presenti gli impegni programmatici dell’alleanza che regge questa tornata amministrativa, in una fase segnata da gravi contraddizioni sul piano della democrazia, della giustizia sociale e della tutela ambientale. Mattia Datteri Coordinatore Al lavoro con Brescia Francesco Catalano Consigliere comunale Al lavoro con Brescia
July 22, 2025
Radio Onda d`Urto