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Trauma e Vergogna
LORENA FORNASIR 1, LINEA D’OMBRA Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Approfondimenti/Racconti di vita IL PIEDE DI CARTONE Un corpo ferito, un viaggio attraverso i confini, il desiderio ostinato di restare in piedi 25 Agosto 2026 Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite! Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi” È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione” 2. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la Vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere ‘visto’, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. E’ una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman 3. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita” 4. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al Male? Chi siamo noi, nella piazza del Mondo, di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in ‘cosa’, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità. Può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella Vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi” 5. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto ‘siamo’. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente ‘non è’. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil 6 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la Vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in ‘intimità con l’orrore’, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra ‘umanità’ abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. 1. Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine ↩︎ 2. Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 ↩︎ 3. Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 ↩︎ 4. Butler J., Vite precarie, 2004 ↩︎ 5. Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 ↩︎ 6. Weil S.,La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 ↩︎
SERBIA: LA MORTE DI MLADIĆ RAFFORZA I NAZIONALISMI IN VISTA DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI. L’ANALISI DI GIORGIO FRUSCIONE
Lo scorso giovedì è morto all’Aja all’età di 84 anni Ratko Mladić. L’ex generale delle truppe serbo bosniache era stato condannato in via definitiva nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia all’ergastolo. È stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra commessi nel conflitto in Bosnia Erzegovina degli anni 90. Ha fatto il giro del mondo l’annuncio del Ministro della giustizia serbo Nenad Vujic che ha dichiarato di voler organizzare per Mladić i funerali di Stato. Non è convinto che questi si terranno Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI, che ai nostri microfoni ha dichiarato che senza “azzardare scommesse, non sono convinto che alla fine si terranno i funerali con le massime onorificenze. Questo perché è stato annunciato dal Ministro della giustizia e non dal Presidente Aleksandar Vučić, che è l’unica persona che decide qualsiasi cosa in Serbia”. L’annuncio del Ministro della giustizia non è ancora realtà quindi, anche perché la salma di Mladić è ancora in Olanda, all’Aja, dove un’inchiesta è stata aperta, come previsto dal protocollo standard del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. La procedura prevede l’accertamento delle circostanze del decesso e si basa sulle ultime ore di vita dell’ex generale nella struttura detentiva del Meccanismo internazionale residuo per i tribunali penali. Intanto però si sono scatenati gli ultra nazionalisti, tra gli hooligans della Stella Rossa Belgrado, ai gruppi e partiti della destra, che hanno già iniziato il proprio processo di martirizzazione di Mladić. Con Giorgio Fruscione abbiamo cercato di capire proprio come il governo sta strumentalizzando la morte di Mladić per sopire i malumori interni alla Serbia, in particolare quelli che si protraggono dal primo novembre 2024 e che chiedono tra l’altro le dimissioni di Aleksandar Vučić. Il Presidente della Repubblica, a livello interno, sta anche preparando le elezioni elezioni parlamentari, anticipate a ottobre prossimo.  Non di secondaria importanza sono anche le relazioni ambigue che il paese balcanico sta continuando ad avere con l’Unione Europea. Vučić “ha di fatto accantonato il processo di integrazione nell’Unione poiché probabilmente gli fa più gioco rimanere un paese candidato” continua Fruscione. Questo nonostante “le critiche da parte di Bruxelles negli ultimi due anni si siano fatte più decise, più veementi, più costanti”. L’intervista a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali
La storia contemporanea ci ha insegnato che non c’è stato “scontro internazionale” senza che una partita decisiva si stata giocata nei Paesi dei Balcani occidentali. L’attualità sembra confermare questo insegnamento. Al centro della faccenda troviamo l’offensiva diplomatica di Israele, alla ricerca di un po’ di ossigeno nelle relazioni internazionali a […] L'articolo Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali su Contropiano.
July 4, 2026
Contropiano
Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione. Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia. Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così, finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità. Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono. Approfondimenti LA ROTTA BALCANICA: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA NELLA GOVERNANCE EUROPEA DELLE FRONTIERE Quando la deterrenza diventa metodo Camilla Della Vida 10 Giugno 2026 Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32 denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri. Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo. Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia. Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che, come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno è sempre stata l’Italia. Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O almeno, così sembra. Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti, controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di Google e Google Maps. Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel sistema d’accoglienza. Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio. “Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo. Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia. Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in Pakistan. > Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night > here.” Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo. A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso alla procedura di asilo può richiedere settimane. Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione. Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso 2. Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una delle destinazioni più frequenti. In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica, però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il proprio percorso. Approfondimenti LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso. Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì imbarcarsi verso la Sardegna. Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto, nella maggior parte dei casi, puramente teorico. Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di accoglienza. La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione. L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro. Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora. Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la speranza si consuma lentamente. Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa: quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la protezione internazionale in un’attesa senza fine. 1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎ 2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025), Accesso negato – Trieste ↩︎ 3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Trame d’Europa: dalle rotte migratorie alle nuove cittadinanze trentine
MAJA HUSEJIĆ 1 L’Europa dei nostri giorni vive una profonda contraddizione morale: celebra e si giova della fluidità delle frontiere interne mentre militarizza i suoi confini esterni. L’Europa che a Ventotene sognava un continente di pace e solidarietà oggi alza muri e associa la migrazione alla sicurezza, trasformando la speranza in minaccia, la solidarietà in contratti con paesi terzi a cui delega azioni di confinamento e di violazione dei diritti umani. Lungo la frontiera dei Balcani occidentali, ad esempio, da anni si consuma il tentativo drammatico di persone migranti, adulte e bambine, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, di superare barriere fisiche e istituzionali, alla ricerca di protezione per (ri)costruirsi una vita dignitosa. Per il Trentino, questa dinamica non è un fatto distante, da diversi punti di vista. Il nostro territorio custodisce nella memoria storica il significato della frontiera, delle migrazioni della propria popolazione; al contempo è stato protagonista della solidarietà attivata negli anni Novanta durante il conflitto in ex-Jugoslavia e, a partire dal 2011, in occasione della cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Connettere oggi questa memoria storica alla geopolitica attuale significa dare sostanza a un’idea di democrazia applicata all’Autonomia: riconoscere che l’accoglienza delle persone in movimento e l’interculturalità non possono che essere processi partecipativi, vivi e permanenti, capaci di estendere i diritti e determinare la reale qualità democratica delle nostre comunità. Ph: Matteo Coser È proprio la rigidità di queste dinamiche a generare il dispositivo politico dell’esternalizzazione delle frontiere. Questo tipo di logica sposta il controllo giuridico ed etico dell’Unione Europea al di fuori dei suoi limiti geografici, delegando la gestione del contenimento e del respingimento a Stati terzi. In questo scenario, la condizione specifica della Bosnia ed Erzegovina assume una valenza emblematica: mantenuta deliberatamente in una sala d’attesa permanente ai margini dell’Unione Europea, viene di fatto utilizzata dai paesi membri come uno “stato-cuscinetto”. L’esternalizzazione tenta così di allontanare lo sguardo dai percorsi migratori, disumanizzando le persone prima ancora che tocchino il territorio comunitario. Le dinamiche escludenti che si consumano ai confini esterni dell’Europa non si esauriscono lungo la frontiera, ma si riproducono capillarmente all’interno dei singoli territori di arrivo, trasformandosi in barriere istituzionali, sociali e burocratiche. Una volta giunti in Italia e in Trentino l’impatto con la realtà locale svela questa continuità. Per anni, il Trentino è stato un modello d’eccellenza grazie al sistema dell’accoglienza diffusa, che distribuiva le persone richiedenti asilo in piccoli nuclei nelle valli, favorendo l’interazione con la popolazione ed evitando la ghettizzazione. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA L’ACCOGLIENZA NEGATA AI RICHIEDENTI ASILO IN TRENTINO Solo in un anno lasciate in strada oltre 1.200 persone 4 Luglio 2024 A partire dalla fine del 2018 però, le strette politiche hanno progressivamente smantellato questa filiera, piegando la gestione a una logica emergenziale, securitaria e colpevolizzante. Si assiste sempre più spesso a una sistematica stigmatizzazione delle persone straniere, utilizzate come capro espiatorio politico e dipinte unicamente attraverso la lente della minaccia alla sicurezza e al decoro urbano. Ridurre l’accoglienza all’isolamento e alla precarietà significa privarla della sua funzione trasformativa, prolungando artificialmente quella condizione di marginalità iniziata lungo le rotte migratorie. Una gestione lungimirante dovrebbe invece configurarsi come un esercizio di social design – una progettazione multidisciplinare e comunitaria capace di generare spazi pubblici inclusivi e percorsi di autonomia reale attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, a partire dalle comunità diasporiche. Il culmine di questa deriva si manifesta nel tentativo di importare sul territorio logiche detentive, come l’ipotesi di apertura di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio). Di fronte a questa prospettiva, la società civile trentina e i movimenti per i diritti umani si sono mobilitati con forza, esprimendo un “no” collettivo e motivato. I CPR non sono strumenti di gestione dei flussi, ma veri e propri buchi neri del diritto, dove la privazione della libertà avviene in condizioni che calpestano la dignità umana senza che sia stato commesso alcun reato. La storia ventennale di strutture come quella di Gradisca d’Isonzo – dove le stesse amministrazioni locali e i sindaci che si sono succeduti ne hanno denunciato la totale inutilità e l’inefficacia rispetto agli stessi obiettivi di rimpatrio – dimostra che questi centri producono solo costi altissimi, tensioni sociali e violenze, senza risolvere nulla. Rifiutare i CPR significa riaffermare che la sicurezza si costruisce con l’inclusione, non con la reclusione e la criminalizzazione della condizione di migrante. E soprattutto che la sicurezza va costruita non contro le comunità diasporiche, ma insieme a loro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: LA TRENTO ANTIRAZZISTA È TORNATA IN PIAZZA Una partecipazione ampia e trasversale: oltre 1.500 persone raccolgono l'appello del Coordinamento regionale No CPR Redazione 18 Maggio 2026 Mentre il dibattito politico rimane ancorato alla gestione degli arrivi, la realtà sociale del Trentino muove verso la stanzialità. Il volto della nostra Provincia sta cambiando radicalmente nelle aule scolastiche, nei quartieri, nel mondo del lavoro, dove le figlie e i figli dell’immigrazione – le cosiddette “seconde generazioni” – ridefiniscono quotidianamente l’assetto comunitario. Queste giovani persone non sono ospiti temporanei, ma protagonisti politici e culturali che abitano il territorio a pieno diritto. L’idea di una “identità trentina” statica e monoculturale si confronta e scontra con la ricchezza di identità plurali. Il mancato riconoscimento formale di questa cittadinanza – evidente negli ostacoli legislativi nazionali, nonostante le forti mobilitazioni civili che hanno attraversato anche la nostra provincia per la riforma del diritto di cittadinanza – genera una frattura democratica rischiosa. Negare lo status di cittadino a chi cresce e progetta il proprio futuro qui significa lasciare indietro le nuove generazioni e, per questioni ideologiche, rompere un patto di fiducia con questa parte della cittadinanza, impoverire il territorio stesso, privandolo di energie vitali in un’epoca segnata dal declino demografico e dall’isolamento delle aree montane. La Rotta balcanica, le strutture di Accoglienza locali, i tavoli di discussione e di coordinamento dei Movimenti dal basso sono nodi della stessa rete. Il futuro del Trentino dipende dalla capacità di connettere queste dimensioni, superando la retorica della costante emergenza. L’Autonomia speciale trentina non deve essere intesa come una trincea identitaria, ma come una responsabilità: la libertà di sperimentare politiche sociali innovative. Il territorio si salva dall’inaridimento solo se sa farsi laboratorio di convivenza, capace di accogliere la complessità del mondo globale e di trasformarla in risorsa locale. Riconoscere le nuove cittadinanze, rifiutare le strutture di confinamento e riprogettare l’accoglienza su basi orizzontali e partecipative – convergendo con il mondo del lavoro senza però farsi sopraffare dalle logiche di profitto e di sacrificio dei diritti – è l’unico modo per onorare la nostra comune storia e scrivere un futuro condiviso. 1. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, vivo attualmente in Trentino. Impegnata in progetti e iniziative di advocacy, contrasto alle discriminazioni, diritti umani, sono stata referente provinciale per il referendum sulla cittadinanza. Faccio parte del Coordinamento regionale No CPR del Trentino Alto Adige-Süd Tirol. ↩︎
La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA 1 Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il momento dell’attraversamento della frontiera. Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo sempre più violento e militarizzato. In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne. Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di irregolarità. Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali. Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza. Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia. Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo, lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita nei prossimi mesi. Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi di firma, pur non essendo mai stato condannato. La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie, mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi insieme ad altre persone in movimento. «Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta. Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili. Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento di strategie di contenimento lungo la Rotta. Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali. Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle garanzie legali previste. Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini. Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della governance migratoria. Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 2. La cosiddetta “Regola degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto le garanzie legali previste 3. Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è stimato intorno a 800 milioni di euro. Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la barriera di confine. L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi di asilo e accoglienza. Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui rimpatri, conosciuta come Return Regulation. Approfondimenti/Regolamenti UE/Confini e frontiere PER LA DESTRA EUROPEA, LA REMIGRAZIONE È INIZIATA Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del Parlamento UE 14 Aprile 2026 Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani. Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 4. Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie, soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente tutelati. Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi. Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti. 1. Laureanda presso la triennale di Philosophy, International and Economic Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, mi occupo di migrazioni, diritti umani e violenza alle frontiere. Ho collaborato con No Name Kitchen come Communication Focal Point a Trieste e Protection Focal Point in Serbia, occupandomi di monitoraggio dei diritti umani, raccolta di testimonianze e documentazione delle violazioni lungo la Rotta Balcanica. ↩︎ 2. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎ 3. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19 Maggio 2026 ↩︎ 4. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎
Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani…
Il fallimento dell’illusione euroatlantica, ossia le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Paesi dell’Unione Europea, da qualche mese a questa parte appare in modo sempre più evidente. Quelli che fino a qualche anno fa potevano sembrare dei normali elementi di competizione interna, oggi si manifestano come delle vere e proprie […] L'articolo Se Usa e Ue divergono anche sui Balcani… su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
June 5, 2026
Radio Blackout