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SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
June 5, 2026
Radio Blackout
Pane e rivoluzione, l’anarchia migrante (1870-1950)
Sabato 14 marzo 2026 all'Anarchivio biblioteca Alfredo Salerni, via dei Gelsi 130/D - Centocelle - Roma, a partire dalle ore 18.00 presentazione di Pane e rivoluzione l'anarchia migrante (1870 - 1950)  con l'autore Antonio Senta dalle 20.00 grossomodo A-buffet e bicchierata «Nostra patria è il mondo intero» non è solo il verso di una notissima canzone anarchica ma è anche l'icastica affermazione di quell'ideale cosmopolita che permea tutta la storia del movimento anarchico italiano. Una storia fatta di esilio, emigrazione forzata, frontiere violate e deportazioni, ma anche e soprattutto di una pratica quotidiana tesa a realizzare – a qualsiasi latitudine – quel mondo di liberi e uguali che è il cuore pulsante della diaspora anarchica. Tra il 1870 e il 1950, milioni di italiani emigrano in tutto il mondo in cerca di una vita migliore. Fra di loro, proletari tra proletari, ci sono anche molti anarchici spinti a partire per una ragione che non è solo economica ma politica: sottrarsi a una persecuzione senza esclusione di colpi. Arrivati nei paesi di destinazione, gli anarchici della diaspora – spesso doppiamente discriminati: in quanto migranti e in quanto sovversivi – danno vita a una fitta rete transnazionale che alimenta i movimenti operai locali, pur mantenendo vivo un rapporto privilegiato con l'Italia, la «patria» linguistica e culturale con cui avranno sempre stretti legami. Dall'Europa alle Americhe, dal bacino mediterraneo all'Australia, Senta racconta le traiettorie di vita di questi «refrattari» – e delle tante «refrattarie» – che in un mondo dilaniato dalle guerre nazionaliste non abbandoneranno mai il sogno internazionalista di una fratellanza universale. Ed è proprio da queste storie individuali, uniche eppure straordinariamente simili, che emerge una grande storia collettiva fatta di scioperi, lotte e rivolte, ma anche di cooperative, scuole libertarie, circoli culturali, osterie e convivialità. Pane e rivoluzione, appunto.
March 10, 2026
Radio Onda Rossa
Due secoli di migrazioni italiane: un immenso …
…. un immenso fatto politico totale. di Salvatore Pallida (*) La recente pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della storia d’Italia. Oltre
“Un Paese, due emigrazioni”. I dati del  report Svimez – Save the Children
Il mezzogiorno continua a perdere giovani competenze qualificate, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università, che riduce strutturalmente le possibilità di rientro. Accanto a questa dinamica si afferma un fenomeno in rapida crescita: la mobilità “sommersa” degli anziani, i “nonni con la valigia”, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Questi i principali dati del Report della Svimez ‘Un Paese, due emigrazioni’, presentato in collaborazione con Save the Children. Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Nel periodo, la quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024. Ai flussi migratori interni, si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati. Nel solo 2024, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23mila, quelli che hanno “scelto” l’estero sono più di 8mila. In un anno la perdita netta di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a 24mila unità. Il fenomeno delle migrazioni intellettuali è fortemente femminile: dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini. La quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini. Il Nord guadagna dal Sud, ma perde verso l’estero. Infatti, anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila). Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno: +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024. L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese. A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati. Ma la mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro‑Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia‑Romagna e Lazio. L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine. Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%). A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest. Il differenziale retributivo tra una laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (1.862 contro 1.487 euro). Non sono però soltanto i giovani ad andare via: la SVIMEZ ha stimato il numero di over 75 meridionali che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana. Secondo le stime SVIMEZ, tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud  che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184 mila unità. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali. Qui il Report della SVIMEZ “Un Paese, due emigrazioni”, in collaborazione con Save the Children: https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/02/report_emgrazioni_informazioni_web_.pdf.  Giovanni Caprio
February 18, 2026
Pressenza
Venezuela: verità e bugie su democrazia, povertà ed emigrazione
di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación I grandi media mettono a tacere ogni voce che sostenga il governo venezuelano e il suo presidente, Nicolás Maduro, sequestrato dagli Stati Uniti. L’uccisione di oltre cento persone per eseguire tale sequestro viene censurata o ridotta a un semplice dettaglio informativo (1). Nel frattempo, talk show e interviste televisive e radiofoniche, articoli e reportage giornalistici giustificano la barbarie, il terrore e la distruzione del diritto internazionale da parte del governo di Donald Trump (2). L’apologia del terrorismo di Stato gode di tale impunità grazie alla raffica di bugie, per anni, sull’opinione pubblica internazionale (3). Facciamo il punto della situazione. 1.    Il Venezuela è una dittatura. Falso. •    Il Venezuela è il Paese con il maggior numero di consultazioni elettorali al mondo, 32 durante il periodo chavista (4). •    Nelle elezioni legislative di maggio, ad esempio, hanno concorso 54 forze politiche, con campagna elettorale aperta e piena libertà di espressione (5). •    Il Venezuela sta realizzando uno dei modelli di democrazia più partecipativi al mondo. Oltre alle elezioni convenzionali, ci sono 4 consultazioni popolari annuali che, in ogni comunità, decidono direttamente i progetti e le opere pubbliche che lo Stato deve realizzare (6). 2. Il chavismo ha distrutto l’economia. Falso. Dal 2015, il governo degli Stati Uniti ha inflitto al Venezuela circa un migliaio di sanzioni economiche, espropriato aziende pubbliche e congelato i suoi conti e beni all’estero (7). Nel 2019, il Paese aveva perso il 99% di tutte le entrate in valuta estera (8), con un calo del 70% del PIL (9). Niente di più simile a una guerra. Tuttavia, dopo sei anni di catastrofe sociale, il Venezuela è riuscito a costruire nuove alleanze economiche nazionali e internazionali e dal 2022 l’economia cresce a un ritmo del 6%, con risultati tangibili come la quasi totale sovranità alimentare (10). 3. La povertà è causata dal governo. Falso. Nella prima fase della Rivoluzione Bolivariana, con Hugo Chávez alla presidenza, la povertà è stata ridotta del 47% (11). La ragione: nuove leggi in materia di sovranità, come quella sugli idrocarburi, che hanno conferito allo Stato il controllo effettivo dei proventi petroliferi (12). Questi hanno iniziato a finanziare le cosiddette “missioni sociali” nell’ambito dell’economia popolare, dell’edilizia abitativa, dell’istruzione, della cultura o dello sport, molte delle quali in collaborazione con Cuba (13). Ma il blocco economico ha distrutto i fondi petroliferi che finanziavano questi programmi, causando un notevole aumento della povertà, la perdita di valore dei salari e delle pensioni, un’inflazione gigantesca e la paralisi dell’economia (14). 4. L’opposizione è perseguitata. Falso. L’estrema destra, guidata da María Corina Machado, ha scelto di boicottare la maggior parte dei recenti processi elettorali (15). Si tratta di un’opposizione non democratica, che non solo sostiene le sanzioni e l’invasione del proprio Paese da parte degli Stati Uniti (16) (17), ma ha anche organizzato diversi colpi di Stato (18) e tentativi di assassinio (19) e ha fomentato atti di estrema violenza nelle strade contro l’ordine costituzionale (20). Nel 2024, questi atti hanno causato la morte di 27 poliziotti e militanti chavisti (21). La sua violenza e la sua collaborazione con una potenza nemica (non l’espressione di “opinioni”) sono la causa dell’incarcerazione di coloro che vengono definiti “prigionieri politici”. 5. Maduro ha truccato le elezioni presidenziali. Falso Nel luglio 2024, l’opposizione di estrema destra e i servizi segreti statunitensi hanno orchestrato una grande operazione per manipolare le elezioni presidenziali: hanno lanciato un imponente attacco informatico che ha paralizzato il conteggio dei voti e, contemporaneamente, hanno diffuso sulla stampa mondiale la notizia fasulla della loro vittoria elettorale (22). Alcuni giorni dopo, la Corte Suprema di Giustizia ha avviato un’indagine, per la quale ha richiesto i verbali elettorali a tutte le formazioni politiche. 38 partiti di ogni ideologia li hanno presentati, tranne la Plataforma Unitaria Democrática di Edmundo González e María Corina Machado (23). In questi giorni, milioni di persone riempiono le strade del Venezuela a sostegno di Maduro (24), senza un solo atto di appoggio all’intervento degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha affermato che Machado “non ha né sostegno né rispetto” all’interno del Venezuela (25). Ma non dicevano che il suo partito aveva vinto le elezioni? 6. Cina e Cuba hanno invaso il Venezuela. Falso. La Cina è uno dei punti chiave dell’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela. Sono gli accordi di estrazione e vendita di petrolio, utilizzando lo yuan, la valuta cinese, che Trump cerca con tutti i mezzi di distruggere (26). Nel caso di Cuba, dal 2000 esiste un accordo di cooperazione integrale con il Venezuela, paradigma della collaborazione Sud-Sud. Cuba riceve petrolio e, in cambio, fornisce servizi, principalmente in campo medico, a beneficio delle comunità venezuelane più bisognose (27). Inoltre, Cuba fornisce assistenza in materia di sicurezza: il 3 gennaio 32 militari cubani che proteggevano Maduro sono stati assassinati dagli Stati Uniti durante il suo sequestro (28). Ma è assolutamente falso che ci siano truppe cubane in Venezuela (29). Se esistessero, sarebbero state fotografate dai satelliti statunitensi già da anni. 7. Il governo ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese. Falso. Prima del blocco economico, in pieno chavismo, il Venezuela era un Paese di immigrazione. Ad esempio, cinque milioni di colombiani e colombiane in fuga dalla miseria e dalla violenza (30). Ma il blocco degli Stati Uniti, come nel caso di Cuba, ha costretto milioni di persone a lasciare il Paese in cerca di una vita migliore (31). Analogamente al caso cubano, la Casa Bianca e i media al suo servizio hanno costruito una narrativa vittimistica e falsa su persone “rifugiate”, ‘perseguitate’ o “fuggite” dal loro Paese (32) (33). Quella venezuelana e quella cubana sono senza dubbio emigrazioni forzate. Ma non per colpa di Caracas o dell’Avana, bensì di Washington. Sebbene, a causa della guerra psicologica nei media e nei social network, una parte stia ora applaudendo il proprio carnefice. Un carnefice, tra l’altro, che ancora… non ha vinto la guerra.   https://www.cubainformacion.tv/especiales/20260113/120127/120127-venezuela-verdades-y-mentiras-sobre-democracia-pobreza-y-emigracion-italiano-deutsch-portugues Traduzione: Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba (ANAIC) Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
January 17, 2026
Pressenza
Mezzo milione di giovani sono emigrati all’estero in tredici anni. Così viene meno il futuro
Un Rapporto del Cnel presentato il 4 dicembre scorso descrive in termini estremamente preoccupanti i dati sull’emigrazione giovanile dal nostro paese verso altri paesi europei. Il Rapporto intendeva in realtà analizzare l’attrattività dell’Italia per i giovani di altri paesi ma il riscontro è stato sia negativo che pesante. Tra l’altro […] L'articolo Mezzo milione di giovani sono emigrati all’estero in tredici anni. Così viene meno il futuro su Contropiano.
December 8, 2025
Contropiano
La Sapienza parla di futuro senza studenti e lavoratori. L’intervento di Cambiare Rotta
Lo scorso 4 dicembre, La Sapienza di Roma ha organizzato un convegno dal titolo “L’Europa e il lavoro che verrà”. Come era possibile leggere sull’annuncio pubblicato al riguardo da Il Sole 24 Ore, l’obiettivo era quello di “riflettere sul ruolo dei giovani e sulle riforme necessarie a rafforzare istruzione, formazione […] L'articolo La Sapienza parla di futuro senza studenti e lavoratori. L’intervento di Cambiare Rotta su Contropiano.
December 7, 2025
Contropiano
Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra”
Negli ultimi giorni il Nepal è stato scosso da una violenta ondata di proteste, che ha causato la morte di ventidue persone e costretto il Primo Ministro K. P. Sharma Oli a dimettersi, provocando ulteriori instabilità e un vuoto di potere che dovrebbe essere colmato a breve da una nuova […] L'articolo Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra” su Contropiano.
September 11, 2025
Contropiano